अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1958/13

Farsa sanguigna della nemesi storica

Ancora una volta nella storia imbelle del XX secolo, che i futuri annoteranno come uno dei più stolti dell’umanità, vediamo trattare la storia con la S grande con i criteri che dettano le sentenzine del giudice conciliatore o le penitenze del confessore di villaggio.

Questo secolo sarebbe stato percorso da una serie di ondate morali e giustiziali che avrebbero cancellato gli attentati di delinquenti ed assassini della politica. Il risultato di queste crociate rivendicatrici e riscattatrici per mezzo secolo è che sempre più ci sentiamo in una società di uomini lupi all’uomo.

La bolsa filosofia, ormai sbandierata da tutti i partiti, della incolume dignità della persona individua, fa sì che ci muoviamo in un brulicame di individui che non vedono limite al soggettivo cinismo e allo sfogo della loro sopraffazione sul vicino.

Come marxisti segniamo la nostra non solo separazione ma illimitata diametrale lontananza dalla stolta incanata per le esecuzioni di Nagy e degli altri capi della rivolta antisovietica  ungherese, che con la testa hanno pagata la loro sconfitta contro una forza superiore, mentre le forze del crociatismo morale stavano a guardare nella infinita loro ipocrisia, e a loro volta tradivano un salvacondotto che sotto forma della ideologia filistea del «mondo libero» avevano illusoriamente rilasciato.

Come Marx rispondiamo a questi che piangono quando la lotta politica passa su un cadavere – mentre mille esempi antichi e nuovi mostrano che per salvare il loro potere e interesse sono ben pronti a cadaverizzare – che la storia ha proceduto, e soprattutto avanzato, per la via maestra di sacrificare gli individui, moltitudini di individui.

Essa lo ha fatto, e noi consideriamo la questione, senza il soppesamento del processo personale mortale, religioso e legale che sia, pubblico o meno.

Per un marxista si tratta di schierare socialmente la potenza dello Stato russo e quella della ungherese rivolta senza speranza, che fu come solo poteva essere dopo i decenni di degenerazione opportunista e di impestamento piccolo-borghese delle ultime risorse rivoluzionarie dei lavoratori; fu come poteva essere, senza probabilità di successo e senza dignità di programma.

Lo Stato di Mosca esprime oggi e da decenni una potenza che opera alla conservazione del sistema capitalistico e non una potenza della rivoluzione comunista. Se fosse un problema di diritto, ma non è, gli andrebbe negato quello di reprimere controrivoluzioni. Ma non si tratta di amministrare diritto, bensì di dare definizioni storiche. Lo Stato di Mosca non ha ucciso per salvare il comunismo di domani, di cui è uno speciale e fiero nemico; ma neppure il processo alle intenzioni che scartano anche il conciliatore e il curato, si tratta di fare. Ha ucciso perchè la sua inerzia storica, che non è da tempo proletaria e rivoluzionaria, ma mammonistica e potenzialistica, ve lo ha condotto.

I ribelli ungheresi non rappresentavano un riscatto dal tradimento del Cremlino, ma una esasperazione della sua degenerazione storica e politica, in una forma popolare democratica e di pluripartitistico borghese scimmiottamento.

Non facciamo il solito identismo impotente; le due forze in urto non erano la stessa cosa e la vicenda non fu di effetto indifferente, perchè nessuna vicenda di lotta di moltitudini lo è; sarebbe seguire la fallacia  di quelli che negano il moto dei popoli di colore o arretrati.

Ma, come dicemmo allora, in Ungheria non vi è un proletariato arretrato, e vi fu, vittorioso per poco, un magnifico partito comunista, glorioso in dottrina quanto in organizzazione e sui fronti della guerra sociale.

Le malefatte dei russi non giustificano il fare ritornare un simile proletariato alle smancerie del ’48 e ai circoli Petofi.

Ma chi misurerà mai la impudente sfrontatezza nostrana  di coloro che applaudono alle impiccagioni degli insorti che agivano nel circolo Petofi , mentre cantano l’inno di Mameli, e alzarono, facendo arrossire quella stessa faccia, a simbolo schedaiolo la faccia di Garibaldi? Perchè storicamente Garibaldi, Petofi, Mameli e il ’48 furono altissimi; questa gente di oggi odora di sterco.

