Partito Comunista Internazionale

Battaglia Comunista 1949/II/14

12 intorno ad un osso

Il fatto che i 12 cani grossi del Patto Atlantico abbiano solennemente giurato di difendere come un corpo ed un’anima sola la civiltà cristiana, la giustizia, la libertà e chi più ne ha più ne metta, non toglie nulla all’altra realtà: che i cani stanno fin da ora litigando intorno all’osso e all’eventuale polpa ad esso attaccata.

Da quando si è cominciato a trattare per il Patto (e la faccenda continuerà dal momento in cui lo si è firmato), le diverse alte parti hanno discusso – ben più che dei superiori interessi della difesa del «patrimonio comune», – della difesa della propria pellaccia. Pronti a stringersi in un vincolo diplomatico comune, ciascuno si è preoccupato di dimostrare non già che le proprie sorti potevano e dovevano essere sacrificate a quei famosi ed altissimi ideali, ma che questi ideali sarebbero stati difesi soltanto difendendo i suoi confini. L’Inghilterra ha cominciato col dire che la difesa della civiltà cristiana e della democrazia coincideva con la difesa dell’isola: era quello il bastione della libertà, perché era il rinnovato arsenale produttivo europeo. I Pirenei da una parte, la Manica dall’altra erano le linee di resistenza, per gli inglesi, della democrazia, della libertà, degli immortali principii. Di opposto parere è la Francia: che diavolo, da quando gli immortali principii hanno cominciato a circolare per il mondo, la loro difesa coincide con la difesa della Francia, la frontiera del loro sacrario è il Reno, anzi qualche passo più avanti, e magari, nel Sud, le Alpi. L’Italia, a sua volta riammessa nel circolo dell’alta politica, è pronta a dimostrare, in base ai suoi titoli di culla di dio sa quante civiltà, che la frontiera della libertà è segnata dalle Alpi orientali e da Trieste.

Ma per salvare la pelle non basta stabilire che il confine della civiltà coincide coi confini della propria giurisdizione statale: bisogna anche stabilire che coincide col proprio armamento. L’Inghilterra ha detto: sono stata la prima a rimettermi in piedi dopo la guerra, merito di essere difesa come il baluardo della civiltà atlantica: fornite soprattutto me, e rifornitemi di aeroplani. Ha ribattuto la Francia: il sacrario della libertà è Parigi, circondatelo di carri armati prima che di aeroplani, ma proteggete prima di tutto lui. E vedrete che l’Italia troverà modo di dimostrare che la sua marina o la sua aviazione sono chiamate dalla storia dalla geografia e dal diritto a difendere non solo Roma ma Atene, le due culle della civiltà, libertà, giustizia, ecc. ecc.

Di tutto questo, dopo il brindisi del neonato Patto Atlantico, si disputerà a porte chiuse a Washington, nuovo sacrario della libertà. E siccome chi pesa su tutto non sono i vecchi sacrari ma il nuovo, sarà la tesi americana a prevalere, la tesi di due guerre mondiali e, logicamente della terza. Cari amici, la guerra fatela concretamente voi, la carne da cannone mettetecela voi, da parte nostra daremo macchine e bombe e superbombe; ma, se dovesse avvenire che i tradizionali sacrari della libertà crollassero uno dopo l’altro e i confini dell’avversario giungessero all’Atlantico e sulle sponde occidentali dell’Inghilterra, non dimenticate che il sacrario vero della libertà ce l’abbiamo noi a Washington e i confini della sua difesa sono qui. Siamo dunque noi quelli che devono decidere, in ultima istanza, come, dove e quando difendere la libertà.

E i 12 approveranno con un cenno umile del capo, lietissimi di poter, frattanto, vendere a buon prezzo la propria tartassatissima carne da cannone.

