Moralità dello Stato italiano
Un noto scrittore italiano, in un suo recente racconto, prendeva le difese dei giocatori di tavolette agli angoli delle strade. Non si vede il perché del biasimo rovesciato su di essi e delle relative persecuzioni legali: in fondo, non fanno che speculare sulla convinzione del pubblico di esser molto furbo e di saper approfittare di segni apparentemente dimenticati dai giocatori medesimi. Se le «vittime» fossero veramente oneste direbbero al «tavolettista»: guardi che ha abbassato l’elastico di quella cartina; lo rimetta a posto prima che io scommetta. Ma siccome tutti si guardano bene dal dirlo, truffatore il giocatore e truffatore lo «spennato».
Ma, se da un certo punto di vista è lecito tentar la riabilitazione morale di questa categoria, giustizia vuole che, perdurando la sua punizione, non si taccia sulla mancata punizione di un altro giocatore, di ben più vasta mole e importanza, e ahimè, di onestà molto minore dei surricordati. Costoro, infatti, oltre alle sanzioni penali, rischiano di subire la reazione dei giocatori allettati e, in una certa misura, di perdere anche la posta. L’altro giocatore non rischia nulla. Egli non ha l’attenuante dell’indigenza personale, non offre garanzie di sorta a chi scommette, svolge una sfrenata campagna pubblicitaria a favore della propria speculazione, e infine spoglia il prossimo di somme pari a centinaia di milioni alla settimana. Si tratta dello Stato. Le tavolette, in questo caso, sono la Sisal, il Lotto, le lotterie, i casinò, ecc.
Che la gran massa sia composta di individui di volontà relativamente debole e facile a suggestionarsi è risaputo. Si può comprendere come larghi strati del pubblico si lascino facilmente abbindolare dalla lustra del gioco. Tanto miserevole è la condizione dei più, tanto ridotte le loro prospettive che riesce loro difficile non abbandonarsi alla tentazione di interrogare la Sorte e sperare in una pur lontana possibilità di vincere una somma che li sollevi dalle preoccupazioni di tutti i giorni. Lo sfogo del gioco, come gli altri vizi sociali, è in rapporto alle condizioni di miseria e abbruttimento generali, e cresce parallelamente a queste.
La manifestazione di questo stato psicologico, così diffusa nelle classi inferiori, si riproduce a motivi rovesciati nelle classi superiori. In questo caso l’incentivo è dato dalla nausea di tutti gli altri piaceri, dalla supersaturazione dei desideri, dal bisogno di procurarsi emozioni che nulla sa più dare. Ambedue le forme possono quindi essere considerate patologiche, segni di una malattia condannabile dalla più elementare morale. E un tempo la retorica ufficiale demandava allo stato la profilassi di queste insane passioni.
Oggi lo Stato è bensì democratico, cattolico, progressista, illuminista e molte altre cose insieme, ma tutto questo non gli impedisce di essere il più colossale e spietato tenitore da banco. La sua rapacità, la sua capacità di spogliare non hanno confronti, mentre i termini di gioco ch’esso pratica sono degni del più decaduto dei bari. Prendiamo ad esempio la Sisal. Delle 50 lire che un qualsiasi disgraziato scommette a fine settimana, circa venti sono divorate dalla combriccola degli organizzatori, diffusori, baristi, botteghini ecc.; altre 15 sono prelevate dall’Erario e le restanti si sommano nelle «vincite». Senonchè, appena qualche illuso riesce a vincere vede subito apparire il famoso agente del fisco che gli prende un altro 60% sull’incasso. Ne segue che delle cinquanta lire giocate, il sisalista ne incassa in realtà sei. Orbene, oltre a tener bordone a questa razionale forma di spogliamento del pubblico e a parteciparvi in larga misura, lo Stato trova anche modo di incoraggiare le scommesse, di segnalare alla radio le vincite importanti, di favorire le varie forme di pubblicità, la stampa relativa, ecc.
