अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1956/26

L’anticolonialismo e noi (Pt. 2)

L’anticolonialismo come lo vediamo noi

Nella precedente puntata, si è mostrato come i regimi anticolonialisti afro-asiatici siano, economicamente e socialmente, borghesi, e che la loro rivoluzione non ha superato – né poteva superare – i limiti della democrazia e dei suoi derivati ideologici.

Sul piano politico, l’anticolonialismo si schiera sulle abusate posizioni del neutralismo. In un mondo dominato dai grandi blocchi militari, i Paesi aderenti alla Conferenza di Bandung pretendono di fungere come una immensa Svizzera, “equidistante” dagli imperialismi di Oriente e di Occidente. Le proclamazioni di principio però male si conciliano con la realtà. I Paesi afro-asiatici assurti al rango di Stati nazionali, malgrado la comune sbandierata origine anticolonialista, non costituiscono un blocco. Esiste difatti un nazionalismo pan-cinese, un nazionalismo pan-arabo, un nazionalismo pan-indiano.

Esistono già “zone di influenza” nell’ambito dei “neutrali” che hanno firmato i “cinque punti” di Bandung. Lo sta a dimostrare, ad esempio, il sostanziale accordo cui sono pervenuti, pur in assenza di espliciti strumenti diplomatici, India e Cina, le quali si sono spartite i diritti di influenza sui piccoli Stati himalayani. Nel regno del Nepal, situato alla frontiera nord-orientale dell’India, supremo regolatore della politica interna ed estera è il governo di Nuova Delhi che è più volte intervenuto sia attraverso i suoi consiglieri economici, sia attraverso le sue truppe. Il Butan, piccolo principato di 300.000 abitanti, è un protettorato dell’India, la quale ne cura gli affari esteri ed economici, ricopiando in maniera curiosa i principii che l’Inghilterra colonialista tuttora segue in Malesia e altrove. Riguardo poi al Sikkim, staterello formalmente sovrano che è abitato da 130.000 indù, il nazionalismo pan-indiano di Nehru non va per il sottile: il territorio è militarmente occupato dalle truppe indiane. Orbene, non è successo a caso che l’opposizione indiana alla annessione cinese del Tibet si sia stemperata, e quindi dileguata, a mano a mano che il governo di Nuova Delhi riusciva ad imporre agli staterelli himalayani un assetto pro-indiano. A dirla in breve, India e Cina, i due colossi del neutralismo, non tollerano che esistano ai loro confini Stati neutrali: preferiscono accordarsi per spartirsene il controllo.

Altro discorso meriterebbero i dissensi nazionalistici che dividono India e Pakistan per il Kashmir, Afghanistan e Pakistan per il Pashtunistan e soprattutto i violenti e inconciliabili contrasti che dividono il cosiddetto mondo arabo. Tale argomento l’abbiamo svolto largamente in precedenti articoli. Basterà dire che il “mondo arabo” risulta diviso, a volere ignorare i dissensi di secondaria importanza, in tre grandi costruzioni statali e interstatuali: l’impero sceriffiano del Marocco, che tende ad una federazione degli Stati arabi dell’Africa settentrionale, il Patto di Bagdad, che in origine era un’alleanza turco-irakena ma che in seguito ha assorbito il Pakistan e l’Iran e ricevuto l’adesione dell’Inghilterra, e finalmente l’Alleanza tra Egitto-Arabia Saudita, Siria e Yemen cui ultimamente si è aggiunta la Giordania.

Il preteso “blocco” dei Paesi di Bandung, anche se per ipotesi fosse privo di contraddizioni interne, neppure potrebbe appartarsi dalla grande lotta a raggio mondiale che oppone le coalizioni militari della Nato e del Trattato di Varsavia. Non lo potrebbe, perché l’industrializzazione, verso cui tendono i Paesi afro-asiatici, è condizionata dall’aiuto finanziario e tecnico dei Paesi capitalisticamente progrediti. Nelle condizioni storiche attuali il “neutralismo” afro-asiatico si riduce poi a vuota ideologia che non ha riferimenti tangibili con l’operato degli Stati che lo sbandierano. E basterebbe considerare la crisi di Suez all’indomani del fallito attacco anglo-francese all’Egitto. Si è parlato del peso parlamentare che hanno avuto i voti degli afro-asiatici nelle votazioni dell’ONU a favore dell’Egitto. Tutti sanno, invece, che a piegare Inghilterra e Francia sono state le minacciate sanzioni economiche degli Stati Uniti i quali, per il taglio del flusso di petrolio mediorientale determinato dall’occlusione del Canale di Suez, sono diventati gli unici fornitori di idrocarburi dell’Europa, e quindi gli arbitri assoluti della industria e dei trasporti del vecchio Continente.

In ultima analisi, il neutralismo politico dei Paesi afro-asiatici, ad onta delle frange retoriche, serve a mascherare il rifiuto di privarsi dei vantaggi del doppio gioco nei confronti della politica dei Centri mondiali dell’imperialismo. Esso corrisponde alle necessità in cui si trovano i governi afro-asiatici. Questi non possono sperare di mandare avanti i loro piani di industrializzazione senza ricorrere alle sovvenzioni e ai prestiti degli Stati di sviluppato capitalismo, e quindi senza dipendere economicamente da essi. Ma nello stesso tempo non possono abbandonare la programmatica opposizione all’imperialismo. Se lo facessero, perderebbero l’appoggio delle masse che nel passato hanno combattuto per scacciare gli occupanti colonialisti e che oggi costituiscono il nerbo delle forze rivoluzionarie che lottano per la soppressione dei vecchi rapporti feudali. In tali condizioni il neutralismo formale rappresenta una indispensabile garanzia contro la disintegrazione dello Stato.

L’errore degli indifferentisti

La concezione che abbiamo dell’anticolonialismo non ci impedisce di considerare alla stregua di avvenimenti storici positivi e di autentiche rivoluzioni i movimenti per la formazione degli Stati nazionali dalle rovine degli imperi coloniali. Tali movimenti assicurano il passaggio dal feudalesimo, in ogni caso dal precapitalismo, al moderno modo di produzione industriale, quindi operano una rivoluzione sociale. Il partito del comunismo rivoluzionario non può che appoggiare la Rivoluzione ovunque essa sorga, purché esso sappia discernere il vero dal falso, cioè il volgare riformismo dal sovvertimento dei rapporti sociali esistenti.

Esistono, tuttavia, gruppi di persone che si definiscono marxisti rivoluzionari, i quali assumono posizioni di indifferenza verso gli avvenimenti che accadono negli imperi coloniali e negli Stati che si sono formati dalla loro dissoluzione. Essi ragionano press’a poco così: “Corea, Indocina, Algeria, Marocco, Canale di Suez sono altrettante rogne del mondo borghese che i borghesi dovranno grattarsi. Non siamo così fessi da lasciarci prendere al laccio della solidarietà dei popoli di colore per fare il gioco ora degli americani, ora dei russi”.

