अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1960/21

Il testo di Lenin “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo” condanna dei futuri rinnegati Pt.6

La “manovra agile”

Pure avendo già detto che dedicheremo la parte finale di questo studio, da considerarsi come uno studio a sé, alla questione della tattica parlamentare, non possiamo non trattare subito un aspetto importante del confronto che fa Lenin tra la esperienza storica della lotta del partito bolscevico nelle due rivoluzioni, e quanto allora se ne deduceva circa la tattica che i rivoluzionari avrebbero dovuto seguire nei vari paesi. Base di tutta la questione era che si dovesse correttamente agire al fine di estendere negli anni successivi al 1920 la rivoluzione dalla Russia all’Europa, sola via per la vittoria del socialismo in Europa e in Russia. Nessun diritto dunque di invocare queste conclusioni del 1920, e questa stessa impostazione del problema storico che Lenin pone e affronta, per gli sciagurati che gli attribuiscono, col falso più gigante della storia, l’intenzione di abbandonare la rivoluzione d’Europa al suo destino e proseguire verso il socialismo nella sola Russia.

Nella situazione del 1920 si disegnavano enormi errori nel giudizio sugli eventi russi. Il partito e l’Internazionale si dovevano massimamente preoccupare non solo delle falsificazioni dei socialsciovinisti che infamavano la rivoluzione d’Ottobre negandole contenuto proletario e socialista, ma anche delle interpretazioni cosiddette di sinistra che cadevano in errori antimarxisti e controrivoluzionari come quelli di cui abbiamo già dato cenno, ossia negare la funzione del partito politico, assumere che la forma soviet lo avesse eliminato, o cadere in quella civetteria con l’anarchismo cui Lenin fa in molti passi allusione, dire che la rivoluzione russa aveva abolito lo Stato, che i soviet non erano il tessuto dello Stato proletario (transitorio ma con un periodo di vita storica almeno bastevole a estendere la rivoluzione in Europa) ma un effimero schieramento di folle insorte.

Quando sia ben chiaro che la forma parlamento, propria della rivoluzione antifeudale, deve in rapido ciclo essere distrutta per sostituirvi la forma sovietica di dittatura proletaria, e che questo è lo scopo, non ultimo e lontano, ma immediato, di tutta la lotta, diventa un problema di strategia e di tattica di partito quello di usare o non usare il mezzo parlamentare. L’astensionismo tradizionale dell’anarchico, sempre combattuto dalla sinistra marxista, e con vigore speciale in Italia, è una posizione individuale e non di classe. Dato che la lotta collettiva deve condurre a una società senza Stato, al che noi con Lenin e in contrasto immenso con i social-traditori della destra aderiamo, che cosa vale dire: Io, che nella mia “coscienza” personale ho risolto il problema, boicotto lo Stato, ossia, nel 1960 nel 1920 o nel 1870, boicotto lui Stato non votando?

È chiaro che questa non è una soluzione storica ma una bambinata.

Su quali basi Lenin respinge un simile opportunismo piccolo borghese? Questo va inteso, anche se la posizione dialettica non è la più semplice.

Poiché tutto il mondo guarda alla Russia – con ammirazione o con orrore – Lenin è qui a testimoniare che cosa la Russia ha fatto, in specie il proletariato russo e il partito bolscevico che ne ha condotta la rivoluzione.

Vi sono due “tempi di prova” della tattica bolscevica, il 1905-1907 e il 1917-1920, separati da tempi di attesa, di cui a suo luogo va anche detto per uso nostro che viviamo oggi un tempo di ben più lunga attesa. Lenin mostra che si è vinto per essere stati lontani dai due pericoli: il socialdemocratismo che si fa un limite della forma liberale e quindi borghese dello Stato, e l’anarchismo che crede di romperla con una negazione ideologica, pari all’atto dello struzzo che crede di essere scampato al nemico ficcando la testa nella sabbia per non vederlo.

I bolscevichi hanno avuto una vasta gamma di tattiche nei due periodi storici indicati. Ecco come Lenin sintetizza il primo: «La successione alterna dei metodi di lotta, parlamentare e non parlamentare, della tattica del boicottaggio e della tattica di utilizzazione del parlamento, delle forme legali e illegali, le relazioni e i legami di queste diverse forme tra loro, tutto ciò si distingue per una enorme ricchezza di contenuto. Ogni mese di questo periodo (di tre anni) vale per l’apprendimento dei fondamenti della scienza politica, per le masse e per i capi, per le classi e per i partiti, un anno di sviluppo “pacifico e costituzionale”. Senza la prova generale del 1905 la vittoria della rivoluzione di Ottobre 1917 sarebbe stata impossibile».

Secondo periodo. «La forza di inerzia inveterata e insieme la inverosimile decrepitezza dello zarismo, a cui si aggiungevano i colpi di una guerra infinitamente penosa, avevano suscitato contro di esso una straordinaria forza di distruzione. In alcuni giorni la Russia (febbraio 1917) si trovò cambiata in repubblica, in una democrazia borghese più libera, malgrado il pieno stato di guerra, che in qualunque altro paese del mondo».