La crisi della “svizzera del medio oriente”

Al momento in cui scriviamo, la situazione «strategica» della guerra civile libanese è la seguente: tutta la valle di Ras Baalbek è tenuta sotto controllo dagli insorti: le montagne del Chouf, più a sud, sono occupate dalle formazioni irregolari druse: sulla costa la situazione non è meno difficile per il governo: a Tripoli i rivoluzionari tengono le colline che dominano il porto; a Beirut, la capitale, ad onta della rabbiosa reazione delle forze a disposizione del corrotto regime di Chamoun e Sami El Shol, la rivolta è trincerata saldamente nel quartiere musulmano di Basta.

Secondo dichiarazioni dei capi della rivolta, i tre quarti del territorio del piccolo Stato sono, a sei settimane dall’inizio della guerra civile, nelle mani degli insorti. E’ chiaro di certo che il governo non riesce a domare la rivolta, se essa si accampa fino a poca distanza dalle sedi governative, e se per poco, nei giorni scorsi, non è saltata in aria la stessa residenza di Chamoun. Altrettanto chiaro è che, se le forze del regime sono riuscite finora a sopravvivere, ciò è dipeso in massima parte dalle armi fornite urgentemente dai padroni americani. Da quando la VI Flotta USA incrocia al largo delle coste libanesi – per impressionare qualche migliaio di insorti – gli strateghi del Pentagono hanno scomodato ben 80 navi da guerra, compresa la mastodontica portaerei «Saratoga» – la situazione potrebbe capovolgersi da un momento all’altro. Il minacciato sbarco americano, o angloamericano, è nell’aria. Gli USA aggrediranno il popolo libanese che si è ribellato al manutengolo dell’imperialismo nel Levante?

I politici americani sono al colmo della collera. Il Dipartimento di Stato non sa rassegnarsi all’idea che la «Svizzera del Medio Oriente» – così la stampa ipocrita di lorsignori denomina il regime sfacciatamente filo–occidentale e filo–americano di Chamoun – smetta la commedia dei neutralismo. La facciata del neutralismo serve a coprire egregiamente tutti gli intrallazzi della borsa internazionale, le piraterie del cartello petrolifero, gli intrighi antiarabi che hanno il loro centro a Beirut. Foster Dulles sa che la sconfitta del regime filoccidentale e antinasseriano segnerebbe il crollo di un’importante posizione americana nel Medio Oriente. A ricordarglielo è venuta la dichiarazione resa il giorno 25 da Saeb Salam, uno dei capi della rivolta. Asserragliato nel quartiere di Basta, dove era andato a scovarlo un corrispondente dell’«Associated Press », il capo insorto dichiarava: «Personalmente non nascondo le mie simpatie per il movimento di Nasser, e così credo la pensino anche gli altri capi dell’opposizione. Ma il nostro obiettivo è solo lo sganciamento del Libano dagli impegni militari con l’Occidente e il ripristino di una politica di neutralità».

Già una politica di « sganciamento » dall’Occidente sarebbe un colpo durissimo per gli Stati Uniti. Le assicurazioni dei capi insorti di voler conservare l’esistenza indipendente dello Stato libanese, cioè di restare fuori della federazione egizio–siriana non bastano di certo a consolare gli imperialisti di Washington. A Foster Dulles preme che il partito nazionalista e la «Falange cristiana» che sostengono il putrefatto regime di Chamoun pervengano a schiacciare la rivolta. Ma da soli, è evidente, gli sgherri governativi non ce la fanno. Perciò Foster Dulles e il puzzolente partito dell’internazionale atlantica che lo acclama, sono in cerca affannosa dell’appiglio legale che giustifichi l’aggressione. Da ciò la vasta manovra tendente a spingere l’ONU a decidere l’invio di una polizia internazionale nel Libano, come già per la fascia di Gaza all’epoca del conflitto israelo–egiziano. Ma la faccenda sin dall’inizio si è presentata abbastanza spinosa per gli atlantici.

E’ chiaro che l’unilaterale decisione americana di un intervento armato in Libano potrebbe appiccare il fuoco di un conflitto dei tipo Corea. Da molti mesi ormai le opposte coalizioni del Patto di Bagdad e dell’alleanza siro–egiziana, che recentemente si sono trasformate addirittura in organismi federali, conducono un’aspra lotta diplomatica e politica. E’ noto che la recente crisi giordana, conclusasi poi con il sopravvento del partito di Corte, minacciò di degenerare in conflitto generale, risolvendosi a favore di Hussein meno per le rodomontate della VI Flotta che per la debolezza dell’opposizione. D’altra parte, una convocazione dell’Assemblea dell’ONU per deliberare sulla richiesta del governo libanese di un corpo di polizia internazionale non è detto che riuscirebbe utile alla politica americana. Molto per tempo gli Stati afro–asiatici hanno fatto conoscere la loro netta opposizione ad un intervento dell’ONU nel Libano,