In sostanza, tale modo di vedere nega che il movimento anticolonialista svolga una funzione rivoluzionaria, anzi riduce il fatto della formazione degli Stati nazionali afro-asiatici a una conseguenza delle competizioni nella quale sono impegnate le massime potenze imperialistiche del mondo: gli Stati Uniti e la Russia. Non si potrebbe avere una visione più errata della realtà. Le rivoluzioni afro-asiatiche sono state, e sono tuttora, determinate da condizioni di ordine obiettivo e soggettivo, e cioè dall’oppressione colonialista e dall’odio inestinguibile delle masse per il duplice giogo dello sfruttamento imperialista e del dispotismo di semifeudali strutture sociali sostenute dallo straniero. Se le rivoluzioni, come insegnava Lenin, scoppiano allorché il potere dominante non è più in grado di governare e le masse oppresse non vogliono più saperne dei vecchi ordinamenti, non si può minimamente dubitare che la formazione degli Stati nazionali afro-asiatici abbia rappresentato una rivoluzione.

Per effetto della seconda guerra mondiale, le potenze colonialiste non potettero più governare i loro vecchi possedimenti e per la rivolta armata dei popoli di colore fu ad esse impedito di riprendere possesso, dopo la fine delle ostilità, dei territori perduti. Né la rivolta si limitò a cancellare le tracce del servaggio verso lo straniero, ma travolse le vecchie impalcature politiche alle quali rimaneva aggrappato il feudalesimo asiatico.

Non si può sostenere, senza negare l’evidenza storica, che gli Stati afro-asiatici siano sorti per decisione dei grandi Centri imperialistici. Vediamo, per un momento, sfruttando quali condizioni storiche ha trionfato in Cina la rivoluzione di Mao-Tse Tung. Quarant’anni di storia, e anche di più se si comincia a contare dalla rivoluzione antimonarchica del 1911, stanno a dimostrare che la guerra civile cinese cominciò ancora prima che sorgesse il nuovo imperialismo russo. E perché il movimento rivoluzionario cinese raggiungesse il suo obiettivo principale, vale a dire la instaurazione di uno Stato moderno unitario e fortemente centralizzato – fatto altamente rivoluzionario in un Paese come la Cina nella quale sopravvive l’atomizzata produzione da villaggio precapitalista – è occorso che fosse spazzata via la potenza giapponese. Di fronte alla Cina, il Giappone ha rappresentato per oltre cinquant’anni un insuperabile ostacolo sul cammino della rivoluzione, la potenza che ha invariabilmente frustrato ogni tentativo di unificare politicamente la Cina. Vero è che la occupazione giapponese della Manciuria e di gran parte della Cina ha avuto fine a seguito della sconfitta riportata dal Giappone nella seconda guerra mondiale, ma la liberazione del territorio si è accompagnata ad un movimento rivoluzionario che sta cambiando radicalmente la società cinese.

Altro esempio, l’India. Come sono sorti i nuovi Stati nazionali dallo sfasciarsi dell’ex impero indiano? Non certamente per decisione dei Grandi. Anche in questo caso la rivolta al colonialismo, incruenta ma non per questo meno vigorosa, si avvalse di condizioni obiettive. All’origine dell’Unione Indiana, del Pakistan, della Birmania, di Ceylon non ci fu guerra civile o impossessamento armato del potere per assenza delle autorità colonialistiche, come avvenne in Indonesia dove lo Stato nazionale si sostituì direttamente all’occupante giapponese. All’origine della dissoluzione dell’ex impero indiano vi fu un atto di rinunzia della Gran Bretagna, la quale fu costretta, nel corso della guerra, a promettere l’indipendenza ai popoli della grande penisola asiatica. Mentre l’Asse nazi-fascista minacciava da vicino il Canale di Suez, porta di accesso al Medio Oriente, in India si delineavano pericolosi movimenti anti-britannici, come quello capeggiato da Chandra Bose che apertamente sosteneva la propaganda nipponica. E ciò avveniva mentre le armate del Tenno dilagavano verso la Birmania, dopo aver conquistato Hong Kong e Singapore. In tali condizioni, all’Inghilterra non restava possibilità di scelta: dovette promettere l’indipendenza a indù e musulmani. Alla fine delle ostilità essa non fu in grado di rimangiarsi la promessa: per farlo, avrebbe dovuto disporre dell’antica potenza che ormai era un ricordo.

Gli Stati afro-asiatici si sono formati attraverso una lunga e sanguinosa lotta contro l’imperialismo. Tale lotta sarebbe stata impossibile se non fosse stata alimentata dalle larghe masse, che non astratti principii ideologici ma la brutale realtà dello sfruttamento e dell’oppressione gettavano nel campo della rivolta.

Nelle attuali condizioni storiche, caratterizzate dall’assenza del proletariato rivoluzionario, le rivoluzioni anticoloniali non potevano andare oltre il limite della rivoluzione democratica e nazionale. Nella Russia zarista la rivoluzione andò oltre perché alla testa del movimento c’era un partito rivoluzionario proletario, che manca al presente nei Paesi ex coloniali, e purtroppo anche nelle metropoli capitaliste.

Le rivoluzioni afro-asiatiche, considerate da questo punto di vista, hanno le carte in regola. Esse, per tornare alle obiezioni dei nostri contraddittori, fanno il proprio “gioco”, anche se pencolano ora verso gli americani, ora verso i russi. Quel che deve fare il marxismo rivoluzionario è assodare se il “gioco” esperito dalle giovani democrazie anticolonialiste abbia una “posta” rivoluzionaria. Per quanto ci riguarda, non abbiamo difficoltà a rispondere affermativamente. Regimi i quali lavorano a demolire le vecchie impalcature politiche e gli antiquati modi di produzione precapitalistici, introducendo il lavoro associato e il moderno proletariato industriale, quei regimi lavorano rivoluzionariamente.

La differenza che corre tra le nostre valutazioni dell’anticolonialismo e quelle dei nostri avversari e nemici consiste in questo: per la stampa russo-comunista – che confonde la democrazia rivoluzionaria afro-asiatica col socialismo o non si sa che preludi ad esso – le rivoluzioni anticoloniali sono un punto di arrivo. Lo stesso criterio guida gli anticolonialisti di marca americana. Per noi la rivoluzione anticoloniale è un punto di partenza, o meglio la fase storica attraverso cui debbono necessariamente passare i popoli coloniali ed ex coloniali per arrivare al socialismo. Ciò non significa che ci nascondiamo che la rivoluzione proletaria, quando arriverà, si troverà di fronte gli attuali Stati nazionali che pure oggi sono indispensabili per il passaggio dal feudalesimo asiatico al moderno industrialismo capitalista.

Indipendenza nazionale e rivoluzione democratica

Più fondata nella realtà, che non la negazione della natura rivoluzionaria degli Stati ex coloniali, è la obiezione fatta alla indipendenza di essi. Possono considerarsi “indipendenti” Stati che lampantemente dipendono dalla finanza e dalla tecnica straniera?

