अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1960/19

Il testo di Lenin “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo” condanna dei futuri rinnegati Pt.4

La teoria e l’azione

Il testo di Lenin ha qui mostrato come la dottrina su cui il partito bolscevico si fondò avesse origine non russa e locale, ma europea e mondiale, e come la diffusione in Russia di tale teoria, che era il marxismo, sola teoria giusta alla scala mondiale, fu favorita dalla “emigrazione” dei rivoluzionari, effetto delle persecuzioni zariste. Intorno al 1900 in ogni città dell’Europa occidentale – e di altri continenti – vi erano vere colonie di profughi russi espulsi o emigrati per le loro posizioni politiche, che si tenevano in stretto contatto coi partiti avanzati dell’estero e che tuttavia dettero a essi ampio contributo; per l’Italia basterebbe pensare a Kuliscioff, Balabanoff e altri.

Lo scontro delle ideologie dottrinali era in queste colonie incessante e vivissimo, e ne seguiva un continuo confronto con le lotte di tendenza politica nei paesi ospitanti.

Quindi Lenin passa a descrivere un fenomeno complementare e integrativo del primo, ma potremmo dire di direzione contraria. La Russia ha pompato la teoria dall’occidente, ma nella applicazione di essa ai fatti, nella famosa “tattica”, ha rapidamente sorpassato i maestri e ha avuto una propria esperienza tattica di cui invece, al suo tempo, avevano bisogno di far tesoro i paesi rimasti sotto il dominio borghese.

Senza voler fare del semplicismo o dello schematismo seguiamo un poco questi due flussi opposti, che mancarono nella storia di fecondarsi al punto di dare alla rivoluzione la vittoria mondiale.

Le peculiari condizioni del movimento russo, che gli permisero di abbeverarsi rapidamente e poderosamente al pensiero rivoluzionario occidentale, furono il sopravvivere del dispotismo, la sua resistenza agli assalti interni, e il riflusso delle avanguardie rivoluzionarie fuori di Russia.

La peculiare condizione che permise di accumulare con rapidità non minore le esperienze strategiche e tattiche risale in sostanza alla stessa causa: ultimo paese in Europa, la Russia non aveva ancora compiuta la grande rivoluzione liberale, che più chiaramente si dice antifeudale e anti-assolutistica. Aveva comune tale situazione storica in Europa con la sola Turchia, ma questa, pure avendo allora la sua capitale in Europa, era uno stato asiatico.

Era quindi una generale previsione che in Russia sarebbe presto scoppiata una rivoluzione politica “democratica” e che questa non avrebbe potuto essere contenuta nelle forme incomplete della concessione da parte della dinastia tradizionale di una semplice costituzione a tipo parlamentare.

Da tempo tutti i socialisti avevano considerato che una tale rivoluzione si sarebbe svolta con la presenza di un movimento proletario ben più sviluppato di quello che avevano avuto i paesi di Europa nelle rivoluzioni dell’ottocento, e si poteva prevedere un rapido “innesto” di due rivoluzioni successive in pochi anni, quella borghese e quella proletaria. Marx ed Engels lo avevano detto apertamente; anzi avevano ritenuto che il potere zarista in Russia era una vera polizia europea contro il proletariato, e che la rivoluzione liberale russa poteva scatenare la rivoluzione proletaria non solo in Russia, ma in tutta Europa.

Senza (per un momento) pensare a quello che accadde dopo, notiamo tuttavia che una tale previsione dell’innesto di due rivoluzioni di classe in una non era fatta per la prima volta dai marxisti. Per la Germania era stata compiutamente teorizzata nel 1848.

Un altro rilievo è importante. Lenin qui sta per porre in evidenza che un tale “piano” di strategia storica non solo è ricco di lezioni quando ha successo (ed egli sta illustrando l’unico esempio storico favorevole) ma anche quando il suo sbocco è una sconfitta: egli lo dice per il 1905 russo, ma è evidente che lo stesso vale per tutte le disfatte proletarie, non solo quelle del 1848 in quasi tutta l’Europa centro-occidentale, ma anche quella della Comune di Parigi nel 1871, da cui sempre Marx e Lenin hanno preso grandiosi apporti non solo alla dottrina della rivoluzione operaia ma anche ai principi della sua strategia e della sua tattica. Anche nel 1871 il proletariato di Parigi tentò quello che aveva tentato nel 1830 e nel 1848, di giungere sullo slancio di una rivoluzione democratica, e della caduta di un potere dinastico, alla propria vittoria di classe.

Con la premessa di questi richiami, utili sempre per quanto spesso ripetuti e universalmente noti, possiamo leggere il passo di Lenin che chiude il secondo capitolo, sulle condizioni che consentirono il successo dei bolscevichi.

La costruzione di Lenin

«Dall’altro lato il bolscevismo, sorto su questa granitica base teorica [abbiamo visto che è quella marxista, che il testo definisce granitica, ossia consolidata in forma immutabile e non più suscettibile di alcuna plasticità o elasticità, secondo un vocabolo di moda per gli opportunisti, e per la diffamazione di Lenin], ha svolto una storia pratica di quindici anni (1903-1917), che non ha eguali al mondo per ricchezza di esperienze. Perché non vi è paese che in questi quindici anni (anzi in generale in un tempo di quindici anni) abbia anche solo approssimativamente fatto tanto quanto la Russia nel senso della esperienza rivoluzionaria, della rapidità e varietà di successione delle diverse forme del movimento, legale e cospirativo, pacifico e tempestoso, clandestino e aperto, di piccoli circoli e di grandi masse, parlamentare e terroristico. In nessun paese fu concentrata in così breve spazio di tempo una tale ricchezza di forme, gradazioni e metodi di lotta di tutte le classi della società moderna, e inoltre di una lotta che, in conseguenza dello stato arretrato del paese e del duro giogo dello zarismo, andava maturando con una celerità particolare e si appropriava, con speciale avidità e buon successo, la corrispondente “ultima parola” dell’esperienza politica europea e americana».

