Partito Comunista Internazionale

Comunismo 49

Per una Storia dell’Asia Orientale nell’età dell’imperialismo: La corea dalle origini alla divisione nazionale

L’antico Stato

Nonostante la penisola coreana sia geograficamente un’appendice delle terre che formano la retrostante Manciuria, ha ospitato uno Stato unitario e indipendente da molti secoli, il più antico dell’Asia dopo la Cina. Protetta dalla catena di monti del Changpai-shan, che ha contribuito a crearne e a mantenerne l’indipendenza, la Corea ha avuto, fino al 1945, una popolazione estremamente omogenea per stirpe, lingua e cultura. La vicinanza all’immenso Impero di Mezzo ha portato però più volte all’invasione del Paese da parte di eserciti provenienti dal settentrione: già nel 108 a.C. lo Stato di Choson, come si chiamava allora la Corea, fu invasa da tre eserciti cinesi; l’anno successivo venne annesso alla Cina e diviso in quattro parti. Nei secoli successivi questi territori, con l’indebolirsi della potenza degli Han anteriori, tornarono a godere di una certa indipendenza. Verso la metà del VII secolo si arrivò nuovamente all’unificazione del paese. Con l’avvento dei mongoli in Cina nel 1271, la Corea divenne ancora una volta uno Stato vassallo finché nel 1392, detronizzati i Mongoli dai Ming, il generale Yi Song-gye organizzò una rivolta e si proclamò re nel 1392, fondando la nuova dinastia Yi che regnerà fino al 1910.

Anche in questo periodo però il Paese, che aveva ripreso l’antico nome di Choson, dovette subire una breve invasione da parte dei Giapponesi tra il 1592 e il 1597, poi dei Manciù che, detronizzati i Ming in Cina nel 1627, intesero punire la Corea per l’appoggio fornito ai loro nemici, interrompendo così la splendida fioritura della dinastia Yi. Questa invasione sconvolse a tal punto l’assetto economico del regno da indurlo ad adottare una rigida politica di isolamento. Per circa due secoli la Corea fu preda di continue lotte interne, governata congiuntamente da una “monarchia debole” e da una “aristocrazia ereditaria forte”, i cosiddetti yangban, che detenevano il monopolio delle cariche politiche, amministrative e militari: due forze che «sebbene reciprocamente antagoniste, generalmente si sostenevano a vicenda in una relazione simbiotica» (Beasley). La popolazione intanto languiva a causa della profonda crisi agricola ed economica che colpiva il Paese.
 

La guerra cino-giapponese

La politica di isolamento della Corea era destinata a cadere all’epoca della seconda penetrazione degli occidentali in Asia Orientale, che innescò profondi cambiamenti nella zona attraverso l’imposizione di trattati ineguali alla Cina (1842-1858), mercato ambito per la sua immensità, e al Giappone (1854-1858), arcipelago di passaggio e di scalo per le navi statunitensi in rotta verso la Cina. La Corea, che non rivestiva per gli occidentali l’importanza dei due confinanti, fu aperta alcuni anni più tardi dal Giappone Meiji, col trattato ineguale di Kanghwa nel 1876, che aprì al commercio due porti coreani.

Poiché la Corea era ancora uno Stato vassallo della Cina, questa protestò vanamente col Giappone affermando che la Corea non possedeva la potestà giuridica per concludere accordi con altri Paesi. Il contenzioso cino-giapponese sulla regione si protrasse per alcuni anni finché, nel 1894 il Giappone decise di passare all’offensiva, sia per prevenire la Cina, che sembrava intenzionata a rendere effettiva la propria sovranità, sia per opporsi alle ambizioni russe nell’area, rese evidenti dall’intenzione di costruire una ferrovia per collegarla alla Siberia.

L’intervento in Corea si basava «su considerazioni sia economiche, relative agli scambi commerciali di recente istituiti tra i due paesi, sia strategiche in quanto la Corea costituiva per il Giappone la via naturale di accesso all’Asia nord-orientale, pertanto entrambe sarebbero state minacciate se la Corea cadeva sotto il dominio di un’altra potenza».

La guerra, iniziata ai primi di agosto del 1894, fu facile impresa per il Giappone, data la superiorità del suo esercito, che disponeva di un armamento moderno, su quello cinese. Alla fine di settembre l’armata giapponese controllava la maggior parte della Corea e la sua flotta dominava il Mar Giallo. In ottobre fu occupata la Manciuria meridionale e nei primi mesi del ’95 cadde Port Arthur. Era così aperta la via per avanzare su Pechino: con sette divisioni giapponesi pronte ad occupare la capitale, la Cina fu costretta a trattare.

Il trattato di pace, firmato in aprile a Shimonoseki, fu duro: impose alla Cina di riconoscere l’indipendenza della Corea ponendo fine alle sue pretese di sovranità; cedeva al Giappone l’isola di Formosa-Taiwan e la penisola di Liaotung, compreso Port Arthur; altre quattro città cinesi venivano aperte al commercio, inoltre la Cina era obbligata al pagamento di una forte indennità.

Ma la soddisfazione dei nazionalisti giapponesi per la vittoria e per i risultati che aveva portato fu di breve durata: pochi giorni dopo la firma del trattato di pace, il 23 aprile, Russia, Francia e Germania informarono Tokio che consideravano con preoccupazione la cessione al Giappone della penisola di Liaotung e ne consigliavano la restituzione alla Cina. Il motivo addotto era che il controllo giapponese sulla penisola avrebbe rappresentato una minaccia per la Cina. In verità la Russia vedeva in quella conquista una minaccia alle sue proprie velleità di espansione, che miravano a mettere un piede saldo sulle coste del Pacifico libere dai ghiacci; da parte sua la Francia favoriva la Russia per ottenerne l’appoggio nel suo tentativo di espansione nelle regioni meridionali della Cina, mentre la Germania era interessata a distogliere l’attenzione di Mosca dal confine occidentale ed era portata ad acconsentire agli sforzi di espansione di Mosca verso Oriente.

Il Giappone, già logorato dalla guerra con la Cina, non poteva rischiare uno scontro diretto con la Russia e dovette accettare di rinunciare alla penisola; anche la Corea tornò sotto sovranità cinese. L’orgoglio nazionale giapponese ricevette un grave colpo e l’episodio ne rafforzò le correnti nazionaliste.