A nostro avviso, la questione dell’indipendenza economica di uno Stato non è legata necessariamente alla questione del contenuto sociale e della funzione storica dello Stato. Non è provato che uno Stato economicamente non indipendente sia nella impossibilità di svolgere una funzione rivoluzionaria. L’industrializzazione degli enormi spazi sociali dei grandi Stati asiatici è un fatto rivoluzionario, nonostante sia resa possibile dagli investimenti di capitale effettuati da Stati di avanzato capitalismo, come è il caso della Cina e dell’India, le quali si giovano rispettivamente dei capitali ceduti dalla Russia e dagli organismi finanziari internazionali.

Ma, a ben guardare, l’indipendenza economica non è, nella realtà del mercato mondiale, un concetto di volgare metafisica politica? Quale organismo produttivo, non solo dei Paesi afro-asiatici, ma della stessa sfera capitalista, può considerarsi indipendente dal resto del mondo? Certo è che proprio i Paesi di sviluppato industrialismo sono soggetti più che gli altri alle oscillazioni del mercato mondiale. Basti pensare alle conseguenze che ha provocato nell’economia europea la chiusura del Canale di Suez. L’interruzione del flusso del petrolio mediorientale ha dimostrato appunto che un cataclisma del mercato mondiale può produrre maggiori rovine nei Paesi altamente industrializzati che non in altri, che, per deficienza di sviluppo storico, vivono ai margini delle grandi correnti del traffico commerciale mondiale. Da tale punto di vista, la evolutissima Inghilterra è meno dipendente che l’arretratissimo Afghanistan.

La rivoluzione borghese ha dimostrato, e basta rileggere il Manifesto dei Comunisti per convincersene, che con l’avvento del mercato mondiale è tramontata per sempre l’epoca degli organismi produttivi indipendenti. Se mai è esistita un’epoca storica, nella quale l’indipendenza economica ha avuto un senso, quella fu il feudalesimo, nel quale la produzione della vita sociale si svolgeva in “isole chiuse”. Di fronte al feudalesimo, la rivoluzione borghese rappresenta non già l’affermazione del principio dell’indipendenza economica, ma la sua negazione, svolgendosi essa nel senso della soppressione dei sistemi produttivi parcellari, non comunicanti, isolati gli uni dagli altri.

Ora quale tendenza si nota nel movimento anticolonialista? Appunto quella della cancellazione delle antiquate economie di villaggio semifeudali. Non altro significato, per fare un esempio, ha il gigantesco piano di costruzioni ferroviarie intraprese dal governo cinese, le quali, allorché saranno terminate, serviranno a collegare i remoti territori dell’Asia Centrale alla evoluta fascia costiera, lo stesso che dire al mercato mondiale. In tal modo, il villaggio semifeudale cinese cesserà davvero di essere indipendente.

Il marxismo può restare indifferente davanti ad avvenimenti del genere? Certamente no. Essi sono avvenimenti rivoluzionari. Insieme con la ferrovia, penetrano nel Turkestan cinese o nella giungla indocinese o nel selvaggio Assam la industria, sia pure capitalista, e con essa il proletariato moderno.

L’indipendenza politica, espressione corrente del linguaggio politico, è un concetto approssimato e convenzionale. Con essa si intende significare null’altro che la macchina statale non è ingranata in un vasto meccanismo supernazionale – come era il caso del vicereame delle Indie, subordinato alla Corona britannica – ma trae origine dalla compagine sociale delimitata dalle frontiere politiche dello Stato. Il passaggio dall’una all’altra condizione si accompagna, nei Paesi afro-asiatici, a una profonda rivoluzione.

Naturalmente, il principio generale ammette eccezioni, quali sono rappresentate da certi Stati arabi, dove, ad onta dell’indipendenza politica, si perpetuano forme addirittura schiaviste, come avviene nell’Arabia Saudita.

Indipendenza politica, per i grandi Stati ex coloniali, ha significato Stato nazionale. E questo è l’obiettivo storico della rivoluzione borghese: lo Stato nazionale. Senza Stato nazionale borghese, la “quantità” feudale non può trasformarsi in “qualità” borghese-capitalista.

Struttura economica e sociale della Russia d’oggi Pt.27

Parte II – Sviluppo dei rapporti di produzione dopo la rivoluzione bolscevica

114. Alla terza tappa

La terza tappa dell’elenco che abbiamo premesso va dal 1926 al 1929, e segue la prima della guerra civile-comunismo di guerra (dal 1917 al 1920), e la seconda della ricostituzione economica e della NEP (dal 1921 al 1925). Tale terza tappa viene indicata come quella della “industrializzazione” e prelude alla quarta della cosiddetta “collettivizzazione dell’agricoltura”. Nella terza tappa viene condotta nelle campagne la lotta contro i kulak, detta “soppressione dei kulak come classe”, e viene preparata la politica economica dei piani quinquennali. A tutto ciò si darà il nome ufficiale di “edificazione della società socialista”.

Abbiamo spiegato come accettiamo tali designazioni per il loro contenuto cronologico, e per fissare le idee circa la successione storica, ma anche come di tutte esse, e delle loro gravi inesattezze, e perfino inversioni teoriche, dobbiamo dare la radicale critica.

Nel periodo che va fino alla morte di Lenin (anche questo è un dato storico e non ancora una spiegazione) i processi sociali sono chiamati coi loro rigorosi nomi marxisti. In questo periodo tuttavia, come abbiamo descritto ampiamente, non mancano le divergenze di interpretazione in seno al partito comunista. Nella terza tappa però esse prendono una tale profondità che il loro attento esame mostra il netto distaccarsi di una posizione marxista rivoluzionaria da una antimarxista che fa passi sempre più gravi verso la rinunzia al comunismo. Fin qui Trotzky ha ragione quando dice che la lotta delle tendenze esprimeva un’antitesi di classe che saliva dalla sottostruttura sociale, e spiega da par suo perché non si ebbe una lotta armata per il potere politico. «Il significato della lotta in corso si oscurava molto per il fatto che i dirigenti delle tre tendenze: la destra, il centro e la sinistra, appartenevano a un solo stato maggiore, quello del Cremlino, l’Ufficio Politico; gli spiriti superficiali credevano a rivalità personali, alla lotta per la “successione” di Lenin”».

In altra sua opera Trotzky parla perfino di una fase di “luna di miele” nella prima “troika” che successe alla morte di Lenin. Stalin, Trotzky e Zinoviev lavoravano in uno spirito amichevole e cordiale. E in pagine memorabili Trotzky disperde la spiegazione imbecille dell’inestinguibile odio tra lui e Stalin elevato a causa storica, o della ragione antisemitica nella persecuzione a lui, a Zinoviev, a Kamenev. Ancora domina la palude del politicantismo mondiale questa dottrina che al posto del determinismo marxista pone i fermenti dell’Odio, originato immutabile dal fondo delle generazioni e dei millenni.

