Sciopero generale internazionale in difesa dei Soviet
Le modalità della manifestazione
Lo sciopero s’inizia alla mezzanotte dal 19 al 20 per le categorie che lavorano alla domenica e alla mezzanotte dal 20 al 21 per le altre categorie. Cesserà alla mezzanotte dal 21 al 22.
Nella Camera Confederale del Lavoro di Napoli – Vico Donnaregina – siederà in permanenza una rappresentanza degli organismi iniziatori della manifestazione, e quivi dovranno essere indirizzate tutte le comunicazioni interessanti lo svolgimento della dimostrazione.
Nella giornata di domenica avranno luogo i seguenti comizii:
Napoli, ore 11, P. Dante – oratori: on. Bussi, Bordiga, Fobert e Borraccetti.
S. Giov. A Teduccio, ore 11 – Lucarelli e Venditti.
Portici, ore 20 – Lucarelli e Venditti.
Ponticelli, ore 20 – De Leone e Reale.
Barra, ore 18 – De Leone e Reale.
Pozzuoli, ore 12 – Vellinati e De Zovi.
Scafati ore, 17 – Sanna e Cecchi.
Nocera, ore 11 – Schiavone.
Castellammare, ore 11 – Cecchi e Carrese.
Bagnoli, ore 11 – Nardone e Cipriani.
Caivano, ore 18 – Ricciotti e Modestino.
Caserta, ore 18 – Indaco.
S. Maria C. V., ore 12 – Indaco. Fuorigrotta, ore 19 – Cipriani e Fobert.
Manovre borghesi contro lo sciopero
L’internazionale, che i profeti della menzogna diedero per morta sotto i colpi delle cannonate del fatale agosto 1914, vive, e dà filo da torcere ai suoi disinteressati becchini.
La riprova della sua vitalità è data dalla incredibile furia di menzogne, di falsificazioni, di corbellerie con cui tutti i portavoce del capitalismo, grossi e piccini, si vanno scagliando contro lo sciopero internazionale del 20-21 luglio.
Vediamo ora applicati esattamente al grandioso movimento proletario dei paesi dell’Intesa gli stessi procedimenti che da due anni hanno avuto fortuna ai danni della Comune russa. Calunnie, vociferazioni demagogiche, speculazioni sull’ignoranza e sulla buona fede, invenzioni plateali, adulterazioni di fatti e di idee: tutto è messo in opera per svalutare la grande affermazione della coscienza internazionale dei lavoratori.
Alla fine dello scorso dicembre, alla vigilia delle elezioni generali inglesi, Lloyd George dichiarava solennemente nella Camera dei Comuni che né l’Inghilterra né le altre potenze alleate avevano la minima intenzione di intervenire in Russia. I fatti hanno dimostrato tutta la volpina ipocrisia di tali dichiarazioni. Non si sono mandate truppe, è vero, ma non per volontà leale di lasciar la Russia libera di pensare ai casi suoi, bensì perché dopo quattro anni di guerra non si possono lanciare le truppe a nuove avventure di guerra, senza pericolo che esse passino al bolscevismo, come a Odessa, e perché l’invio di truppe mostrerebbe troppo chiaramente alle masse operaie i veri motivi della ritardata smobilitazione. Ma, se non si sono mandate truppe, si tiene la squadra inglese nel Baltico a stringere il blocco della fame contro la Russia sovietica impedendole ogni comunicazione, anche di contrabbando, con i paesi neutri vicini, Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania; si danno armi, munizioni, viveri, denari ai Kolciak e ai Denikin perché possano rafforzare le loro bande mercenarie della reazione e massacrare in maggior numero gli operai e contadini dei Soviety, si chiude il cerchio intorno alle repubbliche comuniste, per costringerle al fallimento economico, e darne poi la colpa non all’odio di classe del capitalismo internazionale affamatore, ma alla pretesa inattuabilità dei postulati comunisti; si riconosce Kolciak, il futuro massacratore dei lavoratori e restauratore della proprietà privata, e gli si dà ogni appoggio morale e materiale nella lotta contro la repubblica sociale, che quel tristo arnese dello zarismo non potrebbe sostenere un giorno senza i denari e le armi dell’Intesa.
