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PARTE III – AL SECONDO CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

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PARTE III

AL SECONDO CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

«L’epoca rivoluzionaria esige dal proletariato l’uso di sistemi di lotta capaci di concentrare tutta la sua energia, come l’azione delle masse, fino alla sua estrema, logica conseguenza: l’urto diretto, la guerra dichiarata con la macchina statale. A questa meta devono essere subordinati tutti gli altri metodi, per esempio l’utilizzo rivoluzionario del parlamentarismo borghese».

Piattaforma dell’Internazionale Comunista approvata al Primo Congresso dell’IC, 1919.

«Il nostro astensionismo deriva dalla grande importanza che noi diamo al compito politico che nell’attuale periodo storico tocca ai Partiti Comunisti: conquista insurrezionale del potere politico, instaurazione della dittatura del proletariato e del sistema sovietista. Siccome il più grande ostacolo a questa lotta sono le tradizioni e i partiti politici della democrazia borghese e le propaggini che attraverso il socialismo tipo II Internazionale legano questa alle masse operaie, affermiamo indispensabile il troncare ogni contatto fra il movimento rivoluzionario e gli organi rappresentativi borghesi: l’isolamento dalla carogna in putrefazione della democrazia parlamentare».

Le tendenze nella III Internazionale, in “Il Soviet”, 23 maggio 1920.

Il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista era stato convocato per obiettivi che andavano molto al di là della questione della partecipazione o meno al parlamento in funzione antiparlamentare, riconosciuta dai bolscevichi d’importanza secondaria rispetto ai grandi compiti posti al proletariato rivoluzionario dalla Prima Guerra imperialistica e dal periodo di violenti sussulti sociali da essa inaugurato.

Si trattava di dare un indirizzo sicuro ed omogeneo ai partiti che o avevano già aderito all’Internazionale nell’anno trascorso dalla sua fondazione, o si disponevano ad entrare sotto la suggestione della grande esperienza rivoluzionaria russa e sotto l’irresistibile spinta delle masse dovunque scese in lotta contro un capitalismo che aveva chiesto loro il sacrificio della vita sui campi di battaglia e ora le ricompensava con la miseria, la disoccupazione, la violenza.

Come è detto nel preambolo alle “condizioni di ammissione”, il pericolo per la giovane organizzazione mondiale del proletariato non era già di non poter essere il polo di attrazione delle masse rivoluzionarie, che ad essa e a Mosca guardavano dovunque con entusiasmo e con speranza, ma di “diventare, in un certo senso, di moda”, attirando nelle proprie file partiti e organizzazioni che una lunga tradizione parlamentare, riformista, democratica, rendeva impervi ai fini e ai mezzi scultoreamente riassunti nella premessa ai suoi Statuti: «L’Internazionale Comunista si dà per fine la lotta armata per il rovesciamento della borghesia internazionale e la creazione della repubblica internazionale dei Soviet, prima tappa sulla via della completa soppressione di ogni regime governativo…; considera la dittatura del proletariato come l’unico mezzo disponibile per strappare l’umanità agli orrori del capitalismo… e il potere dei Soviet come la forma di dittatura del proletariato che la storia impone»; trae dalla guerra imperialistica la rinnovata conferma che «l’emancipazione dei lavoratori non è un compito locale, né nazionale, ma sociale e internazionale…; rompe per sempre con la tradizione della Seconda Internazionale per cui in realtà non esistevano che i popoli di razza bianca», proponendosi di assicurare col suo meccanismo organizzativo «ai lavoratori di ogni paese la possibilità di ricevere in ogni momento, dai lavoratori organizzati degli altri paesi, tutto l’aiuto possibile».

Nel momento in cui i Longuet e i Dittmann, i Macdonald e i Serrati, rendevano un omaggio verbale a questi luminosi obiettivi, mostrando nel fatto, con la caparbia renitenza a rompere con la destra, di considerarli un libro chiuso con sette sigilli (né si poteva d’altronde supporre che, come Paolo sulla via di Damasco, vi si fossero improvvisamente convertiti, e in veste di penitenti ansiosi di riscattarsi bussassero ora alle porte dell’Internazionale Comunista), urgeva elevare un argine insuperabile sia all’infiltrazione dell’opportunismo nelle file di un esercito sceso in campo per abbatterlo, sia al suo possibile ritorno in forza, in situazioni meno ardenti, per non aver noi tracciato fin dall’inizio con sufficiente chiarezza l’invalicabile confine, scavato dalla storia in seno al movimento operaio, fra gradualismo e comunismo, tra riforma e rivoluzione, fra democrazia e dittatura di classe. Urgeva insomma ristabilire i cardini della dottrina marxista integrale, battendo in breccia la traditrice destra e il subdolo centro e, compito mille volte più lieve, martellando questi principi fondamentali, queste indispensabili armi della vittoria rivoluzionaria nelle giovani e sane forze proletarie che, per reazione ad essi, nutrivano gravi preconcetti sulla questione del potere, del partito, della dittatura.