Noi della sinistra italiana ricordiamo, e lo abbiamo fatto più volte, il significativo episodio del sorriso incredulo di vecchi esperti compagni bolscevichi, quando nel marzo del 1926, vivo ancora il ricordo della lotta dilacerante condotta dal 1924 contro Trotzky più da Zinoviev e Kamenev che dallo stesso Stalin, dicevamo loro che le “frazioni” Trotzky e Zinoviev erano una cosa sola, fatto storico già compiuto nel successivo Allargato del dicembre 1926. Più che di nostra sagace visione storica, si trattava del semplice fatto che, in un ambiente che già puzzava di sbirresche insidie, i pestati marxisti di sinistra italiani di tutti i congressi mondiali erano i soli a cui si potevano senza pericolo confidare segreti pericolosi: tale opinione fu perfino detta all’Allargato del febbraio-marzo, sotto forma di un confronto tra esponenti dell’opposizione internazionale, dal cittadino Stalin.

Trotzky, Zinoviev, Kamenev e noi meno illustri stavamo solidamente piantati dalla parte marxista della barricata, oltre la quale erano le postazioni di Stalin e del suo seguito. Abbiamo voluto spingere l’analisi sociale marxista fino ad affermare che anche Bucharin, Rykov, Tomski, checché ne sia della ridda sciocca dei nomi, erano sullo stesso terreno, potenzialmente. Coi nomi non si capisce nulla, e diventa un rompicapo il fatto che nella Terza tappa Bucharin viene come economista buttato a mare, con la “distruzione del kulak”, adottando contro la “destra” le proposte della “sinistra” – ed intanto, defenestrato Zinoviev dalla presidenza dell’Internazionale, vi sale Bucharin stesso, fino al 1929! E Trotzky viene, Bucharin pontefice, gettato fuori dall’Internazionale e dal Partito. Riunirà tutti, e noi ignoti e vivi, la morte e la storia.

Torniamo dunque dalla contesa delle “tendenze” ai rapporti di produzione, che parlano a noi marxisti facendo tacere il rimbombo dei più altisonanti nomi.

115. Industria e agricoltura

Lenin aveva bene stabilito che, dovendosi accettare il predominio nella campagna della piccola produzione mercantile, ed avendo con le misure della NEP lasciato libero sviluppo al commercio privato delle derrate, si lasciava per il fatto stesso inevitabilmente svolgere un’accumulazione di capitale nella campagna: questo era insito nella formula della salita al gradino successivo: capitalismo privato.

Tutto il problema riposava sullo “sfasamento” storico tra industria ed agricoltura. La moderna industria si presenta con la caratteristica della riunione di ingenti masse di strumenti di produzione (capitale) in una sola mano. È poi (dall’abbicì) fatto secondario che questa sia la mano di una persona fisica, o si passi a ditte collettive, a trust, e allo Stato. Ma questa è una forma di proprietà che deriva da mutata natura di forze di produzione. Le nuove forze di produzione destatesi nel campo dei manufatti (e dormienti ancora per lungo tempo nel campo dei generi alimentari e affini) sono: a) il lavoro in parallelo di aggregati di numerosi lavoratori manifatturieri; b) la divisione tecnica del lavoro, ossia l’allenamento, l’esperienza acquisita delle maestranze a saper operare nel nuovo dispositivo, la loro cultura tecnica; c) il possesso, che è per sua natura sociale, universale, e non privato o nazionale, delle scoperte scientifiche e della loro tecnologia di applicazione.

L’accumulazione del capitale nel meccanismo monetario è l’effetto e la manifestazione, non la causa sociale, di questa rivoluzione.

Nell’agricoltura russa (e in grado diverso e minore in tutti i paesi dall’avanzato sviluppo industriale) il capitale non è praticamente apparso nella campagna perché: a) il lavoratore opera entro il limite familiare e isolato dal suo simile sociale; b) tutti i contadini sanno fare tutti le stesse cose ed hanno la stessa limitata esperienza e cultura; c) la società umana non ha tratto in maniera sistematica una nuova tecnologia agraria, che sostituisca quella plurimillenaria, dal possesso di conquiste scientifiche.

Ora, dove il capitale non è mai apparso, è lontana l’apparizione del socialismo, modo di produzione superiore, basato su rapporti originali, non mercantili, non salariali.

Ora, l’esistenza nelle campagne di grossi possessi terrieri, non costituisce e non sostituisce in modo alcuno l’introduzione nella campagna di capitale. La rottura rivoluzionaria di queste unità di possesso non ha creato, né lo poteva, nessuna condizione paragonabile alle tre nell’industria manifatturiera: lavoro associato, capacità degli uomini a condurlo, rivoluzione tecnologica.

116. Lo sdoppiamento russo

In Russia prima della rivoluzione esistevano già le tre condizioni industriali ed una conseguente accumulazione capitalistica (ben mostrammo come alla partenza avesse già avuto forme di Stato). Si trattò di ricostituire il livello quantitativo del 1917, poi di andare oltre. Diciamo sempre: anche Kerensky lo avrebbe fatto, e sarebbe andato verso l’emulazione tra capitalismi.

Alcuni marxisti (Bucharin) si chiesero se mentre si faceva riaccumulare (in mano allo Stato operaio) il capitale industriale, e mentre anche Lenin aveva riscontrato necessario fare entrare in Russia capitale industriale con le concessioni (che tanto negli anni seguenti hanno ricordato con ostentato disprezzo gli stalinisti “giuratori di leninismo”; e non fu la partecipazione alla guerra 1939-45 una colossale “concessione” di forza umana al capitale mondiale?) non si sarebbe assistito all’ingresso del capitale nella campagna (e di quelle tre fisiche condizioni) con “passo di tartaruga”. E domandarono se si faceva più presto ad iniettare capitale di Stato (necessario nella visione di Bucharin in primo luogo per la guerra anticapitalista) nella campagna, o a lasciarvi spontaneamente germinare capitale privato.

È logico che con un tale processo si doveva consentire che – come in ogni comparsa storica di economia capitalistica – salissero i prezzi delle derrate agrarie, sebbene questo fosse in contrasto con l’esigenza della superindustrializzazione sostenuta dalla sinistra di Trotzky-Zinoviev contro il Centro, poi da questo abbracciata in base alla tipica “mutevolezza di consegne”, classica del più infame opportunismo.

Bucharin desiderava che la borghesia privata, dalla campagna, invadesse la città, come a certi passi mostrano credere sinistri e ultrasinistri? No certo, ma solo cercava la via meno lunga, in assenza della rivoluzione mondiale; e non era qui, in economia, il suo errore, ma purtroppo proprio nella valutazione politica internazionale.

Per una descrizione del quadro delle tendenze al 1927 rinviamo il lettore allo studio del compagno Vercesi (Prometeo, prima serie, n. 2) e al documento ivi riportato, con cui il C.C. staliniano caratterizzava i suoi oppositori gruppo per gruppo (pag. 91 e seguenti). La successione della manovra è nota: blocco totale con la destra contro la sinistra, poi rottura con la destra e formale adesione alle proposte della sinistra: industrializzazione, schiacciamento del kulak capitalista privato agrario. Furto di idee, con rapina.

Ci mostrerà la fase ulteriore come la soluzione del centro – il colcos – rappresenti la via più retriva rispetto allo scopo socialista della lotta: superare la limitatezza contadina, di cui si può dare questa equazione marxista: saldatura dell’istituto familiare all’unità di produzione, formula sotto- borghese.