E poi, con una faccia fresca degna della più genuina tradizione di S. Ignazio, si tenta di ingannare i lavoratori, facendo correre voci di prossimo ritiro delle truppe dalla Russia, di abolizione del blocco, ecc. Intanto il blocco di sottomano si inasprisce, le macchinazioni contro le Comuni di Russia si intensificano: si spera che, quando il proletariato avrà aperto gli occhi, i loro compagni di Russia e d’Ungheria, che primi sventolarono al sole della nuova storia il rosso segno della emancipazione del lavoro, saranno stati già schiacciati dai tanks dell’Intesa, dalle guardie bianche organizzate, istruite, pagate dall’Intesa.
Il Loyola inglese ha trovato il suo piccolo panciuto imitatore in Italia. Alla vigilia dello sciopero di protesta, Nitti, con la faccia più marmorea del mondo, se ne viene a dire: “Ma come? Gli operai italiani scioperano per protestare contro l’intervento in Russia? Ma se noi intendiamo non mischiarci affatto negli affari russi e ungheresi …
Il trucco è evidente. Intanto, è certo che soldati italiani combattono nel settore d’Arcangelo e a Vladivostok contro le milizie rosse dei Soviety. Armi e munizioni italiane sono inviate a Denikin. E, soprattutto, il governo italiano partecipa con tutto lo zelo dei servi sciocchi al blocco affamatore, la più perfida e odiosa arma imbrandita dal capitalismo internazionale contro il nuovo diritto dei lavoratori.
Chi vuole ingannare l’on. Nitti parlando, in tali condizioni, di non intervento e di rispetto alla volontà delle popolazioni russe? Finché il governo italiano non avrà riconosciuto le repubbliche dei Consigli in Russia e in Ungheria, e non avrà ristabilito con questi paesi i rapporti diplomatici, economici, commerciali, esso è complice della politica antiproletaria dell’Intesa, e il proletariato italiano ha il diritto e il dovere di insorgere.
Né ci fa meraviglia che la stampa borghese – e specialmente quella napoletana – che sostituisce la romana, ammutolita dallo sciopero tipografico, nel compito di bandire alle turbe la … verità confezionata a palazzo Braschi, e mentre fa questo servizio di polizia si frega le mani per aver potuto restituire alla stampa della capitale la gentilezza usata nell’inondar Napoli di giornali romani al tempo dello sciopero tipografico napoletano – non capisce niente delle ragioni dello sciopero e, mentre fa circolare manifesti di origine evidentemente poliziesca a firma dei soliti “molti operai”, o di anemiche organizzazioni gialle battezzate per l’occasione rosse, si meraviglia perché i lavoratori italiani scioperino … per un paese così lontano come la Russia.
In questo appunto sta per noi l’importanza della manifestazione, che tutto lascia prevedere grandiosa, nonostante i maneggi e le male arti degli avversari, che però non avranno alcuna presa sugli operai. Lo sciopero del 20-21 dimostrerà che in tutto il mondo il proletariato ha assunto coscienza della sua unità, della sua funzione storica rivoluzionaria: esso sarà una notevole tappa della rivoluzione mondiale in marcia.
Il convegno di Bologna
I compagni hanno potuto desumere dall’Avanti! Lo svolgimento delle discussioni al convegno socialista di Bologna, al quale le Sezioni del Napoletano sono state rappresentate dal compagno Bordiga.
Da molte parti è stato vivamente discusso il criterio della Direzione di fare lo sciopero puramente dimostrativo per sole 48 ore.
Si è invece quasi sorvolato sulle questioni da noi ampiamente dibattute nei numeri scorsi intorno alla organizzazione internazionale del movimento ed alle finalità che ad esso danno i socialisti inglesi e francesi.
Il Convegno di Bologna, che non aveva poteri deliberativi, esaminata la situazione politica, concluse unanime per la disciplinata attuazione delle modalità stabilite dalla Direzione del Partito.
Oggi quindi non resta altro a fare che lavorare perché lo sciopero riesca completo e la dimostrazione di forze imponente.