Invano il governo di Sami El Shol sostiene che nel Libano è incorso un’aggressione straniera, non una guerra civile, e accusa la Repubblica Araba Unita di inviare in territorio libanese armi e guerriglieri. L’ONU, nei giorni scorsi, ha dislocato sul luogo dei combattimenti la solita «troupe» di osservatori, tra i quali, forse per volgere le cose al comico, nientemeno che esponenti della repubblica italiana. I distinti signori si sono assunti il compito di vagliare la tesi di Chamoun e Sami El Shol. Lo stesso segretario generale dell’ONU si é scomodato a fare un viaggio in varie capitali del Medio Oriente per rendersi conto «de visu» della situazione. Quasi che bisognasse andare laggiú per comprendere che cosa stia succedendo!…

E’ innegabile che il governo del Cairo appoggia potentemente i ribelli libanesi, ma l’afflusso di armi siriane pare non sia stato provato dai governanti di Beirut. Tenuto conto che la «Svizzera del Medio Oriente», come le Svizzere di tutto il mondo, è un attivissimo centro del commercio e contrabbando delle armi (la stampa di questi giorni offre addirittura un listino completo delle armi delle varie marche su quel fornito mercato), si capisce che a voler indagare sulla provenienza del materiale si rischia di fare il processo a mezzo mondo. Ma, a parte ogni ipocrisia, l’intervento diretto o indiretto, aperto o camuffato del Cairo è, secondo noi, un fatto positivo.

Tutto ciò che tende a sommergere le isole separatiste che si oppongono alla unificazione araba e alla fondazione di un grande Stato unitario di lingua araba, è una forza autentica di progresso storico, il frazionamento arabo non giova che alla conservazione di arretrati rapporti di produzione e di interessi reazionari. Bene fanno, pertanto, i dirigenti Siro–egiziani ad appoggiare la rivolta anti–occidentale nel Libano e a lavorare per la rovina delle forze che sostengono i vili lacchè dell’imperialismo e i proni ammiratori del «modo di vita» occidentale.

In effetti, la guerra civile libanese è una nuova battaglia che si combatte all’interno del mondo arabo tra i nazionalisti pan–arabisti e le monarchie assolutiste e conservatrici (alle quali si attruppa degnamente la repubblica affaristica di Chamoun). Queste ultime sono vendute alle compagnie petrolifere anglo–americane e per meschini interessi di casta o di dinastie o di cricche affaristiche ostacolano ferocemente l’unificazione araba. Gli americani si oppongono al panarabismo perché un grande Stato arabo unificato metterebbe in discussione i loro diritti sui petrolio, sugli oleodotti, sulle agenzie bancarie. Perciò offrono armi a chiunque si schieri contro il nazionalismo arabo, e pretendono di fare ciò per «salvare il Medio Oriente dall’aggressione comunista».

Che svolta avrà la lotta in corso? Le ultime notizie sono dure per il Dipartimento di Stato e il partito atlantico. Pare, infatti, che il segretario dell’ONU non sia rimasto convinto della tesi dell’aggressione siriana sbandierata dal governo di Sami El Shol e che a provarla ci siano finora solo le affermazioni di costui. Intanto gli scontri si riaccendono con rinnovata asprezza. In tali contingenze sarebbe azzardato fare delle previsioni. Di certo v’è che, se crolla il regime di Chamoun, la causa dell’unificazione araba farà un passo enorme, le potenze arabe del Patto di Bagdad vedranno accrescere l’opposizione interna filo–nasseriana e gli USA incasseranno un formidabile scacco. Proprio in questi giorni è caduta nelle Celebes l’ultima roccaforte dei ribelli indonesiani. Così la guerra civile indonesiana, nella quale gli USA avevano cercato di intromettersi, pare avviarsi alla conclusione, cioè quella sfavorevole per gli USA. Confidiamo che l’imperialismo americano – come qualunque altro in qualsiasi diverso settore – riceva nel Libano la seconda sconfitta dell’anno.

Satelliti piovono

Il quinto satellite della serie artificiale, terzo degli americani e secondo dal nome Explorer, lanciato il 26 marzo, è caduto disintegrandosi il 27 luglio, seguendo la sorte degli Sputnik I e II; e mentre non sono ben chiare le notizie sull’Explorer I e sul Vanguard.

