अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

Il Programma Comunista 1972/7

CONSIGLI DI FABBRICA, SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE

Il 1972 doveva essere, secondo i piani elaborati a tavolino dalle tre centrali sindacali CGIL-CISL-UIL, l’anno dell’unità, dei contratti e dei consigli. Per il momento, la polemica riaccesa fra i partiti ha mandato a gambe per aria l’unità tricolore, scoprendo quanto fosse falsa “l’autonomia” dai partiti che ogni sindacato rivendicava. D’altra parte, la crisi economica “voluta dai padroni” getta già le sue ombre oscure sui contratti che scadono nella seconda metà dell’anno. Ed ecco che, come un diversivo a questa situazione “impopolare”, tutta la demagogia delle centrali sindacali si riversa sui “consigli di fabbrica” – l’espediente infine trovato per impedire che la classe lavoratrice si concentri sui suoi problemi reali: salario, orario di lavoro, occupazione, intensità del lavoro, ecc.

Che cosa sono dunque – stando a lor signori – i consigli di fabbrica, e quale ruolo debbono svolgere?

Essi sono la «nuova» organizzazione di base del sindacato «nuovo», il «protagonista» dell’unità e della lotta per i contratti, il detentore del «potere di scegliere la politica e i dirigenti stessi a tutti i livelli» (Lama) del sindacato. Con queste ed altre demagogie il bonzume ottiene il doppio risultato di illudere i proletari e di lanciare una ghiotta esca alla variopinta “sinistra extraparlamentare” la cui enciclopedica conoscenza teorica si riduce alla “democrazia diretta”.

Noi non ci facciamo abbagliare da simili strombazzate ad uso e consumo dei gonzi. E non tanto perchè crediamo che i sindacati non manterranno le promesse, quanto e soprattutto perchè sappiamo che le questioni fondamentali e prioritarie non vertono sulle forme di organizzazione bensì sul programma, sull’indirizzo politico e sul metodo di azione, cui le forme dell’organizzazione finiscono sempre con l’adeguarsi, ognuna potendo servire di volta in volta ad una politica reazionaria o, viceversa, ad una politica rivoluzionaria.

Non costa nulla, infatti, ai bonzi sindacali, pavoneggiarsi con frasi come la «partecipazione diretta degli operai»; essi sanno fin troppo bene che, dopo cinquanta anni di controrivoluzione, gli operai non potranno scegliere se non la politica che l’opportunismo ha trasfuso in loro: la più “perfetta” forma democratica non solo non varrà a cancellare mezzo secolo di disastri, ma ne ribadirà gli effetti distruttivi sulla classe. D’altra parte, nella visione distorta di quegli spontaneisti che pur pretendono di combattere l’opportunismo sindacale e politico, il mito della “democrazia operaia”, o della “partecipazione diretta”, nasconde il pregiudizio secondo cui la classe lavoratrice possiede in sé e per sé, immediatamente, una coscienza comunista e rivoluzionaria, solo repressa dall’organizzazione in quanto tale o da certe forme di organizzazione piuttosto che altre. Di qui la necessità, per l’operaismo e per l’immediatismo, o di negare ogni forma di organizzazione, o di escogitarne di nuove, tali da permettere la “libera” espressione di quella coscienza operaia che sarebbe comunque rivoluzionaria e classista. E a sostegno di ciò si adducono esempi di operai che hanno lottato in modo particolarmente energico e con obiettivi “più avanzati” di quelli dei sindacati o dei falsi partiti di sinistra (non ci vuol molto!), non perchè le contraddizioni del regime capitalistico li abbia colpiti con particolare durezza spingendoli ad uscire dall’ambito di una politica corporativa, ma perchè, al contrario, avrebbero scoperto il segreto organizzativo per liberarsene. E quale sarebbe tale segreto è chiaro: la “partecipazione”, la “democrazia diretta”!