Notiamo che questa è una idea centrale in Lenin, ma dialetticamente ne sorge l’opposto che la solidarietà con una tale forma. «Il governo fu formato dai capi dei partiti di opposizione e dei partiti rivoluzionari, come nei paesi del più puro parlamentarismo, poiché il titolo di capo di un partito di opposizione al parlamento, anche nel parlamento più reazionario possibile, ha sempre facilitato il compito ulteriore di questo capo nella rivoluzione».

Nel 1920 noi chiedevamo a Lenin anzitutto se un tale vantaggio non era esclusivo del “parlamento più reazionario possibile”; e poi se di tutti quei capi parlamentari non avesse egli stesso schiaffeggiato l’ulteriore compito controrivoluzionario. Ma qui il nostro scopo è solo di presentate con tutta fedeltà la costruzione di Lenin.

Poco più oltre: «I bolscevichi hanno cominciata la loro campagna vittoriosa contro la repubblica parlamentare, borghese nel fatto, e contro i menscevichi, con una estrema prudenza, e avevano preparata questa campagna con infinita cura – contrariamente a quello che si crede oggi in Europa e in America. Noi non abbiamo fin dall’inizio di questo periodo spinto al rovesciamento del governo, noi abbiamo solo spiegata la impossibilità di rovesciarlo senza modificare preliminarmente la composizione e la mentalità dei soviet. Noi non abbiamo proclamato il boicottaggio del parlamento borghese, dell’assemblea costituente; noi, nella conferenza di aprile del nostro partito, ufficialmente, abbiamo solo detto che una repubblica borghese con una assemblea costituente è meglio della stessa repubblica senza assemblea costituente; ma che la repubblica sovietica operaia e contadina valeva meglio di ogni specie di repubblica parlamentare e di ogni democrazia borghese. Senza questa preparazione prudente, minuziosa, circospetta e prolungata, noi non avremmo mai potuto riportare la vittoria di Ottobre 1917, né conservare fino a oggi questa vittoria».

La conferenza di aprile

È esatto che in aprile 1917, ossia appena tornato in Russia, quando egli dette all’azione bolscevica il noto colpo storico di acceleratore che sbalordì i compagni, Lenin trovò giusto difendersi contro un triviale attacco del menscevico Goldenberg che lo aveva trattato da pazzo delirante (altro che prudente circospezione!) e scrisse nella “Pravda”: E si pretende che io sia contro la rapida convocazione dell’assemblea costituente!!!

Ma oggi l’indagine storica ci permette di dare il senso giusto alle parole di Lenin: per giungere al brillante risultato di sciogliere con la forza l’assemblea costituente eletta, è occorsa un’azione ben più efficace che quella barbina di chi avesse esortato le masse in questo modo: lasciate eleggere tutte le assemblee del mondo, quello che necessita è non andare a votare e non porre piede nell’assemblea!

Questo va detto alle carogne che traggono dall’assemblea costituente italiana del 1946 (nata non dal moto delle masse ma dal veicolamento di un clan di degeneri capi politici a mezzo della flotta e dell’esercito americani e alleati) la concessione di un credito storico, per soddisfare le aspettazioni proletarie, di un tempo eterno in cui non contino i mesi per anni, come in Lenin, ma gli anni per mesi o settimane, di svenevoli conte di schede che sono sempre li dopo decine e ventine di ripetizioni.

Poiché Lenin ci ha riportati alla conferenza di aprile e alla sua formidabile piattaforma, che il partito ufficialmente fece proprie, ci sembra il caso di farvi ricorso.
     Il governo provvisorio è definito governo borghese di classe, e gli è dichiarata l’opposizione.
     La sua politica estera è definita imperialista e di aggiogamento alle potenze borghesi dell’Intesa.
     L’intesa tra governo provvisorio e soviet è denunciata come prova della influenza dei partiti piccolo borghesi, specificamente elencati. La Russia di allora è definita il paese più piccolo borghese di tutta l’Europa, e tanto è dichiarato una contaminazione del proletariato.
     La tattica del momento non è indicata come quella della insurrezione, ma come necessità “di versare aceto e fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie”.

Le proposte possono sembrare di sola propaganda ma sono un “lavoro rivoluzionario pratico” anche senza la consegna di prendere le armi (che anche nel luglio Lenin dichiarerà sbagliata). Ecco la tattica di aprile: Lavoro di critica. Preparazione e raggruppamento degli elementi di un partito coscientemente proletario, comunista. Liberazione del proletariato dalla generale ebbrezza piccolo-borghese. Notare che la coscienza del partito è opposta alla “fiduciosa incoscienza delle masse”.

Fermandoci un attimo, chiediamo se l’artificiosa pompata di antifascismo in Italia dopo 17 anni dalla caduta del fascismo, e il successo di una formula super-idiota quanto questa, non rispondano a uno stato di “fiduciosa incoscienza delle masse”; senza che il partito cosciente sia presente, e senza che lo si possa sostituire con un frasario infantile di falsa sinistra.