Vi è poi l’altra categoria di giocatori, quella dei supermilionari, dei miliardari, di cui abbiamo prima parlato. Costoro non si limitano alle banconote di infimo taglio. Costoro perdono abitualmente decine di milioni alla settimana. Il fatto che possano esservi individui in possesso di così ingenti quantità di liquido e in grado di rischiarle a piacere non preoccupa affatto l’autorità costituita. Anzi. Autorevoli portavoce del Governo non si sono peritati di affermare che l’esistenza di casinò da gioco che fruttano ciascuno allo stato un miliardo all’anno è cosa lodevolissima. Indispensabile per favorire il … turismo. E non è solo questo l’aspetto che li rende graditi al Governo: v’è anche il fatto che servono in una certa misura da strumenti di … perequazione dei redditi. I miliardari che si lasciano spogliare dal tavolo verde restituiscono così il mal tolto, e la giustizia generale ne è ristabilita. A parte l’edificante constatazione che il miglior agente del fisco in Italia è il banco da gioco, si deve tenere presente che la percentuale incamerata dallo Stato e satelliti è in questi casi di gran lunga inferiore a quella prelevata sulle giocate alla Sisal che, come abbiamo visto, è pari all’88%. Ma tant’è: il rango sociale ha la sua importanza, e sarebbe indelicato far pagare ai miliardari quello che si fa pagare al volgo.
Ma l’azione di lenocinio dello Stato non finisce qui. Una Maddalena assunta al laticlavio ha recentemente sollevato al Senato la questione delle «case chiuse», argomento quanto mai scottante per le ignobili forme di sfruttamento che su di esso prosperano, indipendentemente da ogni considerazione morale o igienica sulla loro opportunità. E’ un fatto che l’Italia cattolica è ormai uno degli ultimi paesi a possedere una regolamentazione in tal senso. Da quando la proposta dell’abolizione delle «case» è stata avanzata, non passa settimana che su qualche autorevole giornale non appaia un articolo di un non meno autorevole citrullo, il quale afferma che il proposito è buono, ma però!!. E molti «però» riescono a trovare Camera e Senato per rimandare la decisione su una questione così inopportunamente sollevata (1).
Le ragioni di questa titubanza? Forse la preoccupazione della salute pubblica? Beata ingenuità! L’indecisione è in stretto rapporto coi miliardi che la prostituzione organizzata rende allo stato e ai suoi compari. In verità, la più pura morale cattolica sarà sempre pronta a condannare una comune peripatetica, mentre si troveranno centomila scribacchini e deputati a giustificare il fatto se la disgraziata, anziché esercitare «la professione» in proprio, si sottomette a farsi divorare i proventi dai tenutari delle case e dallo Stato. La sua abiezione in questo caso diventa utile all’igiene nazionale.
Ma il vizio patrocinato dal governo non finisce qui. Vi è il fumo. Piccola colpa in realtà. Anzi, nessuna colpa affatto. Il problema è che, su questo innocente passatempo, il Governo ha trovato modo di ricavare 100 miliardi all’anno. E per continuare a guadagnarli, oltre allo «sterco e alla paglia» che propina nelle sigarette nazionali, agisce con pervicacia contro i concorrenti. Chi fuma non ne fa a meno: come non approfittarne? Il bello è che con tutto questo si trova sempre qualche professore di economia (vedi il Tagliacarne) che si sdegna per lo sperpero che si fa in Italia nei «vizi». Questo sdegno è in rapporto alla richiesta di diminuire le entrate dei salariati e di fare in modo che vengano convogliate ove gli amici vogliono. I bravi teorici si guardano però bene dal far rilevare che, se per pura ipotesi gli italiani fumassero meno, il restante non verrebbe affatto lasciato loro per destinarlo a spese utili, come vorrebbero i cari professori, ma lo Stato protesterebbe che i suoi cento miliardi deve, in un modo o nell’altro, ottenerli. E troverebbe, ne siamo certi, il modo di ottenerli. Lo stato è etico, che diamine!