D’altra parte le tre potenze accorse in aiuto di Pechino si fecero pagare caro il loro interessamento: la Russia, che tramite la Banca Russo-Cinese, con capitali francesi, aveva prestato allo Stato cinese il denaro per pagare l’indennità di guerra al Giappone, a garanzia del prestito si fece riconoscere un più stretto controllo sulle entrate doganali di quello Stato.

Nel 1896 la Russia ottenne la concessione per la costruzione della ferrovia transiberiana, tra Cita e Vladivostok, attraverso la Manciuria settentrionale, che avrebbe abbreviato di molto il vecchio percorso, e di farla presidiare da truppe russe. Alla Società costruttrice fu anche riconosciuto il diritto allo sfruttamento minerario e industriale in vaste zone; in tal modo la Russia attuava un’annessione appena velata della Manciuria settentrionale.

La Germania, da parte sua, nel 1897 si impadronì della fortezza di Kyao-Cin.

Nello stesso anno la flotta russa attraccò a Port Arthur con il pretesto di svernare, ma tre mesi dopo il governo di Pechino fu costretto a cedere il porto in affitto per 25 anni e a congiungere Port Arthur a Vladivostok con una linea ferroviaria.

L’Inghilterra nel 1898 occupò la città portuale di Wei-hai-vei, di fronte a Port Arthur, col proposito evidente di mettere un freno alle brame russe. La Francia si accontentò di arrotondare, a spese della Cina, i suoi possedimenti nel Tonchino, di acquistare concessioni minerarie e ferroviarie nelle province cinesi meridionali e di farsi concedere favorevoli condizioni commerciali.
 

Artigli imperialisti sulla Cina

Ai giapponesi non poteva sfuggire quanto tutto ciò li danneggiasse; le loro truppe avevano sconfitto l’esercito cinese ma i frutti della vittoria passavano nelle mani di altri Stati, principalmente dell’Impero degli Zar.

Il governo nipponico reagì immediatamente sul piano militare. Nel 1896 fu raddoppiato il potenziale dell’esercito che passò da 7 a 13 divisioni. Nel 1898 cavalleria e artiglieria divennero corpi indipendenti. Fu migliorato l’armamento portatile e l’artiglieria fu dotata di moderni cannoni a ripetizione. Anche la flotta ebbe un incremento notevole: nel 1896-97 fu varato un programma di costruzioni navali che prevedeva la costruzione di 4 grandi navi da battaglia, 16 incrociatori, 23 cacciatorpediniere, 600 altre navi minori; il numero delle navi da guerra più grosse, da cacciatorpediniere in su, alla fine del 1903, salì a 76, per un totale di 258.000 tonnellate.

Una breve schiarita nei rapporti tra Giappone e Russia si ebbe nel 1898 quando la Russia riconobbe al Giappone i suoi “maggiori diritti” sulla Corea, ma nello stesso anno in varie regioni della Cina scoppiarono rivolte contro la svendita del paese agli imperialisti stranieri che culminarono nella insurrezione dei Boxer; gli insorti nel giugno del 1900 penetrarono in Pechino e uccisero una settantina di europei tra cui l’ambasciatore tedesco e alcuni missionari.

Le grandi potenze approfittarono della sollevazione per accelerare la spartizione dell’Impero di Mezzo. Mettendo momentaneamente da parte le rivalità, fu organizzato un contingente internazionale forte di 16.000 uomini tra Giapponesi, Russi, Americani, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Austriaci e Italiani, che si concentrò a Tientsin.

È passato alla storia il discorso dell’Imperatore Guglielmo II di Germania alle truppe in partenza per la Cina: «Nessuna grazia!, Nessun prigioniero! Mille anni fa gli Unni di Re Attila si sono fatti un nome che è entrato nella storia e nella leggenda. Allo stesso modo voi dovete imporre in Cina, per mille anni, il nome di “tedesco”, in maniera che mai più in avvenire un cinese osi guardare di traverso un tedesco». Queste direttive verranno seguite da tutti i corpi di spedizione che gareggiarono in crudeltà contro la popolazione cinese.

Il 14 agosto il corpo di spedizione entrò in Pechino e liberò il quartiere delle legazioni che era in stato di assedio da due mesi. La città venne saccheggiata, migliaia di cinesi vennero massacrati, il Palazzo imperiale fu occupato dalla soldataglia e depredato della maggior parte dei suoi tesori. Spedizioni punitive vennero organizzate anche verso le zone rurali dove i Boxer avevano agito. In Manciuria, dove furono i Russi ad assumersi il compito della pacificazione, interi villaggi vennero distrutti e migliaia di persone sgozzate e gettate nell’Amur; le truppe russe occuparono tutta la Manciuria.

Lenin sferzò con parole di fuoco, nel primo numero dell’Iskra, la spietata politica di assassinio e di rapina dell’Imperialismo: «Ed ecco che ora i capitalisti europei hanno allungato le loro avide grinfie sulla Cina. E fra i primissimi ad allungarle è stato proprio il governo russo, che ora va tanto millantando il proprio “disinteresse”. “Disinteressatamente” esso ha tolto alla Cina Port Arthur e ha cominciato a costruire, sotto la protezione delle truppe russe, una ferrovia per la Manciuria. Uno dopo l’altro i governi europei si sono messi con tanto zelo ad arraffare, scusate, ad “affittare” terre cinesi che non a torto si è cominciato a parlare di spartizione della Cina (…) Si sono messi a depredare la Cina come un morto e quando questo morto apparente ha tentato di opporre resistenza, gli si sono avventati contro come bestie feroci, dando alle fiamme interi villaggi, annegando nell’Amur, fucilando e infilzando sulle baionette gli abitanti inermi, le loro donne i loro bambini. E tutte queste cristiane imprese sono accompagnate da grida contro i selvaggi cinesi che osano levare la mano contro i civili europei. (…) Povero governo imperiale! Alcuni anni fa ha disinteressatamente occupato Port Arthur e sta ora disinteressatamente occupando la Manciuria; ha disinteressatamente sguinzagliato per le regioni della Cina confinanti con la Russia una masnada di appaltatori, ingegneri e ufficiali che, col loro comportamento, hanno spinto alla rivolta perfino i cinesi, noti per loro docilità» (Lenin, La guerra cinese, 1900).
 

