Rosso contro tricolore
Dalle forze della democrazia, il Primo Maggio è stato celebrato il 25 aprile. Bisognava riconfermare davanti a tutti, ma specialmente di fronte ai proletari, che destra e sinistra, governo ed opposizione, si riconoscono figli della stessa madre – la guerra cosiddetta liberatrice -, e madri della stessa figlia – la democrazia costituzionale borghese. Bisognava rivendicare, soprattutto dai partiti che all’interesse superiore della patria conviene chiamare operai, i «valori della resistenza», cioè riconoscersi e farsi riconoscere come le forze operanti del massacro mondiale, della riedificazione dello Stato nella varietà aggiornata e rafforzata dei suoi ingranaggi, dell’inserimento dei sindacati tradizionali nel meccanismo statale; rivendicare il merito di una vittoria sui fascisti che ha moltiplicato per mille, su scala mondiale, i fasti e i nefasti del fascismo e di una pace che non è se non che la continuazione, con forme sempre diverse, del secondo macello imperialistico. Era, per i partiti della sinistra borghese, ricordare ai proletari, nell’imminenza del Primo maggio, che la loro bandiera non è rossa ma tricolore, che il loro fine non è la rivoluzione proletaria ma la ricostruzione patriottica, che i loro schieramenti si saldano non alla tradizione del marxismo ma alla continuità delle conquiste borghesi del risorgimento. Non a caso, poco prima del Primo Maggio, Togliatti commemorava Giolitti: non si ritorna al risorgimento senza ricollegarsi idealmente e nei fatti al ministro della malavita. al grande corruttore del movimento operaio, al geniale e pacifico liquidatore dell’occupazione delle fabbriche.
Ma riconoscersi ed affermarsi come partiti solidali della democrazia, richiamarsi alle radici del proprio albero ideologico per ricongiungersi alla battaglia mondiale della seconda guerra, voleva anche dire ripresentare dietro l’unità del tricolore, il contrasto che oppone le forze imperialistiche delle stelle e strisce alle forze imperialistiche della stella a cinque punte. Il Primo Maggio è stato perciò la riconferma di queste due facce divise e congiunte dei partiti della democrazia: Primo Maggio di solidarietà politica nel nome della democrazia e della patria, Primo Maggio di preparazione alla guerra imperialistica; Primo Maggio dei piani per la ripresa dell’economia nazionale e delle campagne di orchestrazione della pace per l’arruolamento delle masse nelle legioni volontarie del nuovo massacro. Non per nulla, i sindacati dei partiti di affiliazione americana hanno atteso quella data per fondersi in un organismo solo da contrapporre all’unico organismo di affiliazione russa; non per nulla, nella Berlino simboleggiante la tragicommedia della guerra e della pace liberatrici, il Primo Maggio è stato celebrato da forze operaie contrapposte, divise da una barricata di guerra.
Per noi, il Primo Maggio non poteva essere che la violenta contrapposizione a questo tricolore (che è uno e trino, perché porta dentro di sé, come sua realtà profonda, i colori dei due centri mondiali dell’imperialismo) del rosso delle forze proletarie legate alla continuità di un secolo di battaglie di classe. La separazione anche fisica che da quattro anni contraddistingue i nostri Primi Maggi, doveva tradursi in un atteggiamento che non si limita ad essi, ma è norma costante della nostra battaglia: c’è invero una frattura che va al di là delle divisioni di Partito, perché è una frattura di classe, fra noi e lo stalinismo come fra noi e i partiti ufficiali di governo, ed è l’abisso che da un secolo oppone il proletariato al suo sfruttatore, al suo aguzzino, al suo capociurma. Non è più questione di riconquistare alla battaglia di classe degli organismi sindacali guastati dall’opportunismo: si tratta di prepararsi a distruggerli come qualunque organismo dello Stato borghese. Non è più questione di abbattere il diaframma che fra l’avanguardia rivoluzionaria e le masse avevano elevato i riformisti: si tratta di strappare i proletari alla morsa e alla prigione degli schieramenti politici e di guerra dell’imperialismo. Celebrare soli il Primo Maggio è stato per noi richiamare i proletari alla coscienza di un abisso, invitarli a rifiutarsi di servir di massa di manovra, sotto qualunque pretesto, alle esercitazioni tattiche e strategiche della controrivoluzione. Come nel corso della seconda guerra mondiale, in questo interludio di pace calda o di freddo macello, la nostra parola d’ordine è la diserzione dalle file dei partiti dell’imperialismo, la ribellione alla mobilitazione di guerra che sotto le parole della pace russa o americana, della democrazia parlamentare o popolare, della giustizia sociale predicata dalle confederazioni di destra e di sinistra, incolonna i proletari verso i fronti insanguinati del conflitto mondiale. Sia il nostro rifiuto di marciare dietro i partiti del tricolore, il NO dei proletari agli aguzzini di destra e di sinistra.
