I sindacati democratici, eredi delle corporazioni fasciste
La storia del primo dopoguerra mostra come democrazia e fascismo siano due metodi alternativi di esercizio del potere di classe della borghesia sul proletariato, e come l’efficacia dell’uno nel difendere questo potere dipenda dal concorso diretto o indiretto dell’altro: la scheda ha bisogno del manganello, e viceversa; Mussolini presuppone Nitti e Giolitti.
Già allora, fascismo e democrazia mostrarono l’identità dei loro programmi di conservazione capitalistica, rivelandosi egualmente validi a permettere al vero apparato di offesa e di difesa della classe dominante – lo Stato – di uscire incolume dalla violenza rivoluzionaria. Purtroppo, la sconfitta del ’19-21 non si limitò a segnare il punto negativo di un episodio rivoluzionario; la borghesia, terrorizzata dalla vittoria dell’ottobre in Russia, comprese perfettamente che la sua stabilità non avrebbe avuto carattere duraturo se il partito di classe fosse uscito indenne da quel primo scontro; e la corruzione politica, che è il modus vivendi dei regimi in decadenza, aggiunse alla disfatta militare del proletariato la disgregazione della massima organizzazione proletaria, l’Internazionale Comunista. Mentre in Russia la dittatura del proletariato si trasformava per opera dello stalinismo in dittatura della destra contro i compagni che si opponevano all’avanzante degenerazione dell’Internazionale, nell’Occidente furono gli stessi partiti operai a rinnegare il programma di classe, il cui cardine centrale risiede nell’internazionalismo proletario; furono essi ad erigersi a principali difensori della “patria” ripresentandosi alla fine della seconda guerra mondiale come grandi apparati elettorali affinché, come nel ’19, ogni possibile slancio del proletariato si scaricasse ed esaurisse entro i limiti legali dell’ordine borghese.
Nel ’45, i nuclei rivoluzionari che si ricostituivano intorno al programma di classe indicarono nella “resistenza” la stessa tattica controrivoluzionaria – già denunciata dalla Sinistra nel 1921 – che costringeva il proletariato a legarsi ai partiti borghesi per riaffermare le “libertà democratiche” usurpate dal fascismo; ancora una volta il proletariato non poté approfittare del momento di debolezza in un punto del dispositivo capitalistico per condurre la sua lotta autonoma, non di resistenza popolare, ma di offesa alle strutture economiche e politiche della classe dirigente. Ancora una volta, l’antifascismo fu la parola d’ordine che gli impedì di rendersi conto che si stava solo verificando un travaso fra stati maggiori poggianti sull’invariante meccanismo capitalistico, e che, come, in conseguenza della crisi del ’19, la borghesia aveva trasformato l’apparato democratico parlamentare in apparato militare, così ora essa riproponeva la forma democratica essendo passato il periodo storico di emergenza, di scontro diretto. L’utilizzazione dei partiti operai per il nuovo governo democratico-borghese non fu quindi affatto il risultato di un accresciuto potere di classe, ma segnò il punto di approdo della precedente degenerazione opportunista, che, dopo di aver spezzato il collegamento internazionale del proletariato rivoluzionario codificando la necessità di partiti comunisti nazionali svincolati da ogni subordinazione agli interessi generali della classe operaia al di sopra di ogni fittizia delimitazione localistica, passava definitivamente alla diretta collaborazione di classe con le rispettive borghesie nazionali.
Mai come allora, in piena orgia democratica, il fascismo fu vittorioso, perché la borghesia aveva realizzato il duplice scopo di ribadire con maggior ferocia la dittatura dello sfruttamento proletario – dittatura del capitale sul lavoro – senza correre i rischi della violenza diretta. Il processo economico non aveva subito nessun arresto involutivo con l’avvento del fascismo, che anzi era la proiezione politica più vicina alla vera natura del capitale, come forza centralizzata le cui leggi interne escludono una utilizzazione razionale e volontaristica delle forze produttive, e che, proprio in virtù di queste contraddizioni interne, ha bisogno di un apparato fortemente centralizzato quale lo Stato, che, al di là delle necessità delle singole porzioni di capitale rappresentate dalle aziende, curi gli interessi generali del meccanismo di sfruttamento sociale. Quanto più le contraddizioni si esasperano sfociando in una crisi generale del sistema, tanto più la salvezza dell’ordine borghese esige una direzione politica autoritaria soprattutto per impedire che la classe oppressa – il proletariato – approfitti della situazione generale di disfacimento capitalistico che la crisi mette in evidenza per porre la propria candidatura rivoluzionaria alla gestione dell’economia.
