अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1961/6

Evviva la “zagaglia barbara”

Come previsto, malgrado il cordone sanitario tirato dal governo portoghese, l’Angola mostra di non potersi difendere dall’“infezione” della rivolta negra che, se anche non esistessero sul luogo ragioni sufficienti per alimentarla, filtrerebbe in ogni caso attraverso le frontiere del Congo.

Mentre nel 1959 si tacque delle violente sommosse nella Guinea portoghese, e nel 1960 di quelle nella stessa Angola, ora la stampa europea passa all’offensiva denunziando gli “eccidi” perpetrati da negri delle colonie portoghesi a danno dei coloni bianchi. È probabile che, passata almeno per il momento la grande paura congolese, si batterà con ardore il tam-tam sulle “atrocità” delle popolazioni di colore anche nel felice possedimento di Lisbona, e si griderà allo scandalo.

Non è atroce, per la stampa benpensante, lo sfruttamento a cui notoriamente sono sottoposti i negri nella colonia africana del sud-ovest: è atroce che i negri vi si ribellino!

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Uno scrittore americano tutt’altro che rivoluzionario e nemmeno radicale come Stewart C.Easton può scrivere nel suo “Twilight of European Colonialism” (1961): «Sembra evidente che la tradizione del traffico degli schiavi abbia finito per determinare certe attitudini portoghesi verso gli indigeni in Africa, che persistono malgrado i cambiamenti avvenuti nel modo di comportarsi del resto del mondo». Pper esempio, se un negro non accetta “volontariamente” di lavorare presso un colono bianco delle grandi piantagioni per almeno un semestre all’anno (quanto al “volontariamente” basti ricordare che, se un negro non lavora a salario fuori del suo piccolo lotto di terra non potrà mai pagare le imposte sulla capanna e sul focolare domestico) l’amministrazione coloniale può costringerlo di autorità a farlo: che i contratti “volontari” per sei mesi implicano tutta una serie di clausole disciplinari, elencate nel passaporto interno che ogni uomo “di colore” deve avere con sé, la cui violazione autorizza il padrone a chiedere alla polizia di “punire” il colpevole con misure che vanno dalla pena corporale (consistente, scrive l’Easton, nel “battere sulla mano con uno strumento noto come la palmatoria, una specie di ping-pong perforato che produce dolorose vesciche) al lavoro correzionale e alla deportazione nelle piantagioni di cacao di Sao Tomé o di Principe; che, non essendo sufficienti le imposte a «educare l’africano ad assolvere i suoi obblighi verso la società», il governo può – a parte il lavoro obbligatorio semestrale su una tenuta bianca – «costringerlo a lavorare per la costruzione di strade ed altri compiti socialmente utili e, in genere (…) per l’esecuzione di progetti di cui egli beneficerà, sebbene non gli sia permesso di dire la sua parola circa la possibilità, che questo lavoro benefici veramente lui o soltanto le imprese private europee che si servono delle facilitazioni così fornite loro», tanto che, «notoriamente, nell’Angola come nel Mozambico, qualunque impresa abbia bisogno di una forza-lavoro di una certa entità può ottenerla in qualunque momento attraverso gli agenti di reclutamento governativi».

Un esempio (citiamo sempre l’Easton, riservandoci di fornire dati più completi e meno blandi in seguito): «Nel Mozambico settentrionale (…) si è sviluppato un sistema che può solo definirsi servitù. In quest’area l’indigeno è costretto a coltivare cotone con perdite rovinose per lui, giacché gli si fornisce il seme e lo si obbliga a coltivare il cotone su un pezzo di terra che prima dava di che vivere a lui e alla sua famiglia. Infatti di regola, non gli si concede un pezzo supplementare di terra e, in ogni caso, egli e la sua famiglia non sono in grado di coltivare il cotone richiesto e riservarsi poi il tempo sufficiente per i prodotti necessari al proprio sostentamento (…) I concessionari che forniscono il seme non erogano salari; tutto quello che possono perdere è il seme, che vale poco, e, senza correre nessun rischio, possono rivendere il cotone (da loro acquistato a prezzo vile presso i coltivatori indigeni) a manifatturieri tessili portoghesi».