Rinfrescare la memoria Pt.8
Nell’ottobre 1947 due fatti spiccano, in rapporto alla politica nazionalcomunista: le agitazioni per il blocco dei salari e la riunione in Polonia del Cominform.
Operai e contadini si battono. La risposta dei nazionalcomunisti è di dare alle agitazioni la bandiera della … difesa della produzione nazionale. «Per aumentate la produzione si battono nei campi e nelle officine contadini ed operai contro un governo che nega i crediti all’industria e preferisce il grano alle terre incolte». (Unità 10 ottobre 1947). Sarà questa la parola d’ordine anche in seguito, gli operai si battono perché gli industriali ottengano crediti dallo Stato! Si battono contro una politica che porta «alla contrazione della produzione destinata tanto al mercato interno quanto ai mercati esteri con inevitabile aumento del livello generale dei prezzi»!
La lotta è contro il governo a favore de «gli industriali più intelligenti che non puntano sulla speculazione» (discorso di Scoccimarro, Unità del 3 ottobre); la sorte degli operai è legata a filo doppio alle sorti degli industriali… onesti. La deduzione logica sul terreno sindacale è: «Noi tutti vogliamo evitare finché è possibile i contrasti sindacali, ma vi sono situazioni in cui non c’è autorità di partito né organizzazioni sindacali che si possano opporre a certe esigenze imperiose ed urgenti delle masse»: come dire, noi facciamo del nostro meglio come bravi pompieri, ma se le masse si ribellano che ci possiamo [fare]? La politica di lor signori è, infatti, una politica di unità a tutti i costi: «unità per lavorare insieme (commovente, quell’insieme!), unità per vivere liberi, unità perché sia salva l’Italia» (4 ottobre). Se vogliono «rovesciare il governo» è perché «è una trincea che ci divide» (discorso del terribile Pajetta), barriera che divide operai da … industriali intelligenti.
Frattanto, la barriera non si lasciava abbattere e tirava diritta per la sua strada, la Confindustria rompeva le trattative, e i nazionalcomunisti rimanevano a belare sulla necessità di «salvare la produzione». I successi della C.G.I.L. ai susseguono a ritmo vertiginoso: aumenti agli statali (1000 lire mensili!). [Per due, tre righe il testo è incomprensibile, probabilmente è omessa una riga]. «Per le vie di Milano 200.000 protestano», e subito dopo, a conclusione, una dichiarazione di Roveda: «Se in due anni gli industriali non sono stati capaci di trovare una linea di condotta saranno i lavoratori a trovarla», altra conferma che la funzione del «partito dei lavoratori» è di trovare le strade che gli industriali non riescono a trovare. Ci stupiremo se i fregati furono sempre e soltanto i lavoratori?