La costruzione di Lenin alla data del 1920 si incardina su queste due contribuzioni: l’occidente che fornisce la teoria ai russi, e la Russia che fornisce la “prova sperimentale” che conferma giusta e granitica la teoria, attraverso quindici anni di convulsioni sociali a cui partecipano masse immense di uomini di tutte le classi e che per la prima volta nella storia conducono al risultato che la classe operaia istituisce la propria dittatura.

Il contributo della Russia non è solo quello di un campo di prova che consente di dire: la nostra teoria marxista era la giusta; ma anche quello di una campagna di guerra sociale e classista che, avendo per la prima volta condotto alla vittoria e confermando gli insegnamenti dialettici delle campagne seguite da sconfitte, permette di stabilire le regole universali della nostra strategia e della nostra tattica di partito.

Non si ha il diritto di dire che la teoria si stabilisce solo dopo la vittoria, e quelle a essa precedenti erano, tutte, incerte e suscettibili di trasformazione. Anzitutto, se questo fosse vero, resterebbe sempre da domandare ai tralignatori da Lenin perché hanno abbandonata la teoria che insurrezione in armi, dittatura, terrore, dispersione degli organi parlamentari e democratici, fossero non espedienti tattici locali, ma cardini della dottrina e del programma valevoli, obbligatori, per tutti i paesi.

Quando Lenin ha scritto la famosa frase che la teoria non è un dogma, non ha voluto dire che la teoria prima dell’Ottobre 1917 fosse ancora una pagina bianca, e tanto meno che tale sia diventata a disposizione degli Stalin e dei Krusciov dopo di allora. Lenin ha solo inteso dire che la teoria non è sorta (come il dogma che si basa su un testo rivelato dalla divinità a un uomo di eccezione e di elezione) dalla scoperta di un autore o di un condottiero geniale, ma non avrebbe nemmeno potuto sorgere se non dopo e per effetto e con le lezioni, apprese fuori dei vecchissimi pregiudizi di classe e di scuola, di grandi movimenti storici di masse immense.

Ora, in un certo senso per la prima volta nella storia umana, le rivoluzioni che ha scatenato la borghesia capitalistica hanno preso la forma di movimenti e di spinte non passive ma attive di immense masse. La rivoluzione francese è stata combattuta da tutti, meno forse che dai banchieri e dagli industriali, dagli “operatori economici” del tempo. Contadini, servi della gleba, artigiani, borghigiani, studenti, intellettuali, poeti, operai delle prime manifatture, formarono le schiere della guerra rivoluzionaria: non solo il proletariato era già nato nell’industria e nell’agricoltura, ma non si imbevve solo della ideologia borghese, bensì esperì le prime invettive contro la nuova nascente classe dominante, e sia pure in gruppi di avanguardia estrema seguì il rozzo ma grandissimo comunismo dei Babeuf e dei Buonarroti.

La scoperta di Marx è condizionata dalla esperienza storica della lotta delle grandissime masse nella rivoluzione borghese, e dalla affermazione, possibile solo dopo quella ondata di fatti storici, che la rivoluzione non si doveva teorizzare come da se stessa si era teorizzata, ma in un modo nuovo. La dottrina della rivoluzione proletaria si costruisce dialetticamente quando si costruisce quella della rivoluzione borghese, opposta a quella propria; dottrina bandita dai suoi precursori illuministi, che affermarono o credettero (non importa) che fosse la liberazione di tutta l’umanità, e non ne videro la struttura di classe.

Non resterebbe nulla della nostra secolare costruzione della storia, o essa conserverebbe solo un incomparabile valore “artistico” per la sua armonia e completezza coerente, se non fosse vero che la prima classe che possiede la chiave della storia è il proletariato moderno, e che questo non la afferra quando vince la sua lotta titanica e mondiale, ma fin da quando nasce e si prova nelle prime lotte, che conduce, per necessità storica, non per sé ma per la classe dei suoi sfruttatori, che come testa di urto gli aprirà la luminosa strada.

Chi vuole, diciamo e diremo innumeri volte, può fare gettito di Marx e di Lenin, subordinando le loro pagine splendenti alla superstizione idiota del senno di poi; ma non è che carogna, e non contraddittore, nemmeno di classe, chi nega che in Lenin e per Lenin la teoria fosse scolpita in una massa di granito da quando la nascente Prima Internazionale del proletariato la costruì sulle lezioni degli scontri di ondate di umani di cui fu teatro l’Europa del primo mezzo ottocento. E grazie a questa lezione poté, Lenin e il suo partito, descrivere prima che accadesse l’atto più glorioso del dramma sociale dell’uomo, la rivoluzione russa di Ottobre.

Le tattiche e la storia

La dottrina di partito, il programma, stabiliscono il fine a cui tende la nostra lotta, e fissano le tappe fondamentali che essa dovrà percorrere nel suo sviluppo. Sono pertanto capisaldi dottrinali e programmatici l’insurrezione armata contro lo Stato costituito borghese, la distruzione del suo apparato di potere e di amministrazione, la dispersione dei parlamenti democratici, la dittatura del proletariato, la funzione quindi egemonica della classe operaia nella società sopra e contro tutte le altre, la primaria funzione del partito politico in tutti questi svolti del grande corso; come fanno parte di tale insieme di capisaldi i caratteri sociali della struttura comunista e i caratteri di quella borghese che in un tempo adeguato la rivoluzione sradicherà, fino alla società senza classi e senza Stato.