La guerra russo-giapponese

Questa presenza russa in Manciuria era sgradita soprattutto al Giappone e all’Inghilterra; quest’ultima paventava il declino della propria influenza in Cina qualora l’occupazione russa della Manciuria fosse diventata permanente; il Giappone aveva sempre più bisogno della Manciuria (ricca di carbone e di ferro oltre che di potenzialità agricole) e della vicina Corea per la fornitura delle materie prime alla sua industria in grande sviluppo ed anche di riso per la popolazione passata dai 35 milioni del 1873 ai 46 del 1903 con un’urbanizzazione del 21%.

I due Paesi arrivarono alla firma di un trattato di collaborazione militare il 30 gennaio 1902 col quale l’Inghilterra riconosceva che il Giappone «oltre agli interessi in Cina, nutre particolari interessi, sia politici, sia commerciali, sia industriali in Corea». In un primo tempo la Russia parve temere la nuova alleanza e dichiarò di essere pronta a ritirare gradualmente le sue truppe dalla Manciuria, ma in seguito non mantenne gli impegni presi e alle nuove proposte di accordo avanzate dal Giappone rispose con controproposte intransigenti, sicura della sua superiorità militare.

Nonostante le titubanze all’interno del suo stesso governo, a questo punto il Giappone decise di entrare in guerra con la Russia. Il 6 febbraio 1904 Tokio ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca. Due giorni dopo, inaugurando una tattica che sarebbe stata ripetuta anche nella II Guerra mondiale, torpediniere giapponesi si avvicinarono a luci spente a Port Arthur aprendo le ostilità, senza preventiva dichiarazione di guerra, con un poderoso attacco alla flotta russa. Grazie alla sorpresa furono distrutte 7 navi tra cui 3 grossi incrociatori, il Giappone assicurandosi la superiorità sul mare. La guerra di terra fu particolarmente dura: nella battaglia decisiva per la conquista di Mukden i giapponesi impegnarono 16 divisioni per un totale di circa 400.000 uomini. Ma il colpo decisivo alla resistenza russa fu dato dalla spettacolare vittoria dello stretto di Tsushima, che divide la penisola coreana dalle isole giapponesi, dove la flotta russa del Baltico, che aveva lasciato l’Europa in novembre e compiuto mezzo giro del mondo col proposito di spezzare il blocco navale di Vladivostok, fu attaccata e distrutta dalla più moderna ed efficiente flotta giapponese comandata dall’ammiraglio Togo.

Nel frattempo l’esercito russo era riuscito a ricevere sostanziali rinforzi e a riorganizzarsi, mentre quello giapponese risentiva dello sforzo compiuto, della lunghezza delle linee di rifornimento, dell’esaurimento finanziario, dato che l’Inghilterra, preoccupata dalla prova di efficienza offerta dalla potenza militare giapponese, aveva stretto i cordoni della borsa. L’armata russa avrebbe potuto nuovamente passare all’offensiva, ma lo scoppio della rivoluzione in Occidente costrinse il governo dello Zar a venire a patti.

Alla conferenza di pace di Portsmouth (agosto 1905) la Russia riconobbe la supremazia del Giappone in Corea, il passaggio al Giappone degli interessi russi in Manciuria meridionale compresa la ferrovia e la penisola di Liaotung, la cessione della parte meridionale dell’isola di Sahalin.
 

Protettorato del Giappone

Nel luglio dello stesso anno anche gli Stati Uniti avevano dato il benestare allo stato di subordinazione della Corea che in novembre diveniva un protettorato giapponese, per cui il Giappone assumeva il controllo dei suoi rapporti internazionali.

Nel febbraio 1906 fu nominato Residente Generale a Seoul Ito Horobumi, uno dei più noti statisti del Giappone moderno, che esercitava un’azione di supervisione e veto su qualsiasi atto del governo coreano, chiamato da alcuni storici coreani “governo dei consiglieri” in quanto i vari dicasteri erano di fatto guidati da consiglieri giapponesi là dove (Esteri, Difesa, Comunicazioni) non fossero di stretta competenza e gestione giapponese.

Nel 1907 l’ultimo monarca della millenaria dinastia Yi fu costretto ad abdicare in favore del figlio, per punirlo degli sterili ma imbarazzanti tentativi compiuti per interposta persona a Washington e all’Aja, fra il 1905 e il 1907, per fare annullare il trattato di protettorato in quanto imposto con la forza. Visto qual’era la politica delle grandi potenze era come se l’agnello chiedesse protezione al lupo. Nello stesso anno la presenza giapponese si rafforzò notevolmente fino a coprire i settori chiave del governo, dell’amministrazione pubblica, delle comunicazione e dei trasporti, del sistema giudiziario, della polizia e dell’esercito. L’esercito coreano, forte di novemila uomini, fu sciolto.

Sembra che in seguito a questi provvedimenti sia scoppiata una grande rivolta, repressa nel sangue con più di 10.000 morti. Nell’ottobre 1909 il Residente Giapponese fu ucciso in un attentato da un nazionalista coreano, il governo giapponese inviò in Corea il generale Terauchi Masakata che sottomise i coreani massacrando migliaia di persone (probabilmente 20.000) soprattutto nei villaggi. L’assassinio fu il pretesto per procedere alla definitiva annessione della Corea che ricevette il nome nipponico di Chosen.
 

La colonizzazione

Il Giappone stabilì a Chosen uno degli apparati politico-amministrativi più efficienti della storia coloniale, protetto da una numerosa polizia e dall’esercito. Il Governatore Generale aveva piena autorità ed autonomia esecutiva, legislativa e giudiziaria sul paese; veniva scelto tra i generali e gli ammiragli in servizio attivo in modo da poter essere investito al tempo stesso della carica di comandante in capo dell’amministrazione militare coloniale.

«Fino al 1905 sono soprattutto la crescita della popolazione (11 milioni all’inizio del XX secolo) e i disordini interni a scuotere l’organizzazione tradizionale dell’economia coreana, favorendo la concentrazione fondiaria e lo sviluppo del commercio e dell’artigianato indipendente. Sotto l’amministrazione giapponese le riforme fiscali e monetarie e la modernizzazione dei trasporti e delle comunicazioni tendono a confermare questa tendenza, ma stornando i profitti verso le imprese giapponesi. In seguito all’istituzione del catasto, avvenuta nel 1912, il governo generale si impadronisce delle terre che i proprietari hanno trascurato di dichiarare, cioè il 40% delle superficie coltivate. La Compagnia di sfruttamento fondiario dell’Estremo Oriente ne riceve le migliori, insieme a quelle tolte ai coltivatori indebitati verso creditori giapponesi. Nel 1916 il 77,5% delle famiglie contadine è ridotto alla condizione di mezzadria; il totale degli agricoltori proprietari è diminuito dell’80%, soltanto il 2,5% dei grandi proprietari coreani è riuscito a conservare i propri possedimenti» (P. Leon, Storia economica e sociale del mondo).