Marxismo o partigianismo

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Ieri

Al tempo della rivoluzione borghese le forze di avanguardia della classe che arrivava al potere ebbero il loro internazionalismo, e soprattutto nel periodo incendiato del 1848 – quando d’altronde era già ben presente la moderna classe operaia – le insurrezioni si ripercossero travolgenti dall’una all’altra capitale d’Europa. I democratici borghesi rivoluzionari delle varie nazionalità strinsero frequenti contatti, si prestarono efficaci appoggi armati, e non mancarono le sistemazioni teoriche di un movimento europeo e mondiale della democrazia borghese. Basti ricordare la Giovane Europa di Mazzini parallela alla Giovane Italia e al largo impiego di mistica patriottica e nazionale.

Caratteristico mezzo di lotta di questo periodo della conquista del mondo da parte della borghesia fu la cospirazione di società segrete e la partecipazione a mezzo di spedizioni armate, di legioni di volontari organizzate oltre ed entro frontiera, alle lotte che esplodevano nei vari paesi, per lo più sotto forma di guerre di indipendenza.

È fondamentale che, fin da un secolo addietro, a questo modo di condurre la lotta rivoluzionaria proprio dell’epoca borghese i primi gruppi di operai e di socialisti avviati alla concezione marxista di classe contrapposero una decisa critica e un diversissimo tipo di organizzazione e di lotta. Basterà rileggere la nota di Engels sulla storia della Lega dei comunisti premessa alle rivelazioni di Marx sul processo di Colonia del 1852. I comunisti nel 1848 in pieno periodo rivoluzionario erano ben convinti che fosse di somma importanza per il proletariato la sconfitta della reazione feudalistica nei vari paesi, e d’altra parte non disperavano di innestare alle rivoluzioni di Parigi e di Berlino e delle altre capitali l’assalto della classe operaia alla borghesia per la conquista del potere. Tuttavia essi anche in circolari di partito denunziavano nettamente il metodo legionario e “partigiano” degli estremisti democratici. “Si aveva allora (marzo 1848) la mania delle legioni rivoluzionarie. Spagnuoli, italiani, belgi, polacchi, tedeschi, si riunivano in legioni per liberare la propria patria. E poiché dopo la rivoluzione gli operai stranieri non erano soltanto disoccupati ma anche vessati dal pubblico, queste legioni trovavano numerose reclute… Noi ci opponemmo risolutamente a questi trastulli rivoluzionari. Fondammo un club comunistico tedesco nel quale consigliammo i lavoratori di tenersi lontani dalla legione, di ritornare in patria ad uno ad uno e di agirvi in favore del movimento”.

All’ondata di crisi del 1848 successe un periodo di consolidamento dell’economia borghese e di sosta nelle lotte politiche. La reazione feudale si illudeva di aver vinto politicamente ma in un’analisi del 1850 Marx notava che “le basi della società sono momentaneamente tanto sicure e tanto borghesi, quanto lo ignora la reazione. Innanzi a questo fatto naufragano tutti i tentativi della reazione, che si oppongono alla evoluzione della borghesia, come tutte le indignazioni etiche e le proclamazioni alate della democrazia”. Ed Engels nota ancora: “Una così fredda comprensione dello stato dei fatti era un’eresia per molta gente, in un tempo in cui Ledru Rollin, Mazzini, Louis Blanc, Kossuth e gli altri si radunavano a Londra in governi provvisori dell’avvenire, non solo per la loro patria rispettiva ma per tutta l’Europa, ed in cui tutto si riduceva a raccogliere in America il denaro necessario agli imprestiti rivoluzionari per fare la rivoluzione europea e fondare le diverse repubbliche”. La chiusa di questo scritto di Engels, che data dal 1885, è il classico ricordo ed omaggio alla gigantesca potenza della concezione rivoluzionaria della storia dovuta a Marx.

Ve ne è abbastanza per stabilire che al metodo legionario partigiano profughista e mistico della rivoluzione borghese la rivoluzione operaia ne contrappone uno ben diverso, quello della organizzazione in partito di classe territorialmente presente ovunque il capitale sfrutta i suoi schiavi salariati, partito unico per tutti i paesi perché non organato sulla premessa del riconoscimento degli stati nazionali e delle costituzioni popolari, partito in lotta insospendibile con le vigenti istituzioni borghesi tanto nella teoria che nella pratica battaglia.