La democrazia rappresenta il tentativo di realizzare la collaborazione di classe tra capitale e lavoro con il consenso dello stesso proletariato, mentre la dittatura aperta persegue lo stesso fine valendosi delle armi, cioè della repressione diretta di quanti intendessero rompere l’ordine costituito.
Laddove, nella dittatura aperta, la tutela dello Stato è assicurata dalla quotidiana violenza dei manganelli e delle purghe, in democrazia la legge è il codice borghese che i proletari non devono infrangere, perché, al di là delle leggi, troveranno gli stessi manganelli che tanto scandalizzavano i “liberi pensatori” resistenziali.
Lo spazio che il fascismo occupò non fu quindi rubato alla borghesia, ma colmò il vuoto risultante dal tradimento delle organizzazioni proletarie che avevano lasciato la classe operaia in balia dell’avversario. Questi mise fuori legge ogni tentativo di organizzazione autonoma degli operai: “Le associazioni professionali comprendono o soli datori di lavoro o soli lavoratori. Le corporazioni invece riuniscono le associazioni di datori e quelle di lavoratori di un dato ramo della produzione in un gruppo solo di forze, e sono organi dello Stato… Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione completa la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione (sic!) degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione…” (Carta del lavoro fascista, punti III, IV, VI).
Ecco la reale funzione del fascismo! Inquadrare la classe operaia in un’organizzazione coatta che impedisca al proletariato di esprimere con la lotta la sua essenza di classe sfruttata, i cui interessi sono sempre inconciliabili con quelli dell’economia capitalistica, giacché questa si rafforza e si mantiene nella misura in cui il proletariato non si oppone al crescente sfruttamento delle sue capacità lavorative. Lo Stato assume qui apertamente la veste di apparato difensivo dell’economia capitalistica, unificante tutte le forze sociali contrastanti per subordinarle al mantenimento del meccanismo produttivo basato sul privilegio di classe.
Abbiamo denunciato costantemente come questo programma economico varato dal fascismo abbia trovato la sua continuità nei programmi dei partiti operai che nel dopoguerra si allearono con la borghesia rifattasi democratica allo scopo di mantenere il proletariato assoggettato agli “interessi superiori della produzione”; il fascismo si rafforzava per bocca dei partiti operai che dalla dittatura aperta avevano ereditato il compito di tutelare lo Stato da eventuali assalti proletari con il metodo della finzione democratica.
La collaborazione di classe che il fascismo aveva ottenuto con la violenza la seppero realizzare molto meglio i partiti opportunisti che, mentre sottoscrivevano la costituzione repubblicana ricalcando i canoni della carta fascista, solo aggiornata nei termini formali, imprigionarono il proletariato nella ricostruzione nazionale e lo piegarono ai sacrifici richiesti dagli interessi generali della ripresa produttiva.
La storia dell’opportunismo dell’ultimo ventennio non è riconducibile a nessuna delle classiche tare riformiste che il proletariato ha dovuto subire nel passato della sua lotta contro il capitalismo, poiché il riformismo classico, malgrado la sua nefasta influenza, che impediva alla classe operaia di vincere la battaglia decisiva, era ancorato a margini reali di contrattazione immediata delle condizioni di vita degli operai e si avvaleva delle riserve economiche concesse dal capitalismo proprio per impedire che la lotta proletaria uscisse dai limiti corporativi e di rivendicazione salariale.
I partiti opportunisti e le organizzazioni sindacali attuali hanno invece un ruolo politico direttamente controrivoluzionario, perché l’equilibrio dello Stato borghese dipende ormai quasi esclusivamente dalla loro capacità di mantenere la pace sociale, economica e politica. La borghesia non ha più riserve da spendere, e qualunque seria rivendicazione anche di carattere economico basterebbe a turbare la sua stabilità. Ecco il perché delle lotte articolate e delle rivendicazioni parziali e aziendali che da vent’anni avviliscono il proletariato! Oggi però un più serio pericolo minaccia la classe dirigente; essa vede avvicinarsi il culmine della crisi che nessun imbonitore opportunista riuscirà a mistificare sotto false parole d’ordine; quando migliaia di operai si troveranno senza lavoro, quando i salari scenderanno sempre più al di sotto dei limiti di sussistenza, quando il programma democratico-opportunista di coesistenza pacifica e di riforme di struttura sarà completamente scaduto agli occhi del proletariato che tenterà nuovamente la strada della violenza rivoluzionaria. La borghesia, che non può evitare le contraddizioni del modo di produzione a cui è legata, tenta però di sfuggire alle estreme conseguenze politiche che scaturiscono dal disfacimento delle sue strutture economiche e cerca di prevenire la ripresa della lotta rivoluzionaria di classe privando il proletariato dei suoi mezzi di combattimento.
