Partito Comunista Internazionale

Comunismo 18

L’imperialismo

L’imperialismo

Capitolo esposto alla riunione di settembre 1984 [RG30]

Con l’ultimo decennio del XIX secolo e l’inizio del XX nella letteratura economica e politica si diffuse largamente il termine imperialismo per caratterizzare le tendenze politiche ed economiche dei principali Stati di allora; il libro dell’economista inglese, pacifista e riformista aperto, J.A. Hobson, L’Imperialismo, che Lenin apprezzò grandemente, è del 1902. Al termine ne venivano date le definizioni più diverse ma per lo più “spinta espansionistica e coloniale” delle grandi potenze. Questa si era potentemente manifestata negli ultimi decenni del XIX secolo. Quando, conclusosi in Europa occidentale il complicato processo – pieno di multiformi aspetti locali, di avanzate e di ritorni, di ondate e di controndate – che aveva portato alla formazione dei principali moderni Stati nazionali borghesi, il capitalismo europeo ed americano esplicò senza freni il suo compito storico di potenziare la mostruosa macchina della produzione, ingrandendo fino ai limiti del mondo conosciuto il mercato e lo smercio dei suoi prodotti.

Questa spinta espansionista era già stata preveduta dal marxismo ortodosso, perché sviluppo della produzione capitalista e collegamento dei mercati lontani sono fenomeni originariamente e storicamente paralleli; proprio la scoperta delle grandi vie di comunicazione commerciale è stata uno dei fattori principali del trionfo del capitalismo.

Fin dall’inizio la scuola marxista rimarcò come tale termine di imperialismo non poteva poggiare solamente sull’apprezzamento della politica estera dei maggiori Stati capitalistici ma come si dovesse individuare in precise caratteristiche e fenomeni economici la reale natura della fase imperialista del capitalismo «la questione economica fondamentale, la questione cioè della sostanza economica dell’imperialismo» (Lenin, L’imperialismo).

Lo sviluppo industriale dopo la crisi del 1890 aveva avuto un andamento diseguale, ma i suoi risultati erano stati assai rilevanti e l’ascesa economica dell’ultimo decennio del XIX secolo dette un’accelerazione senza precedenti nell’industria pesante: nel corso di pochi anni la produzione mondiale di carbone aumentò di circa il 65%, quella della ghisa di oltre il 20% e quella dell’acciaio di quasi tre volte. Estendersi delle ferrovie, costruzione di stabilimenti siderurgici, espansione dei cantieri navali ed dell’elettrotecnica, del tessile e dell’intero commercio mondiale, provocò la ripresa dell’industria, la nascita di nuove aziende, una frenetica ricerca di mercati di sbocco, l’investimento nella produzione di una massa di nuovi capitali forniti in parte anche dai piccoli risparmiatori, ma anche una nuova crisi mondiale produttiva e commerciale che, dopo i primi sintomi dell’estate 1900 si rivelò in tutta la sua estensione e profondità negli anni fra il 1901 ed il 1903.

Questa ennesima crisi economica si caratterizzò soprattutto per la potente spinta che impresse al processo di concentrazione della produzione e di centralizzazione del capitale. Contribuendo alla rovina di alcune imprese industriali e contemporaneamente al rafforzamento di altre, economicamente e tecnicamente più forti, la crisi esaltò la funzione dei cartelli e dei monopoli industriali, allargandone e rafforzandone il dominio. Era, come Lenin avrebbe inequivocabilmente mostrato, una vittoria teorica del marxismo che con la sua indagine storica aveva anticipato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione e come questa, ad un determinato livello di sviluppo, conduca al monopolio: «Pertanto, i risultati fondamentali della Storia dei monopoli sono i seguenti: 1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione. 2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione. 3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo».

Abbiamo scritto in “Il ciclo storico dell’economia capitalistica”, Prometeo n.5/1947:

«L’espansione sul mercato mondiale delle masse dei prodotti si è accompagnata al tentativo grandioso di controllare il gioco sconvolgente delle oscillazioni dei loro prezzi di collocamento, da cui poteva dipendere il crollo delle colossali impalcature produttive. Le imprese si sindacarono, uscirono dall’individualismo economico, dall’assoluta autonomia della ditta borghese tipica, sorsero i cartelli di produzione, i “trust”, si associarono con rigorosi patti le imprese industriali che producevano la medesima merce, al fine di monopolizzare la distribuzione e fissarne i prezzi ad arbitrio. E siccome la maggioranza delle merci costituisce ad un tempo il prodotto venduto da un’industria e la materia prima acquistata da un’altra successiva, sorsero i cartelli verticali, che controllano, ad esempio, la produzione di determinate macchine, fissando i prezzi di tutti i trapassi, a partire da quelli della originaria industria estrattiva del minerale ferroso».

La concentrazione delle banche in alcuni paesi precedette ancor più rapidamente di quelle dell’industria ed anzi costituì a sua volta un elemento ulteriormente acceleratore dello stesso processo di centralizzazione del capitale industriale:

«Contemporaneamente si svilupparono e concentrarono le banche, le quali, appoggiate sui più potenti aggruppamenti capitalistici industriali di ogni paese, controllarono e dominarono i produttori minori ed andarono costituendo in ciascun grande paese capitalistico, in cerchi sempre restringentesi, vere oligarchie del capitale finanziario».

Formazione di sindacati e monopoli industriali con una funzione decisiva nella vita economica, formazione e dominio del capitale finanziario (simbiosi del capitale bancario col capitale industriale) e prevalere della esportazione di capitale finanziario sull’esportazione di merci, queste, nella definizione di Lenin, alcune delle principali caratteristiche economiche della fase imperialista del capitalismo. Altra caratteristica: inizio della spartizione economica del mondo fra cartelli internazionali capitalistici (controllo delle materie prime da parte dei trust e dell’oligarchia finanziaria) e spartizione territoriale economica del mondo fra le maggiori potenze capitalistiche.

Ma questa spartizione era continuamente messa in discussione dal mutare dei rapporti di forza tra gli Stati capitalistici le cui potenze industriali, commerciali e finanziarie richiedevano una nuova adeguata spartizione territoriale per dispiegare tutto il loro potenziale.

Le “vecchie” potenze coloniali – Inghilterra, Francia e Russia – miravano a mantenere e allargare ancor più i propri possedimenti mentre Germania, Stati Uniti, Giappone e Italia, da pochi anni entrate nell’arena della politica coloniale, rivendicavano il loro “posto al sole”, cioè la propria parte nel saccheggio dei popoli dei paesi coloniali. Da qui l’inasprirsi delle rivalità e delle contraddizioni fra i vari Stati, da qui il ricorso alla forza delle armi, alla guerra.

Indiscutibilmente, come scrive Lenin, «in regime capitalistico non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma nei partecipanti alla spartizione i rapporti di potenza si modificano difformemente, giacché in regime capitalistico non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami di industria, paesi, ecc. (…) Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di jugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi “progrediti”. E la spartizione del “bottino” ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero (…) Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su l’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta».

