अंतर्राष्ट्रीय कम्युनिस्ट पार्टी

I cento fiori italici

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L’emorragia di intellettuali (diamo per buono questo titolo) dal PCI non poteva mancare di suscitare dal fertile suolo italico una fungaia di riviste giornali, bollettini, si chiamino essi «Corrispondenza socialista», «Tempi moderni» (accidenti alla modernità!), «Città aperta» o come altrimenti piaccia alla inesauribile fantasia degli «uomini di cultura». Sono i cento fiori di Mao in edizione nazionale; ma non hanno profumo, e semmai puzzano.

Non v’è nulla di positivo in tutto ciò, per il proletariato rivoluzionario. I santoni dell’intellettualità che rompono con lo stalinismo si differenziano dal partito dal quale escono con pubblicitario clamore non già per aver ritrovato la strada maestra del marxismo, da quel partito da tempo abbandonata, ma per non averne potuto più di proclamarsi antimarxisti, ultrademocratici, ultrariformisti, come gli uomini delle Botteghe Oscure non sono ancora in grado di fare apertamente. Invano cerchereste, nella «tematica» e nella «problematica» di queste presunte anime in pena, anche la eco remota di una sana e giovanile rivolta comunista: vi ritroverete, al contrario, la voce del più vecchio e stantio democratismo. I loro santi sono Gomułka e Nagy, e da Kruscìov essi attendono, non senza ragione, che butti definitivamente a mare anche l’ultima particella di zavorra rivoluzionaria e marxista. Sul piano nazionale, sono tutti giolittiani (accomunando nello stesso aggettivo il nonno e il nipote) e tendenzialmente laburisti: anticipano le posizioni che, col tempo e con la paglia (molta paglia, trattandosi di quadrupedi), Togliatti e Longo saranno costretti a prendere, Cremlino ordinando. La loro Bibbia è il piatto ed ultraconformista zibaldone del XX Congresso. Il loro «antistalinismo» è stalinismo all’ennesima potenza. Finiranno nell’immancabile calderone socialista, parlamentare e democratico, che faticosamente matura.

Il PCI li ha allevati nel suo seno: sono i frutti della sua seminagione. A Giolitti esso può rimproverare di non essersi sottoposto «alla volontà della maggioranza» (che non è mai stato un criterio discriminante per i rivoluzionari: poveri Marx e poveri Lenin, se si fossero piegati a quella volontà, quando la maggioranza era controrivoluzionaria!) ma non può demolirne le tesi politiche, economiche e ideologiche, senza demolire se stesso, giacché sono, in fondo, le sue stesse tesi.

Il galeone stalin-poststaliniano va alla deriva; ma non è dai topi che fuggono la nave in tempesta che verrà la grande ripresa rivoluzionaria del proletariato. Meno che mai, se si tratta di topi… intellettuali.