Per percorrere questa serie di tappe il partito e il proletariato devono avvalersi di adatti mezzi. Prima della fase rivoluzionaria è del tutto ammesso e previsto che la propaganda pacifica e una agitazione non ancora armata, e anche in adatti periodi l’intervento negli organi della società borghese come i parlamenti e simili, siano tutti mezzi e metodi di largo impiego. Naturalmente il loro impiego non può e non deve contraddire le tappe del programma.

La incessante contesa tra partiti, correnti, tendenze, spesso nel seno dello stesso partito, che si è svolta a cavallo degli ultimi due secoli, è quasi sempre caduta nell’equivoco di far risiedere la scelta in una graduazione dei mezzi e non in quella degli scopi da raggiungere. In questo sta tutto il revisionismo e l’opportunismo.

Bernstein, contro il quale qui e ovunque Lenin si scaglia, dettò la formula che il fine è nulla, il movimento è tutto. A prima vista tale formula sembra solo cinica, machiavellica; sembra voler dire che i mezzi sono tutti buoni, ma quanto ai punti di arrivo non ne sappiamo nulla e ce li mostrerà l’avvenire. Ma presto l’opportunismo si smascherò e si svergognò maggiormente. Esso, agnostico sempre sugli scopi e le finalità massime, graduò gli scopi e scelse tra essi: questi buoni, quelli cattivi. La questione di principio, che non valutava nulla nel programma, la introdusse nelle scelte tattiche. Lenin non fu colui che disse: È lecito scegliere come si vuole. Lenin fu invece quel grandissimo che svergognò il carognume per sempre, e mostrò che i traditori sceglievano i mezzi in modo da servire i principi che interessavano alla controrivoluzione. Fino a Lenin, il revisionista, il riformista fu quello che voleva procedere adagio, più piano. Da lui, e da noi suoi ultimi allievi, tal gente fu chiamata reazionaria, ossia conservatrice e ripristinatrice del potere borghese.

La distinzione fra le tattiche fu quella che oggi fanno apertamente i partiti di tutti i paesi accodati a Mosca: propaganda pacifica sì, lotta armata no, né oggi né mai. Democrazia sì, dittatura no, né oggi né mai (a Lenin e a Ottobre, un perdono; quell’ometto, quell’incidente!). Elezioni e costituzioni sì, scioglimento dei parlamenti no, e (sempre) né oggi né domani né mai.

Lenin qui dice nel suo lungo elenco di contrapposti che in quei quindici anni, e con dieci partiti e molti più sottopartiti come nello scorcio storico del quarto capitolo, tutti i “mezzi” furono in gioco e subirono una prova, dal pietismo fabiano (mettiamolo per un’ultima parola di occidente) all’attentato alla dinamite. Dice certo anche di più; che, se non tutti, quasi tutti quei mezzi in gioco elencati per contrapposizione furono esperiti dallo stesso partito bolscevico, ma lo furono in quanto in quei quindici anni quel partito ne traversò centottanta di storia (poco oltre: «un mese contava allora quanto un anno»).

Il senso del lavoro di Lenin, alla vigilia dello studio sull’arsenale tattico del comunismo internazionale, era questo: vi sono tappe storiche che si scartano per principio, ma non vi sono mezzi tattici che si scartano per principio. Possiamo dire che solo la nostra sinistra ha dimostrato, dopo quarant’anni, di avere assimilata e fatta propria questa opposizione.

“Ultime parole” da occidente

Per due volte, in due capoversi successivi, Lenin ha usato la espressione che in Russia si era al corrente, per i descritti flussi e riflussi, delle ultime parole della esperienza europea, e anche americana.

Non dimentichiamo in Lenin il polemista e anche l’ironista di primissima forza. L’ondata polemica che si abbatteva contro di lui – e che in quegli anni grandi giudicammo di avere ributtata e disonorata per sempre – faceva leva sul solito argomento principe: in Russia eravate arretrati, quello che oggi si dice eravate un’area depressa, e quindi dovevate stare quieti, umili e buoni buoni, tutt’al più padroni di imitare e riprodurre le nostre passate grandi rivoluzioni democratiche e liberali; ma quanto a movimento proletario e socialista non avevate il permesso di muovervi; dovevate prima attendere la nostra esperienza di paesi progrediti, sviluppati, avanzati (tutte espressioni imbecilli che allora e oggi abbiamo disprezzato come stupide pose di ammirazione per un capitalismo che mezzo secolo fa aveva largamente fatto tutto quello che poteva di utile per la economia, la società, la tecnica e la scienza; e per tutto il resto, dove si diffondeva, portava solo soffocazione e ignominia) e dopo avreste imparato come si andava al socialismo nei paesi maturi (per noi schifosi e fradici di decomposizione) per inchinarvi e imitare, al vostro turno una tale via.

La sfrontatezza dei nostri avversari era che essi adoperavano il marxismo come dimostrazione di questa pretesa gerarchia e cronologia delle rivoluzioni, mentre erano volgari immediatisti, e appartenevano alla genia dei commercianti di principi che Marx ed Engels avevano da decenni staffilata a sangue.

A questo si ricollegava l’ingenuità del Gramsci giovane che da buon idealista gioiva perché Lenin aveva saputo violare la regola del marxismo, che anche lui sprovvedutamente vi leggeva.

