Il testo di Lenin “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo” condanna dei futuri rinnegati Pt.6
La “manovra agile”
Pure avendo già detto che dedicheremo la parte finale di questo studio, da considerarsi come uno studio a sé, alla questione della tattica parlamentare, non possiamo non trattare subito un aspetto importante del confronto che fa Lenin tra la esperienza storica della lotta del partito bolscevico nelle due rivoluzioni, e quanto allora se ne deduceva circa la tattica che i rivoluzionari avrebbero dovuto seguire nei vari paesi. Base di tutta la questione era che si dovesse correttamente agire al fine di estendere negli anni successivi al 1920 la rivoluzione dalla Russia all’Europa, sola via per la vittoria del socialismo in Europa e in Russia. Nessun diritto dunque di invocare queste conclusioni del 1920, e questa stessa impostazione del problema storico che Lenin pone e affronta, per gli sciagurati che gli attribuiscono, col falso più gigante della storia, l’intenzione di abbandonare la rivoluzione d’Europa al suo destino e proseguire verso il socialismo nella sola Russia.
Nella situazione del 1920 si disegnavano enormi errori nel giudizio sugli eventi russi. Il partito e l’Internazionale si dovevano massimamente preoccupare non solo delle falsificazioni dei socialsciovinisti che infamavano la rivoluzione d’Ottobre negandole contenuto proletario e socialista, ma anche delle interpretazioni cosiddette di sinistra che cadevano in errori antimarxisti e controrivoluzionari come quelli di cui abbiamo già dato cenno, ossia negare la funzione del partito politico, assumere che la forma soviet lo avesse eliminato, o cadere in quella civetteria con l’anarchismo cui Lenin fa in molti passi allusione, dire che la rivoluzione russa aveva abolito lo Stato, che i soviet non erano il tessuto dello Stato proletario (transitorio ma con un periodo di vita storica almeno bastevole a estendere la rivoluzione in Europa) ma un effimero schieramento di folle insorte.
Quando sia ben chiaro che la forma parlamento, propria della rivoluzione antifeudale, deve in rapido ciclo essere distrutta per sostituirvi la forma sovietica di dittatura proletaria, e che questo è lo scopo, non ultimo e lontano, ma immediato, di tutta la lotta, diventa un problema di strategia e di tattica di partito quello di usare o non usare il mezzo parlamentare. L’astensionismo tradizionale dell’anarchico, sempre combattuto dalla sinistra marxista, e con vigore speciale in Italia, è una posizione individuale e non di classe. Dato che la lotta collettiva deve condurre a una società senza Stato, al che noi con Lenin e in contrasto immenso con i social-traditori della destra aderiamo, che cosa vale dire: Io, che nella mia “coscienza” personale ho risolto il problema, boicotto lo Stato, ossia, nel 1960 nel 1920 o nel 1870, boicotto lui Stato non votando?
È chiaro che questa non è una soluzione storica ma una bambinata.
Su quali basi Lenin respinge un simile opportunismo piccolo borghese? Questo va inteso, anche se la posizione dialettica non è la più semplice.
Poiché tutto il mondo guarda alla Russia – con ammirazione o con orrore – Lenin è qui a testimoniare che cosa la Russia ha fatto, in specie il proletariato russo e il partito bolscevico che ne ha condotta la rivoluzione.
Vi sono due “tempi di prova” della tattica bolscevica, il 1905-1907 e il 1917-1920, separati da tempi di attesa, di cui a suo luogo va anche detto per uso nostro che viviamo oggi un tempo di ben più lunga attesa. Lenin mostra che si è vinto per essere stati lontani dai due pericoli: il socialdemocratismo che si fa un limite della forma liberale e quindi borghese dello Stato, e l’anarchismo che crede di romperla con una negazione ideologica, pari all’atto dello struzzo che crede di essere scampato al nemico ficcando la testa nella sabbia per non vederlo.
