अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1960/24

La magnifica combattività operaia sabotata e tradita dai bonzi sindacali e politici

L’aspetto positivo e indiscutibile dell’imponente sciopero degli elettromeccanici (che si avvia alla conclusione mentre scriviamo e purtroppo si sarà forse esaurito quando il giornale sarà uscito) è la magnifica combattività di cui gli operai hanno dato prova, conducendo l’agitazione in masse compatte e affrontando non solo i padroni, ma la polizia in episodi che i sindacati possono ben deplorare, perché non si accordano col loro legalitarismo, né col loro metodo di lotta in ordine sparso ed alla chetichella, ma che appunto perciò acquistano un sapore di sfida aperta alla politica conformista e codina dei bonzi bianchi, gialli e rosa, e dimostrano che lo sciopero, quando non è preventivamente limitato nel tempo e nelle modalità di sviluppo, trova schierati dietro di sé, senza defezioni, tutti i lavoratori.

Ma appunto questa splendida dimostrazione di combattività e di compattezza rende ancor più disgustoso l’atteggiamento di quelle organizzazioni sindacali cui spetterebbe di dirigere la lotta e di condurla fino in fondo. Esse hanno subito lo sciopero; hanno fatto l’impossibile per concluderlo al più presto: tutto hanno messo in opera per impedire che dilagasse e, quindi, desse i frutti che gli operai si attendevano. Gli elettromeccanici non potranno non tirarne le conseguenze per l’avvenire; la loro lotta ha rimesso sul tappeto qualcosa di più di rivendicazioni salariali o “normative”; ha riproposto i grandi, secolari temi della lotta di classe.

Subendo l’iniziativa dell’americanizzata UIL, si è fatto uno sciopero per settore col pretesto del diverso andamento e sviluppo dei singoli rami dell’industria; pretesto fasullo, perché, entro lo stesso settore le differenze di consistenza economica e produttiva sono profonde; pretesto antiproletario, perché isola gli operai di una categoria da quelli delle altre, lega le loro rivendicazioni alle vicissitudini e alle sorti della loro industria e sancisce la formazione di “aristocrazie operaie” in condizioni di salario e di lavoro privilegiate.

Cominciati a muoversi per settore, vi si è rimasti chiusi come in una volontaria prigione (volontaria per i sindacati, non certo per gli scioperanti, che si attendevano ben altro). Le manifestazioni di solidarietà da parte di altri “settori” non erano mancate: citiamo soltanto, a Milano, i tranvieri fin dall’inizio, i metalmeccanici poi. Non si è voluto usarle come arma di combattimento, i sindacati avevano preannunziato l’entrata in agitazione dei siderurgici e dei metalmeccanici; appena la lotta degli elettromeccanici si è avvicinata al punto cruciale, si sono rimangiati la promessa. Nella settimana prima di Natale, gli addetti alle aziende elettriche municipali sono entrate in sciopero: altre categorie si agitavano: ma i “settori” funzionano come compartimenti stagni, ognuno fa la sua lotta, tutti “coesistono” senza fondersi. Le condizioni per l’allargamento dell’agitazione esistevano: orrore! In nome dell'”unità sindacale” si perpetua la divisione dei lavoratori nella lotta combattuta.

Entra in scena il ministro del lavoro: i sindacati forzano i tempi per non lasciarsi sfuggir l’occasione, accettano di trattare con l’Intersind, e concludono le trattative a tamburo battente. Risultato: la lotta per settore chiuso si frantuma in due nuovi sottosettori, quello delle aziende IRI che tornano al lavoro avendo — a sentire i sindacati — “ottenuto vittoria”; quello delle aziende private in cui gli industriali non cedono sulla questione di principio, e gli operai rimangono in sciopero. Due piccioni con una fava, per i sindacati: si scampa il pericolo di un’estensione e un prolungamento dello sciopero in massa; si dà una patente di progressismo al governo, e si rinverdisce la tesi dello Stato-mediatore e dell’IRI suo profeta.

Ha almeno, l’accordo con le aziende a partecipazione statale, il significato di una vittoria? I sindacati hanno un bel cantare vittoria: l’accordo concluso non ha nulla a che vedere con le rivendicazioni di partenza; offre uno squallido aumento delle retribuzioni del 5% dal 1° gennaio e del 2% fra un anno, laddove si era partiti col chiedere un adeguamento dei salari in base all’aumento della produttività “settoriale” (accidenti a questi settori!); concede – bontà sua – un premio “una tantum” che sarà inghiottito dalle spese sostenute durante lo sciopero, esclude ogni definizione dei problemi “normativi” (qualifiche, ecc) sui quali si era tanto insistito all’inizio; introduce una cosiddetta riduzione del tempo di lavoro di… un’ora e mezza alla settimana, che sarà pagata con un acceleramento dei ritmi di produzione; e infine, somma vergogna, fissa a tutte lettere il principio, sempre nel famigerato settore, della TREGUA SINDACALE per due anni (un impegno dello stesso genere era stato firmato poco prima nei grandi complessi siderurgici). Uno sciopero di oltre un mese per “ottenere” che per due anni non si scioperi più sebbene i risultati ottenuti non siano in nessun caso quelli che si era proposti interrompendo il lavoro! E questa sarebbe una vittoria?

Il momento della firma dell’accordo con l’Intersind segna anche la fine, di fatto se non nella forma, del grandioso sciopero degli elettromeccanici: i giorni successivi vedono le singole aziende private una dopo l’altra, alla spicciolata, concludere accordi che la Confindustria — la quale si era irrigidita sulla questione di principio, non sul merito delle “concessioni”, e, anche sotto questo aspetto, ha avuto una facile partita vinta — può ben vantare ispirati alle sue idee e ai suoi interessi perché di carattere “esclusivamente retributivo, con esclusione assoluta di ogni anche indiretto riferimento a questioni normative come l’orario di lavoro”.

Iniziatasi spezzettata l’agitazione si conclude con nuove frammentazioni: gli aumenti salariali sono gli stessi (in qualche caso anzi inferiori) a quelli che gli industriali erano in partenza disposti ad accordare; le questioni normative sono risolte solo in parte (e una parte minima) nel caso delle aziende IRI, lasciate aperte nelle altre; ma in tutte vige il sacro principio della tregua!

