In crisi non i partiti ma la società borghese
La crisi dei partiti della democrazia è lo specchio fedele di una società le cui membra in avanzata putrefazione stanno insieme solo per virtù del colpo di frusta della guerra.
La barcaccia cui la resistenza diede una provvisoria compattezza, che la divisione in blocchi imperialistici divise ma cementò in due monolitici tronconi, si sfascia ora che si tratta non di fare immediatamente la guerra, ma di rabberciare alla meglio una situazione che mostra all’evidenza l’impossibilità di risolvere qualunque problema.
Dalle sue tavole marce, i topi che la diana di guerra del 18 aprile allineò come per un colpo di bacchetta su fronti unitari, escono a frotte, ogni frotta con un suo specifico centro contro la disoccupazione, la paralisi produttiva, l’incapacità ad amministrare, ognuna con un suo interesse di categoria da difendere e un «ideale» con cui camuffarlo, e prendono d’assalto la vecchia rozza [?] dello Stato italiano, rotta a tutti i compromessi, maestra nel corrompere tutto ciò che le si avvicina, superba nell’arte cavourriana di arruffianare gli uomini e le correnti politiche più disparate nella tradizionale sapienza del «tira a campà». Vedete allora dossettiani e fanfaniani praticare iniezioni di interventismo statale all’economia italiana, agrari democristiani farsi banditori dell’economia liberale e osteggiare la terribile riforma Segni, gronchiani lanciarsi all’assalto della dirigenza, saragatiani divenire oppositori di Sua Maestà Alcide, «deviazionisti» staliniani cadere in patetiche crisi di coscienza. E Alcide sorridere, forte della saggezza tradizionale della vecchia razza.
I topi escono dalle tavole marce della barcaccia che affonda; ma la bacchetta magica sa che basta poco per farli tornare disciplinati nella tana. Sa che destra e sinistra democristiana alleate possono votare, per ragioni magari opposte, contro la delega economica, ma voteranno compatte per il riarmo e la fedeltà al patto atlantico. Sa che saragattiani e romitiani possono lasciare il governo, ma con l’impegno a rispettare lealmente gli impegni internazionali, contratti dall’amata patria, per il suo bene e a ritornare in uno dei tanti ministeri quando – chiave buona per aprire tutte le porte – le «istituzioni democratiche fossero minacciate». E non si preoccupa del neutralismo e terzaforzismo dei deviazionisti del PCI: sa che, in caso di complicazioni internazionali, la loro scelta è fatta: per la patria, cioè per l’America, contro l’aggreditrice Russia.
Sì, la crisi dei partiti è lo specchio della putrefazione della società borghese. Lo è anche nella sua inarrivabile «serietà». Giacchè che senso volete dare alla crisi di uomini politici che votano no in segreto e sì pubblicamente, o, ancor meglio, di un parlamento che discute e vota una legge – quella sul censimento delle scorte – che è già in funzione e regolarmente figura, bell’e stampata, sulle sacre tavole della Gazzetta Ufficiale? Che senso volete dare a un esecutivo romitiano che nel giro di ventiquattro ore avanza, ritira, avanza ancora e definitivamente ritira i suoi storici testi? Solo la coprofagia staliniana può dilettarsi di pascolare in questo letamaio, esultare per la «rivolta della piccola e media industria contro i ceti monopolistici retrivi», forse dimenticando (?) che fra i rivoltosi ci sono tanto gli ultramonopolistici economici e politici, i teorici del monocolorismo democristiano, quanto i latifondisti, e che in ogni caso i ceti medi possono mugugnare, ma faranno sempre la politica del padrone, e chiedere che dalla putrefazione delle tavole della barcaccia politica nazionale esca «un governo di italiani per una politica italiana». Razzolino pure: vi troveranno il loro pane, un pane brulicante di vermi.
Se una salutare funzione può avere questa crisi di marcescenza è, per noi, quella di provocare finalmente nei proletari una ondata di vomito: non vomito morale, ma vomito politico, sociale, di classe, quello che dovrà liberare il ventre proletario dei cibi guasti che le centrali propagandistiche della democrazia e dell’imperialismo hanno loro infaticabilmente propinato, e permettere alla santa canaglia, col cervello limpido e con la volontà e i muscoli non più paralizzati dall’infezione legalitaria e parlamentare di distruggere a colpi di mazza l’edificio immondo della società borghese.
