Ricorda, proletario, gli insegnamenti del 1917 rosso
I diplomatici, gli uomini di stato, i professori e gli avvocati del conformismo sociale, i bonzi patentati dei sindacati operai, i burocrati e i traditori che osano ancora richiamarsi al comunismo « commemoreranno » quest’anno il cinquantenario della rivoluzione russa del 1917. Tutti coloro che nell’azione e nella prepaгazione rivoluzionaria vedono ormai soltanto l’opera di settari e di faziosi, o che pretendono di sostituire alle inevitabili rivoluzioni della storia la trasformazione progressiva dello stato e della società attraverso i misteri della democrazia parlamentare e del progresso borghese, pubblicheranno tonnellate di articoli, opuscoli e studi eruditi per appropriarsi la rivoluzione di Ottobre e ricucirla sulla misura del loro « tempo », delle loro tradizioni nazionali e della loro mentalità di filistei. Mezzo secolo esatto è bastato per cancellare dalla mente e dal cuore del proletariato mondiale il vivente ricordo della sua rivoluzione. Possa esso in minor tempo riallacciarsi ai suoi insegnamenti storici e al suo internazionalismo di classe! In questa prospettiva, e ad onta di tutte le carogne dell’opportunismo, apriamo con questa serie di articoli le pagine più gloriose del 1917.
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E, prima di tutto, proletario, rileggi questa lezione di tutte le rivoluzioni. Oggi ti si dice che nessun cambiamento è possibile nell’ordine sociale stabilito senza la « volontà del popolo », senza il consenso della « maggioranza della nazione » espresso dai suoi rappresentanti « legittimi »; senza « democrazia vera».
Ma, siano borghesi o proletari, tutte le rivoluzioni hanno dimostrato di infischiarsene della democrazia. Trotsky ricorda nei seguenti termini questo insegnamento della storia, confermato dalla rivoluzione di febbraio 1917 a Pietrogrado:
« Il potere fu abbattuto per iniziativa e con le forze di una città che costituiva press’a poco la settantacinquesima parte della popolazione del paese. Se si vuole, si può dire che il più grande degli atti democratici fu compiuto in modo antidemocratico: tutto il paese fu posto davanti al fatto compiuto. Se si aveva in prospettiva un’Assemblea costituente, ciò non cambiava nulla alla realtà perché i termini e le modalità di una rappresentanza nazionale dovevano essere fissati da organi emananti dalla vittoriosa insurrezione di Pietrogrado. Questo fatto getta una luce cruda sulla questione del ruolo delle forme democratiche in generale e, in particolare, in periodo rivoluzionario. Al feticismo giuridico della « volontà popolare » le rivoluzioni hanno sempre inflitto dei rudi colpi, tanto più implacabili quanto più esse erano profonde, ardite e « democratiche » … In tutte le vere rivoluzioni, la rappresentanza nazionale si è inevitabilmente rotta la testa contro la dinamica rivoluzionaria, il cui principale focolaio era la capitale. Così avvenne nel XVII secolo in Inghilterra, nel XVIII in Francia e nel XX in Russia. Il ruolo della capitale è determinato non dalle tradizioni del centralismo burocratico, ma dalla situazione della classe dirigente rivoluzionaria, la cui avanguardia è naturalmente concentrata nella metropoli; il che è vero tanto per la borghesia, quanto per il proletariato » (Trotsky, Storia della rivoluzione russa).
Così le epoche rivoluzionarie spazzano via senza pietà il pregiudizio democratico e il fatalismo sociale di cui si impregnano fino alla nausea le epoche di reazione e di preteso sviluppo pacifico dell’umanità. Ma che cos’è una rivoluzione? Che cosa rappresentano queste brusche svolte della storia che chiudono interi periodi e ne aprono di nuovi? E’ proprio e caratteristico delle lunghe fasi evolutive il farne dimenticare il senso. E’ proprio e caratteristico delle fasi controrivoluzionarie il falsificarne tutti gli insegnamenti. La sopravvivenza del regime sociale contro il quale l’Ottobre aveva scatenato l’assalto dei proletari non ha solo cancellato dalla memoria degli uomini il ricordo delle loro battaglie passate, ma ha addirittura finito per bandire dal campo della previsione scientifica le inevitabili crisi rivoluzionarie che periodicamente sconvolgono le società di classe.