Queste affermazioni sono confermate da Collotti Pischel che scrive nel suo Storia dell’Asia Orientale 1850-1949: «I coreani (13 milioni nel 1910, 17 nel 1920, 19 nel 1930, 24 nel 1940) subirono per 35 anni una dura oppressione. Attraverso meccanismi legali e fiscali fu imposto il trasferimento di gran parte della terra della Corea meridionale a giapponesi che venivano insediati nella penisola come proprietari, mentre i contadini coreani venivano ridotti ad affittuari o conservavano piccolissimi lotti». Secondo altre fonti non sembrerebbe che i grandi proprietari coreani fossero stati così duramente colpiti. Idéo ad esempio afferma che «ad eccezione dei proprietari terrieri, i coreani vennero esclusi dalla gestione economica delle risorse del paese, tanto che alla fine della II Guerra mondiale la borghesia coreana sarà praticamente inesistente nel contesto dei paesi coloniali dell’Asia Orientale». Questa affermazione farebbe supporre che i proprietari terrieri fossero risparmiati, almeno in buona parte, dalle espropriazioni giapponesi.

Mentre la rete delle comunicazioni e dei trasporti faceva capo al governo coloniale (che svolse un ruolo ancor più preponderante e invasivo del primo governo Meiji, a cui si ispirava per promuovere la modernizzazione della colonia), la quasi totalità delle industrie moderne erano possedute e gestite da giapponesi cui il governatorato offriva numerosi incentivi: sussidi, imposte ridotte, dividendi garantiti in industrie di particolare interesse per lo sviluppo dell’economia coloniale e infine la collaborazione di un’efficiente burocrazia.

Scrive ancora Collotti Pischel «I giapponesi attuarono una politica di sviluppo in Corea: per esigenze strategiche costruirono un’importante rete ferroviaria, insediarono nel Sud industrie manifatturiere che sfruttavano la manodopera di un paese di grandi tradizioni artigiane, con l’inizio degli anni ’30 procedettero all’industrializzazione pesante del Nord, favorita dal potenziale idroelettrico del fiume Yalu. Fu però una modernizzazione che andò a beneficio delle imprese giapponesi proprietarie delle aziende: i coreani fornivano soltanto una forza lavoro qualificata – spesso coatta – e non avevano accesso ai profitti, spartiti tra i grandi zaibatsu e le imprese controllate dai militari». I coreani registrati come addetti all’industria a tempo pieno erano per il 90-95% semplici operai.

Anche in agricoltura le proprietà terriere più vaste e produttive (soprattutto i campi irrigui in alcune regioni del Sud) erano in mano a proprietari assenteisti giapponesi che le concedevano in affitto a contadini locali; alla fine della II Guerra mondiale il 75% della popolazione coreana era però ancora dedito all’agricoltura.

Nel complesso pare che la gestione economica giapponese, considerate le condizioni di partenza e la breve durata del dominio coloniale, ebbe un notevole effetto modernizzatore: aumentò la superficie coltivata e ne razionalizzò la conduzione; fu stesa una buona rete di comunicazioni e creata una base industriale, specialmente negli anni ’30.

La storiografia è concorde nel sottolineare che questo sviluppo economico fu finalizzato alle esigenze dell’Impero del Sol Levante: i coreani ad esempio non beneficiarono dell’aumentata produzione di riso (che anzi dovettero sostituire con orzo o miglio nella loro dieta) perché esso era destinato quasi totalmente al mercato giapponese. Alla fine degli anni ’30 Corea e Taiwan producevano il 98% del riso importato dal Giappone. Anche lo sviluppo dell’industria fu sfruttato dal Giappone, soprattutto nel periodo della guerra. Dal ’38 al ’40 le industrie pesanti ad alta intensità di energia (chimiche, estrattive, macchinari) rappresentavano il 44% del valore totale della produzione del settore manifatturiero, rispetto al 26% del triennio ’26-’29.

I coreani erano esclusi dalle cariche direttive e dalle funzioni specializzate; gli operai coreani guadagnavano circa la metà del loro compagni giapponesi; gli impiegati un 40% in meno. Migliaia di contadini poveri e analfabeti, serbatoio di manodopera a basso costo, furono costretti ad emigrare in Giappone, dove svolgevano i lavori più umili e peggio pagati. Tra il 1910 e il 1945 emigrò circa il 15% della popolazione coreana. L’episodio più drammatico, significativo della difficile esistenza condotta dagli immigrati si ebbe dopo il tremendo terremoto che sconvolse la zona del Kanto, in Giappone, nel settembre 1923: avendo estremisti di destra sparso la voce che i coreani avrebbero avvelenato i pozzi, saccheggiato e ucciso, la folla inferocita ne massacrò alcune migliaia.

Dal 1942 al 1945 l’emigrazione aumentò notevolmente in proporzione alle crescenti necessità giapponesi di procurarsi operai a basso costo per le miniere e le fabbriche del territorio metropolitano e dei Paesi della più grande Asia Orientale. Alla fine della guerra erano stati mobilitati circa 2 milioni di coreani per lavori pesanti in Giappone, a Sahalin e nel Pacifico del Sud. Qualche anno fa venne confermato il rastrellamento di circa 200.000 donne coreane per i bordelli dell’esercito sui vari fronti di guerra.

Il ricordo di queste sofferenze è ancora vivo nella memoria del popolo coreano anche perché la minoranza coreana in Giappone continua ad essere discriminata anche in questo dopoguerra e tuttora non gode del diritto di cittadinanza.

Nell’ultimo decennio dell’occupazione il Giappone perseguì l’obbiettivo dell’integrazione della Corea nell’Impero, cercando di sopprimerne l’identità nazionale; venne imposto lo studio della lingua giapponese e il suo uso in tutti i documenti pubblici e privati e nei giornali; tutti i sudditi vennero obbligati a frequentare i templi scintoisti eretti in Corea nel periodo coloniale, abbandonando la tradizionale religione buddista.

