Come era impostato da Lenin e dalla Terza Internazionale
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– Come era impostato da Lenin e dalla Terza Internazionale
«Il parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica in cui si conservi la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è una macchina che serve a un pugno di sfruttatori per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, che lottano per liberare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto servirsi dei parlamenti borghesi come tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l’agitazione, per l’organizzazione, finché la nostra lotta era racchiusa nei limiti del regime borghese. Adesso che la storia del mondo ha messo all’ordine del giorno la questione della distruzione di tutto questo regime, dell’abbattimento e dello schiacciamento degli sfruttatori, del passaggio dal capitalismo al socialismo, adesso, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellirla come “democrazia” in generale, tacerne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, finché perdura la proprietà dei capitalisti, è una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, la borghesia, essere un traditore e un rinnegato».
Lenin, Lettera agli operai d’Europa e d’America, 24 gennaio 1919.
Con i due testi di Zinoviev e di Trotski che seguono, il problema del parlamentarismo e della lotta per i Soviet appare in tutta la luce delle battaglie di classe del 1919. Quell’anno era iniziato con grandi premesse rivoluzionarie. Il 1° gennaio gli spartachisti avevano annunciato la costituzione del Partito Comunista tedesco, di cui Lenin dirà: «Nel momento in cui la Lega Spartaco ha preso il nome di Partito Comunista di Germania, la fondazione della Internazionale Comunista è diventata un fatto». Ma l’anno 1919 è anche il punto culminante della rivoluzione tedesca; sono le vittorie, anche se effimere, dei Soviet di Ungheria e Baviera; sono le più potenti ondate di scioperi del dopoguerra in Italia; sono infine gli inizi dell’intervento straniero contro la Russia e i primi successi della giovane repubblica dei Soviet di fronte alle armate bianche sostenute dall’Inghilterra e dalla Francia “democratiche”.
Così la storia degnava con lettere di sangue l’opposizione irriducibile fra democrazia parlamentare e dittatura proletaria. Ma il proletariato avrebbe saputo decifrare il senso? Perché il 1919 fu anche un “grande anno elettorale”. In Germania, le elezioni di gennaio portano al potere i carnefici “socialisti” di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. In Italia come in Francia, le campagne elettorali dei riformisti pongono apertamente il dilemma: o elezioni o rivoluzione. Ma le masse raramente sanno leggere la storia ch’esse fanno. Quando l’Assemblea Nazionale tedesca si riunisce a Weimar il 6 febbraio 1919, il Consiglio Centrale dei Soviet di tutta la Germania decide di rimetterle i suoi poteri. Più tardi nelle sue Memorie, il principe Max von Baden scriverà degli avvenimenti della fine del 1918 e dell’inizio del 1919: «Io mi sono detto: la rivoluzione trionferà; noi non possiamo batterla, ma forse potremmo soffocarla… Se la piazza mi presenta Ebert come tribuno del popolo, sarà la repubblica; se essa designa Liebknecht, sarà il bolscevismo. Ma, se il Kaiser abdica e nomina Ebert cancelliere per la monarchia, rimarrà ancora una piccola speranza. Forse sarà possibile deviare l’energia rivoluzionaria nei quadri legali d’una campagna elettorale».
Questa era la situazione vista da un vecchio difensore dell’Impero. L’Internazionale di Lenin non concepiva altrimenti il ruolo delle masse da un lato e del parlamento dall’altro nella rivoluzione europea. Zinoviev nella sua circolare e Trotski nella lettera su Longuet indicano ciò che si deve abbattere: non solo la prassi parlamentare degli eroi della Seconda Internazionale, ma il parlamento stesso, questo mulino da parole delle illusioni democratiche; non solo i deputati socialisti che avevano tradito più apertamente, ma tutta la politica della socialdemocrazia, patriota, pacifista e parlamentarista. Chi non riconosce nel magistrale ritratto del centrista Longuet i tratti caratteristici dei “comunisti” Cachin e Thorez, Togliatti e Longo, e i temi preferiti della variazione parlamentare di cui il P.C.F. o i P.C.I. ci hanno dato in seguito un così miserando spettacolo?
La circolare di Zinoviev – il cui esame critico da parte del “Soviet” pubblichiamo più avanti – pone con molta energia il problema che sarà dibattuto un anno dopo al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. Essa mostra la necessità di distruggere la macchina parlamentare borghese, e oppone alle vane speranze di “organizzare dei nuovi parlamenti, più democratici” una sola parola d’ordine: Abbasso il parlamento! Viva il potere dei Soviet! Zinoviev sottolinea inoltre che non esiste alcun nesso logico fra questa posizione di principio e la tattica “parlamentare” dell’Internazionale Comunista che auspica l’impiego della tribuna parlamentare e delle campagne elettorali per l’agitazione rivoluzionaria, per l’organizzazione delle masse e per l’appello alla lotta aperta contro lo Stato borghese, fino all’insurrezione armata. Minare l’edificio dall’interno nell’attesa di poterlo consegnare all’assalto delle masse, questo, nient’altro che questo era il “parlamentarismo rivoluzionario” di Lenin e Liebknecht.
Zinoviev fa, infine, un’importante constatazione: «Né in Francia, né in America, né in Inghilterra» – i paesi capitalistici più avanzati, dove il meccanismo democratico funziona ormai da molti decenni – ci sono stati fra gli operai dei parlamentari comunisti». Da questa constatazione la frazione astensionista italiana aveva concluso fin da allora la “incompatibilità teorica e pratica fra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale” nei paesi di vecchia democrazia (vedi oltre, “Preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale”, e anche Storia della sinistra comunista, vol. 1 pp. 406-7).
Come mostra la circolare Zinoviev, l’IC. credeva alla possibilità d’un parlamentarismo rivoluzionario qualora il proletariato fosse riuscito a creare dei solidi partiti rivoluzionari. «Se esiste un tale partito, tutto può cambiare», dice Zinoviev. Ecco dunque a cosa mirava, in quell’anno 1919, l’elasticità tattica dell’Internazionale Comunista in questa questione. Sotto la spinta irresistibile della crisi rivoluzionaria, si poteva legittimamente sperare che in Europa occidentale sorgessero, come nella Germania di Liebknecht e Luxemburg, dei forti partiti comunisti, capaci non solo di dare grandi esempi di parlamentarismo rivoluzionario, ma di “fare come in Russia”: disperdere tutte le assemblee costituenti borghesi, tutti i feticci parlamentari dei socialisti piccolo-borghesi, ed erigere sulle loro rovine la dittatura del proletariato.