Il proletariato socialista italiano riafferma la sua forza e la sua fede astenendosi dal lavoro il 20 e 21 col significato preciso di solidarietà alle repubbliche comunistiche dei Soviet di Russia, di Ungheria e degli altri paesi ove il comunismo ha trionfato – contro la politica di aggressione militare, di sabotaggio e di affamamento economico dei governi borghesi.
Noi non abbiamo bisogno di ricordare ai compagni che essi devono compiere tutto il loro dovere per la piena riuscita del movimento, e nel tempo stesso attenersi colla più stretta disciplina alle decisioni degli organi direttivi del Partito.
Il compagno Bordiga a chiarimento del resoconto dell’Avanti! ha inviato a questo una lettera che riproduciamo, essendo stata pubblicata con un’inesattezza che ne altera il significato:
Caro Avanti!
Il resoconto di quanto dissi brevemente a Bologna merita un chiarimento.
Volli indicare il pericolo contenuto nella formula “sciopero espropriatore” troppo sintetica ed inesatta, ricordando che l’atto e il fatto rivoluzionario rivestono carattere politico e consistono nel passaggio violento del potere della borghesia al proletariato. Lo sciopero non è che una misura tattica indispensabile per la mobilitazione delle forze proletarie a tale scopo.
Il trapasso dal regime economico capitalistico a quello comunistico s’inizia subito dopo con l’attuazione di una serie di provvedimenti mediante i quali i nuovi organismi politici procedono gradualmente alle espropriazioni economiche.
In questo senso deve parlarsi di rivoluzione politica, ma di evoluzione economica, sia pure acceleratissima, che si determina dopo avere infranti i vincoli che i vecchi istituti politici ponevano allo sviluppo delle forme della produzione.
Così è nel linguaggio marxista e nello svolgimento delle rivoluzioni comunistiche cui assistiamo.
Il concetto della espropriazione simultanea alla insurrezione ed attuata capricciosamente da individui o da gruppi, implicito nella frase di “sciopero espropriatore” è un concetto anarcoide che nulla ha di rivoluzionario.
Grazie e saluti. Napoli, 16 luglio 1919
Amadeo Bordiga
Verso il Congresso Nazionale Socialista
Il programma Comunista e le altre tendenze proletarie
È di somma importanza, a scopo di chiarificazione delle idee e delle azioni – nel confusionismo politico che in Italia è più grande che altrove – porre in rilievo le differenze tra il nostro programma e quelli delle altre scuole socialiste che hanno seguito nel proletariato; ed insieme il contegno da tenersi di fronte a questi movimenti collaterali al nostro.
I socialisti riformisti di destra (rappresentati in Italia dalla Unione Socialista Italiana) hanno abbandonato il concetto della lotta di classe e dell’urto rivoluzionario fra borghesia e proletariato, perché ritengono che la società si evolverà gradualmente verso il regime collettivistico con una collaborazione tra il proletariato e il governo borghese, nell’azione parlamentare e ministeriale, tendente ad attuare riforme favorevoli al proletariato.
Questa corrente è considerata dai comunisti come la peggiore nemica della rivoluzione e il più efficace presidio degli istituti borghesi.
I socialisti riformisti di sinistra (altrove indipendenti, tra noi rappresentati dalla minoranza del Partito Socialista Italiano, da quasi tutti i suoi deputati e dai capi della Confederazione Generale del Lavoro) ammettono in un lato senso la lotta di classe, ma ne vedono uno sviluppo entro le linee della democrazia rappresentativa, senza insurrezioni, e pur facendo una opposizione politica alla borghesia non escludono di ottenere da essa riforme interessanti i lavoratori. Non sono, come i destri, per la unione sacra.
Sopratutto essi non ammettono la dittatura rivoluzionaria del proletariato, asserendo che attraverso forme democratiche maggioritarie esso riuscirà ad assumere e conservare il dominio della società.
Di fronte a questa corrente bisogna – come giustamente dice il programma della III Internazionale – scindere la massa dai capi, mostrando la incertezza e la debolezza del metodo da questi propugnato.
