Marxismo e classe operaia inglese Pt. 1
1. Lezioni dal primo capitalismo della storia
Le condizioni del lavoro attuale dei comunisti in Gran Bretagna, ed in genere nei paesi di lingua inglese, possono essere comprese appieno solo se si tiene presente la storia del paese, in quanto le questioni di oggi vi sono state per più di un secolo al centro di accese lotte e polemiche.
Infatti il moderno capitalismo si è sviluppato per primo in Inghilterra, ove anche per prima è nata una sua necessaria espressione, l’opportunismo; e il proletariato inglese è stato il primo a darsi un partito, con il cartismo, e per primo ha subito una sistematica opera di corruzione, ideale e materiale, da parte della propria borghesia.
Fin dal lontano 1383 la Corporazione della Città di Londra proibì qualsiasi “congregazione, intesa o cospirazione tra i lavoratori”. Quattro anni più tardi i dipendenti di calzolai di Londra furono accusati di avere l’intenzione di costituire una confraternita permanente. Nel 1417 si chiese che “ai servi ed operai dei sarti londinesi sia impedito di vivere lontano dai loro padroni, in quanto tengono assemblee ed hanno formato una specie di associazione”. Così si evolveva il sistema delle gilde, delle corporazioni, in modo da impedire ai lavoratori di costituirsi in classe.
Nel corso dell’Ottocento l’invenzione delle macchine e la loro diffusione nelle fabbriche portò alla costituzione piena e matura della nuova classe, il proletariato industriale, del quale non si poteva evitare la concentrazione in grandi masse. Il vecchio sistema delle gilde si sfasciò e fu sostituito da nuovi rapporti sociali e da una nuova struttura di governo. La democrazia sempre più si dimostrò utilizzabilissima per combattere e controllare le già esistenti forme di organizzazione proletaria ed il loro sviluppo in forme più moderne. In occasione di un banchetto tenutosi a Liverpool l’8 ottobre 1838, Lord John Russel dichiarò:
«Non è dalla incontrollata affermazione delle pubbliche opinioni che i governi hanno qualcosa da temere. La paura vi era quando gli uomini erano costretti a riunirsi in associazioni segrete; lì era la paura, lì il pericolo, e non nella libera discussione».
Alla capacità della borghesia di stabilire il suo controllo sul proletariato si adeguarono le istituzioni democratiche per perpetuarlo. La tradizionale debolezza della classe operaia inglese, la sua propensione all’empirismo, a visioni parziali ed alle mezze misure, possono in gran parte essere spiegati con tale imprigionamento ideologico imposto dalla borghesia.
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Una delle caratteristiche più ripugnanti della società vittoriana fu la dominante ipocrisia, a tutti i livelli. In campo storico l’ideologia del tempo voleva la storia inglese come uno svolgersi indolore di avvenimenti fausti, nel nome del bene sia degli inglesi sia dei popoli con essi venuti a contatto, grazie naturalmente alla saggezza e magnanimità dei regnanti che vi erano succeduti. Era quindi un’esaltazione dello status quo, ed una giustificazione dei crimini compiuti dall’imperialismo inglese.
Così scriveva il famoso Macaulay nel 1848:
«Si potrebbe facilmente dimostrare che nel nostro paese, per almeno sei secoli, la ricchezza nazionale si è accresciuta quasi senza interruzioni; che era maggiore sotto i Tudor che sotto i Plantageneti; che era più grande sotto gli Stuart che sotto i Tudor; che, nonostante battaglie, assedi e confische, era maggiore il giorno della Restaurazione che non quando si riunì il Lungo Parlamento; che, nonostante la cattiva amministrazione, sperperi, bancarotte pubbliche, due costose e inutili guerre, la Pestilenza e il Grande Incendio, essa era superiore quando Carlo II morì rispetto al giorno della Restaurazione. Questo progresso, continuato per generazioni e generazioni, divenne, verso la metà del secolo XVIII, portentosamente rapido, e la sua velocità è aumentata nel corso del XIX. A causa in parte della nostra posizione geografica ed in parte della nostra posizione morale, noi siamo stati esenti dai mali che altrove hanno reso vani gli sforzi e distrutto i frutti dell’industriosità.
«Mentre qualsiasi punto del continente, da Mosca a Lisbona, è stato prima o poi teatro di sanguinose e devastanti guerre, mai si è alzata su di noi bandiera nemica, se non come trofeo. Mentre intorno a noi si sono succedute rivoluzioni, il nostro governo non è mai stato sovvertito con la violenza. Per oltre cento anni non vi è stato tumulto, nella nostra isola, che potesse essere considerato insurrezione; né mai legge è stata calpestata dalla furia popolare o dalla tirannia del re».
Una riconoscente classe dominante fece Macaulay barone.
Ma qualcosa manca da questo resoconto: tra Plantageneti e Tudor vi fu un secolo di lotte per il trono tra le case di Lancaster e York, conosciuto come la Guerra delle Due Rose; “mai bandiera nemica” probabilmente esclude quella scozzese, considerata interna britannica; per non parlare della mancanza di rovesciamenti violenti del governo: la Grande Ribellione, come è chiamata la guerra civile del 1644-48, forse è intesa qui come un’azione del Re contro il Parlamento, e non viceversa!
I nostri interessi di classe sono assai diversi da quelli del Macaulay, e poiché non abbiamo regine da far felici né ci aspettiamo comode sinecure dalla classe al potere, siamo in grado di studiare gli eventi che portarono alle grandi trasformazioni in Inghilterra riferendoci soltanto ai fatti ed al nostro sperimentato modello critico, quello del materialismo storico. Con ciò non invochiamo certo una patente di obiettività, mito del decadente storicismo borghese; alle verità di una classe che difende il suo potere opponiamo la verità della classe che la storia ha messo nelle condizioni e nelle necessità di attaccare, della classe che sola, con la presa rivoluzionaria del potere, può imprimere alla storia umana l’ultima, decisiva spinta verso una società senza sfruttati e senza sfruttatori, il proletariato.
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La storia dell’Inghilterra, delle vicende delle popolazioni che, a seguito dell’abbandono da parte degli eserciti della Roma imperiale, andarono a stabilirsi sull’isola, geograficamente emarginata rispetto al ribollente e assai più popolato continente, viene tradizionalmente presentata come separata, di un popolo particolare come origini, organizzazione, lingua e costumi; storia di un isolamento politico che, pur se di sovente interrotto, ha dato l’impronta determinante alle politiche dei governanti inglesi, confermato dalla inclinazione verso nuove terre, quando se ne presentò la possibilità, piuttosto che verso le interminabili guerre sul vecchio continente. Tale isolamento è assurto anche ad ideologia ufficiale delle classi dominanti inglesi.
Ma tale modo di intendere la storia inglese, solo in parte fondato, non può essere il nostro perché isolamento è stato tale solo in apparenza; l’Inghilterra ha sempre ricevuto le influenze più determinanti dall’Europa, e sull’Europa ha fatto ricadere le conseguenze più progressive dei propri avvenimenti politici ed economici.
L’Inghilterra si è data il primo grande Stato nazionale e per prima è uscita dal tunnel del feudalesimo e ha sviluppato fenomeni modernissimi quali il capitalismo mercantile, l’imperialismo, la presa del potere rivoluzionaria da parte della borghesia, lo sviluppo dell’industria su grande scala. Basterebbe questo, ed il fatto che tali fenomeni sono stati prima o poi esportati nel resto di Europa, a mostrare il ruolo che questo piccolo paese ha avuto nella storia. Ma ciò che lo rende a noi marxisti rivoluzionari di particolare interesse è il fatto che in Inghilterra è nato il moderno proletariato, i suoi primi sindacati, i suoi primi partiti politici. Dallo studio della storia inglese Marx trasse il materiale per il Capitale, dall’esperienza storica del proletariato di quel paese provengono alcuni dei principali insegnamenti che stanno alla base della dottrina politica comunista.
2. Percorso storico
La fortunosa invasione del 1066 permise ai normanni, avventurieri sempre in cerca di nuove prede, di mettere le mani su un paese che per secoli, dopo la partenza dell’esercito romano di occupazione, aveva seguito un percorso storico distinto da quello del resto di Europa.
Il secolo X aveva infatti visto un notevole accentramento del potere che, nonostante i continui alti e bassi delle invasioni danesi, sarebbe rimasto una caratteristica della struttura politica inglese. In Europa non esisteva ancora niente di simile a quanto era stato compiuto dalla monarchia anglosassone: nonostante l’esistenza dei feudatari, il paese era diviso in contee ben delimitate, e di nomina regia gli sceriffi che ne erano a capo e che al re soltanto giuravano fedeltà; la terra era divisa in unità catastali, gli hundreds, il che permetteva al potere centrale di contare su un minimo di entrate certe, anche per mantenere l’esercito direttamente dipendente dal re; dal re dipendeva, almeno in teoria, il sistema fiscale e l’amministrazione della giustizia.
Gli sceriffi, che esercitavano il potere regio localmente, costituirono sempre un limite allo strapotere dei feudatari; pur se talvolta potevano essi stessi detenere un notevole potere, restavano funzionari, e la loro carica non divenne mai ereditaria.
La dinastia plantageneta trovò quindi una situazione particolarmente favorevole all’esercizio diretto del potere centrale: pur se con i re normanni il feudalismo classico ebbe un risveglio, non fu mai ricondotto a livelli francesi o tedeschi.
Anche il Domesday Book fu in fondo una riaffermazione del diritto del re a riscuotere direttamente le imposte dai sudditi, che a quell’epoca, 1085, erano intorno al milione e mezzo. La nomina di feudatari continuò soprattutto nei territori non completamente “pacificati”, Nord e Galles in particolare.
Nei secoli successivi, pur se in presenza di guerre all’estero e di carestie, la situazione economica in Inghilterra migliorò sensibilmente. La popolazione era a metà del ‘300 di circa 4 milioni. Parallelamente si era verificata una grandiosa trasformazione sociale: la commutazione dei servizi di villanato in pagamenti in contanti, dovuta all’estendersi dell’economia monetaria, accelerata dalle continue tassazioni. La spinta principale venne dall’interesse del feudatario più che dalla pressione del contadino, e nella prima metà del ‘300 già circa metà dei servigi si calcola fossero stati commutati; si badi però che ciò non significò all’immediato la liberazione dalla servitù della gleba, poiché il padrone poteva sempre esigere il servigio invece dell’affitto. Ma la condizione giuridica del villano, che restava sempre fortemente oppresso, stava lentamente migliorando.
La peste (la Morte Nera) risultò in un’accelerazione del processo. La popolazione passò in pochi decenni da 4 a 2 milioni e mezzo, e solo nel ‘500 tornò a superare 4 milioni. Molte terre furono abbandonate, i prezzi crollarono, nel paese aumentò l’anarchia. Una prima conseguenza fu che i proprietari ingaggiavano per il lavoro dei campi chiunque si presentasse, e i salari per la prima volta dopo secoli lievitarono notevolmente (anche di 2-3 volte). Diminuzione dei prezzi, contrazione della produzione, alti salari, portarono ad un crollo della rendita fondiaria: la terra non rendeva più ai proprietari – nobili, cavalieri, alto clero, abbazie, ecc. – e questi cercarono di rimediare alienando le terre, così facendo aumentare la classe dei piccoli proprietari e contribuendo al dissolvimento del feudalismo, oppure tentando di tornare indietro verso il feudalismo classico, il che riuscì soltanto a provocare ribellioni culminate nell’insurrezione del 1381.