Una prima chiusa con la Sinistra: 

     «Per intendere il senso dell’estremo sviluppo di questa terza fase del capitalismo mondiale si deve, seguendo Lenin, porla in rapporto al corrispondente svolgimento delle forze politiche che l’accompagna, fissare il rapporto tra capitale finanziario monopolistico e Stato borghese, stabilire le sue relazioni con le tragedie delle grandi guerre imperialistiche e con la tendenza generale alla oppressione nazionale e sociale».

La guerra ispano-americana del 1898

La fase suprema del capitalismo, l’imperialismo, fu contrassegnata nel suo affermarsi alla scala mondiale, da tre guerre, la guerra ispano-americana, l’anglo-boera e la russo-giapponese, tre guerre per il battesimo della estrema fase in cui il capitalismo si diede un più “elevato, maturo, ordinamento sociale e economico”.

Il giovanil furore del capitalismo americano si diresse contro la decrepita monarchia spagnola, che conservava un vastissimo impero coloniale retaggio dei primi secoli dell’espansionismo commerciale dei vecchi Stati europei. L’arretrata Spagna conservava Cuba e Portorico nei Caraibi, le isole Caroline, Marianne e Palau e le Filippine nell’Oceano Pacifico oltre ad una serie di possedimenti in Africa. Cuba e Portorico attiravano le mire dei circoli finanziari ed industriali americani non solo come preziose fonti di materie prime (canna da zucchero in primo luogo) ma come basi chiave per l’accesso nell’America Centrale, al bacino dei Caraibi e all’istmo di Panama, attraverso il quale già si progettava di scavare un canale. Nell’Oceano Pacifico, le isole Filippine erano invece indispensabili per aprire la via americana ai mercati dell’Asia orientale.

Il conflitto scoppiò pretestuosamente, un “classico esempio di aggressione tipicamente lupagnellistica”: il misterioso affondamento della nave americana Maine ancorata all’Avana il 15 febbraio 1898, insieme ad una ipocrita campagna di stampa contro le atrocità del Governo spagnolo a Cuba, portò ad un violento ultimatum degli Stati Uniti alla Spagna invitata a rinunciare a Cuba. Era il 20 aprile. Già il 21 la flotta americana stringeva Cuba; distrutta una squadra navale spagnola le operazioni militari si spostarono a terra dove il peso principale dei combattimenti fu sopportato da volontari cubani. Dopo la rapida capitolazione delle autorità spagnole gli Stati Uniti occuparono interamente l’isola. Ogni rappresentante locale fu estromettesso dalle trattative di pace: l’ipocrita maschera della “liberazione” era gettata.

Fatti molto simili per le isole Filippine. Il 1° maggio dello stesso anno 1898 la flotta americana attaccò, incendiò ed affondò la flotta spagnola, antiquata e mal attrezzata, nel Golfo di Manila, per far poi sbarcare nelle Filippine i rappresentanti in esilio della Junta Nazionale. Come per Cuba, i patrioti nazionalisti sopportarono il peso più gravoso della lotta contro la guarnigione spagnola, con aspri e feroci combattimenti.

La capitale Manila fu però consegnata dal Comandante spagnolo alle truppe americane, che simularono persino un ultimo assalto per fingere di aver partecipato alle operazioni militari di terra. La proclamata Repubblica Filippina Indipendente si trovò senza la città capitale, e di nuovo i democratici americani avevano fatto fessi i patrioti!

Il 10 dicembre 1898 a Parigi fu concluso il trattato di pace: Cuba era dichiarata indipendente ma di fatto cadeva sotto il protettorato americano; le Filippine, Portorico e l’isola di Guam, la maggiore delle Marianne, passavano agli Stati Uniti.

Il popolo filippino insorse allora contro le truppe americane che, con una lunga e crudele lotta (villaggi bruciati, intere regioni devastate) riuscirono infine a spuntarla.

Alla spartizione delle colonie spagnole prese parte anche la Germania che, inizialmente, nel febbraio 1898, aveva cercato di organizzare una ipocrita “coalizione diplomatica antiimperialistica” delle potenze europee. Nel febbraio 1899, la Germania costrinse la Spagna a venderle le Isole Caroline, Palau e Marianne (ad eccezione di Guam); nello stesso anno, Germania e Stati Uniti si divisero l’arcipelago delle Samoa mentre l’isola di Tutuila e altre minori passavano sempre agli Stati Uniti. Tutte queste annessioni, insieme a quelle delle Hawaii conquistate in precedenza, dotarono il giovanile imperialismo americano di un formidabile sistema d’appoggio sulle vie di accesso al Giappone, alla Cina e al resto dell’Asia; l’Oceano Pacifico – per risultati di guerre – era diventato un mare americano, dominio che tutt’oggi risulta quasi intatto nonostante i vari tentativi del Giappone di contrastarlo.

Aveva ben donde Lenin per scrivere:

     «Negli Stati Uniti la guerra imperialista del 1898 contro la Spagna suscitò la opposizione degli “antimperialisti”, degli ultimi Mohicani della democrazia borghese. Essi chiamavano “delittuosa” quella guerra, consideravano l’annessione di paesi stranieri una violazione della Costituzione, dichiaravano “inganno sciovinista” il trattamento fatto al capo degli indigeni delle Filippine, Aguinaldo (gli era stata promessa la libertà del suo paese, e poi si fecero sbarcare truppe americane e le Filippine furono annesse) (…) Ma tale critica rimase allo stato di “pio desiderio” poiché non osò riconoscere il legame indissolubile dell’imperialismo con i trust, e per conseguenza con le basi stesse del capitalismo, non osò unirsi alle forze rivoluzionarie generate dal grande capitalismo stesso e dal suo sviluppo».

È un’atroce menzogna quella che vuole la repubblica degli Stati Uniti come liberatrice di popoli e di oppressioni: essa fu fin dall’inizio uno Stato colonialista, fatto storicamente accertabile e che non contraddice le nostre conosciute affermazioni che lo sviluppo e l’espansione della produzione capitalistica, in determinate aree e tempi storici, abbisogna di un preciso e saldo quadro politico, statale, nazionale e territoriale. Citiamo dal nostro “Schifo e menzogna del mondo libero”, in Battaglia Comunista n.15/1950:

     «Ogni colonizzato, in crociata per scolonizzarsi, getta le basi della sua trasformazione in colonizzatore, e come ogni aggredito in crociata, non meno santa, per difendersi dall’aggressione, a sua volta sogna, cova e prepara la trasformazione in aggressione».

La guerra anglo-boera

Alla fine degli anni novanta del XIX secolo le grandi compagnie capitalistiche inglesi, interessate alle miniere d’oro e diamanti del Transvaal e della Repubblica dell’Orange, spingevano il proprio Governo alla conquista degli Stati boeri, come venivano chiamati i coloni di origine olandese. Londra, che temeva un intervento tedesco promise a Berlino, in cambio della sua neutralità in caso di guerra con gli Stati boeri, il suo beneplacito per qualsiasi azione tedesca in Asia Minore.

Dopo l’accordo segreto fra le due capitali, per tutta la primavera ed estate 1899 ci furono continue provocazioni da parte degli inglesi della Colonia del Capo ed infine – nell’autunno – un massiccio concentrarsi di truppe inglesi lungo i confini con le Repubbliche boere. La minaccia fece decidere i boeri a rompere gli indugi e a dare la parola alle armi prima che la potente Inghilterra gettasse nella impari lotta le sue immense risorse.