E poiché si è in clima natalizio, a Milano gli stessi scioperanti che si erano battuti nelle strade con la polizia, sono stati convocati in Piazza per ricevere dal Bambin Gesù e dalla patriottica cittadinanza i pacchi-dono e, si può ben immaginare, la benedizione arcivescovile. Vadano a casa ora e lavorino sodo, se vogliono recuperare il tempo perduto in azioni da scavezzacolli!

Così si è archiviata una magnifica pagina di battaglie proletarie in cui giovani e anziani, uomini e donne (le donne, spesso, più degli uomini) si erano battuti con unanimità meravigliosa. Noi dicemmo subito che l’agitazione o si generalizzava o sarebbe finita in un cul di sacco a tutto vantaggio della classe padronale: la risposta è venuta subito dai sindacati – siete complici… dei padroni e servi… della polizia! Gli elettromeccanici avranno modo di riflettere amaramente, nei prossimi mesi di purgatorio, da che parte stava la ragione: dalla parte di un secolo di battaglie proletarie, o da quella di un trentennio di capitolazioni di fronte al nemico. E di concludere che bisogna tornare nel solco storico della lotta di classe, non di settore, dell’assalto alla cittadella capitalista, non della impossibile conciliazione fra le classi.

Il testo di Lenin “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo” condanna dei futuri rinnegati Pt.7

(Le precedenti sei puntate sono apparse nei numeri 16, 17, 18, 19, 20, 21, a partire dalla fine di agosto fino alla fine di ottobre 1960. Dopo la interruzione che ha corrisposto al lavoro per la riunione di Bologna, e mentre nel n.22 sono apparsi testi che hanno stretto rapporto con lo stesso argomento ed epoca (1920), si intende ora condurre a conclusione questo stiudio sulla celebre opera di Lenin. Esso ha anche fatto da premessa a quanto fu trattato a Bologna circa la discussione della sinistra italiana nella Internazionale Comunista, di cui sarà dato a suo luogo il resoconto, e che continuerà tra gli argomenti delle prossime riunionidi partito. Tutta la materia sarà convenientemente riordinata quando se ne farà oggetto della pubblicazione in volume a cura del nostro partito).

Ripresa e ricapitolazione

Nelle pagine che precedono abbiamo voluto indicare quale sia il metodo giusto per fare impiego dei testi fondamentali della teoria rivoluzionaria. Si deve ricollocarli nel quadro del tempo in cui apparvero e delle lotte che in esso si svolgevano, e ritrovare in tutta la linea del loro sviluppo i moventi che ne provocarono la redazione e la divulgazione e i fini che con quelle gli esponenti del movimento si erano proposti. Abbiamo data un’idea di insieme dello scritto di Lenin e quindi sviluppata la presentazione e il commento dei suoi primi capitoli, che quando sarà condotta a un punto sufficiente consentirà a ogni militante e ai gruppi di compagni della nostra organizzazione di seguirne la intera lettura traendone le giuste deduzioni.

Un determinato testo di partito non diventa di generale nozione e citazione per la notorietà letteraria del suo aurore, ma perché il suo passare non tanto di lettore in lettore quanto di gruppo in gruppo e di sezione in sezione del partito e del movimento rispondeva e rispose a una reale necessità della lotta, e offrì soluzioni feconde e possenti ai problemi di classe in dati svolti della storia, e, quando si tratta di tappe dell’unica linea rivoluzionaria, anche ai problemi del futuro.

Un simile metodo si contrappone diametralmente a quello sciaguratissimo di stralciare dal contesto citazioni isolate e usarle fuori del loro tempo, della loro origine e del loro obiettivo, a fine di falsificazione travisatrice, ossia nella maniera che i mortali nemici di Lenin usarono per le opere di Marx e di Engels, e per quelle che sono le “tavole” della dottrina del partito. Lenin stesso fu l’autore e il maestro del nostro metodo collettivo di trarre lezioni dalla storia, e di scegliere le presentazioni della storia che sono ossigeno vitale di ogni movimento di lotta, e del nostro su tutti.

Poiché il nostro scopo non è di stampare una edizione dell’”Estremismo” di Lenin con chiose a piè di pagina come un Dante commentato – non sarebbe lavoro disprezzabile qualora il personale di lavoro e i mezzi di divulgazione nostri in questa epoca fetente non fossero tanto ristretti; e quod differtur non aufertur – ci pare di aver dato in quel che precede sufficienti saggi della applicazione del nostro metodo di lettura di Lenin, e di poter trarre le conclusioni sulle questioni generali e mondiali del metodo della lotta proletaria.

Un breve riferimento alle questioni “italiane” varrà a stabilire che il dissenso tattico fra Lenin e noi, superato nella situazione del 1920 di cui si tratta qui, e anche il dissenso tattico negli anni successivi alla malattia e morte di Lenin, rappresentano differenze trascurabili per due ragioni.

Una è che la sinistra marxista italiana, come Lenin intuì in questo testo, era dalla sua parte nella lotta contro l’infantilismo piccolo borghese libertario, che noi preferiamo chiamare immediatista e non di sinistra (la nostra scuola ha sempre negato che gli anarchici fossero a sinistra dei marxisti, ieri oggi e domani) e nel porre in parallelo questo opportunismo con quello di destra; e anzi in Italia la corrente impeciata di questo errore era quella gramsciana (ordinovismo, aziendismo) che noi lealmente procurammo di trarre nel campo marxista, con la più flessibile delle accettazioni di disciplina di partito anche nel campo della partecipazione parlamentare.

L’altra ragione è che, come Lenin aveva sempre considerato come nemico più tremendo l’opportunismo socialdemocratico di destra, così la sinistra italiana fu la prima a vederne risorgere il pericolo nel seno della III Internazionale e lo combatté nei congressi ulteriori. Gli eventi recenti hanno dimostrato la esattezza di questa nostra violenta reazione, che sarebbe stata ingiustificata, a dire di Lenin stesso, se avesse coinciso con la ricaduta nell’infantilismo di sinistra; ma che fu condotta sul terreno puro del marxismo, tanto che previde esattamente le degenerazioni di oltre trent’anni.