I bolscevichi hanno avuto una vasta gamma di tattiche nei due periodi storici indicati. Ecco come Lenin sintetizza il primo: «La successione alterna dei metodi di lotta, parlamentare e non parlamentare, della tattica del boicottaggio e della tattica di utilizzazione del parlamento, delle forme legali e illegali, le relazioni e i legami di queste diverse forme tra loro, tutto ciò si distingue per una enorme ricchezza di contenuto. Ogni mese di questo periodo (di tre anni) vale per l’apprendimento dei fondamenti della scienza politica, per le masse e per i capi, per le classi e per i partiti, un anno di sviluppo “pacifico e costituzionale”. Senza la prova generale del 1905 la vittoria della rivoluzione di Ottobre 1917 sarebbe stata impossibile».
Secondo periodo. «La forza di inerzia inveterata e insieme la inverosimile decrepitezza dello zarismo, a cui si aggiungevano i colpi di una guerra infinitamente penosa, avevano suscitato contro di esso una straordinaria forza di distruzione. In alcuni giorni la Russia (febbraio 1917) si trovò cambiata in repubblica, in una democrazia borghese più libera, malgrado il pieno stato di guerra, che in qualunque altro paese del mondo».
Notiamo che questa è una idea centrale in Lenin, ma dialetticamente ne sorge l’opposto che la solidarietà con una tale forma. «Il governo fu formato dai capi dei partiti di opposizione e dei partiti rivoluzionari, come nei paesi del più puro parlamentarismo, poiché il titolo di capo di un partito di opposizione al parlamento, anche nel parlamento più reazionario possibile, ha sempre facilitato il compito ulteriore di questo capo nella rivoluzione».
Nel 1920 noi chiedevamo a Lenin anzitutto se un tale vantaggio non era esclusivo del “parlamento più reazionario possibile”; e poi se di tutti quei capi parlamentari non avesse egli stesso schiaffeggiato l’ulteriore compito controrivoluzionario. Ma qui il nostro scopo è solo di presentate con tutta fedeltà la costruzione di Lenin.
Poco più oltre: «I bolscevichi hanno cominciata la loro campagna vittoriosa contro la repubblica parlamentare, borghese nel fatto, e contro i menscevichi, con una estrema prudenza, e avevano preparata questa campagna con infinita cura – contrariamente a quello che si crede oggi in Europa e in America. Noi non abbiamo fin dall’inizio di questo periodo spinto al rovesciamento del governo, noi abbiamo solo spiegata la impossibilità di rovesciarlo senza modificare preliminarmente la composizione e la mentalità dei soviet. Noi non abbiamo proclamato il boicottaggio del parlamento borghese, dell’assemblea costituente; noi, nella conferenza di aprile del nostro partito, ufficialmente, abbiamo solo detto che una repubblica borghese con una assemblea costituente è meglio della stessa repubblica senza assemblea costituente; ma che la repubblica sovietica operaia e contadina valeva meglio di ogni specie di repubblica parlamentare e di ogni democrazia borghese. Senza questa preparazione prudente, minuziosa, circospetta e prolungata, noi non avremmo mai potuto riportare la vittoria di Ottobre 1917, né conservare fino a oggi questa vittoria».
La conferenza di aprile
È esatto che in aprile 1917, ossia appena tornato in Russia, quando egli dette all’azione bolscevica il noto colpo storico di acceleratore che sbalordì i compagni, Lenin trovò giusto difendersi contro un triviale attacco del menscevico Goldenberg che lo aveva trattato da pazzo delirante (altro che prudente circospezione!) e scrisse nella “Pravda”: E si pretende che io sia contro la rapida convocazione dell’assemblea costituente!!!
Ma oggi l’indagine storica ci permette di dare il senso giusto alle parole di Lenin: per giungere al brillante risultato di sciogliere con la forza l’assemblea costituente eletta, è occorsa un’azione ben più efficace che quella barbina di chi avesse esortato le masse in questo modo: lasciate eleggere tutte le assemblee del mondo, quello che necessita è non andare a votare e non porre piede nell’assemblea!
Questo va detto alle carogne che traggono dall’assemblea costituente italiana del 1946 (nata non dal moto delle masse ma dal veicolamento di un clan di degeneri capi politici a mezzo della flotta e dell’esercito americani e alleati) la concessione di un credito storico, per soddisfare le aspettazioni proletarie, di un tempo eterno in cui non contino i mesi per anni, come in Lenin, ma gli anni per mesi o settimane, di svenevoli conte di schede che sono sempre li dopo decine e ventine di ripetizioni.
