Proletari italiani e sloveni hanno, al di sopra di fittizi confini, lo stesso comune nemico
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Se c’è zona, in Europa in cui la falsità e l’assurdo delle soluzioni «nazionali» appaiono in una luce che è di sangue, questa è proprio la zona del cosiddetto territorio libero triestino. Geografia e storia vi cospirano: la geografia che ha posto la grande città portuale al punto d’incrocio fra oriente e occidente europeo — per cui è tanto vero che Trieste non può vivere senza il polmone economico del bacino danubiano, quanto è vero che vivrebbe a stento senza le correnti commerciali con l’Italia —; la storia che vi ha mescolato, in modo da rendere vana ogni definizione di «confini etnici», italiani e slavi, per tacere di meno compatte minoranze.
Due guerre hanno sanguinosamente riproposto, in questa zona storicamente internazionale, una soluzione nazionale; entrambe ne hanno svelato l’inconsistenza. 600 mila caduti in una guerra che mascherò dietro la cortina fumogena dell’irredentismo la frenesia di espansione del capitalismo italiano, la fame delle attrezzature portuali, della rete di commerci, delle industrie di una delle perle della monarchia austroungarica: Trieste fu «liberata», ma, mentre lo spaventoso massacro, sbriciolando il mercato unitario dell’Europa centro-orientale, paralizzava la vita economica triestina (se non per gli sciacalli dell’affarismo che pompavano sovvenzioni dallo Stato vittorioso e mettevano a profitto una eredità non loro), il vagolante irredentismo cambiava fronte e, liquidato il «tedesco oppressore», si lanciava sullo slavo in una stupida e bestiale politica di snazionalizzazione, tanto più stupida e bestiale in quanto tutte le «razze» avevano portato un contributo comune alla vita della città e della regione e in quanto esse s’intrecciavano in modo indissolubile nei centri urbani e nelle campagne. Lo irredentismo suscita di rimbalzo l’irredentismo: e la seconda guerra mondiale ha visto rovesciarsi su Trieste e sulla Venezia Giulia l’ondata opposta, la snazionalizzazione jugoslava subentrare alla snazionalizzazione italiana e, di rimbalzo, fermentare di nuovo l’irredentismo italico, mentre una nuova partizione basata su cervellotiche linee etniche riproponeva i problemi economici di una città che vive solo di grandi scambi commerciali fra oriente e occidente e, soffocata come estremo lembo dello Stivale, soffoca come estremo lembo di una repubblica federale ubriacata anch’essa di nazionalismo. La composizione del movimento operaio triestino ha sempre rispecchiato il carattere non-nazionale della regione: lo stesso partito socialista; in modo spiccatissimo il partito comunista degli anni ardenti del primo dopoguerra. Proletari italiani e sloveni combattevano la stessa battaglia contro un nemico che non aveva connotazioni nazionali ma internazionali; contro il mostro pluricipite del capitale. Lo avevano combattuto insieme sotto regime austriaco; lo combatterono sotto dominio italiano. La diversità di lingua, di tradizioni, di origini familiari non pesava sul movimento: la impossibile linea etnica, la linea dell’ideologia borghese, non passava attraverso un movimento che riconosceva soltanto linee e frontiere di classe. E, su questa linea, cadevano proletari di nome | italiano e slavo e tedesco. Oggi, l’ubriacatura nazionale, intrattenuta da tutte le parti e da tutti il partiti, ha scavato anche in campo proletario un’assurda e antistorica linea etnica e tenta di cancellare la sola linea reale — la sola linea «concreta», signori del concretismo! — delle divisioni di classe.
Ancora una volta, la frenesia di espansione — sia essa jugoslava o italiana (tendente la prima ad aprirsi nuovi polmoni, tendente la seconda a conservarsi un residuo di polmoncino) — si ammanta di rivendicazioni nazionali; e v’è chi vorrebbe portarle sulla punta delle baionette, e v’è chi vorrebbe affidarle al responso della scheda. Fra l’incudine e il martello, destinate ad essere sfruttate comunque, sono le masse proletarie italo-slovene, i gruppi prevalentemente slavi delle campagne, i gruppi prevalentemente italiani delle città. Da ambo le parti s’invoca la solidarietà nazionale delle classi; da ambo le parti s’incitano i proletari di una lingua (giacché solo la lingua può distinguerli, non le tradizioni e meno ancora gli interessi) a combattere contro proletari di un’altra. È questa grande menzogna della separazione etnica e della soluzione nazionale che i proletari italiani e sloveni sono chiamati a combattere, o Trieste e la Venezia Giulia precipitano nella via senza uscita di irredentismi a rimbalzo continuo e di una paralisi economica progressiva, cui soltanto un nuovo massacro sembrerà offrire, con gli stessi pretesti e con gli stessi risultati, una soluzione. Proletari italiani e sloveni hanno, come sotto l’Austria e come sotto l’Italia, un comune avversario: lo imperialismo, un’ideologia falsa e bugiarda da liquidare, l’ideologia delle frontiere etniche una sola battaglia da condurre, la battaglia di classe.
È su questo fronte che si schiereranno, passati i fumi di rinnovati «maggi radiosi», le forze proletarie della regione giulia contro il nazionalismo travestito di rosso della borghesia jugoslava, contro il nazionalismo mascherato di progressismo della borghesia italiana, contro i neo-nazionalisti dell’indipendentismo stalinista, contro le forze internazionali che stanno alle loro spalle.