In questo guazzabuglio si riunisce in Polonia il neonato Cominform. Comincia la sesquipedale relazione di Zdanov. L’operaio comune, facendo il bilancio conclude che i tre anni di democrazia progressiva sono finiti nel disastro, nell’offensiva la più spregiudicata degli industriali; per Zdanov no: al contrario, va tutto a gonfie vele. «La fine della seconda guerra mondiale ha portato cambiamenti essenziali – si legge sull’ Unità del 22 ottobre – nell’insieme della situazione mondiale. La disfatta militare del blocco degli Stati fascisti, il carattere di liberazione antifascista (!) della guerra, la parte avuta dall’Unione Sovietica nella vittoria sull’oppressione fascista, tutto questo ha modificato profondamente i rapporti di forza tra i due sistemi – socialista e capitalista – in favore del socialista». Gli operai italiani non lo crederebbero, ma si consolino perché «nuovi regimi popolari e democratici sono sorti in questi paesi sul grande esempio della guerra patriottica dell’Unione Sovietica»: già già, il socialismo che germoglia dal patriottismo. «Il nuovo potere democratico in Jugoslavia (prendete nota, odierni antitini dell’ultima ora), in Bulgaria, in Romania, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Albania, appoggiandosi sulle masse popolari, è riuscito a realizzare in breve tempo trasformazioni democratiche progressive tali che la borghesia non è più capace di compiere… In conclusione, i popoli di questi paesi (nota bene, anche la Jugoslavia) non si sono soltanto liberati dalla morsa imperialista ma stanno anche costituendo la base per il passaggio alla via dello sviluppo socialista».
E avanti: «La politica estera sovietica ha come presupposto la coesistenza per un lungo periodo di due sistemi: capitalismo e socialismo… La realizzazione di questa politica procede nelle nuove condizioni che si sono create da quando l’America ha rotto con l’ antica politica di Roosvelt ed è passata ad una nuova politica di preparazione di nuove avventure militari». La mirabolante teoria è sfornata: l’America è democratica e progressiva sotto Roosvelt, fascista sotto Truman: il capitalismo è amico di strada o nemico a seconda che ha alla testa una marionetta piuttosto che l’altra: il gran maestro della seconda guerra mondiale era un bravo uomo, i successori sono «cani rabbiosi». E comunque, «coesistiamo» pure, e facciamo i nostri sporchi affari insieme!
Come si vede, i motivi della orchestra successiva sono già intonati: con la sola variante che la Jugoslavia di Tito era ancora sulla … via del socialismo!
Socialismo e nazione
Ieri
Il posto del problema nazionale nella dottrina marxista è ben chiaro nelle enunciazioni del Manifesto dei Comunisti. Il mirabile testo ha il doppio vantaggio: di essere stato dettato nell’imminenza della prospettiva rivoluzionaria del 1848, che si presentava come ultima liquidazione delle rivendicazioni borghesi contro i residui feudali per far subito luogo alla diretta lotta proletaria contro la classe capitalistica, e di contenere in parti distinte la radicale impostazione teorica e programmatica, e l’applicazione strategica alla situazione del tempo e delle forze in gioco.
La dottrina della lotta operaia contiene una revisione radicale del concetto nazionale tanto caro all’ideologismo radicale borghese. L’affermativa non ha esitazioni e riserve di sorta: “Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno“. L’obiezione che, se la patria è una vaga idea, lo Stato nazionale entro precise frontiere è un fatto storico, ha già avuto risposta: “La lotta del proletariato contro la borghesia è all’inizio nazionale, ma per la forma, non per il contenuto. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima con la propria borghesia“.
Fin da allora è stabilito irremovibilmente il legame tra socialismo operaio e internazionalismo.
Ma la grande ondata rivoluzionaria del 1848 non si infrange soltanto come tentativo del proletariato europeo di farsene protagonista, ma in parte anche come liquidazione della restaurazione di forme preliberali. Mentre in Europa il dispotismo feudale conserva il formidabile baluardo russo, i regimi politici dei paesi tedeschi non riescono a sboccare in uno Stato nazionale prettamente borghese, in Francia il colpo di Luigi Bonaparte sembra un ritorno di “destra” per quanto in quel regime stia molto bene al calduccio il capitale.
Tra il 1848 e il ’70 una serie di guerre di assestamento consolida la formazione delle moderne potenze capitalistiche e ha parte essenziale nel formarsi della struttura sociale europea, in cui si inquadrano sempre meglio la lotta operaia di classe e il movimento socialista. Quando ripetutamente poniamo al 1871 in Europa lo svolto fra questo periodo ed il successivo di palese imperialismo generale non inventiamo certamente nulla di nuovo.