Una dominazione di questo tipo aveva bisogno di un efficiente apparato repressivo e di una capillare presenza della polizia giapponese. La Corea divenne così il luogo ideale per l’assorbimento di quel ceto medio basso che in Giappone veniva formato dalle scuole che non davano accesso all’Università: dal 1910 al 1945 i residenti giapponesi crebbero da 170.000 a 700.000. Per attuare meglio il controllo della popolazione, inoltre, il Governatorato fin dall’annessione aveva cooptato all’interno delle forze di polizia coloniale tutti i funzionari di polizia coreani. Nel 1930 questi ultimi costituivano il 40% del totale (18.800 uomini). Dopo il 1943 i giovani coreani furono anche costretti ad arruolarsi nelle armate imperiali giapponesi: alla fine della II Guerra mondiale 186.000 coreani erano nell’esercito e 30.000 nell’aviazione.
 

La Prima Guerra mondiale

Pochi giorni dopo lo scoppio della I Guerra mondiale la Gran Bretagna, unita in alleanza militare col Giappone, ne chiese l’aiuto per proteggere Hong Kong e Weihai, come pure per un’azione contro le navi pirata tedesche nel Pacifico.

Il governo giapponese ne approfittò per rafforzare la sua presenza in Cina. Il 15 agosto 1914 chiese alla Germania che ritirasse le proprie navi da guerra dall’Estremo Oriente e gli cedesse il territorio in affitto di Kiaochow. Poiché queste intimazioni furono ignorate il 23 agosto entrò in guerra contro la Germania. L’azione militare giapponese fu immediata e vittoriosa. Il 2 settembre le truppe cominciarono a sbarcare nella penisola dello Shantung, avanzando verso Tsingtao e la baia di Kiaochow. Il 7 novembre la città fu occupata, completando così la campagna. Nel frattempo le operazioni navali del mese di ottobre avevano portato all’occupazione delle isole del Pacifico a nord dell’Equatore in possesso della Germania. Così i giapponesi in meno di tre mesi avevano sostituito i tedeschi in tutte le basi, nelle ferrovie e nelle altre installazioni comprese nella loro sfera d’interessi.

Quando, nel gennaio del 1915, il governo cinese chiese alle truppe straniere di lasciare il paese essendo la Cina neutrale rispetto alla guerra in Europa, il Giappone presentò una lista di 21 richieste che estendevano ulteriormente la presenza giapponese in Cina: nonostante le proteste degli Stati Uniti il Giappone ottenne gran parte di quanto pretendeva.

Di fronte ad una ennesima richiesta di una maggiore partecipazione allo sforzo di guerra dell’Intesa, avanzata nel gennaio del 1917 dalla Gran Bretagna, il 16 febbraio 1917 fu concluso un accordo segreto in base al quale il Giappone prometteva di fornire una scorta navale da impiegare nelle acque europee e di appoggiare le rivendicazioni britanniche sulle isole già tedesche del Pacifico a sud dell’Equatore; in cambio la Gran Bretagna si impegnava ad appoggiare le rivendicazioni giapponesi nello Shantung, sulle isole Caroline, Marianne e Marshall.

Poche settimane dopo anche Francia e Italia strinsero accordi analoghi come prezzo per l’aiuto dato dal Giappone nel “convincere” il governo cinese a dichiarare guerra alla Germania.

Nell’agosto 1917 la Cina entrò dunque in guerra a fianco dell’Intesa: la cosa non implicò alcuno sforzo militare, ma soltanto il sequestro dei beni e delle navi tedesche in Cina, l’occupazione delle zone e delle concessioni controllate fino ad allora dalla Germania e dall’Austria (Quingdao, Tientsin, Hanku) e l’invio in Occidente di 200.000 coolie non combattenti. In cambio le Potenze accettarono di sospendere per 5 anni il pagamento dell’indennità corrisposta dalla Cina a seguito della rivolta dei Boxer.

Dopo la fine della guerra, alla conferenza di Versailles, il Giappone, ormai ottenuto il rango di grande potenza, pretese di mantenere il controllo della regione ex tedesca dello Shantung; nonostante le proteste della delegazione cinese, che ne rivendicava la restituzione, fu naturalmente il Giappone a spuntarla. Non suscitò invece alcuna opposizione la richiesta di sovranità sulle isole del Pacifico a nord dell’Equatore.

Un altro problema sorto a Versailles era quello siberiano. La rivoluzione aveva provocato nei territori russi dell’Estremo oriente un fermento rivoluzionario che minacciava di estendersi anche alla vicina Manciuria e alla Cina. Il problema era particolarmente sentito dal Giappone che già nel dicembre 1917 pensava di creare una cintura di sicurezza alle frontiere settentrionali della Cina.

Nel giugno-luglio 1917 truppe cecoslovacche, che combattevano per aprirsi un varco e uscire dalla Russia, avevano occupato Vladivostok e i tronchi orientali della ferrovia transiberiana. Le potenze imperialiste vollero approfittare dell’episodio per intervenire contro l’Unione Sovietica; gli Stati Uniti proposero un intervento limitato per coprire la ritirata dei cechi ed il Giappone ne approfittò per espandersi verso settentrione. Alla fine del 1918 quattro o cinque divisioni giapponesi operavano nel bacino dell’Amur, controllando per intero la ferrovia; il loro numero sopravanzava di gran lunga i contingenti statunitensi e degli altri alleati.

Nella lotta contro l’attacco giapponese i bolscevichi trovarono validi combattenti tra le comunità coreane che già a fine Ottocento si erano stabilite in Siberia e in Manciuria. A partire dal 1918 numerosi coreani combatterono nell’Armata Rossa formando i primi nuclei di comunisti coreani.

Nel novembre 1918 i bolscevichi riconquistarono Omsk, oltre gli Urali, e muovevano speditamente verso Est. Nel gennaio 1920 il governo statunitense annunziò il ritiro delle proprie truppe e l’esempio fu seguito anche da Gran Bretagna, Francia e Canada. Rimasero solo i giapponesi che estesero l’occupazione anche alla parte settentrionale di Sahalin.

Ecco dunque che a Versailles la Siberia era ancora un problema aperto su cui le posizioni di Giappone e Stati Uniti divergevano; lo stesso per lo Shantung perché la Cina non aveva accettato quando deciso dalle grandi potenze e gli Stati Uniti la appoggiavano; ulteriori motivi di tensione tra USA e Giappone erano costituiti dalla questione dell’emigrazione e da quella dell’armamento navale.