Una prima reazione fu la promulgazione da parte del Parlamento dello Statuto dei Lavoratori (1351), in piena peste, nel quale si ordinava che nessuno potesse rifiutarsi di lavorare per i salari del 1347 (prima della Morte Nera). Si tratta del primo esempio di un intervento statale per fissare i salari, esempio che sarà seguito anche in altri paesi, e che in Inghilterra si ripeterà fino ai primi dell’800: si fissano i salari, ma non i prezzi.
Ma le leggi, se non sostenute da una forza effettiva almeno pari a quella contro la quale sono emanate, restano pezzi di carta. Così, anche se era prevista la marchiatura a fuoco per i trasgressori (naturalmente per chi riceveva il salario, non per chi lo pagava), le condizioni dei lavoratori migliorarono notevolmente; non solo: richiesti con offerte sempre più vantaggiose, divennero coscienti del loro peso economico nella società, mentre la pertinacia con la quale i padroni cercavano di non migliorare le loro condizioni cominciò a mettere in evidenza come la società fosse divisa in strati orizzontali, le classi, caratterizzate da interessi contrapposti. Da questa nuova situazione ebbero origine le prime associazioni di lavoratori (combinations), anch’esse, a maggior ragione, combattute da tutti gli Statuti.
La forza acquisita dalle classi subalterne fu ben visibile quando nel 1381 ebbe luogo una rivolta che vide Londra occupata da migliaia di insorti, ribellatisi contro una ennesima tassazione; la rivolta fu domata, ma la prontezza con la quale gli insorti si riunirono, la decisione con cui si mossero, il programma di riforme che avevano elaborato, tutto testimonia come la situazione sociale in Inghilterra stesse entrando a grandi passi nel mondo moderno.
È in questa occasione che le prime manifestazioni di eresia comunistica (lollardi) si manifestano negli strati più bassi del clero, fenomeno d’altronde non solo inglese. I lollardi resteranno, emarginati, per lungo tempo nella società inglese, e le loro dottrine, rese meno rivoluzionarie, asservite agli interessi borghesi, torneranno in auge con lo scisma prima, con il puritanesimo poi. L’avversione verso l’ingerenza del Papa negli affari inglesi è invece a quest’epoca già fatta propria dal re e dalla nobiltà a lui vicina. Negli anni successivi lollardismo significherà soprattutto movimento di pensiero per la laicizzazione dei beni ecclesiastici, che avrà quindi molti simpatizzanti tra la nascente borghesia, mentre il clero cattolico cercherà inutilmente di ridurlo al silenzio.
3. L’accumulazione originaria: nelle campagne
Il Quattrocento fu il secolo della dinastia Lancaster e della Guerra delle Due Rose; il risultato finale delle lotte intestine che insanguinarono l’Inghilterra fu l’affermarsi di una terza dinastia, la Tudor, che governerà il paese per tutto il Cinquecento.
In questi due secoli altri avvenimenti, i cui risultati furono ben più duraturi, si verificarono; il più importante di questi fu la grande rivoluzione agraria. Ecco come Engels, in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza riassume il processo:
«Fortunatamente per l’Inghilterra i vecchi signori feudali si erano massacrati reciprocamente durante la Guerra delle Due Rose. I loro successori, quantunque generalmente rampolli delle stesse vecchie famiglie, discendevano da linee collaterali così lontane che costituivano uno strato sociale completamente nuovo, con abitudini e tendenze molto più borghesi che feudali. Essi conoscevano perfettamente il valore del denaro, ed incominciarono immediatamente ad aumentare i loro introiti, espellendo centinaia di piccoli fittavoli e sostituendoli con le pecore. Enrico VIII, dissipando in donazioni e prodigalità le terre della Chiesa, creò una legione di nuovi grandi proprietari borghesi; allo stesso risultato portarono le innumerevoli confische di grandi domini, che si cedevano poi a piccoli o grandi nuovi venuti, continuate dopo di lui fino alla fine del XVII secolo. Per conseguenza a partire da Enrico VII, l’aristocrazia inglese non pensò affatto ad ostacolare lo sviluppo della produzione industriale ma cercò di ritrarne un beneficio. Allo stesso modo non è mai mancata una parte dei proprietari fondiari disposta, per ragioni economiche e politiche, a collaborare con i capi della borghesia industriale e finanziaria».
Lo scisma religioso verificatosi sotto Enrico VIII ebbe in realtà un significato teologico trascurabile, in quanto le differenze tra le due Chiese rimasero sottili e superficiali, se si esclude il fondamentale rifiuto dell’autorità papale; il suo significato economico fu invece profondo, sia per l’accelerazione del processo di formazione della borghesia terriera, sia per il definitivo affossamento del feudalesimo, del quale gli alti prelati erano parte integrante. La Chiesa ormai aveva perso il suo potere economico e politico, e non lo riacquisterà più; l’avversione dei secoli successivi verso il cattolicesimo sarà causata dal terrore della sorgente borghesia verso un’inversione di tendenza nel processo economico e quindi politico.
Nel capitolo del Capitale sulla Accumulazione originaria Marx ci offre un quadro analitico delle trasformazioni economiche occorse in quel periodo in Inghilterra:
«Nell’ultima parte del secolo XIV in Inghilterra la servitù della gleba era di fatto scomparsa. L’enorme maggioranza della popolazione consisteva allora, e ancor più nel secolo XV, di liberi coltivatori diretti, sotto qualunque blasone feudale la loro proprietà potesse nascondersi. Sui maggiori fondi signorili, il bailiff (castaldo), un tempo anch’egli servo della gleba, era stato soppiantato dal libero fittavolo. Gli operai salariati dell’agricoltura consistevano in parte di contadini che impegnavano il loro tempo libero lavorando presso grandi proprietari fondiari, in parte di una classe indipendente, poco numerosa relativamente e in assoluto, di veri e propri salariati. Di fatto anche questi erano nello stesso tempo piccoli contadini indipendenti, perché oltre al salario ricevevano 4 o più acri di terreno coltivabile e un cottage. Inoltre, partecipavano coi veri e propri contadini all’usufrutto delle terre comuni sulle quali il loro bestiame pascolava e che fornivano loro il combustibile: legna, torba, ecc. In tutti i paesi d’Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla ripartizione del suolo fra il maggior numero possibile di vassalli.
«La potenza del signore feudale, come quella di ogni sovrano, poggiava non sulla lunghezza del suo registro delle rendite, ma sul numero dei sudditi, e questo dipendeva dal numero dei piccoli coltivatori indipendenti. Perciò, benché dopo la conquista normanna il suolo inglese fosse diviso in gigantesche baronie, ognuna delle quali spesso includeva 900 antiche signorie anglosassoni, esso era disseminato di piccole aziende contadine solo qua e là interrotte da vasti fondi signorili. Tale stato di fatto, unito alla contemporanea fioritura della città, che contraddistingue il secolo XV, permetteva la ricchezza popolare (…) ma escludeva la ricchezza capitalistica.
«I primi albori del rivolgimento che creò la base del modo di produzione capitalistico si hanno nell’ultimo terzo del secolo XV e nei primi decenni del XVI. Lo scioglimento dei seguiti feudali (…) gettò sul mercato del lavoro una massa di proletari senza terra e dimora. Benché il potere regio, esso stesso un prodotto dello sviluppo della borghesia, nei suoi sforzi per conseguire la sovranità assoluta accelerasse con la forza lo scioglimento di questi seguiti, non ne fu l’unica causa.
«È vero piuttosto che, nel più tracotante antagonismo con la monarchia e il parlamento, il grande signore feudale creò un proletariato incomparabilmente più numeroso, scacciando con la violenza i contadini dal suolo sul quale avevano il medesimo titolo di diritto feudale, ed usurpandone le terre comuni. A questi sviluppi in Inghilterra diedero impulso immediato principalmente la fioritura della manifattura laniera nelle Fiandre e il conseguente aumento dei prezzi della lana. Le grandi guerre feudali avevano inghiottito la vecchia nobiltà feudale; la nuova era figlia del proprio tempo, che vedeva nel denaro il potere di tutti i poteri. Trasformazione degli arativi in pascoli per ovini fu, quindi, la sua parola d’ordine (…) Le abitazioni dei contadini e i cottages dei lavoratori vennero forzosamente abbattuti, o abbandonati a lenta rovina (…) Dalla sua età dell’oro la classe lavoratrice inglese precipitò senza interruzione nell’età del ferro. Nella sua Utopia, Tommaso Moro parla dello strano paese, dove le “pecore (…) son diventate così fameliche da divorarsi anche gli uomini”.
«Ciò che il sistema capitalistico esigeva era la condizione servile delle grandi masse, la loro trasformazione in salariati, e la trasformazione dei loro mezzi di lavoro in capitale (…) Il processo di espropriazione violenta della massa del popolo ricevette un nuovo terribile impulso nel secolo XVI dalla Riforma e, in seguito a questa, dal colossale furto dei beni ecclesiastici. Ai tempi della Riforma, la Chiesa cattolica era proprietaria feudale di gran parte del suolo inglese. Le soppressioni dei conventi ecc. gettò i loro abitanti nel proletariato: i beni ecclesiastici vennero in larga misura donati a rapaci favoriti regi o venduti a prezzi irrisori a fittavoli e cittadini speculatori, che ne cacciarono in massa gli antichi subaffittuari ereditari e ne riunirono i poderi. La proprietà di una parte delle decime, garantita per legge ad agricoltori impoveriti, venne tacitamente confiscata. Pauper ubique jacet, esclamò la regina Elisabetta dopo un viaggio attraverso l’Inghilterra».
Fu necessario istituire un meccanismo di assistenza ai poveri che rimase una caratteristica costante del capitalismo inglese e che da solo svergogna qualsiasi pretesa di pacifica e progressiva evoluzione dello stesso capitalismo. Vale la pena di ricordare che al tempo vi furono proposte per la reintroduzione della schiavitù allo scopo di eliminare la piaga del pauperismo.
«Era impossibile che gli uomini cacciati dalla terra con lo scioglimento dei seguiti feudali e un’espropriazione violenta attuata a sbalzi, che questi proletari senza terra e dimora, fossero assorbiti dalla nascente manifattura con la stessa rapidità con la quale venivano al mondo. D’altra parte, gli uomini improvvisamente scardinati dall’orbita consuetudinaria della loro vita non potevano adattarsi con altrettanta prontezza alla disciplina della nuova condizione; si trasformarono in massa di mendicanti, in predoni, in vagabondi, sia per inclinazione, sia, nella maggior parte dei casi, sotto la pressione delle circostanze.