117. Il conflitto coi kulak

La sostituzione inevitabile del sistema del commercio a quello della requisizione delle derrate, specie del grano, appare con una prima manifestazione di natura accumulatoria: l’accumulazione del grano stesso, ridivenuto fatalmente articolo di commercio. I nepman accumulano contante da una parte, grano dall’altra, comprando quello dei contadini poveri, che hanno avuto dalla rivoluzione poca terra, ma che non la possono coltivare in proprio perché non hanno denaro per un minimo di attrezzi e scorte (tragedia di tutte le riforme agrarie lottizzatrici). Lo Stato operaio ha dovuto assistere impotente al formarsi nella campagna di forme di affittanza e di salariato. Naturalmente “in diritto” non si forma la proprietà terriera, ma il fumoso “godimento uguale” dei populisti diviene un godimento disuguale: i piccoli contadini lasciano la loro terra alla gestione del capitalista rurale per un pugno di soldi o grano da consumare, e diventano poi suoi giornalieri.

Accusa di tutti a Bucharin: vuoi tollerare il kulak, lo vuoi assorbire pacificamente nel socialismo, vuoi spegnere la lotta di classe tra il kulak e i contadini poveri di capitale. Falso, sebbene anche da sinistra si sia detto questo, ammettendo che Stalin (scusate sempre i nomi!) abbia preso una strada che Bucharin aveva primo indicata, quando sostenne che era chiusa la lotta di classe tra contadini e Stato operaio, e classe proletaria urbana.

La tesi marxista di Bucharin era altra: nella campagna nel 1918 si è svolta una prima forma di lotta di classe, indicata da Lenin, la spogliazione dei feudali e grandi proprietari borghesi, col rovesciamento dei poteri periferici precedenti Ottobre. La nuova lotta di classe non deve ricalcare questa, ossia porre contro il kulak i contadini, ai fini di una spartizione, come già della terra, anche del capitale agrario, magari del grano e dei soldi (e questo avvenne, deprecatissimo da Trotzky e sinistri tutti, con Stalin e il colcos), ma deve far luogo alla vera, grande, moderna lotta di classe rurale, del salariato contro il capitalista imprenditore agrario, per la socializzazione del capitale agrario raggiungibile solo in una posteriore tappa (oggi 1956 si è lontani anche dalla statizzazione di esso!). Era lo stesso obiettivo dei sinistri ed ultrasinistri (Sapronov, Smirnov) che volevano giungere direttamente all’impresa di lavoro agrario in massa, all’agricoltura industriale gestita dallo Stato operaio, il che in teoria era la direttiva di Lenin, ma difettava nello studio della reale evoluzione della campagna russa.

Il famoso svolto a sinistra di Stalin, con la consegna di annientare il kulak, condusse invece proprio all’esasperazione dell’individualismo rurale, e in senso opposto a quello di uno slancio al socialismo nella campagna.

Il XV Congresso del partito nel dicembre 1927, che condannò l’opposizione di sinistra espellendo Trotzky e Zinoviev, ma non espulse affatto Bucharin, secondo il Corso staliniano decise «di sviluppare l’offensiva contro i kulak e prendere una serie di provvedimenti che limitino il capitalismo nelle campagne e orientino le aziende contadine verso il socialismo». Nello stesso tempo si decideva di elaborare il primo piano quinquennale. Tuttavia secondo il solito ignobile testo «i kulak sapevano di avere difensori ed intercessori in Trotzky, Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Rykov ed altri …».

Quindi i kulak «rifiutavano di vendere allo Stato sovietico le forti eccedenze di grano che avevano accumulate; ricorrevano al terrore […] incendiavano i colcos [?] e i depositi pubblici di grano».

«Il partito e il governo presero una serie di provvedimenti eccezionali, confiscando il grano occultato o rifiutato. D’altra parte si accordarono ai contadini poveri alcuni vantaggi, in virtù dei quali essi potevano disporre del 25 per cento del grano confiscato ai kulak […]. I contadini medi e poveri si unirono alla lotta decisiva contro i kulak …».

A questo punto Stalin scopre che il gruppo Bucharin incita i kulak a resistere e che denuncia la «degradazione dell’agricoltura». Nel 1928 Stalin incolpa la destra come altrettanto esiziale quanto la sinistra; nel 1929, aprile, alla XVI conferenza, che approva il primo piano quinquennale «respingendo la variante minima dei capitolardi di destra» denunzia questa come “antimarxista”. In questa mostruosa costruzione, dettata dallo stalinismo agli “storici”, i veri disfacitori della rivoluzione bolscevica montano pezzo su pezzo un edificio, che nessuno avrebbe creduto tanto friabile, in cui accusano gli oppositori di tradimento, e presentano se stessi, e la loro incredibile serie di contorsioni, come i salvatori del socialismo!

118. Il riferimento di Trotzky

La fase della lotta ai kulak non potrebbe essere meglio presentata che nelle parole di Trotzky, non per le sue indiscusse qualità personali anche di esatto storico, ma in quanto egli era tra coloro che, contro Bucharin e Stalin (del primo stadio della contesa), proponeva la politica della lotta al kulak.

«La popolazione apprese con stupore da un editoriale della Pravda del 15 febbraio 1928 che le campagne non avevano affatto l’aspetto, sotto cui le autorità le avevano fino a quel momento dipinte, ma rassomigliavano molto al quadro che ne aveva tracciato l’opposizione (di sinistra) espulsa dal congresso. La stampa, che il giorno prima negava letteralmente l’esistenza del kulak, oggi lo scopriva, su indicazione venuta dall’alto, non solo nei paesi, ma anche nel partito».

«Per alimentare le città, bisognava prendere urgentemente dal kulak il pane quotidiano. Non si poteva farlo che con la forza. L’espropriazione delle riserve di cereali, e non solo presso il kulak, ma anche presso il contadino medio fu nel linguaggio ufficiale qualificata “misura straordinaria”. Ma le campagne non credettero alle buone parole, e avevano ragione. La requisizione forzata del grano toglieva ai contadini ricchi qualsiasi voglia di estendere le superici a semina. Il giornaliero e il coltivatore povero si trovarono senza lavoro. L’agricoltura era ancora una volta nell’impasse».

«Stalin e Molotov, continuando ad attribuire il primo posto alle colture particellari (come avevano fatto in polemica con la sinistra) cominciarono a sottolineare la necessità di allargare rapidamente le aziende agricole dello Stato (Sovcos) e le aziende collettive dei contadini (Colcos). Ma, siccome la penuria gravissima di viveri non permetteva di rinunciare alle spedizioni militari nelle campagne, il programma di sviluppo delle colture particellari si trovò sospeso nel vuoto […]. Le misure straordinarie provvisorie, adottate per prelevare il grano, diedero origine, inopinatamente, ad un programma di “liquidazione del kulak come classe”. Le istruzioni contraddittorie, ben più abbondanti delle razioni di pane, misero in evidenza l’assenza di un qualsiasi programma agrario non per cinque anni, ma per cinque mesi».