Tale è l’opera di decomposizione e demoralizzazione profonda compiuta dallo stalinismo. Guerre e rivoluzioni sono presentate alle generazioni attuali come mille volte più « assurde e pazzesche » che l’assurdità e la pazzia della loro esistenza quotidiana, segnata dalla patologia sociale di un regime putrefatto. Lo stalinismo è riuscito a far dubitare ai proletari disarmati che il passaggio da un modo di produzione sociale a un altro si accompagni a crisi rivoluzionarie destinate a risorgere immancabilmente finchè le forze produttive non abbiano abbattuto e distrutto i vecchi rapporti di produzione. Analogamente esso è giunto a negare che questo passaggio sia soltanto possibile grazie alla conquista del potere politico da parte della classe oppressa e alla sua dittatura di ferro sulle vecchie classi dominanti. Che cosa può recare, dopo di ciò, delle rivoluzioni della storia? Solo un fantasma senza corpo, e la doppia versione democratica o cospirativa che fa sembrare veramente « disperata » la loro causa, e veramente « impossibile » la loro vittoria.
Nel 1926, il cineasta Eisenstein ricucisce « Ottobre » sulla misura di un episodio: la presa del Palazzo d’Inverno. Nel 1936, Stalin cucisce per la rivoluzione russa l’abito da arlecchino di una costituzione democratica. Luigi XVI chiamava sommossa una rivoluzione; Versailles invocava il suffragio universale contro la Comune del 1871. Ma le vere rivoluzioni sono lontane tanto dall’una che dall’altra versione che ne danno, di volta in volta, le classi dominanti e i loro sbirri. Quando scoppia la rivoluzione di febbraio 1917, la prima preoccupazione di Lenin è di mostrare come e perché in otto giorni, sotto la sola spinta del proletariato e della guarnigione di Pietrogrado un regime che teneva duro da secoli, e che aveva resistito per tre anni ai furiosi assalti della rivoluzione del 1905 scatenata sull’intera estensione dell’impero zarista, sia potuto crollare. Nella sua prima Lettera da lontano, Lenin parla addirittura di « miracolo »; poi spiega che dei miracoli non ne fanno né la natura nè la storia, malgrado l’apparente facilità, la disinvoltura e l’allegria con cui l’umanità si sbarazza del suo passato:
« Se il proletariato russo non avesse per tre anni, dal 1905 al 1907, scatenato delle grandi battaglie di classe e messo in moto tutta la sua energia rivoluzionaria, la seconda rivoluzione non avrebbe potuto essere così rapida: la sua tappa iniziale non sarebbe stata coperta in pochi giorni. La prima rivoluzione del 1905 ha smosso profondamente il terreno, sradicato pregiudizi secolari, destato alla vita e alla lotta politica milioni di operai e decine di milioni di contadini; essa ha rivelato le une alle altre e al mondo intero tutte le classi (e i principali partiti) della società russa nella loro vera natura, nel vero rapporto dei loro interessi, delle loro forze, dei loro mezzi di azione, dei loro fini immediati e lontani. La prima rivoluzione, e l’epoca di controrivoluzione ad essa seguita (1907-1914), hanno svelato il fondo della monarchia zarista, l’hanno spinta al suo « limite estremo », ne hanno messo a nudo tutto il marciume e tutta la turpitudine, hanno smascherato tutto il cinismo e tutta la corruzione della cricca zarista diretta dal mostruoso Rasputin, tutte le ferocia della famiglia Romanov: questi massacratori che inondarono la Russia del sangue degli ebrei, degli operai, dei rivoluzionari; questi proprietari fondiari, « i primi fra i loro pari », possessori di milioni di desiatine di terra e pronti a commettere tutte le atrocità e tutti i delitti, a rovinare e strangolare quanti cittadini fossero necessari per conservare la loro « sacrosanta proprietà » e quella della loro classe.