Non basta: oltre ad essere obbligati ad assumere impiego come manovali in aziende private per sei mesi e pubbliche o protette dalle autorità pubbliche in qualunque periodo, i negri delle colonie portoghesi possono essere “forniti” alle vicine miniere del Sud-Africa in contingenti fissi e, «se non si offrono volontariamente per un lavoro a contratto, come è loro obbligo cristiano, è manifestamente doveroso per le autorità portoghesi provvedere a che lo facciano». Quest’ultima forma di lavoro “comandato” è particolarmente vantaggioso (spiega l’Easton) per la potenza coloniale: infatti, il contratto col Sud-Africa prevede che i negri dell’Angola o del Mozambico vergano forniti come “manodopera docile e laboriosa” in cambio dell’impegno della potenza estera di esportare una quota fissa delle loro merci attraverso il porto di Lorenzo Marques o (se si tratta di inviarli nelle miniere della Rhodesia) attraverso quello di Beira. Inoltre, per ogni lavoratore reclutato il governo sudafricano o rhodesiano paga alla colonia portoghese una certa somma di ingaggio, e infine, per agevolare lo “scambio” di carne umana, è disposto a costruire o finanziare tronchi stradali e ferroviari di cui il Portogallo potrà servirsi sia per i suoi traffici mercantili, sia per i suoi compiti di “paterna” tutela poliziesca della plebaglia negra che il buon Dio gli ha affidato perché la educhi, civilizzi e cristianizzi.

Inutile dire che, anche qui, gli africani devono accettare qualunque salario gli si offra, e lo accettano “volontariamente” perché è sempre un salario superiore a quello che otterrebbero nell’Angola o nel Mozambico.

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Tutto questo (e diamo solo alcuni fra i mille particolari ignobili della ignobile, ma cristianissima, attività colonizzatrice portoghese) non è atroce; oh, dio guardi! Ma è atroce che, un bel giorno, i negri si rivoltino e ci scappi il solito cadavere bianco. Allora si grida all’orrore, alla selvaggia brutalità indigena, alla civiltà occidentale minacciata, alla verginità di candide fanciulle violata, ai sacrifici dei coloni distrutti, alla “zagaglia barbara” e via discorrendo. È vero che ogni tanto un vescovo (come quello di Beira) è costretto a prendere la parola per dichiarare che sistemi come quelli in uso nelle felici colonie del Portogallo «solo difficilmente possono giustificarsi alla luce della sociologia cristiana», e che il sistema del lavoro forzato interno ed estero distrugge quei vincoli familiari ai quali i portoghesi pretendono di “educare” o “rieducare” gli indigeni: ma sono parole fatte apposta per attenuare le punte estreme del contrasto, parole da “riformatori illuminati” ansiosi di mutare la forma per mantenere la sostanza. E la realtà rimane, questa sì atroce. Ma è una realtà di “colore”: quindi, tutto sommato… giustificabile. E guai a ribellarvisi!

Comunque, anche se i negri “portoghesi” non si muovessero di propria iniziativa, è inevitabile che sentano la pressione dei ribelli sul confine del Congo, e noi ci auguriamo che la stessa “esportazione della rivolta”, dilagando in Rhodesia e nell’Africa del Sud, butti infine all’aria il sanguinario regno degli aguzzini dell’apartheid, e d’altri non diversi insetti. Sarà la migliore accoglienza al reduce Hendrik Verwoerd (primo ministro del Sud-Africa dal 1958 al 1966).

Non vi è convergenza ma conflitto di interessi fra i braccianti da un lato, e i contadini e mezzadri dall'altro

Le campagne italiche assistono attualmente ad una lotta in cui si vedono affiancati gli uni agli altri i braccianti, i mezzadri e i coltivatori diretti, gli interessi dei quali tuttavia, come mille volte hanno ripetuto i marxisti, risultano assolutamente inconciliabili, sia partendo da una analisi contingente, che cioè consideri i bisogni immediati dei tre gruppi, sia partendo da un’analisi storica che da un lato ne consideri la formazione e gli sviluppi, e dall’altro, ciò che più conta, vagli le possibilità di sbocchi rivoluzionari e di saldatura fra questi e i moti del proletariato urbano.