Ciò può essere provato con un confronto tra questo testo, che leggemmo a Mosca suggendone ogni parola nel 1920, e quello ignobile che nel 1960 viene da Mosca dopo la riunione dei falsi partiti comunisti e operai, e che eleva a proclamazione di principio la rinnegazione di tutte le lezioni bolsceviche, leniniste, e dell’Ottobre 1917, per le quali qui, grandissimo anche se in talune cose non abbastanza pessimista sul possibile ritorno del “senilismo” pacifista e collaborazionista col capitale, Lenin si leva.

Lasciando quindi ai compagni lettori la cura del confronto di dettaglio dei testi, riassumeremo nei punti capitali le tesi dell’”Estremismo” di Lenin.

Le ingiurie a Ottobre

Due ondate di lurido fiele si abbattevano contro i bolscevichi dopo tre anni dalla vittoria, e le polemiche si levavano su un mondo in lotta incandescente. Dalla risposta da dare a queste due bande di assalto dipendeva la sorte dell’inquadramento del movimento proletario in Russia e fuori, a quel fine che allora era indiscusso per tutti: prima che si chiudesse la crisi seguita alla prima guerra mondiale e al crollo dello zarismo e capitalismo russo, ottenere il crollo del potere borghese in alcuni almeno dei paesi fondamentali di Europa.

Le due ondate di calunnie si basavano entrambe sugli stessi vaneggiamenti antimarxisti; ai borghesi puri faceva comodo credete, e ai piccoli borghesi e anche semiproletari (contro la storica deficienza di queste classi l’”Estremismo” è il più travolgente atto di accusa che mai sia stato scritto) era fatale di credere sul serio allo stesso cliché: I bolscevichi di Lenin avevano fatto di prepotenza una rivoluzione che non si doveva fare. Per le carogne di destra, per i socialsciovinisti del 1914, non si doveva disturbare la guerra dello zar a fianco delle democrazie imperialiste, o almeno mettere lo zar da parte solo per meglio aggiogare la popolazione russa al massacro mondiale. Inoltre i castratori del marxismo asserivano che la Russia aveva il diritto di fare una rivoluzione liberale, ma non quella proletaria e socialista, perché lo sviluppo economico non era al giusto punto di… cottura, ed era di rigore attendere che si muovesse prima l’Europa progredita. Argomento social-patriottico e argomento social-riformista. Passare oltre queste due ragioni storiche era stato un colpo di mano contro la democrazia, e perfino contro il materialismo marxista, che allora e oggi si vuole ridurre a lurida pezza da piedi della prima!

Dall’altro lato, che in un saggio popolare era giusto dire di sinistra (chi a Vladimiro è sopravvissuto quarant’anni non ha il diritto di chiedergli se nella scelta del frasario fu felice: i tempi di allora non puzzavano ma gloriosamente stringevano; di più, alla primavera del 1920 l’astro della rivoluzione stava per tramontare e si giocavano, per dirla banalmente, le ultime carte del terribile gioco: un Lenin sapeva che il tramonto sull’Europa avrebbe voluto dire tramonto anche sulla Russia: perdere le ultime luci della giornata valeva lo stesso tanto se la causa era l’errore dei corruttori in malafede quanto se era quello degli ingenui in buona fede: si dovette parlare alto e presto e non sottilizzare), dal lato, dunque, detto per motivi di emergenza di sinistra, si cominciò a fare ai borghesi una sciagurata eco, dicendo che il partito bolscevico aveva forzata la storia e la libera via delle masse, per far prevalere il suo dominio, il suo potere, l’interesse di un gruppo dirigente che avrebbe preso a opprimere per altra via il proletariato troppo presto gridato vincitore.

Questa bestemmia è peggiore dell’altra, in essa è tutta la miseria del piccolo borghese libertario: partito vuol dire fame di potere, movente di questa fame è la fame di sfruttamento del “popolo”, mezzo di questa fame è lo Stato, il governo formato per condurre la rivoluzione: ogni governante è un oppressore. Noi affermiamo che nessun movimento quanto quello dei marxisti italiani della sinistra si strinse a Lenin nella battaglia contro queste incoscienti blaterazioni, e nel 1960 non le condanniamo con minore convinzione che nel 1920. La nostra condanna dello stalinismo, del krusciovismo ancora peggior traditore, non si basa sulla davvero infantile querimonia: fanno tutto perché attaccati come ostriche alla cadrega del potere!

Ma, nel 1920, in quasi tutti i partiti di sinistra di Europa e di America questa malattia dilagava: è giusto dire che un dottrinarismo di sinistra con tale bagaglio è più sabotatore che il dottrinarismo di destra, e Lenin fece bene, in quell’ora suprema, a colpire senza pietà, anche se la distinzione fra i due pericoli affiora in tutte le pagine.

Lo abbiamo sentito dire che sia dopo che prima la conquista del potere è più difficile debellare lo spirito piccolo borghese che la potenza della grande borghesia. La sua veggente grandezza è confermata dalla dura esperienza dei tempi. È stato il primo, che ha ucciso la rivoluzione e messo in letargo il proletariato. La borghesia non ha vinto colla destra (fascismo) ma colla sinistra (corruzione democratica e libertaria della classe operaia).

Coronava questa diffamazione di Ottobre la vile tesi: l’arretratezza sociale, l’assenza di tradizione democratica, la grave ignoranza della popolazione russa, barbara, asiatica, primitiva; erano i caratteri “nazionali” che avevano permessa quella “via” alla rivoluzione, che noi leninisti incardinammo nelle tappe essenziali: violenza, insurrezione, distruzione del vecchio Stato, dittatura del partito proletario, terrore rivoluzionario, sterminio dei partiti avversari; che pronosticammo – e che pronostichiamo – per tutti i paesi.

Secondo i riformisti e anche secondo gli anarchici, ammiratori per la pelle della civiltà borghese (udiamo Lenin: «Il piccolo borghese fuori di sé per gli orrori del capitalismo, ecco un fenomeno sociale proprio, come l’anarchismo, a tutti i paesi capitalistici. L’incostanza di queste velleità rivoluzionarie, la loro facilità a cambiarsi rapidamente in sottomissione, in apatia, in immaginazioni fantastiche, perfino in un fanatico entusiasmo per questa o quella tendenza borghese alla moda [e qui una nostra nota: come oggi la fantascienza, il tecnicismo, il feticcio delle conquiste scientifiche…] tutto questo è noto universalmente», dunque, secondo entrambe le ali della diffamazione antirussa, nei paesi più civili e tra gente più istruita (il che vale più idiotizzata nella scuola della classe dominante e nella superstizione della cultura che sarebbe, e oggi lo è, la stessa dovunque) non saranno necessarie quelle tappe tremende, e la persuasione, la via democratica, la via pacifica, permetteranno di evitare quegli orrori di Ottobre.

