Evoluzione politica dell’Africa nera Pt.1
A completamento della trattazione svolta nel lungo articolo “Le grandi epoche della storia africana”, facciamo seguire la presente rassegna dei movimenti politici che ora conducono la lotta contro il colonialismo nell’Africa nera e nel Madagascar. Tale lavoro torna a proposito dopo la farsa del referendum gollista che, nelle demagogiche presentazioni datene dal generale nel suo viaggio nei possedimenti francesi africani, dovrebbe segnare una svolta nei rapporti tra la metropoli e le colonie. Accettando la nuova Costituzione para-fascista, le colonie francesi si metteranno dunque sulla via della liberazione? Il capitalismo francese che ha sostenuto innumeri guerre coloniali, condotto repressioni tremende e seguito protervamente una politica di inganni verso i suoi sfruttati di colore, si è dunque ravveduto, e convertito a una politica pacifica?
La verità è che il capitalismo francese ha permesso agli africani di mettere bocca in una consultazione elettorale, provocata soprattutto dalle contraddizioni interne della metropoli, per la semplice ragione che era certo in anticipo di ottenere l’adesione dei notabili indigeni, dei capi tribù e degli ausiliari e ruffiani indigeni dell’amministrazione coloniale. Oltre alle influenze conquistatesi entro le caste privilegiate indigene mediante una astuta politica di corruzione e intimidazione, il colonialismo francese si è affidato, per mandare avanti la truffa del referendum, al ricatto con cui tradizionalmente paralizza l’azione dei movimenti politici africani, che pure sono per l’indipendenza. Quando De Gaulle, nelle sue “adunate oceaniche” di Tananarive, Brazzaville, Conakry e Dakar, ha lanciato in tono di sfida il suo “aut aut”: o adesione alla “comunità franco-africana” o “isolamento economico”, egli parlava come chi conosce il punto vulnerabile dello schieramento politico avversario. Come abbiamo detto nell’articolo citato, il grande ostacolo dei partiti africani, che pure sono appassionatamente legati al principio indipendentista, è rappresentato dalla paura di restare soli, dalla sfiducia nelle capacità del futuro Stato nazionale africano di marciare da solo senza l’intervento del capitale francese.
Nel suo viaggio pre-elettorale, De Gaulle si è scontrato nella freddezza e diffidenza degli ascoltatori, e a Dakar la folla ha addirittura inscenato una vivace dimostrazione anti-francese, inneggiando al Fronte di Liberazione algerino. Ma è un fatto che, fra tutti gli uomini politici africani, soltanto Sékou-Touré, presidente del “Consiglio di governo” della Guinea, ha preannunciato il voto negativo del suo popolo. “Preferiamo la povertà nella libertà alla ricchezza nella schiavitù” esclamava fieramente Sékou-Touré nel suo indirizzo di saluto a De Gaulle. Il combattivo politico africano appartiene all’ala sinistra del R.D.A. (Rassemblement Democratique Africain) di cui parleremo in seguito. Per ora basti sapere, per farsi un’idea delle contraddizioni che viziano il movimento indipendentista africano, che lo stesso presidente del R.D.A. Houphouët-Boigny è ministro nel gabinetto De Gaulle. Comunque, è già venuto l’annunzio che la Guinea ex-francese, coi suoi 2,26 milioni di abitanti su 275.000 kmq. e coi suoi giacimenti di ferro, stagno e diamanti, si è resa indipendente avendo risposto no al referendum gollista, e che la risposta francese è stata, subito: “vi taglieremo i viveri! Non vi daremo più quattrini!”