Il paragrafo seguente è contro il difesismo rivoluzionario ossia la situazione che ritornerà a Brest-Litovsk nel 1918. È vero che qui Lenin si esprime con molta pazienza per le masse, che credono dopo la caduta dello zar a una patria rivoluzionaria da difendere. Ma la tesi dice senza ambagi: «La minima concessione al difesismo rivoluzionario è un tradimento del socialismo, è una rinuncia completa all’internazionalismo» [Da “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione”, “Progetto di piattaforma del partito del proletariato”].

Questione della fine della guerra. Il primo passo è la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Il secondo deve essere il passaggio del potere statale al proletariato.

Questione della forma dello Stato. La repubblica democratica parlamentare è il tipo più perfetto, progredito, di Stato borghese. Il nuovo tipo apparve con la Comune di Parigi ed è oggi riprodotto dai soviet. Lo Stato democratico col suo apparato che deve essere spezzato incombe dall’alto sulle masse, i soviet muovono dal basso.

L’Internazionale. Il testo di aprile 1917 non è da meno di quello di maggio 1920 nello stigmatizzare tanto la destra social-sciovinista quanto il centro di cui sono elencati i rappresentanti da Kautsky a Turati. Viene criticata la maggioranza di Zimmerwald per il suo “social-pacifismo” e annunziata la fondazione della III Internazionale. Oggi è di speciale interesse il giudizio sul pacifismo. «Chi si accontenta di’”esigere” dai governi borghesi che essi concludano la pace, o “esprimano la volontà dei popoli”, ecc., cade di fatto nel riformismo. Poiché, obiettivamente, il problema della guerra si pone soltanto in modo rivoluzionario».

La pace e la liberazione dei popoli dalle conseguenze della guerra (debiti)… non sono possibili che mediante la rivoluzione proletaria. Non esiste altra via di uscita.

Come i moderni “ufficiali” leninisti a parole conciliano con simili tesi: primo, la costruzione del socialismo in un solo paese; secondo, la evitabilità della guerra per volere dei popoli; terzo, la distensione e coesistenza pacifica, sia essa tra Stati a diverso regime, sia tra Stati ad analogo regime, è cosa che è inutile chiedere loro.

La parte finale della piattaforma di aprile verte sul cambiamento del nome del partito russo da socialdemocratico a comunista.

Gli argomenti sono classici e noti. Ma ne ricorderemo talune formulazioni, per concludere alla dimostrazione che la prudenza tattica di Lenin sta le mille miglia lontana dal travisamento e sottacimento dei principi, come hanno già dimostrato le frasi tratte dal documento pubblico di partito nel difficile aprile del 1917. Qui è ribadita la vera natura della pestilenza opportunista, problema vivo nel 1920 e più vivo ancora oggi.

Vi sono due argomenti scientifici contro il nome socialdemocrazia, sulla base dei continui moniti di Marx ed Engels. Il primo termine è errato perché il socialismo è un nostro fine transitorio, per giungere al comunismo. Il secondo termine lo è perché «la democrazia è una delle forme dello Stato, e invece noi marxisti siamo avversari di ogni Stato». Il nostro pieno programma è comunismo senza stato. Il che vale: comunismo senza democrazia.

Natura dell’opportunismo

Ci serviamo di questo passo, che molti dell’”Estremismo” richiamano e parafrasano quasi frase a frase: «Noi siamo marxisti e prendiamo per base il “Manifesto del Partito comunista”, svisato e tradito dalla socialdemocrazia in due punti principali: 1) gli operai non hanno patria: la “difesa della patria” nella guerra imperialistica significa tradimento del socialismo; 2) la teoria marxista dello Stato, svisata dalla II internazionale».

Il fenomeno storico dell’opportunismo, se ci è lecito ricostruire con nostre parole il contenuto di una battaglia polemica di mezzo secolo, consiste nel fare, a un grave svolto della situazione storica, e al fine di tenere in esso il comportamento inverso a quello che il partito aveva sempre annunziato, una sensazionale “scoperta”. La storia del tradimento è una storia ai “scoperte” propinate in momenti cruciali al proletariato, che rendono ai suoi dominatori il servigio di disorientarlo e debilitarlo. A ognuna di tali “scoperte” una formula che sembrava sicura e definitiva, quando si tratta di applicarla, viene svuotata e fatta a pezzi.

Una di queste formule di cui ora ci serviremo come esempio evidente è quella del “Manifesto” che Lenin qui cita: i proletari non hanno patria. E poi: non si può toglier loro ciò che non hanno. È la classica risposta alle antiche “obiezioni” al comunismo.

In Russia la parte maggiore del movimento proletario allo scoppio della guerra 1914 non si era sentita di affermare che i lavoratori russi dovessero difendere una patria personificata nello zar. Solo pochi dei capi socialisti osarono giungere alla tesi “difesista” della pretesa aggressione tedesca, e purtroppo era tra essi Plekhanov, maestro di Lenin.