Qui l’esposizione di Trotzky circa la materia agraria ci porta sulla soglia della quarta tappa, quella detta della “collettivizzazione”. Da notare che Trotzky non è per la politica di tolleranza del capitalismo rurale, di cui accusa Bucharin, e nemmeno per quella di tutela dell’azienda particellare di cui accusa Stalin e Molotov. Tuttavia è inesorabile la sua critica alla soluzione che il governo adottò e sostenne nelle campagne, che è quella cooperativa, ossia la formula del colcos.

Bisogna quindi tornare su questa istituzione, di cui ci siamo molte volte occupati con intento critico e che abbiamo trattata alle riunioni di Napoli e di Genova. Abbiamo pubblicato un riassunto della presente più ampia trattazione dopo la riunione di Genova, nei due numeri 15 e 16 del 1955. Nel secondo al punto 23 si tratta, a proposito della costituzione del 1936, anche dello statuto del colcos e dei caratteri di questo tipo nuovo di conduzione agraria.

119. La tappa di “collettivizzazione”

Trotzky rifiuta la tesi borghese che questo svolto sia stato “frutto della sola violenza”, pure descrivendo i disastri cui condusse la “direzione” da parte dell’amministrazione staliniana. Egli ammette che l’apparizione di questa nuova forma, che noi chiameremo particellare – collettiva, sia stata determinata dalla struttura produttiva e da condizioni indipendenti dalla volontà e capacità di governi: la ripresa della produzione era una questione di vita e di morte per i contadini, per l’agricoltura, per l’industria delle città e per tutta la società, egli dice.

Trotzky fa la storia dei gravi errori dell’amministrazione centrale; mentre questa faceva in quel modo mostruoso la storia dei tradimenti dei suoi critici. Ad anni di distanza preme fare la storia delle forme produttive che di fatto ebbero a succedersi. La sedicente collettivizzazione fu uno svolto imposto dalla necessità, ma il suo decorso all’inizio causò la rovina, che Trotzky descrive, prima di una certa sistemazione che come ci è noto ancora oggi non ha portato la produzione delle campagne ad un livello soddisfacente, e nemmeno decisamente più alto del punto di partenza, di prima della rivoluzione.

Infatti negli anni della “collettivizzazione” si inserisce una paurosa caduta della produzione cerealicola, ed un vero sterminio della consistenza zootecnica, che costituisce negli anni 1932-33 la ben nota “fame di Stalin”, carestia le cui vittime umane si indicano nella polemica trotzkista in cifre da quattro a dieci milioni di morti, a parte il diffondersi di epidemie e di malattie croniche nella popolazione russa.

I dati, che la statistica ufficiale non poté occultare, furono questi. Dicemmo che nel periodo della rivoluzione e guerra civile il raccolto cadde a soli 503 milioni di quintali di cereali, rispetto a 800 dell’anteguerra (1913). Durante la NEP si poté risalire, e così durante la terza tappa (di industrializzazione) che preparava tra le lotte interne nel partito la guerra ai kulak, lanciata in pieno nel 1929. Nel 1930 si era a 835 milioni di quintali; nei due anni seguenti (sostituzione dei colcos alle aziende private minime e ai kulak) si cadde a soli 700 milioni! Meno del tempo dello zar, con maggiore popolazione. Nei primi due anni della collettivizzazione (parla sempre Trotzky) la produzione dello zucchero (era già questo un monopolio prima della rivoluzione) cadde a meno della metà. Ma la devastazione si ebbe nel bestiame, tra il 1929 e il 1934. Il numero dei cavalli cadde al 45 per cento, quello dei bovini al 60, degli ovini al 34, dei suini al 45. Vedremo che ancora oggi questa crisi spaventosa non è stata del tutto risalita.

Secondo Trotzky questo scempio di forze produttive si deve ai grossi errori della direzione centrale, ma resta salva la superiorità della forma colcosiana sulla forma particellare libera, e su quella caldeggiata da Bucharin della libera industria agraria privata.

Non sarebbe, egli ritiene, altrimenti spiegabile che il solo potere straripante di un’organizzazione amministrativa di incompetenti (egli ce l’ha con la famigerata burocrazia) determinasse questa progressione: nei primi dieci anni dal 1918 solo l’uno per cento delle famiglie contadine era entrato nelle cooperative. Nel 1929 passarono dall’l,7 al 3,9; nel 1930 al 23,6; nel 1931 al 52,7; e nel 1932 al 61,5. Oggi sappiamo che si dichiarano inesistenti o quasi le aziende libere.

Ma se tutto il gioco fu tra tradizionali aziende libere minime, e aggruppamenti “colcosiani”, quali famiglie e quali contadini formavano la massa ridotta alle dipendenze dei kulak, da cui la collettivizzazione l’avrebbe liberate?

Indubbiamente deve pensarsi che lo smuovere il contadiname minuto fino al passaggio alla forma cooperativa (definita collettivizzazione) avvenne, in una data misura (la cui aliquota fu elevata dopo la NEP se tanta parte del grano era finita in mano ai kulak da dover fare una specie di guerra sociale per togliergliela), per effetto di un’espansione del tipo 3 di Lenin: il capitalismo privato agrario.

Bucharin voleva da questo salire ad un capitalismo di Stato. A che si salì, con la forma colcos, trovata vantaggiosa da Stalin (che la quota follemente al grado 5, socialismo), ed in principio considerata anche da Trotzky superiore al tempo stesso alla minuta coltura e all’impresa agraria privata?

Prima di dirlo ricordiamo da che, secondo Trotzky, dipese il disastroso iniziale bilancio della nuova forma.

I contadini, esasperati dalle voci di confisca statale del bestiame, si dettero a macellarlo per farne carne e cuoio. Si spogliavano – da una relazione al Comitato Centrale di Andreev, stalinista – «alla vigilia di entrare nei colcos, per brutale spirito di lucro, dei loro attrezzi, del bestiame, perfino delle sementi». A 25 milioni di aziende contadine isolate ed egoistiche, che ancora ieri costituivano i soli motori dell’agricoltura – deboli come la rozza del mugico, ma pur sempre motori – la burocrazia tentò di sostituire con un solo gesto il comando di duecentomila consigli di amministrazione dei colcos, sprovvisti di mezzi tecnici, di conoscenze agronomiche, e di appoggio tra i rurali stessi». La frase di Trotzky è possente: ma poteva la burocrazia, con quei dati sociali, non esistere, o essere diametralmente diversa?

120. Travolgente afflusso ai colcos

Noi vediamo la forza che attirò nei colcos il contadino non in un superamento del suo egoismo (cosa assurda a chiedere sia a decreti statali che al senso del pericolo sociale generale – forse solo in parte all’agitazione di pericoli nazionali – e che invece dal “processo Bucharin” di trasformazione in puro bracciante si poteva aspettare) ma in un rapporto dialettico che si stabilisce tra il contadiname e ogni ceto piccolo-borghese, e lo Stato centrale potente. Il parcellare ne ha orrore fin quando lo Stato gli chiede tasse, ma ne è fortemente attratto quando si profili, con esempi concreti, l’offerta di contributi amministrativi, di arraffamento di “soldi del governo”.