I sindacalisti (rappresentati in Italia dalla Unione Sindacale Italiana) sostengono che la lotta rivoluzionaria è condotta dai sindacati economici, e non dal Partito politico; vedono nella rivoluzione il passaggio della direzione della società ai sindacati anziché allo stato proletario e al governo rivoluzionario; nella proprietà comunista non una proprietà sociale ma una proprietà sindacale.
La critica di questa scuola mostra che essa è una degenerazione del marxismo nel senso delle teorie economiche borghesi. Di fronte ad essa, pur riconoscendo che i suoi esponenti sono sentimentalmente rivoluzionari, occorre mostrare che il suo programma è inattuabile e la preparazione delle masse a tale metodo destinato ad essere scartato dagli avvenimenti, è non rivoluzionaria.
II programma di Mosca parla di “fare blocco” coi sindacalisti che accettano la dittatura. A parte l’esattezza della espressione blocco osserviamo che il concetto di una dittatura politica è in antitesi col sindacalismo puro. Il programma di Mosca si è preoccupato dei nostri rapporti coi sindacati (quasi mai diretti da comunisti puri) tanto è vero che ammette di attirare a noi certi sindacati riformisteggianti, illuminando le masse sul nostro programma.
Molto vi è da fare per condurre le masse organizzate economicamente alla concezione politica della rivoluzione che vive in seno al Partito proletario; altrimenti si avranno dolorose sorprese, come in Russia e Ungheria, dal contegno dei sindacati.
Gli anarchici negano la necessità del governo rivoluzionario, anche passeggero, ritenendo che occorra distruggere lo stato anziché farne una arma per l’emancipazione del proletariato e l’espropriazione della borghesia. Nella società futura vedono la massima libertà economica dei produttori, mentre il socialismo è sostanzialmente la collettivizzazione di tutte le funzioni della economia, che saranno centralmente disciplinate.
La concezione anarchica del processo rivoluzionario essendo irrealizzabile, dobbiamo combatterne la diffusione, che esporrebbe a grave pericolo il trapasso del potere dalla borghesia al proletariato, inducendo questo a rinunziare all’esercizio dei mezzi che soli possono assicurare l’ avvento del comunismo.
In conclusione, e per esprimere il nostro punto di vista senza restrizioni, affermiamo che i comunisti devono escludere qualunque politica di coalizione, anche per momenti contingenti dell’azione, calcolando unicamente nelle forze che si muovono sulla via del loro preciso programma di concretazione rivoluzionaria.
Le alleanze transitorie facilitano il superamento di un periodo a tutto danno della possibilità di affrontare il periodo successivo, nel quale l’alleanza dovrà per forza di cose spezzarsi per le divergenze iniziale del programma. E ciò sarà, in tutti i tempi, una condizione passiva pel complesso del movimento.
Nitti, i socialisti e lo sciopero
Il ministero Nitti, accolto in sul nascere da un quasi unanime coro di proteste violente e che doveva essere sacrificato prima ancora di dare il suo primo vagito – tanto esso rappresentava una calamità pel paese, che avrebbe solo da un ministero Salandra o Luzzatti potuto salvarsi dalla rovina – ha riportato una maggioranza di voti considerevole. A noi le piccole miserie che si svolgono nella morta gora dell’aula di Montecitorio non interessano abitualmente per nulla. Ci interessa assai più partecipare con tutta la nostra fede ed il nostro entusiasmo al grande dramma umano che si svolge intorno a noi, a questo superbo rigoglio delle forze della classe lavoratrice, che si approssima alla definitiva liberazione dal suo secolare asservimento, attraversando l’ora più critica delle sue passioni e del suo sacrificio.
Se talvolta ci occuperemo delle miserie del mondo parlamentare è solo dal punto di vista critico per trarre da esse ulteriore argomento che valga a convincere quei nostri compagni, di ciò non ancora convinti, della nessuna utilità cioè in questa ora da parte dei socialisti di partecipare ai parlamenti borghesi, nei quali non possono fare altro che opera di conservazione nell’interesse delle borghesie stesse.
In questo momento in cui la lotta tra queste ed il proletariato si avvia rapidamente alla fase risolutiva ogni attenuazione o meglio ogni meschino quanto inutile tentativo di attenuazione di essa è dannoso agli interessi proletari.