Fin dalla sua nascita il morticino di oggi destò molti dubbi e noi li illustrammo in una nota del n. 7 del 10-24 aprile 1958. Dissero subito che la sua orbita molto allungata passava troppo vicino alla Terra, annunziando l’altezza minima prima di 200 e poi di 179 km, e pronosticando una settimana sola di vita. Ma altro scienziato parlò di sei mesi! Avendo però data l’altezza massima di 2.781 km e il tempo di rivoluzione di 115 minuti, noi mostrammo che se ne deduceva una forte altezza minima, ben 329 km, tuttavia minore di ogni altro satellite. Mostrammo i nostri dubbi e, dato che allora i russi annunziarono prossima la caduta dello Sputnik II, prevedemmo una magra di satelliti artificiali.

Oggi la stampa americana parla per gli ultimi giri di 2.735 km di altezza massima e soli 198 di minima, senza fornire tempi che consentano verifiche. Ma il solito ingegnere von Braun avrebbe data un’altezza minima poco diversa, e una massima di 2.100, vantando tuttavia le importanti segnalazioni che il satellitino avrebbe fornito, prima di sparire, in tre mesi, durata insperata da lui. Come si vede i fabbricatori di satelliti sanno ben poco sulla sorte che li attende e i loro sono calcoli del senno di poi.

Fin dal nostro primo commento (il tema è stato trattato nei nn. 20, 21, 22 e 23 del 1957 e 4, 6, 7, 10 del 1958) definimmo tali corpi come corpi terrestri e non celesti, sia nel senso dell’antica filosofia naturale scolastica sia in quello della filosofia dopo Galileo che negò il dogma della immutabilità dei cieli. Gli stalinisti ammetteranno che secondo il materialismo dialettico la quantità diventa qualità. Si tratta di stabilire quale sia il passaggio tra un proiettile terrestre e uno stabile satellite, e noi dopo poche ore dal primo annunzio azzardammo che per essere a moto permanente (se non perpetuo) il satellite da lanciare doveva stare ad un raggio almeno dalla Terra, circa 6.000 km, tentando umilmente la trasformazione della quantità in qualità.

Oggi che vediamo i satelliti umani non avere moto costante, ma accelerare in una inesorabile caduta a spirale, e venire giù uno dopo l’altro, manteniamo la nostra modesta distinzione di principio tra essi e la luna vera.

Con essa non riproponiamo certo quella tra opera di Dio e dell’Uomo.

Quando il pensiero borghese, nella cui scia ideologica è ricaduta la Russia di oggi, ruppe con le vecchie idee, la stessa prima mongolfiera gli fece cantare che non restava altra scoperta che la vittoria sulla morte per andare a “libar con Giove in cielo“.

Oggi che i satelliti di sua maestà la scienza tecnica cadono uno sull’altro, è il caso di ricordare l’altro poeta borghese dell’ Inno a Satana, se pure di matematica digiuno, e di bocca buona in filosofia:

Meteore pallide, pianeti spenti
piovono gli angeli dai firmamenti
“.

Ed è il caso di ridere del tardo illuminismo che denunziammo nel bever grosso delle folle di questa epoca moderna e sconnessa. Le meteore che arrivano quaggiù, già per Galileo furono la prova che lassù vi è la stessa nostra materia e con le stesse leggi. La scienza dell’epoca borghese fu per questo grande al suo apparire; e sulle sue basi sorse il nostro materialismo sociale e rivoluzionario, che le strappò la boria del Progresso.

Oggi possiamo ben dire che questa scienza piega per sempre la sua orbita storica, cade dal liricamente minacciato cielo degli antichi dèi, e si disintegra sotto i nostri occhi.

Aspetti della rivoluzione africana (Pt. 2)

Nella prima puntata del numero scorso si sono illustrate due delle cause che determinarono la precedenza dell’Asia sull’Africa nel moto anticoloniale e anti-imperialistico: una tradizione di grande civiltà fondatrice di Stati e l’influenza della Rivoluzione russa. Veniamo alla terza.

3) La posizione geografica. È il fattore di più immediata comprensione. Ogni lotta, guerra o rivoluzione è legata alle condizioni del territorio.

I movimenti rivoluzionari asiatici dovevano giovarsi delle insuperabili difficoltà logistiche create agli imperi coloniali dalle eccessive distanze tra le metropoli e i possedimenti d’oltremare.