Chi al tempo stesso si è messo sulla scia dei dottrinari di destra e di sinistra, che insultarono Lenin, chi, se non il corrottissimo movimento che ha pontificato, dopo un misterioso conclave, da Mosca testé? E chi è degno, come coloro nel 1920, della replica fiammeggiante di lui, se non questi odierni chiercuti della cremlinesca sacrestia?

Russia e resto d’Europa

Se dunque l’”Estremismo” di Lenin è giusto adoperarlo non già contro di noi assertori dell’integrale marxismo rivoluzionario, ma contro i caudatari esterni e interni della consorteria krusciovista, crediamo di aver mostrato con sufficiente dettaglio che l’impostazione del “saggio” annienta la bestemmia staliniana sul “socialismo nella sola Russia”.

Abbiamo visto che il punto di partenza di questa storica difesa della immensa conquista dell’Ottobre russo, che si tratta di affermare sulla vergogna di tutti i diffamatori, giusta il precedente paragrafo, sta nello stabilire quale sia la portata internazionale della esperienza di Ottobre.

Noi non abbiamo nulla da opporre alla conclusione di Lenin che ci si deve guardare dal dottrinarismo di destra, che riconduce alla caduta nel puro liberalismo borghese e nella complicità col regime del capitale, in guerra e in pace, e dal dottrinarismo di “sinistra” ossia piccolo borghese, che cade in una stupida regola di purità individualistica, di preservazione morale paga di negazioni a vuoto, che liberano la persona ribelle disinteressandosi della società serva. Questa è una esigenza di tutti i paesi perché è pericolo vivo in tutti i paesi, e i russi che hanno vinto mostrano colla loro storia di partito di essersene saputi difendere a tempo.

Ma prima di arrivare a questo punto della “tattica”, che dette avvio a tante storiche discussioni, il testo mette un punto fermo che indica quali passi e tappe della rivoluzione bolscevica siano internazionali “nel senso stretto”. Abbiamo dato i passi, e ricordiamo quello che sta nel cap. III: «L’esperienza ha dimostrato che, in alcuni problemi oltremodo essenziali della rivoluzione proletaria tutti i paesi hanno da fare inevitabilmente ciò che ha fatto la Russia» (vecchia traduzione francese: «passeranno inevitabilmente per dove è passata la Russia»).

La affermazione che si tratta di giungere alla dittatura del proletariato nell’Europa occidentale, primo punto di tutta la dimostrazione, e quella che la “via” è solo quella, e ha per tappe quelle tante volte ripetute, basta da sola a far giustizia della teoria di Stalin: “costruzione della economia socialista nella sola Russia”, e del XX congresso, che sembrò condannare l’ombra di Stalin: “ogni paese ha una sua via nazionale al socialismo”, e oggi di Mosca: “ormai al socialismo tutto il mondo va per via pacifica”.

Quello che per Lenin era obbligatorio, diviene prima facoltativo, poi diviene addirittura vietato. E tutto questo si battezza “marxismo-leninismo”!

Citiamo due o tre passi del cap. X e finale, “Alcune conclusioni”, che qui traduciamo dal testo tedesco. Esso tende nel modo più irruente e deciso a guarire la “malattia infantile” e ne drammatizza i sintomi, pure facendo una prognosi ottimista. Noi, pivelli, preferimmo cercare di debellare la malattia senile, la cui prognosi era sinistra. Ci è facile dopo quarant’anni avere avuto ragione. Così non fosse stato!

Comunque in questa stessa appassionata tirata (non sembri irrispettoso, se lo stesso autore scrive: Non pretendo affatto di dare altro che rapidi spunti di pubblicista) il possente estensore sembra avere scritto rapidi appunti sulle sozze vergogne del 1928, del 1956, del 1960: «In meno di due anni si palesò il carattere internazionale dei soviet, l’estensione di questa forma di lotta e di organizzazione al movimento operaio di tutto il mondo, la missione storica dei soviet, che è quella di essere i becchini, gli eredi, i successori del parlamentarismo borghese in generale».

Lenin sembra porsi il quesito del XX congresso: Vi sono ancora nel mondo differenze nazionali? E risponde: È vero, bisogna seguire le particolarità che ciascun paese ha nell’affrontare «la soluzione del compito internazionale solo e unico [lui sottolinea] per tutti: la vittoria sull’opportunismo [di destra] e sul dottrinarismo di sinistra nell’interno del movimento operaio, l’abbattimento della borghesia, la instaurazione della repubblica dei soviet e della dittatura proletaria: questo è il compito capitale del momento storico che attraversano ora tutti i paesi progrediti (e anche i non progrediti)».

E ancora: «Il più importante – e naturalmente non è tutto, si è ben lontani dall’aver fatto tutto – è stato già fatto con l’attrazione della avanguardia della classe operaia dalla parte del potere dei soviet contro il parlamentarismo [maiuscole nostre], dalla parte della dittatura del proletariato, contro la democrazia borghese».

Tutto dovremmo trascrivere, ma è chiaro che tutto quello che Lenin dava per già fatto, è stato disfatto dagli scalzacani che invitano i proletari a lottare per la pace, la democrazia, la libertà nazionale, e all’ultimo lasciano scappare in semitono… il socialismo. Si intende, emulato, mai dettato, e mai soprattutto guadagnato armi alla mano!

Andiamo alla fine del capitolo (e delle citazioni): «I comunisti devono fare tutti gli sforzi per incanalare il movimento operaio e lo sviluppo sociale in genere sulla via più rapida verso la vittoria mondiale del potere sovietico e della dittatura del proletariato… La rivoluzione mondiale è spinta avanti e affrettata con tanta potenza dagli orrori, dalle infamie, dalle turpitudini della guerra imperialista mondiale e dalla mancanza di ogni via di uscita dalla situazione da essa creata; questa rivoluzione si sviluppa in estensione e in profondità con tale magnifica rapidità, con così meravigliosa ricchezza di mutevoli forme, con così edificante confutazione pratica di ogni dottrinarismo; che vi sono tutte le ragioni per sperare una sollecita e perfetta guarigione del movimento comunista internazionale dalla malattia infantile del comunismo “di sinistra”».