Quando Lenin dice che le “ultime parole” di occidente erano già state trasferite e utilizzate e vagliate in Russia, egli risponde che non vi era bisogno “culturista” di andare ulteriormente a scuola in Europa o in America per avere i titoli che consentissero in Russia di passare all’avanguardia, salvo la giusta posizione materialista e dialettica della questione del modello, da cui, sulla sua guida, abbiamo in queste pagine preso le mosse.

Non è dunque una concessione al concetto dell’aggiornamento ai risultati moderni e recenti, moda stupida del pensiero piccolo borghese immediatista, che qui fa Lenin, ma è una coraggiosa dichiarazione che tutto quello che vi era da imparare di buono i bolscevichi lo sapevano da un pezzo, ed erano essi ben maturi, coi loro seguaci di tutti i paesi, i marxisti di sinistra, e in grado di salire in cattedra e dettare le norme.

L’infezione immediatista del pensiero piccolo borghese (la stessa cosa dell’infantilismo di Lenin) consiste proprio nella mania dell’ultima moda, del più recente brevetto, della più fresca trovata.

Negli anni che precedevano l’epoca storica che trattiamo si atteggiavano a depositari dell’ultima moda i sindacalisti rivoluzionari della scuola di Sorel, largamente rappresentati nell’Europa latina (in Italia dagli Arturo Labriola, Orano, Olivetti, Leone, de Ambris ecc. ecc.) e anche in America del Nord nel movimento sindacale degli I.W.W. che si opponevano alla confederazione sindacale del lavoro, riformista e borghese. Questa pareva essere al momento l’ultima parola. Ma i bolscevichi non erano caduti in un simile abbaglio, per quanto seducenti fossero gli slogan di tale scuola di fronte a quelli dei socialisti revisionisti. I bolscevichi si tennero al modello che era costituito dall’ala sinistra della socialdemocrazia tedesca (nome poi, come suggerito da Marx ed Engels, abbandonato dal partito di classe rivoluzionario) e prima degli eventi della grande guerra (in cui quasi tutti i soreliani naufragarono) erano vicini a Kautsky come esponente del marxismo allo svolto del secolo.

Come ragionavano quelli dell’ultima parola? Secondo la forma mentis dell’immediatista, dell’infantile; ossia ponevano i mezzi tattici al posto dei capisaldi programmatici.

Essendo in fondo, come tutti i borghesi radicali, dei veri progressisti ed evoluzionisti, elencavano i “nuovi corsi” che si erano a loro credere succeduti nella storia. Lo schema era di questo tipo; dalla rivoluzione francese si è cominciato col club politico, che ha dato poi origine ai partiti. Il movimento proletario è passato dai piccoli club di cospiratori ai grandi partiti parlamentari elettorali e si è vantato, sul tipo tedesco (accusavano di questo il coerentissimo rivoluzionario Engels!), di arrivare alla conquista pacifica del potere. Ma le masse hanno visto che la forma partito degenera inevitabilmente verso destra, e si sono portate a una forma di organizzazione solamente economica, il sindacato. Alle elezioni hanno sostituito lo sciopero generale e l’azione diretta, ossia la lotta senza l’intermediario del partito che accoglie, giusta la formula genialissima di Marx, uomini di tutte le classi. Da allora i partiti politici, a sentire costoro, non sarebbero più serviti al proletariato.

Da questo cumulo di enormi errori storici e di falsissimo rivoluzionarismo i bolscevichi russi si erano salvati per quel doppio effetto: il legame con il marxismo originario classico, che i soreliani e simili attaccavano nella sua dottrina-base, e l’esperienza russa che aveva già mostrato in nichilisti, anarchici, bakuniniani e populisti, la inconsistenza di queste attitudini piccolo borghesi. Come Lenin qui ricorda, nella preliminare lotta ideologica (nella sua costruzione tale contrasto fotografa in anticipo lo scontro futuro delle masse attive), i marxisti bolscevichi avevano già avuto a che fare con “economisti”, “marxisti legali” e “liquidatori”, i quali, incanalandosi in un errore non nuovo perché in certo senso il suo esempio tedesco era in Lassalle, da Marx denunziato molto per tempo, sostenevano che conveniva liquidare la lotta politica e il partito che veniva a cozzare con la tremenda armatura statale dello zarismo, e impostare una lotta economica degli operai di industria con i capitalisti, disinteressandosi della rivoluzione antizarista.

Come dal passo di Lenin, la dottrina e la storia avevano insegnato ai bolscevichi la via rivoluzionaria utile. La loro ideologia e la loro attività seppero prendere e riempire tutte le forme, il piccolo cenacolo e le grandi masse, il lavoro sindacale e quello parlamentare anche nelle Dume reazionarie, la cospirazione segreta e lo sciopero generale insurrezionale, ma salvarono le posizioni di principio: mai mettere da parte la questione dello Stato; sia esso ancora feudale, o già borghese; mai togliere il posto primario alla forma partito; intendete che lo sciopero generale è rivoluzionario in quanto cessa di essere economico e diviene politico, cessa di essere impersonato dai sindacati, ma con questi stessi lo è dal partito rivoluzionario; e la stessa lotta sociale delle masse non condurrebbe a porre la questione storica del potere se le masse e la stessa classe operaia industriale non avessero a protagonista il partito politico.

La sinistra in Italia

L’effetto delle circostanze storiche condusse l’ala sinistra del partito socialista italiano a posizioni che presentano con quelle ora descritte per i russi una larga analogia, e spiegano come, non certo per solo effetto della buona lettura dei testi o il rinvenimento di efficaci lettori, si costruì una difesa contro le influenze dell’immediatismo-infantilismo, che sono quelle che preoccupavano Lenin.