Il metodo demoborghese e partigianesco per cui ogni moto contro l’ordine vigente in un paese non se la sente di levarsi in piedi se non si fonda sull’appoggio di un regime di oltre frontiera da cui avere armi ed aiuti e in caso di sconfitta rifugio per soliloqui di ispirati e per governi fantocci, non ha mai cessato di insidiare colle sue seduzioni corruttrici la costruzione del movimento proletario classista mondiale.

La tradizione letteraria italiana possiede il famoso squarcio carducciano sui giovani, primavera sacra d’Italia, che vendicarono Roma e Mentana cadendo vittoriosi sulla gentil terra di Francia. Nella guerra franco-prussiana del 1870, pure essendo molto opinabile se la democrazia moderna avanzava con le baionette di Moltke o con quelle di Napoleone piccolo, i garibaldini italiani furono come legioni volontarie a Digione dove riportarono sui prussiani una vittoria tattica secondaria.

Quando si trattò di consolidare la critica socialista al nazionalismo e al patriottismo non poco fastidio dettero gli episodi legionari della guerra di liberazione greca contro i Turchi alla fine del secolo. Ci gridarono in polemica che a Damokos con i democratici di tutti i paesi c’erano anche gli anarchici, e spiegammo tante volte con pazienza che non consideravamo gli anarchici come un modello rivoluzionario di sinistra per i marxisti.

Nella guerra del 1914 si può pensare che il fatto dominante non fu una scelta dei “democratici” di tutto il mondo per una delle due parti. In Austria e Germania i socialisti come del resto ogni altro partito parlamentare di sinistra furono col regime e con la guerra. Eravamo già al tipo di guerra moderna, imperialistica, generale in tutto il mondo capitalistico. Vi era un regime reazionario e feudale in ballo, la Russia, ma vedi un po’ era nel campo delle grandi democrazie di Occidente, quelle che hanno sempre covato nel lor generoso seno i partigianismi della libertà. Non si potevano sognare a Londra e a Parigi di organizzare legioni contro l’alleato Zar, seriamente impegnato a tirarsi addosso i colpi d’ariete delle armate del Kaiser. Ma la Rivoluzione Russa scoppiò egualmente. La posizione di Lenin e dei bolscevichi di fronte ai diversi gruppi opportunisti di emigrati russi democratici e socialistoidi non ha bisogno di essere ricordata, in teoria è quella stessa di Marx rispetto al mazzinianesimo e al kossuthismo, in pratica finalmente li fece tutti fuori, nel fascio con gli zaristi e i borghesi.

Oggi

Dove il partigianismo ha fatto le sue grandi prove per la sua rovinosa riedizione di questo secolo è stato nella guerra civile spagnola. Di legionarismo nella Grande Guerra ne avevamo avuta una produzione in Italia, con i dannunziani. Fatto che per l’analisi marxista si ricollega alle vaste esigenze del militarismo professionale determinato dalle guerre moderne specie nei ceti medi, e che conduce direttamente a molte delle forme proprie del totalitarismo fascista.

Vedemmo in Spagna i due legionarismi, rosso e nero, che entrambi presero le forme partigiane; ossia di corpi militari sostenuti e mantenuti con la tecnica moderna e il relativo onere di spesa, senza che gli Stati comparissero in modo ufficiale, vedi ad esempio da una parte la Russia, dall’altra l’Italia.

Sembrava lo scontro di due mondi, ma tutto finì con una operazione di polizia compiacentemente sostenuta dai grandi empori delle democrazie occidentali, e con ambiguo atteggiamento di Mosca, ma con grave sconquasso del movimento rivoluzionario internazionale, sconquasso ideologico, organizzativo e sacrifizio di uomini validi e audaci, tutto nell’interesse e vantaggio del capitalismo.