« Senza la rivoluzione del 1905-1907, senza la controrivoluzione del 1907-1914, una autodecisione così precisa di tutte le classi del popolo russo e dei popoli abitanti la Russia sarebbe stata impossibile; analogamente sarebbe stato impossibile che si determinassero i rapporti di queste classi fra di loro e di fronte alla monarchia zarista come è avvenuto negli otto giorni della rivoluzione di febbraio-marzo 1917. Questa rivoluzione di otto giorni è stata « recitata », se è lecito usare questa metafora, dopo una decina di prove generali e parziali; gli« attori » si conoscevano, conoscevano la loro parte, il loro posto, e tutto lo scenario, in lungo, in largo e per traverso, fino alle più piccole sfumature, anche se insignificanti, delle loro tendenze politiche e dei loro metodi di azione » (Lenin, Lettere da lontano: lettera del sette marzo 1917).
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Le rivoluzioni non si fanno né secondo la volontà dei popoli », né secondo la volontà dei « capi. » A proposito della rivoluzione di febbraio, Trotsky cita la frase del socialrivoluzionario Mstislavsky: « La rivoluzione ci ha sorpresi, noialtri uomini di partito, in pieno sonno, come le vergini folli del Vangelo ». E in realtà, non si « fa » una rivoluzione: la rivoluzione si impone agli uomini, li prende di sorpresa, mette a prova la loro energia, la loro coscienza, le loro previsioni e i loro programmi. Così fu per la rivoluzione del 1917. Ma una rivoluzione non è mai del tutto « spontanea », non è mai del tutto una « sorpresa ». Essa non è una pura esplosione di forze elementari è anche un atto di coscienza e di volontà politica. Non è un anello isolato nella catena degli avvenimenti storici, ma corona mille scaramucce fra le classi, mille « prove generali e parziali », durante le quali i protagonisti hanno imparato a conoscersi, hanno misurato le loro forze, e affilato le loro armi, Tali sono gli insegnamenti di tutte le rivoluzioni e la risposta del marxismo al preconcetto democratico della « volontà popolare » e al fatalismo storico che fa dipendere la salvezza dell’umanità dall’iniziativa di un momento o di alcuni uomini provvidenziali. Nessuna rivoluzione è stata preparata meglio della rivoluzione russa attraverso decenni di lotte quotidiane su cui il proletariato e il partito bolscevico avevano saputo imprimere il loro suggello di classe. Nessuna rivoluzione è stata meno « complottata » di quella che « sorprese » Lenin nel suo esilio svizzero nel febbraio del 1917.
« Ma — continua Lenin nella lettera citata — perchè la prima, la grande rivoluzione del 1905, che i signori Gutsckov, Miliukov e consorti avevano condannato come una « grande rivolta », conducesse in dodici anni alla « brillante » e « gloriosa » rivoluzione del 1917, che i Gutsckov e i Miliukov dichiarano perchè « gloriosa », ha dato loro (per il momento) il potere, era anche necessario un grande, un vigoroso, un onnipotente « regista », сарасе da una parte di accelerare enormemente il passo della storia universale e dall’altra di generare delle crisį mondiali, economiche, politiche, nazionali e internazionali, di una intensità senza precedenti. Oltre ad una straordinaria accelerazione del passo della storia universale, erano necessarie delle svolte particolarmente brusche, perchè in una di esse il cocchio della monarchia dei Romanov, lordo di sangue e di fango, potesse ribaltarsi al primo colpo. Questo « regista onnipotente », questo vigoroso acceleratore, fu la guerra mondiale imperialista ».