Poiché Lenin ci ha riportati alla conferenza di aprile e alla sua formidabile piattaforma, che il partito ufficialmente fece proprie, ci sembra il caso di farvi ricorso.
Il governo provvisorio è definito governo borghese di classe, e gli è dichiarata l’opposizione.
La sua politica estera è definita imperialista e di aggiogamento alle potenze borghesi dell’Intesa.
L’intesa tra governo provvisorio e soviet è denunciata come prova della influenza dei partiti piccolo borghesi, specificamente elencati. La Russia di allora è definita il paese più piccolo borghese di tutta l’Europa, e tanto è dichiarato una contaminazione del proletariato.
La tattica del momento non è indicata come quella della insurrezione, ma come necessità “di versare aceto e fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie”.
Le proposte possono sembrare di sola propaganda ma sono un “lavoro rivoluzionario pratico” anche senza la consegna di prendere le armi (che anche nel luglio Lenin dichiarerà sbagliata). Ecco la tattica di aprile: Lavoro di critica. Preparazione e raggruppamento degli elementi di un partito coscientemente proletario, comunista. Liberazione del proletariato dalla generale ebbrezza piccolo-borghese. Notare che la coscienza del partito è opposta alla “fiduciosa incoscienza delle masse”.
Fermandoci un attimo, chiediamo se l’artificiosa pompata di antifascismo in Italia dopo 17 anni dalla caduta del fascismo, e il successo di una formula super-idiota quanto questa, non rispondano a uno stato di “fiduciosa incoscienza delle masse”; senza che il partito cosciente sia presente, e senza che lo si possa sostituire con un frasario infantile di falsa sinistra.
Il paragrafo seguente è contro il difesismo rivoluzionario ossia la situazione che ritornerà a Brest-Litovsk nel 1918. È vero che qui Lenin si esprime con molta pazienza per le masse, che credono dopo la caduta dello zar a una patria rivoluzionaria da difendere. Ma la tesi dice senza ambagi: «La minima concessione al difesismo rivoluzionario è un tradimento del socialismo, è una rinuncia completa all’internazionalismo» [Da “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione”, “Progetto di piattaforma del partito del proletariato”].
Questione della fine della guerra. Il primo passo è la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Il secondo deve essere il passaggio del potere statale al proletariato.
Questione della forma dello Stato. La repubblica democratica parlamentare è il tipo più perfetto, progredito, di Stato borghese. Il nuovo tipo apparve con la Comune di Parigi ed è oggi riprodotto dai soviet. Lo Stato democratico col suo apparato che deve essere spezzato incombe dall’alto sulle masse, i soviet muovono dal basso.
L’Internazionale. Il testo di aprile 1917 non è da meno di quello di maggio 1920 nello stigmatizzare tanto la destra social-sciovinista quanto il centro di cui sono elencati i rappresentanti da Kautsky a Turati. Viene criticata la maggioranza di Zimmerwald per il suo “social-pacifismo” e annunziata la fondazione della III Internazionale. Oggi è di speciale interesse il giudizio sul pacifismo. «Chi si accontenta di’”esigere” dai governi borghesi che essi concludano la pace, o “esprimano la volontà dei popoli”, ecc., cade di fatto nel riformismo. Poiché, obiettivamente, il problema della guerra si pone soltanto in modo rivoluzionario».
La pace e la liberazione dei popoli dalle conseguenze della guerra (debiti)… non sono possibili che mediante la rivoluzione proletaria. Non esiste altra via di uscita.
Come i moderni “ufficiali” leninisti a parole conciliano con simili tesi: primo, la costruzione del socialismo in un solo paese; secondo, la evitabilità della guerra per volere dei popoli; terzo, la distensione e coesistenza pacifica, sia essa tra Stati a diverso regime, sia tra Stati ad analogo regime, è cosa che è inutile chiedere loro.
La parte finale della piattaforma di aprile verte sul cambiamento del nome del partito russo da socialdemocratico a comunista.