La prima offensiva boera conquistò una parte della Colonia del Capo, ma successivamente i 450.000 soldati inglesi costrinsero a continue ritirate l’esercito boero formato da 60.000 uomini, un esercito che nonostante il mortale pericolo del Leone inglese non mancò di reprimere, distogliendo dal fronte rilevanti truppe, le rivolte delle tribù locali nelle retrovie, esempio di disfattismo se non di classe senz’altro di razza: dominio inglese = dominio boero e le zagaglie barbare ritornarono a mandare i loro sinistri bagliori contro i bianchi oppressori e schiavisti.

Nel febbraio del 1900, gli inglesi passarono decisamente all’offensiva, nel giugno presero la capitale del Transvaal, Pretoria, e le Repubbliche boere furono annesse all’Impero della Corona. La successiva cruenta guerriglia partigiana dei boeri non spostò la situazione; con estrema determinazione le truppe inglesi fecero terra bruciata intorno ai gruppi partigiani.

Dopo anni di vero e proprio genocidio, durante i quali gli inglesi fecero assaggiare ai boeri quegli stessi mezzi che essi avevano adoperato contro le tribù bantù, il 31 maggio 1902 fu firmato il trattato di pace ed i boeri superstiti diventarono sudditi britannici, privilegio naturalmente negato ai negri delle ex Repubbliche “libere” che, veri e propri paria, negli anni a venire, affiancati da continue immigrazioni di disgraziati cinesi ed indiani, saranno dominati da una classe bianca di affratellati boeri e inglesi.

In Europa

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva chiuso per l’Europa occidentale il complesso corso storico dal 1789 al 1871 di lotta borghese contro il feudalesimo ed i suoi possibili ritorni, corso che aveva posto il problema dell’alleanza del proletariato con i movimenti borghesi rivoluzionari. Ma già i partiti operai avevano rifiutato ogni confusione ideologica ed organizzativa con i partiti borghesi ed avevano già posto in chiaro la loro prospettiva, che era di provocare due rivoluzioni, la rivoluzione ininterrotta dell’ Indirizzo della Lega dei Comunisti del 1848. Nell’Europa occidentale si chiudeva l’era delle grandi guerre di sistemazione nazionale borghese; moderni Stati nazionali si erano formati e da questo risultato storico non si poteva tornare indietro.

Compiti borghesi erano ancora storicamente da attuare invece nella Russia zarista e negli altri paesi dell’Est europeo in cui si estendevano i possedimenti dell’Impero Ottomano, altra sentina della reazione.

Già abbiamo visto nella puntata precedente le insurrezioni del 1875-76 in Bosnia, in Erzegovina e in Bulgaria, che portarono alla guerra russo-turca, guerra in cui l’esigenza di moderni Stati nazionali nei Balcani si intrecciò con le mire espansionistiche dello Zar verso Costantinopoli e degli austro-ungarici verso il Mar Nero. I marxisti di fronte alla guerra russo-turca tifarono apertamente per la sconfitta degli eserciti di Pietroburgo, veri guardiani della reazione feudale e antioperaia per tutta l’Europa, compito che non poteva assolvere il decadente Impero Ottomano che, senza vitalità storica, sperava di mantenere il suo spazio territoriale solamente puntando sulla forza del suo esercito, forza che non poteva per altro impedire un lento ma costante sgretolamento e notevoli indietreggiamenti delle bandiere con la Mezzaluna.

Nel 1896 l’Impero Ottomano subì un altro scossone: la popolazione greca dell’isola di Creta riprese la lotta armata contro il suo dominio e nel febbraio 1897 gli insorti proclamarono l’annessione dell’isola alla Grecia, che inviò reparti di truppe per aiutare gli insorti contro possibili ritorni dei turchi. L’isola di fatto si ritrovò “sotto la protezione dell’Europa”, con truppe inglesi, francesi, italiane e russe che la occuparono.

La Turchia iniziò decise manovre militari contro la Grecia, che subito furono del tutto negative per le truppe elleniche. Il governo di Atene dovette ritirare le truppe da Creta e si impegnò a pagare ad Istanbul una salatissima indennità di guerra; una commissione internazionale fu creata per incassare, a nome della Turchia, tutti gli introiti delle dogane greche e i proventi dei monopoli statali, misure che rendevano ancor più sottomessa e dipendente l’economia greca da quella dei maggiori Stati europei.

La vittoriosa Turchia dovette pure lei incassare in silenzio maligni colpi: sotto la pressione del Governo russo, il principe Giorgio, figlio del re di Grecia, era nominato Commissario superiore di Creta con le truppe delle maggiori potenze a vigilare che l’importante isola mediterranea non fosse definitiva né della Grecia né della Turchia.

Pur rigettando i metodi patriottici di anarchici e repubblicani, che con volontari internazionali parteciparono alla guerra a fianco delle truppe greche, i socialisti di sinistra si augurarono la vittoria greca e la contemporanea sconfitta turca.

Lenin con precisione, inquadrò questa guerra europea tra Stati ed eserciti nazionali nel movimento nazionale borghese “progressivo”, cioè che tendeva a far girare in avanti la ruota della storia:

     «Al tempo delle guerre del 1855, 1859, 1864, 1866, 1870 e anche del 1877 (russo-turca) e del 1896-97 (guerra greco-turca e i moti d’America), il contenuto oggettivo fondamentale degli avvenimenti storici consisteva in movimenti di carattere borghese-nazionale o in “convulsioni” della società borghese che si liberava dalle varie forme di feudalesimo (…) La caratteristica fondamentale dell’epoca era appunto la tendenza progressiva della borghesia e cioè la sua lotta non ancora definita, non ancora conclusa contro il feudalesimo. È del tutto naturale che elementi della democrazia moderna – e Marx, come suo rappresentante – ispirandosi al principio incontestabile dell’appoggio alla borghesia progressiva (alla borghesia capace di lottare) contro il feudalesimo, dovessero allora risolvere questo problema: “il successo di quale parte” cioè di quale borghesia è preferibile?» (“Sotto la bandiera altrui”, febbraio 1915).
     «I falsi richiami a Marx e a Engels costituiscono l’argomento “risolutivo” di questi due capi del socialsciovinismo: Plechanov rammenta la guerra nazionale della Prussia del 1813 e della Germania del 1870 e Kautsky dimostra, con aria di grande scienziato, che Marx risolse la questione per quale delle due parti (vale a dire per quale delle borghesie) sarebbe stato più desiderabile la vittoria nelle guerre del 1854-1855, 1859, 1870-1871, e che lo stesso fecero i marxisti per quanto riguarda le guerre del 1876-1877 e del 1897. È il metodo di tutti i sofisti di ogni tempo: prendere esempi che evidentemente si riferiscono a casi fondamentalmente diversi.
     «Le guerre precedenti che ci vengono indicate, erano la “continuazione della politica” dei movimenti nazionali borghesi, durati molti anni e diretti contro il giogo straniero, contro il giogo di un’altra nazione, e contro l’assolutismo (turco e russo). Non c’era allora, e non poteva esserci, nessun altro problema fuorché quello se fosse preferibile il successo dell’una piuttosto che dell’altra borghesia: a guerre di questo tipo i marxisti potevano a priori chiamare i popoli, attizzando l’odio nazionale così come Marx, nel 1848 e posteriormente, chiamò alla guerra contro la Russia; così come Engels, nel 1859, attizzò l’odio nazionale dei tedeschi contro i loro oppressori: Napoleone III e lo Zarismo russo» (“Il fallimento della II Internazionale”, settembre 1915).