«Di qui, alla fine del secolo XV e per tutto il secolo XVI, in tutta l’Europa occidentale, una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia vennero in primo tempo castigati per la conversione loro imposta in vagabondi e paupers. La legislazione li trattò come delinquenti volontari e presuppose che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare o meno a lavorare nelle antiche e non più esistenti condizioni di vita (…) Così il contadiname espropriato con la forza, scacciato dal suolo e reso vagabondo, fu costretto con leggi fra il grottesco e il terroristico, frustandolo, marchiandolo a fuoco, torturandolo, a sottostare alla disciplina necessaria al sistema del lavoro salariato.
«Non basta che le condizioni di lavoro si presentino a un polo come capitale, e all’altro come uomini che non hanno nulla da vendere fuorché la propria forza lavoro. Non basta neppure costringerli a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica si diffonde, si sviluppa una classe operaia che, per educazione, tradizione ed abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione. L’organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato infrange ogni resistenza; la costante produzione di una sovrappopolazione relativa mantiene la legge della domanda e dell’offerta di lavoro, e perciò il salario, entro confini rispondenti ai bisogni di valorizzazione del capitale; la muta pressione dei rapporti economici suggella il dominio del capitalista sull’operaio.
«Alla violenza diretta, extraeconomica, si ricorre pur sempre, è vero; ma solo in casi eccezionali. Per lo stato ordinario delle cose l’operaio può rimanere affidato alle “leggi di natura della produzione”, cioè alla sua dipendenza, nascente dalle stesse condizioni della produzione e da queste garantita ed eternata, dal capitale. Non così durante la genesi storica della produzione capitalistica. La borghesia in ascesa ha bisogno e fa uso del potere statale per “regolare” il salario, cioè per costringerlo entro i limiti convenienti alla caccia al profitto, per prolungare la giornata lavorativa e mantenere lo stesso operaio in un grado di dipendenza normale. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria».
Il processo di allontanamento dei contadini dalla terra non fu comunque privo di incertezze e di arresti; lo stesso potere statale si trovò costretto molte volte a tentare di arginare, con leggi comunque inefficaci, il dilagare del movimento per le enclosures. Ma la borghesia si rafforzò nel ‘500 proprio nel tentativo, riuscito, di imporre la sua volontà sull’esecutivo. Solo durante il regno di Enrico VIII furono giustiziati 72.000 vagabondi. Sotto i suoi successori si ripeterono rivolte contadine, delle quali la più importante ebbe luogo nel 1549, sotto la guida di un conciapelli del Norfolk, Robert Ket. Prima di essere sconfitto, il movimento era riuscito ad organizzare un piccolo esercito che inflisse severe batoste agli eserciti regi. Le rivendicazioni degli insorti erano moderate, ma non certo ispirate dai cattolici: si chiedevano affitti onesti e, fra l’altro, che i preti non potessero acquistare terra.
Le rivolte continuarono anche sotto il regno di Elisabetta (1558-1603), ma il diretto potere statale e le squadracce di lords e signorotti ne ebbero sempre ragione.
Evoluzione e dinamica della forma sindacale
Rapporto esposto alla riunione generale del 6-7 maggio 1978 [RG11]
Nel succedersi dei grandi cicli storici seguiti al vittorioso affermarsi della borghesia dopo la rivoluzione del 1789 le forme di associazione economica del proletariato hanno subito vicissitudini varie passando dalla aperta negazione da parte dello Stato borghese, al riconoscimento legale e al tentativo di conquista dall’interno, fino al sindacato unico statale, coatto.
Lo svolgersi di questa dinamica delle forme sindacali ha condotto nelle varie epoche a risultati diversi, talvolta contraddittori (ad esempio le stesse organizzazioni che nel 1914 furono utilizzate dalla borghesia per portare il proletariato alla guerra, servirono poi al proletariato stesso per la mobilitazione anticapitalistica, divenendo, in molti casi, vere e proprie “cittadelle rosse”).
La storia del movimento sindacale va perciò letta in senso dinamico e non formalistico e il succedersi delle varie forme di organizzazione operaia non può essere attribuito ad una “spontanea evoluzione” di esse in un senso o nell’altro. È l’esito favorevole o sfavorevole della lotta di classe che ha determinato il prevalere dell’una o dell’altra forma di inquadramento sindacale e questo non è che uno degli aspetti della lotta tra proletariato e borghesia. Quest’ultima nel primo dopoguerra riuscì a imporre le proprie forme di organizzazione sindacale, legate alla solidarietà nazionale, solo dopo la sconfitta dell’assalto rivoluzionario in occidente, la distruzione delle gloriose Camere del lavoro, la degenerazione della III Internazionale.
Secondo il nostro tradizionale schema, vediamo il succedersi nelle grandi aree geopolitiche di cicli storici che non ammettono ritorni indietro e nei quali lo scontro tra le classi si risolve in linee di tendenza determinate dallo sviluppo delle forze produttive, dall’esito delle precedenti battaglie, dai rapporti di forza tra le classi.
1848-1871 Fase liberista: divieto
Finite le guerre nazionali nell’Europa occidentale, il proletariato, prima inquadrato nel fronte borghese antifeudale, si manifesta per la prima volta come classe autonoma rispetto alla borghesia e alla piccola borghesia con proprie rivendicazioni e proprie organizzazioni. Siamo nell’epoca liberistica della borghesia la quale, ancora divisa nelle sue varie frazioni: proprietà fondiaria, borghesia industriale e finanziaria, risolve i propri contrasti interni nel parlamento che è allora organo essenziale per il funzionamento della macchina statale.
Scioperi e organizzazioni operaie sono proibiti per legge e questo dà alle lotte economiche un carattere immediatamente politico perché la difesa del pane non può essere attuata se non scontrandosi contro l’apparato statale borghese. Per la stessa ragione il sorgere degli organismi economici operai va di pari passo con lo svilupparsi del partito di classe, la Prima Internazionale, ed è a questa collegato con mille fili. Alla fine del ciclo c’è la repressione del proletariato parigino ad opera delle borghesie francese e prussiana unite, che segnerà la chiusura per tutta l’Europa Occidentale delle guerre nazionali. Dopo la Comune di Parigi si avrà anche la definitiva separazione della tendenza anarchica da quella marxista, che fino ad allora convivevano nella Internazionale e la separazione da questa delle potenti Trade Unions inglesi, che preannunciano già una tendenza alla chiusura corporativa e alla subordinazione ad indirizzi conservatori borghesi.
Il ciclo si chiude con un risultato definitivamente fissato per il proletariato europeo: il movimento economico e l’organizzazione degli operai appare ormai ineliminabile alla stessa borghesia ed essa non si proporrà più la sua distruzione, ma il suo influenzamento e il suo distacco dall’indirizzo rivoluzionario.
1871-1914 Fase di espansione: assoggettamento
È il periodo di sviluppo “pacifico” della borghesia e dell’estendersi del modo di produzione capitalistico alla scala mondiale. L’espansione economica produce la crescita numerica e la concentrazione sempre maggiore del proletariato le cui organizzazioni si espandono e si rafforzano. Lo svilupparsi delle organizzazioni operaie procede di pari passo col risorgere del partito di classe, la Seconda Internazionale, che le incoraggia e le potenzia. In Italia in particolare, questo processo si svolge in ritardo rispetto agli altri paesi, e la nascita delle leghe proletarie ai primi del ‘900 è strettamente connessa al sorgere del Partito Socialista con il quale manterranno sempre strettissimi legami.
La borghesia non può più tentare la distruzione fisica delle organizzazioni del proletariato ed è costretta a riconoscerne l’esistenza, contraddicendo la sua dottrina liberale. Essa crea però propri sindacati bianchi e gialli contrapposti ai sindacati rossi legati al Partito. Parallelamente tenta di influenzare le organizzazioni operaie dall’interno, attraverso le tendenze riformiste e revisioniste.
Queste tendenze trovano la loro base materiale negli strati di aristocrazie operaie che il capitalismo ha potuto creare grazie alle conquiste coloniali e allo sfruttamento bestiale del proletariato e del contadiname dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. È grazie ai proventi di questo sfruttamento che il capitale ha potuto, gettando loro qualche briciola, corrompere vasti strati del proletariato europeo dando forza alle tendenze revisioniste, pacifiste, legalitarie. Un lungo periodo di floridezza economica e di espansione sembra aver allontanato per sempre la catastrofe economica e sociale avvalorando le tesi dei revisori e dei negatori della dottrina marxista.
In seno ai sindacati tali tendenze si manifestano con la rivendicazione della neutralità sindacale, cioè della indipendenza rispetto al partito di classe e di una pretesa autonomia degli organismi sindacali che altro non significa se non sottrarli alla influenza del partito comunista per assoggettarli all’indirizzo borghese.
Le tendenze revisioniste e riformiste, sempre contrastate dal marxismo rivoluzionario, si sviluppano progressivamente fino a divenire, alla vigilia della guerra, dominanti in tutti i partiti della Seconda Internazionale.
Lo scoppio della guerra mondiale fa precipitare la situazione: in tutta Europa, i partiti della Seconda Internazionale – fatta eccezione per il PSI che mantenne l’ambigua formula “né aderire, né sabotare” – passano direttamente nel campo borghese ed è solo grazie al loro aiuto che la borghesia riesce a portare il proletariato di tutti i paesi a scannarsi sui fronti di guerra. Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali e con la loro utilizzazione per la mobilitazione patriottica dei lavoratori. È una grande vittoria per la borghesia.
1914-1926 Parabola rivoluzionaria: la cinghia di trasmissione
Solo piccole minoranze all’interno dei partiti socialisti rimangono su posizioni coerentemente rivoluzionarie. I primi due anni di guerra sono caratterizzati in tutti i paesi dalla assenza di lotte proletarie. Ma le condizioni di vita create dalla guerra, le sofferenze, i massacri, le privazioni rimettono ben presto in moto il proletariato. Si hanno le prime manifestazioni contro la guerra, per la pace, per il pane, al fronte come nelle retrovie. Alla pressione delle condizioni economiche si accompagna la vivacità di una tradizione recente di lotta di classe che il tradimento della socialdemocrazia ha potuto solo offuscare ma non spegnere.
Il 1917 in Russia rafforza e stimola enormemente le lotte del proletariato in Europa Occidentale, rafforza altresì le ali rivoluzionarie all’interno dei vecchi partiti. Alla fine della guerra e nell’ultimo periodo di essa lo slancio del proletariato europeo è enorme e le lotte non si fermano alla difesa economica, ma raggiungono il culmine di organizzazione e di lotta armata contro lo Stato. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, le varie borghesie sono costrette a concludere frettolosamente la pace per evitare che l’ondata rivoluzionaria dilaghi dopo l’esempio russo. In Germania, alla fine del 1918, il movimento dei soviet e le insurrezioni si succedono senza però incontrarsi con un partito politico coerentemente rivoluzionario e si spezzano nel gennaio 1919 in una sanguinosa sconfitta.