Gli argomenti sono classici e noti. Ma ne ricorderemo talune formulazioni, per concludere alla dimostrazione che la prudenza tattica di Lenin sta le mille miglia lontana dal travisamento e sottacimento dei principi, come hanno già dimostrato le frasi tratte dal documento pubblico di partito nel difficile aprile del 1917. Qui è ribadita la vera natura della pestilenza opportunista, problema vivo nel 1920 e più vivo ancora oggi.
Vi sono due argomenti scientifici contro il nome socialdemocrazia, sulla base dei continui moniti di Marx ed Engels. Il primo termine è errato perché il socialismo è un nostro fine transitorio, per giungere al comunismo. Il secondo termine lo è perché «la democrazia è una delle forme dello Stato, e invece noi marxisti siamo avversari di ogni Stato». Il nostro pieno programma è comunismo senza stato. Il che vale: comunismo senza democrazia.
Natura dell’opportunismo
Ci serviamo di questo passo, che molti dell’”Estremismo” richiamano e parafrasano quasi frase a frase: «Noi siamo marxisti e prendiamo per base il “Manifesto del Partito comunista”, svisato e tradito dalla socialdemocrazia in due punti principali: 1) gli operai non hanno patria: la “difesa della patria” nella guerra imperialistica significa tradimento del socialismo; 2) la teoria marxista dello Stato, svisata dalla II internazionale».
Il fenomeno storico dell’opportunismo, se ci è lecito ricostruire con nostre parole il contenuto di una battaglia polemica di mezzo secolo, consiste nel fare, a un grave svolto della situazione storica, e al fine di tenere in esso il comportamento inverso a quello che il partito aveva sempre annunziato, una sensazionale “scoperta”. La storia del tradimento è una storia ai “scoperte” propinate in momenti cruciali al proletariato, che rendono ai suoi dominatori il servigio di disorientarlo e debilitarlo. A ognuna di tali “scoperte” una formula che sembrava sicura e definitiva, quando si tratta di applicarla, viene svuotata e fatta a pezzi.
Una di queste formule di cui ora ci serviremo come esempio evidente è quella del “Manifesto” che Lenin qui cita: i proletari non hanno patria. E poi: non si può toglier loro ciò che non hanno. È la classica risposta alle antiche “obiezioni” al comunismo.
In Russia la parte maggiore del movimento proletario allo scoppio della guerra 1914 non si era sentita di affermare che i lavoratori russi dovessero difendere una patria personificata nello zar. Solo pochi dei capi socialisti osarono giungere alla tesi “difesista” della pretesa aggressione tedesca, e purtroppo era tra essi Plekhanov, maestro di Lenin.
Ma dopo la caduta dello zar nel febbraio del 1917 il difesismo guadagnò terreno. Con la concessione di una democrazia parlamentare (che tuttavia si riduceva a un governo provvisorio di capi partito della vecchia Duma, come Lenin descrive) quasi tutti i capi politici annunziarono alle masse che avevano trovata una Patria e che era il caso di prendere le armi per difenderla, si intende con sommo gaudio della democrazia anglo-francese. Lenin, come abbiamo testé visto, si dovette con tutte le forze opporre a questa esosa contraffazione.
Le cose non furono in Italia molto diverse. È noto che allo scoppio della prima guerra mondiale nel partito socialista solo pochissimi elementi giustificarono il social-difesismo di tedeschi, francesi, ecc. Ma alcuni ve ne furono, anche dai primi mesi e con anticipo sul lurido tradimento di Mussolini.
Un pover’uomo tra questi fu Paoloni, che ricordiamo solo per la strana coincidenza che era una specie di esperto della propaganda che allora si diceva spicciola. Dirigeva un giornaletto, “Il seme”, che costava un centesimo (come chi dicesse, oggi, meno di cinque lire). Naturalmente si era fatta, per decenni, molta propaganda sul «Manifesto dei Comunisti». Quando rinfacciammo a questo signore la famosa frase che non poteva essere scordata, egli, che non si era mai sognato di dirlo o scriverlo prima, snocciolò la spudorata spiegazione: Sì, nel 1848 Marx disse che i proletari non avevano patria, perché si riferiva ai paesi ove non era stato conquistato il diritto all’elettorato democratico. Ma, da quando questo è un fatto, la frase non vale più, e i proletari di una repubblica parlamentare, e anche di una monarchia costituzionale, hanno acquistata una patria da difendere sui campi di battaglia.