Queste parole di Lenin ricordano che la forza esplosiva dei grandi sconvolgimenti storici, che i politici di bassa lega cercano nelle combinazioni elettorali nelle campagne « ideologiche » e nel mercanteggiamento di « riforme », scaturisce in realtà dagli antagonismi sociali del mondo capitalista. Fu la crisi del capitalismo mondiale ad accelerare il crollo dello zarismo russo. Ma, a sua volta, la vittoria della rivoluzione a Pietrogrado non doveva rimanere solo la vittoria della Russia moderna sulla sua secolare arretratezza; non doveva segnare unicamente la fine di una lunga lotta contro lo zarismo e la nascita della Nazione russa. Le prime parole del primo articolo dedicato da Lenin alla rivoluzione di febbraio lo sottolineano di proposito: « La prima rivoluzione generata dalla guerra mondiale è scoppiata. Questa prima rivoluzione non sarà certo l’ultima ». Rivoluzione « russa » ma non nazionale; impersonale ma non anonima. Tale è il suggello che un partito ed una classe hanno impresso agli avvenimenti del 1917.
Al di là del flusso e riflusso delle crisi capitalistiche, la vittoria di Ottobre in Russia e le successive sconfitte in occidente provano una cosa: che per schiacciare il capitalismo saranno necessari, da una parte, i fattori oggettivi della sua crisi inevitabile e, dall’altra, l’intervento cosciente, organizzato, di un esercito agguerrito da lunga data, l’esercito di classe e il suo partito.
(continua)
La genesi del capitalismo e dell'imperialismo, e le sue ripercussioni sull'evoluzione dell'Indonesia Pt.4
Il sistema Van den Bosch
Due fatti storici di rilevante importanza segnano l’inizio del sistema Van den Bosch nelle Indie Orientali, che definiamo anticipatamente come sistema della organizzazione schiavistico-feudale delle colture coloniali di esportazione al fine di pervenire all’espropriazione violenta dei contadini e alla fabbricazione artificiale di salariati: essi sono la grande insurrezione di Dipa Negara nel 1825, e la rivoluzione belga del 1830.
Con la ferocissima repressione della rivolta capeggiata da Dipa Negara, principe di Yogyakarta, e protrattasi per cinque anni, dal 1825 al 1830, che costò alle truppe coloniali 15.000 morti e 200.000 vittime fra la popolazione, la “systematic colonization” caratteristica del periodo della grande industria sancì il principio dell’annessione violenta e della distruzione di ogni autonomia locale: in questo modo, la fase capitalistica caratteristica del periodo della grande industria precorre direttamente, per i metodi impiegati nelle colonie, la successiva fase imperialista, e la fase attuale che i sicofanti del capitale chiamano della “decolonizzazione” e che noi, marxisti rivoluzionari, definiamo fase della ripartizione imperialistica del mondo succeduta alla seconda guerra mondiale.
Altre feroci repressioni, che rivestono lo stesso significato della guerra contro Dipa Negara, si susseguiranno per tutto l’Ottocento fino all’inizio del nostro secolo: così la distruzione del sultanato di Atjeh, a nord di Sumatra, che controllava le vie commerciali, realizzato attraverso un accordo anglo-olandese in base al quale l’Olanda riconosceva il dominio inglese su Malacca e Singapore e l’Inghilterra dava mano libera all’Olanda nell’occupazione del nord di Sumatra; distruzione portata a termine nel corso di una guerra protrattasi dal 1871 al 1908; così i massacri di Bali avvenuti nel 1906, ecc.
L’altro fatto storico che inaugura e accompagna l’instaurazione del sistema Van den Bosch nelle Indie Orientali è rappresentato, come dicevamo, dalla rivoluzione belga del 1830, che gli storici accademici definiscono rivoluzione “liberale”: “libertà” per il capitale nella madrepatria, “libertà” della corvée nelle colonie, tale il significato della rivoluzione “liberale” del 1830.