La situazione russa

Nel 1861 esigenze di manodopera obbligarono il Governo zarista a promulgare la parziale emancipazione dei servi terrieri. Lo Zar già da tempo si era dato a fondare manifatture nazionali, successivamente sorsero imprese private, sia queste sia quelle protette da sovvenzioni e altre barriere doganali. Con lo svilupparsi del proletariato internazionale e russo in particolare, con il crescere del suo movimento organizzato, tradeunionista e politico, si pose la questione della sua strategia di classe in Russia. Già Engels, nel 1882, nella prefazione alla edizione russa del Manifesto, aveva scritto «la rivoluzione russa darà il segnale ad una rivoluzione di lavoratori in occidente», visione di uno slancio preso da una rivoluzione antifeudale che, abbattendo il fortilizio della controrivoluzione in Europa, passava il testimone al proletariato tedesco e latino, da tempo in lotta per i suoi autonomi obbiettivi di classe.

Riassumendo tanti poderosi testi passati, fino al 1894 il marxismo attendeva dalla Russia una rivoluzione antifeudale e antizarista da cui difficilmente si sarebbe passati ad una lotta proletaria. Il marxismo non attendeva ancora una sovrapposizione della rivoluzione proletaria a quella antifeudale (il proletariato russo era ancora allo stato embrionale, poco numeroso, nonostante i continui progressi dell’industria), ma che la rivoluzione russa rimanesse nei limiti borghesi.

Tale rivoluzione antizarista era prevista anche come possibile risultato di una guerra fra Russia e Turchia e soprattutto di quella, mille volte anticipata, fra le razze unite degli slavi e dei latini contro quella tedesca, come infatti sarebbe deflagrata nel 1914 determinando successivamente il crollo dello zarismo. Da qui la prospettiva più favorevole di Marx e di Engels: che la rivoluzione in Russia contro lo Zar scatenasse la rivoluzione europea e, solo con questa favorevolissima svolta, che anche la rivoluzione russa diventasse socialista superando la tappa borghese.

Certamente, anche se il proletariato era ancora embrionale e poco numeroso, gli ultimi decenni del secolo XIX, con un rapido svilupparsi dell’industria pesante ed in particolare delle ferrovie, ne videro enormemente crescere il peso numerico e politico. Dal ricco di dati ed affascinante “1905” di Trotski, qualche breve citazione:

     «Fino al 1861 sorsero soltanto il 15% del numero complessivo delle imprese industriali russe; dal 1861 al 1880, il 23,5%; dal 1881 al 1900, più del 61%; inoltre nell’ultimo decennio del secolo scorso è avvenuta la costituzione del 40% di tutte le nostre imprese (…) Come l’industria russa non ha attraversato l’epoca dell’artigianato medievale, così le città russe non hanno conosciuto il progressivo sviluppo del terzo stato nelle corporazioni, nelle gilde, nei comuni, nelle municipalità. Il capitale europeo nel giro di alcuni decenni ha creato l’industria russa, ha fatto nascere le città moderne, in cui è il proletariato a svolgere le funzioni produttive fondamentali (…) Divenendo nell’economia russa lo strumento della capitalizzazione, lo zarismo rafforzò soprattutto sé stesso (…) L’autocrazia, con l’aiuto della tecnica del capitale europeo, prese il carattere di un grandissimo imprenditore capitalista, banchiere, proprietario del monopolio delle ferrovie e dell’acquavite. Non furono, come in Europa, né l’artigiano del villaggio e neppure il grosso commerciante a sentire la necessità di creare una forte e vasta industria, fu lo Stato».

Questa modernità, come notava acutamente Trotski, uccideva ogni originalità agli avvenimenti russi che avevano sempre più un linguaggio universale, anzi per certi versi l’arretrata Russia arrivava prima di altri paesi più sviluppati a determinati risultati sul procedere dell’economia borghese, tale lo Stato imprenditore.

La crisi produttiva e commerciale del 1900-1903, si ripercosse immancabilmente nel vasto territorio degli Zar; la crisi cominciò nell’industria leggera ma poi colpì con la massima intensità le nuove branche dell’industria pesante: circa la metà degli altiforni e il 45% dei pozzi petroliferi fu inattiva e altrettanto forte fu la riduzione della produzione di rotaie, locomotive e vagoni. La crisi fu accompagnata dalla disoccupazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro degli operai e dalla rovina di imprenditori medi e piccoli. Come per il resto del mondo, si intensificò la concentrazione della produzione, in imprese grandi e grandissime sostenute dalle banche, russe e straniere. Cartelli e monopoli, che già si erano estesi nel 1900, con la crisi aumentarono la loro forza in ogni principale branca industriale.

Ma insieme a questo capitalismo industriale e finanziario avanzato, nella immensa Russia vigeva il possesso fondiario più arretrato, una campagna la più barbara, con vaste zone di economia seminaturale e semiservile, per la quale gli stessi primi passi del modo di produzione capitalistico erano un reale progresso.

La riforma della ”emancipazione” del 1861 non aveva emancipato il contadino russo, il mužik; fu realizzata nell’interesse dello Stato ed adattata agli interessi egoistici della nobiltà. Trotski scrisse che non soltanto il mužik fu messo da parte al momento dell’assegnazione delle terre, ma fu anche sottoposto al giogo della servitù fiscale. Senza terre, senza mezzi materiali, oppresso dal fisco, Trotski calcolò in cinque milioni le famiglie di mužik che erano veri e propri paria delle campagne il cui unico anelito era di mettere le mani sulle terre della Corona e dei nobili al classico grido contadino: la terra a chi la lavora! Accanto a questi paria, altre 18 mila famiglie di mužik dovevano sopravvivere su una schiatta di terra di 5 desjiatine scarse (appena 5 ettari); i mužik si dividevano 112 milioni di desjiatine contro i 79 milioni di desjiatine di buone terre di proprietà dei 30 mila maggiori proprietari.

L’arretrata forma di proprietà e di conduzione della terra, l’infimo livello delle forze produttive, fece sì che nel 1901 la Russia fosse nuovamente colpita dalla carestia e dalla fame che si estese per ben 20 governatorati flagellando 24 milioni di abitanti.

Il piano tattico per la Russia

Trotski chiude il capitolo “I contadini e la questione agraria” del suo “1905” con un agile e acuto periodo: «La questione agraria in Russia è una palla di piombo ai piedi del capitalismo, un punto di appoggio ed insieme la maggiore difficoltà per il partito rivoluzionario, una pietra d’inciampo per il liberalismo, un memento mori per la controrivoluzione». Chiare le conseguenze: «La formula sviluppata della questione agraria dice: espropriazione delle terre della nobiltà, soppressione dello zarismo, democrazia».