Promettendo ai popoli africani nuovi legami di tipo federale con la metropoli, De Gaulle sfruttava un’altra deficienza dei partiti nazionalisti, cioè la tendenza a concepire i nuovi rapporti con la Francia appunto su base federale. Ma si è affrettato subito a fissare i limiti dell’autonomia che il governo di Parigi intende accordare ai possedimenti d’oltremare. A che si riduce, in definitiva, la proposta “comunità” franco-africana? “Ciascuno avrà il governo libero e completo di sé stesso”, proclamava De Gaulle a Brazzaville il 24 agosto, ma subito dopo aggiungeva che nella comunità “si metterà in comune un campo che (…) comprenderà la difesa, l’azione esterna, politica, economica, la direzione della giustizia, dell’insegnamento e delle comunicazioni più lontane”. Chiunque capirà che l’espressione “mettere in comune” l’amministrazione di tali fondamentali dicasteri era un ipocrita eufemismo per non dire che la Francia si aggiudica il diritto di continuare a godere, indefinitamente, delle sue prerogative di privilegio e della sua posizione di Stato dominante. Che resta, infatti, di “autonomo” ai futuri governi “federati” dell’Africa nera?
I seguaci del federalismo che ancora detengono posizioni dominanti nei principali partiti nazionalisti africani, sono serviti. Ora sanno che sorta di “federazione” la Francia intende concedere. Nulla di più, in sostanza, di quanto già accordato con la famosa “legge- quadro”, varata nel febbraio 1956 dal governo Mollet. Essa si ispirava ai vecchi principii paternalistici con cui il colonialismo governa da tempo remoto le sue colonie; anzi, dava ad essi novo ossigeno. Infatti, mentre i nuovi organi di autogoverno indigeni previsti dalla legge-quadro non scalfivano i poteri del governatore, per l’occasione ribattezzato con un nuovo titolo ufficiale, offrivano ampio pascolo alle ambizioni degli esponenti politici africani asserviti alle autorità colonialiste.
Nel corso della presente rassegna riprendiamo l’esame di tutti i fatti e le questioni qui appena elencati. Per dare al lettore una chiara visione degli avvenimenti occorre disporre tutta la materia in ordine cronologico degli avvenimenti. Inoltre, pur senza perdere di vista il senso dell’evoluzione politica generale in atto nell’Africa francese, trattiamo gli avvenimenti territorio per territorio. Inizieremo dal Togo e dal Camerun, che rappresentano un caso particolare, avendo regime di territori affidati dall’ONU in amministrazione fiduciaria alla Francia. Passismo poi all’Africa Occidentale e all’Africa Equatoriale francese, e terminiamo occupandoci della lotta che si svolge nel Madagascar, territorio che etnicamente e storicamente non appartiene, come si sa, all’Africa nera.
Questi territori, insieme all’Algeria, alle isole Comore e Réunion, e alla Somalia francese, compongono l’immenso impero coloniale di Parigi in Africa. Si tratta di un’area immensa, vasta più di 10 milioni di kmq., cioè oltre un terzo del Continente e maggiore dell’intera Europa. La dominazione francese su questa enorme estensione, scarsamente popolata, riguarda una popolazione totale di oltre 42 milioni.
Prima di affrontare il primo argomento, cioè l’evoluzione politica del Togo (di cui è già stato annunziato che otterrà l’indipendenza nel 1960) e del Camerun, è opportuno qualche cenno molto sintetico sulle condizioni naturali ed economiche dei due territori.
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Il Togo è una sottile striscia di terra di forma rettangolare, con una superficie di 56.500 kmq., che si estende tra la repubblica di Ghana (ex Costa d’Oro) e il Dahomey, affacciandosi per un breve tratto sul Golfo di Guinea. Vi prevalgono la savana e il bosco rado, rappresentato da steppe associate a boscaglia. L’agricoltura indigena è notevolmente sviluppata, essendo basata sulla cultura intensiva e sulla concimazione razionale. Principali colture sono: mais, riso, manioca, sorgo e miglio, patate dolci. Ma la più importante è quella del cacao, introdotta dai coloni francesi e gestita in forme capitaliste. Ma, mentre nel Togo sotto amministrazione britannica, che attualmente fa parte di Ghana, il cacao acquista i caratteri della monocoltura, con tutti gli aspetti negativi ad essa inerenti, ciò non avviene nel Togo francese. Qualche cifra comparativa: Ghana, massimo produttore mondiale di cacao, nel 1955 produsse 2.237.000 quintali di semi, mentre nello stesso anno il Togo toccava la cifra di 54.000 quintali. Il Paese gode di un discreto sviluppo ferroviario, legato appunto alla produzione del cacao. La popolazione assommava nel 1956 a 1.095.000, di cui 1.300 di origine europea, in maggioranza francesi. La popolazione indigena è prevalentemente negra-sudanese, ripartita in numerose tribù. Nel Sud risiedono gli Ewe, che coltivano la terra e rappresentano il gruppo etnico più importante. Nel Nord vi sono tribù di Fulbe, che praticano la pastorizia nomade.