Tutte le tesi del Secondo congresso furono rivolte a tale lavoro di sgombero del terreno dalla mala erba del riformismo, e parallelamente dalle malattie generate in senso opposto – anarco-sindacalismo, operaismo, antipartitismo – dalla sua lunga azione devastatrice sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria. Come gli Statuti e i celebri 21 Punti erano volti sul parlamentarismo, sulla questione nazionale e coloniale, sul lavoro nelle organizzazioni economiche del proletariato, sulle condizioni per la creazione dei Soviet, sui compiti fondamentali dell’I.C.. È noto che ad esso la frazione comunista astensionista diede non solo un’entusiastica adesione, ma un contributo rilevante, battendosi (in buona parte con successo) perché le condizioni di ammissione fossero non pur attenuate – come parve a momenti che si volesse – ma rese assai più vincolanti e categoriche. Poté farlo perché, come documentano i testi pubblicati nei volumi I e I bis della nostra Storia della Sinistra, di quei principi-cardine essa aveva fatto non dal 1920 la sua bandiera, e le tesi da essa adottate in maggio a Firenze li ribadivano senza possibilità di equivoco, in un parallelismo che nessuna corrente internazionale poteva ancora vantare con le fondamentali tesi consegnate in quegli anni alla storia – per non citare altro – in Stato e Rivoluzione e ne Il rinnegato Kautsky di Lenin, e in Terrorismo e Comunismo di Trotski.

Persisteva, e persistette, il dissenso sulla questione del “parlamentarismo rivoluzionario”, ma nessuno – meno che mai i superopportunisti bottegoni [del PCI] che al comunismo pretendono di richiamarsi – ha il diritto di trasformare questo dissenso tattico in un’antitesi di principio, o – che è il colmo dell’impudenza – erigersi a paladini dell’ortodossia leninista trincerandosi dietro una mentita fedeltà alle direttive propugnate in campo parlamentare da Lenin. Basta la lettura parallela delle due tesi – parlamentariste-rivoluzionarie e astensioniste marxiste – per constatare che identico è il giudizio sulla funzione controrivoluzionaria dell’istituto parlamentare, identico il rifiuto di esso come via per giungere al socialismo e come forma della dittatura di classe, identico l’obiettivo: abbatterlo. Il dissenso verte sulla opportunità o meno di servirsi della tribuna – non altro che tribuna! – elettorale e parlamentare come strumento sussidiario di agitazione e propaganda per la sua distruzione.

Il giudizio negativo della Sinistra astensionista marxista, suffragato da argomenti che non hanno nulla di comune con quelli dell’anarchismo, del sindacalismo o dell’operaismo, poggia sul bilancio non accademico né metafisico di lunghi decenni di lotte proletarie nell’Occidente avanzato, dove il morbo parlamentare e democratico ha più profonde radici e la rivoluzione proletaria in gestazione nelle viscere dell’economia e della società capitalistiche non ha più da innestarsi, come in Russia, sul tronco di una rivoluzione borghese attardata; dove, quindi, si impone una tattica ancor più diretta di quella, pur rigidissima, usata dai bolscevichi nella preparazione alla conquista del potere. L’insegnamento dei comunisti russi era stato quello, stupendo, dell’applicazione integrale del programma marxista in una situazione che, isolata dal suo contesto mondiale, avrebbe giustificato – per la pedanteria dei Kautsky o dei Plekhanov 1917 – una minore “durezza”, un uso meno radicale della scopa antidemocratica e antiparlamentare. In Occidente – ragionava la Sinistra – a malattia incancrenita s’imponevano più drastici rimedi, e uno di questi, il rifiuto di “servirsi” del meccanismo elettorale e parlamentare a qualunque scopo, sia pure dichiaratamente eversivo, avrebbe avuto il pregio supplementare di favorire una rapida e forse immediata selezione dei comunisti dalle molteplici varianti del criptoriformismo.