Così, opportunisti e immediatisti si incontrano sullo stesso terreno di una interpretazione capovolta della realtà: la coscienza che precede l’azione delle masse; le forme di organizzazione che sviluppano le lotte invece di esserne il portato.

Per noi, la questione dell’azione di classe, della coscienza di classe, dell’organizzazione di classe e delle sue forme, si pone in modo ben diverso:

a) Sono le contraddizioni del capitalismo e il loro inasprirsi, che costringono la classe operaia ad agire prima ancora di possedere una coscienza teorica della propria azione;

b) è il partito che, agitando il suo programma e operando in conformità ad esso, eleva la coscienza degli operai, e in particolare degli elementi più sensibili, vale a dire meno chiusi in problemi locali, contingenti e aziendali;

c) l’esigenza dell’organizzazione nasce dalla necessità obiettiva di unificare e centralizzare gli sforzi della classe; e le sue forme si adeguano alle finalità dell’azione: non hanno dunque valore in sé, ma solo in rapporto a queste. I consigli di fabbrica, per esempio, possono svolgere un ruolo utile nel quadro di un’impostazione generale delle lotte operaie che tenda a riflettersi in tutti gli anelli ed aspetti anche periferici della produzione e della vita associata; diventano per contro un’arma dell’opportunismo nel quadro di una politica che miri a rinchiudere gli operai entro i limiti delle rispettive fabbriche, castrandone così gli slanci generosi e impedendone la unificazione negli obiettivi, negli sforzi comuni, e quindi anche nella coscienza. E non serve a nulla piagnucolare, come ipocritamente fanno gli opportunisti, sulla tendenza corporativa, tutta chiusa nei problemi aziendali, che i consigli manifestano: è proprio la politica dell’articolazione che, con lo specchietto del “potere in fabbrica”, atomizza la classe imprigionandola nei confini dell’impresa e creando in essa una mentalità necessariamente e angustamente corporativa e aziendistica.

È perciò necessaria un’inversione di rotta politica per creare le condizioni di uno sviluppo non corporativo, non aziendistico, non localistico, delle lotte e quindi anche della coscienza e dell’organizzazione operaia, soprattutto di quegli elementi più combattivi che rischiano di “bruciarsi” e disperdersi nella delusione e nella grettezza di scaramucce senza avvenire; un’inversione di rotta politica che porti gli operai a vedere e affrontare i problemi da un punto di vista generale, cioè di classe, non di categoria o di azienda, e a mettere in primo piano quelle rivendicazioni che, esprimendo interessi comuni a tutti i salariati, esigono di essere perseguite, imposte e difese unitariamente da tutti gli operai: aumento del salario, riduzione dell’orario di lavoro, garanzia del salario per tutti, compresi i disoccupati e sottoccupati, diminuzione dell’intensità del lavoro, rallentamento dei ritmi, abolizione degli incentivi.

È evidente che una politica di questo genere, la sola che possa considerarsi di classe, esige a sua volta una forma di organizzazione non chiusa nel perimetro delle aziende, ma centralizzata, ad esempio, nelle camere del lavoro, dove come un tempo tutti gli operai dovrebbero convenire e riunirsi il più spesso possibile per affrontare i problemi generali della classe e i metodi di azione; dove le avanguardie dovrebbero come un tempo organizzarsi indipendentemente dall’appartenenza a questa o quella categoria, e far sentire il peso della propria forza contro un apparato burocratico che eleva uno squallido ma pesante diaframma fra i proletari e le loro associazioni, precipitando queste, che già erano le loro “scuole di guerra”, al livello di freddi enti mutualistici e previdenziali.

È ciò che noi costantemente rivendichiamo, nella piena coscienza che la rinascita di organizzazioni economiche rosse non avverrà prima che una vigorosa avanguardia operaia abbia rotto le catene dell’opportunismo, schierandosi, sotto la pressione della crisi economica e sociale del modo di produzione capitalistico, intorno al partito rivoluzionario marxista.