Ecco la scoperta. Non scoperta perché si fosse trovata una verità, ma perché al contrario si era spacciata una spiegazione che in tanto tempo, dal 1848 al 1914, anno della guerra imperialistica, nessuno aveva pensato di dare. Scoperta e sorpresa. Queste ondate di vergognosa trufferia possono però in pochi giorni distruggere sforzi di lavoro di decenni di tutto un partito o almeno della parte più sana di esso.
Non diversa cosa è per la questione della democrazia e dello Stato. Per decenni si è diffusa senza nulla mutare la critica marxista, la formula che nella più democratica repubblica lo Stato è una macchina per sfruttare il proletariato nell’interesse della borghesia – in pochi giorni dal l’agosto 1914 si “scopre” che questo non dice nulla quando lo Stato è aggredito; quando si deve scegliere tra due Stati diversamente democratici; quando si deve ricongiungere una provincia alla sua nazionalità e lingua; e per cento altri motivi.
Sono tutte questioni sviscerate dal marxismo con riguardo a tutte le zone geografiche e i periodi storici, e si tratta di problemi non facili a rinchiudere in formule; ma quando si credeva raggiunta una sistemazione fanno la fine dei celebri deliberati di Stoccarda e di Basilea e si dice che era giusto votarli, ma che la situazione ha avuto sviluppi diversi da quelli allora considerati, e si scopre come, nell’unico caso in cui si doveva applicarli, vi siano buone ragioni per violarli spudoratamente.
La lezione della lotta di Lenin e della III Internazionale contro l’opportunismo è che, se lo si vuole debellare, occorre rivendicare la possibilità di «scrivere in anticipo le formule da rispettare strettamente nel momento supremo dello svolto storico». Il partito quindi prevede le situazioni a venire, e traccia i suoi piani di azione per esse.
Non si può venire ad altra conclusione dall’esame delle pagine di Lenin e di tutta la palpitante storia della sua vita e della sua battaglia. Egli volle costruire e ricostruire una teoria e una organizzazione che non potessero più essere travolte, come al principio di agosto del 1914 furono le dottrine del socialismo marxista “ufficiale” e l’organismo della II Internazionale. Questo si legge a ogni pagina e a ogni rigo, e non con un lavoro pignolo di letterale esegesi, bensì con il confronto dei fatti storici e dei loro chiari e sicuri sviluppi.
Come Lenin svergognò chi disse che era falsa la norma che non si difende la patria, e che il socialismo preconizza uno Stato democratico, così oggi la medesima vergogna deve cadere su chi afferma che gli interessi delle classi lavoratrici possono filtrare legalitariamente tra le maglie di una costituzione democratica, che una campagna pacifista può evitare la guerra e sostituirla con una incruenta gara di emulazione fra Stati a diverso (ma diverso non è) regime, o che la frammistione delle rivendicazioni proletarie con quelle di ceti piccolo borghesi (e medio borghesi!) non è più contaminazione e ottundimento del vigore rivoluzionario, ma successo del proletariato.
Se chi oggi dice tutte queste cose (e se ne sentono anche di peggiori sul patriottismo, il legalitarismo, il moralismo, e via) ammettesse di tornare sulle posizioni dei Kerensky, degli Scheidemann, dei Turati, dei Renaudel, dei tanti che Lenin a sangue ha frustato, avremmo un opportunismo di oggi fratello siamese di quello di allora.
Ma se i portavoce di tante infamie pretendono di trovarne la giustificazione nelle pagine di Lenin, in quelle di Marx ed Engels, dopo che Lenin medesimo le aveva per sempre rimesse in abbagliante luce; allora va detto che l’opportunismo di oggi non ha perdono, che tre volte più di quello di allora va maledetto. E che i suoi risultati, come è dato d’ogni intorno vedere, sono di un disfattismo dieci volte maggiore; che di tanto più merita della controrivoluzione borghese.