Mentre la socialdemocrazia, in gara con tutti gli altri in equivoci e menzogne, si affanna verso Montecitorio il Partito Comunista combatte, saldissimo, per la dittatura del proletariato
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Mentre la socialdemocrazia, in gara con tutti gli altri in equivoci e menzogne, si affanna verso Montecitorio il Partito Comunista combatte, saldissimo, per la dittatura del proletariato
Conosciamo molto frammentariamente i risultati della gazzarra elettorale. Non trepidiamo per questo.
Il Partito Comunista, solo fra tutti i partiti e i pseudo-partiti, non ha, mentre vecchi uomini e vecchie idee s’azzuffano per la conquista delle agognate medagliette, pronunciato una sola parola che avesse lo scopo di procurare un voto alla sua lista o soltanto delle simpatie. Rigidamente esso ha agitato con mano salda la sua bandiera che ignora le contraddizioni ed i ripiegamenti.
Fermamente legato alla disciplina della III Internazionale, esso ne ha con fedeltà interpretato la tattica elezionista; sfruttando la convocazione dei comizi elettorali per diffondere in mezzo alle masse proletarie la parola rivoluzionaria e negatrice di ogni valore positivo all’istituto parlamentare, espressione genuina della dittatura borghese larvata di democrazia.
I giornali borghesi s’affrettano, commentando i risultati delle elezioni, a documentare con statistiche accurate il fallimento del nostro partito. Queste buffe guasconate saranno per noi motivo di buon’umore. Se ci proponessimo – come il partito del quale fino ad ieri facemmo parte – la conquista del potere attraverso l’istituto parlamentare, allora soltanto avremmo motivo di tristezza, ma noi, invece, abbiamo scritto sulla nostra bandiera: “Andiamo anche al parlamento per lottare contro il parlamento, contro tutti gli istituti borghesi”.
Né ci dilungheremo a protestare, ad inveire con vuote chiacchiere contro la violenza usata dalla borghesia per forgiarsi – tra gli altri suoi fini – un parlamento contenente solo i suoi difensori o i suoi addomesticati avversari. Noi diciamo invece: è giusto che sia così; anzi: è necessario che così sia. Se la borghesia con tutte le sue armi, non si difendesse, ciò sarebbe indizio delle nostra debolezza, ma la borghesia si difende – e per difendersi ha creduto necessario offendere per prima – ciò dimostra la nostra forza.
Noi sappiamo che anche i proletari i quali oggi non hanno deposto la nostra scheda nell’urna – e non perciò noi muoviamo loro alcun rimprovero – domani saranno con noi soltanto con noi, quando, costretti dalla inflessibile dialettica della necessità, sorpasseranno d’un balzo solo tutto il ciarpame delle menzogne democratico-borghesi, e per mezzo della travolgente violenza conquisteranno a sé stessi il potere attraverso le grandi giornate dell’insurrezione.
Animati da questa incrollabile fede – che ripete le sue origini dalla dottrina marxista sempre più vittoriosamente affermatasi alla riprova dei fatti – non diversamente noi sappiamo commentare il risultato della odierna gara di esibizionismi e di contorsioni da invertebrati, se non con il nostro immutabile grido: Evviva la rivoluzione!
LA TRACCIA SICURA
Scriviamo mentre ancora non ci può essere noto l’esito delle elezioni. In queste ore di attesa siamo certissimi di essere, tra i partecipanti alla lotta, gli unici immuni dalle spasimanti ansie delle ultime attese, di essere infinitamente al disopra del gioco ripugnante delle più basse risorse e dei mezzucci più vili a cui, una volta ancora, ci ha fatto assistere l’ignobile meccanismo del sistema democratico borghese.
La ridda fantastica delle figure che spiccano nei campi avversari, e che sono, in parte grandissima, le stesse che altra volta cogli stessi atti, collo stesso spirito e sotto il fuoco dello stesso nostro disprezzo, danzavano la loro sarabanda arrivistica in altri aggruppamenti ed in altre combinazioni, ci fa sorridere di compassione, ma il guardare in questo vortice abissale della degenerazione politica non ci dà le vertigini, perché siamo troppo solidamente piantati su di un terreno incrollabile, perché abbiamo troppo sicuro il senso dell’orientamento verso la mèta cui tendiamo, perché troppo fieramente sentiamo, tra le contorsioni spregevoli di costoro, di essere ancora e sempre sulla stessa via e sotto la stessa bandiera.
