अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1961/5

Ineliminabilità della lotta di classe

Abbiamo esposto in un precedente articolo come l’insieme delle lotte che hanno caratterizzato il movimento operaio negli ultimi tempi – di cui prendiamo atto senza sopravalutarne l’importanza storica – si inseriscano in una linea di sviluppo capitalistico nella sua fase ascendente, e tenderanno senza dubbio ad inasprirsi mano mano che la spinta produttiva, per le contraddizioni proprie del sistema economico capitalistico, verrà esaurendosi. Con le analisi che ci proponiamo di svolgere in seguito, daremo un quadro della situazione della classe operaia per quanto concerne la sua organizzazione e l’influenza costante che il padronato mantiene, purtroppo, su di essa. Queste analisi dovranno necessariamente partire dall’esame dell’oggetto principale delle lotte rivendicative, il salario, la sua struttura, evoluzione della sua forma, suo livello.

Prima di arrivare a ciò è tuttavia indispensabile ribadire la confutazione di due concezioni piccolo borghesi: una tendente a dimostrare come, attraverso i successi di carattere economico generale e una «equa ripartizione del reddito» (cioè ad un aumento graduale dei salari) verrebbe liquidata per sempre la dottrina rivoluzionaria saldata alla teoria della miseria crescente; l’altra, alla prima conseguente, affermante l’inconciliabilità tra lotte rivendicative immediate e lotta finale per la presa del potere.

Queste «tesi», proprie dei partiti più dichiaratamente social-riformisti che riescono ad interessare, in quanto ne esprimono gli interessi, quella parte del proletariato classicamente definita «aristocrazia operaia», che il capitalismo nella sua fase imperialistica forma intorno a sé, sono oggi rivendicate anche da coloro che al marxismo pretendono di rifarsi e che pongono tale processo, congiuntamente ad una lotta antimonopolistica e democratica, come un fattore indispensabile per il «superamento degli squilibrii economici e sociali» (vedi relazione di Novella al congresso nazionale della CGIL): in altre parole, per il superamento della lotta di classe.

È stato più volte chiarito su questo giornale quale sia l’esatta enunciazione della teoria marxista della «miseria crescente», e come suo contenuto sia innanzitutto il processo di costante espropriazione, proletarizzazione e «alienazione» di un gran numero di artigiani, piccoli proprietari, contadini, insomma, dei piccoli detentori in proprio in mezzi di produzione. Analizzando il processo di accumulazione, Marx ha fra l’altro dimostrato che questo, premendo sulla domanda della merce forza-lavoro, può farne oscillare il prezzo al di sopra del suo valore, cioè della somma di sussistenze necessarie alla sua riproduzione (teoricamente, per tutta la grandezza del plusvalore) senza tuttavia sopprimere l’antagonismo tra capitale e lavoro salariato.

Chi interpreti meccanicamente tale fenomeno, può credere di concluderne che, via via che il capitale si accumula, in un processo falsamente presentato come di sviluppo graduale, il salario assorbirà l’intero plusvalore; ma alla luce di una interpretazione dialettica che prenda in esame tutti gli aspetti del fenomeno e li metta in rapporto reciproco, appare evidente che, all’incontro, il capitale accumulandosi ed espropriando crea sempre nuove masse di «liberi» lavoratori i quali vanno a formare il cosiddetto «esercito di riserva» e, ingrossando l’offerta di forza-lavoro, ad inasprire la concorrenza fra i lavoratori. In tale modo la classe dominante riesce a costituirsi una scorta di forza-lavoro come di qualsiasi altra merce, dalla quale attinge nei momenti di sviluppo e che rigetta nei momenti di stasi e di crisi, soggiogando maggiormente a sé l’intera classe operaia.

Va inoltre ricordato il modo con cui il capitale si accumula nelle proporzioni della sua composizione organica di capitale costante (lavoro morto) e capitale variabile (lavoro vivo). È noto, infatti, che il capitale costante cresce in proporzione superiore al capitale variabile, alienando sempre più il lavoro umano anche in considerazione dell’inasprimento, che va di pari passo, della sua suddivisione. Tutto ciò porta a concludere che, al fuori delle condizioni più o meno favorevoli in cui venga a trovarsi la classe lavoratrice in determinati periodi, l’antagonismo fra capitale e lavoro, invece d’essere soppresso, tende sempre più ad accentuarsi.