Ma dopo la caduta dello zar nel febbraio del 1917 il difesismo guadagnò terreno. Con la concessione di una democrazia parlamentare (che tuttavia si riduceva a un governo provvisorio di capi partito della vecchia Duma, come Lenin descrive) quasi tutti i capi politici annunziarono alle masse che avevano trovata una Patria e che era il caso di prendere le armi per difenderla, si intende con sommo gaudio della democrazia anglo-francese. Lenin, come abbiamo testé visto, si dovette con tutte le forze opporre a questa esosa contraffazione.

Le cose non furono in Italia molto diverse. È noto che allo scoppio della prima guerra mondiale nel partito socialista solo pochissimi elementi giustificarono il social-difesismo di tedeschi, francesi, ecc. Ma alcuni ve ne furono, anche dai primi mesi e con anticipo sul lurido tradimento di Mussolini.

Un pover’uomo tra questi fu Paoloni, che ricordiamo solo per la strana coincidenza che era una specie di esperto della propaganda che allora si diceva spicciola. Dirigeva un giornaletto, “Il seme”, che costava un centesimo (come chi dicesse, oggi, meno di cinque lire). Naturalmente si era fatta, per decenni, molta propaganda sul «Manifesto dei Comunisti». Quando rinfacciammo a questo signore la famosa frase che non poteva essere scordata, egli, che non si era mai sognato di dirlo o scriverlo prima, snocciolò la spudorata spiegazione: Sì, nel 1848 Marx disse che i proletari non avevano patria, perché si riferiva ai paesi ove non era stato conquistato il diritto all’elettorato democratico. Ma, da quando questo è un fatto, la frase non vale più, e i proletari di una repubblica parlamentare, e anche di una monarchia costituzionale, hanno acquistata una patria da difendere sui campi di battaglia.

Ecco la scoperta. Non scoperta perché si fosse trovata una verità, ma perché al contrario si era spacciata una spiegazione che in tanto tempo, dal 1848 al 1914, anno della guerra imperialistica, nessuno aveva pensato di dare. Scoperta e sorpresa. Queste ondate di vergognosa trufferia possono però in pochi giorni distruggere sforzi di lavoro di decenni di tutto un partito o almeno della parte più sana di esso.

Non diversa cosa è per la questione della democrazia e dello Stato. Per decenni si è diffusa senza nulla mutare la critica marxista, la formula che nella più democratica repubblica lo Stato è una macchina per sfruttare il proletariato nell’interesse della borghesia – in pochi giorni dal l’agosto 1914 si “scopre” che questo non dice nulla quando lo Stato è aggredito; quando si deve scegliere tra due Stati diversamente democratici; quando si deve ricongiungere una provincia alla sua nazionalità e lingua; e per cento altri motivi.

Sono tutte questioni sviscerate dal marxismo con riguardo a tutte le zone geografiche e i periodi storici, e si tratta di problemi non facili a rinchiudere in formule; ma quando si credeva raggiunta una sistemazione fanno la fine dei celebri deliberati di Stoccarda e di Basilea e si dice che era giusto votarli, ma che la situazione ha avuto sviluppi diversi da quelli allora considerati, e si scopre come, nell’unico caso in cui si doveva applicarli, vi siano buone ragioni per violarli spudoratamente.

La lezione della lotta di Lenin e della III Internazionale contro l’opportunismo è che, se lo si vuole debellare, occorre rivendicare la possibilità di «scrivere in anticipo le formule da rispettare strettamente nel momento supremo dello svolto storico». Il partito quindi prevede le situazioni a venire, e traccia i suoi piani di azione per esse.

Non si può venire ad altra conclusione dall’esame delle pagine di Lenin e di tutta la palpitante storia della sua vita e della sua battaglia. Egli volle costruire e ricostruire una teoria e una organizzazione che non potessero più essere travolte, come al principio di agosto del 1914 furono le dottrine del socialismo marxista “ufficiale” e l’organismo della II Internazionale. Questo si legge a ogni pagina e a ogni rigo, e non con un lavoro pignolo di letterale esegesi, bensì con il confronto dei fatti storici e dei loro chiari e sicuri sviluppi.

Come Lenin svergognò chi disse che era falsa la norma che non si difende la patria, e che il socialismo preconizza uno Stato democratico, così oggi la medesima vergogna deve cadere su chi afferma che gli interessi delle classi lavoratrici possono filtrare legalitariamente tra le maglie di una costituzione democratica, che una campagna pacifista può evitare la guerra e sostituirla con una incruenta gara di emulazione fra Stati a diverso (ma diverso non è) regime, o che la frammistione delle rivendicazioni proletarie con quelle di ceti piccolo borghesi (e medio borghesi!) non è più contaminazione e ottundimento del vigore rivoluzionario, ma successo del proletariato.

Se chi oggi dice tutte queste cose (e se ne sentono anche di peggiori sul patriottismo, il legalitarismo, il moralismo, e via) ammettesse di tornare sulle posizioni dei Kerensky, degli Scheidemann, dei Turati, dei Renaudel, dei tanti che Lenin a sangue ha frustato, avremmo un opportunismo di oggi fratello siamese di quello di allora.