Della fine del XIX secolo, marzo 1898, è anche la costituzione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) e del 1900 l’inizio delle pubblicazioni dell’Iskra, l’organo del POSDR nel quale i marxisti combatterono la loro decisa battaglia contro la corrente economicista che, inizialmente predominante, proponeva di saltare via ogni programma politico e di fare solo dell’economicismo proletario. Per la corrente marxista la necessità di rovesciare lo Zar è chiarissima, sebbene non vi fosse un vero movimento di liberali borghesi, perché una classe audace, decisa e rivoluzionaria di imprenditori capitalistici non si era in Russia mai cristallizzata.

Citiamo dal nostro Filo del Tempo “Bussole impazzite”, in Battaglia Comunista, n.20/1951:

     «Diceva Struve: siamo fuori dalla fase delle alleanze con la borghesia, quindi non ci interessa nulla delle sue lotte per la libertà politica e la indipendenza delle nazioni oppresse. Ed allora? Egli si truccava da intransigente, e transigeva con lo Zar, come Lassalle, altro scolaro imperfetto del marxismo, flirtava un poco col Kaiser: lasciamo, diceva, ogni richiesta borghese e innestiamo nel sistema zarista la lotta pacifica per le conquiste economiche che premono alla classe operaia: otto ore, aumenti di salari, leggi sociali, ecc. Il revisionismo che in Occidente si era contentato di barattare contro le riforme sociali la rivoluzione operaia, in Russia andava più avanti, e sotto abile ostentazione di un metodo di classe, barattava e quella e la rivoluzione antifeudale.
     «Tutta la vita e l’opera di Lenin parafrasata da mille autori dovrebbe essere letta a questa luce dell’incontro dialettico tra la strategia della rivoluzione nelle due aree che la storia tiene separate fino al 1917 (…) In Russia vanno spinte avanti tutte le forze disposte a rompere in armi contro il dispotismo, la dinastia, i boiardi, vengano esse da borghesi, da contadini, da intellettuali, da popolazioni oppresse; allo scioglimento di questa lotta deve levarsi protagonista il proletariato rivoluzionario pronto con le armi teoriche organizzative e tattiche alla sua dittatura».

E adesso anticipiamo la futura conclusione che altro non è che il riassunto di tanti nostri testi passati: nella insurrezione antizarista con chi deve allearsi il partito proletario, rigetto ogni falso estremismo-economicismo? Gli avvenimenti del 1905, che Lenin giustamente chiamò come la prova generale del 1917, contribuirono a gettare luce sullo scottante problema e quindi a preparare la vittoria gigantesca dell’Ottobre. Nel 1905 la forza dell’autocrazia, del suo esercito e dei suoi poliziotti strozzò nelle grandi città il poderoso sollevamento del giovane proletariato mentre la democrazia borghese fu clamorosamente assente, impaurita e annichilita dalla stessa radicalità degli avvenimenti. Il 1905 mostrò altresì che, per gli avvenimenti russi si poteva parafrasare il vaticinio di Marx sulla Francia del 1848:

     «Ogni rivoluzione proletaria russa avrebbe accompagnato una guerra mondiale!»

I bolscevichi di Lenin (il II Congresso del POSDR con la divisione in bolscevichi e menscevichi si ebbe nel luglio-agosto 1903) ma anche Trotski, prevedevano con sicurezza che la rivoluzione, una prima volta sconfitta nel 1905, sarebbe ritornata e che, come già si era valutato prima del 1905, la borghesia capitalista e la democrazia borghese non avrebbero avuto la forza di assurgere al ruolo di protagonisti storici. Pertanto era certo che il proletariato non si doveva solo alleare, ma sostituire alla grande borghesia. Ma con quali programmi politici e sociali? Con quali altri alleati? La formula di Lenin era “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”: il proletariato doveva dirigere esso stesso la lotta antizarista, senza cederla al movimento borghese che tendeva ad intese e compromessi parlamentari col vecchio regime; la classe operaia industriale avrebbe trovato un potente alleato nei contadini delle campagne e con essi avrebbe lottato per l’insurrezione e per il potere. Dittatura perché nella lotta inevitabilmente si sarebbe ricorso ai mezzi rivoluzionari e illegali, come in altri svolti storici aveva fatto la stessa borghesia capeggiando le masse del Quarto Stato; democratica, perché il compito sarebbe stato la distruzione del feudalesimo e non del capitalismo (l’espansione dell’industrialismo si doveva ancora avere per la Russia). Ma il potere non sarebbe stato consegnato alla borghesia capitalistica, anche se in gran parte doveva essere utilizzato per la trasformazione di un’economia arretrata in una capitalistica.

Gli anni di inizio Novecento furono di potente crescita del giovane movimento proletario, che proprio in quegli anni di profonda crisi industriale ebbe la forza di scendere in piazza. Nonostante il regime poliziesco, il 1° maggio 1900, 10 mila operai manifestarono a Charkov rivendicando la giornata lavorativa di otto ore e le libertà politiche. Il 1° maggio 1901 gli scioperi erano estesi a Pietroburgo, Mosca, Tiflis, Jekaterinoslav e in altri grossi centri. Il vigore del giovane proletariato russo si rivelò chiaramente nella cosiddetta “difesa di quelli di Obuchov”. Il 7 maggio la fabbrica d’armi pietroburghese Obuchov, licenziò un gruppo di operai per la partecipazione allo sciopero del 1° maggio; tutti gli operai – circa 5.000 – entrarono in sciopero per il ritorno nell’officina dei licenziati, scontrandosi successivamente con due compagnie di soldati, gendarmi e polizia chiamati a reprimere lo sciopero. Più del risultato – 800 operai arrestati, 37 processati – fu rimarchevole la prova di vitalità e di decisione degli scioperanti che accettarono la sconfitta certa piuttosto che indietreggiare senza battersi.

L’avvenimento di maggior rilievo del 1902 fu lo sciopero, dal 2 al 26 novembre, di Rostov sul Don che ebbe come avamposto le officine ferroviarie. Banco di prova per gli agitatori ed i propagandisti del POSDR, lo sciopero fu represso solo dopo l’ennesimo intervento di unità dell’esercito.

Il 1° marzo 1903 lo sciopero dei minatori di Zlatous fu duramente represso (45 morti e 41 feriti) e nel luglio iniziò lo sciopero degli operai dei pozzi petroliferi a Baku; lo sciopero si estese nell’Ucraina e nel Caucaso coinvolgendo – nel luglio-agosto – più di 2.000 operai. Le città di Kiev, Jekaterinoslav, Odessa e Batum videro accaniti scontri fra dimostranti truppe e polizia che per ordine del Ministro degli Interni Plehve, che sarebbe stato ucciso da un attentato nel luglio 1904, dovevano reprimere lo sciopero e ripristinare il traffico ferroviario “se necessario, anche passando sui cadaveri”.

La guerra russo-giapponese

La maturazione della crisi rivoluzionaria fu accelerata dalla guerra russo-giapponese. La “piccola guerra vittoriosa” su cui puntava lo zarismo per scongiurare la “calamità all’interno della Santa Russia”, portò un’ulteriore discredito al regime, tanto che Trotski nella prefazione del “1905” può scandire che la rivoluzione derivò direttamente dalla guerra russo-giapponese, o meglio, dalla sconfitta russa in quella guerra.

