PARTE IV – IL PARLAMENTARISMO RIVOLUZIONARIO
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PARTE IV
IL PARLAMENTARISMO RIVOLUZIONARIO
Dopo la decisione del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, a favore delle tesi preconizzanti l’utilizzazione delle campagne elettorali e del parlamento ai fini della propaganda e dell’azione rivoluzionaria, la Sinistra, che diresse il Partito Comunista d’Italia dalla sua fondazione al 1923, si attenne scrupolosamente nella sua azione pratica alla lettera e allo spirito delle tesi di Lenin-Bucharin-Trotski: anzi si può dire senza tema di smentita che fu la sola a dare, nella fase di ripiegamento dell’ondata postbellica, gli esempi di parlamentarismo rivoluzionario che Lenin auspicava e che Liebknecht aveva incarnato nella fase ascendente della rivoluzione tedesca. È caratteristica a questo proposito l’azione del Partito nella campagna elettorale del 1921, di cui, come mostra il suo “Manifesto”, la Sinistra seppe fare un grande movimento di propaganda e mobilitazione politica della classe operaia di fronte all’incalzante offensiva fascista.
Nelle stesse circostanze, l’articolo “Elezioni” difendeva la necessità di partecipare alla campagna elettorale, malgrado le profonde convinzioni astensioniste di numerosi proletari, con argomenti che rivestono una particolare importanza. L’articolo ricorda anzitutto come la situazione del 1921, in cui si contano meno schede elettorali che randellate, fosse di quelle che meglio corrispondevano allo schema tattico leninista del parlamentarismo rivoluzionario e invece si adattavano di meno alla tattica astensionista della Sinistra, ostile alla partecipazione soprattutto nei paesi e nelle fasi di democrazia borghese e di “libertà costituzionali”. L’esame della situazione 1921 non costituisce però un argomento decisivo a favore della tattica dell’Internazionale.
Sempre convinta che le tesi parlamentari del Secondo Congresso dovessero essere rivedute, la Sinistra si era tuttavia energicamente pronunciata per la disciplina internazionale e per il centralismo: in quanto Sinistra marxista, essa era prima centralista e solo poi astensionista. Appunto perché la nostra concezione tattica si integrava pienamente nella teoria e nei principi del comunismo, la Sinistra non ricorse mai, per farla valere, al mercanteggiamento di corridoio, alle “situazioni particolari” e, peggio ancora, a quelle “vie nazionali” che servirono di pretesto ai rinnegati per contrabbandare il parlamentarismo più conformista. Nella storia del Partito comunista mondiale, l’astensionismo non doveva entrare dalla porta di servizio, meno che mai per vie traverse, antitetiche alla nostra dottrina.
L’articolo “Nostalgie astensioniste” (1924) e il brano qui riprodotto delle “Tesi di Lione” (1926) contengono la nostra denuncia dell’antifascismo democratico che dal 1924 tendeva a compromettere – e infine sfigurerà completamente – la linea del Partito, non più diretto (per decreto dell’Internazionale ) dalla Sinistra. Per ben valutarne la portata, converrà ricordare brevemente il contesto storico e, in particolare, la situazione del 1924, di cui l’articolo “Nostalgie astensioniste” è in un certo senso la prognosi e le “Tesi li Lione” rappresentano il bilancio politico.
Nei primi mesi del 1924, il P.C.d’I., ora diretto dal Centro e ligio alle direttive “elastiche” del Comintern, si presentò alle elezioni come “Blocco di unità proletaria”, nell’illusione di cristallizzare intorno a sé un vasto movimento non tanto e non solo proletario, quanto “popolare”, ma non riuscendo a riunire sotto quella confusa bandiera che lo sparuto gruppo dei “terzinternalisti”. Ora, come risulta dall’articolo del 28 febbraio, le elezioni, destinate a legittimare il regime fascista, provocarono una prima levata di scudi a favore dell’astensione – levata di scudi derivante non dalle nostre ragioni di stretta ortodossia marxista, ma da pregiudizi costituzionali borghesi, dallo “sdegno” per la “illegalità”, le “frodi”, le “pastette” e le violenze che caratterizzavano la campagna elettorale, un anticipo della cagnara che si farà trent’anni dopo sulla “legge truffa”.