(1) L’idea di abolire le «case chiuse» ha colpito la fantasia in genere così torpida quando si tratta di problemi economici, dell’ex-Ministro Merzagora. Egli difende la loro esistenza per una considerazione importante: finché le «case chiuse» sono aperte i baldi giovani della borghesia possono recarvisi e poi andare impunemente con le fidanzate e amichette, e rispettarle. Se invece le «case» fossero chiuse, chissà mai cosa avverrebbe. Anche noi rabbrividiamo all’idea dell’ondata di stupri, e al disonore che attenderebbe le brave «demi-vierges».
Laicità e marxismo
Ieri
Segue il tentativo di utilizzare ai fini dei rapporti politici in Italia nel contrasto tra i partiti coeredi del fascismo l’effetto ricavabile dal gioco demagogico delle “tradizioni laiche”, e per mobilitare questi che Pareto avrebbe detto “residui” si rimestano le acque, e l’onda di melma sale dal fondo ove sembrava precipitata.
Con pari tecnica di mestiere la parte opposta risolleva le suggestioni della “tradizione cristiana” su cui si fonda la civiltà romana ed europea, e i due opposti campi hanno di comune il vantato punto di arrivo, volendo entrambi con quelle risorse del passato correre alla salvezza della democrazia europea e mondiale, del popolo e della nazione italiana.
Mestatori e truffatori di più alta classe indubbiamente i primi, poiché quei mezzi e quegli scopi dichiarano ancora di voler conciliare con la posizione marxista, con la lotta di classe proletaria.
Adottare il metodo della lotta di classe e professare la teoria marxista significa porre tutte le tradizioni al di là della barricata, e con esse tutte le civiltà che di una tradizione dispongono. Per i marxisti se la civiltà ha un senso, essa è ancora da venire.
Il premio della incoerenza e della improntitudine spetta dunque ai comunsocialisti staliniani, nella attuale edizione libero pensatrice, e la più torbida melma, al fine di far smarrire la via alla classe operaia, è quella rimestata da loro.
Che cosa non viene a galla? Quel vecchiume non si sta spolverando? San Paolo che dà dell’impostore a San Pietro; il processo a Galilei e la falsificazione conformista dell’abile difesa dell’inerme matematico che assume doversi leggere la Bibbia in senso simbolico e non letterale nel tentativo dialettico di non rimangiare la tesi del moto della Terra, ma in sostanza assume chiaramente che l’indagine va fatta con osservazioni astronomiche e calcoli e non sulla lettura di sacri testi (laico lui non da burletta o da ricatto); le cortigiane romane il cui regime e servizio disciplina il papa con un decreto; il matrimonio che può farsi anche senza andare in chiesa ed è valido lo stesso, cosa ignorata oggi che “i socialisti non sono più tutti liberi pensatori”; la indignazione dei migliori scrittori cattolici perché la Chiesa non ammette che si sia credenti e comunisti insieme; al sommo di tutto la rivendicazione della festa del XX Settembre e l’invocazione alla nuova crociata contro il ritorno del potere temporale. I cristiani del medioevo europeo andarono se non sbaglio ad otto crociate, i sedicenti marxisti del tempo capitalistico non si vorranno fermare ad otto volte otto. Quell’insieme maleodorante e multiforme che abbiamo chiamato opportunismo, socialtradimento, difesismo, intermedismo, lo potremmo ben chiamare socialcrociatismo. Il grido di oggi, il dernier cri del rinnegatismo è dunque: Salviamo il Venti Settembre! Dio lo vuole!