La Frazione della Sinistra Italiana, la cui voce era rappresentata dal periodico “Bilan”, col suo lavoro continuo nel solco della nostra tradizione di comunismo rivoluzionario, aveva compreso che un nuovo epicentro dello scontro interimperialistico era sorto in Estremo Oriente e che il Giappone era ormai a pieno titolo uno dei protagonisti della politica mondiale; numerosi lavori sono dedicati ad esaminare la situazione nella regione che viene più volte indicata come uno dei punti nevralgici delle relazioni internazionali.

In un articolo intitolato Le competizioni inter-imperialiste in Cina (n. 11, settembre 1934) si facevano queste considerazioni: «La guerra del 1914-1918 non ha né posto né risolto il problema della spartizione dell’Asia. È certo che prima della guerra mondiale la potenza dominante in estremo oriente era l’Inghilterra che sosteneva le velleità espansioniste del Giappone contro la Russia. La guerra del 1914 non ha affrontato le contraddizioni imperialiste in Asia e prova ne è la partecipazione di Inghilterra, Russia e Giappone nello stesso fronte (…) Per il Giappone la penetrazione sul continente era una questione vitale (…) È per questo che, grazie alla guerra del 1914 che aveva sviluppato enormemente la sua industria, reso possibile dalla rottura dei rapporti commerciali tra Europa e Asia, profittando dell’isolamento della Cina, il Giappone accentuò la sua penetrazione continentale. La fine dell’egemonia inglese in Cina, l’apparizione del Giappone e degli Stati Uniti, la lotta che ne risulta per la spartizione dell’Asia ha espresso nel dopoguerra l’impossibilità, visto lo sviluppo delle forze di produzione nel mondo, di mantenere la lotta interimperialista per dei nuovi sbocchi attorno alla nuova spartizione delle colonie e dei territori del Mediterraneo e dell’Europa centrale e la necessità di sviluppare questa lotta inglobandoci i territori asiatici, la cui estensione e densità di popolazione possono contentare dei capitalismi ridotti agli estremi. Gli obbiettivi del 1914, una nuova divisione del mondo, influenzata e controllata già dagli imperialismi, restano in tutta la loro attualità, ma si legano ormai alle lotte in Asia dove il capitalismo alla ricerca di nuovi mercati, di nuovi profitti si dirige inevitabilmente (…) Il problema del controllo delle rotte marittime mondiali e quello dell’occupazione degli arcipelaghi strategici dovranno essere risolti tra Giappone, Stati Uniti e Inghilterra. Questa sarà la caratteristica della nuova guerra imperialista di domani».

Per discutere di questi problemi e cercare di risolverli in modo “pacifico” i rappresentanti delle grandi potenze si riunirono a Washington nel novembre 1921. Si giunse ad un patto tra USA, Gran Bretagna, Giappone e Francia in base al quale ci si impegnava a rispettare le relative aree di influenza e a consultarsi ogni qualvolta sorgesse un motivo di crisi. Per gli armamenti fu stabilito che le navi da guerra non dovessero superare le 35 mila tonnellate e le portaerei le 27 mila; che i cannoni non superassero i 406 mm. di calibro e che non si costruissero nuovi porti a Guam, Hong Kong, Manila e altre basi più vicine al Giappone delle Hawaii e di Singapore. La proporzione del tonnellaggio complessivo delle navi da guerra fu stabilita, come richiesto dagli USA, in 5/5/3 rispettivamente per USA, Gran Bretagna e Giappone.

Questi accordi conferirono al Giappone la superiorità navale nel Pacifico e un controllo duraturo sui punti di avvicinamento alle coste cinesi. Le divergenze tra Cina e Giappone nello Shantung furono momentaneamente superate con l’accordo bilaterale del 4 febbraio 1922 che restituì alla Cina la sovranità sulla provincia, ma garantendo al Giappone gli interessi economici che vi possedeva. Nell’ottobre infine il Giappone ritirò le sue truppe dalla Siberia, sebbene dovessero passare altri tre anni prima che evacuasse la parte settentrionale di Sahalin e ripristinare le relazioni diplomatiche con la Russia.

Ma questo ordine ritrovato sotto l’egida delle quattro grandi potenze imperialiste vincitrici non poteva essere duraturo. La vittoria del proletariato in Russia, il crescere del movimento nazionalista in Cina, la pressione dell’imperialismo giapponese e statunitense; l’indebolirsi di quello britannico e francese avrebbero ben presto fatto crollare questa pace delle cannoniere.
 

1922 – Primo Congresso delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente

Come contraltare della conferenza imperialista di Washington, nel gennaio del 1922 si riunì a Mosca, per iniziativa dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista, un Congresso delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo oriente. Vi parteciparono 144 delegati, «per la maggior parte non comunisti» scrive Agosti (La Terza Internazionale, Storia documentaria), provenienti dalla Cina, dalla Corea, dal Giappone, dalla Mongolia, dall’India, dall’Indonesia: il contingente coreano era particolarmente nutrito, 53 delegati su 144.

Nel suo discorso Zinoviev sottolineò l’importanza decisiva che avrebbe rivestito una rivoluzione in Giappone, il solo paese dell’Estremo Oriente industrialmente già sviluppato: senza di esso il movimento rivoluzionario in quella parte del globo sarebbe rimasto «una tempesta in un bicchiere d’acqua». In generale, affermò il presidente dell’Internazionale Comunista, l’Asia orientale non era ancora matura per una rivoluzione socialista, ma lo era per una rivoluzione nazionale antimperialista. Gli stessi concetti furono ripresi da Soforov che si soffermò in particolare sulla situazione della Cina e della Corea: i comunisti dovevano appoggiare i movimenti nazionalisti rivoluzionari attivi in questi paesi, ma nello stesso tempo rafforzare la propria organizzazione e radicarla nelle masse proletarie e semiproletarie. Quello che pare essere stato il documento più significativo approvato al Congresso, le Tesi sui compiti dei comunisti in Estremo Oriente, confermano quanto era già stato chiaramente tracciato dalla tradizione marxista nello scritto di Lenin Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1905) alle Tesi e all’intervento, sempre di Lenin, sulla questione nazionale e coloniale al II Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1920.

Nello stesso anno 1922 ai comunisti coreani fu data dal Comintern la direttiva di fondare il Partito Comunista in Corea, quando sembrava che il regime d’occupazione avesse un po’ allentato le misure repressive, dopo la rivolta detta del Samil che per due mesi, nel 1919, era divampata nel Paese e che era stata repressa al prezzo di 2.000 morti e circa 20.000 arresti.

