La linea della tradizione rivoluzionaria nel movimento operaio italiano Pt.1
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Il movimento sociale italiano, tardo a differenziarsi in un senso classista moderno, anche tardivamente si orientò secondo le direttive del comunismo marxista. Le prime organizzazioni operaie si svilupparono nel periodo del Risorgimento sotto la direzione di elementi democratici, e più tardi presero indirizzo mazziniano e libertario. Intorno al 1870 fiorirono in Italia, specie in Romagna, in Toscana, a Napoli, le sezioni della I Internazionale, ma quasi esclusivamente con indirizzo bakuniniano, e tutte, o quasi, conservano le direttive anarchiche dopo il dissenso tra marxisti e libertari.
Tuttavia, gli stessi anarchici diffusero i testi della dottrina del marxismo, e l’indirizzo socialista nel senso moderno non mancò di rappresentanti anche in epoche anteriori, potendosene considerare in certo senso un rappresentante anche il Pisacane. A parte gli indirizzi teorici, le lotte di classe si sviluppavano vigorosamente con manifestazioni legali ed anche con moti violenti nelle varie parti d’Italia, e la dominazione borghese democratica ripetute volte reprimeva con la forza il sorgere delle organizzazioni e scioglieva i partiti operai.
I primi partiti socialisti furono infatti dispersi nel 1886, nel 1893, nel 1898. Ma si consolidarono, con precisa separazione dagli anarchici ed adozione della teoria marxista, nella costituzione del Partito Socialista Italiano al Congresso di Genova nel 1892.
Il Partito Socialista Italiano fu unitario, a differenza dei partiti di altre nazioni, fin quasi alla guerra mondiale, e tenne a suo modello teorico e politico la grande socialdemocrazia tedesca, che passava in parte a torto, per depositaria della tradizione rivoluzionaria marxista, influenzata sempre dall’eredità della fusione coi Lassalliani, dopo il cedere delle leggi anti-socialiste di Bismark si era prevalentemente orientata verso metodi legalitari, e non aveva tenuto di mira il problema dell’azione rivoluzionaria, agitato dai socialisti russi per la particolare loro situazione che li faceva vivere in un paese avviato ad una violenta crisi politica e non attraversante un periodo di apparente equilibrio e di pacifismo sociale.
Come gli altri partiti, quello italiano dové superare le crisi dei due revisionismi, quello riformista e quello sindacalista, che sembrano dividersi esclusivamente il campo proletario fra il 1905 e il 1910 all’incirca. I riformisti facevano leva sul diffondersi dell’organizzazione sindacale e della forza elettorale e parlamentare del partito, nonché sulla situazione di florido sviluppo capitalistico che consentiva di ottenere vantaggi alle classi operaie in sede sindacale e in sede di legislazione, innestando a tale prassi una teoria di graduale e legalistica collaborazione con gli elementi politici avanzati borghesi.
I sindacalisti, polarizzando attorno a sé i gruppi più risoluti della classe operaia, parlavano di azione diretta escludente gli intermediari parlamentari, e di sciopero generale che un giorno sarebbe culminato nella lotta armata, ma egualmente svisando i concetti fondamentali del partito politico rivoluzionario e della conquista extra-legalitaria del potere.
Usciti i sindacalisti dal partito per il loro anti-elezionismo, parve questa una vittoria della destra riformista, ma dal 1908 in poi si rafforzò nel partito la corrente di sinistra marxista, che si denominò Frazione intransigente rivoluzionaria, e pervenne nel 1910 ad assumere la dirigenza del partito. Tale corrente si richiamava all’ortodossia marxista (che d’altronde i riformisti, col classico gruppo della «Critica Sociale», a loro volta rivendicavano) e nella politica pratica, non ponendosi a quell’epoca problemi di lotta insurrezionale, si differenziò anche per la reazione alle degenerazioni possibiliste del movimento in Francia ed in altri paesi, sulle parole della condanna non solo della partecipazione dei socialisti a governi borghesi, ma anche all’appoggio parlamentari ad essi; dalla intransigenza nelle elezioni politiche respingendo quindi il metodo dei blocchi popolari o di estrema sinistra (socialisti-repubblicani-radicali) a sfondo anticlericale, che era prevalso dopo la reazione di destra del 1898.
Nel 1911, alla commemorazione del cinquantenario dell’unità italiana, finalmente il movimento delle grandi masse operaie dimostrò di aver trovato la sua impostazione di classe, e le sue bandiere rosse si rifiutarono di seguire i cortei ufficiali e tricolori. Nel 1912, al Congresso di Reggio Emilia, trovando il suo esponente in Mussolini, la corrente di sinistra impose la condanna e l’esclusione dal partito dei fautori della guerra imperialistica libica e degli elementi della destra che avevano trattato la partecipazione a ministeri monarchici. Pochi mesi prima della guerra, al Congresso di Ancona dell’aprile 1914, il partito, che frattanto aveva sperimentato fasi di aperta lotta antiborghese e di sciopero generale nazionale, seguito ad eccidi proletari (la Villa Rossa di Ancona -l’articolo di Mussolini «Tregua d’armi», che chiedeva lo sciopero proclamando la ripresa di movimenti insurrezionali nell’avvenire) sottolineava la sua direttiva classista con le decisioni di intransigenza elettorale nei ballottaggi politici e nelle elezioni amministrative, e con la dichiarazione di incompatibilità tra l’appartenenza alla Massoneria e quella al partito socialista.
Benché si fosse sulle soglie della guerra imperialistica mondiale, il partito non affrontò in pieno il problema della politica socialista in caso di guerra. Fino allora la propaganda anti-militarista, svolta attivamente specie dalla Federazione giovanile, non si era molto differenziata, almeno in pratica, dalla falsariga anarchica e sindacalista, che ne faceva un sabotaggio ed un rifiuto individuale della coscrizione militare.
Lo scoppio della guerra trovò il partito forse meglio preparato di altri partiti socialisti europei, ma anche avvantaggiato dalla ritardata partecipazione italiana. Mentre palesi correnti per l’intervento anti-tedesco sorgevano tra anarchici, sindacalisti, socialisti, riformisti bissolatiani, il partito fu compatto nell’avversare sia l’intervento con la Triplice che l’intervento contro di essa. Ma, verso la fine del 1914, scoppiò la crisi Mussolini, che, se fu grave, perché riguardava il capo politico della corrente estrema, fu assai istruttiva per il fatto che questo capo dové praticamente lasciare il partito solo per volgersi alla politica social-nazionale interventista, e tutto il partito fu solidale contro di lui.