Marx, nel capitolo VIII del Primo Libro del Capitale, “La giornata lavorativa”, Paragrafo 2°, “La voracità di pluslavoro. Fabbricante e boiardo”), stabilendo un confronto «fra la voracità di pluslavoro nei principati danubiani con la stessa voracità nelle fabbriche inglesi» dopo aver ricordato che nelle province rumene «il modo di produzione originario era fondato sulla proprietà comune», scrive: «Nel corso del tempo dignitari militari ed ecclesiastici usurparono tanto la proprietà comune che i servizi che per essa si solevano fare (…) Così si svilupparono contemporaneamente anche rapporti di servitù, ma di fatto e non di diritto, finché la Russia liberatrice del mondo elevò la servitù della gleba a legge, con il pretesto di abolirla. Il codice della corvée, proclamato dal generale russo Pavel Dmitrievič Kiselëv nel 1831, era stato dettato, naturalmente, dagli stessi boiardi. Così la Russia, con un colpo solo, conquistò i magnati dei principati danubiani e i battimani dei cretini liberali di tutta Europa».
Allo stesso modo, la rivoluzione belga del 1830, che in seguito all’intesa liberale franco-inglese portò alla separazione del Belgio dall’Olanda e all’abdicazione dell’“autocratico” Guglielmo I, accompagnò nelle Indie orientali il fiorire del sistema Van den Bosch e la legalizzazione della corvée in una misura ben superiore a quella codificata nel codice della corvée del generale Kiselëv: il tutto, naturalmente, fra i battimani dei cretini liberali di tutta Europa.
Vediamo ora quali novità caratterizzano il sistema Van den Bosch nei confronti del sistema del suo predecessore il “giacobino” Daendels. Durante il governatorato di quest’ultimo si era stabilito che ogni villaggio doveva versare i 2/5 del raccolto allo Stato: una specie di rendita in natura. Con il sistema Van den Bosch, ogni villaggio doveva abbandonare 1/5 delle sue terre allo Stato, e ogni uomo adulto fornire su di esse 1/5 del suo lavoro (dai 60 ai 70 giorni di corvée all’anno): i prodotti così ottenuti, prodotti di esportazione, passavano alla Compagnia di Commercio che li rivendeva ad Amsterdam e a Rotterdam. Dunque espropriazione dei contadini e iniziale distruzione della proprietà comune di villaggio (1/5 delle terre passano allo Stato), e legalizzazione della corvée.
Ma questa era solo la facciata legale del sistema Van den Bosch. In questo periodo, infatti, compaiono dei “contractors” (società olandesi e cinesi) che si impadroniscono di un’altra parte delle terre appartenenti alla comunità di villaggio e costringono a lavorare su di esse i contadini. Da un quinto delle terre appropriate dal Governo e dai piantatori privati, si passa a un terzo, poi alla metà: i giorni di corvée imposti al contadino erano legalmente 60-70 all’anno, ma divengono 90, e addirittura 240. A ciò si aggiungono altre corvées: trasporto dei prodotti nei magazzini, costruzione di strade, di porti, di fortificazioni: risultato, altissima mortalità. I contadini non dispongono ormai che di un giorno o due liberi per settimana, e malgrado ciò si continua a prelevare su di loro l’imposta fondiaria! Il sistema amministrativo di questo periodo corrisponde alle misure economiche volte all’estirpazione della proprietà comune e alla fabbricazione artificiale di salariati di cui abbiamo parlato.
Tutto il territorio viene diviso in province: in ognuna di esse un residente europeo, coadiuvato da un residente aggiunto, da un segretario e da un controllore, svolge la funzione di imporre il sistema delle colture obbligatorie e delle corvées. Ogni provincia ha un reggente indigeno, a cui è affidato il ruolo di intermediario fra il governo e la popolazione. Ogni reggenza è divisa in distretti che dipendono da un altro capo indigeno (il wedono). L’unità di base rimane il villaggio comunitario (dessa): il suo capo viene eletto dalla popolazione, ma è necessaria la ratifica del governo di Batavia. Il periodo compreso fra il 1824 e il 1870, cioè fra il trattato di Londra, che segnò la restituzione delle Indie Orientali all’Olanda, e la legge agraria di cui fra poco ci occuperemo, vede dunque la distruzione della comunità di villaggio, la soppressione della proprietà comune del suolo e dell’unione dell’agricoltura con l’industria domestica, l’introduzione violenta della proprietà privata e la separazione violenta del lavoratore dalle condizioni del proprio lavoro. Abbiamo visto quali metodi furono necessari per raggiungere tali risultati.
