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Né le Falkland né le Malvinas

श्रेणियाँ: Argentina, Capitalist Wars, England, South America

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Dopo la guerra dell’aprile – giugno del 1982 tra Argentina e Regno Unito per il controllo e possesso delle Isole Falkland, per l’Argentina “Malvinas”, Georgia del Sud, e Isole Sandwich Australi, conclusasi con la sconfitta militare argentina, la situazione politica tra i due Stati si è andata normalizzando anche se l’Argentina non ha mai cessato di rivendicare la sua sovranità sulle isole.

Le prospezioni geologiche per la ricerca del petrolio condotte da aziende inglesi hanno di recente riacceso la disputa territoriale.

Nel settembre 2026, il presidente argentino Javier Milei ha presentato accuse penali contro le compagnie israeliane e britanniche coinvolte nel progetto petrolifero Sea Lion nel Bacino Nord delle Isole Falkland, denunciando lo “sfruttamento non autorizzato della piattaforma continentale”, e ha annullato la sua visita nel Regno Unito. Londra ha risposto riaffermando la propria difesa dei territori d’oltremare.

Il progetto di estrazione, gestito da Navitas Petroleum e Rockhopper Exploration, è uno dei più grandi progetti petroliferi nell’Atlantico meridionale degli ultimi decenni; l’investimento nella sola prima fase supera il miliardo di dollari. Questo è l’ultimo capitolo di una lunga disputa sul Bacino Nord delle Isole Falkland, un conflitto che per decenni si è concentrato sulla pesca e, più recentemente, sull’esplorazione di idrocarburi offshore. Mentre i governi argentini hanno ripetutamente denunciato queste iniziative come illegali, le autorità britanniche hanno sistematicamente proceduto a concedere licenze e a dispiegare misure di sicurezza militari. Quello in gioco non è solo una bandiera su una mappa, ma l’accesso alle riserve di idrocarburi in un momento in cui la sicurezza energetica è diventata una preoccupazione centrale per gli Stati capitalisti.

Queste affermazioni potrebbero essere fraintese come un tardivo scontro sulla sovranità nazionale tra due Stati borghesi: uno con un’economia sull’orlo del collasso e dipendente dai salvataggi statunitensi, e l’altro sostenuto dalla potenza navale di un vecchio Stato imperialista. Ma non si tratta né di una difesa dell’integrità territoriale né di un esercizio di autodeterminazione. È una lotta per le rendite derivanti dalle risorse, mascherata dalla retorica patriottica di ciascun paese.

Nella guerra e nella “pace” capitalista, solo il proletariato sanguina

Orchestrata dal Ministro dell’Economia José Alfredo Martínez de Hoz nell’ambito del regime noto come Processo di Riorganizzazione Nazionale, la giunta argentina del 1976 aveva come obiettivo esplicito lo smantellamento del modello protezionistico e statalista di “industrializzazione per sostituzione delle importazioni” che aveva caratterizzato l’Argentina dagli anni ’40. Questa strategia economica, con le sue tendenze liberali di mercato e monetariste, aveva costituito un primo laboratorio per il neoliberismo in America Latina.

Però tale politica liberale si rivelò un fallimento.  Agli inizi degli anni ’80 dello scorso secolo, il crollo di questo modello, caratterizzato da deindustrializzazione, calo dei salari reali e crisi del debito estero, creò le condizioni che spinsero la giunta alla disperazione. Spinto dalla necessità di gestire la crisi interna, il dittatore argentino Leopoldo Galtieri tentò di distogliere l’attenzione dai fallimenti economici del regime e dalla crescente opposizione popolare mobilitando la popolazione attorno a una disperata scommessa nazionalista: l’invasione delle Isole Falkland.

Il conflitto, durato 74 giorni, si concluse con 649 vittime argentine. Il settanta per cento delle vittime aveva meno di 25 anni. Questi coscritti, arruolati nella “colimba” – il servizio militare obbligatorio per gli uomini – erano giovani della classe operaia.  I “ragazzi della guerra” furono mandati al fronte con un addestramento minimo e un equipaggiamento inadeguato. Il corpo degli ufficiali di grado superiore, composto in gran parte da membri della classe media e alta, subì perdite proporzionalmente molto inferiori. Molti riuscirono persino a evitare del tutto il combattimento.