Nei testi del 1920, “di sinistra” è sempre tra virgolette.

Lenin nel suo slancio ottimista (ogni rivoluzionario ha il dovere dell’ottimismo) vede venire la rivoluzione fuori di Russia, ed è solo a essa che pensa. Quando le attribuiva complessa ricchezza di fenomeni, non intendeva affatto con questo pensare che, per salvarsi dal dottrinarismo, si potesse consentire di fare baratto dei soli e unici caratteri internazionali dati dalla dittatura del proletariato e dalla distruzione della democrazia. Quando ha intravisto un tale pericolo non ha parlato di malattia, ma di morte.

Quelli che vantano di avere battuto in noi l’infantilismo, non hanno guarita in sé e negli altri la malattia di sinistra. Essi sono morti di quella di destra, hanno bestemmiato Lenin, e il loro cadavere mostra il bubbone violaceo e ripugnante della peste opportunista.

Teoria ed esperienza storica

Un Lenin che dopo così formidabili lotte contro nemici feroci del suo paese e degli altri ha la responsabilità duplice dello Stato russo e del movimento mondiale, e che si tiene sicuro che, se errori si commetteranno – il che non è evitabile – non si tratterà mai di quello di rinnegare il sistema sovietico e la dittatura del proletariato, o di ricadere nella famigerata difesa della patria, che caratterizza i complici aperti della borghesia, ha ragione, e andava ammirato quando non trovava opportuno che ci chiudessimo tutte le strade davanti alle difficoltà che il futuro poteva riservare, e non voleva che rinunziassimo a certi scioglimenti solo perché le formule esteriori non erano pure, belle, eleganti e rutilanti. Solo gli sciocchi non capiscono che per la causa del partito il militante rivoluzionario è pronto a consumare qualunque schifezza. Scegliere i metodi per motivi etici, estetici, e quindi soggettivi, di forma e non di contenuto, come egli dice e noi sempre diciamo, è cosa sciocca.

Ma sciocco non è usare la esperienza storica del movimento per stabilire se dati mezzi tattici, appunto malgrado la giusta e sana volontà di chi li adotta, non possano condurre al disastro. Questo noi sempre facemmo, e non togliemmo importanza all’esperienza di Russia pur ricordando sempre quello che Lenin qui riconosce, che gli effetti nefasti dell’ambiente liberal-democratico di occidente non avevano precedenti in Russia, dove la stessa oppressione zarista, ed è Lenin che qui lo illustra, era stata favorevole condizione.

Quelli che mal conoscono l’opera di Lenin, e cui lo sguardo non basta a misurare l’altezza della sua costruzione, pensano ingenuamente che secondo Lenin l’esperienza delle lotte russe abbia rivelato la prima volta la via della rivoluzione, e non resti che camminare su quelle orme. Ma anche da questo leninismo falsato i suoi falsi seguaci oggi decampano, perché permettono (ai loro emulati amici capitalisti) di non ricalcare più i passi di Ottobre.

La costruzione di Lenin è ben più alta, e lo abbiamo colla precedente analisi dimostrato.

La vittoria dei bolscevichi fu data dal fatto che nella esperienza della lotta le masse russe riconobbero di trovarsi sulla via che quel glorioso partito aveva tracciata. La forza del Partito russo non fu dunque affatto di essersi adattato alla via che gli avvenimenti nella loro pretesa spontaneità e imprevedibilità avevano presa. Non fu nemmeno (come ingenuamente e immediatisticamente pensava il Gramsci 1917, ancora stropicciantesi gli occhi per essere uscito dalle tenebre della difesa della patria democratica), perché avendo uomini e capi di eccezione ed eroici seppero violentare la storia e piegare gli eventi. La forza loro non fu né in una utilizzazione posticipata, né in una volontaristica deformazione di piega avversa dei tempi, ma nel più grande esempio, finora vantato dal nostro secolare movimento, di anticipazione della storia reale.

Infatti Lenin nel ricordare tutte le altre condizioni favorevoli mette, lo abbiamo visto, in prima linea la tempestiva scelta della teoria rivoluzionaria giusta, il marxismo. Quando una teoria storica è giusta? Quando traccia molto e molto tempo avanti le linee essenziali del futuro.

Lenin dunque non ha mai detto scritto o sognato che, scoperta in Russia, o inventata, una ricetta per fare la rivoluzione, si trattava di insegnarla altrui.

La teoria i bolscevichi russi l’avevano trovata proprio in occidente, anzi – abbiamo citato i passi – ve l’avevano trovata dopo mezzo secolo di ricerche, e gli avvenimenti si svolsero in modo che le altre teorie opposte, o prese a prestito anche in occidente, o formate con vari travagli nella stessa Russia, fecero bancarotta.

A questo punto viene il noto gioco sulle solite frasi. La teoria non è un dogma. La teoria, per Marx ed Engels, non è un dogma, ma una guida per l’azione. Queste indubbie accezioni presentano la posizione marxista che la teoria è ben più che una risposta scritta al perché o al come dei fatti, una spiegazione di problemi e di misteri della realtà: la teoria storica è la scoperta di una via di azione umana, attraverso la quale il mondo sociale reale viene cambiato, viene sovvertito. Ma ciò non accade perché una mente eccelsa lo abbia voluto o lo abbia proposto, bensì perché a un dato svolto la chiave degli eventi storici è stata trovata, scoperta, teorizzata. Naturalmente con questo non si sarà profetizzato il dettaglio di episodi e di congiunture particolari, ma si saranno stabilite alcune linee dorsali, alcuni principi, quali in Lenin, dichiarati mille volte, sono la insurrezione di classe, la distruzione dello Stato, il nuovo Stato della dittatura proletaria.

Ma non è il muoversi delle masse che dà vita alla teoria, che senza di esso sarebbe morta? Lenin che cosa vuol dire con questo? Che la teoria è un foglio bianco su cui nel futuro le masse scriveranno quello che oggi è ignoto? Lenin, e noi con lui, se tanto avesse pensato, avrebbe per dirla trivialmente chiuso bottega. Perché chi così pensa una sola bottega può aprire: quella del successo personale e dei propri affari personali. Attribuire questo a un Lenin e ai grandi bolscevichi significa ammettere che difendano partito, conquista del potere, gestione della dittatura e del terrore per il motivo che dalle due bande accampano i carognoni: fame, anche sanguinaria, di privilegio. Ma Lenin frusta una simile genia senza pietà, usa frasi passionali come quella di capi delusi che non hanno onestà verso se stessi.