Le vie di comunicazione imperiali, che non erano state né lunghe né faticose per le potenze imperialistiche europee finché esse riuscirono a conservare l’egemonia navale conquistata sin dai primordi del colonialismo, lo divennero improvvisamente nel corso della 2a guerra, quando lo sviluppo esplosivo della aviazione ridusse praticamente a zero il potere offensivo delle flotte navali non appoggiate dall’arma aerea. In sostanza, divenivano idonee a dominare gli oceani le potenze capaci di trasformare le vecchie flotte navali combinando la nave e l’aereo, trasformazione tecnica però condizionata all’esistenza di una superiorità industriale e finanziaria ormai sfuggita di mano alle vecchie potenze colonialiste europee.

La rivoluzione vince a due condizioni: che il campo rivoluzionario sia deciso a lottare; che il campo della reazione sia impotente ad opporvisi. Queste condizioni si verificavano nella rivoluzione anticoloniale asiatica. I colonialisti non riuscirono ad essere fisicamente presenti nel teatro della rivolta, almeno nella misura atta a fronteggiare gli avvenimenti. D’altra parte la nuova potenza marittima egemone – gli Stati Uniti – era impotente a ereditare il vecchio colonialismo. È facile immaginare le conseguenze di una brutale sostituzione dell’occupazione americana ai declinanti governatorati coloniali. Essa avrebbe provocato la violenta reazione delle potenze europee e spezzato i legami che le uniscono all’imperialismo americano. Anziché esporsi a un pericoloso isolamento, il governo americano fu costretto a seguire una politica di non-intervento, salvo a tentare la conquista economica dei nuovi Stati.

La civile Africa Nera

Anche l’Africa ha dietro di sé una tradizione storica di grande importanza. Il colonialismo bianco non si sovrappose conquistandolo ad un mondo di tenebre e di barbarie come pretendono i più volgari strumenti del razzismo bianco. L’Africa veramente semiselvaggia si riduce a poche razze di nomadi della grande foresta equatoriale o del deserto del Kalahari. E anche verso questi popoli (pigmei, boscimani, ottentotti) l’oppressione colonialista ha agito, non diciamo come fattore di ritardo nello sviluppo dei popoli soggiogati, ma come forza cieca e distruttrice che ha sospinto indietro l’evoluzione, sia pure lenta, degli autoctoni.

A seconda della resistenza incontrata, il colonialismo bianco, codesto “dispensatore di civiltà” o ha bloccato la marcia dei popoli caduti sotto il suo giogo o ne ha addirittura invertito la direzione, reimbarbarendo popoli già civili e inselvatichendo gruppi razziali che stavano uscendo dalle fasi più basse della barbarie.

Ciò vale soprattutto per l’Africa. In un articolo che pretende di essere solo una introduzione allo studio dell’evoluzione politica dell’Africa, non si può trattare diffusamente l’argomento delle civiltà che fiorirono in Africa nel periodo precoloniale. Cercheremo di dire le cose alla svelta, ripromettendoci di ritornarvi sopra in seguito.

Quello che i difensori del colonialismo bianco non intendono ammettere è che gli africani – non solo gli abitanti semitici dell’Africa “bianca”, ma anche le razze melano-africane che compongono l’Africa nera propriamente detta – non hanno da conquistare la civiltà. I negri, ancor prima che gli avvoltoi colonialisti calassero sulle coste del Golfo di Guinea, avevano già dato vita ad alte forme di civiltà. Certo non si trattava di organizzazioni sociali, di Stati, di manifestazioni di sviluppo culturale comparabili per restare ai paesi caduti sotto il colonialismo, alla Persia Safavide, all’india del Gran Mogol, alla Cina del Sung e dei Ming.

Se si considera che le antiche società africane non hanno tramandato che rari monumenti architettonici d’importanza, si deve concludere che la civiltà africana si quota – almeno in questo campo – al di sotto delle civiltà americane precolombiane – gli Aztechi, gli Incas, i Maya – che hanno lasciato grandiosi esempi di costruzioni di pietra. Ma è certo che l’Africa nera, cioè quella parte del continente meno esposta alle influenze delle civiltà europea e asiatica, è pur sempre capace, fondandosi sulle sue risorse, di uscire dalle tenebre della barbarie. Non ci si può certo accusare di opporre al razzismo bianco un contro-razzismo afro-asiatico, se sosteniamo energicamente queste verità.