Il partito però fu costituito solo nel 1925, dopo il rientro in Corea, secondo le direttive del Comintern, dei gruppi comunisti coreani che si erano formati in Siberia e nella Provincia Marittima Russa; pare che esso abbia avuto vita breve, pochi mesi, spazzato via dall’arresto in massa di quasi tutti i suoi componenti (77 persone) o, più probabilmente, dalla paurosa deriva del Partito comunista cinese e di tutta l’Internazionale che proprio in quegli anni giungeva al culmine. Anche i comunisti di Corea infatti, nonostante aspre lotte di frazione di cui abbiamo notizia, si sarebbero infine allineati alle direttive staliniste, visto che nel 1927 anch’essi, come il PCC, si unirono in una Associazione per la Nuova Corea con i “nazionalisti senza compromessi”.

Un aiuto per approfondire questi primi anni della storia del partito in Corea e descriverne l’involuzione ci potrà venire da una raccolta di documenti pubblicata da Dae-sook in Documents of Korean communism, Princeton U.P. 1970, e, dello stesso autore, The Korean Communist Movement 1918-1948, Princeton 1967, materiale che non ci è stato ancora possibile consultare e che qui segnaliamo in vista di futuri approfondimenti.
 

L’Impero giapponese

Nel 1931 l’esercito giapponese si preparò a prendere possesso della Manciuria. «Le velleità espansioniste del capitalismo nipponico, appoggiato dai signori feudali, lo spinge inesorabilmente verso la guerra – commentava “Bilan”, n. 8/1934 – La sua marcia verso il continente, cioè verso la Cina, che gli ha già permesso di impadronirsi della Corea, dello Shantung e ultimamente del Manciùkuo, questa marcia continua e urterà inevitabilmente contro la Russia, perché il Giappone ha l’imperiosa necessità di allargare da una parte le sue fonti di materie prime e dall’altra parte di riversare su nuovi territori il suo eccesso di popolazione. La lotta per la Cina è, in fondo, quella per l’egemonia del Pacifico, egemonia a cui sono interessate anche Inghilterra e Stati Uniti. Si tratta insomma di una lotta per la conquista esclusiva delle rotte commerciali, oggi essenziali per gli imperialisti, e che dal Pacifico sboccano verso la Cina, le Indie; lotta che non può sboccare che in un nuovo conflitto mondiale. Il Giappone lavora e si prepara a questa eventualità».

Il 15 settembre l’armata dello Kwantung, col pretesto di reagire ad un attentato, sparò contro soldati cinesi dando origine alla guerra; alla fine di gennaio le ostilità si estesero alla Cina vera e propria. L’intera Manciuria fu ben presto sotto il controllo dei giapponesi; nel marzo del 1932 l’ultimo degli imperatori mancesi in Cina, Pu Yi, fu messo a capo del nuovo Stato del Manchukuo che in realtà era governato dal Comandante dell’armata del Kwantung che esercitava sia il potere civile sia quello militare.

La Cina si appellò alla Società delle Nazioni, ma invano; l’unica cosa che ottenne fu il non riconoscimento del nuovo Stato “indipendente”; esso fu riconosciuto solo dal Giappone, che per questo nel febbraio 1933 dovette uscire dalla Società delle Nazioni, non appena a Ginevra si iniziò il dibattito sull’argomento.

Alla fine del 1936 Chiang Kai-shek raggiunse un accordo con i “comunisti” per fare causa comune contro il Giappone; nel luglio del 1937 l’armata giapponese passò all’offensiva per occupare l’intera Cina. «All’inizio di agosto erano state occupate sia Tientsin sia Pechino, e in settembre le truppe giapponesi al fronte ammontavano già ad oltre 150.000 uomini; le ostilità si estesero anche al sud, cominciando ancora una volta da Shangai, che venne conquistata dalle truppe agli ordini del generale Matsui dopo due mesi di feroci combattimenti. Dopo la presa di Shangai l’esercito giapponese si diresse verso Nanchino, la capitale di Chiang, che intanto era sottoposta a pesanti bombardamenti. Le truppe nazionaliste cinesi, prese dal panico, fuggirono precipitosamente, insieme al generale Chiang Kai-shek. Privi dei loro superiori, stretti in un cerchio di fuoco, migliaia di soldati cinesi lasciarono le guarnigioni e si precipitarono dentro la città. Il 13 dicembre le truppe giapponesi, 50.000 uomini, entrarono in città: I soldati cinesi si arresero e fu l’inizio del massacro. Le rosse di sangue acque dello Yangtze trascinavano innumeri cadaveri: calcolano che dal dicembre 1937 al febbraio 1938 siano state trucidate circa 300.000 persone. Migliaia di donne vennero costrette nei bordelli militari».

Quello di Nanchino fu uno dei peggiori massacri della II guerra mondiale, ma sarà tenuto nascosto per decenni da tutti gli Stati; sia la Repubblica Popolare Cinese sia quella nazionalista di Taiwan non hanno mai chiesto al Giappone i danni di guerra, in cambio di privilegi commerciali e vantaggi politici; anche gli Stati Uniti hanno preferito non indagare sulla condotta di guerra del Giappone, prezioso alleato contro il “comunismo”.

Sulla nuova guerra Cino-giapponese, “Bilan” (n. 44, ottobre-novembre 1937), scrisse: «Abbasso il macello imperialista in Cina: contro tutti i boia: per la trasformazione immediata della guerra in guerra civile. Gli sfruttati dell’Asia vivono oggi un nuovo aspetto della loro fosca tragedia sociale. Tutti i contrasti economici e sociali che obbligano il Giappone a fare la guerra in Cina e che fanno di questa un corpo convulso incapace di respingere l’invasore, sono quelli che, perché conducono alla rivoluzione, obbligano l’imperialismo giapponese e la borghesia cinese a scatenare una guerra civile contro i lavoratori e i contadini poveri dei due paesi. Gli sfruttati cinesi hanno un nemico: la loro propria borghesia, i boia del 1927, il Kuomintang e tutti i suoi alleati; gli sfruttati giapponesi devono lottare contro un imperialismo feroce ma minato da antagonismi strutturali che dipendono dalle particolarità storiche della formazione del capitalismo nipponico. La partita è decisiva: nel 1931 il Giappone si impadroniva – con l’approvazione della borghesia cinese – della Manciuria e realizzava infatti il fronte unico con il Kuomintang per la repressione del movimento operaio; nel 1937 sotto la copertura di una guerra “nazionale” gli sfruttati cinesi sono offerti alle bombe giapponesi e sotto due bandiere capitaliste dei proletari si fanno assassinare a decine di migliaia (…) Isolata, la borghesia cinese teme le masse di proletari che diedero prova del loro valore prima del 1927; essa ha bisogno, come un malato delle medicine, dell’aiuto economico, politico e sociale dell’imperialismo. Ed è in questa fase storica, in cui le guerre nazionali sono relegate al museo delle anticaglie, che si vorrebbero mobilitare gli operai attorno alla “guerra di emancipazione nazionale del popolo cinese”».