Ciò pare non vogliano assolutamente intendere i nostri compagni deputati i quali hanno mostrato chiaramente in tutto il loro atteggiamento la simpatia che essi nutrono pel Ministero Nitti, malgrado il voto contrario che a quello nulla toglie avendo assicurata la maggioranza e serve solo a dimostrare l’ossequio alla volontà del Partito.
L’on. Nitti ha fatto proprio il loro programma; perché non dovrebbero essere con lui?
Volevano essi l’abolizione della censura ed egli li ha accontentati. Hanno richiesto la smobilitazione ed egli la farà… gradatamente (campa cavallo!).
Han chiesto l’amnistia e la riforma elettorale e l’una e l’altra egli concederà.
Che si vuole più da lui? Il divieto di mandare soldati contro le repubbliche dei consigli di Ungheria e di Russia; ed egli ha promesso ciò solennemente (promesse da ministro) deducendone in conseguenza la inutilità in Italia dello sciopero generale, se lo scopo per cui esso si fa è il raggiungimento di questa finalità. In altri tempi, i compagni deputati avrebbero, in cambio di tanto bene, promesso di evitare lo sciopero, oggi non hanno potuto che assicurare che esso sarà tranquillo.
Ma non solo queste piccole concessioni vuole il proletariato.
Esso vuole ben altro. Nel prossimo sciopero intende fare una grande rassegna delle proprie forze e soprattutto saggiare lo stato d’animo della grande massa lavoratrice, che è la vera rivoluzionaria assai più che non lo sia la piccola massa organizzata che senza di quella nulla potrebbe tentare od osare.
Esso intende intimare al governo che tenga fede alle sue promesse, ma, indipendentemente da questo, intende affermare che aiuterà i compagni di Russia e di Ungheria col più valido e positivo aiuto, sia impegnandosi che ogni lavoratore a qualsiasi categoria appartenga si rifiuterà inesorabilmente di eseguire qualsiasi lavoro possa direttamente o indirettamente recare danno a quelli, sia impegnandosi a seguirne presto l’esempio e l’opera. Tutto ciò è assai di più di quanto non possa costituire un programma d’azione parlamentare.
Il partito socialista inoltre deve volere che non si speculi oltre sui sacrifici e sul sangue versato dal proletariato nella trista guerra, e non deve permettere che questa speculazione tenti di farla l’on. Nitti col consenso dei deputati socialisti.
Durante il periodo critico della guerra il partito socialista solo ebbe il sincero coraggio di affrontare l’opinione pubblica sconvolta, perturbata sotto la coercizione governativa, affermando la sua avversione alla guerra.
In quell’ora i gruppi della borghesia ed alcuni uomini di essa, tra cui l’on. Nitti, ad essa nel loro intimo forse avversi, per viltà od interesse non osarono agire contro la corrente guerraiola e furono conniventi.
Oggi le delusioni inevitabili che alla guerra vittoriosa sono seguite e la profonda miseria in cui versa il paese in conseguenza di quella hanno fatto rialzare le azioni degli avversari alla guerra. Tra poco non vi sarà alcuno che oserà di trarre vanto per aver aderito ad essa per non esporsi a qualche cosa di simile a quello che accadeva durante la guerra agli avversari di essa.
Adesso ognuno tenta l’ignobile giochetto di rifarsi una verginità da tempo ed in malo modo perduta, facendo intravedere quello che o veramente ha sentito o ha finto di sentire nei rapporti della guerra.
I socialisti non debbono prestarsi a questo giochetto. È venuta l’ora del rendiconto. Delle attuali critiche condizioni del paese sono solidalmente colpevoli tutti i gruppi borghesi e solidalmente debbono darne conto al proletariato che lo esige, che prima ha versato inutilmente il suo sangue ed oggi soffre la fame per l’ingorda speculazione di quelli che dal momento critico vogliono trarre il più ignobile profitto.
La vera fisionomia del governo borghese dell’on. Nitti, in nulla dissimile dagli altri, si rivela nei provvedimenti irrisori che prende contro costoro e nella risposta che i suoi sgherri danno alla giusta protesta del proletariato, il cui sangue ancora una volta ha bagnato tutte le città d’Italia.