Si tratta della crociata in difesa del pensiero laico, al quale postulato prezioso si opporrebbe oggi una sola forza delle tante organizzate nella società: la Chiesa, anzi la Chiesa di Roma, mentre alla difesa di esso dovrebbero convergere tutte le altre, dai partiti e organismi operai “rivoluzionari” fino allo Stato costituzionale, fino agli stessi credenti religiosi in Dio e nel vangelo di Cristo, purché contrari al clericalismo che sarebbe influenza sociale e politica della Chiesa.
Per rimettere in sesto questa questione basterebbe il solo rilievo che se è pensabile un insieme di uomini aventi una stessa opinione e professanti questa anche con atti esteriori sistematici, ossia una vera e propria organizzazione, ammettere che la stessa non abbia funzioni anche sociali e politiche significa aver buttato il marxismo fuor di bordo.
La lotta dei laici contro i chierici è anche essa una sovrastruttura delle lotte tra le classi divise da interessi economici opposti. Ma ad ogni rivoluzione di classe il campo dei laici e dei chierici si sposta, e i chierici dell’oggi sono i laici dell’ieri. Una sola rivoluzione non formerà chierici, quella che perverrà a sopprimere le classi. A questo non sono pervenuti in Russia, ed il loro è il più clericale dei partiti, filisteo al punto da saper porre sul palcoscenico la pièce antifarisaica.
Di fronte alla chiesa tradizionale ebraica ed allo stato teocratico oligarchico del tempo il movimento di Cristo fu movimento laico, in quanto si iniziò col tentativo di spezzare il monopolio della sinagoga e dei farisei sulla guida e la educazione delle masse, sulla enunciazione e il controllo di ogni tesi e richiesta secondo il conformismo dei testi sacri ossia secondo gli interessi costituiti della classe dominante. Ben possiamo usare il termine laico per la fase di critica teorica e di propaganda, per il Cristo che pretende, senza investirsi della carriera gerarchica di rabbini scribi e dottori, di sputare nel tempio, esercire medicina, parlare alle turbe, ordinare una scuola di discepoli fuor dalle reti ufficiali e dalle caste tradizionali. Useremo il termine di moto rivoluzionario quando la massa schiava deporrà il rispetto a Caifa, a Erode, a Pilato e a Cesare e darà mano alle armi.
Quando Paolo si oppone a Pietro oramai investito della carica di Capo, che vuole innestare la nuova dottrina e il nuovo organamento sulla tradizione mosaica pura e quindi derivare ogni catecumeno cristiano da un giudeo ortodosso e circonciso, e conclama, Paolo, che alla nuova dottrina e chiesa si può venire da ogni origine, anche barbara e pagana, perché essa ha rotto tutti i ponti col regime che ha rovesciato, evidentemente Paolo parla ancora da laico mentre già Pietro si comporta da chierico. Da qui l’epiteto di impostore che, come ricorda Ubertazzi nell’Avanti!, Paolo narra nell’epistola ai Galati di aver rivolto nel dibattito al capo degli apostoli.
Nello stesso senso sono antilaici e meritano lo stesso epiteto quegli ex marxisti che pretendono conciliare la nuova fede rivoluzionaria con la conservazione e la difesa di tradizioni proprie del regime che deve essere rovesciato, rivendicando come Togliatti il libero pensiero, come Nenni la festa della breccia di Porta Pia, escludendo dalle loro file quelli che rifiutano di concepire la rivendicazione socialista come subordinata alle loro parole farisaiche di democrazia di nazione e di patria.