Ma se i portavoce di tante infamie pretendono di trovarne la giustificazione nelle pagine di Lenin, in quelle di Marx ed Engels, dopo che Lenin medesimo le aveva per sempre rimesse in abbagliante luce; allora va detto che l’opportunismo di oggi non ha perdono, che tre volte più di quello di allora va maledetto. E che i suoi risultati, come è dato d’ogni intorno vedere, sono di un disfattismo dieci volte maggiore; che di tanto più merita della controrivoluzione borghese.

[RG-27] La scienza economica marxista è programma rivoluzionario Pt.3

Ricerca sulla rotazione del capitale

Nella Sezione Seconda del Tomo secondo del Capitale, che stiamo esponendo dopo aver sottolineato le difficoltà che si oppongono ad una sua totale ricostruzione, Marx stabilisce che il tempo di rotazione del capitale risulta dalla somma del tempo di produzione di esso (maggiore del tempo di lavoro) col molto variabile tempo di circolazione.

Giunge alla fondamentale distinzione tra capitale fisso e circolante nel Capitolo VIII, e dedica quindi diversi capitoli alla storia di questa questione. Infine nei tre Capitoli XII, XIII e XIV insiste sui caratteri dei tre periodi detti: lavoro, produzione, circolazione, di cui il secondo ingloba il primo, e, riunito al terzo, dà il totale periodo di rotazione.

Segue il Capitolo XV Influenza del tempo di rotazione sul montante del capitale anticipato, che fu quello che imbarazzò Engels che vi vide una ricerca intricata e non del tutto utile, in una lunga nota apposta alla fine del quarto paragrafo, in cui espresse la grande fatica che aveva fatto a decifrare i voluminosi scartafacci.

Mentre il XV Capitolo abbandona per un momento il capitale fisso e la sua ricostituzione, il XVI abbandona per così dire anche la parte circolante immediatamente del capitale costante, e tratta solo della Rotazione del capitale variabile con conclusioni del massimo rilievo circa la rotazione del capitale variabile individuale (aziendale) e sociale.

Il XVII Capitolo, ultimo della Sezione, tratta la Circolazione del plusvalore, trascurata per ragioni di presentazione nella parte precedente e ne indica gli effetti sociali nei due casi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata.

Saremo così sulle soglie della Terza Sezione, che tratta della riproduzione e circolazione del capitale sociale totale.

È in questi testi, discussi alle riunioni di La Spezia, Milano e Firenze, che abbiamo applicata la cosiddetta “chiave” dei “tre momenti”. Ed è da questi che se ne ha il massimo effetto, al fine della ricerca dei successivi “scaglioni di sciupìo” della economia capitalistica, dentro l’azienda isolata, nella società borghese, e nel trapasso alla società comunista.

Una presentazione meno difficile può sorgere da un diverso ordine di esposizione, ossia dal dare quadri e tabelle in cui figurino tutte le grandezze in gioco, che Marx chiama spesso filosoficamente “categorie”, e che matematicamente si dicono “variabili”. Non che il metodo di Marx, di supporre al principio talune quantità uguali a zero, per rendere più semplice il gioco delle altre, abbia alcunché di arbitrario. All’opposto, esso è il vero metodo usato nelle scienze cui si applichi la matematica ed il solo che risolva problemi classici, designato come riduzione al caso limite. In un esempio facile, se vogliamo definire come uniforme la velocità di un treno, prendiamo i tempi a tre passaggi a chilometri noti, e siano i tempi t0, t1, t2 ai chilometri k0, k1, k2. La verifica è lunga a scrivere: (k2 – k0) / (t2 – t0) = (k1 – k0) / (t1 – t0) = v. Ma se suppongo di essere partito dal chilometro zero con l’orologio sul tempo zero, la stessissima cosa si scrive k / t = v costante; spazio diviso tempo uguale velocità. In pratica ed in teoria nulla è mutato.

Esempio dal Primo Tomo del Capitale

Quando Marx vuole provare (primo momento) che il plusvalore deriva dal capitale variabile (lavoro a salario), egli nel primo volume ricorre al semplice mezzo di porre il capitale costante uguale a zero. Nell’azienda non lo è mai, ma se pensiamo solo al secondo momento (società capitalistica) già possiamo notare che ogni capitale costante è merce nata da capitale variabile (valore da lavoro). Non è quindi una menzogna, ma una dialettica negazione di negazione.

Formalmente avevamo scritto (vedi Abaco) k = c + v (anticipo) e poi k’ = c + v + p; da cui k’ = k + p. Messo ora c = 0 le formule sono più brevi, k = v;k’ = v + p. Quindi il tasso del plusvalore risulta dalla frazione p / v e non da p / (v + c) come vorrebbero i borghesi.

Si può vedere nell’Abaco la dimostrazione della giustezza del procedimento nelle formule un poco lunghe sulla riunione “verticale” di due aziende industriali. Comunque il procedimento di Marx è ben noto e valido.