La tempesta magnetica che li abbacina e li inebria tutti nella sadica vigilia dei loro più bassi appetiti di gruppi e di individui, non può fare impazzire la nostra bussola, farci fallire la nostra rotta.
Che cosa abbiamo in più di tutta codesta gente in fregola? Che cosa ci distingue da costoro? Una piccola cosa su cui volta a volta tutti hanno fatto piovere la schiuma dei loro sofismi e delle loro ironie senza pervenire a smontarci: la nostra coerenza ad una dottrina e ad una fede.
Ripetemmo e ripetiamo nelle molteplici contingenze e vicissitudini della vita politica, che dalla cronaca quotidiana incalza oggi in un precipitoso divenire di storia, quello che per i nostri critici di oggi e di altri mille precedenti momenti è uno sterile formulario sorpassato dalle peregrine trovate di cui ciascuno di essi si vanta depositario: coerenza, disciplina, intransigenza del pensiero e dell’azione.
Credemmo e crediamo in una traccia della storia – oh, semplicistica, schematica, astratta, signori interpreti della realtà! – lungo la cui via una lotta incessante separa le classi avverse, al cui termine vi è tra le fiamme della rivoluzione il rovesciamento di questo odiato regime. Seguimmo e seguiamo questa via colla stessa convinzione e con la stessa fede che quella ne è la mèta, colla stessa decisione a lottare per essa e per essa soltanto.
Dalle altre rive ci videro andare e ci dissero pazzi o criminali? Dalla nostra schiera, in cento occasioni, per cento motivi, con cento argomenti, cento e cento si distaccarono suadendoci od ingiuriandoci che eravamo stolti a non accorgerci che la via si doveva mutare, che essa non era la grande traccia della storia ma uno dei tanti vicoli ciechi della illusione e della teorizzazione; che non uscirne significava non saper andare più innanzi della muraglia terminale contro cui la nostra inutile cocciutaggine ridicolmente avrebbe cozzato.
Ebbene, è interessante rivolgere uno sguardo a tutti costoro nel momento in cui l’ardore erotico del cimento elettorale fa loro deporre ogni ritegno ed ogni memoria dei passati impegni – non è per la intelligente e superiore pratica politica di costoro tanto più illuminata ed abile della nostra piatta monotonia, prima regola di ciò che si fece e si disse? – in cui più oscenamente si abbandonano alle loro pose istintive svelando l’essere loro.
Tutti, nell’andarsene, ostentavano di “superarci”, di togliersi dalla nostra rotta per non condividere il nostro naufragio ed attingere lidi da noi non intravisti, alcuni ci compativano, altri ci vilipendevano, tutti avevano qualche cosa da insegnarci che era colpa nostra il non comprendere.
Val la pena di passare distintamente in rassegna i diversi gruppi, i diversi “tipi” di disertori? Le diverse “scoperte” di nostri errori che essi compivano e le diverse formulazioni di nuove verità che sciorinavano ai nostri occhi attoniti contemplandoci dall’alto in basso, facendosi delle nostre sanzioni disciplinari nella cui efficacia avevamo ed abbiamo l’ingenuità di credere, l’aureola del martirio? Dovremmo fare una scorribanda attraverso le mille eresie che noi, infaticabili preti rossi, custodi spietati ed induriti del dogma abbiamo condannate, ricordare le mille forme di violazione della nostra intransigenza che in tante e tante circostanze vennero perpetrate trescando con gli elementi della classe avversa, salendo in cattedra per spiegarci che il vero socialismo non era quello [una parola illeggibile] e incartapecorito in cui ci eravamo cristallizzati, ma quello che con raffinatezze di critica e di tattica si adattava alla guerra coloniale o a quella nazionale, alle pratiche massoniche ed agli intrugli elettorali bloccardi e a mille altre imprese più o meno gloriose…
Riprender la polemica con tutte queste deviazioni degenerative, ridurle al responso dei fatti posteriori che noi abbiamo atteso nella stessa posizione critica ed inquadriamo in una vittoriosa constatazione della giustezza delle nostre vedute, ma gli altri vissero volta a volta sotto diversi angoli visuali nelle loro sublimi escursioni tra le varie scuole della dottrina sociale e i varissimi colori degli schieramenti politici, questo non è il compito di questo articolo ma il bilancio di tutta la nostra battaglia di partito che è fatta di studio di critica di preparazione di azione.