La dégringolade
Il vocabolo francese sovviene nel cercare un termine più proprio e meno ostrogoto di deviazionismo. Non si può dire degringolata. È uno sgranarsi, un cascar giù uno per uno, uno squagliarsi in ordine sparso: ciò che da decenni e decenni accade tra le file dei comunisti italiani, non solo italiani.
I grani del rosario cominciarono a snocciolarsi dal ‘1922, a contarla giusta, ciò che non è proprio di moda e non fa più gioco a nessuno, salvo pochi cocciuti. Comunque i fatti andarono come siamo a narrare.
1921. Si costituisce il 21 gennaio a Livorno il Partito Comunista d’Italia come dai documenti contenuti nel numero 2 di Prometeo. Detta nessuna bugia?
III Congresso di Mosca. Il giovane partito italiano, con la sua delegazione, sostiene risolutamente le sue vedute tattiche sulle questioni internazionali ed italiane del movimento. Esse non collimano con quelle della maggioranza e dei dirigenti del Comintern. Lenin stesso si incarica di battere da pari suo sui delegati italiani, tutti di sinistra: Gennari, Terracini, Grieco, ne sentono delle belle, ma non solo tengono duro, per quanto esagerino anche in qualche enunciazione superrigida: non degringolano ancora.
1922. Si vuole dal partito italiano, che al Congresso di Roma ha stabilito in organiche tesi il suo indirizzo (sola opposizione a destra: Tasca e Graziadei; nell’organizzazione inapprezzabile), che non solo cambi idea sulla tattica generale e accetti il fronte unico e il governo operaio, ma che faccia la fusione con l’ala sinistra staccatasi dal partito socialista: il piccolo gruppo dei “terzini” con Serrati, Maffi, Lazzari, Riboldi. La maggioranza del partito non vuole. Al Congresso di Mosca del novembre (subito dopo la vittoria fascista) viene fatto un primo serio lavoro per “sgranare” la Sinistra, con i primi risultati. Ma, come qualcuno ha ricordato (zoppo nelle meningi), Lenin era malato. Chi fece il pezzo di lavoro? Trotzky! Alla data 1922 era ortodosso e non alla opposizione in Russia o nel Comintern. Lui, Zinoviev e Bucharin catechizzano i delegati italiani uno per uno, varii ne guadagnano, mentre la maggioranza vota contro la fusione, pure accettando per disciplina.
Importano i nomi dei mollatori d’ormeggio? Antesignano della marcia al rinculo fu indubbiamente Togliatti: la storia ne fa il fondatore del partito, mentre fondò solo il deviazionismo. Cede Gennari, cede Terracini, cede Scocci: l’eloquenza di Leone Trotzky, nella commissione italiana e nei colloqui, è calda e trascinante: egli prende di petto i sinistri. Dovete, egli grida, dopo aver dato il vostro contributo critico al dibattito, votare nel plenum per la fusione cui siete contrari, altrimenti ne danneggerete lo sviluppo e romperete la disciplina comunista che vuole voto unanime. Togliatti e gli altri, da allora, fanno di questa formula sangue del loro sangue e plaudono vigorosamente. I delegati, tra cui in prevalenza quelli operai, stanno con l’Esecutivo italiano: staremo nel comitato di fusione, la eseguiremo in Italia, ma votiamo contro nel congresso mondiale. Trotzky e Zinoviev, invano furenti, non capivano allora che avevano il piede su una falsa strada, o meglio lo aveva tutto il movimento.
Lasciamo a parte Gramsci. Descriveva una sua orbita che venne a intersecare quella dello sciame dei pianetini degringolanti, da sistemare nei “quadri”. Ciò avvenne, nolente la maggioranza del partito, quando la centrale di sinistra era in carcere nel 1923: partito maggioranza e sinistra accettarono lealmente la nuova direzione “centrista”, i cui dettami furono seguiti nei ranghi. Fusione coi terzini, elezioni con essi, Aventino al tempo del fatto Matteotti, rientro in parlamento sotto la pressione del nerbo genuino del partito che non voleva blocchi antifascisti, solo come era stato a fronteggiare il fascismo avanzante nel 1921 e 1922 inquadrato dalle forze statali borghesi e democratiche…
Nuova consultazione nel 1924. Maggioranza nelle file contro la Centrale e contro la tattica del Comintern che volge ancora più a destra. Delegazione mista a Mosca al IV Congresso; ulteriore lavoro degringolante, ma stavolta non vi è Trotzky: ha capito il rovinoso andazzo, ha tentato di resistere nel partito russo e tace in disparte. Le delegazioni e le commissioni sono catechizzate dagli ancora ortodossi Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Radek. Altre conquiste tra l’elemento dirigente italiano: ogni capitolazione ha una data sua, i sinistri diventano sempre meno numerosi: i nomi degli sgranati allora? Che importano… Occorrerebbe l’archivio buono di quelli dalla memoria claudicante. Gnudi, Berti, Tranquilli (oggi Silone), qualche altro satellitino. Un proselitismo molecolare e progressivo: e come no?