Assolta la sua funzione, il sistema Van den Bosch quindi doveva essere abbandonato. Alla fine di questo periodo “l’opinione pubblica” olandese incomincia a criticare il sistema in atto nelle Indie Orientali. Ora che il sistema delle corvées aveva raggiunto il suo scopo – fabbricare salariati con la forza – la piccola borghesia poteva divenire anticolonialista, accontentandosi per il momento di chiedere l’abbandono dei metodi più incivili nelle colonie fin quando ormai non servivano più. Il 1° gennaio 1860 viene ufficialmente abrogata la schiavitù. Il sistema delle colture imposte dallo Stato è via via abolito nella seguente progressione: 1863: garofano e noce moscata; 1865: indaco, tè, cannella; 1866: tabacco; 1878-91: zucchero; 1918: caffè.
Per quanto riguarda i riflessi del sistema Van den Bosch sulla economia indonesiana, è evidente che l’imposizione delle colture obbligatorie per l’esportazione, e la distruzione dell’economia basata sulle comunità di villaggio, non potevano non influire negativamente sull’alimentazione della popolazione. Anche se non possiamo fornire delle cifre sulla produzione di derrate alimentari in questo periodo, possiamo ricordare che dal 1844 al 1860 vi furono carestie nella regione di Cheribon e nel centro di Giava.
Nel campo delle colture coloniali si verifica in questi anni una stagnazione delle colture tradizionali come il pepe e la cannella; uno sviluppo continuo della produzione del caffè e della canna da zucchero; l’ascesa delle piantagioni di indaco che raggiungono il terzo posto tra il 1840 e il 1863; lo sviluppo della coltura del tabacco; l’introduzione della coltura del tè. Il caffè, la canna da zucchero, l’indaco occupano rispettivamente il primo, il secondo e il terzo posto nell’economia coloniale indonesiana di questo periodo. Fra il 1830 e il 1840 Amsterdam diviene il principale mercato del caffè e della canna da zucchero.
Per fornire un’idea dell’incidenza delle singole colture sui profitti ricavati in questo periodo, riportiamo alcune cifre date dal Bruhat. Negli anni 1830-77, su un guadagno coloniale di 600.000.000 di fiorini, il caffè ha una incidenza che tocca i 4/5: negli anni 1840-64 il caffè fornisce un utile di 374.180.000 fiorini, lo zucchero di 60.743.000, l’indaco di 32.815.000. La dipendenza dei profitti coloniali dalle oscillazioni dei prezzi sul mercato mondiale si riflette nelle cifre seguenti: nei soli quattro anni 1860-64 i guadagni realizzati su caffè, zucchero, indaco, tè, tabacco, raggiungono 160.620.000 fiorini, di cui 126.158.000 solo sul caffè; nel 1848 lo Stato olandese vende un picul (60 kg) di caffè a 13,30 fiorini, con un profitto di 3,71 fiorini, mentre nel 1858 il picul di caffè è venduto a 81 fiorini e il profitto raggiunge i 27,75 fiorini. In conclusione, il sistema Van den Bosch, che corrisponde alla fase della grande industria per il capitalismo europeo, segna la distruzione della proprietà comune del suolo nelle Indie Orientali e crea le condizioni per la diffusione in esse del modo capitalistico di produzione.