Ma va notato il dirizzone comune, monotonamente, piattamente comune che tutti costoro, partendo da diversissimi, come sopra diciamo, atteggiamenti e pose, finiscono con prendere, barattando quel pregio in cui piacque loro di mutare la nostra pesante regola della continuità in una dottrina e in una disciplina, della originalità della novità della mutevolezza verso cose nuove e prima non note.
Ci dissero tutti, lasciandoci, cose bellissime, e colla stessa compiacenza l’uditorio borghese sentì vellicare le sue sensibilità di decadente dalle nuove e peregrine trovate intellettuali di coloro contrapposte alla nostra costante e uniforme asinità. Chi partiva verso le nuove scoperte di una economia per cui il vecchio Marx era un principiante, chi dichiarava puzzare di rancido il nostro materialismo storico dinanzi alle luminose trovate del pensiero moderno e dei filosofi alla moda, chi irrideva alle nostre messianiche aspettazioni storiche di uno sviluppo rivoluzionario che un più sagace studio della realtà dimostrava relegato nel campo delle illusioni, ognuno abbandonava la nostra piattaforma avendo l’aria di porre il piede su di un gradino più alto. E sono invece scesi tutti, allo stesso modo, nelle più lubriche fonde del politicantismo! E la storia di uno è la storia di tutti, e ci odiano e ci combattono oggi tutti da uno stesso fronte e colle medesime armi con cui già quando essi eran tra noi ci si offendeva.
Dottoreggiava taluno, dotato di coltura e di cerebrale scintillio, che le teorie, cui noi ci attaccavamo come allo scoglio le ostriche, sono zattere per varcare un ostacolo che taglia la nostra via, ma giunti sull’altra riva bisogna abbandonarle. Altri che per avventura era con noi contro queste e simili eresie, scoprì in appresso con sicumera pari alla disinvoltura, e predica con altrettanta superiorità sulla nostra scolorita insistenza nei soliti teoremi, che “superando”, e chi non abbia qualche cosa da superare si faccia avanti!, le vecchie nostre concezioni sui rapporti dei partiti, sulle sinistre e le destre, si afferma che il movimento veramente moderno, innovatore, seppellitore delle nostre carogne ideali, è quello che si fa del tradimento e della diserzione un onore ed un vanto e distruggendo con tutte le forme della violenza le manifestazioni del comunismo lotta non contro i nostri miraggi di una civiltà nuova, ma contro la tenebrosa barbarie da noi tramata…
Ognuno possiede una formulazione sedicente originale della stessa fedifraga dedizione. La guerra, nella estrema decomposizione di tutte le manifestazioni di un’epoca, ha affinato questa morbosa capacità di cesellare nei lenocini della forma vecchissime e notissime vergogne della sostanza.
Guardateli, questi cerebrali delle iperivoluzioni politiche nel travaglio elettorale. Vedete come terribilmente si rassomigliano, come praticano gli stessi tradizionali compromessi, come seguono, non già ognuno una sua aspra e particolare via verso l’avvenire, ma lo stesso percorso, incalzandosi, lottando coi gomiti per farsi luce verso le stesse mète e la stessa conquista, che quando è la conquista massima ed ultima, è una livrea.