Mezzadri e coltivatori diretti si trovano di fronte a un processo sempre più rapido ed esteso di industrializzazione dell’agricoltura, al quale non possono accedere per il carattere particellare della loro conduzione, circoscritta com’è al ristretto ambito del podere. Né segue che l’impostazione della loro «lotta» muove dall’ aspirazione a possedere in proprio, individualmente, mezzi di produzione che, per loro stessa natura e funzionalità, richiedono un lavoro associato che esca dai limiti del piccolo appezzamento e della conduzione individuale. È su questa base antagonistica che, crescendo la penetrazione delle macchine nell’agricoltura, si accentua la loro crisi, ed essi sono spinti ad agitarsi contro la pressione del monopolio economico e politico del grande capitale in vista del ritorno indietro a un’utopistica economia per aziende familiari o, al massimo, con impiego modesto di forza-lavoro associata, non mai in vista del superamento rivoluzionario dei capitalismo. La loro posizione politica e la loro lotta nascono dalla psicologia del «parente povero» che vorrebbe arricchire, o almeno non proletarizzarsi, non da quella del proletario che non sa che farsi della proprietà privata e può attendersi una liberazione soltanto da un regime di produzione e distribuzione sociali.

Ben diversa è la posizione dei braccianti. La loro esistenza è il prodotto appunto della trasformazione in senso capitalistico dell’agricoltura: la strada che essi hanno percorso e percorrono è la stessa dei proletari industriali, separati dai mezzi di produzione e inseriti in un processo produttivo «sociale»; i loro interessi immediati e storici non puntano verso il ritorno alla proprietà e alla gestione individuale, ma, come per i salariati dell’industria, verso la difesa dallo sfruttamento capitalistico nell’immediato, e verso una effettiva socializzazione dei mezzi di produzione e di consumo, nella prospettiva storica. Appunto partendo da questa prospettiva, che è il superamento dello stato in cui mezzadri e coltivatori diretti si trovano ancora, è naturale che essi debbano cercare e cerchino una saldatura col proletariato urbano, e la trovino: 1) in una piattaforma rivendicativa che fuori da ogni nostalgia verso il podere o la proprietà del suolo, contempli un aumento sensibile delle mercedi, l’allargamento dell’assistenza sociale, la creazione di centri residenziali nelle campagne per ottenere lo svincolo del contratto d’affitto da quello di lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro, l’abolizione del lavoro festivo, la lotta contro le malattie, ecc.; insomma, l’abolizione delle sperequazioni in atto fra le loro condizioni di esistenza e quelle dei proletari di fabbrica; 2) in forme di lotta, come lo sciopero, che riflettono il carattere associato della produzione e che sono invece negate ai coltivatori e ai mezzadri per la stessa natura obiettiva dei loro rapporti di lavoro; 3) nell’orientamento verso il partito rivoluzionario di classe.

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Se, dunque, oggi, i braccianti si trovano affiancati agli altri due gruppi contadini e semicontadini, lo si deve unicamente alla politica disfattista di alleanze interclassiste di quel partito, cosiddetto comunista e in realtà ultrasocialdemocratico che ha da tempo abbandonato ogni impostazione rivoluzionaria a favore della «competizione pacifica», della «concretezza» e della «democrazia», e in tal modo ha svuotato la classe operaia delle sue energie migliori. In questa politica, un ruolo importante lo svolgono per il loro numero considerevole i mezzadri, aderenti per oltre l’80% alla Federmezzadri (CGIL), ancor più che i coltivatori diretti, in gran parte controllati dal riformismo clerico-governativo alla Bonomi.

Questa diversa affiliazione si spiega con le diversità delle due figure sociali, una impersonata da piccoli proprietari terrieri ai quali appartiene l’intero frutto della conduzione e perciò mantengono un carattere tipicamente contadino, l’altra impersonata da coltivatori che, pur non essendo proprietari, grazie a un contratto col quale vincolano se stessi e la famiglia alla conduzione di un certo podere, partecipano alla metà del raccolto, e perciò assumono una fisionomia semi-contadina nel senso tradizionale della parola; mentre ciò che li accomuna è il fatto che gli uni e gli altri apportano alla coltivazione del suolo un certo capitale e quindi, al termine del ciclo produttivo, si trovano in possesso gli uni e gli altri di una determinata quantità di prodotti. Ora, uno dei caratteri propri e specifici del capitalismo è la crescente concentrazione della produzione in grosse aziende, nelle quali confluiscono numerosi lavoratori «liberati» dai mezzi di produzione, quindi messi nell’impossibilità di provvedere individualmente al proprio sostentamento, e che vengono così associati in un comune lavoro sotto la direzione del capitale. Partendo da questa base, il capitalismo è andato via via aumentando ed estendendo il proprio imperio anche nell’agricoltura: ma nel processo di «socializzazione» della produzione ha pure rivelato i suoi limiti storici giacché, impotente a condurre fino in fondo il rivoluzionamento dei rapporti produttivi, esso continua a distruggere e ricreare, sebbene su basi diverse, la piccola proprietà, legandola indirettamente a sé. I limiti storici di tale processo si manifestano nell’agricoltura ancor più che nell’industria, per i caratteri specifici delle due grandi sezioni dell’ «economia nazionale».