Orbene, fatta la distinzione tra capitale circolante e capitale fisso, nulla è mutato nella formula base c + v + p = k’ in cui si scompone il valore del prodotto-merce k’, o capitale di arrivo.

È bene dire all’inizio del Capitolo XV che tutto k’ nelle sue tre parti addende è “capitale circolante”. Poi ci porremo la questione di Marx, sul tempo di rotazione e sul numero di rotazioni complete in un anno.

Il capitale fisso nel suo totale è fuori della formula. Ma una sua parte periodica entra nella circolazione per potersi ricostituire ogni tanti anni dopo il suo totale degrado, ed entra nel valore della merce.

Ora il testo all’inizio del Cap. XV stabilisce di trascurare questa parte del capitale costante, e seguire solo la rotazione dell’altra (materie prime e ausiliarie) e del capitale variabile. Inoltre abbandona al suo destino anche il plusvalore p; perciò abbiamo già detto che lo ripescheremo utilmente alla fine del Cap. XVI. Non restano in ballo a circolare che c (parte assimilata provvisoriamente al tutto), e v.

Marx per il momento vuole vedere quale effetto ha il prolungarsi del periodo di rotazione per una “ritardata circolazione”, e lo vuole studiare nel suo effetto sulla quantità di capitale denaro che il capitalista di azienda deve anticipare per produrre la sua merce. Quindi è giusto non calcolare p, perché siamo nella ipotesi di riproduzione semplice (abbiamo già premesso che alla fine del Cap. XVII ne usciremo trattando anche l’allargata) e quindi la parte p del prodotto circola solo come vendita, ma l’equivalente denaro ne viene ritirato dal capitalista per consumarlo e non per operazioni di acquisto di beni-capitale.

Quanto alla parte di c, capitale costante, che vale logorio dell’impianto fisso, non è nemmeno errore trascurarla dato che in genere è piccola, e poi se non figura in c (fittiziamente) neppure ricompare nel prodotto venduto, e quindi la si può immaginare accantonata in entrata e in uscita senza nulla mutare.

Dato che tuttavia questo fare sparire e ricomparire grandezze può affaticare i lettori proletari, e può fare il gioco di nemici che cianciano di stregoneria di Carlo Marx; e dato che è più difficile eliminare i due pericoli allorché, come a Marx piace fare, si danno cifre di valore monetario e non simboli letterali-algebrici, sarà bene scrivere tutte le cifre, non annullando nulla, e poi pregare quelle che al momento non servono di assentarsi un poco.

È bene prendere le stesse cifre che Marx adotta; e gli stessi rapporti tra le varie quantità, poco curando che rispondessero alle medie della economia borghese di una ottantina di anni addietro, e oggi converrebbe mutarle ma senza pregiudizio della deduzione.

Anzitutto notiamo che Marx come tempo unitario adotta una settimana di lavoro produttivo, e come rotazione totale un certo numero di settimane. Poi considera il numero di rotazioni in un anno, ed è all’anno che riferisce la misura del volume di produzione e la grandezza del capitale, aziendale e sociale (di tutta la società borghese).

Diamo prima dei numeri un altro rilievo, che anche nella Sezione Terza, che tratta tutto l’insieme del capitale sociale, Marx, se rimette a posto il plusvalore (già tornato in scena alla fine della Seconda Sezione) conserva la ipotesi che nella cifra di capitale costante non sia ancora contenuta la quota di logorio del capitale fisso. La si vedrà però ritornare al paragrafo XI del Capitolo XX, e se ne dirà a suo tempo. Tra parentesi, il gioco di questa quota di capitale dovrà essere ricordato anche nei famosi calcoli sugli schemi della riproduzione allargata: è infatti in questa che aumento e rinnovamento di impianti fissi assorbono il massimo di energia economica. Saremo allora al Capitolo XXI.

Cifre base di partenza

Come tempi di calcolo dei “bilanci” adottiamo dunque, col testo, la settimana, la rotazione, l’anno.

La merce elaborata in una settimana è indicata in 100 (sterline, se vi piace). Ma questo è fatto escludendo il plusvalore, che vogliamo tenere in evidenza. È facile vedere che il plusvalore sarà 20. Nei quadri di Marx il tasso del plusvalore è sempre il 100%, e anche il capitale variabile sarà 20. Sempre nell’uso di Marx, il capitale costante è quadruplo del variabile, il che significa che il grado di produttività del lavoro, o di composizione organica del capitale, si suppone uguale a quattro. Quindi il capitale costante sarà 80. Avremo allora in una settimana il prodotto 80 + 20 + 20 = 120. Ma abbiamo il diritto di dire che il capitale da anticipare è 100 per ogni settimana.

Una ricerca un poco più approfondita serve a spiegare dove è andata la quota logorio del capitale fisso, che non vogliamo tenere fuori dal k‘ ossia dalle 120 (sterline).