L’Africa, non meno degli altri continenti, ha partecipato, attraverso i secoli, all’evoluzione sociale della specie umana. Se lo Stato è un necessario quanto sinistro ponte di passaggio dalla barbarie alla civiltà, bisogna dire che gli africani conoscevano l’arte di governarsi, cioè erano civili ancor prima che negrieri e missionari scendessero a “cristianizzare” la boscaglia tropicale. Fiorenti imperi, organizzati secondo lo schema della gerarchia feudale, sorsero nel Sudan occidentale, sulle coste del Golfo di Guinea, nell’Africa congolese, nella Rhodesia. Basti per ora solo nominarli: l’impero di Ghana, il più importante e famoso di tutti, fondato nel secolo IV; l’impero mandingo del Mali, apparso all’inizio del secolo XIII; l’impero terrestre e navale di Gao. Più suggestivo di tutti, per il mistero che ancora ne avvolge le origini, è il favoloso regno di Monomotapa, sorto sulle coste dell’attuale Rhodesia, nell’Africa australe, di cui sono rimaste rovine di grandiose costruzioni in pietra che mancano negli altri regni africani.

Queste formazioni statali che tenevano sotto la propria giurisdizione vastissimi territori e popoli diversi e intrattenevano relazioni commerciali e diplomatiche con l’Africa araba e il Mediterraneo, testimoniano dell’alto livello raggiunto dalla tecnica produttiva africana.

I popoli di razza negra percorsero, prima d’essere gettati nella galera del colonialismo, tutte le “tappe” della civiltà anteriori a quella – introdotta dal capitalismo: la coltivazione della terra, l’allevamento del bestiame, l’industria e il commercio. Il fondamento economico della civiltà euro-americana moderna è l’industrialismo. Se i popoli africani, come i popoli asiatici, si arrestarono alle soglie della fase manifatturiera e macchinistica dell’industria — vantato monopolio della razza bianca – ciò non va spiegato con una pretesa inferiorità intellettuale della razza negra. È innegabile che la civiltà africana si è sviluppata con un ritmo relativamente lento.
I popoli guineani possono aver dato prova di avanzate conoscenze tecnologiche, portando a ragguardevole perfezionamento la metallurgia del bronzo. Gli antichi abitatori del Sahara e dell’Africa australe possono aver fornito mirabili testimonianze del loro senso artistico, lasciando all’ammirazione dei posteri capolavori di pittura rupestre. Gli Stati negri possono aver dimostrato le capacità organizzative e amministrative dei popoli melano-africani. Ma dall’esame della civiltà africana emerge chiaramente che essa procede con lentezza.

Ciò si spiega con cause di ordine geofisico oltre che storico. Ovviamente, la civiltà è un processo che si svolge in stretta dipendenza con l’allargarsi indefinito della sfera delle relazioni sociali tra gli uomini. La civiltà ha un ritmo veloce o lento, a seconda che esistano o no condizioni di agevoli e frequenti rapporti tra le nazioni e le collettività. E quale forma di comunicazione è più facile e redditizia che la navigazione marittima? Ebbene, in Europa e in Asia esistevano le condizioni naturali per il progresso della navigazione e la conseguente intensificazione del traffico intercontinentale. Ineluttabilmente dietro le merci si diffondevano le tecniche produttive, cioè la cultura. Come calcolare quello che il vasto consorzio civile euro-asiatico avrebbe generato, nel campo della produzione materiale e della dottrina, se felici condizioni geo-fisiche avessero permesso l’incessante scambio di esperienze in tutti i campi tra i popoli che per millenni abitarono i due continenti?

La Spagna, l’Italia. l’Ellade, l’Asia Minore. il Sinai, la penisola arabica, il vasto subcontinente indiano, la penisola di Malacca, sezionando le grandi vie di comunicazione in una serie di piccole tappe facilmente superabili, dovevano permettere che si abbreviasse di molto la prodigiosa evoluzione dalla piroga alla grande nave da carico e da guerra, dallo stato selvaggio alla civiltà. A rendere ancora più facili le comunicazioni contribuiva la immensa collana di isole e di arcipelaghi che, dalle Baleari, si snoda fino all’arcipelago nipponico, passando per la Sardegna, Malta, Creta, Ceylon, le tremila isole della Sonda.