Il processo di accumulazione, che nell’industria si svolge all’interno della fabbrica in cui le diverse macchine vengono affiancate e montate le catene, col risultato di perfezionare ed accrescere la divisione del lavoro, nelle campagne dovrebbe tradursi in uno sfruttamento più intensivo della terra e in un ampliamento dei limiti del fondo. I risultati di tale ampliamento non sono però dei più vantaggiosi, sia perché esso riduce le possibilità di controllo del capitale sulla massa di salariati dispersi in varie zone, sia per il carattere differenziato della struttura dei fondi, che, per esempio, nelle zone collinari non permettono una completa e radicale utilizzazione delle macchine. Per queste ragioni, oltre che per motivi di conservazione dei privilegi acquisiti, esiste tuttora una gran massa di contadini e semi-contadini che operano essenzialmente là dove la costituzione della grande azienda agricola o non è possibile o non è allettante.

Il grande capitale trova una base ideale per svolgere la sua funzione sia in quella «industria agricola» sempre più estesa che ha per oggetto la trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli, e la cui redditività balza agli occhi dai dati riguardanti il valore dei prodotti che vi entrano (3.000 miliardi) e il valore di quelli che ne escono (6.200 miliardi), e in quella parte che potremmo definire «terziaria», in quanto fornisce, nei gergo dell’economia borghese, dei servizi, costituendo depositi di macchine agricole, stalle e mungitoie, cui i piccoli contadini e mezzadri accedono pagando noli e affitti, e che, per l’impiego di mano d’opera salariata, sono chiamate «fabbriche verdi». In questo modo e in mille altri (come il meccanismo finanziario e bancario ecc.) il grande capitale riesce ad ottenere non solo alti profitti ma un controllo effettivo sul piccolo coltivatore e sul mezzadro, e così li mantiene in condizioni di sopralavoro e sottoconsumo.

Il PCI, abbandonata ormai ogni impostazione rivoluzionaria, vede in questo processo una sconfitta non solo dei contadini, ma anche… del comunismo, e per evitare una simile iattura propugna soluzioni di tipo cooperativo: i contadini e i mezzadri dovrebbero associare i loro capitali nella costituzione di aziende che escano dai limiti angusti della conduzione più o meno particellare. Sennonché, uno dei caratteri tipici del contadino (a meno che si trasformi in imprenditore capitalista) è la sua incapacità a svolgere un lavoro «sociale», e la cooperazione agricola, lungi dall’essere un passo avanti verso il socialismo (come il capitalismo è lungi dall’essere un passo indietro rispetto alla forma cooperativistica o cholchosiana) altro non è che una forma con cui e attraverso cui il capitale si introduce nell’agricoltura, allo stesso modo che la creazione di società anonime non costituisce una «democratizzazione» del capitale, come vorrebbero certe e ben note scuole neocapitalistiche, ma una forma più evoluta di esercizio della sua dittatura. Essa non può dunque che creare un’accumulazione di capitale, e quindi un’ulteriore proletarizzazione. Distinguere, come pretende il PCI, tra accumulazione «individuale» e «collettiva» significa non aver compreso nulla dei carattere specifico del capitale, che non trova il suo limite negli «individui» ma solo in se stesso, e non aver capito che il suo processo di autovalorizzazione richiede l’impiego di forza-lavoro salariata alla quale attingere in continuità sopralavoro.

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In un modo o nell’altro, quindi, la trasformazione in atto nelle campagne è, sia pure entro certi limiti di tempo e di spazio, un processo di proletarizzazione, con tutte le conseguenze di rottura del nucleo familiare tradizionale e la cacciata di diseredati dalla terra «non più madre ma matrigna» – fenomeno che proprio in questi giorni la stampa e i circoli ufficiali si affannano a mettere in rilievo e di cui indicano i pericoli.