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Molto più grande del Togo, quanto a estensione e popolazione, è il Camerun (kmq 432.000; abitanti 3.146.000, di cui 14.100 europei, in maggioranza francesi). La densità è più bassa che nel Togo per l’inospitalità dei bassopiani insalubri, ma è superiore alla media del resto dell’Africa Equatoriale. Il Camerun è terra di paesaggio mutevole. Incastrata tra la Nigeria britannica e i territori dell’A.E.F., si affaccia sulla costa orientale del Golfo di Guinea. Il clima equatoriale caldo-umido diventa più secco a mano a mano che dalle pendici del massiccio vulcanico del Camerun, quasi interamente entro i confini britannici, si sale verso il lago Ciad; di conseguenza, la foresta equatoriale si dirada fino a cedere il posto alla foresta a galleria, alla savana e alla steppa.
Alla varietà delle condizioni naturali corrisponde una diversificazione delle attività economiche. L’allevamento del bestiame è limitato alla savana del Nord (circa un milione di bovini, e altrettanti ovini e caprini) ed è esercitato da negri sudanesi, tra i quali esistono gruppi di Fulbe. Non è il caso di soffermarsi sui criteri seguiti dalle potenze colonialiste, a cominciare dalla Conferenza di Berlino del 1895, per tracciare i confini dei possedimenti africani. Ma la condizione dei Fulbe, che abbiamo visto risiedere anche nel Togo, mostra come i colonialisti non si sono mai preoccupati di conservare l’unità etnica dei popoli oppressi, anzi hanno lavorato premeditatamente in senso opposto inventando assurdi mosaici di razze, per poter poi dichiarare che la “nazione africana” è una utopia. Ma proseguiamo.
Tutta la zona a foresta che occupa più del 40% dell’intera superficie è abitata da negri Bantu, tra i quali i più attivi ed evoluti sono i Duala, pescatori e commercianti. Prodotti dell’agricoltura indigena sono la manioca, il taro, l’igname, la patata, prodotti forestali e riso, sorgo e mais nelle aree a savana. Contrapposto alle strutture sociali indigene, che perpetuano antiche forme di patriarcalismo agricolo, è il settore economico-sociale europeo, che si fonda sulla piantagione capitalista. Introdotta dai tedeschi, le aziende agrarie capitalistiche passavano in eredità ai francesi, che in quarant’anni hanno portato avanti le colture industriali più redditizie, quali il cacao, che cresce felicemente nel clima caldo-umido delle regioni costiere, e del caffè che è più adatto agli altipiani interni. Anche la palma da olio è coltivata in grandi piantagioni, gestite da grosse società europee. Egualmente importanti sono altre piante oleifere, come l’arachide e il sesamo.
Non occorre dire che, mentre l’agricoltura indigena serve all’alimentazione popolare, le colture industriali in mano degli europei sono destinate interamente all’esportazione. Qualche cifra: cacao: 580.000 quintali di semi prodotti nel 1955 (il Camerun occupa il terzo posto come produttore africano di cacao dopo il Ghana e la Nigeria); caffé: 108.000 quintali; palma d’olio: 206.000 quintali di noci. Tra i prodotti forestali destinati all’esportazione, figurano legnami pregiati come mogano, ebano e iroko, un albero simile al teak.