Fortunatamente questa volta i compagni deputati ci hanno evitato, e di ciò va data loro lode, la irrisione della solita interrogazione.
Preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale
Preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale
Avanti!, 21 agosto 1919
Noi riteniamo di essere entrati nel periodo storico rivoluzionario nel quale il proletariato perviene all’abbattimento del potere borghese, poiché tale risultato é già conseguito in molti paesi d’Europa, e nel quale negli altri paesi i comunisti devono far convergere tutti i loro sforzi alla realizzazione della stessa finalità.
I partiti comunisti devono dunque dedicarsi alla preparazione rivoluzionaria, allenando il proletariato alla conquista non solo, ma anche all’esercizio della dittatura politica, e preoccupandosi di enucleare dal seno della classe lavoratrice gli organismi atti ad assumere e gestire la direzione della società.
Questa preparazione deve compiersi nel campo programmatico formando nelle masse la consapevolezza del complesso svolgimento storico attraverso il quale l’èra del capitalismo cederà a quella del comunismo; e nel campo tattico con la formazione dei soviety provvisori pronti a insediarsi nei poteri locali e centrali, e l’allestimento di tutti i mezzi di lotta indispensabili all’abbattimento della borghesia.
Nel periodo dedicato a questa preparazione, tutti gli sforzi del partito comunista sono consacrati a creare l’ambiente della dittatura proletaria, sostenendo con la propaganda non solo delle parole, ma soprattutto dei fatti, il principio cardinale della dittatura, cioè del governo della società da parte della classe proletaria con la privazione di ogni intervento e diritto politico per la minoranza borghese.
Se contemporaneamente si volesse adottare l’azione elettorale tendente a mandare i rappresentanti del proletariato e del partito negli organi elettivi del sistema borghese, basati sulla democrazia rappresentativa che è la antitesi storica e politica della dittatura proletaria, si distruggerebbe tutta l’efficacia della preparazione rivoluzionaria.
Anche se nei comizi elettorali e dalla tribuna parlamentare si agitasse il programma massimalista, i discorsi dei candidati e dei deputati sorgerebbero su una contraddizione di fatto: sostenere che il proletariato deve dirigere politicamente la società senza la borghesia, ed ammettere col fatto che rappresentanti proletari e borghesi seguitino ad incontrarsi con parità di diritti nel seno dei poteri legislativi dello Stato. Nella pratica si disperderebbero tutte le energie morali, intellettuali, materiali e finanziarie nel vortice della contesa elettorale, e gli uomini, i propagandisti, gli organizzatori, la stampa, le risorse tutte del partito sarebbero distolti dalla preparazione rivoluzionaria, alla quale sono già, purtroppo, impari. Stabilita la incompatibilità teorica e pratica tra le due preparazioni, a noi pare che non si possa esitare nella scelta, e che l’intervento elettorale possa logicamente ammettersi da quelli soli che neanche la minima speranza hanno nella possibilità della rivoluzione.
La incompatibilità delle due forme di attività non é una incompatibilità momentanea, tale da rendere ammissibile il succedersi di entrambe le forme d’azione. L’una e l’altra presuppongono lunghi periodi di allestimento, e assorbono l’intera attività del movimento per notevole decorso di tempo.
La preoccupazione di quei compagni che scorgono l’ipotesi della attuata astensione elettorale senza che si sia raggiunta la finalità rivoluzionaria, non ha consistenza alcuna. Anche se il rimanere senza rappresentanti parlamentari anziché essere un vantaggio – come noi fermamente e suffragati da vasta esperienza riteniamo – fosse un pericolo, tale pericolo non sarebbe nemmeno lontanamente paragonabile a quello di compromettere ed anche ritardare soltanto la preparazione del proletariato alla conquista rivoluzionaria della propria dittatura.
Quindi, a meno che non si possa provare che l’azione elettorale, non solo con la sua impostazione storica in teoria, ma anche con le sue note degenerazioni pratiche, non riesca fatale all’allenamento rivoluzionario, bisogna senza rimpianti gettare fra i ferri vecchi il metodo elezionista e senza più volgersi indietro concentrare tutte le nostre forze alla realizzazione dei supremi obbiettivi massimali del socialismo.