I prodotti del lavoro mentale, come possono solo essere la somma del lavoro sociale della collettività, così non possono raggiungere la massima perfezione se sono impediti di varcare l’angusto confine del clan, della tribù, della nazione, della razza. Orbene, le condizioni del mondo fisico hanno permesso che Europa e Asia fossero come i grandi collettori delle correnti vivificatrici dell’attività di innumeri agglomerati sociali. Per gli altri continenti, l’Africa — e soprattutto le Americhe, assediate da due oceani invarcabili — tali condizioni mancarono in gran parte. Ecco perché la civiltà euro-asiatica ha marciato più in fretta. Le grandi religioni, che erano concezioni complete della natura e della società, i monumentali sistemi filosofici, le scienze, i capolavori della letteratura e dell’arte che conferiscono il primato di civiltà alla Europa e all’Asia, sono i segni esteriori di un’evoluzione sociale millenaria che ebbe la sua origine in un rapporto deterministico tra ambiente fisico e aggregati umani. Le razze hanno progredito socialmente, raggiungendo livelli diversi, non perché soggette a leggi biologiche differenziate, ma perché in un diverso rapporto con le condizioni della natura fisica.

Poiché siamo convinti di ciò, siamo nemici radicali del razzismo che considera le differenze di sviluppo sociale tra le razze in assoluto, cioè indipendentemente dalle condizioni naturali entro le quali esse si sono socialmente sviluppate. Il relativo livellamento delle condizioni naturali, che ormai si può ottenere impiegando le grandi risorse della tecnica moderna, cancellerà definitivamente le differenze sociali tra le razze del mondo. Ma ciò non si ottiene senza l’impiego della forza rivoluzionaria. L’isolamento geografico dell’Africa è stato da tempo superato dal progresso della navigazione oceanica e, in epoca recentissima, da quella aerea.

Ma l’Africa resta un continente arretrato. Gli impedimenti posti dalla natura allo sviluppo della sua civiltà sono tecnicamente, e da molto tempo, aboliti, ma essa non è ancora in grado di mettersi al passo con l’Europa e l’America come sta facendo l’Asia. Ciò significa che le cause naturali hanno ceduto a quelle storiche. L’ostacolo che occorre far saltare è lo stesso che, qualche secolo fa, spezzò l’ordinamento civile dei popoli africani: il colonialismo capitalista.

I grandi regni africani dell’epoca precoloniale, affacciandosi al mare, non avevano di fronte a sé che l’immenso oceano aperto, mentre erano ostacolati nelle comunicazioni terrestri dalle due gigantesche barriere del deserto del Sahara e della grande foresta equatoriale. Continuiamo — è ovvio — a riferirci all’Africa originaria abitata da popoli di razza negra, non all’Africa abitata da razze bianche (berberi, arabi, ecc.) che per molti aspetti appartiene alla civiltà euroasiatica. Il Sahara non è stato in tutti i tempi l’immensa distesa di aride sabbie che è oggi (ma pare stiano ridiventando “fertili” per i petrolieri). Nell’antichità era rivestito di grandi foreste, e nel Medioevo era ancora facilmente percorribile perché meno arido e spopolato. È però risaputo che i trasporti terrestri, per di più attuati su piste carovaniere, non sono paragonabili per rendimento ai trasporti su rotte marittime. Del tutto impraticabile, invece, era la foresta equatoriale, in specie durante la stagione piovosa con conseguenti piene dei fiumi, straripamenti, allagamenti di intere regioni.

Queste condizioni naturali spiegano il lento progredire della civiltà negra dalla preistoria alla caduta degli Stati indipendenti del Sudan occidentale. Ma non spiegano la rottura delle grandi linee dell’evoluzione sociale africana. Fino all’invasione bianca, l’isolamento non aveva impedito il progredire sociale dei negri. Il progresso c’era; era lento, ma c’era. Poi l’evoluzione fece un pauroso salto all’indietro. Ciò avvenne quando la spietata oppressione colonialista vibrò distruttivi colpi di maglio alle civiltà autoctone, non sapendo sostituirle che coi metodi del lavoro forzato e le mille infamie della segregazione razziale.

Entra in scena l’imperialismo

Questo non significa che noi ci rappresentiamo in modo idilliaco le società pre-coloniali. Se non ci risparmiamo a descriverne i passati splendori, lo facciamo per provare la falsità delle teorie apologetiche dei servi dell’imperialismo, i quali amano contrapporre colonizzatori a colonizzati come civili a selvaggi. Per il resto, sappiamo bene che le società extra-europee, ancor prima d’essere invase e conquistate dal colonialismo capitalista, erano aggregati sociali nei quali vigeva già la divisione sociale. In Africa, vediamo che residui di comunismo primitivo, ravvisabili nell’economia agraria dei popoli negri (Uolof, Sere, Fulbe, Mande, ecc.), si accompagnano con forme di divisione sociale in cui si tramandano le sopravvivenze di caste privilegiate, di corporazioni di mestiere, di nazionalità dominanti, ecc. Quello che veramente interessa — soprattutto discutendo con certi marxisti che dubitano del carattere indipendente dei moti rivoluzionari afro-asiatici, da loro ridotti a semplici proiezioni delle rivalità fra i grandi imperialismi — è far comprendere come le società africane precoloniali contenessero in sé gli elementi propulsivi dell’evoluzione sociale.