1926. Congresso del partito a Lione. La sinistra nella discussione precongressuale, col suo Comitato di Intesa palese ed autorizzato, raccoglie la maggioranza sulle sue tesi, che sono sempre contro la tattica del fronte unico e del governo operaio, contro la organizzazione di base per cellule di categoria sociale, in difesa di Trotzky, che solo in parte e tardi condivide la opposizione di sinistra e viene luridamente insultato. A Lione una lieve maggioranza formale – finalmente, dopo cinque anni e mezzo di vita del partito – si raccoglie per la centrale centrista, grazie a questa norma: tutti gli inscritti che non hanno votato in Italia si calcolano presuntivamente del parere della Centrale… Yes, Sir!
Si è ancora a Mosca nel luglio 1926 e si ripete il dibattito. Zinoviev, che era stato il primo a dare ai comunisti italiani la squallida consegna “vive la liberté!”, con Kamenev è a sua volta alla opposizione, e fuori circolazione. É allora Bucharin che, sotto la guida di Stalin, prende il timone del lavorio di sgretolamento e si hanno varie altre Conversioni di sinistri incalliti: Grieco, Dozza, forse d’Onofrio. Non è una tabella dei pesi atomici storici che tentiamo.
Più oltre anche Bucharin tentò di reagire allo slittamento a destra; perfino il superelastico Radek. É noto dove andava il movimento: fronti popolari, fronti di guerra con fascisti e democratici, convivenza emulatoria con le potenze del Capitale…
Da piccole a grandi “accostate”: in ciò il fenomeno, il processo deviazionista. Quando si corregge la rotta si fanno in termine nautico una serie di “accostate”. Si comincia a deviare di pochi gradi a destra: la prua su Serrati… sembra una piccola rettifica. Poi si accosta sempre più, sempre dallo stesso lato: la prua su Matteotti, su Amendola, su Umberto di Savoia…
Sono intermezzate alcune finte accostate a babordo: “tattica del socialfascismo” e simili, ma si finisce sempre peggio: prima con Hitler, poi con il capolavoro dell’alleanzismo: Truman, Churchill, de Gaulle, Badoglio…
Accosta accosta, la rotta è stata invertita di 180 gradi. Devia devia, il traguardo rivoluzionario è stato sostituito colla linea di partenza della conservazione borghese.
Qual meraviglia che, dopo aver snaturato il movimento proletario di sinistra fino ad accogliervi, con tutti i crismi, seguaci degli indirizzi nazionali, liberali, patriottici, religiosi, siano elevati a regola lo sbandamento, la inconsistenza, la degringoladead ogni stormir di vento?
Passate i deviazionisti di tutti i tempi nello stesso paniere dove sono cadute cent’anni fa le prime ciliegie! Chiamate quelli che non hanno deviato mai, e di nulla, asini, scemi, rigidi, cocciuti, ciechi – chiamateli anche fin che volete venduti, che questo è l’aggettivo che dà meno noia quando viene da voi – ma i deviazionisti teneteveli dalla parte da cui avete cominciato a deviare voi, tra i prodotti, migliorati anno per anno, che getta sul mercato internazionale la Fabbrica dei rinnegati, anonima per azioni e a capitale illimitato.
Deviazionismo da voi, quello dei “pidocchi”? No, coerenza con il vostro metodo, proseguimento nella storica degringolade dal comunismo del 1921, dalla linea di Livorno. Uno stillicidio incessante, un ticchettìo di granelli che sfuggono dal sacco, un rotolare di noccioline, uno svuotarsi per quanti impercettibili di energia…
Una gonorrea della Rivoluzione.