Le mire giapponesi sulla Corea risalivano al decennio precedente, nel 1894-95 infatti il Giappone aveva guerreggiato e vinto con la Cina dei Manciù; dopo una schiacciante vittoria il trattato di pace dell’aprile 1895 sanciva l’indipendenza della Corea dalla Cina, la cessione al Giappone dell’isola di Formosa e della penisola del Liaotung, compresa la città-porto di Port Arthur. Le forti pressioni diplomatiche di Russia, Francia e Germania costrinsero il Giappone a restituire a Pechino la penisola e l’importante porto.

Gli anni a cavallo del 1900 videro le potenze occidentali estendere i propri domini in Estremo Oriente, con grosse preoccupazioni del Giappone che si era visto strappare i frutti dell’importante vittoria militare e vedeva scendere in campo agguerriti rivali. Nel 1898 la Russia ottenne in affitto Port Arthur e alcuni diritti sulla Manciuria; poco dopo, approfittando delle operazioni belliche per la rivolta nazionalista dei Boxer (1899), la Russia occupò militarmente l’intera Manciuria rifiutandosi, a pace conclusa fra Pechino e le capitali europee, di ritirare le truppe dalla regione.

La presenza russa nell’area e le sue manifeste mire espansionistiche, misero in allarme Giappone e Inghilterra, che avevano gli stessi disegni per la finale destinazione di quelle ricche terre; Giappone e Inghilterra si allearono riconoscendosi una reciproca libertà d’azione in quella parte dell’Asia e un reciproco appoggio militare in caso di aggressione. Incominciarono anche incontri e trattative diplomatiche fra Tokio e Mosca, i veri rivali per quella porzione di mondo. Ma, per gli evidenti contrapposti interessi, le trattative non portarono ad alcunché e sola possibilità di scioglimento dello scontro era nel ricorso alle armi.

Il più progredito dei popoli asiatici, più avanzato sulla via di un’attrezzatura di tipo capitalistico rispetto alla Russia, l’enorme Stato a cavallo di Europa ed Asia, ruppe gli indugi e le trattative diplomatiche infruttuose. L’8 febbraio 1904 una squadra navale giapponese attaccò la flotta russa alla fonda a Port Arthur e due giorni Tokio dichiarò guerra a Mosca mentre contemporaneamente sbarcava truppe in Corea. Nell’aprile, l’esercito giapponese batteva quello russo sul fiume Yalu ed entrava in Manciuria mentre altre armate sbarcavano nella penisola del Liaoning e iniziavano l’assedio della munita fortezza di Port Arthur che, distrutta la flotta russa in quelle acque, poteva sperare solo in un improbabile aiuto via terra.

Oscillante fu la posizione dei pavidi liberali borghesi: i circoli democratoidi, dopo un iniziale: «Dio, aiutaci ad essere sconfitti», col prosieguo sfavorevole delle operazioni militari si unirono al patriottismo ufficiale, sperando così di essere investiti del compito di salvatori della patria. Nel novembre 1904 i liberali svilupparono infatti una “campagna di banchetti” con petizioni e discorsi per indurre lo Zar ad imboccare, prima che fosse troppo tardi, la via delle riforme liberali. Il 25 dicembre un editto imperiale in effetti promise future libertà civili rivolgendosi alle “forze sociali mature”, invitate a stringersi intorno al regime. Evidentemente l’appello non riguardava il proletariato industriale che, sordo all’editto imperiale, dette un altro esempio di vigore rivoluzionario: proprio il giorno dopo, il 26, scesero in sciopero i lavoratori dei pozzi petroliferi che rimasero in lotta fino al 3 gennaio quando gli industriali, cedendo firmarono il primo contratto collettivo russo.

Il 2 gennaio era intanto capitolato Port Arthur, assediato dal luglio, evento decisivo per la sconfitta russa che sarebbe stata sanzionata dal trattato di pace del 5 dicembre 1905. E qui riapriamo una parentesi sulla guerra e sui suoi effetti sulla Rivoluzione.

Lenin su la risposta classista alla guerra

Il primo numero dell’organo bolscevico Vopered del 4 gennaio, conteneva l’articolo di Lenin “Autocrazia e proletariato”. Citiamo:

     «Un compito importantissimo attende il proletariato russo. L’autocrazia è scossa. La guerra gravosa e senza speranza in cui si è gettata ha profondamente scalzato le basi del suo potere e del suo dominio. Ormai non può reggersi senza ricorrere alle classi dirigenti, all’appoggio degli intellettuali, e inevitabilmente ne conseguiranno rivendicazioni costituzionali. Le classi borghesi si sforzano di far tornare a loro vantaggio la difficile situazione in cui si dibatte il governo: e questo tenta l’ultima carta per togliersi d’impiccio, per cavarsela con concessioni irrisorie, con riforme non politiche, con promesse che non impegnano a niente e di cui è particolarmente pieno l’ultimo editto dello Zar.
     «Vi riuscirà, almeno temporaneamente e in parte? Ciò dipenderà, in ultima analisi, dal proletariato russo, dal suo grado di organizzazione e dalla forza del suo assalto rivoluzionario. Il proletariato deve saper approfittare di questa situazione politica, per esso estremamente vantaggiosa. Deve appoggiare il movimento della borghesia in favore della Costituzione, scuotere e raggruppare attorno a sé strati quanto più possibile vasti delle masse popolari sfruttate, raccogliere tutte le proprie forze, e scatenare l’insurrezione nel momento in cui la disperazione del governo ha raggiunto il massimo, e il fermento popolare il punto culminante (…)
     «Lo sviluppo della crisi politica in Russia dipende ormai, più che altro, dal corso della guerra contro il Giappone. Nulla più di questa guerra ha smascherato e smaschera il marcio dell’autocrazia, la esaurisce finanziariamente e militarmente, strazia e spinge all’insurrezione le masse popolari spossate dai patimenti e alle quali questa guerra infame e criminale chiede sacrifici illimitati.
     «La Russia autocratica è già sconfitta dal Giappone costituzionale, e ogni dilazione non farà che accentuare e aggravare la disfatta. La miglior parte della flotta russa è già annientata, la situazione di Port Arthur è disperata, e la squadra navale che sta accorrendo in sua difesa non ha la benché minima possibilità, non dico di successo, ma neppure di giungere sul luogo; l’armata principale, comandata da Kuropatkin, ha perduto oltre 200 mila uomini e, ormai stremata e impotente, sta di fronte a un nemico che la schiaccerà senza meno dopo la presa di Port Arthur. La catastrofe militare è inevitabile, e inevitabile è che il malcontento, il fermento e l’indignazione si accentuino fortemente.
     «A quel momento dobbiamo prepararci con tutta la nostra energia. In quel momento una di quelle esplosioni che sempre più spesso si ripetono, ora in un luogo ora nell’altro, porterà a un grandioso movimento popolare. E allora il proletariato si metterà alla testa dell’insurrezione per conquistare la libertà per tutto il popolo, per assicurare alla classe operaia la possibilità di combattere per il socialismo, in modo aperto, ampio e avvalendosi dell’esperienza europea».