Verso il 1905 in Italia il campo delle tendenze nel seno del movimento socialista, a parte gruppi minori o che presto scomparvero dalla lotta senza lasciare grande traccia di sé, sembrava diviso nettamente in due, tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari. Questi, del resto coerenti in certo senso colla loro ideologia, finirono con lo scindersi dal partito concentrando la loro azione nell’Unione Sindacale Italiana e organizzandosi senza una vera e propria rete nazionale in “gruppi sindacalisti”, che ibridamente dissimulavano la loro natura politica in quanto sostenevano di essere non solo aparlamentari e aelezionisti, ma anche apartitici. Questo agnosticismo non doveva impedire in certe località esperienze elettorali che furono abbastanza strane, giungendo fino a blocchi popolari nelle elezioni amministrative.

Dalla banda opposta il partito cadde sempre più a destra, e fu diretto da aperti riformisti che tendevano a quello che allora si diceva “possibilismo”, ossia partecipazione ai ministeri borghesi, come se ne era avuto esempio in Francia. Tanto non avvenne in Italia, ma i capi riformisti dominavano nel gruppo parlamentare del partito e nella Confederazione Generale del Lavoro, che riuniva in sé la maggioranza delle organizzazioni economiche, con tattica più che minimalista e aborrente dalle lotte aperte e dagli scioperi.

Orbene in Italia fu in tempo chiaro, a una corrente ortodossa marxista del partito, che queste due tendenze, in apparenza decisamente opposte e in fierissima ingiuriosa polemica, i sindacalisti e i riformisti, avevano invece molti lati comuni, ed erano i lati negativi che toglievano efficienza alla lotta di classe di un proletariato, nella industria e nella campagna, fieramente sfruttato dalla sinistreggiante borghesia nazionale.

Come i marxisti russi, quelli italiani sfuggirono alla sbagliata antitesi partito e collaborazione di classe contro sindacato e lotta di classe. La forma organizzativa sindacato era non meno, bensì più di ogni altra accessibile alla deviazione dalla lotta di classe e dalla azione rivoluzionaria; anzi il riformismo parlamentare si nutriva della rete sindacale la quale aveva bisogno di avvocati politici entro la rete burocratica dei ministeri borghesi.

Il sindacalismo non è affatto salvo dalla malattia della transazione fra le classi, che dalla sua rete va ad allignare in quella del partito. La soluzione non sta nello scegliere l’una o l’altra delle tessiture organizzative, e quindi la vittoria sul riformismo non poteva essere attesa dai sindacalisti soreliani e anarchici della Unione Sindacale.

In Italia prima della guerra una persona cui intelligenza e cultura non facevano certo difetto, la stessa che in tempo successivo non ebbe paura della formula della dittatura, Antonio Graziadei, teorizzò quello che allora sembrava e non era una contraddizione in termini: il sindacalismo riformista. Del resto la formula era nata nel movimento inglese con il Labour Party, cui aderiscono come sezioni di base le unioni sindacali e che al loro servizio svolge l’azione parlamentare e non ha mai esitato a svolgere quella ministeriale.

Ogni operaismo puro nella forma di organizzazione è suscettibile di degenerare nella collaborazione fra le classi; e un altro punto che non fu ben chiaro se non alla migliore corrente marxista in Italia è che la salvezza non sta nell’escogitare una altra forma immediata: il consiglio di fabbrica.

La prospettiva dell’ordinovismo, che duttilmente si mimetizzò come seguace del leninismo e della rivoluzione di Ottobre, fu in origine di tessere in tutta Italia il sistema dei consigli, aderente “immediatamente” alla struttura delle aziende di produzione capitalistiche e sostituirlo alla Confederazione del Lavoro riformista. La critica al partito socialista per la parte negativa fu giusta, ma ne mancava l’idea di fondare il partito rivoluzionario, perché in sostanza il sistema, il movimento dei consigli era un altro surrogato del partito, al solito una nuova ricetta per un nuovo corso. Vecchia, ma immortale illusione!

Alle prime notizie di Ottobre, da chi era solo a orecchio informato di Marx e solo giornalisticamente di Lenin, si vide la stessa “invenzione brevettata” nei soviet.

Ma se seguiamo le pagine dello scritto di Lenin – ossia non parole e non pagine, che sarebbe poco, ma la vera lezione dei fatti storici della rivoluzione di Ottobre – allora ne trarremo quelle tesi, che la sinistra italiana da mezzo secolo tiene per sue.

Forma fondamentale per la rivoluzione della classe è il partito politico, politica essendo la lotta insurrezionale per il potere.

Il boicottaggio dei sindacati tradizionali capitanati da riformisti è un errore, come di fatto lo aveva mostrato la “esperienza di occidente” nel fallimento dei sindacalisti “estremi” in Francia e Italia che rifiutavano la forma partito. Errore analogo sarebbe abbandonare la forma sindacato per la nuova forma del consiglio di azienda.

Più oltre Lenin spiega come altro errore sarebbe il prendere il soviet (organo apertamente politico, quando si capì che cosa fosse, e non sistema aderente alla produzione, come per gli immediatisti) quale un rimpiazzo del partito politico. Poco più oltre ci dirà Lenin che i bolscevichi dettero con graduata prudenza la formula tutto il potere ai soviet, in quanto un governo dei soviet in cui la maggioranza sia menscevica o populista sarebbe formula non rivoluzionaria; anzi fatto non rivoluzionario, poiché «nessuna formula organizzativa o costituzionale è di per se stessa rivoluzionaria». I bolscevichi attesero prima di avere il soviet nelle mani e poi scatenarono la insurrezione, perché il contenuto della loro agitazione, formule verbali a parte, fu in realtà: tutto il potere al partito comunista. Non si tratta di tattica a doppia faccia, ma di una linea continua concepita prima dell’evento con una chiarezza unica nella storia: a luglio 1917 i soviet sono in maggioranza opportunisti, e Lenin (pompiere, forse?!) frena la insurrezione. A ottobre i tempi sono maturi, i soviet sono a sinistra, allora si potrà sulla loro piattaforma annientare l’assemblea costituente eletta, e Lenin invoca lo scatenamento dell’azione, contro lo stesso comitato centrale del partito (e ogni filisteo formulista sarebbe pronto a dire: contro il partito e la sua legale gerarchia); e staffila di traditore chi voglia indugiare una sola ora!