Non abbiamo bisogno di esporre questa questione in tono, appunto, dottrinario. È Lenin che ce la porge risolta nell’aureo libercolo. La lezione del moto delle masse che ha insegnato la teoria; la sola giusta, la sola che nasce in Francia o in Germania, vince in Russia; è la lezione «di tutto il secolo decimonono», delle masse che fin dal 1789 si gettavano sulla Bastiglia. Lenin legge questa teoria nelle pagine del “Manifesto” e la ritrova, disperse generazioni di falsari, tra le folle sommote del 1905 e del 1917. Ecco il rapporto fra teoria e azione delle masse, nel pensiero di Lenin, nella azione di Lenin, nella potenza della storia umana. La teoria ha per Lenin una data di nascita, in cui i suoi cardini si stabiliscono definitivi: è quella della rivoluzione francese. Ma non è la teoria borghese della rivoluzione liberale, bensì la diversa e originale teoria istituita dalla nuova classe proletaria, che Lenin rivendica formulata in tipi incandescenti da Carlo Marx.

È evidente che la traiettoria della rivoluzione russa si trova da quando si è conosciuta la traiettoria della rivoluzione francese, intesa come tipo o modello delle rivoluzioni borghesi, tra cui la prima fu l’inglese, e che non sono per questo pedissequamente identiche. Ma questa tesi va presa con dialettica, non dottrinaria ma viva, e facile, tanto che vi si fonda l’ABC nostro da un secolo e oltre. Non si tratta di quella traiettoria come l’hanno vista i borghesi, ossia dalla fallace “coscienza che la rivoluzione ha di se stessa” – Marx, “Prefazione alla Critica della Economia Politica” – ma della traiettoria quale la nostra dottrina l’ha scoperta.

La rivoluzione di Francia si ferma alla dittatura della borghesia, e falsamente afferma di essersi fermata alla democrazia, conquista umana di tutte le classi. Il marxismo scopre che la democrazia è conquista di una classe, di quella capitalista, e annuncia la nuova rivoluzione di classe e la dittatura del proletariato, sole basi della abolizione delle classi. Con questa bandiera lotta la classe operaia per tutto il secolo decimonono nei paesi di Europa, prima e dopo la vittoria della rivoluzione liberale.

Le storiche sconfitte non tolgono che la teoria sia immedesimata nell’azione delle masse. Prima che le masse russe sferrino la battaglia vittoriosa, e grazie anche alla loro esperienza di lotta soprattutto nel 1905 (qui il fulcro dell’opera di Lenin) un partito, il bolscevico, è schierato sulla teoria giusta: Le masse non si fermano sulla democrazia che vale dittatura del capitale, ma spingono alla dittatura proletaria. Lenin stabilisce come nostro maestro che tra le due soluzioni non è una differenza di tappa, ma un abisso, che divide il mondo moderno in due campi di lotta spietata.

Chi legge con intelligenza l’”Estremismo” non ne deduce la tesi della continua elaborazione modificatrice della teoria, propria dei rinnegati di Mosca, ma la stessa nostra tesi che la teoria rivoluzionaria nasce a uno svolto della storia. Lenin pensa come noi che questo svolto non fu l’Ottobre 1917, ma il 1847, in cui la classe proletaria condensa nel suo programma storico, nel suo “Manifesto”, la esperienza dell’inganno della rivoluzione borghese, la distruzione della menzogna della democrazia come conquista umana ed eterna.

Truffato contro Lenin il permesso di “adattare” la teoria per “arricchirla” coi dati di nuovi tempi (tempi di merda!); ecco l’infame punto di arrivo, la democrazia in generale, che altro non è che la democrazia borghese, risollevata a idolo della umanità, e quel che è più orrendo, del proletariato!

Popolo, masse, classe, partito

Dove si vede bene come era compito vitale battere l’infantilismo piccolo borghese è nella difesa di Lenin (capitolo sulla Germania) contro l’attentato alla cardinale forma partito.

Questo attentato lo avevano fatto già nello stesso modo gli opportunisti di destra, i revisionisti. In Germania, in Italia, in Russia e dovunque, essi ragionavano nello stesso modo insidioso. Le masse erano messe avanti alla classe, la classe al partito. La posizione di Lenin e la nostra è la contraria.

Possiamo ammettere che Lenin trovasse eccessivo il nostro modo di affermarlo di fronte a tutto e a tutti. Ammettiamo che alla vigilia della giornata campale è grave poter perdere alcuni battaglioni, alcune divisioni, respingendo troppo brutalmente i diffidenti verso il partito; che questo possa essere eccesso di dottrinarismo. Sarebbe stato comunque eccesso di brutalità proprio contro l’infantilismo immediatista, che vede la classe agire senza l’intermediario vitale, il partito, e che – ma non nel senso geniale di Lenin – finirà nella sua vana purezza con l’intorbidare la classe nelle masse e infine le masse nel popolo. La discesa fatale di tutti gli opportunismi è questa: dal partito proletario a una miscela di strati piccolo borghesi, infine alla democrazia popolare, totalmente borghese.

Perché anche gli opportunisti della vecchia destra erano sulla stessa via. Ovunque avevano svalutata la forma partito. Le gialle confederazioni sindacali, a effettivi più folti, avevano per essi, con la loro bonzesca burocrazia, più peso della organizzazione del partito e della sua struttura politica. I parlamentari avevano più peso delle sezioni e dei militanti perché rappresentavano una massa a più larga base, ossia quella degli elettori, nella immensa maggioranza non iscritti al partito. Le bonzerie sindacali tramite i deputati del partito trattavano con il padronato e coi ministeri borghesi, si alleavano con i partiti esponenti degli strati piccolo borghesi, e questa stessa catena finiva nella soggezione all’interesse popolare, nazionale, interclassista, come oggi vediamo sotto i nostri occhi fare quelli che non si risolvono a rinnegare il nome di comunisti e… leninisti.