Il disfattismo interno di Lenin e dei bolscevichi è chiaro, netto: l’andamento della guerra, con la Russia zarista in procinto di essere sconfitta dal Giappone costituzionale, più avanzato quindi sulla via dell’attrezzaggio capitalistico, avrebbe aperto una enorme crisi politica e sociale del regime zarista, crisi di cui il proletariato ed il suo partito, che si stropicciava le mani per ogni rovescio che le truppe zariste subivano, dovevano approfittare per mettersi alla testa del popolo e scatenare l’insurrezione antifeudale.

I due contendenti non sono messi “alla pari”, con metodo marxista che sempre nell’analisi storica ha rigettato ogni forma di “indifferentismo”: di fronte ad una guerra che l’intera socialdemocrazia riconosce come portato dei moderni contrasti e contraddizioni delle spinte imperialistiche, si sceglie il “male minore”, cioè si indaga quale risultato militare avrebbe accelerato il corso della Rivoluzione che, Lenin non esita a riconoscerlo, riceve allora un involontario aiuto dalle armi dei gialli borghesi di Tokio.

Altra parte dell’articolo va rilevata ed è di polemica interna al campo socialdemocratico, fra bolscevichi, menscevichi e S-R, i Socialisti Rivoluzionari; le considerazioni di Lenin battono in breccia spontaneismo ed eclettismo, bestie mai dome contro cui Lenin, che pure è passato alla storia come il genio della svolta improvvisa e delle più audaci manovre, ha sempre combattuto. Lenin scandisce che la preparazione e l’organizzazione dell’insurrezione – vera e propria arte – è il risultato di un sistematico lavoro quotidiano e della conseguente estensione delle organizzazioni operaie. Ed ecco la potente chiusa del cerchio: l’importantissimo lavoro quotidiano non deve perdere neanche per un attimo il collegamento con il generale piano tattico del partito, piano che bandisce tendenze disorganizzatrici come le più o meno geniali improvvisazioni. Formula semplice quanto complessa sulla preparazione rivoluzionaria del partito che per Lenin e la Sinistra sta nel non calare nessuna barriera fra Teoria ed Azione, fra Princìpi, Programma, Propaganda e Tattica, sbarazzando il campo di ogni concretismo, di ogni formalismo e di ogni attivismo senza princìpi:

     «Ciò che oggi ben più conta è di richiamare l’attenzione del proletariato su forme di lotta effettivamente superiori e attive, come la nota dimostrazione di Rostov e tante altre manifestazioni di massa avvenute nel sud. Ciò che oggi ben più conta è di moltiplicare i nostri quadri, organizzare le forze e prepararci a una lotta di massa ancor più diretta e aperta.
     «Naturalmente, non vogliamo dire che i socialdemocratici debbano abbandonare il loro lavoro quotidiano, ordinario, al quale mai rinunceranno e in cui vedono il mezzo più adeguato per prepararsi alla battaglia decisiva, in quanto fanno interamente ed esclusivamente affidamento sull’attività, sulla consapevolezza, sull’organizzazione del proletariato, sull’influenza che esso ha fra le masse dei lavoratori e degli sfruttati. Intendiamo qui soltanto indicare la strada giusta, richiamare l’attenzione sulla necessità di andare avanti, sottolineare quanto dannose siano le esitazioni tattiche.
     «Il lavoro organizzativo fa anch’esso parte di quel lavoro quotidiano che mai in nessuna circostanza il proletariato cosciente deve dimenticare. Se non esistono organizzazioni operaie vaste e multiformi, se esse non sono vicine alla socialdemocrazia rivoluzionaria, nessuna lotta vittoriosa contro l’autocrazia sarà possibile.. Ma il lavoro organizzativo non è possibile se non si oppone una decisa resistenza alle tendenze disorganizzatrici che da noi, come dappertutto, manifesta questa smidollata parte intellettuale del partito che cambia le parole d’ordine come si cambiano i guanti».

Altro articolo va diligentemente trascritto, quello del numero seguente del Vopered, il 14 gennaio 1905, “La caduta di Port Arthur”:

     «L’Europa era così abituata a identificare la forza morale della Russia con la forza militare del gendarme d’Europa! Per lei il prestigio della giovane razza russa era inscindibilmente legato al prestigio dell’incrollabile potere zarista, saldo nella difesa dell’”ordine” vigente. Non sorprende che la catastrofe subita dalle forze che governano e comandano in Russia sembri “terribile” a tutta la borghesia europea: questa catastrofe segna l’inizio di un periodo in cui lo sviluppo capitalistico mondiale e la storia stessa procederanno con un ritmo estremamente più rapido; e la borghesia sa molto bene, troppo bene, per propria amara esperienza, che in tal modo si affretta la rivoluzione sociale del proletariato. La borghesia dell’Europa occidentale si sentiva così tranquilla in un’atmosfera di lungo ristagno, sotto l’ala del “potente impero! E d’un tratto una certa forza “misteriosa, giovanissima” osa sconvolgere questo ristagno e infrangere i suoi sostegni.
     «Si, la borghesia europea ha di che temere. Il proletariato ha di che rallegrarsi. La catastrofe del nostro peggiore nemico non significa per la sola Russia l’approssimarsi della libertà: preannuncia anche un nuovo slancio rivoluzionario del proletariato europeo.
     «Ma perché e in che misura la caduta di Port Arthur è effettivamente una catastrofe storica?
     «Prima di tutto balza agli occhi l’importanza che questo avvenimento ha per il corso della guerra. I giapponesi hanno raggiunto il loro scopo principale. L’Asia avanzata, progressiva ha assestato un colpo irreparabile all’Europa arretrata e reazionaria.
     «Dieci anni fa quest’Europa reazionaria, con la Russia alla testa, si allarmò per la sconfitta che il giovane Giappone aveva inflitto alla Cina e si unì per strappargli i migliori frutti della vittoria. L’Europa tutelava i rapporti costituiti e i privilegi del vecchio mondo, il suo diritto alla supremazia, l’immemorabile diritto, consacrato dai secoli, di sfruttare i popoli asiatici. La riconquista di Port Arthur da parte del Giappone è un colpo assestato a tutta l’Europa reazionaria (…)
     «Il legame fra l’organizzazione militare del paese e tutta la sua struttura economica e culturale non è stato mai tanto stretto quanto nel momento attuale. La catastrofe militare non poteva quindi non segnare l’inizio di una profonda crisi politica. La guerra di un paese avanzato contro un paese arretrato assume anche oggi, come già parecchie volte nella storia, una grande funzione rivoluzionaria. E il proletariato cosciente, nemico implacabile della guerra, che inevitabilmente, ineluttabilmente accompagna ogni dominio di classe in generale, non può chiudere gli occhi dinanzi al fatto che la borghesia giapponese sconfiggendo l’autocrazia ha adempiuto un compito rivoluzionario. Il proletariato è ostile a ogni borghesia e a ogni manifestazione del regime borghese, ma questa ostilità non lo esime dal dovere di distinguere i rappresentanti della borghesia storicamente progressivi da quelli reazionari. Perciò è del tutto comprensibile che i rappresentanti più coerenti e risoluti della socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale, Jules Guesde in Francia e Hyndman in Inghilterra, abbiano espresso senz’altro le loro simpatie per il Giappone che ha battuto l’autocrazia russa (…)
     «No, la causa della libertà e la lotta del proletariato russo (e mondiale) per il socialismo dipende in misura molto grande dalle disfatte militari dell’autocrazia. Questa causa ha molto guadagnato dal crollo militare che ha spaventato tutti i custodi dell’ordine europeo. Il proletariato rivoluzionario deve condurre un’agitazione instancabile contro la guerra, ricordando sempre che le guerre sono inevitabili finché esiste il dominio di classe in generale. Con frasi banali sulla pace à la Jaurés non si aiuta la classe oppressa, che non è responsabile della guerra borghese tra due nazioni borghesi, che fa di tutto per abbattere ogni borghesia in generale, che sa quanto grandi siano le sciagure del popolo anche durante lo sfruttamento capitalistico “pacifico”. Ma, lottando contro la libera concorrenza, non possiamo dimenticare che essa è più progressiva del regime semifeudale. Nel combattere contro ogni guerra e contro ogni borghesia, dobbiamo nettamente distinguere nella nostra agitazione la borghesia progressiva dall’autocrazia feudale, dobbiamo sempre sottolineare la grande funzione rivoluzionaria di una guerra storica a cui l’operaio russo partecipa senza volerlo.
     «Non il popolo russo, ma l’autocrazia ha cominciato questa guerra coloniale, trasformatasi in una guerra tra il vecchio e il nuovo mondo borghese. Non il popolo russo, ma l’autocrazia è giunta a una vergognosa disfatta. Il popolo russo ha tratto giovamento dalla disfatta dell’autocrazia. La capitolazione di Port Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. La guerra è ancora lontana dal suo epilogo, ma, quanto più a lungo dura, tanto più accresce il fermento e l’indignazione del popolo russo, tanto più si avvicina il momento di una nuova grande guerra, della guerra del popolo contro l’autocrazia, della guerra del proletariato per la libertà. Non per nulla la più tranquilla, pacata borghesia europea – che con tutta l’anima simpatizzerebbe per le concessioni liberali dell’autocrazia russa, ma che teme peggio del fuoco la rivoluzione russa, quale prologo della rivoluzione europea – è tanto allarmata.
     «Si, l’autocrazia è indebolita. I più increduli incominciano a credere nella rivoluzione. E la fede generale nella rivoluzione è già il principio della rivoluzione. Il governo stesso, con la sua avventura bellica, pensa a farla continuare. Il proletariato russo si preoccuperà di appoggiare ed estendere il grande assalto rivoluzionario».