Per chiudere questa parentesi italiana, prima della guerra la sinistra marxista aveva intuito che le due vie dei riformisti e dei sindacalisti erano entrambe teoricamente sbagliate e aveva presa la posizione giusta per il partito rivoluzionario. Prima della guerra questa formula ebbe una espressione non sufficiente nella sola intransigenza elettorale, ma alla vigilia della guerra e durante essa (1914-18) valse a evitare al partito italiano la fine ignobile dei grandi partiti dell’Europa occidentale.

Fino dai congressi di anteguerra la sinistra in Italia non si limitò a negare la collaborazione di classe nella politica parlamentare, ma seppe chiaramente impostare la questione dello Stato. Si era contro i riformisti perché ritenevano possibile la conquista pacifica dello Stato democratico, e si era contro gli anarco-soreliani perché, pure avendo veduto giusto nel rivendicare la distruzione dell’apparato di Stato borghese, negavano la funzione di uno Stato proletario uscito dalla insurrezione. Se questo non fu allora problema posto nella attualità storica e nella tattica, era posto, come per i bolscevichi del 1903, nella teoria, come retta applicazione del determinismo economico alla previsione corretta del passaggio da capitalismo a comunismo; diretto, e “istantaneo” nel senso militare, in quanto politico; complesso nello sviluppo sociale quanto a trasformazioni economiche, funzione di tutto lo svolgimento, arretratissimo in Russia, semimoderno in Italia, modernissimo ad esempio in Inghilterra.

In questo la sostanza dell’”Estremismo”.

[RG-27] La scienza economica marxista è programma rivoluzionario Pt.1

Collegamento

L’attento studio che il nostro movimento ha dedicato all’opera fondamentale teorica del marxismo, Il Capitale, è risultato particolarmente laborioso per quanto riguarda il secondo volume dell’opera, e le ragioni ne sono state esposte alla riunione di Casale in modo più profondo di quanto fu detto nelle riunioni precedenti.

Anche il nostro lavoro sull’abaco, o anche formulario economico di Marx, è stato più spedito e completo circa il primo volume e deve ancora essere assolto per il secondo. Di questo, come è noto ai compagni, è pronta solo la parte che riguarda la prima sezione, ossia le metamorfosi che il capitale presenta nella sua circolazione.

Il motivo principale che riguarda le sezioni successive alla prima del secondo volume è che la materia non ha potuto essere ordinata dallo stesso Marx ma dovette esserlo, dopo la morte di lui, da Engels, che vietò a se stesso di fare dal principio alla fine una nuova redazione, ma volle assolutamente servirsi dei ricchi manoscritti lasciati da Marx dopo decenni intieri di lavoro, tra i quali non era certo facile nemmeno ad un Engels distinguere tra le prime redazioni poi abbandonate e rifuse insieme, ed i pochi “quaderni” che avessero raggiunta la forma adatta alla pubblicazione definitiva.

Engels come citammo e come esporremo ha perfino alcune volte ritenuto che certe laboriose ricerche e calcolazioni da Marx avviate e per cento ragioni e difficoltà lasciate a mezzo non fossero del tutto giustificabili nella loro utilità per la composizione dell’insieme. Oggi ancora neppure i compiuti comunisti si sono liberati dalla religione della proprietà intellettuale, ed è bene comprensibile la esitazione di Engels, la cui modestia era misurata dal suo valore e dal suo sapere, come avviene nei rari uomini non travolti nel ciarlatanismo culturale caratteristico del tempo borghese, inanzi al problema se di certi arruffati scatafacci Marx, vivo ed avendo tempo disponibile (vita e salute), avrebbe fatto un chiaro sviluppato capitolo o una palla di carta per il cestino, passando ad affrontare il problema per altra via e con presentazione del tutto mutata. E ciò malgrado la grande dimestichezza di lavoro e la intensa corrispondenza sempre corse tra i due incomparabili amici, tuttavia assorbita da compiti più complessi ed estesi che la sola redazione del Capitale.

Forse il nostro studio attuale che è guidato dalla nessuna reverenza per i contributi di “sapienti” che stiano fuori delle file di nostra parte; e dalla assoluta convinzione che le varie parti dell’opera di Marx (per motivi storici e non di valore personale o talento eccezionale, che vi erano ma erano secondarii) sussiste una concordanza ed una armonizzazione unitaria e totale, e che si vale dei rarissimi apporti in materia di scrittori posteriori della vera scuola marxista, del calibro poniamo di un Lenin, varrà a mettere in evidenza il senso che abbiamo detto, e non certo a correggere le scelte di Engels che solo ebbe tutto l’immenso materiale a propria disposizione.

Il nostro tentativo potrà essere da altri sviluppato. Ci limitiamo qui ad esortare compagni e lettori, e soprattutto quelli che volessero porgerci aiuto nella ricerca e nella esposizione, a tenere presente l’originale, col solito avvertimento di dubitare delle traduzioni esistenti in italiano, e a riguardare il nostro modesto e non certo perfetto resoconto della riunione di Firenze, nei n. 12 e 13 del 1960 di questo periodico.