La guerra franco-tedesca del 1870 viene inscenata come una aggressione francese, un tentativo di egemonia in Europa del secondo impero napoleonico e del suo ostentato militarismo. La Prussia di Bismarck, malgrado i suoi istituti feudali e il suo militarismo non meno deciso, appare minacciata ingiustamente: più che altro minacciata appare la formazione di una libera Germania moderna, che da un lato si dibatte sotto il peso feudale dei regimi tradizionali di Berlino e di Vienna, dall’altra si potrebbe trovare nella morsa di due imperi reazionari, quello russo e quello francese. Questo svolto storico non è stato capito a fondo dai socialisti malgrado le possenti analisi di Marx, fino ai fasci di luce abbaglianti gettati dalla critica leninista sulla situazione del 1914-18 e sul tradimento di intere schiere di capi proletari. Non è negabile che, con la guerra 1939-45, su gran parte della classe operaia mondiale sia ripiombata la tenebra.
Lo stesso primo Indirizzo del Consiglio generale dell’Internazionale alla vigilia della guerra franco-prussiana, pur ripetendo i principii di solidarietà internazionale operaia, parla di una guerra di difesa cui gli operai tedeschi partecipano per forza di cose. Non può tuttavia dimenticarsi che nel corpo legislativo francese l’opposizione, pur solo in parte e di nome socialista, rifiutò al ministero di Napoleone il voto dei crediti di guerra. Dalle due parti i socialisti sembrano considerare alea favorevole quella della sconfitta dell’aggressore Bonaparte.
Al primo Indirizzo del 23 luglio 1870, dettato al muovere minaccioso delle armate francesi, segue quello del 9 settembre, dopo le disfatte inflitte a queste tra lo stupore del mondo dalle divisioni di Moltke. Esso è tutto una protesta dei socialisti tedeschi e internazionali contro l’annessione dell’Alsazia Lorena ed il nascente pangermanismo: come Engels rileva, tale monito prevede ciò che Engels stesso non vide: il nascere del ladroneggio militaresco in territorio francese non della libertà tedesca ma di una grande guerra “non localizzata“, una nuova “guerra difensiva” e “di razze, contro le razze alleate degli slavi e dei latini“.
La più grande lezione della storia per la teoria della rivoluzione viene da questo momento storico della Francia. Crolla nei rovesci militari il secondo impero, e ne gioiscono gli operai francesi. Ma essi sono ben presto posti davanti a problemi tremendi. I borghesi proclamano la repubblica, cui partecipano i partiti e i capi più equivoci del mondo politico, oppositori più o meno autentici, e della sesta giornata, del dittatore, monarchici orleanisti, repubblicani borghesi, sbirri della repressione antioperaia del giugno ’48. Fin da quel secondo storico Indirizzo Marx ammonisce: “la classe operaia francese si muove in circostanze estremamente difficili“. È notevole; Marx stesso non invoca a quella data lo scatenamento della guerra civile “mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi“, ma dice agli operai francesi che “non devono lasciarsi sviare dalle memorie nazionali del 1792“. L’Indirizzo chiude rivolgendosi poi ai lavoratori di tutti i paesi: “se gli operai dimenticheranno il loro dovere, se resteranno passivi, la presente terribile guerra sarà soltanto l’annunciatrice di conflitti internazionali ancora più mortali e porterà in ogni paese a nuovi trionfi dei signori della spada, della terra e del capitale sugli operai“.
Anche la classe operaia italiana, alla caduta del fascismo nella disfatta bellica, si è trovata in circostanze estremamente difficili. Ma gli insegnamenti che subito dopo allora la storia stessa dette al marxismo, come ora subito vediamo, e che Lenin risollevò contro l’onda e l’onta del tradimento del 1914, non le sono purtroppo bastati. I suoi capi, affasciandola in una repubblica più fetida ancora di quella del signor Thiers, le hanno fatto dimenticare totalmente il dovere verso sé stessa e verso la rivoluzione.
Due giorni dopo i sanguinosi avvenimenti del maggio 1871, già, come Engels rileva, Marx poté scrivere quelle che sono fra le pagine rivoluzionarie più potenti, sulla Comune rivendicata.