Tutto ciò condusse direttamente alla situazione disfattista, dal punto di vista proletario, della Seconda Guerra Mondiale. Mentre dopo la Prima tutto lo sforzo del movimento incardinato sulla vittoria comunista in Russia era stato portato sulla formazione del partito di classe internazionale che si levava minaccioso contro la borghesia di tutti i paesi, gli stalinisti liquidarono la impostazione classista e di partito e insieme a cento partiti piccolo-borghesi rovesciarono tutte le forze che sventuratamente controllavano nel movimento di tipo legionario.

I militanti rivoluzionari si tramutarono in avventurieri di tipo standard poco diversi da quello fascista dei primi tempi; anziché uomini di partito, custodi dell’indirizzo marxista e della salda autonoma organizzazione dei partiti e della Internazionale, divennero caporali generali e colonnelli da operetta. Rovinarono l’orientamento di classe del proletariato facendolo paurosamente rinculare di almeno un secolo, e chiamarono tutto ciò progressismo. Convinsero gli operai di Francia, d’Italia e di tutti gli altri paesi che la lotta di classe, per sua natura offensiva, a carattere di iniziativa deliberata e dichiarata, si concretava in un difesismo, in una resistenza, in una inutile e sanguinosa emorragia contro forze organizzate capitalistiche che non vennero superate ed espulse che da altre forze non meno regolari e non meno capitalistiche, mentre il metodo adottato impedì assolutamente di inserire nel trapasso un tentativo di attacco autonomo delle forze operaie. La storia dimostrerà che tali tentativi non mancarono, come quello di Varsavia durante il quale i sovietici attesero a pochi chilometri impassibili che l’esercito tedesco riconducesse il classico ordine, ma furono tentativi condannati dal traviamento demopartigianesco delle energie di classe.

Al difficile cammino della classe lavoratrice socialista la degenerazione opportunista 1914-’18, battuta vittoriosamente dal bolscevismo, ossia dal marxismo nella sua vera concezione, sta come la degenerazione partigianesca 1939-1945.

Nella prima crisi si riuscì a ritornare al nostro metodo specifico di lotta fondando i grandi partiti rivoluzionari autonomi. Dopo la seconda il proletariato è sotto la minaccia di una nuova infezione partigiana.

Il partigiano è quello che combatte per un altro, se lo faccia per fede per dovere o per soldo poco importa.

Il militante del partito rivoluzionario è il lavoratore che combatte per sé stesso e per la classe cui appartiene.

Le sorti della ripresa rivoluzionaria dipendono dal potere elevare una nuova insormontabile barriera tra il metodo dell’azione classista di partito e quello demoborghese della lotta partigiana.

A tu per tu, compagno

Noi cesseremmo di essere dei rivoluzionari marxisti, dei rivoluzionari conseguenti, se alla critica delle idee non facessimo corrispondere la critica dell’azione; se la nostra presa di posizione di lotta ideologica e programmatica noi non sapessimo tradurre, nei limiti consentiti dalle possibilità materiali, in un chiaro e concreto atteggiamento di lotta politica. L’amore dell’astratto, dello spacca-capello teorico e del paradossale è proprio della metafisica e non ha niente a che fare col materialismo dialettico; noi stessi saremmo degli acchiappanuvole o dei malinconici collezionisti di facili teorie e di belle e rilucenti frasi rivoluzionarie se fossimo incapaci o sentissimo ripugnanza a far «vivere» nella storia il patrimonio ideale della nostra battaglia rivoluzionaria, in una situazione come questa così ricca di fermenti e di imprevisti forse più di ogni altra.

Tu, compagno che hai letto sulla nostra stampa di partito quale è l’atteggiamento che ogni militante rivoluzionario deve assumere di fronte alle forze della guerra che si prepara, tu che nelle riunioni e nei comizi hai ascoltato la parola dei nostri compagni, una cosa hai appreso con sicurezza ed è che se ancora una volta il proletariato internazionale prende per buona e fa sua la battaglia politica che s’impernia nel binomio neutralità e pace così come è stata architettata e come sta per essere messa in cantiere soprattutto qui da noi e in Francia dai nazionalcomunisti di Stalin, la strada verso la guerra è aperta.