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Si potrebbe obiettare che in alcuni paesi fortemente industrializzati la classe operaia ha raggiunto una posizione di privilegio rispetto a quella dei paesi in cui tale processo ha ritardato. Qui il discorso si allarga e bisognerebbe rifarsi al quadro che Lenin fece dell’imperialismo e dell’opera di corruzione che la classe dominante conduce creando, grazie al supersfruttamento della forza-lavoro nei paesi coloniali, gli strati privilegiati di operai abitualmente definiti «aristocratici». Nell’Imperialismo, una delle tesi contro le quali la magistrale dialettica leninista si scaglia, è quella kautskyana del super-imperialismo, secondo cui la concentrazione del capitale porterebbe a dare origine ad un unico gigantesco monopolio dominante e controllante dall’alto l’intera economia, di cui eliminerebbe la concorrenza e le fondamentali contraddizioni interne. A una tale concezione Lenin contrappone quella dello sviluppo disuguale del capitale, confermata fra l’altro dai grandiosi moti rivoluzionari nei paesi coloniali e dalla decadenza economica delle vecchie nazioni imperialiste. Ciò dimostra l’instabilità, nell’economia di mercato capitalistica, di qualunque posizione di privilegio: e a conferma di ciò basta rifarsi allo sciopero dei siderurgici americani del ’59, al livello di disoccupazione crescente negli stessi Stati Uniti, e da ultimo allo sciopero dei lavoratori belgi, che pure erano e sono considerati come appartenenti all’aristocrazia operaia.

Gli Stalin-kruscioviani non solo hanno fatto propria – con la teoria della coesistenza pacifica – la «teoria» della conciliazione degli urti fra le classi e dei contrasti fra gli Stati, ma l’hanno spinta al limite estremo del tradimento. Nel tentativo di giustificare la validità della legge del valore nella pretesa «economia socialista» russa, essi sostengono la conciliabilità fra economia di mercato e interessi dei lavoratori, purché venga condotta a fondo una lotta antimonopolistica e di alleanza con gli strati piccolo-borghesi e contadini, per un ritorno alla libera concorrenza in cui la legge degli equivalenti riacquisti tutta la sua funzione perché, a sentir loro, essa è oggi valida solo nei paesi «socialisti» dove ogni azienda realizza (udite!) un saggio medio di profitto e l’accumulazione è pianificata con uguale intensità.

Non staremo ora a confutare una tale mostruosità; ci interessano solo i riflessi che sul piano sindacale ha una tale teoria, perché a fianco di questa sta oggi la rivendicazione di un salario legato alla produttività del lavoro, di un salario che cresca automaticamente senza che una lotta sia necessaria. Cosi la classe lavoratrice è ridotta ad una appendice del capitalismo, e il sindacato, da arma per tale lotta, diventa un organismo burocratico con sole funzioni di controllo allorché, una volta stabilito il «tasso» con cui il salario deve aumentare, la legge venga rispettata.

È il pieno abbandono della teoria marxista dello sviluppo economico capitalistico e delle contraddizioni insite nel suo sistema, il quale, lungi dal poter seguire uno sviluppo graduale, cade costantemente in crisi di produzione e di smercio, mantenendo il proletariato in una situazione d’instabilità e di alienazione continua.

È inoltre la negazione del compito storico per cui il proletariato si distingue da tutte le plebi misere e sfruttate che sono comparse e si sono alternate sulla scena della storia. Il proletariato non lotta solo perché gli venga assicurata una maggior quantità di beni di consumo, ma – di là da questo obiettivo immediato e sempre distrutto nella società attuale – per la conquista dei mezzi di produzione e dello stesso prodotto dai quali è stato separato e al cui possesso sa che la sua emancipazione è legata.

La lotta rivendicativa non risolve, anche se condotta con successo, il problema dello sfruttamento proletario, ma è tuttavia indispensabile per l’organizzazione della classe, e quindi anche per la maturazione di una coscienza politica unitaria, grazie alla presenza del partito comunista. È in questo senso che il sindacato svolge un’importante funzione nel processo attraverso il quale si prepara alla lotta finale per la presa del potere sotto la guida del partito di classe, per strappare la sua emancipazione e, negandosi, quella dell’umanità intera.

Gli illuminati ringraziano

È vero che in un dialogo tra un moscerino ed un elefante il secondo non riesce certo a sentire le battute del primo; ma la scienza moderna che cosa non può? Abbiamo appreso che il radar russo segnala un moscerino a molti chilometri, e ci sentiamo in dovere di ringraziare per i chiarimenti che i comunicati dell’Accademia delle Scienze di Mosca hanno dato in merito a quello che noi non avevamo capito.

Le nostre deduzioni sono confermate, in quanto i 4 chilometri al secondo con cui il razzo Terra-Venere viaggerebbe in questi giorni sono indicati rispetto alla Terra, e rispetto al Sistema Solare si sommano con la velocità di traslazione della Terra stessa di circa 30 km .

Ci si spiega anche che lo Sputnik gigante, a circa 200 km di altezza e viaggiante a circa 8 km al secondo, ha lanciato al momento giusto un vero razzo a molti stadi, e infine ne è partita la stazione automatica, con una velocità iniziale di 11.861 metri superante di 661 metri quella di fuga (che in effetti a quell’altezza è molto minore, circa 20 km al secondo).