Quando al 4 settembre 1870, per la forza degli operai, come nel febbraio 1848, fiammeggia per Parigi il grido storico “Vive la république“, la Francia non è più un paese aggressore, e l’invasore prussiano si rovescia contro la capitale. Il proletariato ha plaudito alla disfatta di Napoleone il piccolo, ma non può ancora essere indifferente alle sorti della nazione. Non è abbastanza maturo per scorgere in tutta la sua pienezza il suo compito di classe. Per mezzo secolo si commemorò la Comune e sembrò a molti incerto il gioco del fattore patriottico, che aveva indotto lo stesso Garibaldi a offrire la sua spada a Parigi, di fronte a quello classista e rivoluzionario. Lenin venne in poderoso aiuto di tutti noi che avevamo dai primi anni saputo leggere in Marx, e con lui nella storia. Ricolleghiamo la prima e l’ultima di quelle pagine indimenticabili. Il primo scatto dei lavoratori di Parigi contro la repubblica borghese si deve alla scoperta che i nuovi esponenti della classe dirigente trescano col prussiano. Si insorge contro di loro col termine infamante, divenuto storico, di capitulards. Al loro tentativo di disarmare dei cannoni la guardia nazionale, che è ancora una guardia operaia, scoppia l’insurrezione. Marx comprende in pieno il movente di essa: ricorda che i documenti che i Trochu, i Faure, i Thiers, lasciarono nella fuga a Versailles provavano il commercio col nemico. La storia non aveva ancora dipanata la matassa di incontro fra le esigenze nazionali e quelle classiste, i partiti socialisti del tempo seguivano dottrine inadeguate, ma il proletariato comprese che la borghesia di Francia, manovrando per salvare dalla rovina il suo privilegio, non esitava a prendere gli ordini e i soldi del suo amico di classe Bismarck, offrendogli fra i patti di armistizio l’impegno di disperdere la canaglia rivoluzionaria di Parigi. Alla fine della lotta i federati cadono, nello sforzo titanico di fronteggiare borghesi francesi ed esercito tedesco, ma resta alla storia della rivoluzione operaia, insieme al primo esempio storico della sua rossa dittatura, la definitiva liberazione dalla pregiudiziale nazionale, il cui peso fino a quello svolto era stato pienamente riconosciuto dalla teoria marxista. “Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale. Contro il proletariato i governi nazionali sono tutti uniti”. Così Marx chiude uno dei saggi più espressivi dell’avanzata parallela dell’esperienza storica e della teoria di partito, sia pure nella sconfitta dell’Insurrezione.
Quando la grande guerra del 1914 scoppiò e i socialisti tedeschi bararono con la loro preparazione marxista chiamandola seriamente “difensiva”, come aveva detto con sarcasmo Marx quarant’anni prima, Carlo Liebknecht – è Lenin che nelle tesi del 1915 lo ricorda – ribatté loro che con la parola guerra di difesa i marxisti di prima del 1870 indicarono in effetti le guerre di sviluppo della forma capitalistica, mentre quella del 1914 era la guerra imperialista fra i capitalismi in pieno sviluppo, ed era tradimento parlare di difesa in Germania, come lo era in Francia o in Russia. Lo stesso concetto basilare che qui rivendichiamo è espresso da Lenin in quel testo. Noi comprendiamo, egli dice, a differenza dei pacifisti borghesi e degli anarchici, la necessità della valutazione storica di ogni singola guerra nel suo carattere specifico. Ci sono state guerre che hanno giovato all’evoluzione dell’umanità: dalla rivoluzione francese fino alla Comune di Parigi (1789-1871) le guerre nazionali borghesi sono state “guerre progressive“. Segue la trattazione del moderno imperialismo e delle sue guerre: il periodo del “capitalismo progressivo” finisce nel 1871. La moderna borghesia imperialistica “inganna i popoli servendosi dell’ideologia nazionale e del concetto della difesa della patria“, mentre le sue guerre non sono che guerre “fra i padroni di schiavi per il consolidamento e il rafforzamento della schiavitù“.