La questione rhodesiana in un vicolo cieco
In un nostro precedente articolo dedicato all’Inghilterra facevamo la facile profezia che Smith, il primo ministro della Rhodesia, non si sarebbe piegato all’ultimatum che Wilson gli aveva spedito a conclusione della Conferenza dei Paesi del Commonwealth tenuta a Londra nel settembre 1966. Quell’ultimatum conteneva la minaccia di sanzioni economiche che Londra avrebbe chiesto a tutti i Paesi membri dell’ONU di applicare alla Rhodesia se il governo di Salisbury non avesse restituito il potere al governatore britannico al quale a suo tempo era stato strappato con la nota dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Si sa che la rottura con la ex colonia fu rimandata ancora per qualche mese nella vana speranza che, con qualche compromesso, si potesse dare una soluzione pacifica al problema nato dal ribelle atto di forza dei coloni bianchi, padroni delle ricchezze economiche del Paese e decisi a incrementarle proprio attraverso l’uso di quel potere politico che si voleva sottrarre al loro esclusivo monopolio. Il fallimento dell’incontro tra Wilson e Smith, avvenuto a Gibilterra nel dicembre scorso, ha segnato una nuova solenne sconfitta della Gran Bretagna e del suo governo laburista il quale per salvare il Commonwealth ha messo le cose nelle impotenti mani dell’ONU.
Ora le cosiddette Nazioni Unite dovrebbero riuscire là dove Gran Bretagna e Commonwealth hanno fatto cilecca. Ma, se questi ultimi non hanno potuto e voluto intervenire con le armi al momento giusto, tanto meno lo potrà e lo verrà fare l’ONU: e ciò per le stesse ragioni di classe.
Solo un rapido e massiccio intervento armato inglese avrebbe potuto aver ragione dei fratelli-ribelli al momento della loro rivolta. Una simile operazione, se fosse stata compiuta con esito favorevole, avrebbe rialzato il prestigio inglese fra i Paesi del Commonwealth e quelli africani: sarebbe stata inoltre una “prova” che il professato antirazzismo dei laburisti e del loro leader non è una parola vuota. Ma l’intervento non è avvenuto, perché le possibilità materiali di realizzarlo mancavano proprio quando non sarebbe stato un’impresa folle, come sarebbe ora.
E la ragione è questa: esso comporta il grave rischio di sconvolgere l’Africa meridionale, se non addirittura l’interno Continente africano. Non si può mettere in dubbio, infatti, che le dimensioni del conflitto si allargherebbero: il Sud Africa sarebbe automaticamente costretto a sposare la causa rhodesiana, che è la sua stessa causa. E, cosa più importante, quello che nessun governo bianco, europeo o americano, si sogna di fare è di mettere in moto le popolazioni negre per sopraffare con la violenza le minoranze bianche detentrici delle ricchezze e del potere. Una grande vittoria di questo genere farebbe rialzare la testa a tutti i popoli di colore e metterebbe in pericolo non solo l’imperialismo mondiale bianco ma lo stesso sfruttamento dei padroni di colore.
Queste sono le ragioni di classe che non hanno permesso alla Gran Bretagna di assecondare le richieste dei Paesi africani e asiatici del Commonwealth di intervenire militarmente e in periodi assai posteriori alla rivolta, in cui l’agitato problema di battere un razzismo bianco può aver rischiarato la coscienza delle popolazioni negre, agitandole fino al punto che una spinta esterna le avrebbe facilmente fatte insorgere e le avrebbe condotte assai più in là degli obiettivi messi loro davanti. Dunque, militarmente nessuna soluzione è stata ed è possibile al “problema” rhodesiano.
E sarebbe sciocco pensare che l’altra forma di violenza – quella delle sanzioni economiche – possa riuscire allo scopo. La storia ha dato esempi notevoli dell’impotenza a far saltare i governi con questo mezzo di pressione esterna; basterebbe ricordare il fallimento delle sanzioni applicate all’Italia fascista da parte della Società delle Nazioni durante la guerra etiopica. Solo quando si combinano certe condizioni questo mezzo può essere formidabile, e anche più di quello militare: queste condizioni sono per esempio il monopolio della offerta di un prodotto fondamentale per la vita di un Paese e quello della domanda di un altro.