Il Camerun dispone di un’ottima rete ferroviaria e stradale, sorta per soddisfare le esigenze del commercio di esportazione. Parte dei tronchi ferroviari furono costruiti dall’amministrazione tedesca, ma ne esistono anche di nuovi, come la linea Duala-Mbalmayo, che unisce la costa all’altopiano, nel Camerun meridionale. Molto importante è il fenomeno dell’urbanesimo. Gli indigeni tendono a sottrarsi all’autorità dei capi e a concentrarsi nelle città e nei porti, attratti dalle forme moderne di organizzazione sociale. E tale concentramento spiega le cause della evoluzione politica del Paese, che da qualche tempo ha assunto aspetti assai interessanti.
[RG-23] Riunione interfederale Parma 20-21 settembre
La teoria della funzione primaria del partito politico, sola custodia e salvezza della energia storica del proletariato
Come è pratica normale da tempo delle nostre convocazioni di partito, dal venerdì 19 convennero in Parma i compagni incaricati della preparazione della riunione e dei materiali e quadri che dovevano essere illustrati, in numero di oltre una decina, appartenenti alle varie organizzazioni locali italiane ed estere.
Tale lavoro proseguì nella mattinata del 20 mentre mano mano giungevano a Parma i compagni di tutte le altre località.
Ricevuti dal gruppo di Parma che aveva puntualmente predisposta l’organizzazione logistica e l’ottima ospitalità, convennero e furono sistemati nel modo più soddisfacente i partecipanti che avevano segnalato per iscritto al gruppo organizzatore il loro arrivo, e furono tutti attesi alla stazione, oltre a numerosi altri sia di fuori che di Parma e località vicine, sicché la riunione risultò una delle più affollate che si siano finora tenute: 7 compagni di Parma e provincia, 1 di Bologna, 4 di Forlì, 1 di Cervia, 1 di Ravenna, 1 di Rovigo, 2 di Piovene, 1 di Treviso, 1 di Palmanova in rappresentanza pure di Trieste, 1 di Bolzano, 16 di Milano e dintorni, 2 di Torino, 2 di Casale, 2 di Genova, 1 di Carrara, 6 di Firenze, 2 di Roma, 5 di Napoli e provincia, 1 di Cosenza, 1 di Messina, 2 di Gravina in rappresentanza della Puglia, 5 compagni francesi e 3 italiani residenti all’estero. Gli altri gruppi non presenti hanno tuttavia inviato il loro saluto alla riunione.
Nello stesso tempo che il grado di maturità e di totale affiatamento si rivela sempre più alto, è anche motivo di grande soddisfazione la presenza di numerosi elementi giovani che con fondata convinzione e con vivace entusiasmo si sono posti sulla linea del nostro partito.
A parte il lavoro svolto nelle ordinarie tre sedute, che furono intermezzate da altre di carattere organizzativo interno, una utilissima attività fu svolta sia dal centro esecutivo pei rapporti di organizzazione, sia dai compagni collaboratori all’esposizione che diffusero a singoli e a gruppi di convenuti tutte le utili spiegazioni sul vasto materiale predisposto.
Oltre ai normali versamenti al centro per quote e per giornali furono fatte durante la riunione due sottoscrizioni, per la nostra stampa in Italia e in Francia. Furono anche presi gli accordi opportuni per continuare la raccolta dei fondi in vista della pubblicazione dei materiali storici della sinistra comunista, e fu dato affidamento che presto potrà uscire almeno un primo volumetto che contemplerà un riassunto della storia del movimento socialista in Italia dal principio del secolo, in relazione alle vicende internazionali, fino alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione russa, al sorgere della III Internazionale e al costituirsi a Livorno del nostro partito.
Nella riunione fu fortemente sottolineata la necessità che il lavoro del partito, del giornale, e di queste riunioni, non debba essere affidato a pochissimi compagni, ma debba essere opera collettiva ed impersonale di tutta la organizzazione, perché, come già si era avvertito alla precedente riunione del giugno a Torino, la ristrettezza del numero dei collaboratori all’opera comune fa sì che la preparazione delle pubblicazioni, e anche delle riunioni, non sia così completa come sarebbe desiderabile, e come è nei piani che ne sono stati più volte tracciati.