Davvero non faceva bisogno per intendere il complicato e differenziato divenire di questi campioni della modernissima politica, si seguisse il loro elevarsi, a un tirocinio fatto tra noi alle audacie delle idee rivoluzionarie, a pretese più alte sfere di ricerca di conoscenza di attività… essi sono molto meno incomprensibili, e nelle loro spirituali complicazioni si ritrova una semplicità volgare, una monotonia vecchissima e arcinota. Spregiarono la poco estetica nostra monocorde funzione di custodi di un’idea e di un metodo per le fogge variopinte, per andare in una uniformità che è la più orrida, persero il merito della coerenza e della serietà ma non guadagnarono quello della originalità e della novità… l’abito multicolore di Arlecchino nelle sue capriole appare di un grigio scialbo e fetido, se i colori dello spettro si ricompongono nella luce monocromatica del bianco e nero.
Per comprendere questi difficilissimi è inutile riprendere le raffinatezze della loro politica contro di noi. Essi sono molto, molto più giù! Non è ad elementi di una critica modernissima che ricorreremo per decifrarli. La loro figura è nota, è disegnata, è tracciata da un pezzo, è la più stereotipa che le tradizioni abbiano consacrata. È quella del politicante che calca le scene argute della commedia greca nel quinto secolo avanti Cristo, che ricomparve oggetto alla satira letteraria, in tutte le epoche, fino ai Rabagas e alle eccellenze dei drammi e delle operette moderne, che fa la delizia dei pubblici odierni nelle riviste clamorose e sollazzevoli.
È la ridda del volgare arrivismo, che si compie sul suo teatro universale, il lurido impalcato del parlamentarismo borghese. Ma le tavole sono tarlate e l’abisso è aperto sotto i piedi degli osceni personaggi della commedia umana, della tragedia di questa agonia di un regime.
Lungi da essi noi seguitiamo sulla nostra traccia sicura. Non è soltanto l’ardore di una fede o la tensione di una volontà che costruiscono la nostra costanza e la nostra tenace sicurezza. È il saggiamento continuo di una incessante riprova, opera che trascende gli atteggiamenti e le attività personali, e che nella sorte di ogni avverso movimento, scuola, sottoscuola, ci riconferma la certezza uscita dalla nostra dottrina, dalla sua elaborazione incessante nel crogiolo della realtà ad opera delle moltitudini che sommovendosi sacrano in essa l’unità formidabile del loro sforzo e vanno, su quella stessa traccia, all’urto finale a cui nulla resisterà.
IL CIRCOLO VIZIOSO
Interpretiamo quello che è successo cercando di tenerci al di fuori dei luoghi comuni della interpretazione parlamentaristica, poiché per noi non è il parlamentarismo l’unico terreno di azione di incontro e di confronto dei partiti e delle forze politiche, anzi è il terreno più equivoco ed ingannevole.
La odierna situazione italiana è tanto più interessante a studiare in quanto è [una riga illeggibile] e legale, e le elezioni non sono che un dato del processo politico in corso, mai più la conclusione o pure l’indice per il definitivo giudizio sui caratteri di tale processo.
* * *
Riepilogando i precedenti, quali si presentano nella interpretazione che costantemente ne abbiamo data, e che vogliamo estendere alla spiegazione dell’ultima recentissima fase, per vedere se seguita a darci luce sui fatti senza da questi ricevere smentite o rettifiche, le elezioni del dopo-guerra costituirono lo sfogatorio del malcontento delle classi proletarie contro i danni e le conseguenze della guerra voluta dalla classe dominante. Il partito di classe avrebbe dovuto avere il compito di precisare ed organare questa tendenza negativa in un indirizzo positivo di programma e di azione. Ma il partito proletario italiano, il partito socialista non era all’altezza di tal compito per la incompleta formazione della sua struttura e del suo tirocinio. Esso adottò un programma rivoluzionario, ma più per necessità di formulare comunque la pressione negativamente rivoluzionaria delle masse, e per la comodità di trovarlo bello e formulato negli eventi della rivoluzione russa, mal compresi per giunta, che per essere intrinsecamente stato capace di dedurlo come una coscienza ed una esperienza matura del suo lavoro passato, da cui aveva solo saputo trarre formule il cui valore risolutivo dei radicali problemi postbellici era zero, come la avversione alla guerra e la intransigenza formale.