Passata la guerra, nel biennio 1919-1920, la repressione delle masse proletarie raggiunge in tutta Europa la massima intensità. Gli operai rispondono immediatamente con la lotta alla crisi economica che segue in tutti i paesi gli anni di guerra. Formidabili scioperi si susseguono in tutte le categorie. Per condurre questa lotta in difesa delle proprie condizioni materiali si dimostrano ancora utilizzabili i vecchi sindacati anche se la loro direzione è nelle mani dei riformisti. In Italia la CGL si gonfia a dismisura passando in breve tempo (1918-1920) da 249.039 a 2.150.000 iscritti. Parallelamente sorgono sui posti di lavoro, per necessità della lotta immediata, i consigli di fabbrica. L’afflusso di queste masse enormi nei vecchi sindacati, che ancora mantengono una struttura operaia, vi apporta una ventata di entusiasmo classista, di sano odio contro i padroni e le loro istituzioni trasformandoli in molti casi in vere e proprie cittadelle rosse. La borghesia attende, affidandosi all’opera dei riformisti, la piccola borghesia è intimorita e quindi oscilla dalla parte del proletariato: è significativo il fatto che durante gli scioperi i bottegai portino le chiavi dei loro negozi alla Camera del Lavoro ed aprono agli scioperanti un credito illimitato perché possano sfamarsi. La forza è dalla parte dei lavoratori e quindi il “consenso dell’opinione pubblica” non può mancare: è una lezione da non dimenticare.
I bonzi opportunisti cercano con ogni mezzo di limitare l’accesso alle organizzazioni sindacali, di frenare le lotte, di mantenerle nel quadro dell’ordine borghese. Si accende subito all’interno dei sindacati una feroce lotta contro la direzione opportunista.
I comunisti sono al proprio posto in questa battaglia, denunciano al proletariato l’opera disfattista della centrale della Confederazione e muovono alla conquista della direzione dei sindacati, cercando di espellerne i capi traditori.
Nel 1920 il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista dettava le sue tesi “Sui sindacati e sui consigli di fabbrica”. Due visioni deformi vengono in esse combattute: quella kapedeista, negatrice del sindacato, secondo la quale gli operai rivoluzionari dovrebbero staccarsi e organizzarsi separatamente dalla grande maggioranza del proletariato, e quella consiliarista che vedeva nei consigli di fabbrica, organi contingenti di lotta, la forma finalmente scoperta che avrebbe sostituito i vecchi sindacati. Le tesi stabiliscono che i comunisti hanno il compito di penetrare all’interno delle organizzazioni operaie per conquistarne la direzione dimostrando che l’indirizzo pratico del partito è il più efficace per la difesa del pane e farle divenire cinghia di trasmissione, tra il Partito e le masse proletarie, dell’indirizzo rivoluzionario.
In tutta l’Europa occidentale i marxisti rivoluzionari si separano per sempre dai socialdemocratici. Sorgono i partiti comunisti sezioni della Terza Internazionale, spesso deboli, difettosi ma con una larga influenza sul proletariato. Alla centrale sindacale gialla di Amsterdam si contrappone l’Internazionale dei sindacati rossi di Mosca che ha dichiarato guerra alle classi ricche e chiama i proletari di tutto il mondo alla lotta di classe senza quartiere.
All’ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, il capitalismo risponde in Italia e Germania con la reazione fascista e con il tradimento dei capi riformisti. Mentre le bande fasciste e le forze regolari dello Stato attaccano le Camere del Lavoro e perseguitano i proletari più decisi, trovando una valida resistenza solo nelle milizie operaie organizzate dal Partito Comunista d’Italia, i capi del PSI e della CGL disarmano il proletariato impedendogli di reagire, spezzando gli scioperi, cercando di portarlo sul terreno della solidarietà nazionale anziché su quello della lotta di classe. Senza l’azione di tradimento dei socialdemocratici, le bande fasciste non avrebbero mai avuto la forza di attaccare le organizzazioni rosse, tanto che gli operai, sebbene semi-disarmati, seppero dare a quelle memorabili lezioni.
Solo il Partito Comunista si schierò con tutte le sue forze in difesa delle organizzazioni di classe che, anche se dirette da agenti della borghesia, erano ancora un valido strumento per le masse proletarie. L’ultimo episodio della reazione di classe si ebbe con lo sciopero generale dell’agosto 1922 indetto dalla Alleanza del Lavoro (la quale, sorta per iniziativa comunista, avrebbe dovuto costituire un fronte delle forze proletarie contro l’offensiva borghese). Lo sciopero fu sabotato dai capi riformisti della Confederazione e da quelli anarchici dell’USI, che nel pieno dell’azione dettero l’ordine di ritirata. Dopo questa sconfitta le forze borghesi hanno praticamente via libera e prendono il sopravvento, sempre validamente contrastate dalle forze organizzate dal Partito Comunista che cercheranno di salvare il salvabile, non cedendo mai un palmo di terreno senza combattere. Ma saranno ancora una volta i traditori a dare al proletariato il “colpo alla nuca”: nel 1926 i dirigenti della CGL ne dichiararono lo scioglimento demoralizzando quei proletari che ancora si battevano sul fronte dei sindacati rossi.
Nell’Internazionale intanto, in seguito alla sconfitta della rivoluzione nell’occidente, prendono il sopravvento le forze della controrivoluzione: lo stalinismo. Partendo da deviazioni nel campo tattico (nella speranza di rovesciare i rapporti di forza ormai sfavorevoli) si arrivò a stravolgere gli stessi principi e le finalità del Partito Comunista Mondiale che divenne uno strumento nelle mani dello Stato russo. Solo la Sinistra Italiana e l’opposizione russa guidata da Trotski si opposero alla degenerazione staliniana. Lo stesso processo si svolse in tutti i paesi e i sedicenti partiti comunisti legati a Mosca conservarono le stesse insegne ma passarono nel campo nemico abbandonando il programma rivoluzionario per porsi al servizio dei vari interessi nazionali.
Fase del totalitarismo statale: sindacati di Stato
a) 1926-1945 periodo fascista
La crisi del 1929 passò senza che si verificasse nessuna ondata rivoluzionaria e la borghesia poté poi risolvere le sue contraddizioni con la seconda guerra mondiale, macello per milioni di proletari, che vide quella che era stata la gloriosa repubblica dei Soviet prima alleata dell’imperialismo tedesco, poi al fianco dell’imperialismo americano nel nome della democrazia. Ben diverso era stato l’atteggiamento dei veri comunisti nel primo conflitto mondiale: guerra alla guerra, no alla solidarietà nazionale, trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe!
Finita l’ondata rivoluzionaria, distrutto il Partito Comunista Mondiale, la borghesia può tranquillamente, senza ostacoli attuare il suo piano di inquadramento sindacale degli operai: essi non hanno più il loro partito, non si considerano più una classe legata internazionalmente e contrapposta alle altre classi, ma un “fattore della produzione”, una componente del popolo, della Nazione, che assieme al Capitale contribuisce al bene e alla prosperità della Patria. Nella concezione fascista il salario deve essere sì difeso, ma solo se ciò non arreca danno alla economia nazionale; conflitti vi possono essere ma al di sopra di questi vale per tutti l’imperativo della solidarietà nazionale. È il programma riformista che la borghesia, unificata nel suo partito fascista, tenta di realizzare praticamente.
Tutto il proletariato viene obbligatoriamente inquadrato in sindacati che sono a tutti gli effetti organi dello Stato; la borghesia non può più sopportare l’esistenza di sindacati liberi anche se a direzione non rivoluzionaria. La Camera delle Corporazioni riunisce i rappresentanti dei vari “fattori produttivi” (oggi si direbbe “parti sociali”): industriali e pretesi rappresentanti operai che, sotto la supervisione dello Stato, dirimono le eventuali controversie.
Parallelamente lo Stato vara dall’alto una serie di misure previdenziali e assistenziali volte a disciplinare lo sfruttamento della mano d’opera, a garantire la produzione, a prevenire azioni di classe: queste misure non sono altro che le riforme, bandiera di sempre dei socialdemocratici.
Contemporaneamente lo Stato si evolve in senso totalitario. La borghesia non ha più bisogno del parlamento ed elimina le forme della democrazia elettiva perfezionando la sua macchina statale che si delinea sempre più come un gigantesco apparato amministrativo-burocratico-militare che ditta su tutti i settori della società. Massima centralizzazione, partito unico, predominio assoluto dell’esecutivo, tentativo di pianificare e regolamentare ogni settore della vita economica e sociale.
Questo processo corrisponde all’evolversi dell’economia in senso monopolistico. Il contrasto tra le varie fazioni della borghesia si è da tempo definitivamente risolto a favore del capitale finanziario che ora domina incontrastato. Tutta l’economia è in mano alle grandi holdings finanziarie che, in ogni settore produttivo, operano in regime di monopolio. Lo Stato stesso interviene massicciamente nell’economia e in Italia in particolare è il capitalista più forte.
L’ottocentesco padrone delle ferriere cede progressivamente il posto al manager statale stipendiato di lusso, al finanziere, all’anonima società per azioni.
Il capitale monopolistico ha bisogno di un rigido controllo del mercato della mano d’opera, di condizioni uniformi su tutto il territorio nazionale, di contratti nazionali di lavoro validi ovunque e rispettati: ecco perché deve assolutamente affossare il sindacalismo classista e inquadrare tutti i lavoratori salariati nei sindacati di Stato.
Questo processo, nei paesi a capitalismo più forte quali Francia, Inghilterra, Stati Uniti d’America, dove non vi fu un forte partito rivoluzionario, si svolge pacificamente e la borghesia può mantenere le forme della democrazia elettiva e sindacati ad adesione formalmente libera e volontaria. Si realizza cioè lo stesso processo: accentramento della macchina statale, sottomissione del proletariato alla solidarietà nazionale, senza bisogno di ricorrere alla dittatura aperta. Tutte le forze politiche si sottomettono spontaneamente allo Stato, la classe operaia, corrotta dalle misure assistenziali tipo New Deal americano (riprese dal fascismo italiano), si lascia condurre tranquillamente alla guerra e in essa si afferma la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero se questo indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, pace eterna fra lavoro e capitale. È il sindacalismo fascista mascherato, che si affermerà anche in Italia e in Germania nel secondo dopoguerra e che il nostro partito definirà: “sindacalismo tricolore”.
b) 1945 periodo post-fascista: Il sindacalismo tricolore
Vinta la guerra gli alleati, che hanno trascinato la classe operaia a farsi scannare nel nome della democrazia, per la “libertà” contro la dittatura fascista, impongono alle vinte Italia e Germania il ripristino delle forme democratiche: libere elezioni, parlamento. In campo sindacale i partiti già precedentemente uniti nel CLN costituiscono dall’alto una centrale sindacale che si chiamerà Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Ma le tendenze che hanno portato all’affermarsi del fascismo come metodo di governo della macchina statale borghese non solo permangono, ma si accentuano sempre più. Grandi imperi finanziari, massiccio intervento statale e tentativi di pianificare l’economia, rafforzamento dell’apparato repressivo statale, predominio assoluto dell’esecutivo sul legislativo. Il parlamento è ormai ridotto ad uno “specchietto per le allodole”: serve solo a far credere agli operai che lo Stato è anche il loro Stato poiché essi sono liberi di eleggere i propri rappresentanti. Sono gli stessi opportunisti di oggi a confermare implicitamente questi fatti quando lamentano il ricorso quasi esclusivo ai decreti legge, il permanere delle leggi fasciste, ecc.