Lenin sistema uno dopo l’altro i cardini del complesso rapporto fra Guerra e Rivoluzione. L’autocrazia e non il popolo ha cominciato quella guerra coloniale, condanna aperta quindi di una guerra che ha come fine schiette mire imperialistiche; né il popolo russo né il popolo giapponese hanno in gioco qualche loro interesse nazionale, mentre è il popolo cinese che è attaccato da un intero branco di famelici imperialisti. La considerazione dava una implicita consegna tattica: i partiti proletari dovevano denegare ogni appoggio ed apporto delle proprie forze politiche organizzate a quella guerra fra Stati (disfattismo interno).

Contemporaneamente però Lenin intende e spiega che il Giappone costituzionale battendo l’autocrazia feudale ha adempiuto ad una grande funzione rivoluzionaria, per questo il proletariato cosciente, nemico della guerra che è espressione di ogni dominio di classe, rifugge ogni indifferentismo e distingue fra la vittoria di una borghesia storicamente progressiva (quella giapponese) da quella di un regime reazionario (quello zarista).

Lenin, con analisi storica materialistica prevede quali diversi effetti avrà lo scioglimento della guerra, tanto che la simpatia per le armi giapponesi è evidente, aperta. L’intera socialdemocrazia internazionale vedeva come una disfatta russa avrebbe avuto ben tre effetti rivoluzionari: il primo, il “pericolo russo” sempre incombente sull’intero movimento internazionale operaio avrebbe ricevuto una poderosa scossa; il secondo, la sconfitta militare sarebbe stata soltanto il prologo di avvenimenti rivoluzionari interni, inevitabili per l’indebolimento dell’intero regime zarista; il terzo, la sconfitta della Russia da parte di una nazione asiatica avrebbe ridestato movimenti democratici rivoluzionari in tutto quel continente in quanto pratica dimostrazione che gli eserciti “bianchi” si potevano battere, non erano invincibili.

Facciamo un piccolo salto in avanti: nella seconda guerra mondiale i giapponesi mostrarono che pure francesi, inglesi e americani erano battibili, piccola lezione ad indiani, vietnamiti e cinesi.

Infine, Lenin ribatte un ennesimo chiodo marxista: le guerre sono inevitabili finché esiste un dominio di classe ed il proletariato non può condurre la sua agitazione con frasi banali sulla pace. Altra pietra angolare: le sciagure del popolo sono grandi anche durante lo sfruttamento capitalistico “pacifico” che pertanto non va idolatrato. Più estesamente scriverà Lenin in “Il capitale europeo e l’aristocrazia”:

     «Non si può chiedere solo la pace perché la pace zarista non è migliore (e talvolta è peggiore) della guerra zarista; non si può lanciare la parola d’ordine della “pace a qualsiasi costo” ma solo quella della pace e simultanea caduta dell’autocrazia (…) di una pace che implichi il rovesciamento dell’assolutismo».

Contro il pacifismo la chiarificazione è potente: la parola d’ordine pace deve implicare il rovesciamento dell’assolutismo e la preparazione di questo rovesciamento deve essere parte portante del piano tattico del partito. Lenin parafrasa il detto romano: Vuoi la pace? Prepara la guerra! E si appella alla guerra civile come unico strumento in grado di mettere fine ai domini di classe, al ciclo delle crisi e delle guerre, espressioni di una società divisa in classi antagoniste. Lenin, indirettamente, ribadisce una nostra classica tesi: il partito comunista è un partito d’attacco all’intero ordine costituito, un partito speciale in cui tutto deve essere per il finale attacco rivoluzionario e per cui nessun successo immediato, nessuna facile conquista di simpatie e consensi anche fra vaste masse proletarie, deve contraddire l’organico e stretto legame fra i nostri princìpi, il nostro programma e il nostro piano tattico a cui si deve ispirare ogni nostra azione, dalla più piccola ed insignificante a quella più grande e difficile.

È questo il legame che conferisce senso materialistico e storico alla attesa del “momento x”, quando dall’arma della critica si passerà alla critica delle armi, e che, nel contempo, toglie alla milizia comunista ogni rassegnato fatalismo come ogni pretesa di smuovere attraverso individuali personalità forze storiche che mai ubbidiscono alla volontà fosse pure quella di uomini illustri o di veri e propri giganti del pensiero. Schiatti il protagonismo: la rivoluzione ha bisogno di regole semplici quanto indefessamente applicate, formule semplici che devono essere comprese dalle masse in movimento, anonime e ignoranti di corsi di storia e di strategia rivoluzionaria.