Una “chiave” per decifrare?

Quale sia questa nostra chiave, se così la vogliamo indicare in termine che allontani la pesantezza presuntuosa, risulta dal resoconto di Firenze e fu ricordato a Casale.

Come è tesi della sinistra marxista da mezzo secolo e più, intento dell’opera di Marx non è la pura “descrizione” dei fenomeni che la economia capitalista presenta sotto i nostri occhi. Questa è la accezione dei revisionisti, dei riformisti che comparvero a cavallo dei due secoli, ossia degli opportunisti che in questo sciagurato che trapassa hanno dilagato come nebbia accecante ed asfissiante. Chi accetta questa insidiosa formola non può non dire: con tre quarti di secolo di “aggiornamenti” sul capitalismo, che a Marx mancarono, possiamo disinteressarci della esatta versione del suo opinare, e trarre dai fatti teorie più fondate e più fresche. Viviamo l’epoca in cui si va a caccia del “fresco” e non ci si accorge di freschezze che puzzano di rancido in modo nauseante.

Carlo Marx non scriveva per le biblioteche degli economisti ma per gli arsenali di agitazione del suo partito rivoluzionario.

Non volendo e non dovendo copiare gli avvocati e i “saggisti” del mondo e della cultura privatistica, di questi tempi scesa alla degenerazione che la sua teoria sola previde, egli non anticipò le sue conclusioni per darne poi una lunga ed elaborata dimostrazione, ma partì dalla esposizione dei fatti per arrivare ai punti finali che gli erano fin dal primo momento chiarissimi, anche quando, per così dire, aveva davanti bianca la prima pagina del manoscritto. Altro, come egli stesso dice nella prefazione al primo volume, è il metodo della indagine, altro quello della presentazione, e lo abbiamo troppe volte citato.

In un certo senso, il problema si presenta anche per il primo Libro, ma qui la partizione è di mano dello stesso estensore, ed è meno scabroso procedere traverso la enorme massa di fatti, di date e di interpretazioni allora originali ed oggi ancora insuperate.

Per il più difficile secondo Libro la nostra chiave è che magari in ogni pagina si incontrano e si incrociano tre diversi “momenti”.

Avendone già data ampia ragione qui ci basta richiamarli.

Primo momento: descrizione della dinamica economica della singola azienda capitalistica (vi si riferisce tutto quanto riguarda il capitalista singolo o persona, in quanto si applica anche alle aziende a titolare collettivo, società semplici o anonime ecc.; cooperative ed aziende statizzate).

Secondo momento: dinamica economica di una società capitalistica come complesso di aziende isolate, ossia movimento del capitale totale sociale in una società capitalista, aziendale e mercantile.

Terzo momento: dinamica della economia comunista, di una società che non abbia più mercato, aziende distinte, e capitale.

Non sarebbe nemmeno giusto dire che i primi due momenti sono descrittivi, e solo il terzo momento è programmatico e rivoluzionario. Tutto il lavoro è rivoluzionario, e la origine e vibrante analisi dell’azienda borghese e della società borghese non hanno altro scopo che di diffondere il programma della sua distruzione e della società comunista. In altri termini tutti i teoremi stabiliti circa le leggi della società borghese e riferiti al primo ed al secondo momento sono stabiliti al solo fine del confronto col terzo momento.

Se la “scienza” storica avesse condotto Marx a concludere per una sola eventualità che la economia possa essere in eterno capitalista mercantile ed aziendale, egli si sarebbe disinteressato dello sforzo della sua descrizione e profonda analisi. Come abbiamo già detto il suo tema non è come il capitalismo vive, ma come il capitalismo muore. Abbiamo mostrato come lo scrittore, supremo maestro di dialettica, audacemente assume la proposizione: il capitalismo è già morto.

Rivoluzionario nel nostro senso è colui, per cui la rivoluzione è tanto certa, quanto un fatto storico già accaduto.

Ciò non significa che la nostra volontà o la nostra convinzione siano cause generatrici della rivoluzione, ma che la storia passata contiene le cause della futura rivoluzione, e della nostra certezza di partito. Ciò dal momento, non fortuito ma fissato nel corso storico, che le strappammo il suo segreto.

Ritorno al Primo Libro

Grave errore sarebbe ritenere che il Primo Libro del Capitale sia dedicato al ristretto studio dell’azienda capitalista, ossia tutto chiuso nel primo momento, e non esteso agli altri due. Lo è indubbiamente non solo nelle classiche parti storiche, ma pagina per pagina, perfino nota per nota (Marx si autocita di continuo per le stesse note, che potrebbero apparire al frettoloso incidentali o bibliografiche).

Ci consentiamo di fare un passo indietro, sebbene ci basterebbe rinviare il lettore agli “Elementi di Economia marxista” redatti nel 1926-28 e pubblicati in Prometeo e in Programme Communiste.

Scegliamo il secondo paragrafo del XXII capitolo. Titolo del capitolo: Trasformazione del plusvalore in capitale. Titolo del paragrafo: Interpretazione errata della riproduzione in proporzione progressiva.

Siamo all’inizio della Sezione Settima: Il processo di accumulazione del capitale. Vogliamo invitare il lettore a rileggere la “Introduzione” a questa parte. Essa contiene né più né meno che un sommario di quelli che saranno il secondo e il terzo libro dell’opera, al fine di dimostrare che tutto quanto si dice nell’ambito dell’azienda capitalista immaginata a fine di esposizione autonoma ed isolata, è perfettamente valido anche se non si considera ancora la circolazione dei capitali nella società (secondo libro) e la partizione del plusvalore tra vasti strati della società borghese in profitti rendita ed interesse (terzo libro).