Ma continuiamo nell’esame delle cause storiche dell’arretratezza africana. Due forme di rapina coloniale dovevano gettare l’Africa precoloniale in una paurosa involuzione: il commercio dell’oro e la tratta degli schiavi. Le conseguenze sociali di questi infami traffici dovevano paralizzare le civiltà africane, gettandole nel terrore. Lo stesso equilibrio tra popolazione e territorio ne doveva risultare sconvolto, perché interi villaggi erano svuotati dei loro abitanti, mentre i superstiti delle razzie fuggivano dai luoghi di residenza. Le strutture economiche e sociali erano minate alle fondamenta, mentre la libidine del guadagno travolgeva le stesse caste dominanti che si trasformavano in fornitrici di schiavi, consegnando i sudditi ai negrieri arabi che rivendevano i carichi umani agli incettatori bianchi, calati con le loro navi negriere dai porti atlantici del Portogallo, della Francia, dell’Inghilterra, Vecchia piaga dell’Africa, la tratta praticata dagli arabi nel Sudan orientale non aveva colpito a morte gli organismi sociali africani, pur infliggendo amare sofferenze. Ma, appena scoperta l’America e rilevata l’esigenza di manodopera per le piantagioni, la tratta fu rilanciata in grande stile dalla cristiana Europa, e porto la devastazione in Paesi che avevano dato vita a Stati universalmente famosi. Non meno funeste le conseguenze arrecate dalla caccia all’oro.

L’agonia della vecchia civiltà africana è durata fino al secolo scorso, quando l’ultimo colpo ai sopravvissuti Stati indigeni fu vibrato dall’imperialismo europeo. La resurrezione è cominciata sotto i nostri occhi, all’indomani del 2 conflitto mondiale. Ma non si tratta di una restaurazione. L’imperialismo, per i suoi fini di sfruttamento, è stato costretto a introdurre nelle rattrappite comunità africane il lavoro salariato. L’Africa nera è oggi un miscuglio di forme economiche disparato dove si confondono i residui del comunismo primitivo agrario (proprietà collettiva della terra), della proprietà patriarcale, della piccola proprietà, dell’azienda agraria capitalistica, dell’industria moderna legata soprattutto all’estrazione dei minerali. Questo ibrido economico e sociale (nel campo dell’ordinamento familiare denunziato dal curioso intrecciarsi di tradizioni matriarcali e patriarcali), proprio delle società pre-borghesi, ammette per ora un solo scioglimento: la rivoluzione nazional-democratica. Teoricamente, non è da escludere la possibilità della doppia rivoluzione antifeudale e antiborghese — attesa da Marx e Engels per la Germania nel 1848, e dall’Internazionale Comunista per la Russia e l’Asia nel 1920. Ma tale eventualità storica è condizionata all’attacco rivoluzionario del proletariato nelle metropoli di Europa e America.

L’Africa si libererà prima che l’incendio rivoluzionario si appicchi alle superbe metropoli colonialiste? O la storia, prima che perisca l’infamia della dominazione di classe, darà un altro esempio di doppia rivoluzione?

I popoli africani si sono messi animosamente all’opera. A pochi de cenni dalle ultime battaglie combattute per arginare la marea colonialista (fu il 2 settembre 1898 che a Omdurman si svolse l’ultima grande battaglia campale contro l’invasore colonialista britannico) l’Africa nera è di nuovo in movimento.

La lotta ha assunto forme nuove e tende a finalità nuove. Non più la conservazione delle antiche tradizioni africane, ma la fondazione dello Stato nazionale moderno è l’obiettivo della rivoluzione democratico-nazionale. Il proletariato che, giusto il Manifesto dei Comunisti, è dalla parte di chiunque lotti sul piano rivoluzionario contro l’ordine esistente, è schierato coi negri, gli arabi, i berberi, i malgasci, in lotta sanguinosa contro l’ultimo bastione del sozzo colonialismo.