Il contadino già spogliato dai kulak e ridotto a quasi totale pauperismo fu attratto dalla certezza che nel colcos, oltre a pagargli il lavoro nei campi collettivi almeno quanto glielo pagava il kulak, gli avrebbero regalato un campicello e le bestie e gli attrezzi e le sementi. Si affrettò a vendersi tutto prima di aderire (giusta Stalin, come riportano il Breve Corso e lo stesso Trotzky) non più a gruppi isolati, ma a villaggi, gruppi di villaggi, talvolta circondari interi.

Il determinismo genera nel produttore particellare una psicologia imitativa, logica conseguenza dell’istinto di conservazione. I rurali, stritolati da secoli dai feudali e da anni dai kulak, si gettarono nei colcos come le greggi, dopo che i primi capi erano passati. In quanto erano uomini e non pecore, e in quanto la rivoluzione aveva allargato per logica corsa di eventi il campo del mercantile scambio e dell’ambiente monetario, vendettero prima di entrare (o mangiarono) qualche pecora a quattro zampe che loro restava. Coi soldi potevano forse sperare di avere un angoletto migliore da qualche amministratore dei colcos. Non hanno altri ideali i ceti piccolo-borghesi, e Trotzky ci permetterà di dire che queste brutte cose non sono state inventate dal nefasto Giuseppe Stalin; come egli stesso con tanto altro materiale ci insegna.

Ma che cosa dunque hanno questi accoglienti colcos a che fare col collettivismo e il socialismo? Bucharin sapeva quanto Marx e noi quale evoluzione prospetta l’intrapresa capitalista rurale. Il colcos, quale evoluzione prospetta? Si trova il socialismo sulla sua strada?

Lo dedurremo dallo statuto dei colcos, pure attingendo dalla grande mente di Trotzky ancora una pennellata del quadro di disordine e di improvvisazione disgustosa: «Lo Statuto stesso dei colcos, che tentava di legare l’interesse individuale del contadino all’interesse collettivo, fu pubblicato solo dopo che le campagne erano state crudelmente devastate».

121. Struttura del colcos

Il colcosiano riveste una doppia figura, ed il colcos è un’istituzione economica complessa. La terra a disposizione, che resta in teoria proprietà statale, si divide in due parti. Una più vasta forma la tenuta unitaria dell’azienda colcos, e dispone di un capitale di esercizio proprio, all’inizio non già formato da apporti dei piccoli capitali-scorte del contadino, ma dall’espropriazione di contadini ricchi o da intervento dello Stato. Inoltre il capitale macchine è dato dalle stazioni statali di motorizzazione, di diretta proprietà dello Stato, che all’inizio le offre gratuitamente insieme anche alla mano d’opera che le conduce e ai combustibili; in seguito, quando i colcos diverranno pieni di quattrini malgrado la fessaggine degli amministratori ed agronomi, ne riscuoterà un congruo affitto.

Tutte queste prestazioni e anticipazioni di capitale, in una economia manifatturiera salariale, sono palesemente parte del prelievo sociale-statale di plusvalore fatto a carico del proletariato industriale, e sono in relazione al basso tenore di vita nelle città, in cui nel periodo di collettivizzazione della campagna si dovette tornare al razionamento dei viveri, e in cui oggi ancora gli operai di fabbrica vivono fra dure angustie.

Avuta la terra e il capitale, e pagata allo Stato una certa rendita sotto forma di imposte, per la terra, e un certo interesse per il largito capitale di gestione, il colcos prende la forza lavoro dai suoi membri, i colcosiani, e gliela paga. Se il colcos prendesse tutto il tempo di lavoro dei suoi associati, allora si passerebbe alla forma sovcos, o dell’azienda di Stato, i lavoratori sarebbero dei salariati, e l’azienda economicamente sarebbe un parallelo di una qualunque officina statizzata. Avrebbe un bilancio attivo, cellula nel bilancio statale scritto (Trotzky direbbe) in unità moneta, e non avrebbe bisogno di pagare imposte fondiarie o di tal tipo.

Nel sovcos è tutta la terra posseduta (pare si stiano imbastardendo con orti individuali-familiari anche i sovcos, dal XX congresso in poi) gestita in modo unitario, ed in esso il lavoratore, come nelle fabbriche, è un puro nullatenente, e in rapporto all’equivoca formula del “godimento” (si veda il citato nostro sunto del n. 16, 1955) un nullagodente. Sola condizione sociale da cui si possa partire per la morte della limitatezza, la vita del socialismo, e per lasciare cadere tutte le altre scorie e scorze schiavistiche del capitalismo di Stato, industriale o agricolo: la forma aziendale, salariale, mercantile.

Nel colcos, dunque, l’altra parte di terra che non è diretta unitariamente per ricavarne alla fine prodotti che sono di proprietà del colcos stesso come azienda, è suddivisa in piccoli lotti ognuno dei quali tocca ad una famiglia colcosiana.

Qui ricompare in tutto la gestione familiare minuta, ed in sostanza la piccola proprietà contadina, salvo la non alienabilità della stessa.

Giusta la costituzione del 1936 e giusto lo statuto-tipo dell’artel, ossia del colcos, sono questi i diritti della famiglia rurale, affiliatasi al colcos, e sia pure spontaneamente. La spontaneità è del tutto “deterministicamente” spiegata. Si tratta di andare a spartirsi la pelle del proletariato rivoluzionario dell’industria. Si tratta della miserabile risorsa di cui tutte le infelici e imbelli classi medie del mondo moderno si sono ridotte a vivere: la elemosina dello Stato capitalista nelle strette di emergenza.

Giuridicamente la terra, anche del colcos, è proprietà statale, in godimento gratuito e perpetuo al colcos stesso.

Sono poi proprietà sociale (ossia, a dire della costituzione, socialista) del colcos, l’azienda con le sue scorte vive e morte, come pure gli immobili sociali (fabbricati rurali). Dunque la proprietà spacciata per “colcosiana-socialista” ha per oggetto un capitale aziendale, e si estende, come in ogni forma capitalista classica nel senso di Marx, ai “prodotti forniti dal colcos”. Se lo Stato li vuole, li deve comprare. Se li vogliono i colcosiani, li devono comprare. Il colcos è un capitalista collettivo, ma un capitalista, in cui il capitale appartiene ai lavoratori e impiegati. Quando vi è un premio, un profitto di azienda, o viene investito a migliorare le colture ed impianti, o se lo dividono i cooperatori. Questo “ideale” stravecchio va dagli scritti ingenui di Mazzini alle colossali corbellature della plutocrazia moderna d’America.

Quello che il colcos ha di originale e di gran lunga più reazionario, è il secondo suo aspetto, quello parcellare, familiare.

Ogni famiglia appartenente a un colcos “ha in godimento personale” un piccolo appezzamento di terreno attinente alla casa, ed ha in proprietà personale l’impresa ausiliaria impiantata su tale appezzamento, la casa di abitazione, il bestiame produttivo, animali da cortile, ed un piccolo inventario agricolo.