Supporremo che tutto l’impianto fisso (macchinario, fabbricati) costi all’impianto 10.000 (diecimila sterline) e che duri dieci anni. Per la sua sostituzione bisognerà accantonare ogni anno la somma di 1000 in denaro sul ricavo della vendita del prodotto. Riferendoci alla settimana, faremo con Marx altra ipotesi di comodo: anno di 50 settimane. Basterà ogni settimana mettere da parte 20, che imputiamo alle 80 di capitale costante. Solo in tal modo rispettiamo le condizioni del XV Capitolo, che il plusvalore sia tutto ritirato dal padrone, e che la anticipazione sia in tutto 100 unità, ossia 20 + 60 + 20.

Infatti la quota logorio è una quota circolante quanto a recupero, anche se ha speciale rotazione di ben dieci anni e si spende solo alla fine del decimo anno. È noto che qui Marx fa astrazione da ogni credito che goda il capitalista e da ogni interesse che paghi in corrispettivo. Ma quelle 20 di quota logorio non ci importa pensare che circolino in 10 anni: in effetti entrano ad ogni vendita di merce (ciò vale dire ad ogni rotazione: lo vedremo subito, ma Marx aveva ragione perché non aveva ancora calcolata la rotazione).

Anticipiamo che la rotazione è di cinque settimane. Avremo nell’anno dieci rotazioni. Si tratterà di fare semplici moltiplicazioni per avere tutto il quadro. Per il logorio entrano a ogni rotazione 100, che percorrono il ciclo M-D con tutto il prodotto della rotazione, ma non percorreranno quello D-M che alla fine dei dieci anni. Ma è lo stesso che se lo percorressero subito; sarebbe come se una ruota alla volta si acquistassero i pezzi della futura macchina di rimpiazzo!

Prima di dare il quadro completo indichiamo che oggi in America si diffonde il tipo di gestione in cui il capitalista non è proprietario dell’impianto, ma paga un fitto annuo. Gli basterà avere il capitale di esercizio (quello che qui con Marx stiamo cercando) in cui includerà il fabbisogno di un canone di 1000 per anno, e magari del corrispondente a trimestri, mesi ecc.; che sarà gradatamente in uscita come in entrata, e che quindi abbiamo già messo nel ballo circolatorio. Vedremo nello studio del Terzo Tomo se il proprietario dello stabilimento si deve considerare un proprietario fondiario e la sua rendita trasporla a frazione del plusvalore, o calcolare l’affitto dell’immobile come rendita e quello delle macchine in conto capitale.

L’avvicinamento dei due rapporti economici non è privo di portata nel senso storico. Suolo, immobili e capitale fisso hanno il comune carattere di res nullius, roba di nessuno. In una considerazione di terzo momento, in una società comunista, non vi è proprietà del suolo e non vi è proprietà di lavoro morto, non solo nel senso che sia lavoro dei morti e per i vivi non valga più la trasmissione ereditaria, ma nel senso più vasto che è “lavoro oggettivato”. Dopo la immediata rotazione produttiva (non più contro valore, moneta e salario) ogni risultato del lavoro non è di nessuno, è sociale, deve solo essere destinato nel piano ad opportuno ciclo di consumo o di lavoro. Ecco che non era piccola cosa quel c = 0!

Specchio delle cifre complete

Siano i simboli: c1 quota logorio del capitale fisso; c2 materie prime ed ausiliarie; c = c1 + c2 capitale costante; v capitale variabile; c + v = k capitale anticipato circolante; p plusvalore; k + p = k’ capitale prodotto.

Valori numerici per una settimana: c1 vale 20; c2 vale60; c vale 80; v vale 20; p vale 20; k’ vale 120; k vale 100.

Valori per una rotazione di 5 settimane: c1 vale 100; c2 vale 300; v vale 100; p vale 100; k‘ vale 600; k vale 500.

Valori per un anno di 10 rotazioni, 50 settimane: c1 vale 1000;c2 vale 3000; c vale 4000; v vale 1000; p vale 1000; k’ vale 6000.

Capitale fisso pari a 10 c1: vale 10.000.

Un confronto finale

A tale punto si può rileggere il famoso Capitolo XV, che tende a stabilire il tempo di rotazione e quindi il numero di rotazioni annue quando sia dato il tempo di produzione e il tempo di circolazione. Marx al solito comincia col supporre che il tempo di circolazione sia zero: era l’ipotesi del Primo Tomo in cui si studiava la sola produzione del capitale. Nel primo caso di Marx sia di 9 settimane il tempo di produzione, ossia solo dopo 9 settimane e dopo avere, giusta le date cifre, anticipato 900, si dispone di 900 merce vendibile. Se la vendita è immediata ricomincia un secondo periodo di produzione e tutta la rotazione si intensifica colle nove settimane. Ma se per realizzare il denaro (e anche da questo la materia prima) occorrono altre 3 settimane di tempo di circolazione, la rotazione diventa di nove più tre ossia dodici settimane, e il capitale da anticipare sale da 900 a 1200, intervenendo il capitale supplementare di 300. Marx discute tre casi in cui il periodo di circolazione sia uguale, minore o maggiore di quello di produzione; e il movimento dei due capitali. Specie quando i due tempi non sono multipli aritmetici si ha un complicato incrociarsi dei due capitali, e un certo capitale resta inattivo, non in funzione produttiva. Engels trova che questo è la norma, ma appunto Marx ne cerca le conseguenze, avendosi in economia di primo stadio: lavoro sciupato = capitale inattivo.