Fu fatto rilevare che il carattere collettivo del lavoro è ben realizzato dai – non numerosi – ma attivi gruppi di Francia, che in perfetto accordo sono pervenuti a pubblicare a Marsiglia la bella rivista Programme Communiste, che quasi certamente nel prossimo numero uscirà a stampa, e che sarà curata da ben preparati compagni anche dopo che altri saranno chiamati in servizio militare, e tra tutte le difficoltà della situazione francese. Tutti i convenuti manifestarono vivissimo compiacimento a questi compagni, che hanno dato un ottimo esempio di come senza padreterni di sorta si possa egregiamente operare.
Si trattò anche del lavoro verso i compagni tedeschi e della intensa preparazione di testi nella loro lingua, che rispecchiano il nostro indirizzo; e della nostra situazione nel Belgio, prendendo alcune unanimi decisioni.
I convenuti si compiacquero anche vivamente dell’attenta e ordinatissima preparazione fatta dai compagni di Parma, e dell’avere avuto e disposizione una ottima sala per il perfetto svolgimento di tutto il lavoro, avendo a brevissima distanza l’organizzazione a condizioni convenienti dell’alloggio e dei pasti. Dopo opportuni accordi si ripartì come segue la serie delle sedute.
La prima si svolse nel pomeriggio del sabato, con una breve interruzione di riposo, e, dopo una brevissima premessa sulla raccomandazione della collaborazione più estesa, soprattutto dei giovani agli anziani della vecchia guardia, fu dedicata all’economia marxista e al suo completo richiamo, come parte integrante del lavoro di polemica contro le dottrine antimarxiste.
La seconda seduta, nella mattinata della domenica, ebbe per tema un collegamento generale tra i vari settori del nostro lavoro, ed un modo speciale con la riunione di Torino (che anche trattò nelle varie sedute temi al tempo stesso distinti e connessi tra loro) e con il resoconto di questa già pubblicato e seguito nei due ultimi numeri del giornale dai noti “corollari” sui testi marxisti, che ribadiscono le nostre posizioni contro tutti i revisionismi, anche quelli dissimulati sotto forme antirusse.
In questa seduta col concorso di molti compagni furono dati opportuni complementi relativi alla questione nazionale (Algeria) e allo studio sul capitalismo occidentale ed americano, anche nelle vicende di questi mesi ultimi.
Infine nella terza seduta del pomeriggio di domenica il relatore svolse una efficace sintesi delle nostre posizioni che si dipartono dalla critica di Torino ai revisionisti tra loro in contesa in Jugoslavia, Russia e Cina, e dalla lotta contro ogni revisionismo; per ribadire i termini del programma comunista nelle caratteristiche della società comunista e nella funzione degli organismi proletari, oggi su tutto il fronte infranti e dispersi, nel cammino tra capitalismo e comunismo, battendo i dilaganti errori di teoria e di metodo, e culminando in una vigorosa affermazione del compito primario del partito, unica più che prima espressione di tutto il corso storico della classe proletaria dalla sua apparizione nella società alla sua vittoria; nella rivendicazione senza riserva che il motore e lo strumento della rivoluzione anticapitalista in tutto il mondo è la dittatura del partito comunista.
Massima fu la soddisfazione e vivissimo l’entusiasmo tra cui la riunione venne chiusa, lentamente sciogliendosi, e massimo il consenso di tutte le nostre forze, quantitativamente modeste ma sempre meglio agguerrite, sulle nostre posizioni caratteristiche e di base, nell’impresa immane della guerra senza quartiere alla contemporanea gravissima incomprensione, nella certezza della finale vittoria dei nostri fondamentali ed immutabili principi rivoluzionari.