122. Le categorie economiche

La discussione sul colcos come forma economico-sociale ha due aspetti: uno qualitativo, uno quantitativo. Nel primo aspetto si tratta di vedere se, giusta la teoria marxista del capitale e della terra, si abbiano rapporti propri del modo di produzione socialista, o di quello borghese, o di modi ancora di questo più antichi, anche se presenti negli Stati a diritto borghese.

Diamo la precedenza alla questione qualitativa. Circa la quantitativa, accenniamo che un argomento a posteriori è il risultato produttivo che la campagna russa ha raggiunto col tipo colcosiano; problema che ormai i dati storici mostrano risolto in senso negativo. Lo Stato capitalista russo mettendo alla frusta i lavoratori dell’industria ha investito un capitale colossale nelle campagne: la resa di un tale capitale è stata inferiore a quella che avrebbe ottenuto un’economia agraria di impresa privata (Valle Padana, California, e tanti altri paesi borghesi). Se questo fosse socialismo, che fine farebbe la nostra tesi marxista dell’impotenza del sistema capitalistico ad esaltare l’economia agraria?

Dinanzi a questo fallimento gigante, poca cosa costituisce ciò che una pletorica amministrazione pubblica consuma poltrendo, e gratta rubando qua e là, fatto di ordinaria amministrazione nel mondo moderno e in tutte le forme storiche meritatamente giunte alla fase di decomposizione.

La categoria economica in cui classifichiamo il colcos unitario è dunque di ditta capitalistica, cui appartiene il capitale investito, costante e variabile, che compra la forza lavoro salariata, ha la totale disposizione delle merci prodotte, le esita sul mercato realizzando un utile monetario quando il suo bilancio sia attivo.L’attivo non spetta ad un gruppo di privati, ma nemmeno allo Stato: esso spetta, qualitativamente parlando sempre, agli stessi soci cooperatori, ai colcosiani. Ditta dunque capitalista privata, e cooperativa.

Se il bilancio è passivo e il profitto sparisce, provvede lo Stato – ossia la classe dei lavoratori industriali, cui si riducono dal centro i salari – e in un certo senso provvedono anche i colcosiani stessi, con una delle loro anime, quella di salariati. Infatti, per ogni lavoratore colcosiano si tiene registro delle giornate ed ore prestate nell’anno, e, con una unità chiamata trudoden che l’amministrazione calcola alla fine dell’esercizio gli si corrisponde il salario annuale, ossia un salario base, più la vera e propria quota profitto, esplicita od implicita che sia.

Ma se come lavoratore a tempo il colcosiano corre questi rischi, trova una riserva ignota al salariato dello Stato, o all’eventuale cooperatore di un’industria organizzata in cooperativa (non ve ne è esempio sistematico in Russia). Questa riserva sta nella sua seconda figura, nella sua seconda anima, nella sua azienda agraria minima personale, il cui prodotto è libero di consumare o di vendere, per provvedere ai suoi bisogni.

In questa seconda figura il lavoratore particellare differisce ben poco, come abbiamo sempre enunciato, dal contadino piccolo coltivatore di ogni altro paese. Egli anche giuridicamente è un proprietario, almeno della casa, che è una frazione di possesso terriero, immobiliare. Del suo appezzamento “attinente” alla casa (in verità è la casa rurale che attiene alla terra) egli è definito goditore, e non proprietario. Ma in realtà godimento economico e proprietà coincidono, in quanto solo l’espulsione dal colcos potrebbe spezzare il rapporto con la casa e la parcella di terra – cosa certo più rara che in occidente l’esproprio fallimentare o la vendita per fame.

Questo godimento ha infatti l’essenziale caratteristica della proprietà terriera: esso è familiare in quanto è trasmissibile per successione ereditaria. Che cosa è dunque la proprietà se non un godimento che si trasmette per successione familiare, e va di padre in figlio, un godimento non “vitalizio” ma “familiare-perpetuo”?

Come è piccolo proprietario rurale, e il capitale di cui è “proprietario” – qui la parola è anche nella costituzione e nello “statuto” – è dato dalla vacca, dal maiale, dai polli, dagli attrezzi, concimi, sementi, ecc. In quanto capitalista è dispositore dei prodotti alla fine del ciclo, che in parte consuma vendendoli a se stesso, in parte vende sul mercato generale per ricostituire la sua piccola scorta capitale necessaria per la nuova serie stagionale.

In terzo luogo il nostro microproprietario e microcapitalista è un lavoratore manuale, ed è un salariato, il cui salario non appare pagato tra due parti solo in quanto queste coincidono. La dottrina marxistra della terra ha fatto il bilancio di questo salario, dimostrando che in regime borghese esso tende a stare al di sotto di quello degli operai dipendenti da impresa, al che il contadino rimedia consumando pochissimo e dando senza limite estenuanti ore di lavoro.

123. Prospettiva agraria russa

Il piccolo contadino in paese capitalista sopporta il peso di tutta la società in quanto la sua economia reale è più sfavorevole di quella dell’operaio nullatenente e privo di ogni riserva.

Il colcosiano pareggia qualitativamente e come schieramento in categorie sociali il piccolo proprietario coltivatore dell’ovest, ma ne differisce per rapporti che sono a tutto suo vantaggio.

Il suo bilancio familiare si integra di trudoden di vari membri della famiglia rurale, e del prodotto della coltura familiare in cui tutto il tempo di lavoro anche di vecchi e bambini viene utilizzato. Questo bilancio, non essendovi le perdite per debiti, contese di diritto, ipoteche, ecc. è per definizione attivo.

Analogamente a quanto disse Marx che la società moderna vive a spese del proletario, mentre il proletario romano viveva a spese della società, si può dire che il moderno capitalismo statale russo vive egualmente a spese del proletariato di fabbrica, ma fa vivere a sue spese il contadino colcosiano, nella grande media sociale. Il colcosiano russo, in questa magnifica invenzione che è costituita dalla vantata “collettivizzazione agraria” vive a spese della società, e per converso tiene allo stesso livello della piccola cultura tradizionale il potenziale sociale della produzione di derrate.

Che con lui vivano a spese della società i manutengoli del sistema, ossia i mestieranti dell’amministrazione e della politica, non è un fatto originale né nuovo e nemmeno ponderalmente decisivo, perché è un fatto proprio di tutte le società economiche della storia e del mondo.

Ad esso si sottraggono solo le giovani forme rivoluzionarie.

Ciò prova che nella campagna russa non vive la rivoluzione socialista, non solo, ma nemmeno vi è riuscita ad allignare la rivoluzione capitalista, che nelle città e nelle industrie ha proceduto a passi da giganti.

Questo divario è di tutte le rivoluzioni borghesi, in cui il capitale si impadronisce di tutto il potere. Ma in Russia esso non è riuscito a soggiogare e battere, nemmeno politicamente, le forme della piccola produzione, e si è inchiodato, malgrado le colossali opere di industria, ad una forma incancrenita della temuta e scongiurata da Lenin limitatezza contadina.