Sorvoliamo per ora questa analisi e torniamo alla tabella base in cui il capitale è di 6000, le rotazioni sono 10 nell’anno, il capitale variabile annuo è 1000 e il plusvalore è 1000.

Marx si domanda: quanto è il capitale variabile anticipato, lasciando al solito al suo destino il fisso e il costante. Evidentemente è solo 100, quanto è occorso per la prima rotazione, poi questo capitale è rientrato e ha girato dieci volte.

Ora è giusto dire che il saggio del plusvalore è 100 per 100 perché p e v sono sempre uguali, nella settimana, nelle cinque settimane, nell’anno. Ma quello che ora Marx chiama tasso annuale del plusvalore risulta del 1000 per cento, dato che il solo capitale variabile 100 messo fuori una volta sola per tutte, ha generato 1000 di plusvalore nell’anno. Quindi il “tasso annuale” del plusvalore è tanto più grande del saggio bruto del plusvalore (che si ha anche in un solo giorno dal rapporto tra ore non pagate e ore pagate: Primo Tomo; Abaco) quante più sono le rotazioni in un anno.

Sia questo il capitale A. Marx presenta un capitale B. Esso è anche di 6000 e si scompone nelle stesse proporzioni. Solo che per la lunghezza del periodo di lavoro (si pensi, ma solo per fissare le idee, all’agricoltura) si ha una sola rotazione in un anno, e non dieci come nel caso A.

È chiaro che il saggio bruto, immediato, del plusvalore, è sempre il 100 per cento. Ma il “tasso annuale” questa volta deriva da 1000 di plusvalenza contro 1000 di capitale variabile, che si è dovuto anticipare tutto e non ha girato dieci volte come prima quello di 100, ma una volta sola. Che se ne trae? che il tempo di rotazione non era una bazzecola, ma avrà una influenza enorme nel costruire il “grado di sciupìo”. Ossia nel confronto con una società di terzo tempo, che ammannirà i suoi piani, senza nessun timore che i tempi dei cicli siano diversi da settore a settore, come Marx dirà. Per ora stiamocene alle cifre e loro rapporti.

Capitale A. Saggio del plusvalore 100%. Saggio annuo del profitto: 1000/capitale di esercizio anticipato; ossia 1000/500 = 200 per cento.

Capitale B. Saggio del plusvalore 100%. Saggio annuo del profitto (dato che la anticipazione totale ha dovuto essere 4000 più 1000) 1000/5000 = 20%.

Dunque il capitale a molte rotazioni è di gran vantaggio per il capitalista, a parità di lavoro pagato agli operai (1000 nei due casi).

Viene un ricardiano e grida: ma, un momento; e il capitale fisso?

Noi lo abbiamo già calcolato, quando abbiamo fatto circolare il c1 a 20 in 50 settimane o a 1000 in un anno. Dopo dieci anni il capitalista lo riavrà intonso e vergine. Il ricardiano urla di avere anticipato, in A 10.000 più 500 e in B 10.000 più 5000 e quindi i suoi annui saggi di profitto sono onesti; 9,5 per cento in A; 6,66% in B.

Marx dice che il saggio del profitto si riferisce al capitale merci fatturato, ed è nei due casi sempre 1000/6000 ossia 16,6 per cento, come per qualunque ciclo più breve.

Nella prima indicazione di 200 e 20 per cento abbiamo riferito la massa annua del profitto, 1000 in entrambi i casi, alla effettiva anticipazione pratica di capitale circolante, che è stato in A di 500 e in B di 5000.

Le 10 mila di capitale fisso (diecimila di lavoro morto, oggettivato) non figliano plusvalore né profitto, perché solo il lavoro vivo ha tale potenza. Le 10 mila, una volta date in principio, stanno lì a ricostituirsi in eterno, senza nulla togliere al plusvalore, basta che nell’uno e nell’altro caso 1000 di lavoro salariato siano chiamate a fecondare la materia.

Non solo dopo 10 anni, ma per tutta l’eternità (fatta astrazione della mutata tecnica, per il momento) nulla occorre per tenere in piedi le 10 mila, la cui rinnovazione (“ammortamento”) è stata tutta portata nel conto circolante dell’anticipo di 500, o di 5000, tra capitale costante e variabile.

Il morto sta in piedi; e la società borghese dorme in piedi.

In principium erat verbum, et in sempiternum erit. Il verbo che fu e sarà sempre, è per l’economista borghese il Capitale, il Denaro, il Valore. Per il comunismo rivoluzionario tutto questo è un cadavere che cammina sulle spalle dei vivi. Questi non hanno nulla da costruire o da perfezionare; devono solo, levandosi, gettare dalle spalle il morto fardello.