I partiti cosiddetti antifascisti non sono in realtà che un unico partito, essendosi tutti quanti sottomessi allo Stato che oggi giustamente li finanzia. I sindacati formalmente liberi formati nel secondo dopoguerra sono i continuatori del sindacato statale fascista, sono “cuciti sul modello Mussolini”. La loro funzione è infatti è quella di tenere la classe operaia inchiodata alla solidarietà nazionale, di impedire che essa si muova sul terreno di classe, di far sì che gli operai non si sentano una classe separata ma una “componente della nazione”. Questo è il sindacalismo che il Partito ha chiamato “tricolore”.
Esso tende ineluttabilmente verso l’inquadramento aperto nell’apparato statale. La legge dello Stato prevede infatti per i sindacati il riconoscimento giuridico, cioè la loro istituzionalizzazione e in questo essi hanno compiuto numerosi passi come l’istituzione della delega, cioè del metodo di riscossione delle quote attraverso gli uffici statali e padronali (metodo di un’organizzazione che ha di fatto firmato la pace sociale e ha rinunciato per sempre alla lotta di classe), e la prassi progressivamente affermatasi di risolvere le controversie attorno al tavolo delle trattative, sotto l’alto patrocinio dello Stato, partendo non dalle esigenze dei lavoratori ma da quelle dell’economia nazionale.
Per mezzo dei sindacati tricolore la borghesia italiana ha potuto ricostruire sulla pelle del proletariato il proprio apparato produttivo distrutto dalla guerra, riaffacciarsi sul mercato mondiale, realizzare profitti immensi, arricchirsi smisuratamente con il bestiale sfruttamento della mano d’opera. Che cosa ci ha guadagnato la classe operaia? Dieci anni di briciole, di effimero benessere e poi di nuovo – con la crisi – disoccupazione, sacrifici, fame.
Spinti dalla pressione operaia i sindacati tricolore sono costretti anche ad indire scioperi: essi lo fanno però in modo tale che queste azioni risultino delle semplici dimostrazioni, proteste formali, non mai delle vere battaglie di classe. Essi sabotano qualsiasi rivendicazione, qualsiasi lotta che metta in pericolo l’ordine capitalistico. Come i sindacati fascisti essi si muovono: “suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato” e la loro specifica funzione è quella di “togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo”.
La Confederazione Generale del Lavoro del 1921, anche se diretta dai riformisti, era un sindacato di classe anticapitalista, un’organizzazione squisitamente operaia sorta dalla lotta, che il proletariato poteva utilizzare per la propria difesa contro il padronato e contro gli stessi dirigenti traditori. Sul suo statuto si leggeva:
«Articolo 1) È costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro (…)
«Art. 2) La Confederazione è costituita: a) da tutte le federazioni nazionali di industria e di professione, che hanno funzioni di resistenza e che sono sulla direttiva della lotta di classe (…) b) da tutte le Camere del Lavoro che si attengono ai compiti generali ed integratori della resistenza loro propri, che sono sulla direttiva della lotta di classe».
L’Articolo 3) così stabiliva le funzioni della Confederazione «(…) la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al disopra di qualsiasi distinzione politica (…) perché ogni attrito parziale fra capitale e lavoro venga risolto nel senso più favorevole alla classe lavoratrice, ed ogni movimento generale, determinato dalla acutizzazione della lotta di classe, venga indirizzato a scopi pratici».
Nella “Carta del Lavoro” Fascista si leggeva:
«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la Nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del lavoro, ma tutta la politica fascista (…) L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori per cui è costituito; di tutelarne di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, d’imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate d’interesse pubblico (…)
«Nel contratto collettivo di lavoro, trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione. Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considerano più come nemici, ma come cordiali collaboratori nel comune intento di migliorare la produzione».
L’Articolo 1) dello Statuto della Confederazione Generale Italiana del lavoro afferma:
«La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) è una organizzazione nazionale di lavoratori. Essa organizza i lavoratori che – indipendentemente da ogni opinione politica, convinzione ideologica o fede religiosa e di appartenenza a qualsiasi gruppo etnico – accettando e praticando i principi del proprio Statuto, considerano la fedeltà alla libertà e alla democrazia fondamento permanente della attività sindacale (…)
«La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la Costituzione della Repubblica Italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate».
E nella Costituzione si dice appunto che:
«Articolo 39) L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
«È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
«Articolo 40) Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».
Il sindacalismo tricolore quindi non differisce nella sua politica da quello fascista.
I sindacati del secondo dopoguerra non sono tuttavia ancora organi dello Stato, ma tendono inevitabilmente a diventarlo e in questo senso hanno compiuto notevoli passi, quali l’introduzione della delega.
Il ristabilimento nel 1945 della adesione formalmente libera e volontaria al sindacato significa che la borghesia, grazie al PCI e al PSI, ha potuto legare a sé le masse sfruttate senza bisogno di ricorrere al sindacato di Stato coatto.
Facendo leva su una tradizione usurpata e sulla corruzione di consistenti aristocrazie operaie, i partiti opportunisti sono riusciti a legare le masse sfruttate al carro dell’economia borghese che ora, dopo dieci anni di “boom” le sta di nuovo spingendo nella stessa miseria del primo dopoguerra.
Ma come è irreversibile la tendenza della borghesia a imprigionare gli operai in sindacati di regime, così è irreversibile la crisi che porterà al crollo dell’economia capitalistica e con essa di tutte le conquiste che si credevano eterne, di tutti gli inganni democratici, di tutte le illusioni pacifiste.
Non resterà alle masse sfruttate altra alternativa che la lotta per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Da questa lotta, che si troverà contro tutte le centrali tricolore, tutti i partiti, tutto l’apparato statale, dovrà risorgere il Sindacato di classe.
Sindacato tricolore e sindacato di classe sono due termini antitetici; l’uno esclude l’altro. Gli operai dovranno rompere l’apparato che ora lega le proprie condizioni di esistenza alle vicende dell’economia del profitto per affermare con la forza il proprio diritto di vivere e di lavorare anche quando i profitti delle imprese diminuiscono.
La rinascita del sindacato di classe perciò dovrà avvenire contro l’attuale politica e struttura sindacale, contro la solidarietà nazionale, per la solidarietà tra tutti gli sfruttati contro le classi dominanti.
Il Partito e i Cobas
Le recenti vicende di lotte sindacali ci spingono a ribadire le nostre posizioni riguardo ai cobas e ai sindacati tricolore, al fine di diradare una confusione che, al di fuori del ristretto perimetro del partito, regna sovrana.
I comunisti non possono che vedere favorevolmente la ripresa di una lotta di classe che scavalchi i confini posti alle rivendicazioni dall’opportunismo dei sindacati ufficiali. Una delle caratteristiche che distinguono il partito da tutte le altre organizzazioni, comprese quelle che affermano di richiamarsi alla tradizione della sinistra comunista, è proprio il riconoscere la necessità del risorgere di organismi di difesa economica immediata del proletariato, senza i quali non sarà possibile alcuna prospettiva rivoluzionaria.
È di vecchia data la polemica del nostro partito con quanti, come i comunisti tedeschi del K.A.P.D. e i tribunisti olandesi, sostenevano la creazione di sindacati di soli comunisti e simpatizzanti, tramite l’uscita degli operai rivoluzionari dai sindacati controllati dagli opportunisti. Queste posizioni apparentemente radicali sono completamente al di fuori dalla prospettiva marxista basata sul materialismo dialettico e storico, e scaturiscono da concezioni idealistiche secondo le quali il proletariato sarebbe spinto alla lotta dal desiderio di realizzare l’ideale comunista: il carro della coscienza viene posto davanti ai buoi delle necessità fisiologiche. In merito non si scomodi Marx, basta l’illuminista Diderot: «Se i popoli sono felici sotto la loro forma di governo la conserveranno. Se sono infelici non saranno le mie opinioni né le vostre ma l’impossibilità di soffrire di più e più a lungo che li indurrà a cambiarla».
Il partito ha detto da sempre che le lotte di classe nascono dal bisogno di soddisfare necessità immediate di vita e che la coscienza di classe, senza la quale non si può propriamente parlare di classe, sta al termine del processo rivoluzionario e non all’inizio. È solo nel partito che si ha il rovesciamento della prassi e che troviamo la coscienza all’origine dell’azione.
I proletari militanti nel partito sono rimasti nella CGIL dall’immediato dopoguerra fino al 1975, non perché considerassero la CGI. un sindacato di classe, ma perché tale era considerata dalla quasi totalità degli operai combattivi che ad essa erano iscritti. In realtà non era già più un sindacato di classe diretto da opportunisti, come era la CGL del primo quarto del secolo, ma un sindacato ormai nazionale e patriottico, conseguenza della divisione del mondo tra un impero d’occidente con centro a Washington e un impero d’oriente con centro a Mosca, entrambi parti dell’impero mondiale del capitale e del profitto. I comunisti non potevano che lavorare in quel sindacato data la posizione comunista di sempre, che tende ad evitare la divisione tra gli organismi sindacali proletari, e a lavorare in qualsiasi sindacato, fosse pure reazionario, quando in esso vi siano dei proletari combattivi e quando in esso sia possibile organizzarsi come frazione sindacale e propagandare le posizioni del partito presso tutti i lavoratori, che nel fuoco della lotta potranno e sapranno scegliere tra queste posizioni e le altre.
Se i militanti del partito sono usciti dalla CGIL nel 1975 è perché ormai era così prossima a divenire un sindacato di Stato, come gli anni seguenti hanno mostrato sempre più chiaramente, da costringere le più significative lotte proletarie a svolgersi e ad organizzarsi fuori delle loro strutture e contro la loro disciplina apertamente crumira.
La funzione dei sindacati tricolore CGIL, CISL e UIL fin dalla loro ricostituzione non è diversa da quella che avevano i sindacati fascisti, ed è quella di controllare le esplosioni di rabbia dei proletari e di incanalarle nei limiti delle compatibilità con l’economia nazionale, della patria fascista di ieri e della patria democratica di oggi, che non significa altro che compatibilità con il saggio del profitto dei capitalisti. Ogni dissenso del 1914 tra riformisti e fascisti al 1949 è effettivamente ricucito, come anche storici borghesi, a loro modo, vanno riconoscendo.
Le lotte di classe però, proprio perché scaturiscono dalla necessità di difendere le condizioni di esistenza del proletariato minacciate da un capitalismo tanto più famelico quanto più in difficoltà, sono destinate comunque a risorgere, e se ciò non è possibile entro i sindacati tricolore risorgono fuori di essi. Questo ha detto il partito da anni e questo si è puntualmente verificato negli ultimi tempi con l’organizzarsi dei proletari in maniera autonoma dalle centrali sindacali tradizionali, oggi nei famigerati Cobas.