Già si era detto che, considerando sempre le distanze radiali dalla Terra, il corpo, lanciato il 12 febbraio a mezzogiorno, era a 126.000 km , e che il giorno 13 (a mezzogiorno?) era a 600.000, ossia ben fuori dall’orbita lunare, e viaggiava a circa 4,5 km al secondo. Poi è stato annunciato che il 21 era a 3.200.000 km colla velocità di circa 4, al solito affermando che “era uscito dalla sfera di attrazione terrestre”. Ripetiamo che questo supera la nostra comprensione: infatti a circa 2.600.000 km le attrazioni della Terra e del Sole si bilanciano. La frase di ufficio vuol forse dire che fino al 21 si è fatto il calcolo di un corpo partito dalla Terra (su di una parabola) e dal 21 in poi quello di un corpo che gira attorno al Sole (su di una ellisse) come un pianeta. Ma il solo senso di queste parole è che le ultrapotenti calcolatrici elettroniche non evitano di fare delle radicali semplificazioni, per una curva che è più complicata dell’una e dell’altra. E allora la grande precisione? Se questa fosse di pochi secondi, come va che l’arrivo del 15 maggio viene spostato (comunicato 26/2) al 19-20 maggio?

Per essere brevi fermiamoci solo sulla annunciata tabella di marcia. Non si capisce (ma ammettiamo errori di trasmissione e stampa) perché si dice che il corpo gira attorno al Sole a 27,5 km al secondo. Se è partito dalla Terra con 11,8 la sua velocità rispetto al sistema solare era all’inizio circa 41 km ; che sarebbe poi scesa a 37. Forse andava letto 3,7.

Ma la serie è questa: dopo 20 giorni a 6,9 milioni di chilometri dalla Terra; dopo altri 20 (quindi 40) a 15; dopo 60 a 28; dopo 80 a 47; dopo 97 a 70, presso Venere (signori, si scende!).

Si possono dedurre le velocità radiali del corpo, che dopo essere scese da 11,8 a 4 km per secondo, si mettono a salire: 4,7, 7,5, 11, 15,7; sulle tratte di milioni di km 8,1, 13, 19, 23. Un riferimento agevole porta la velocità all’arrivo a ben 20 km al secondo circa, ossia la velocità rispetto al sistema solare a ben 50 km al secondo (quella di Venere è solo 34,8).

Se queste velocità crescenti fossero vere, allora il 20 maggio la stazione sarebbe in ben altro sito che a 100.000 km da Venere. O noi cervelli ordinari non abbiamo capito, o dobbiamo dire, nella forma banale, sono balle e non ci crediamo. Oppure qualcuno, che sia quello che noi non saremo mai, un esperto, ci favorisca un chiarimento.

A 600.000 km il corpo viaggia rispetto alla Terra a 4.000 km all’ora (un decimo della velocità di stacco), non a 4 km al secondo, bensì a 1.160 metri al secondo circa. E allora il 21 già non poteva essere così lontano.

Perché poi dovrà riaccelerare dalla già non spiegabile minima velocità di 4 km al secondo, che valgono ben 14.400 km all’ora?

Prendiamo a considerare il corpo come pianeta del Sole (il che è dal primo momento, fin da quando, come i deretani di tutti noi, era legato al suolo terrestre). Accettiamo quello che non è possibile, che viaggi cioè a 4 km al secondo e quindi 34 rispetto al Sole. Siccome è partito dal suo afelio a 150 milioni di km (distanza della Terra dal Sole), in effetti la sua velocità orbitale va crescendo. Al taglio dell’orbita di Venere sta a 120 milioni di km. Grossolanamente la sua velocità sull’orbita, per la terza legge di Keplero, è inversa della distanza, e può salire a 42 km al secondo, ma mai a 50.

D’altra parte, se la velocità non è quella, tutto il piano è sbagliato. Osserviamo anche che la “stazione” non può essere accelerata dalla attrazione di Venere, perché la congiungente dei due corpi fino all’ultimo momento è “all’indietro”, e quindi la lieve azione è frenante.

Quando l’uomo medio comune non capisce, la conclusione non è favorevole ai grandiosi progressi della scienza, ecc.; poiché, o l’umanità con questo famoso progresso diventa più asina, ovvero gli autorevoli esperti e scienziati sono una manica di corbellatori, e le “ultime parole” della verità sono divenute una generale mistificazione burocratica.

Secondo le ultime notizie anche da Mosca, non si realizza più collegamento radio col corpo in viaggio verso Venere, ma intanto si dice che l’ultima velocità accertata era di 4.166 m al secondo. È su questo punto che attendiamo qualche autorevole chiarimento, non riuscendo ad intendere come viaggi nel sistema solare ad una velocità pressoché costante di circa 34 km al secondo. A parte la cura della nostra ignoranza congenita, probabilmente il corpo (lo chiamiamo così senza usare i termini tecnici ufficiali, come faceva il fiociniere di Verne quando non si sapeva se inseguiva una balena o il misterioso sottomarino Nautilus: “4 miglia a babordo l’oggetto in questione!”) non esiste più, ed è vano chiedersi con quanta fretta vada a passeggio per gli spazi…