[RG-23] Prima Seduta: La scienza economica marxista
Il nostro studio che si riferisce alle riunioni di Cosenza, Ravenna e Piombino, e di cui è in corso di pubblicazione il resoconto diffuso, oltre alla descrizione dei fenomeni storici presentati dal capitalismo fino ad oggi, comprende la dimostrazione che la scienza economica del marxismo ortodosso ed originario ne resta confermata, e quindi la critica delle scuole economiche antimarxiste che nel lungo decorso sono andate pullulando. Perchè ben si intenda questa parte è indispensabile una chiara conoscenza dell’economia di Marx ed il superamento dei frequenti dubbi di interpretazione sollevati in materia anche nel campo proletario e anche da buoni militanti della nostra scuola.
Al fine di arrivare ad una presentazione unitaria delle teorie dell’economia di Marx fu pubblicata nella prima serie della nostra rivista Prometeo, numeri dal 5 del gennaio-febbraio 1947 al 14 del febbraio 1950, un lavoro dal titolo: Elementi dell’economia marxista, derivante da uno studio fatto nel 1928-29 da confinati a Ponza, e che si è limitato alla materia del I Libro del Capitale.
Di tale testo si è iniziata la pubblicazione in lingua francese nella rivista di Marsiglia, che e nota a vari compagni e gruppi in Italia.
Vi sono contenute le teorie quantitative che figurano nel I libro del Capitale, e con moderato impiego di formulette letterali ne è data la presentazione giusta l’algebra elementare.
La ripubblicazione di tale testo ha provocato il progetto di completarlo. Si tratta anzitutto di estenderlo al contenuto del II e del III Libro delCapitale utilizzando la molta materia del IV Libro sulla Storia delle Teorie economiche, ed ogni altro testo di Marx. Di più si è trovato necessario un riordinamento di tutta la terminologia delle grandezze usate da Marx, nella quale le varie traduzioni dal tedesco hanno arrecata non poca confusione, in modo che l’algoritmo simbolico non solo non collima con la matematica comune, ma neanche con un sistema originale e corrente adottato da Marx. Per dare un esempio in date edizioni italiane la quantità “plusvalore”, si indica con le due lettere pl che in algebra esprimerebbero il prodotto di due grandezze p ed l. Inoltre le stesse notazioni simboliche scelte da Marx per indicare uguaglianze, equivalenze, passaggio da una grandezza ad un’altra, omogenea o meno con la prima, sodo spesso fatte con segni non solo che mutano nel corso dell’opera, ma che, nel puro senso simbolico e per un lettore che non sia in partenza padrone di tutti i concetti, assumono nel linguaggio matematico convenzionale senso contraddittorio.
Si vuole quindi, senza assolutamente nulla mutare alla sostanza delle dottrine, senza introdurre innovazione alcuna, e soltanto lavorando ad eliminare interpretazioni arbitrarie e pretese scoperte di contraddizioni del testo e dell’autore, riscrivere tutto adottando una simbolica uniforme e non equivoca.
Il lavoro prenderà la forma: a) di un dizionarietto terminologico in tedesco, francese ed inglese; b) di un elenco di simboli. talvolta di nuova adozione, ma tali sempre da essere compatibili col testo originale di Marx e colla notazione matematica generale; c) di un formulario che faccia da appendice al riassunto già pubblicato dell’economia del Libro primo, sostituendo le formulette in questo contenute; d) dagli elaborati di applicazione di un simile metodo alle materie contenute nel secondo e nel terzo Libro del Capitale.
Tale lavoro viene distribuito tra diversi collaboratori alla parte linguistica, matematica e critica, nessuno però dei quali deve presentare al posto del sistema organico di teorie, unitario e continuo, idee proprie non contenute nel pensiero dell’autore, dopo ampia esegesi che soppesi i testi usciti in forma definitiva dalla sua penna, e quelli editi dopo la sua morte utilizzando il materiale da lui steso ma non elaborato in forma definitiva. Non può escludersi che convenga mutare in qualche parte l’ordine dei temi degli scritti postumi anche rispetto a quello studiato così profondamente ad opera di Engels, e sulla traccia di quanto lo stesso ha riferito in prefazioni e lettere disponibili.