Lo schema di questa gente si attaglia alla leggenda delle “giornate di luglio”. Il partitone è oggi in Italia corrotto fino alla feccia, ha rovinata la preparazione delle masse e le ha svuotate di ogni energia di classe. La massa elettorale su cui poggia è interclassista, include con prevalenza sui proletari veri gli strati piccolo borghesi, e la tendenza della bonzeria di partito è di arrivare ai ceti medio borghesi e di isolare dal popolo solo una minoranza di alti prelati e di supposti capitani di monopolio. Come si potrà risalire da questo abisso: le masse, non meglio definite, e, secondo un’altra formula vuota di moda, le giovani masse, danno una lezione al partito, questo, che si dice pronto a ogni stormire di fronda a rinnovare la sua teoria, fa una revisione a sinistra, e prende pose rivoluzionarie?

Questa via non è che illusione davanti a un partito carognesco e controrivoluzionario. Ma un infantilismo 1960, peggiore di quello che pure Lenin scusava per l’orrore delle enormità dei destri di allora, meno gravi delle odierne sarebbe quello di dire: le masse devono agire senza spirito di classe, senza preminenza dei lavoratori salariati, o con loro subordinazione a studenti, intellettuali e simili, e abolendo ogni organizzazione di partito. L’azione è tutto!

Quindi i passi che abbiamo dati largamente da Lenin: primo fattore rivoluzionario il partito politico; sola classe rivoluzionaria quella salariata, di città e di campagna; strato subordinato alla classe la massa di lavoratori semi-proletari, il cui fisico muoversi può essere utile in una situazione più che matura, a condizione che il partito proletario sia saldo nella teoria e nella strategia. Lenin ci ha indicato le condizioni prime, disciplina e centralizzazione, e nel partito e nella classe. Partito, centralizzazione, disciplina organizzativa e classista, tutti punti che la sinistra italiana agitava dall’anteguerra, e la esitazione verso i quali definisce l’immediatismo infantilista. Non crediamo che occorra insistervi oltre.

Flessibilità o rigidità?

Tutto il mondo contemporaneo e la sua rinculatissima letteratura vive di frasacce fatte, il che caratterizza le epoche di decadenza. Un chiodo ostinato è quello che chi si oppone agli inverosimili rinnegamenti odierni sia uno che non ha imparato da Lenin che la tattica deve essere flessibile. Non neghiamo che Lenin abbia usato il termine. Ma Lenin era rigido, quando insegnava a essere flessibili. Voleva che il partito fosse flessibile come una lama di acciaio, che è il materiale più resistente a spezzarsi. Ma questa gente che osa parlare di lui è flessibile come la ricotta, per non nominare la materia che meglio la simboleggia, ossia si deforma non per riprendere la direzione inesorabile della spada che va al cuore del nemico, ma alla maniera di uno stronzo calpesto.

Lenin non vuol fare del dottrinarismo e fa grazia dell’uso della sua potenza dottrinale: non conviene rischiare di accecare chi si vuole illuminare. Egli, con grande gioia degli intellettuali piccolo borghesi cresciuti, come in Torino, alla scuola idealista, vuole essere concreto e dà esempi pratici, e vi ci atterremo. Guai per lo stronzo che volesse essere astratto. Egli non riesce tampoco a essere concreto, nemmeno dopo anni di disseccamento. Gli americani chiamano concrete il calcestruzzo di cemento; si capisce, dopo che ha fatto presa. I concreti italiani in tanti anni non hanno fatto presa, e col tempo superano ogni limite di mollezza.

Noi bolscevichi, dice Lenin, negli anni ante-rivoluzione non siamo stati intransigenti, abbiamo fatto accordi, alleanze, compromessi coi partiti borghesi e piccolo borghesi. Ma ciò non dà il diritto di giustifica agli alleati inglesi, francesi, ecc. della borghesia al potere. Dove è dunque la distinzione tra flessibilità rivoluzionaria e smerdamento borghese? Il problema non è banale.

Anzitutto rispondemmo a Lenin che la tattica prima della caduta del regime feudale dispotico per antica norma marxista non esclude affatto il blocco del partito operaio con i partiti democratici piccolo borghesi e borghesi. Marx ed Engels, come Lenin e Trotski insegnano, lo avevano detto nel 1848. In una tale situazione, come in questo secolo in Cina e nelle colonie, quei partiti hanno un programma e un compito insurrezionale. La soluzione che cerchiamo non è una lezione della recente storia o del secolo XX: Lenin ce la mostra già completa in Marx: se fare questo è dottrinarismo, il dottrinario era lui. Si tratta di passare compromessi con quei movimenti, ma, nel seno del nostro, di non perdere mai di vista che in uno stadio immediatamente successivo passeranno a nemici, e la nostra manovra – anche grazie a inganno, ma inganno a loro, non a noi stessi – si volgerà agilmente alla loro sconfitta e distruzione. Manovra dunque flessibile, ma che, se si omette la preparazione delle nostre file di partito, condizionata alla incessante denunzia della ideologia degli alleati transitori, si volge in nostra rovina e sconfitta.

Si può dire che si tratta di uno “schema”, altra parola che è di moda deridere, ma che appunto in Marx è schema teorico perché non ancora giunto a tutto il suo sviluppo, mentre in Lenin è prassi storica, nell’Ottobre 1917 è azione reale. Questo è chiaro, ma altrettanto chiaro è che la dottrina ha preceduto l’azione, e la vittoria ha premiato la dottrina giusta. Lenin temeva che noi ragazzi deducessimo: troviamo la dottrina giusta e fermiamoci, colle mani in tasca. Facemmo del nostro meglio per non meritare tale taccia indegna; ma una taccia ancora peggiore, mille volte peggiore, è quella di chi si è piegato, con elasticità immensa, ma piegato al disfattismo avversario.

Gli esempi di Lenin dovrebbero riferirsi a situazioni di pieno regime borghese; e parlare degli alleati e dei “compromessi” nel solo campo dei partiti “operai”, che erano in quel torno di tre gradazioni: Internazionali due, due e mezzo, e tre. Questa fu soprattutto la discussione che venne dopo Lenin. I fautori del fronte unico invocarono, è vero, lui; ma non pensavano che la teoria del compromesso si sarebbe estesa un giorno (noi lo vedemmo e lo tememmo) fino ai partiti e Stati borghesi e capitalistici, appena infarinati della eterna “democrazia”, ossia della stessa giustificazione che le canaglie del 1914 adducevano per passare alla difesa della patria nella guerra imperialistica.