Il programma servì al partito a prendere la fiducia delle masse, non a dare a queste qualcosa che aumentasse e definisse la loro potenza di intervento reale nel conflitto sociale politico. Gettato nelle elezioni, il partito abbracciò in modo spaventoso i suoi allestimenti programmatici, e non elaborò altro modo di tradurli in una azione tattica che il loro sventolio come bandiera elettorale.
Colla “valanga” di voti proletari pel partito socialista confluivano la istintiva insofferenza delle masse colla tradizionale loro attività di partecipazione al meccanismo socialdemocratico dei periodi normali. Perciò determinata dalla tremenda crisi in corso le elezioni del 1919 valsero soprattutto ad immobilizzare la aspettazione e lo stesso bisogno di lotta delle masse nell’esperimento elettorale dagli esiti inconsueti – 160 deputati! – e ad esonerare il partito dall’ulteriore travaglio di tradurre per altre vie nei fatti e negli atti le promesse teoriche adottate sotto la stessa pressione reale della situazione e di saggiarle e temprarle [due righe illeggibili].
Tutto ciò, mentre equilibrava la crisi del mondo borghese, portava la crisi nel partito imponendo la scissione di esso. La scissione avvenne come distacco di quella parte che aveva inteso quanto diversa doveva essere la via ed il compito del partito rivoluzionario attraverso il divenire della lotta di classe in Italia.
Il partito comunista ha ripreso, anzi ha continuato la sua opera di minoranza estrema del vecchio partito, nel dare alla preparazione ideale e tattica rivoluzionaria una base di seria consistenza [una riga illeggibile] conseguenze di questo disastroso processo contro-rivoluzionario – contro-rivoluzionario non perché barattasse la carta sicura della rivoluzione, ma per aver sciupate le carte migliori nel giuoco della lotta di classe, perdendo i periodi più utili per la preparazione rivoluzionaria; controrivoluzionario tanto più quanto meglio celava i riflessi disfattisti della sua opera sotto l’orpello delle sue dichiarazioni programmatiche.
Intanto precipitava lo svolgimento della situazione. Abbiamo avuta la reazione fascista, di cui tanto abbiamo parlato per fissarne i caratteri. La classe dominante sente ad un certo punto che il proletariato non è più per essa materia pacificamente amministrabile, docile strumento della attività sociale. Ad un certo punto le masse lavoratrici, anche se ancora incapaci di conquistarsi il loro proprio confacente equilibrio di regime, dimostrano con mille manifestazioni la incompatibilità di funzionare ulteriormente da motore centrale della presente macchina sociale. Il tempo perduto ad organizzare l’offensiva rivoluzionaria, compito specifico del partito politico di classe, che deve perciò possedere, essere giunto a formarsi attraverso passate lotte ed errori, chiarezza di visione storica disciplinata capacità di movimenti, non rinvia la lotta violenta tra proletariato e borghesia che è nelle fatali conseguenze di tutto uno stato di cose insopprimibile, immodificabile dalla borghesia, anche se la pressione rivoluzionaria non la serra dappresso. La borghesia sferra le sue offensive. Questa offensiva ha avuto tra noi protagonista il fascismo.
Ridiciamolo. L’errore grossolano sarebbe credere che questa offensiva abbia per scopo un mutamento dei rapporti istituzionali politici attuali, una menomazione delle forme democratiche. È l’errore dei socialdemocratici derivante dal fatto che essi ammettono che le forme democratiche garantiscano libertà di movimento e di successive conquiste alla massa operaia, mentre è per i comunisti marxisti fondamentale verità che esse garantiscono solo il dominio borghese, e ad un certo punto la classe operaia se vuole respirare deve affrontarle e spezzarle.
Anticipando la lotta, la borghesia non ne modifica l’obiettivo di difendere il regime democratico contro lo sforzo del proletariato di superarne violentemente i quadri e realizzare la sua dittatura; unico terreno possibile nella situazione attuale per le sue conquiste. Come nelle offensive proletarie in Russia e Germania è stato dimostrato dalla storia il nostro teorema fondamentale che la reazione borghese e il regime democratico sono concomitanti, alleando alle forze bianche gli stessi socialisti che credono alla democrazia, contro i comunisti che vogliono distruggerla, così negli aspetti offensivi di questa lotta dal punto di vista borghese il termine del contendere è lo stesso: la democrazia borghese contro la dittatura proletaria.