Hai anche capito che l’interesse del proletariato non può mai risiedere nella guerra, non importa se offensiva o difensiva, fatta dall’America alla Russia o dalla Russia all’America, come non può non risiedere nella pace che Truman e Stalin promettono all’umanità per mascherare la preparazione del terzo macello mondiale. In tutta la storia del capitalismo pace e guerra si susseguono e si integrano nell’unico scopo di rinsaldare il potere di dominio, di sopraffazione e di sfruttamento di classe sul proletariato.

E che tu abbia capito tutto ciò, e che per istinto di classe tu abbia avvertito che ore gravi e minacciose si vanno approssimando, è molto ma non basta.

Non basta fino a quando ciò che tu hai politicamente capito, ed ha avvertito il tuo istinto di classe, non si è trasformato in un elemento di coscienza collettiva e di azione politica che riesca ad investire una zono sempre più vasta del proletariato.

In questo senso dobbiamo riconoscere che ognuno di noi non sempre o assai raramente ha saputo fare del proprio convincimento e della propria esperienza un motivo di vita collettiva e di lotta politica. E quando ognuno di noi manca, in realtà è il partito che manca.

Tu, compagno, di fronte al piccolo borghese od anche operaio che in nome dei democristiani o dei repubblicani o dei saragatiani ti parla di pace sociale di carità americana e di patto atlantico come patto di sicurezza per il capitalismo del dollaro, hai avuto il coraggio di parlare il linguaggio del tuo giornale e di difendere le idee del tuo partito?

E di fronte ai comunisti di Togliatti e ai socialisti di Nenni, che vorrebbero reclutarti dovunque tu ti trovi: nei posti di lavoro, negli uffici, nei quartieri cittadini, per dar vita ai comitati della pace, tu, compagno, hai avuto la forza e l’audacia rivoluzionaria di gridare in faccia a questi seminatori di disgrazie e di odio controrivoluzionario che gli operai han piene e arcipiene le scatole di questi comitati di pace con i quali Togliatti e Nenni hanno portato il proletariato nello spazio di qualche decennio a farsi scannare nella guerra di Spagna, nella guerra con Hitler prima, contro Hitler poi, nella guerra di liberazione e infine nella guerra contro ogni ripresa rivoluzionaria di classe per assicurare la ricostruzione dell’economia capitalista e con essa lo stato e le forze di polizia che avrebbero dovuto poi consegnare a De Gasperi o a Scelba?

Tu, compagno, hai detto apertamente a questi signori, in modo che i tuoi compagni di lavoro ti sentissero e fossero portati a meditare sull’atteggiamento politico assunto dal partito di classe, che in regime borghese non vi può essere per il proletariato pace e neutralità che la lotta tra le classi non consente né pace né neutralità, che la rivoluzione proletaria si infischia altamente della pace e della neutralità; e che infine né pace né sicurezza possono venire al proletariato neppure dal capitalismo del rublo?

Se non hai condotto  su questo pieno e con queste idee la battaglia politica della tua classe e hai creduto astenertene sei venuto meno ai tuoi doveri  di combattente per la rivoluzione e la diserzione voluta potrebbe trasformarsi nel peggiore dei tradimenti.

Ti diranno, compagno, che così facendo, si indebolisce il fronte russo e con esso la resistenza delle masse operaie.

E’ vero il contrario. La resistenza del proletariato è crollata proprio per aver questi seguito non la politica di classe della lotta rivoluzionaria, ma la politica della collaborazione, dell’interesse nazionale e della democrazia, in una parola la politica del rafforzamento dell’imperialismo sia esso russo che americano.

Il socialismo non è conquista basata su combinazioni diplomatiche e sull’uso degli eserciti e della guerra; il socialismo è faticosa ascesa attraverso le mutevoli vicende del conflitto di classe; è conquista rivoluzionaria.

Nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri non dunque comitati per la pace che preparano di fatto la guerra, ma unità di tutti i lavoratori per la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo che è la causa di tutte le guerre.