Un partito che sia effettivamente rivoluzionario deve inserirsi in questa evoluzione non già per arrestarla, ma per raccoglierne gli sviluppi e le ripercussioni rivoluzionarie e, su questa linea, promuovere una coscienza associativa e di classe nelle giovani forze proletarie delle campagne, nelle quali la nostalgia di forme individuali di produzione mantiene tuttora qualche radice, e fonderle nelle loro lotte col più evoluto proletariato cittadino. Esso deve lottare insieme – com’è nelle gloriose tradizioni del movimento operaio anche in Italia – per elevare il livello di vita e le condizioni di esistenza dei braccianti e per la loro emancipazione finale dal giogo del capitalismo, e non può mai farlo mettendo la forza d’urto del proletariato agricolo sullo stesso binario di lotta dei mezzadri e dei coltivatori diretti, che non di rado sfruttano manodopera salariata e bracciantile e, in ogni caso, si battono per la difesa di interessi piccolo-borghesi, non per il rovesciamento del regime della proprietà e del capitale.

Nelle loro lotte di oggi, come di ieri e di domani, i braccianti devono cercare una saldatura con l’unica forza che abbia i loro medesimi interessi, gli operai dell’industria. Non operando in modo di soddisfare questa esigenza, il sindacato dà un’ennesima prova del suo carattere opportunista, cioè di aver rinunziato alla sua funzione di organismo destinato ad unificare le forze proletarie per la difesa della loro esistenza oggi, e – sotto la guida del partito politico – per l’abolizione del regime del salario domani!

Il punto su Venere

Torniamo sull’argomento per qualche refuso incorso nel pezzo precedente, sebbene sembri una storia chiusa.

Abbiamo infatti una pubblicazione sovietica francese che fornisce dati più ampi di quelli dei quotidiani, che oramai tacciono.

Le velocità annunziate per i primi giorni, dopo i quali il corpo si è perduto nell’ignoto, erano velocità di allontanamento radiale dalla Terra. I calcoli sono fatti trascurando l’attrazione della Terra dopo un milione di km (e di Venere fuori di 600.000 km ) mentre gli effetti si sovrappongono all’attrazione solare che, a 260.000 km dalla Terra, equivale quella di essa, poi prevale sempre più. Quindi torniamo a non trovare giusta la sfera di azione o di influenza di cui si parla. Per chiarire alcuni errori di stampa ripetiamo le velocità in chilometri al secondo: la Terra 29,5, Venere 34,8. È chiaro che se il corpo si considera pianeta del Sole con orbita tra le due, la velocità dovrebbe essere intermedia, e può andare quella annunziata di km 27,5 (si è all’afelio).

Resta fermo che se il corpo fosse lanciato nella direzione della corsa della Terra la velocità minima sarebbe di 11,2 km al secondo, rispetto alla Terra, e circa di circa 41 rispetto al Sole, rapidamente diminuendo per avvicinarsi a quella della Terra. Se lanciato in senso contrario la velocità sarebbe circa 19 e andrebbe aumentando rispetto al Sole. Ma ora è detto che il lancio è avvenuto in direzione dalla Terra verso l’interno dell’orbita, ossia circa verso il Sole. Il piano dell’orbita dello Sputnik portante, della stazione, della Terra e di Venere sarebbero quasi coincidenti, e ciò contraddice solo il ripetuto annunzio che l’orbita dello Sputnik è a 65 gradi sull’Equatore.

Comunque le due velocità rispetto alla Terra e al Sole non si sommano o si sottraggono, ma si “compongono” e quella di 27,5 è ammissibile. Dato che poi l’angolo tra la direzione di marcia del corpo e quella della Terra va aumentando, ecco che si spiega come la velocità di allontanamento dalla Terra, dopo essere diminuita finché domina l’attrazione terrestre, aumenti quando prevale quella solare.

Ma tutto questo è il progetto del viaggio del corpo, sulla carta.

Siccome la sola verifica possibile dopo la messa in esecuzione è la misurazione per radio della distanza Terra-corpo, è chiaro che essa è venuta meno, perché, cercato il corpo coi radiogoniometri dove doveva essere (vi è la cartina delle posizioni sulla sfera stellata a delle coordinate astronomiche di posizione), dopo il secondo “appuntamento” nessuno ha più risposto.

Frattanto gli americani annunziano di avere avuto indietro un segnale radar lanciato su Venere. Ma Venere si vede dove è e la direzione è sicura.

In conclusione ai dubbi sul progetto, che possono risalire alle comunicazioni volutamente sibilline, si aggiunge la assoluta sfiducia sulla riuscita della esecuzione. Si è quindi passati ad altro lancio, con bestiole e simili, di breve traiettoria. Su quella verso Venere il silenzio è sceso.

Da ora a maggio. E si servono altre portate.