Nella prima seduta della riunione a Parma fu dato un ampio saggio di tale lavoro, svolgendo tutte le formule che esprimono le dottrine fondamentali del Primo Libro, e invitando i presenti che si sono impegnati a contribuire al lavoro, a trascrivere termini (in varie lingue), simboli, segni, lettere e relazioni matematiche, e nel tempo stesso ricordando a tutto l’uditorio il contenuto anche sociale, storico e politico delle dottrine trattate.
Fatto tutto questo per la materia del Primo Libro, ossia per quella già sviluppata negli “elementi” pubblicati in italiano e francese, si esposero anche i primi capitoli del Secondo Libro, ove meglio si dimostra che la simbolica delle prime stesure di Marx, originale e potente, per essere resa comprensibile e “intercambiabile” con le altre parti e capitoli dell’opera, deve essere uniformata in una lettura unica (non useremo la parolaccia di standardizzata) il che vale presumere che l’autore se un giorno avesse potuto avere sott’occhio tutta la stesura avrebbe fatta la trasformazione, di sola forma e non di sostanza o di fondo. Ma già la somma dei compiti di allora era troppo per il tempo di una sola generazione, e per il tempo che concessero a Carlo Marx gli sforzi erculei del cervello e la mai smentita posizione di separazione e di odio contro tutto l’ambiente sociale, propria la prima forse del grande scienziato, ma la seconda anche dell’irriducibile guerriero.
La stesura di quanto venne presentato dal relatore dopo il lavoro di elaborazione che abbiamo tracciato e per cui si presero gli accordi, apparirà dapprima in lingua francese nel “Programme Communiste” di Marsiglia, e sarà diffuso in forma e tempo opportuno fra i compagni italiani.
In questo primo resoconto dunque non crediamo sia il caso di pubblicare il materiale relativo, raccomandando ai convenuti che vogliamo riferire ai gruppi, anche senza il completo tecnicismo che si tratta di perfezionare e rifinire, di avvalersi di tutte le indicate puntate di Prometeo.
Nella veloce ma non breve scorsa della prima seduta furono richiamate nei grandi tratti le teorie sul valore di uso e di scambio, sulla merce e la moneta, sulla produzione capitalistica, il capitale fisso, il capitale costante, il salario o capitale variabile, il plusvalore, il sopralavoro e il lavoro necessario, riportando le luminose contrapposizioni di Marx alle dottrine borghesi. Fu chiarita la differenza tra plusvalore e profitto nelle due accezioni, tra saggio del plusvalore e del profitto, e i criteri di produttività del lavoro e composizione organica del capitale.
Abbordando poi la materia del Secondo Libro, si impostò la teoria della circolazione del capitale produttivo, nelle tre forme che muovono dai tre stadi: forma denaro, forma merce e forma processo di produzione, innestando strettamente le formule con quelle relative al primo Libro e al singolo Capitale Aziendale, passando anche ad un cenno del quadro di Marx della riproduzione del Capitale, dapprima in forma non allargata. Riesponendo completato un nostro prospetto della riunione di Asti, che contempla la rendita fondiaria, e che collima con quello pubblicato nell’edizione tedesca e tratta da una lettera ad Engels, fu richiamato il cardine maestro della contesa tra le due opposte scuole di classe: noi partiamo dalla dinamica del rapporto di produzione per spiegare il folle campo della ripartizione di mercato e del consumo; quei signori partono dal consumo di merci e dallo scambio monetario per spandere cortine di gas fumogeni che dissimulino la condanna ad una produzione inutile e che l’avvenire smantellerà per almeno quattro quinti, dietro le ombre della domanda di beni e della keinesiana propensione al Consumo; fallacie che erano già state teorizzate prima di Marx e che questi disperse, per sempre chiudendo loro la via ad ogni ritorno.