Organatasi nei secoli di mezzo la vittoriosa scuola cristiana nella potente gerarchia dei chiercuti, fin dai tempi di Dante si levano i laici, ossia nuovi elementi di avanguardia, espressi da una nuova classe che sorge, colla pretesa di non essere esclusi dallo studio, dall’insegnamento, dalla critica, e in contrasto teorico con i dettami delle cristiane scritture e dei sinedri della Chiesa. Questa, che aveva monopolizzato ma non soppresso la cultura la scienza e la filosofia, compie un ordinamento capolavoro nella scolastica collegando i suoi testi con i risultati del pensiero classico e con la sapienza aristotelica trasmessa dai miscredenti traduttori arabi, e su questa trincea attende di piè fermo l’assalto, riflesso della lotta di classe tra la borghesia moderna e l’aristocrazia feudale. E allora schieriamo pure tra i laici di questa fase storica gli umanisti del Rinascimento, gli scienziati e i filosofi di Italia Francia e Germania, i capi religiosi della Riforma che introducono il diritto alla critica nella fede cristiana, potendo il singolo fedele svolgerla con interpretazione diversa da quella del clero, e tutto questo movimento tante volte ricordato.
Il costituirsi con le rivoluzioni borghesi del potere capitalistico nelle principali nazioni liquida storicamente questa grande lotta con la disfatta della Chiesa. La nuova classe dominante, passate le convulsioni della lotta, non si prefigge il divieto dei culti e la demolizione delle organizzazioni religiose, ma mano mano toglie ad esse l’influenza sulla scuola, sulla diffusione delle idee in tutte le forme, come la stampa la letteratura il teatro ecc.
Nei paesi delle chiese riformate già staccate dal papato romano il processo di sistemazione riesce più agevole, meno in quelli di religione cattolica, ove tuttavia mano mano Roma riconosce i nuovi regimi, mentre la borghesia pone il fatto religioso tra le risorse di difesa del suo dominio. Espressione di essa Napoleone, nelle parole di France, “Era troppo avveduto per non mettere nel suo gioco il vecchio Jahveh (il dio cristiano) ancora potente sulla terra e che gli rassomigliava nello spirito di violenza e di dominazione. Egli lo minacciò, lo adulò, lo accarezzò, lo intimidì. Gli imprigionò il Vicario, al quale domandò, col coltello alla gola, l’unzione, che fin dall’antico Saul rende forti i re; restaurò il culto del demiurgo (Jahveh stesso, nella terminologia dell’angelo ribelle che parla) gli cantò dei Te Deum e si fece da lui riconoscere Dio sulla terra, in piccoli catechismi diffusi in tutto l’Impero. Essi congiunsero i loro tuoni, e fu un bel fracasso”.
Letteratura? ma quanto diversa da quella rancida e laica degli Hugo e dei Carducci!
Oggi
La laicità borghese nella presente società vale questo: guerra più deismo. Già al tempo della cagnara anticlericale uno dei cardini della nostra critica al fronte unico laico – primo e degno precursore di tutti gli altri fronti unici traverso i quali la bandiera della Rivoluzione è finita nel letame – fu quella che l’impostazione anticlericale, il comune denominatore dei residui laicistici, conduceva direttamente alla impostazione patriottica e nazionalistica, e ciò per il riflesso generale del tradimento alla autonomia di classe, e per i riflessi speciali della situazione italiana.
Una delle ragioni, non la sola, per cui tra i paesi cattolici l’Italia non si era organizzata in unità statale prima della rivoluzione liberale, era la esistenza in Italia e in Roma del centro della Chiesa cattolica. Il contrasto giuridico si doveva risolvere in un contrasto politico e militare, perché di natura territoriale, dato che proprio la capitale cercata dalla borghesia era nello stato temporale del papa.
In qualunque paese la formula di Cavour: libera Chiesa in libero Stato, teorema di Pitagora del laicismo oggi riaffiorante, andava presa di fronte dai marxisti rivoluzionari. Se il proletariato non può vincere che uccidendo la libertà per la borghesia di conservare il suo Stato, tantomeno può farlo lasciando libera di vivere e di agire la Chiesa, che questo moderno Stato borghese difende, non solo, ma ha perfino difeso i poteri cui esso si surrogò.
Quanto alla questione della capitale statale del nuovo regno la posizione del proletariato in quanto classe nulla poteva avere di comune con la borghese, romantica, democratesca tradizione di “Roma o morte!”.