NOTA REDAZIONALE DELL’“AVANTI!”
Se il problema dell’elezionismo si considera battendo una linea puramente mentale, il [compagno che scrive] ha ragioni da vendere. Noi da lui, però, ci distacchiamo per un aspetto contingente della questione. Cerchiamo di essere brevi e chiari.
Il fatto di essere entrati nel “periodo rivoluzionario nel quale il proletariato perviene all’abbattimento del potere borghese” é nella cronaca e ci appartiene. Ma é nostro solo in quanto internazionalisticamente noi consideriamo la Russia – per citare la grande fiamma anche in nome e per il numero degli altri piccoli fuochi – entro i confini geografici del mondo socialista. Ora, invece, parlando strettamente di noi, dell’Italia, conviene domandarci se il periodo rivoluzionario, internazionalmente aperto, esiste qui come tendenza, o come consistenza, se cioè la rivoluzione da noi può essere o, al contrario, è. Se fosse, anche gli ultimi Achille del nostro campo che si indugiano tuttora nei ginecei disdegnerebbero l’arcolaio della accademia per l’asta della violenza. Ma se per ragioni al nostro esame sfuggite (quale, ad esempio di pura ipotesi, che l’organismo proletario ha la parvenza della forza e sotto di questa invece la sostanza di sangue, di ossa, di tessuti, corrosa dalla sifilide del riformismo) dovessimo constatare la necessità di quella preparazione rivoluzionaria della quale il [compagno che scrive] ci parla con un programma di non facile smaltimento in breve corso di tempo, dovremmo ritenere che errerebbe il nostro partito a negligere quale forza l’uso dell’elezionismo.
Non é che noi vogliamo allontanare la rivoluzione (ché in materia abbiamo concetti più semplici, più scavezzacolli, più volontaristici, di quelli rigidamente e freddamente teorici di lui); ma, se la rivoluzione che é cosa e non volontà si trovasse ancora allo stato potenziale senza essere sboccata nella fase dinamica, se cioè non fosse al presente diventato fatto il trapasso fra lo ieri in cui l’articolista stesso, pur senza entusiasmo eccessivo, accettava l’elezionismo e l’oggi in cui li rifiuta – sarebbe proprio rispondente alla serena obbiettività marxista lanciare il Partito nel negativismo elettorale?
Pensiamo che il Gruppo parlamentare socialista nella politica del Campidoglio si sia meritato il salto dalla Tarpea, riteniamo inoltre che anche sotto il possesso di una maggioranza massimalista non sarà la “Camera dei deputati” ad incingersi del socialismo ed a partorirlo per la felicità umana – ma c’è la tradizione socialista della conquista dei pubblici poteri che non può distruggersi di un fiato, specie se si pensa che l’esercizio elettorale continuato dai riformisti potrebbe illudere il proletariato e corromperlo – ma c’è la occasione dei comizi (sfrondati di tutto il gradualismo e taumaturgismo della ricostruzione socialista) che dà alle masse una meravigliosa preparazione. psicologica per il ricevimento del nostro verbo – ma c’è la necessità di non sbandare le energie classiste nella nebulosa di un libertarismo che distruggerebbe quel principio di autorità, di costrizione, di dittatura, che è l’arco del nostro divenire – ma, di più, c’è l’opportunità di non smettere quell’uso del voto che dovremmo poi riprendere nella scelta dei nostri consigli.
Fra le armi della lotta classista c’è, oltre che lo sciopero, il sabotaggio.
Noi non siamo per abbandonare gli istituti borghesi del potere, siamo per svalutarli teoricamente, per sabotarli praticamente. Non crediamo però che quest’opra debba tenere la prima linea in quel programma preparatorio dall’articolista accennato, ma vogliamo illuderci che le si voglia riconoscere la carta di un legittimo nascimento ed una certa contingente utilità rivoluzionaria. In ogni modo, rimarremo al posto della disciplina perché il problema elettorale chiama si alla responsabilità di dire il proprio parere, ma non è tale poi da meritare un eccessivo riscaldarsi polemico, e non potrà – comunque risolto – essere causa di divisioni nel campo dei comunisti.