Alla borghesia non dà ombra la “libera” rappresentanza nel Parlamento della classe lavoratrice; ma solo il fatto che questa possa essere la espressione di forze pronte ad attaccare fuori dal sistema parlamentare, contro il sistema stesso.
Alla borghesia abbisogna volgere in sua difesa le forze politiche ancora attinenti al proletariato, che firmino una cambiale sulla osservanza dei metodi democratici e parlamentari di lotta.
Il fascismo borghese in Italia aveva dunque attaccato per evitare la offensiva antiparlamentare rivoluzionaria, non per sopprimere la funzione dei socialdemocratici nel proletariato, ma per disarmarli da ogni proposito rivoluzionario anche verbale.
Che il fascismo fosse per principio prontissimo a portare la lotta sull’incruento terreno parlamentare, lo dimostra il modo con cui accolse lo scioglimento della Camera, accettando con entusiasmo la battaglia elettorale.
* * *
Dopo la scissione il partito socialista non rinnegò formalmente il programma rivoluzionario adottato, non dichiarò apertamente doversi rinunziare al proposito di usare i metodi violenti per rovesciare l’attuale regime politico e sociale, ma dinanzi all’offensiva fascista diede la parola d’ordine di non accettare la sfida e di lottare sul terreno “legale”. La rinunzia era implicita, in quanto non si invocavano ragioni transitorie e momentanei rapporti di forze, ma ripugnanze di principio del socialismo ai metodi violenti. Delineatesi le elezioni generali il partito socialista le preparò come un mezzo per respingere l’offensiva violenta della borghesia e dare al proletariato la possibilità di riprendere un cammino ascensionale, sul quale non si diceva più che forme di mutamenti sociali si sarebbero trovate. Il partito non ha detto né potuto dire nulla di più preciso sulla via che l’azione elettorale avrebbe dischiusa alle masse. Nel 1919 questa preludeva, almeno nelle chiassose dichiarazioni, alla azione rivoluzionaria extra legale. Iniziata dai borghesi la lotta la si respinge per ripiegare sul terreno parlamentare. Per fare cosa? Per dimostrare che l’offensiva fascista non toglieva al partito la forza elettorale per tenere quelle posizioni. Ma l’offensiva fascista si propone di escludere che esse servano di punto di partenza per una preparazione rivoluzionaria. Riprenderle senza questo valore vuol dire averle perdute, agli effetti dello sviluppo di azione che allora si esibiva alle masse.
È un terribile circolo vizioso che oggi [una riga illeggibile] nel punto in cui fatalmente si chiude su sé stesso. Il fascismo non vuol sopprimere il regime elettorale. Se lo volesse, se veramente impedisse al meccanismo democratico di funzionare, ciò non farebbero che rendere più assurda la linea tattica adottata dal partito socialista: rispondere colla scheda. Se non si può usare la scheda bisogna o ritirarsi colle pive nel sacco o accettare la battaglia con ben altre armi; nell’un caso o nell’altro la formula tattica socialista è ridicolosamente distrutta.
Ma non si è impedito al partito socialista di avvalersi della macchina elettorale. Esso non si è trovato completamente nella condizione di dover dichiarare che rinunziava alla lotta, senza tentare di rispondere colla violenza alla sopraffazione avversaria. Gli è bastato minacciare questo ritiro passivo perché gli avversari, che non solo sono fautori del sistema parlamentare, ma che sono arrivati a capire coma la vera applicazione borghese di questo stia nella partecipazione del proletariato al suo meccanismo, rinunziassero ad impedire sistematicamente l’esercizio del voto, e facessero solo, accentuandolo molto in certe zone, quell’ostruzionismo a base di violenze, di corruzione, di frodi, che, a parte la misura, è una immancabile caratteristica del sistema elettorale.
Il partito socialista ha dato la parola di andare alle urne, promettendo che dalla disciplinata esecuzione di questa parola d’ordine da parte delle masse proletarie sarebbe uscita la migliore risposta al fascismo.