La corporazione fascista sta quindi risorgendo, e non già in concorrenza con le organizzazioni sindacali libere come nel periodo di transizione tra democrazia e fascismo nel 1921; questa volta la borghesia non avrà bisogno di appellarsi alla piccola borghesia titubante e fifona che vive al di fuori del movimento operaio, poiché ha stabilito un legame costante in funzione antiproletaria proprio nel cuore della classe lavoratrice, nelle organizzazioni di classe, legame rappresentato dalle dirigenze sindacali e dai partiti di sinistra che operano affinché il sindacato si trasformi dall’interno da libera organizzazione di combattimento in organo statale in cui tutte le forze sociali contrastanti vengano unificate e subordinate agli interessi dello Stato. La Magistratura del lavoro del tempo fascista, che comprendeva datori di lavoro e lavoratori, rappresentava l’organo con cui lo Stato interveniva a regolare le controversie del lavoro (Carta fascista, punto 5) per evitare che i contrasti sociali sfociassero in scioperi e in rivendicazioni salariali insopportabili per il capitalismo. Identica funzione hanno oggi le “commissioni paritetiche” istituite dai dirigenti della CGIL nelle fabbriche, comprendenti anch’esse datori di lavoro e operai: oggi come allora, la lotta operaia è sostituita, attraverso questi organi di tipo borghese, dal compromesso giuridico di una magistratura al servizio dello Stato, e che quindi non emetterà mai un verdetto a favore della classe operaia. Uguale ruolo hanno le deleghe, che spezzano il tradizionale legame diretto tra operai e sindacato al di fuori delle organizzazioni borghesi; il sindacato si nasconde così dietro le organizzazioni aziendali, e gli operai sono completamente abbandonati al ricatto dei propri sfruttatori che, avendo in mano i mezzi materiali delle organizzazioni di classe e la piena conoscenza delle forze operaie organizzate, potranno con più facilità intervenire per soffocare ogni tentativo di sollevarsi e opporsi loro. I dirigenti della CGIL, ben sapendo di forzare l’istinto antiborghese degli operai, imbracciano la vecchia arma fascista del ricatto economico e del terrorismo politico dichiarando ufficialmente che quegli operai che si rifiuteranno di firmare le deleghe, saranno isolati e privati di ogni assistenza dalle organizzazioni sindacali, come ai tempi dell’orbace: “Solo i sindacati legalmente riconosciuti sono i legittimi rappresentanti dei datori di lavoro (principali) e dei lavoratori. Chi volesse rimanere fuori dei sindacati sarebbe evidentemente privo di difesa nel caso non improbabile che gli capitasse di averne bisogno”. (Carta fascista, punto III). È evidente che queste misure coercitive non servono tanto per la classe operaia di oggi, immobile e subordinata alle direttive dei bonzi, pacifista e democratica, quanto per quella di un prossimo futuro, quando i proletari cacciati dalle fabbriche per effetto dell’esplodere della crisi generale capitalistica vorranno affermare il loro diritto all’esistenza con i mezzi insostituibili della lotta diretta. Allora le commissioni paritetiche, le deleghe, il sindacato unificato e autonomo – peggio ancora se trasformato in organo statale, che oggi passano per strumenti di “potere operaio”, risulteranno essere parte integrante dell’apparato borghese coercitivo e controrivoluzionario, che, unificando la sua funzione con quella dei gendarmi prezzolati dalla classe dirigente, si schiererà a difesa dell’economia capitalistica indebolita dalla crisi mondiale.
Questa fu la funzione del fascismo e questa sarà la funzione dell’odierno opportunismo politico e sindacale, se il proletariato non caccerà i novelli fascisti seduti ai vertici delle loro organizzazioni. Quando il sindacato tornerà ad essere una organizzazione odiata e contrastata dalla borghesia, vorrà dire che l’opportunismo avrà fallito il suo compito di conciliazione fra capitale e lavoro, e che gli operai avranno ripudiato gli strumenti borghesi di pacifica trattativa per ritornare alla lotta viva e perenne, tendente ad accelerare la crisi del sistema di produzione capitalistico. Allora il sindacato non si collocherà più fra lo Stato borghese e la classe, ma sarà l’intermediario del Partito comunista, per tradurre in azione pratica le direttive politiche della rivoluzione proletaria.