Non è irriverenza, da parte di chi come noi con le unghie e coi denti difende Lenin – cioè il marxismo – contro le innumerevoli falsificazioni dei collitorti spudoratamente invocanti il suo nome, dire che a questo argomento cruciale gli astensionisti marxisti non ricevettero allora risposta, né da lui né, tanto meno, da Bucharin, come si può ben vedere dai discorsi che più oltre riproduciamo. Questi sono viziati dalla preoccupazione – in sé sacrosanta – che da giuste premesse (la frase è di Lenin) possano trarsi conclusioni sbagliate nel senso dell’infantilismo anarchico, sindacalista ed operaista, e, mentre riconoscono che tale accusa non può essere rivolta al punto di partenza delle tesi degli astensionisti marxisti, evitano di entrare nel merito della questione di fondo delle deduzioni tattiche nel mondo occidentale, per spezzare un’ennesima, giustissima lancia contro gli argomenti non nostri, ma altrui.

Sacrosanta la polemica contro l’infantile astrattismo di chi predica il rifiuto per principio di “qualunque compromesso”: ma il richiamo non colpiva noi. Commemorando Lenin nel febbraio 1924, proprio la Sinistra dirà (Lenin nel cammino della rivoluzione, discorso riprodotto nel n. 3, 1924, di “Prometeo”): «Quale è la critica essenziale di Lenin agli errori di “sinistra”? Egli condanna ogni valutazione tattica che, invece di richiamarsi al realismo positivo della nostra dialettica storica e al valore degli atteggiamenti e degli espedienti tattici, si renda prigioniera di ingenue formule astratte, moralistiche, mistiche, estetiche da cui scaturiscono d’improvviso risultati del tutto estranei al metodo nostro. Tutta la rampogna al frasario pseudorivoluzionario, che viene spesso a prendere arbitrariamente il posto dei veri argomenti marxisti, non solo è giusta, ma è perfettamente intonata a tutto il quadro del grandioso lavoro di restaurazione dei valori rivoluzionari “sul serio”, dovuto a Lenin. Tutti gli argomenti tattici che si basano sulla fobìa di certe parole, di certi gesti, di certi contatti, su una pretesa purezza e incontaminabilità dei comunisti nell’azione, sono roba da ridere, e costituiscono lo sciocco infantilismo contro cui Lenin si batte, figlio di pregiudizi teorici borghesi di sapore antimaterialista. Sostituire alla tattica marxista una dottrinetta morale è una balordaggine».

Ansiosi che noi – riconosciuti come identificabili con gli antiparlamentaristi a sfondo anarchico – cadessimo nell’irrealismo idealistico di questi, gli oratori usarono argomenti polemici che noi sapevamo soltanto tali ma che rischiavano di ricreare il buio là dove si era appena fatta luce.

Sacrosanta la battaglia contro l’”astensionismo sindacale”, ma invocare la vitale necessità per i comunisti di essere presenti ed attivi nei sindacati operai, anche se diretti da riformisti e da questi portati tendenzialmente ad inserirsi nel meccanismo statale borghese, come argomento a favore della partecipazione rivoluzionaria al parlamento, significava – o meglio poteva far credere, contro le stesse intenzioni di chi si serviva di quest’arma polemica – che fosse lecito porre sullo stesso piano un’organizzazione di puri proletari e un istituto di governo borghese, quest’ultimo, fra l’altro, da distruggere per elevare su di esso la dittatura proletaria, l’altra destinata a permanere, sia pure con funzione diversa, dopo la conquista del potere. E significava equiparare l’azione di agitazione e propaganda svolta in seno al sindacato, cioè nelle file della propria classe e sul terreno dal quale nascono le prime fondamentali spinte del conflitto fra capitale e lavoro – il terreno degli interessi economici e delle determinazioni materiali – all’azione da svolgere in seno a un organismo politico borghese, e in un ambiente e struttura interclassista, organicamente destinato ad alimentare nei proletari l’illusione che esista un terreno comune fra le classi, e che la “sovranità popolare” non sia un mito.