La guerra del 1982 ha rappresentato un caso di studio di conflitto inter-imperialista. La maggior parte dei partiti di “sinistra” sostenne la guerra come una lotta “progressista” contro l’imperialismo britannico, sostenendo che l’Argentina fosse un paese semi-coloniale. La realtà è che l’Argentina nutriva le proprie ambizioni imperialiste come potenza regionale in Sud America.

Non esisteva una popolazione argentina oppressa sulle isole a cui veniva negata l’autodeterminazione. Gli isolani parlano tutti inglese e non vi è alcuna popolazione argentina, il che significa che l’invasione argentina non fu un “atto di liberazione nazionale”, bensì un’appropriazione territoriale imperialista. La guerra fu reazionaria da entrambe le parti, come tutte le guerre capitaliste.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il governo Thatcher non vide l’invasione argentina come una crisi, ma come un’opportunità. Nel marzo del 1982, la Thatcher era il primo ministro meno popolare nella storia britannica del dopoguerra, con un indice di gradimento tra il 25% e il 35% e il Partito Conservatore era in deciso svantaggio nei sondaggi rispetto all’alleanza socialdemocratica-liberale. La guerra delle Falkland ribaltò questa tendenza politica. Nel giro di tre mesi, il sostegno ai Conservatori balzò dal 29% al 44% e l’indice di gradimento personale della Thatcher salì dal 35% al ​​51%. Il Governo inglese sfruttò al meglio la vittoria.

Nel suo discorso a Cheltenham, durante la “convention” dei Conservatori, Margaret Thatcher esplicitamente collegò lo “spirito delle Falkland” alle lotte contro gli scioperi ferroviari e le controversie salariali del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), sostenendo che la stessa determinazione mostrata nell’Atlantico meridionale dovesse essere applicata alla battaglia contro i sindacati e lo stato sociale in patria.

La guerra, quindi, ebbe un duplice scopo: ripristinò la farsa elettorale di un governo sull’orlo della sconfitta e fornì la copertura ideologica per l’offensiva neoliberista più radicale della storia britannica. La classe operaia britannica ha pagato il prezzo della “vittoria” nell’Atlantico meridionale non solo con tasse e congedi per malattia, ma anche con lo smantellamento accelerato dei benefici sociali che la retorica bellica del “rinnovamento nazionale” avrebbe dovuto, in teoria, proteggere.

Gergo giuridico e circo

L’Argentina si trova oggi tra l’incudine e il martello. Il governo libertario, che un tempo ammirava la Thatcher, si trova ad affrontare una crisi fiscale e la pressione popolare. Temendo di evocare il nome della “Lady di Ferro” e di provocare la conseguente rabbia della sua base elettorale, lo Stato borghese sta ancora una volta manipolando strategicamente le questioni nazionaliste per nascondere le proprie contraddizioni.

Dato che appellarsi ai “successi” delle politiche neoliberiste del Regno Unito non è più un’opzione, lo Stato argentino si sta rivolgendo all’irredentismo. Tuttavia, la situazione è diversa da quella del 1982: il dramma attuale è di natura legale.

La legge argentina detta “Pino Solanas”, approvata nel 2011, vieta l’esplorazione di idrocarburi sulla piattaforma continentale argentina senza l’autorizzazione del Paese. Le sanzioni sono severe: interdizione dai pubblici uffici da 5 a 20 anni per i trasgressori, con pene detentive fino a 20 anni in alcuni casi. Il presidente Milei ha annunciato l’intenzione di estendere l’ambito di applicazione della legge includendo dirigenti d’azienda, azionisti e fornitori, nonché di presentare al Congresso un disegno di legge urgente per la “difesa della sovranità”.

Il Regno Unito respinge categoricamente l’autorità dell’Argentina, affermando che “non ha il diritto di esercitare la propria giurisdizione sulle isole né di applicarvi la propria legislazione nazionale, tanto nei confronti di società che individui che svolgano attività commerciali sulle isole o ad esse collegate”, e richiama il referendum del 2013, in cui il 99,8% dei votanti (con un’affluenza del 92%) si espresse a favore della permanenza delle isole come territorio britannico d’oltremare.

L’inutilità di un governo populista è evidente, poiché, in definitiva, qualsiasi decisione può essere sostenuta solo da chi detiene la maggiore potenza militare.

A fine settembre 2026, Milei avviò un procedimento arbitrale contro il Regno Unito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e avvertì che l’Argentina avrebbe portato la questione dinanzi al Tribunale internazionale per il diritto del mare se le operazioni a Sea Lion non fossero state sospese entro due settimane. Londra respinse l’arbitrato e avvertì che le azioni dell’Argentina “sollevano dubbi sull’affidabilità dell’Argentina come partner del Regno Unito”.