Un esempio di queste condizioni è stato offerto dalla lotta condotta dalla borghesia persiana contro il cartello delle “sette sorelle” per una più “equa” ripartizione del profitto dell’estrazione del petrolio. Come si sa, chi deteneva il monopolio del trasporto petrolifero ebbe la meglio sul ribelle Mossadeq, il cui governo, che aveva costretto lo scià di Persia all’esilio, fu a sua volta rovesciato. Non fu possibile invece agli americani piegare la rivoluzione nazionalista di Castro ponendo il blocco a Cuba, pur essendo lo zucchero – il prodotto vitale dell’economia di quell’isola – consumato quasi tutto in America. Le rivalità imperialistiche hanno fatto trovare a Cuba un altro cliente (la Russia) che, sia pure non meno strozzino di quello americano, ha potuto consentirle di “vivere”, e perfino, a sentire Castro, di “edificare” nell’isola caraibica un “socialismo nazionale”. Si sa poi che anche alleati degli USA hanno cercato subito dopo di rompere il blocco economico americano: la Francia, l’Italia, ecc.. Nei primi giorni di quest’anno, gli Stati Uniti hanno protestato contro l’Inghilterra che avrebbe concluso un accordo economico per la costruzione a Cuba di impianti per la produzione di concimi chimici.
Come possono dunque sperare l’Inghilterra e soprattutto i Paesi del Commonwealth di vedere gli Stati Uniti applicare le sanzioni alla Rhodesia? E, a parte il fatto che esiste un Paese che non è membro dell’ONU e che è la seconda potenza commerciale del mondo, cioè la Germania Occidentale, e che il Portogallo e il Sud Africa sono a fianco della Rhodesia, la stessa Gran Bretagna avrebbe tutto da perdere e nulla da guadagnare da sanzioni che fossero realmente applicate (il Sud Africa è il quarto cliente commerciale dell’Inghilterra).
Come si vede, le nazioni che sulla carta sono “unite” sono in realtà “sparpagliate”. La vittoria sul razzismo bianco rhodesiano si dimostra quindi una illusione piccolo-borghese di tutta la genia di “antirazzisti” conservatori. In cima al pensiero di costoro non v’è che il pio desiderio di perpetuare la “fiducia” dei popoli soggetti agli sfruttatori in genere e a quelli di Occidente in specie. «È difatti opinione di tutti gli esperti conoscitori della situazione africana che il caso della Rhodesia è il grande banco di prova sul quale si misureranno le possibilità degli Occidentali di conservare, a medio e lungo termine, qualche influenza sull’Africa». Dalla rivista “Il Tempo”, a firma di V. Gorresio).
Per noi marxisti, il problema non può essere posto come lo pongono anche quelli che si qualificano di “sinistra”, cioè sul piano della pura democrazia politica borghese, che vorrebbe risolverlo dando un voto uguale a ciascuno dei duecentomila bianchi e dei quattro milioni di negri della Rhodesia. Pretendere di rinchiudere questo problema nel misero contesto nazionale e farne restare assenti il protagonista della storia moderna, il proletariato, e la sua strategia rivoluzionaria mondiale, è infine un’assurdità completa. È pura demagogia la pretesa dei laburisti inglesi o dei falsi comunisti di battere con le forze statali il razzismo bianco della Rhodesia, del Sud Africa o dell’America del Nord. Ed è puro riformismo immaginarsi una società borghese insieme multirazziale e pacifica, in cui cioè borghesi di pelle bianca o colorata sfruttino proletari bianchi e di colore senza urti clamorosi e senza lotte cruente.
Per ora, i fatti si sono preoccupati di smentire tutti gli impostori insieme ad altri problemi che fanno perdere il sonno a tutti i pacifisti (il Vietnam!), la borghesia ha avuto l’abilità di crearne un altro, quello della Rhodesia, le cui contraddizioni non saranno risolte che dalla violenza rivoluzionaria del proletariato e dalla rivoluzione comunista mondiale.