Marx con ciò stabilisce che nulla toglie alle conclusioni apertamente già rivoluzionarie del primo Libro (espropriazione degli espropriatori e richiamo formale del politico Manifesto 1847) il fatto di supporre, in quanto si descrive il meccanismo della produzione capitalistica (è qui come ovunque ribadito che non la si studia quale produzione di merci, ma quale produzione di plusvalore, ossia di capitale), come se ci fosse un capitalista solo (azienda) e come se tutto il plusvalore prodotto fosse controllato da lui solo.

La distinzione base tra riproduzione semplice e riproduzione progressiva o accumulazione, se prende il suo pieno gioco solo nel campo sociale e storico, si introduce pienamente anche per il capitalista unico padrone. Nella riproduzione semplice questi volge a consumo personale tutto il plusvalore e riparte in ogni ciclo collo stesso capitale la prima volta anticipato, e quindi non dilata la misura della sua produzione di azienda. Nella riproduzione allargata egli non dedica tutto il plusvalore a consumo, ma ne consuma di meno e col resto forma nuovo capitale, allargando l’azienda e crescendone il prodotto.

Ma già qui si stabilisce un contrasto fondamentale tra l’analisi degli economisti apologeti del sistema borghese, e la nostra analisi.

Ai primi Marx dà ragione in quanto esaltano il capitalista astinente contro quello gaudente. In questo anche essi, freschi rivoluzionarii un secolo fa, fanno non della fredda descrizione ma della agitazione sociale, e contrappongono il nuovo dominatore, il borghese, al signore dell’antico regime, semplice sbafatore del ricavo dello sfruttamento.

Ma Smith, Ricardo e gli altri cadono in un gravissimo errore quando cercano di stabilire la distinzione fra i due tipi di riproduzione del capitale. Al fine di sottolineare i benefizi della famosa “astinenza” del capitalista e della destinazione dei profitti a nuove imprese o a potenziamento della vecchia impresa, essi dicono che nel caso della riproduzione semplice il plusvalore è consumato da lavoratori improduttivi, mentre la parte che si destina a nuovo capitale è consumata da lavoratori produttivi. Marx critica questo concetto, anche se riconosce che Ricardo ha ragione quando dice che non basta non consumare il profitto, che accumulato sotto forma di danaro o di merce non è utile a nessuno, ma che esso deve essere consumato, bensì da lavoratori produttivi

L’errore consiste, Marx chiarisce, nel pensare che il profitto destinato a capitale possa andare tutto a salarii, ossia a capitale variabile. Per allargare il giro della produzione e quindi aumentare il capitale occorre che la maggiore cifra disponibile di plusvalore non consumato vada in parte a salarii, ma in parte anche a maggior capitale costante.

A differenza dei fisiocratici, che con Quesnay lo avevano genialmente tentato (e Marx annunzia che nel secondo Libro lo farà per la società capitalistica) gli economisti borghesi classici si sono dimostrati impotenti a dare un quadro del movimento generale della economia sociale. Smith infatti riteneva che nel cerchio dell’azienda si potesse chiaramente distinguere tra capitale costante e capitale variabile, ma che nel complesso generale della società tutto il capitale si presentasse come capitale variabile. Il valore del capitale sociale varrebbe la somma di tutti i salarii pagati, e con questa finzione si fa apparire tutto il capitale come lavoro “attuale” e si copre e nasconde la iniquità della società borghese.

La tesi opposta sarebbe che tutto il capitale è capitale costante, ossia ricchezza patrimoniale, come quella del rentier che palesemente vive del lavoro altrui.

Marx nel suo “secondo momento” — che qui dunque già appare, come appare chiaramente il terzo — presenterà invece il ciclo del capitale costante e di quello variabile nella riproduzione allargata, mostrando come ed in che misura entrambi si incrementino, in modo che la società abbia in aumento la massa di lavoro annuo e quella di capitale costante.

E’ lo stesso concetto di lavoro vivo e lavoro oggettivato che trovasi nella più giovanile stesura dei Grundrisse o fondamenti del comunismo.

Ebbene è questa proprio una considerazione di terzo momento. Fino a che il sistema della circolazione è mercantile e monetario sarà inevitabile che il lavoro vivo degli uomini trascini con sé nella circolazione una parte sempre maggiore (grazie all’aumento appunto della produttività del lavoro) del capitale costante in cui è cristallizzato il lavoro morto delle annate precedenti e delle generazioni passate.

La critica che qui Marx fa a Smith è la critica rivoluzionaria del comunista al difensore del capitalismo. Smith sembra dire che quando tutti i capitalisti saranno astinenti il sistema borghese sarà quella razionale ed ideale di convivenza in una società di lavoratori.

La posizione di Smith si combatte come quella, tanto posteriore a Marx, degli stalinisti russi. Supporre tutti i padroni di azienda astinenti o supporli tutti allontanati o trucidati, vale lo stesso. Ma fino a che il circolo della produzione di plusvalore si realizza col giro monetario, e la attrezzatura della società si potenzia col lavoro salariato, resta in piedi questo mostro del lavoro oggettivato, del lavoro morto. Che dietro di esso vi sia una classe di borghesi minoritaria e gaudente; o un giro di anonime e di cartelli, o uno stato che accetta il capitalismo mondiale e vi convive, respirando la sua stessa atmosfera, è lo stesso sul terreno del terzo momento, e la rivoluzione che libererà l’uomo dalla schiavitù al sinistro mostro del Capitale, è ancora da fare.