La situazione ha spinto il presidente Trump a offrire la propria mediazione, definendo un potenziale conflitto un disastro, ma insistendo sul fatto che sarebbe intervenuto solo se entrambe le parti lo avessero richiesto. La Casa Bianca si è limitata a chiedere una de-escalation, e l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha lasciato a Trump, in qualità di “comandante in capo”, qualsiasi decisione militare.

In ambito aziendale, la Halliburton, una delle più grandi società al mondo operanti nel settore del fracking e dei servizi petroliferi, ha confermato il 2 ottobre che né essa né le sue filiali avrebbero lavorato al progetto Sea Lion o partecipato ad attività di esplorazione o produzione di idrocarburi nelle Isole Falkland o nelle aree circostanti. La decisione è giunta dopo che l’Argentina aveva minacciato azioni legali, sia penali che civili; tuttavia, Halliburton aveva già informato la sua filiale locale dell’intenzione di ritirarsi il 5 settembre, prima dell’ultimatum pubblico di Milei.

Le altre società in gioco, Navitas Petroleum, partnership pubblica per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas naturale, con sedi in Israele, Stati Uniti e Regno Unito e Rockhopper Exploration, compagnia inglese di ricerche petrolifere operante nelle Falkland, sono però rimaste nell’area, insistendo sulla validità delle loro licenze e prevedendo l’inizio della produzione nel 2028.

Navitas in specie ha mantenuto la sua posizione nonostante gli appelli del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, affinché Israele riconosca la sovranità argentina – appelli che il resto del capitale israeliano non ha finora appoggiato.

Per noi marxisti i quadri giuridici non sono arbitri neutrali del diritto, bensì strumenti di classe in un braccio di ferro tra Stati Borghesi. Né la legislazione interna argentina né l’appello britannico all’autodeterminazione possono risolvere la controversia di fondo, poiché nessuno dei due è stato concepito a tale scopo. Il diritto funziona unicamente come vocabolario di legittimità e come arma di deterrenza contro il capitale dell’altra parte.

La classe operaia non ha patria

L’Argentina sta attuando misure di austerità, reprimendo le proteste e allineandosi all’imperialismo statunitense. I 1.500 militari britannici di stanza permanente a sostegno dei 3.600 abitanti delle isole rappresentano una classica continuazione del colonialismo, mascherata dal vago pretesto della “sicurezza”.

Al di là della retorica dell’irredentismo e dell’autodeterminazione, la forza motrice dietro le rivendicazioni di sovranità di entrambe le nazioni su queste isole dell’Atlantico meridionale è di natura economica: petrolio, risorse ittiche e le entrate che ne derivano. La questione non è mai stata “chi le ha scoperte per primo”, bensì “chi le sviluppa, chi ne trae beneficio e chi ne sopporta i costi”. La risposta: solo la borghesia ne trae vantaggio, mentre la classe operaia paga il prezzo dell’occupazione.

Il capitalismo è un sistema globale; non può essere abolito attraverso il nazionalismo. Sia lo Stato-nazione argentino che quello britannico sostengono il capitale internazionale e competono per lo stesso plusvalore. Pertanto, il compito del comunista non è quello di scegliere il male minore tra i due mali borghesi. Sostenere l’una o l’altra parte equivale a sostenere gli interessi della borghesia contro quelli del proletariato.

Entrambe le parti presentano le proprie rivendicazioni come legalmente inattaccabili. Entrambe mentono. Questo è un conflitto antico; il ciclo della legislazione argentina e del rifiuto britannico si ripete da decenni e si ripeterà ancora. La risposta comunista è altrettanto antica, così antica da sembrare nuova: opporsi a entrambe le parti, organizzare la classe e abolire il sistema.

Quando le cose si mettono male, la classe dominante di ogni Stato-nazione sacrificherà sempre i propri lavoratori in nome del profitto economico. Non esiste una soluzione nazionale a questa strage. La lotta di classe richiede una mobilitazione di classe su scala globale.

Il proletariato argentino e britannico non hanno niente da condividere delle rivendicazioni dei propri Stati borghesi.  Per entrambi vige lo stesso principio; solo mediante la lotta di classe guidata dal partito di classe internazionale il proletariato tutto può emanciparsi dallo sfruttamento.