Fedeli scolari, ascendiamo con Marx e con Lenin lungo il filo del tempo, di cui i maestri mai persero di vista la direzione. Lasciandosi cadere lungo di esso fino al fango dell’abiura, i nazionalcomunisti si vedono oggi ancora in periodo di “capitalismo progressivo” e hanno definito la guerra ultima come una nuova guerra di “liberazione nazionale”, mentre i dati del fenomeno imperialista, resi evidenti da Lenin nel 1915, avevano nell’ulteriore venticinquennio raggiunto una potenza accecante!
Oggi
La teoria leninista dell’opportunismo impiantata con rigoroso metodo marxista mostra come nel periodo relativamente pacifico 1871-1914 esso, negando “il nocciolo della questione, cioè che l’epoca delle guerre nazionali ha ceduto il posto all’epoca delle guerre imperialistiche“, collegò l’errore di dottrina col tradimento nell’azione politica il cui contenuto è la collaborazione delle classi, la rinuncia alla dittatura del proletariato, la rinuncia all’azione rivoluzionaria, l’incondizionato riconoscimento della legalità borghese, l’unione dei lacchè della borghesia con la borghesia, contro la classe da essa sfruttata.
La stessa analisi si attaglia al tradimento odierno degli stalinisti, i quali alla scala internazionale hanno qualificata la guerra degli imperialismi americani, inglesi e francesi contro gli imperialisti tedeschi come guerra di liberazione, e, dopo avere in una prima fase praticato il compromesso imperialista con gli stessi tedeschi, hanno nella seconda praticata l’alleanza con gli occidentali. Per questo dovettero sostenere che gli occidentali si fossero convertiti dall’imperialismo al disinteressato “liberazionismo”, dovettero spezzare il filo del tempo, stracciare le Guerre civili di Marx, calpestare le tesi di Lenin. Ma che fosse delitto ammettere che gli anglo-americani cessassero dall’essere imperialisti esattamente nel tempo 1941-1945 (mentre Engels descriveva tali i primi nel 1844, i secondi nel 1891 appunto illustrando il testo 1871 di Marx) non occorre provarlo in polemica, oggi che tutta la stampa ispirata da Mosca è di nuovo scagliata contro l’imperialismo aggressore di Washington e Londra.
Il dotatissimo di testi (e di possibilità di nascondere e falsare testi originali) Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca osa stampare, come prova che nel febbraio 1920 Lenin, nel farsi intervistare e nello sfottere da pari suo giornalisti borghesi, ammettesse la convivenza fra lo stato proletario e gli stati capitalisti, dichiarazioni che i filotempisti ricordano bene e che sono “inedite” solo per i sottoruffiani. Lenin invoca la convivenza, sì, ma “con gli operai e contadini che si risvegliano ad una nuova vita senza proprietari capitalistici e mercanti“. Gli istitutisti convivono con proprietari capitalisti e mercanti, e non trovano in archivio altro da scegliere! Lenin risponde magistralmente all’accenno di un’alleanza con la Germania allora socialdemocratica: noi siamo per una alleanza con tutti i paesi senza esclusione di nessuno! E gli istitutisti ed oggi farisaici picassopacifisti non capiscono che questa tesi condannava come tradimento ogni eventualità di alleanza politica e militare con una Germania borghese, come con un’Inghilterra ed America borghesi, nelle loro rivalità e conflitti imperiali.
L’edizione italiana del ripiegamento sulla menzogna nazionale; del tempismo invertito, contro natura; del risuscitamento del cadavere del capitalismo progressivo sepolto dagli obici dei comunardi e dalla penna di Carlo Marx, sente più di tutte di avanzata di putrefazione.
La identità: fascismo = feudalesimo al posto di quella cristallina: fascismo = imperialismo impiantata nel 1923 segna il precipizio.
Essa vale l’identità non meno bestiale: Mussolini = Luigi Bonaparte, ovvero: Hitler = Nicola Romanov.
La resistenza che il proletariato di Parigi seppe opporre gloriosamente alla manovra di salvataggio del potere borghese di classe nella caduta del dittatore, purtroppo il partito comunista di Livorno, tradito da quell’errore fondamentale, non seppe neppure abbozzarla.