I militanti del partito lavorano nei Cobas che avanzano rivendicazioni di classe, per quanto confuse esse siano e per quanto difendano una sola categoria di lavoratori. I comunisti non possono assumere atteggiamenti puristi e snobbare un organismo di lavoratori solo perché le sue parole d’ordine non coincidono con quelle più generali e risolute. La funzione del partito è del resto organicamente diversa da quella del sindacato e la fusione sarà solo nel crogiolo insurrezionale.
Neanche possiamo snobbare un gruppo sindacale solo perché è dominato da elementi politicizzanti sedicenti rivoluzionari, magari residuati del ’68, anche se il lavoro in tale organismo sarà sicuramente più difficile.
Riguardo ai Cobas dobbiamo parlare con estrema chiarezza, come del resto è nostro costume. Il partito lavora in quegli organismi di soli lavoratori, ad adesione libera e senza pregiudiziali partitiche o ideologiche, che avanzano rivendicazioni di difesa immediata, da ottenersi con gli strumenti della lotta diretta. La formula nostra comunista rimane: «Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende all’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno».
Molta confusione viene fatta dai professionisti del sindacalismo di regime con l’accusa di corporativismo: il significato originario fascista di convergenza delle classi nell’interesse nazionale, oggi si capovolge in epiteto contro chi rivendica in opposizione o noncurante dell’interesse generale borghese. Corporativa sarebbe insomma la non castrata lotta di classe. I macchinisti sarebbero corporativi perché chiedono “troppo”, rispetto agli interessi capitalistici aziendali, ovviamente. Oppure corporative sono bollate le lotte di categoria o di qualifica, specialmente se trattasi di lavoratori non direttamente alla produzione materiale o in assoluto non i peggio pagati, ai quali è più facile contrapporre demagogicamente i manuali (ma in Polonia non sono i metallurgici i corporativi?).
Il fatto è che la lotta di classe si svolge secondo proprie leggi di crescita e secondo i rapporti di forza: nasce storicamente come lotta dal singolo al gruppo alla qualifica alla categoria, dal comitato alla lega al sindacato alla federazione. E oggi lotta generale di classe e sindacati di classe non esistono: per molti aspetti (non tutti) si riparte da zero, purtroppo. Polonia e Sudafrica insegnano.
Il partito ha il compito e opera per far superare all’insieme dell’esercito proletario ogni angustia di gruppo, ogni parzialità di singoli reparti (oggi soffocante), tende al loro superamento nella generalizzazione delle lotte e nell’unificazione degli organismi di lotta difensiva fra categorie come fra località e fra nazioni diverse, in un processo nel quale anche le rivendicazioni e lo sciopero generale economico non è punto di arrivo ma fase da ulteriormente sorpassare.
I comunisti devono quindi lavorare in quei Cobas che non impediscono l’organizzarsi e l’agire di una frazione sindacale comunista, con il compito di contribuire alla “ionizzazione” delle molecole proletarie attorno al programma classista, superando le iniziali rivendicazioni categoriali. Nello stesso tempo denunciano sempre e duramente ogni contrapposizione agli altri lavoratori pena la squalifica dell’intera azione del partito davanti ai proletari di oggi e di domani.
Per questo i comunisti, che oggi danno il loro contributo di forze nei Cobas ferrovieri e scuola, non lavorano all’interno della cosidetta Gilda dei professori, non perché chiede troppo, o troppo di più o per troppo pochi, ma perché nasce scissionista dai Cobas scuola con il solo scopo, e sbandierato, di chiudersi alla lotta di classe e contrastare il concrescere di una organizzazione già vitale.
Le difficoltà del lavoro sindacale non devono portare i militanti ad affogare in esso, come potrebbe accadere se in tale impegnativo lavoro si perdessero di vista i diversi piani su cui operano sindacato e partito, partito che sta al vertice della piramide di funzioni che comprende, oltre ad esso, le forme intermedie di organizzazione della classe, come il sindacato, e quindi la classe stessa.
Per quanto riguarda i sindacati patriottici, i militanti del partito si sentono spesso domandare: ma voi, cosa dite ai lavoratori iscritti ai tali sindacati? A questi non diciamo, e non abbiamo mai detto, di gettare la tessera, perché tale gesto nella situazione attuale, avrebbe scarso e incerto significato. Però ai lavoratori demmo l’indicazione di richiedere l’iscrizione al sindacato rifiutando il versamento delle quote per delega nelle mani del padrone, fin dalla sua introduzione or sono vent’anni, condizione che da allora ha spesso messo fuori dai sindacati i lavoratori comunisti.
Ai proletari anticipiamo le condizioni della rinata forza proletaria nel risorgere di organizzazioni difensive di classe, percorso che non possiamo provocare ma al quale diamo il nostro contributo di coscienza e di forze. I gruppi che si stanno organizzando fuori dai sindacati di regime dovranno comprendere e si dovranno rivolgere per la lotta a tutti gli altri proletari, iscritti a qualsiasi o a nessun sindacato: sarà la lotta stessa, nel suo svolgersi, che distruggerà l’illusione, oggi purtroppo dominante, di poter recuperare i sindacati tricolore alla difesa degli interessi proletari. Lo svanire di tale illusione, come è sempre stato, sarà purtroppo pagata duramente dai proletari, che avvertiranno tutte le tappe di questo processo sulla propria pelle. Non esistono però scorciatoie, poiché la coscienza di classe, come già è stato detto, è al termine del processo e non all’inizio.
Oggi, con la recessione ormai alle porte, la borghesia si appresta a giocare a tutto campo e quindi non ci meraviglieremo se alcuni settori di essa dovessero sposare la causa dei Cobas “professionali”. O se i sindacati tricolore, per non perdere del tutto la faccia e continuare a svolgere la loro funzione di collaborazionismo di classe, fossero costretti in determinati frangenti a non ostacolare la spinta della classe e ad accordarsi a lotte certamente non volute. Tutto ciò, in parte, sta già succedendo.
Curiosamente, ma non troppo, gli opportunisti di “estrema sinistra”, che nella loro impazienza scoprivano a ogni momento nuove situazioni e nuovi soggetti rivoluzionari, proprio ora tacciono, preparandosi ad entrare nella sacra unione patriottica, alla quale di recente sono approdate anche le Brigate Rosse. Il partito, che per oltre 40 anni ha ripetuto che la situazione storica sfavorevole era destinata a durare a lungo, ha ora davanti a sé delle prospettive di intervento nuove ma non inaspettate, che vengono a confermare la sua analisi.
Del tunnel della situazione storica sfavorevole non si vede ancora la fine, poiché le illusioni democratiche e patriottiche sono purtroppo ancora tenacemente radicate tra i proletari di tutto il mondo, ma lo spettro del comunismo di cui parlava Marx torna ad avvicinarsi, e il partito ha davanti a sé la lotta più dura e più difficile della sua storia, dal 1848 ad oggi.
The 'Modernization' of the Labour Party (or the Emperor's New Clothes)
Spring is here, the sap is rising and one’s thoughts turn to courtship. Can this be why the British Labour Party is casting off its shabby old image for a brand spanking new one? If it plasters on a bit of make-up, will its newly rejuvenated image lure back a few of those who have deserted its ranks?
Through the media, the proletariat is invited to express ’opinions’ on the performance of this seedy old mannequin, as it struts about grotesquely in borrowed plumage. And what is this new suit of clothes that conceals the embarrassing nudity of opportunist politics? It is the Labour party policy review!
So, as the Tory government cuts bite deeper, homelessness increases and society regresses to nineteenth century levels, what does this ’new look’ Labour party, red roses and all, propose to do?
To find out, let us consult the grandiosely entitled leaflet: ‘Social justice, and economic efficiency – A productive and competitive economy’. This scimpy 4-page document is part of ’phase 1’ of ’the review’, and was brought to us courtesy of ’the Productive and Competitive Policy Review group’. In the appendix, we are informed that this august body ’was established to consider:
‘the democratic socialist approach to enterprise and ownership, markets, Industrial (Including science and technology) policy, trade, energy, employment and training strategies, including the international dimensions’.
Sounds pretty important, huh? So, after dipping our toes in the water, let us now immerse ourselves further in the alluring depths of ‘the review’ and see what lies below the surface.
The first paragraph is entitled ’THE CHALLENGE OF THE 1990s’, Let us then gird our loins. But what is the challenge? It is the following: ’in the 1990s (…) the European and world economy In which we must earn our living will have become sharply more competitive as other advanced economies harness the new technologies – and as the newly industrialising countries undercut our established industries. The competition of the EEC internal market will add to the competitive pressures [our underlining].
Oh dear! What are we supposed to do about it then? In paragraph 2 we are told: ’Economic success in the 1990s requires a new approach to the central question of how best to help the companies, the entrepreneurs and risk-takers, the managers and workers, and the scientists, technologists and trainers, who will meet the challenges of the next decade’. Well, the workers will be flattered to know that they will have their part to play – on an equal footing with all those other clever people!
So apparently ’we’ need a new approach, we’ve got that far, now what? Well, ’Britain will not increase its share or even hold its own in the home, European and international markets if present policies continue. The complete failure of the current mix of monetary targeting and laissez-faire is evident in the fact that manfacturlng investment has still not returned to its 1979 level, and in Britain’s growing balance-of-payments problem. Correcting these failings requires a macro-economic policy of steady expansion, competitive exchange rates and low inflation’.
But hold on a minute. What’s all this garbage got to do with the working class? Our writer decides for one brief moment to dispense with bourgeois economists jargon and talk plain English to us: for the aim of all these economic strategies is none other than: ’to improve competitiveness in foreign and domestic markets’. Phew! at last! First of all tries to baffle us with high faluting language and make us think that ’economy’ can only be understood by the ’experts’. Then, after having impressed upon his readers their mental inferiority he deigns to throw a sentence their way that they can understand. In fact we can understand more from this sentence about the labour party’s policies than all the rest of their ’theoretical’ outpourings put together. We can understand that the labour party is purely and simply a party for capital.
But let us stop a moment and look at what is involved in this concept of ’economic success’ and all the mumbo-jumbo recipes to achieve this aim. It is important because it is an old ploy of capitalism to try and get the proletariat to link itself to capitalist nationalist interests so that ’more jobs can be created’. Every day on ’the news’ we are updated on new jobs that have been created or jobs that have been lost. At the trade union and Labour conferences, over and over again a reactionary policy can be pushed through under the cover of this simple formula ’it will create jobs’. It is though this is the final word, the final touchstone for all reformists and opportunists of various hues.
It is a clever ploy on the part of the capitalists because it strikes home at peoples basic survival instincts. But here already we have an unsaid assumption – that survival involves the individual against all other individuals, and the individual nation against all other nations. This is the real Trojan horse that has been launched in our midst, for such are the basic assumptions of capitalism (and indeed all class societies) for this is the ideological template from which all the rest of its ideologies and culture are made.
But here we must be circumspect. We must neither reject nor accept capitalist contentions about jobs and their availability or otherwise, for who can deny that we need money to survive? In this system we are wage earners and we work in this factory or that factory, this institution or that. If we find that jobs will became available in our area we may be pleased if we have been unemployed for a long time, but that it is a different kettle of fish altogether to sacrifice the interests of the working class as a whole to a few new factories.