Oggi la risposta ci è stata, oggi che il partito socialista, agevolato dal distacco degli elementi estremisti comunisti, che si sono contati con una disciplina elettorale inconsueta, non colla formula di acchiappar voti ma con regole di opposto effetto – e si sono trovati in numero confortante, ove si tenga conto di tutte le circostanze, e si ricordi che i terni al lotto elettorali sono dal punto di vista proletario e rivoluzionario disastrosi infortuni – oggi che comunque quella cifra di eletti o di voti che secondo l’ultima clamorosa predicazione ufficiale socialista costituisce una forza reale, un decisivo coefficiente di azione politica, è assicurata, con grande loro compiacenza ai signori nostri ex-compagni, essi devono dire che cosa ne vogliono fare.
Poiché, disgraziatamente, ma prevedibilmente, moltissimi voti di lavoratori si sono concentrati sulle liste socialiste, bisogna propagandare questo interrogativo fra quegli elettori.
Le ipotesi sono due. O il partito socialista conserva la visione di una azione rivoluzionaria di classe secondo il programma di Bologna, ed allora esso attendeva il successo elettorale solo per rialzare il morale delle masse, per ristabilire nel proletariato quella capacità offensiva che aveva avuta negli ultimi anni e che appariva perduta, ed allora lo slancio della vittoria doveva essere volto subito in una controffensiva al fascismo.
Il 15 maggio questa si era già delineata. In molte località i proletari, comunisti in prima fila, hanno sostenuto coi bianchi vere battaglie il cui bilancio è stato sfavorevole, per la prima volta forse, a questi ultimi. L’onda di risveglio proletario stava per sopraffarli. Forse, una simile applicazione del rialzo del morale prodotto dalla statistica delle urne, si presentava possibile. Governo, borghesia, fascismo, hanno avuto un attimo di esitazione. Si doveva colpirli. Manipoli di comunisti lo hanno fatto in molti posti, ma la parola era al partito attorno a cui si erano polarizzati i più numerosi voti. Ora i fatti hanno già dimostrato che non era quella la direttiva del P.S.I. Ancora una volta la sua parola è disarmare. Ancora una volta, si può ben dirlo, esso tradisce frenando le masse. Il documento è nell’ultimo proclama della Direzione, in tutti i suoi manifesti che esortano gli elettori proletari a rifuggire da atti di violenza, da manifestazioni troppo appariscenti, a “contenere la gioia”.
Ed allora la direttiva deve esser un’altra. L’uso della forza elettorale il partito socialista deve proporselo su altro piano. Quale? È l’altra ipotesi. Questa ipotesi non ha che un nome: collaborazione.
I socialisti hanno un bel negarlo formalmente. Se alla collaborazione essi non tendono, a quale ulteriore sviluppo dell’azione deve condurre il loro successo elettorale, cui attribuivano taumaturgiche virtù? Sono forse i voti, i mandati parlamentari fine a sé stessi? E se è così, non è in questo un altro inganno giocato alle masse?
I socialisti potrebbero dire che essi lavoreranno per… le altre elezioni. In tal caso essi confermano ancora la loro direttiva socialdemocratica. Ma in tal caso, i fatti confermano ancora che questa direttiva è senza via d’uscita. Il grande successo elettorale esisteva già nel 1919. Il fascismo ne ha rivelato la inconsistenza, dimostrando a luce meridiana che centocinquanta deputati non sono nemmeno una difesa sufficiente per le conquiste del proletariato dinanzi alla violenza bianca. Il proletariato ha risposto rieleggendone quasi altrettanti, sia pure. Ma perché fare? Nulla! il partito socialista risponde! La situazione si era dal punto di vista rivoluzionario tanto invelenita che era necessario questo altro giro nel circolo vizioso. Presto gli operai si accorgeranno dove condurrà il successo elettorale socialdemocratico [alcune parole illeggibili] non si può eternamente girare su sé stessi, i socialisti faranno il gran passo verso la collaborazione borghese.
Il partito comunista è al suo posto. Pronto ad adempiere la sua missione. Malgrado le vanterie degli acchiappavoti, i fatti lavorano per lui.