Era fin da allora il caso di dire, col noto epigramma, che se Torino piange disperata per la partenza della Corte, come tripudierà Roma dieci anni dopo al suo arrivo, “Firenze, la gentil culla de l’arte sen frega quando arriva e quando parte”.
Le sbornie laicisticoidi di ogni XX Settembre non solo ebbero sicuro effetto anticlassista e controrivoluzionario, non solo servirono di alimento al paccottigliame socialpatriottico della “anticlericale” guerra 1915 – quindi ben demandato il mai-marxista Nenni, guerraiolo di allora e padrino delle velleità antipretesche dei primi fasci mussoliniani, a fare l’attuale campagna di imbonimento con frasi di questo calibro: Mussolini, il più anticristiano degli italiani! – ma andavano diritte alla apologia della casa sabauda. I meriti di questa furono storicamente infiniti; come Pippetto buon anima voleva stroncare Benito con lo stato d’assedio, il nonno, sorpreso tra i cavalli dalla notizia di Porta Pia, sbatté il berrettaccio nel sedere di una giumenta e proruppe nella lingua che possedeva meglio non solo dell’italiano ma dell’avito francese: “fina sta balossada l’an fame fé…!”. La storia determina tutti questi pagliacci di re presidenti e capi partito a recitare le parti che mai si sono sognate.
E tutto questo pattume dovrebbe oggi tornar su come rivendicazione di classe degli operai, e questi smungere le magre tasche per mantenere fogli che trattano di queste robe! E tutto questo pedestre emetico conformismo sarebbe il pensiero laico del nostro tempo!
Come laico fu Paolo per Pietro e Dante per la Curia Romana, laico come studioso critico e interprete rivelatore di una nuova classe è stato per il tempo nostro Marx, che ha osato studiare, indagare e proclamare la critica delle tradizioni senza posti, titoli, né prezzo dell’opera. Chierici di oggi non sono più i Pii i Leoni e i Benedetti ma gli Smith i Ricardo i Pareto gli Einaudi mantenuti nella loro sufficienza pseudo scientifica dalle società industriali dalle università borghesi e dalle repubbliche democratiche.
Laico e combattente della rivoluzione fu Lenin coi suoi, che non solo spazzò trono ed altare, dio e padroni, ma ruppe la menzogna dell’inganno democratico e del libero pensiero realizzando la prima dittatura di classe. E Lenin nel campo critico ribadì per sempre il non senso della libertà di pensiero di opinione di scienza e di insegnamento. Libero di pensare sarà il proletariato quando non dipenderanno dall’ordinamento e dal potere capitalistico, Lenin scrive, le sale di riunione, le sedi delle associazioni, le scuole, le università, le tipografie dei giornali, i teatri, i cinema. Non si tratta di liberare gli spiriti, ma di prendere tutte queste posizioni, colle armi alla mano, vietandone l’impiego e l’uso ai difensori di dottrine tradizionali, ai sacerdoti di Jahveh quanto a quelli del Pluto capitalistico, e del prostituito Demos.
Non si può tornare sotto l’ombra della tradizione laica borghese senza rinnegare tutto questo, senza tradire il socialismo. Ben può stare sotto questa equivoca ombra chi, come Nenni, non ha tradito, poiché socialismo non ha mai professato. Perché, se prova occorresse che rivendicando il laicismo si diventa borghesi, basterebbe il suo linguaggio che esplicitamente lamenta nell’oblio del XX Settembre l’umiliazione dello Stato italiano, il tradimento della funzione e della missione della Nazione.
Come potrebbe sapere chi nelle sezioni socialiste di allora non è mai stato, che si vietava di andare alla festa laicissima tra le laiche, proprio perché si pensava di spezzare in due la Nazione, di sabotarne la funzione e la missione, sognando di arrivare a svolgere la nostra funzione e missione internazionale di classe, nella umiliazione dello Stato di Roma, di Roma 1870?