Valgano dunque gli esempi di Lenin per la tattica bolscevica sotto lo zar. Bastano a stabilire chi è che capisce Lenin; e chi è che lo rinnega.

Lenin ricorda che nel 1901-2 i bolscevichi (i socialdemocratici di allora) fecero una breve ma formale alleanza con Struve, capo del liberalismo borghese (dei famosi marxisti legali). Ma in quale modo, sotto quali condizioni? Ecco il seguito nel testo italiano: «Pur sapendo condurre in pari tempo, senza interruzioni, la lotta più spietata, ideologica e politica, contro il liberalismo borghese e contro le anche minime manifestazioni della sua influenza nel seno del movimento operaio».

Si può dire qualcosa di lontanamente simile per l’atteggiamento dei comunisti francesi o italiani nei fronti di resistenza partigiana? A parte la astronomica distanza tra fascismo capitalista e zarismo feudale, nulla si è fatto nella battaglia ideologica contro radicali borghesi o democratici cristiani, e si è permesso alla loro influenza di dilagare fra proletariati che erano già avanti nelle posizioni antimassoniche e anticattoliche…

Lenin cita gli accordi nell’ante-rivoluzione dei bolscevichi coi menscevichi e coi populisti, e li giustifica coll’esempio della finale sconfitta e dispersione di tali partiti. Infine si compiace – con vera “civetteria” di polemista – del più celebre compromesso, quello dopo la rivoluzione, coi socialisti rivoluzionari di sinistra, partito contadino e piccolo borghese. Noi accettammo, egli dice, integralmente il loro programma agrario. Questo “blocco”, fatto in tempo non borghese, ma addirittura dopo la conquista del potere, assicurò la maggioranza nei soviet e permise di disperdere la costituente.

Questo ultimo blocco fu rotto, ma dagli stessi social-rivoluzionari, e per la divergenza sulla accettazione del trattato di Brest-Litovsk. Gli alleati ruppero per “intransigenza” e per “odio del compromesso”. Nel partito bolscevico si fu sull’orlo della scissione. Gli “esserre” tentarono la insurrezione e si dovette reprimerli. In tutta questa serie di svolte Lenin fu sempre dalla parte della linea del marxismo rivoluzionario; gli infantili non lo compresero, ma dall’Italia fummo con lui, anche quando non si avevano dirette comunicazioni.

Si trattò, dice qui Lenin addirittura, del compromesso con una intera classe non proletaria, quella dei piccoli contadini. Ma se ciò fu possibile e se i contadini mantennero il loro impegno rivoluzionario nella epica lotta ai bianchi di tutte le bande che li speravano divisi dagli operai delle città, la grandezza di Lenin fu di non aver compromessa in dottrina la teoria agraria marxista e di avere eseguito tutte le ardue manovre sempre con gli occhi fissi al traguardo finale. Fu sotto Stalin che questa direttiva possente fu invertita e tradita, e annientata sempre di più (fino alle vergogne di oggi) la egemonia del proletariato sui contadini, per dar vita alla piccolo borghese forma colcosiana. Alla flessibilità della manovra rivoluzionaria fu sostituita la vergogna delle rinunzie che hanno fatto della Russia un paese non proletario, ma governato da quei servi del capitale mondiale che sono i piccoli borghesi; e la pseudo dottrina della convivenza non esprime altro che questo tipo di compromesso, pari a quelli che la storica analisi di Lenin annovera fra quelli dei traditori.

Virgilio Verdaro

Un altro della vecchia guardia

In età inoltrata si è spento questi giorni a Pontassieve di Firenze il valoroso compagno prof. Virgilio Verdaro, figura di marxista e rivoluzionario che in tutta la lunga e travagliatissima vita mai una smentita della sua fede nella dottrina comunista.

Storico insigne, e dalla gioventù boicottato dalla scuola borghese in Italia e all’estero dove a molte riprese si ridusse a profugo sempre ribelle, egli ha dedicata tutta la vita ad un’opera sul movimento proletario i cui preziosi materiali gli sono stati contesi a molte riprese e per decenni e decenni dalla persecuzione sbriresca, e che con lena infaticabile ha dieci volte ripreso a ricostruire. Avendo lavorato ad una simile opera come nemico di tutti i poteri egli non ha potuto avere la soddisfazione di vederla pubblicata, non avendo mai barattato questo successo con la rinunzia alla più fiera indipendenza di giudizio.

Militante nel partito socialista da prima della guerra del 1914, egli fu uno dei più attivi dirigenti della frazione astensionista del 1918 che con grande ripercussione diffuse nelle province di Firenze ed Arezzo. Al congresso di Bologna 1919 fu tra i più vivaci esponenti della frazione estrema e così al congresso di Livorno.

Collaborò sempre con imporanti studi alla stampa della nostra corrente e dovette nel dopoguerra riprendere le sue peregrinazioni. Pensò di trovare in Russia la sede adatta per adempiere il suo lavoro, ma egli era un convinto seguace della opposizione di sinistra e critico dello stalinismo. Anche ivi fu perseguitato e fu fortuna che poté sfuggire alla repressione staliniana.

Traverso drammatiche vicende riparò in Belgio e fu al fianco di Ottorino Perrone nel vigoroso movimento della sinistra fuori d’Italia. Tragico episodio fu che gli stalinisti impedirono la uscita dalla Russia della sua compagna e ne fecero ostaggio per piegare l’irriducibile ribelle; finalmente ottenne di riaverla dopo penosi episodi e sacrifizi infiniti, caratteristica di tutta la vita. Non pochi dei compagni ricordano i suoi brillanti scritti sotto lo pseudonimo Gatto Mammone. In essi si condensava una eccezionale esperienza della lotta proletaria di più generazioni, esperienza tanto reale che teorica e quindi viva e genuina.

Sotto il peso di lunga, e sempre sorridente di una inimitabile arguzia, miseria economica, che era il suo orgoglio degli anni duramente vissuti e della compromessa salute, ma con mente sempre lucida e animo mai piegato dalle vessazioni nemiche, egli si è spento come visse, uguale a se stesso, al suo temperamento sereno e dolce, sotto il quale ha portato intatta fino all’ultimo un’irreducibile fermezza. Salutiamo commossi il suo ricordo.