And another thing, how often does the quality of the work get raised as an issue in the ’important’ debates discussed between our ’professors of labour’? Most of these new jobs we hear about are, not to put too fine a point on it, absolute crap, and mindlessly boring into the bargain!
What about the workers?
The working class is an international class and it will only achieve its aims internationally. The miners’ strike for instance was broken partly through Polish coal being imported. Perhaps Polish workers thought it was a nice little boom, jobs were ’being created’, but where are they now, now that the little ’hiccup’ of success is over and the halycon days of a few extra consumer goods is long gone?
It won’t be easy for the working class to operate as a world class sacrificing immediate and individual interests to the wider ones, and nobody would ask for gratuitous displays of abstract martyrdom. But the working class will have to find a way whereby it isn’t constantly drawn into situations, often out of apparent necessity, where it has to cut off its nose to spite its face, where different sectors of the International working class cancel out each other’s efforts in the daily effort for survival. This will only become realistic in the context of organization at an international level and to be organized at the international level means to have an international class party.
At this point, all the cabalistic economic incantations that have been designed to baffle and confuse the working class will be seen as so much rubbish. For the working class under capitalism has no economy and after it has taken power it will have no economy. Before the revolution this is because the working class has nothing, but afterwards it is because it has everything and has destroyed all classes leaving only the human community with no oppressing and oppressed classes, with economy resolved into the rational management of production.
Let us then return then to dip in the stagnant waters of this labour party document and see how this vision of the collectivity is distorted under capitalism: ‘Industry has an important role to play’…’It is essential that government agencies and local authorities work in partnership with firms, trade unions, the CBI [Confederation of British Industry – the bosses union] trade associations and the chambers of commerce. Note that again we can see this implied sense of a partnership in the creation of jobs. A halcycon image of everyone having their place. Hark! We can hear the old refrain from the hymn to capital ’all things bright and beautiful’.
’The rich man in his mansion The poor man at his gate
To each God gives a station and orders his estate’
In addition, various propositions are put forward for modernising and redistributing new industries in the regions. But standing out in high relief as true opportunism, is a really pathetic attempt to find a halfway house between privatisation and nationalisation in the public utilities: ’We therefore need to protect the consumer’s interests by obtaining guarantees that monopoly suppliers do not abuse their position’. Strong medicine indeed! But for fear this feeble ’ticking off’ might hurt the poor monopolies feelings, this statement is retracted in the next sentence!: ’In any case, we have to recognise that these monopoly enterprises have another role as providers of essential services to the economy and the community in general, and that we need to some degree to Insulate them from the short-term pressures of the market’. Protecting momopolies from the market! It’s incredible isn’t it?
If all this is the best the labour party ’Image makers’ can do ’to attract new members’, then they may as well give up, but how odd in any case, shouldn’t they rather be moving to the left to win the hand of the working class?
No: this task, Intentionally or otherwise, is left to the ’Militant Tendency’, This group, leading a clandestine – but everyone knows – existence within the party, have taken it upon themselves to weld the labour party into – don’t laugh – a revolutionary party! These misled individuals tend to do most of the actual work when election time comes around, but when the party is preparing for power, there is one of the famous ’witch-hunts’ and they are promptly dropped like a brick. After this, they fire off a few salvoes from their press, before slipping back grudgingly into the fold. There is no doubt however that this fraction serves a useful function as it keeps alive the notion that the labour party could ’be retrieved’ and become a Marxist party even if it isn’t the case at the moment. But it all provides a bit of fireworks and Injects a bit of interest into a party which specializes in ’razzamatazz’ to disguise its ideological bankruptcy. It can organise rock concerts, its leaders can mingle with show-biz, it can throw out radical anti-capitalist slogans, but it daren’t and never will, put forward a clear, unambiguous, consistent class programme.
As a postscipt, we cite some passages from an article in the ’Guardian’ which paint a lurid picture of the cobwebby apathy that dominates at a local level. The writer goes to a branch meeting wryly commenting that he never expects ’labour party branch meetings to resemble an assault on the Winter palace’. His surmise Is correct, for here he immediately finds the atmosphere ’miserable and unwelcoming, with about fifteen unenthusiastic looking people sitting in rows. People who’d sat in that room once a month for five years barely acknowledged each other. The fraternal comrades don’t like each other much. There was a short, dull talk on the E.E.C. At the end, when questions were asked for, no one spoke. Later, when people were to be elected to posts, the comrades were reluctant to offer themselves (sic). later in the evening, the chair talked of how tired the party seemed, of what little energy people were prepared to put into it’.
And the above example is by no means an isolated example of the average labour party meeting. In fact it gives a good picture of the overwhelming majority of the local organizations. The labour party, despite some still maintaining that it is the famous ’mass party of the working class’, has in fact relatively few members who have joined as individuals (as distinct from the block memberships derived from affiliated trades unions). In fact it is an empty shell, with little to fill the vacuum apart from the substantial rumps of the ’right-wing realists’, the new ’moderate’ realists, and a few trotskist entryists ’working for the masses’. All defend capitalism including the trotskists who take it upon themselves to defend the latest trendy forms of capitalism – giving the Japanese basses something to have a good chuckle about.
For anyone who has had enough of capitalism and wants to ’try and do something’, be warned, there are many tired, disillusioned people who thought changing the world would be as easy as joining their local labour party branch.
Don’t fall for it, you’d be wasting your time.
The bourgeoisie and the "social peace": East and West
Of late a carefully contrived picture of peace breaking out, of weapons being discarded, of SS20 missiles being converted into ploughshares, has been built up as the bosses of East and West have shaken hands and promised undying friendship,… and of course trade. In the last two months (June and July) parts of the Iron Curtain have been dismantled – it was only ever a barrier to refugees and dissidents, but never to trade. Even the recalcitrant South African government has had to cede Namibia to the prospect of black majority rule, while cease-fires are being arranged in Angola and maybe even Mozambique. [People doubting us on this point should be reminded that the South African company De Beers have come to agreement with the Angolan Government for the exploitation of diamonds in one of the Angolan provinces].
Everywhere deals are being done, leaders are patting each other on the back and celebrating another year of survival without the whole world system crashing around their ears. Everybody amongst the leaders of «civilized» countries are condemning the events in China as an aberration, as the actions of old men clinging to power. A disgusting regime, to be sure, but the slaughter in Tiananmen Square was not an aberration as far as capitalism is concerned; it is usually the norm. It is how the bourgeoisie maintains and defends the «social peace» the world over. If today they are not busily fighting external enemies, they from time to time wage war on the internal one, with a special hatred and fear of the working class.
The hunt is on by the Chinese state and secret police for malcontents and ”trouble-makers” who were supposed to be responsible for stirring up the students and fomenting disorders in Beijing, Shanghai and other cities. But it wasn’t a few student activists who caused these agitations, but rather the penetration of the world crisis deeper and deeper into the Chinese economy. It was the leadership of the Communist Party of China which wanted to make China a leading industrial country and major power by the end of the century. They wanted to develop the capitalist economy in China, to have more advanced and technological industries, but you can’t have it without crises. And crises are the sources of social disorder and disaffection. You pays your money and take your chances.
We take up the issue of the slaughter in China for two reasons; firstly, for the defence of proletarians who will be killed, gaoled and/or victimised as a consequence of the recent agitations and demonstrations; secondly, because of the false claims of Maoism that a people’s nationalism could satisfy the needs and aspirations of all classes in society. The defence of fellow proletarians throughout the world is so fundamental that we feel that it is not necessary to elaborate it here. It is rather the action of the People’s Liberation Army in slaughtering hundreds of people in Beijing which shows that it is not the Army of “the People” but the army of Capital. The infamous bloc of Four Classes, as advocated by Mao, has been shown not to be a bloc of four classes but rather an alliance of exploiting classes resting on and oppressing the proletariat.
After the split between China and Russia in the early sixties we took issue with the new critiques of Moscow revisionism. Rather than a defence by Mao of revolutionary positions, it was merely the repeat of some rather sad and old refrains. In our “Theses on the Chinese question” at the time, we stated:
“In China, as well as in other backward countries in Africa and Asia, the two world wars have sharpened the contradiction between the development of the productive forces and the old relations of production, which had been passed on from the patriarchal regime. For a long time national revolts and agrarian rebellions have succeeded each other, confirming the predictions made by Marxism since the beginning of the century. Thus despite the repeated defeats of the proletariat in the European industrial centers, the upsurge of the national movements in the East have shown the revolutionary force in the antagonisms accumulated by the capitalist system. But, as it has been proved today by the increasing retardation of the backward countries in relation to the economic development of their old industrialised centers, these contradictions could not be solved within a national framework or in the form of bourgeois “progress”. They are the product of world capitalism, its uneven development, of the accumulation of all the riches by a handful of superindustrialised states…”
And further on we pointed out that the Indian delegate Roy had dedicated the theses of the Second Congress of the Communist International especially to China and India, with the aim of detaching the proletariat and the poorest peasants from the «national» bourgeoisie:
“In the oppressed countries there exist two movements, that separate from each other more and more every day: the first one is the bourgeois, national democratic movement, whose programme is political independence and bourgeois order; the other one is the movement of the poor and ignorant peasants as well as the workers, who fight for their own liberation from any kind of exploitation. The first movement attempts frequently with success to control the other. But the Communist International and its adherent parties must fight this attempt and try to develop independent class consciousness among the working masses in the colonies.”
This was the original position of the Comintern with regards to the poor labouring masses in the colonies and oppressed nations, and in due course it became ours. The movement for national independence and liberation has largely been completed: the proletarian revolution still waits to be accomplished.
At the same Congress Roy presented his “Additional Theses” on the colonial question by pointing out:
“Foreign domination prevents the free development of economic forces. Therefore its destruction must be the first step of the revolution in the colonies and therefore the aid to the destruction of the foreign domination in the colonies is not, in fact, an aid to the nationalist movement of the local bourgeoisie, but a preparation of the way for the liberation of the proletariat in the colonies […] In its first phase the revolution in the colonies can not be a communist revolution, but if a communist vanguard takes the lead from the beginning, the revolutionary masses will not be led astray and their revolutionary experience will continuously grow during the different phases of the movement.”
The present events in China merely restates that without proletarian revolution, with the advancement towards communism, society must continue to go through all the barbarities that capitalism had in store for it. Today we are continuing to pay a heavy price for the failure of the revolutionary wave of 1917-23, the gradual abandonment of revolutionary positions by the Comintern and the final involution of the revolution in Russia. All this left the proletariat at the mercy of the bourgeoisie and its damned wars, crises and slumps. with revolutionary positions being defended by the small minority which constituted the Communist Left. We have continued to defend the proletarian perspective against all comers in the ensuing decades, against all the falsifiers and advocates of “alternative” and “new” road.
“Irredentism” on the March
The Chinese Communist Party, having abandoned and rejected completely all aspects of marxism by adopting the historical perspective of the peasant, the bloc of four classes and national salvation, took up the programme of Sun Yat-sen for the modernisation of China. The alliance with the Kuomintang during and after the slaughters of 1924-1927 was a commitment to this path and not some “brilliant” tactic to win influence over the masses. Is there any other road to National Salvation which is not covered with blood-stains? Are today’s heirs of Mao much different than the old Kuomintang? They are merely another faction of the Chinese ruling class.