Sacrosanta la polemica contro chi riconosce soltanto la formula: “o rivoluzione o nulla”; ma essa non tocca la corrente che dirigerà il partito nel 1921-22, e che, nella Tesi di Roma 1922 e Lione 1926, cercherà di dare sistemazione organica a tutti i problemi della tattica internazionale comunista, anche e soprattutto a quelli relativi a situazioni non rivoluzionarie. Più che giusto il richiamo all’estremismo parolaio di chi andava “costruendo” i Soviet sulla carta (e contro cui da tempo noi ci battevamo), ma pericoloso – non per le deduzioni che sapevamo molto bene non ne avrebbe tratte Lenin, ma per quelle che sarebbero stati pronti a trarne i falsi Lenin in trentaduesimo – dire che i Soviet non sono sempre a portata di mano, il parlamento per adesso lo è; come se i primi non fossero degli organi di battaglia e di potere proletario e il secondo un organo di dominio della borghesia, e come se, a quella stregua, non si potesse dagli opportunisti invocare (come osservò stupefatto e preoccupato il rappresentante della frazione comunista astensionista) l’andata un bel giorno al governo in regime borghese.

Quanto al dubbio che il nostro astensionismo esprimesse un’infantile e, dal punto di vista rivoluzionario, criminosa paura delle responsabilità, valgano a diradarlo – se è necessario – le pagine che riportiamo più oltre (parte IV), e dalle quali – se mai Bucharin avesse in anni successivi rifatto il bilancio critico dell’attività parlamentare dei partiti comunisti – avrebbe dovuto concludere che gli unici da cui si fosse avuta prova di seria e coerente applicazione del parlamentarismo rivoluzionario erano… gli astensionisti perché i soli a non portare con sé nelle campagne elettorali o alla Camera (quando ci andarono per disciplina, senza rinnegare nulla del proprio punto di vista) la zavorra di nostalgie democratiche, perché i soli pronti, lì come nello scontro diretto fra le classi, a lottare a viso aperto.

La storia ha tragicamente provato che erano più che legittimi i nostri amari presagi sulla possibilità che da conclusioni tattiche opinabili (quindi, per noi e per Lenin, non tali da giustificare una scissione), e da un’audacia polemica in Lenin mai disgiunta dalla più “settaria” e “dogmatica” fedeltà ai principi, si deducessero premesse e conclusioni sbagliate e infine si perdesse tutto il marxismo, teoria e prassi. Noi gridammo in sei anni di lotta in seno all’Internazionale che il “realismo” di Lenin non doveva servir di pretesto al progressivo abbandono dei principi.

Dicevamo ancora nel citato discorso del 1924: «Noi ci rifiutiamo di far tradurre il realismo marxista di Lenin nella formula che ogni espediente tattico sia buono ai nostri fini. La tattica influisce a sua volta su chi la adopera, e non si può dire che un vero comunista, col mandato della vera Internazionale e di un vero partito comunista, può andare dovunque con sicurezza che non sbaglierà. “Allargare” oltre ogni limite la possibilità dei progetti tattici non viene ad urtare contro le stesse nostre conclusioni teoretiche e programmatiche, punti di arrivo di un vero esame “realistico” controllato da una continua e vasta “esperienza”? Noi riteniamo illusoria e in contrasto con i nostri principî una tattica che si illuda di sostituire al rovesciamento e alla demolizione della macchina statale borghese, caposaldo dimostrato così vigorosamente da Lenin, la penetrazione di non sappiamo qual cavallo di Troia entro la macchina stessa, la illusione – veramente pseudo-rivoluzionaria e piccolo borghese – di farla saltare col sasso tradizionale. La situazione, finita nel ridicolo, dei ministri comunisti sassoni [1923] dimostra questo: che non si può prendere la fortezza statale capitalistica con stratagemmi che risparmiano l’assalto frontale delle masse rivoluzionarie. È un grave errore far credere al proletariato che si posseggono di questi espedienti per facilitarne la dura via, per “economizzare” sul suo sforzo e il suo sacrificio. In Lenin, noi affermiamo, la valutazione tattica, spregiudicata fin che si vuole nel senso che egli meno che ogni altro si lasciava guidare da suggestioni sentimentali estemporanee e da cocciutaggini formalistiche, non abbandonò mai la piattaforma rivoluzionaria: ossia la sua coordinazione alla finalità suprema e integrale della rivoluzione universale».

L’Internazionale Comunista non è certo degenerata perché Lenin credesse nel 1920 alle potenzialità favorevoli del parlamentarismo rivoluzionario nei paesi “democratici” d’Europa occidentale; ma, nel corso della lunga degenerazione in cui gli uomini, i partiti e i programmi dovettero subire la prova implacabile della controrivoluzione, la storia ha irrimediabilmente giudicato questa lontana controversia tattica a sola confusione dei rinnegati del comunismo.