Toccò alla Sinistra difendere la partecipazione alle elezioni non solo in nome della disciplina verso l’Internazionale, ma per reagire ai primi sintomi di nostalgie democratiche, costituzionali e legalitarie serpeggianti nelle nostre file. Una volta sancito internazionalmente il criterio del parlamentarismo rivoluzionario, bisognava praticarlo a fondo e sulle sue vere basi, non trincerarsi dietro la “incostituzionalità” o i rischi di una particolare campagna per disertala, giustificandosi per di più con un astensionismo dettato da reazioni “morali” o da scrupoli di… correttezza democratica.
L’allarme era più che giustificato. Quando, in giugno, scoppiò la crisi Matteotti, la direzione centrista del P.C.d’I. seguì le opposizioni democratiche-borghesi (socialisti inclusi) nel fare della turpe vicenda una “questione morale”, uscì dal parlamento, scambiò l’aventinismo per il “cardine del movimento popolare antifascista” e, anche dopo il fallito tentativo di sciopero generale e di fronte unico con i socialisti, insistette nell’offerta di un’azione comune ai partiti e gruppi aventiniani, spingendola fino alla proposta – di schietta marca democratica – di costituirsi in “antiparlamento”. Altro che “distruggere il parlamento dall’esterno”! si sarebbe tenuto a battesimo un altro, un più “onesto”, un Montecitorio “più legale”, “migliore”… Insomma, passò dall’estremo di un astensionismo parlamentare di ispirazione filodemocratica all’estremo opposto di un eccesso di zelo parlamentare di ispirazione ultrademocratica.
Ancora una volta, fu la Sinistra a reagire vigorosamente: se mai v’era situazione in cui aveva un senso il parlamentarismo rivoluzionario, cioè la tattica di servirsi della tribuna parlamentare per denunciare sia il parlamentarismo sia la collaborazione fascismo-democrazia nel difendere le basi della società borghese, era proprio quella. Si era andati in parlamento? bisognava restarci a rischio di farsi manganellare, smascherando a un tempo il “governo degli assassini” e i suoi codardi “oppositori” dell’ultima ora. Si era voluta adottare la tattica del parlamentarismo rivoluzionario? che almeno lo si praticasse, coraggiosamente, invece di ricadere in una nuova e codarda versione del parlamentarismo riformista. Bisognava seguire fino in fondo la propria strada indipendente, mobilitando intorno a parole d’ordine rivoluzionarie le masse, più che mai disposte a battersi nelle città e nelle campagne, e a questo scopo non lasciandosi sfuggire l’occasione unica anche se sussidiaria di utilizzare i megafoni della tribuna parlamentare, disertata da tutti, per ribadire il concetto che la vera soluzione alla crisi andava cercata non lì dentro, ma nelle piazze.
Solo il rifiuto categorico delle “opposizioni” di aderire alle iniziative pur democraticheggianti del P.C.d’I. convinse la direzione gramsciana ad accettare la tesi della Sinistra rientrando a Montecitorio, e non è un caso che a tenere alla Camera, il 12 novembre 1924, l’audace discorso del “rientro”, fra urla di minaccia e pugni levati, fosse chiamato proprio un esponente della Sinistra, un componente del vecchio Esecutivo deposto nel 1923: Luigi Repossi, così come non è un caso che il primo discorso nella nuova legislatura sia stato tenuto a nome del Partito, il 14 gennaio 1925, da un altro “astensionista” (non ancora capitolato di fronte a Mosca), Ruggero Greco, non tanto per svolgere la critica della nuova legge elettorale, quanto per riaffermare i principi comunisti della lotta di classe, della conquista violenta del potere e della dittatura proletaria. Il bilancio del periodo aventiniano, fatto dalla Sinistra, si trova infine riassunto nel paragrafo delle “Tesi di Lione” con cui si conclude questo capitolo.
L’ultima battaglia della Sinistra marxista sulla questione parlamentare non fu soltanto un estremo esempio di parlamentarismo rivoluzionario come l’aveva inteso e preconizzato Lenin. Difendendo il parlamentarismo rivoluzionario contro la ricaduta nel parlamentarismo tout court, la Sinistra seppe allora difendere nello stesso tempo il suo tipico astensionismo contro lo “astensionismo contingente” dei democratici antifascisti, pronti a far la spola fra parlamento e “antiparlamento” al solo fine della conservazione dell’ordine borghese.
Dopo la prova dei fronti popolari e dei blocchi di resistenza partigiana in cui l’antifascismo è poi riuscito a trascinare il proletariato, distruggendo i cardini stessi del programma comunista, è un astensionismo integrale e definitivo quello che la Sinistra trasmette alle future generazioni rivoluzionarie.