What is this famous anti-imperialism that the Chinese Communist Party made its own. In reality it wasn’t for the destruction of imperialism but to stop the West interfering in Chinese affairs. For a country which had entered this century as everybody’s colony, such a strategy was only to be expected from a section of the Chinese bourgeoisie. If the Comprador section of the bourgeoisie is tied to foreign Imperialism, then it is to be fought and defeated. This is the only way for China to be re-united and “modernised”. The Chinese Communist Party has therefore adopted the irredentist strategy [national redemption, referred originally to Italy, but since expanded to cover all such claims] of national unification and regional, if not super- power status. For all its claims of anti-imperialism, it wants to play the imperialist in its own part of Asia.
In becoming a regional power (with the eventual hope of becoming a super-power in its own right) this meant coming into conflict first with Russia, hence the split in the early 1960s, and later with other countries such as India and Vietnam. But what has this to do with socialism; nothing at all. The conflict with Russia was fuelled by territorial disputes and later on by its own form of trade wars spear-headed by little red books. And no doubt the Chinese C.P. had not forgotten the “liberation” of Manchuria by Russia in 1945, when in a last minute invasion against the crumbling Japanese Armies, Russian Armies invaded that province and “liberated” all the assets, shipping anything movable back to Russia to pay for its expenses, and then handing the territory over to Chiang Kai-Shek, not to the Chinese Communist Party. A strange form of “socialism” this.
The advent of the Chinese Communist Party to power in 1949 brought about two distinct results; agrarian reform (confiscation of the property of the old landlords and its division amongst the peasantry) in a thoroughly bourgeois way; and the invasion and conquest of Tibet. Tibet was claimed as Chinese territory as it had at sometime in the past be held by Chinese Emperors and so was considered part of the Chinese Empire. It was retaken as part of the National Irredentism and the Tibetan population treated as a subject people. After forty years of oppression they are still treated as second class citizens, while large numbers of Chinese citizens are brought in to occupy vast areas of the country. The Tibetans live in the most appalling “third-world” conditions, with poverty, poor health and shanty towns, while the Chinese live in a subsidised “modernised” capitalist environment.
Vast areas of forests has been cut down and shipped to China leaving an ecological disaster area. In reality there is an economic apartheid functioning in Tibet. What is so different from the actions of British and American imperialism? The declaration of martial, law in Tibet in March, with the unleashing of state terror on the population, proved to be good training for the later assualt on Beijing three months later. For all the protests for democracy by the students, there was as far as we know no calls for the withdrawal from Tibet and the ending of the occupation of that country. By not confronting that issue, the demonstrators in Beijing shared a similar fate.
One important point that has come out of these events is the final and definitive shattering of the Maoist myth of national conciliation, and the exploding of the belief of the Chinese People’s Liberation Army as the People’s Army. There is no going back on this. There were still such illusions in the early days of the demonstrations, with a marked reluctance of young conscripts to fight it out with the Beijing population. This doesn’t say anything special about the PLA but speaks volumes about the possibility of revolutionary defeatism in the Chinese armed forces. The initial desertions, handing over of weapons and respect for the to the local population was very similar to the early days of the Hungarian revolt of 1956, in which we greeted then the possibility of similar revolutionary defeatism in the Russian Army. (No doubt this will still scandalise some trotskists).
Hypocritical Howls of Horror
Bourgeois leaders of various countries have rushed to denounce the actions of the Chinese leaders in slaughtering large numbers of people in Beijing and other cities. We consider these denouncements as hypocritical precisely because all these same leaders would have committed similar acts if they had ended up in a similar situation. It is with that in mind that we shall make a swift review of the actions of some of these countries.
The British Prime Minister, Margaret Thatcher, was quick in denouncing the Chinese leaders. But this denouncement is a bit rich coming from England, a country which has either conquered or fought wars with more than half the world. Its actions in slaughtering unarmed populations in various parts of its former Empire has been far worse than anything the present Chinese leaders had done so far. Its actions in Ireland over the centuries has been particularly vicious, and what it would do to the British population should it ever get out of hand would made the Beijing events seem like small potatoes.
But what of events in Hong Kong? The same Government of Thatcher which attacks the Chinese leaders is treating the Vietnamese Boat People in a most despicable fashion. Squalid living conditions, concentration camps, forced deportation back to Vietnam makes the Chinese Government seem almost humanitarian in comparison. The British Government. to justify its actions, denies they are refugees and instead invents a new category, “economic migrants”. Either way they have been fleeing terrible conditions and oppression. Vietnam, yesterday’s darling of the leftists, has been quite happy to take back their surplus population, which they hadn’t been too unhappy to lose in the first place, providing that their “expenses” would be defrayed. You can almost hear the cash tills ringing in the background.
Vietnam, yesterday’s champion against imperialism, has been playing the little imperialist to its neighbours. Laos has long functioned as a satellite of Vietnam, while Cambodia had been physically invaded and apparently conquered. With resistance from guerrilla groups, including those of the despotic Pol Pot. Vietnam has been tasting some of their own medicine. Plans for withdrawal are almost completed, but Vietnam still wants a submissive Government. Is this just an exercise in good neighbourly behaviour? Not at all! Vietnam has moved many settlers in from Vietnam (which looks like an attempt at colonisation), with the prospects of oil fields and other valuable natural resources still to be exploited means they still want a controlling influence in that country. is this not an exercise in imperialism?
As we begin to move around the globe we come to India. After a momentous struggle for independence, it was able to free itself from Britain. But is it really “independent”? It seems to vacillate at times between the American and Russian camps as far as international line-ups are concerned. But independence has not given it control of its economy (no country under capitalism has any such control); the Bhopal events, when the American chemical plant exploded, caused far more deaths and injuries than British rifles at Amritsar ever did! What price independence. But India, after Congress leaders who were originally pacifists, is now a war-like country determined to play the policeman in its own corner of Asia. Its “peace-keeping” force in Ceylon has not brought peace, instead a rather crude semblance of law and order, to that unhappy island.
Russia had been basking in the sunshine of Glasnost with that rather nice chappie Mr. Gorbachev showing himself as friendly statesman par excellence. It had thrown its hand in after eight years of attempts to pacify Afghanistan. A timely retreat it should be said because Russian troops are now needed at home, patrolling the cities and towns of the Southern provinces of the U.S.S.R.. The economic crisis, and massive debts, are now hitting these provinces the hardest. Poverty, food shortages, inadequate housing, and absolutely no prospects are causing riots and inter-communal fighting.
It would be wrong to see this just as “ethnic” disorders, but as explosions in Russia’s Empire which are identical with problems that Britain and America have face in their own times. Savage exploitation, single crop economies, the best jobs go to Russians or local bureaucrats, while the local population can go to hell. In some of these Southern provinces the unemployment rate is staggering (anybody remember those old Stalinist eulogies that there was no unemployment in Russia, that everybody had a good well subsidised house, etc.).
A Russian literary journal, “Novy Mir”, writing about the problems of the Southern provinces stated that infant mortality was 10%, and “deformed babies have begun to be born”. It goes on to say that “the population in the Aral area live on the lower reaches of great rivers and are forced to drink water that has absorbed pesticides, herbicides and other abominable things. These are no longer rivers, these are the dumps of central Asia.” And what is so different about the problems in the rest of the World? The cause lays in production for its own sake (whether for state or private profit) rather than to meet human needs. The problems lie not In faulty planning, or the incompetence of bureaucrats, but in the crazy, anarchic economy which is there to satisfy a return on capital and in maintaining, if possible, an acceptable balance sheet.
But these problems are not confined to the Southern provinces, or the Baltic states, alone. The whole of the Russian economy is wracked by crisis and debt. “Pravda” admits that at least 15 million people (including pensioners) live on or below the bread-line. The extent of the Russian national debt, revealed by the Russian Prime Minister, is now a crippling $51 billion dollars and the cost of servicing it this year alone will be $18 billion; The balance of trade (in roubles) this year is expected to be; for exports 16 billion; for imports 13.6 billion (including 5 billion for grain purchases); the balance of 2.4 billion leaves almost 10 billion roubles short of its debt servicing costs. The debts have been increasing sharply since 1975, and look as if they will continue for some time to come. Now Gorbachev has promised that 10 billion roubles would be found to pay for the import of consumer goods. Maybe they will break into the Russian gold reserves that were so jealously built up under Stalin.
Resentment and opposition has been below the surface for many years, breaking out into sporadic riots and demonstrations, usually confined to localised incidents. The inability of the Government to crack down on the “ethnic unrest” has been an indication to the proletarians in Russia that the State is not quite as sure of itself as in the past. It may just be a situation when workers could strike and protest without KGB and ’special’ troops gunning them down in the streets. The old dictum about dangerous situations which an authoritarian regime starts to bring in reforms is being illustrated by the present events in Russia. Now the dissatisfaction has spread to the working class in Russia with the miners showing the way. We wait with impatience for the Russian workers once more to play a leading role in the class struggle.
Interesting events are unfolding in Eastern Europe with Poland as the clearest example. Various Western Governments have offered to defer debt payments. promised to feed Poland (while they at it why don’t they feed Africa as well) and help with the process of reforms. Russia seems to agree to this process going on, and even prepared to recognise a Solidarity Government. Actually a Solidarity Government would be the most effective instrument for the injection of Western capital, naturally causing a breach between the workers and Solidarity itself. But we would neither welcome or condemn such a development – in the long-run it will not make much difference as the same role will still be played by the present Polish Government and its Generals. It is under the present Polish Government that the shipyards are being sold off to Western companies. The “Lenin” shipyards in Gdansk are now effectively controlled by American interests and a new name for it will be forthcoming. The Gydania shipyards could soon pass into Norwegian control. Will the trotskists still be calling for the defence of these so-called degenerated “workers” states with the allegedly state control of the economy?
Poland is the largest debtor in the Eastern bloc. Others have been steadily mounting their debts to the West in the last decade. The exceptions are East Germany (through its extensive trading and credit relations with the West German economy) and Romania. Romania has finally succeeded in paying off all its debts, mainly as a result of devastating the countryside and promoting a fierce oppression of minorities, such as those of Hungarian descent. This racist approach has not be confined to Romania – Bulgaria has resorted to ejecting its “surplus population” by the forced deportation of those of Turkish origin who refuse to be Bulgarianised. Recently thousands have been arriving every day in Turkey complaining of such treatment. The Turkish Government has been complaining about such events, but naturally keeps quiet about the way it treats its own “surplus population”, that is those who don’t fit in to the Nation, the Kurds.
We could go on country by country to show that the events in China have been no different to what has been taking place elsewhere, but feel that we have covered the ground sufficiently to demonstrated the point. Economic crises are the source of disorder and class struggle, from the origins of capitalism to its ultimate disappearance. Capitalism will always find ways of oppressing and killing to defend its damned economy and financial interests. The only way to end these events is to abolish the world economy. The way forward for that lays with the proletarian revolution.