Dove si trattava di innestare, secondo il disfattismo di Lenin, la battaglia di classe alla sconfitta militare dello Stato, sia esso dispotico o democratico, si applicò invece un capitolardismo alla Trochu, e i capi, sfruttando la parola vuota della resistenza, incapsularono le masse nella loro funzione di mantenuti dell’esercito invasore.
Giunsero col programma di affasciare, nella banda capitolarda, non solo i campioni di una repubblica di princisbecco, tipo quella borghese di Francia del settembre 1870, ma perfino la monarchia fascista e guerrafondaia.
Applicarono un metodo così pieno di libidine “passatista” ed “antimperialista” che giustificarono il tradimento con il dovere “nazionale” e con la “salvezza del paese”, mentre oltre ottanta anni prima gli ingenui blanquisti parigini avevano tratto dall’emozione per la “défense de la patrie” la forza per battersi contro i due eserciti coalizzati, interno e straniero.
Si tratta di un doppio capitolardismo: quello dei capi proletari, che tradendo la causa rivoluzionaria passano alla collaborazione di classe, e quello della borghesia, che colla pregiudiziale della “nazione” impone ai lavoratori di spogliarsi della loro autonomia di classe e versare il sangue oggi contro inglesi, domani contro tedeschi, e per conto suo tiene tanto alla “Patria” che dopo essere stata affittata ai secondi si affitta per il suo interesse di classe ai primi, evita di consegnare quei “responsabili” che sarcasticamente Lenin ravvisò in tutti i proprietari di terra e capitale di tutti i paesi, e se ne frega altamente, più di quanto possiamo fregarcene noi refrattari, che dalla liberazione nazionale esca un’Italia in atto di togliersi dal capo la corona di torri, ed alzarsi la veste.
Parlate, fregotempisti; siete più eloquenti della storia e di noi. “Sin dall’inizio della guerra mondiale dichiarammo che avremmo appoggiato nel fronte antifascista anche un movimento monarchico il quale, eliminando a tempo Mussolini, evitasse l’entrata in guerra dell’Italia, oppure, dopo il giugno del ’40, facesse uscire l’Italia dalla guerra in cui era già entrata”. “Nel marzo 1944 applicammo con coraggio questa politica: è vero che c’era stato il 25 luglio e l’Italia era stata sconfitta, ma era necessario il blocco politico nazionale più largo possibile affinché il Paese potesse fare i primi passi in avanti“.
Non riusciamo in nessuna parafrasi ad essere tanto cattivi. La polemica teorica può chiedere cento cose, tra cui questa: il più largo possibile blocco nazionale, se ci si crede, perché non comprende soprattutto lo Stato impegnato in guerra, e perché non evita al Paese, se ci si crede, ripetiamo, il passo più orrendo, ossia la disfatta militare? In quale diavolo di pece avete trovato intinto un Mussolini, per saltare la superiore esigenza nazionale che ad ogni passo accampate, che non abbia macchiate le mani ed il grugno dei Savoia, e dei loro alleati 1944, come macchiava nel 1870 ad un tempo in Francia bonapartisti, orleanisti, repubblicani poliziotti?
Ma con la dottrina, soprattutto avendo un apparato di propaganda ben foraggiato e lanciato alla pubblicità demagogica tipo Coca Cola, si gioca ancora. La cronologia dà un poco più di noia, ai rivendicatori di “coerenza”.
La parola del fronte antifascista, maledetta essa sia, non è del 1939, ma del 1923. Nel 1939 e nel giugno 1940 lo stalinismo non era preoccupato di evitare che Hitler avesse in Mussolini un alleato, poiché ne era esso stesso alleato nella spartizione polacca, e il “rompete le righe” lo gridava dalle radio renane ai poilus francesi, veterani dal 1792 della difesa della libertà. Solo dal giugno 1941 si ricomincia il bordello per dare fastidio a Mussolini e fare il gioco degli inglesi, e poi americani, e si identifica con la vittoria di questi e la loro sconcia passeggiata “off limits” la libertà nazionale. Dal 1946 si riscopre che gli americani sono capitalisti, imperialisti ed aggressori.
Sul filo delle date appenderemo per i socialtraditori un cartello: Non toccate! Pericolo di morte!