Entro la fine dell’anno i giapponesi avevano sistemata la Cina settentrionale e alcune aree prossime alla Mongolia, conquistata l’area carbonifera dello Shansi e la parte cinese di Shanghai, e presa Nanchino. Volevano arrivare ad un accordo col governo nazionalista cinese, ma non fu raggiunto, essendo quello certo di poter sconfiggere i comunisti anche senza l’aiuto dei giapponesi. Il governo nazionalista, ritiratosi nell’isolata provincia occidentale del Szechwan, continuò la guerra mentre i “comunisti”, che avevano ormai anteposto la lotta contro il Giappone al perseguimento di ogni obiettivo di classe, anche borghese, come la questione agraria, iniziavano la guerriglia nelle zone occupate dai giapponesi.
 

La guerra mondiale

La guerra era costosissima per il Giappone in uomini e materiali: i soldati utilizzati nel 1937 arrivarono a quasi un milione e divennero oltre 2 milioni nel 1941, per ridursi successivamente.

La guerra mondiale, scoppiata il primo settembre 1939, rimase a lungo una guerra europea; il 27 settembre 1940 il Giappone firmò il patto tripartito con Germania e Italia e il 13 aprile del 1941 un patto di reciproca neutralità con la Russia, ancora legata alla Germania dal patto di non aggressione.

«Credendo di essersi assicurati la copertura da pericoli al nord, i giapponesi lavoravano ormai al progetto di penetrazione nell’Asia sud-orientale: calcolavano il rischio di un confronto militare con gli Stati Uniti; in particolare la marina, più avvezza ai contatti internazionali, giudicava scarse le probabilità di successo in una lunga guerra nel Pacifico. Nessuno in Giappone era tanto pazzo da pensare veramente a conquistare gli Stati Uniti; si contava solo su un successo decisivo iniziale tale da indurre Washington a rinunciare a una lunga guerra e a concludere, dopo una sconfitta grave ma parziale, una rapida pace che lasciasse al Giappone il potere sull’intera Asia orientale. Per questo gli strateghi stavano già elaborando i piani quando Hitler li sorprese di nuovo attaccando l’URSS il 22 giugno 1941: non mutarono però i progetti già avviati per rincorrere le scelte di quell’alleato europeo tanto infido. La strategia per la “marcia verso il sud” e per un intervento che eliminasse dal gioco asiatico gli Stati Uniti era in via di preparazione e il primo ministro nominato a fine ottobre, l’ammiraglio Tojo Hideki, non aveva esitazioni sull’urgenza della scelta della guerra. Le trattative condotte tra Giappone e Stati Uniti in un’atmosfera di crescente diffidenza erano ormai solo destinate al fallimento: le troncò l’attacco a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941» (Collotti Pischel).

Con quell’attacco i giapponesi riuscirono ad menomare la forza navale statunitense nel Pacifico: furono affondate 8 navi da battaglia e gran parte delle navi d’appoggio e distrutta metà dell’aviazione; poco dopo, nel natale del 1941 cadde nelle mani dei giapponesi Hong Kong, il simbolo del potere britannico in Estremo Oriente; l’annientamento della flotta statunitense aveva reso indifendibili le Filippine che furono occupate dai giapponesi nel maggio 1942; subito dopo fu occupata la Malesia e la roccaforte di Singapore; le Indie Orientali olandesi si arresero all’inizio di marzo, mentre iniziava la penetrazione in Birmania che fu occupata entro la fine della primavera.

Con la conquista di Guam, delle isole Salomone, delle Aleutine e della parte settentrionale della Nuova Guinea, porta dell’Australia, tutto il Pacifico occidentale era, alla fine della primavera del 1942, nelle mani dei giapponesi.
 

Il gendarme statunitense

Per sconfiggere il Giappone i generali statunitensi non puntarono su azioni terrestri ma su grandi scontri aeronavali nei quali potesse entrare in gioco il potenziale tecnico e produttivo di cui disponeva la macchina economica degli Stati Uniti: i grandi cantieri e gli impianti aeronautici creati all’Ovest – dalla California all’Oregon – furono la carta vincente degli Stati Uniti.

La prima battaglia aeronavale fu combattuta all’inizio di maggio del 1942 nel mar dei Coralli, a nord-est dell’Australia, per il controllo degli accessi alla parte meridionale della Nuova Guinea, e si risolse in una parziale sconfitta per la flotta giapponese. Ma fu un mese dopo nella battaglia delle isole Midway che i giapponesi subirono una dura sconfitta, perdendo quattro portaerei ed altre navi minori; la battaglia tolse al Giappone quella superiorità navale di cui avevano goduto dopo Pearl Harbor. Divenne loro sempre più difficile mantenere i collegamenti con le basi sparse nell’area vastissima dalle Aleutine alla Nuova Guinea. Anche sul fronte terrestre, in Nuova Guinea e a Guadalcanal, nelle isole Salomone, i giapponesi, nonostante la loro determinazione, furono sconfitti.

Da allora i successi americani si susseguirono, volta a volta venivano investiti i capisaldi del troppo esteso impero navale giapponese ed espugnati dopo battaglie navali ormai impari per la marina giapponese. Furono riconquistate le isole Marshall e le Gilbert, a giugno dello stesso anno fu la volta di Saipan, nelle Marianne. Dopo una grande battaglia navale e durissimi scontri a terra l’isola fu presa ma la guarnigione giapponese – e gran parte dei civili – perì in battaglia o si suicidò. Nell’ottobre i primi marines sbarcarono nelle Filippine che furono occupate in cinque mesi. Intanto dalle isole Marianne l’aviazione americana aveva iniziato a bombardare il suolo giapponese: il 10 marzo del 1945 l’attacco su Tokio con bombe incendiarie distrusse la città e causò 100.000 morti; le altre città non subirono sorte migliore, la popolazione era ormai ridotta allo stremo e si sopravviveva con 1500 calorie al giorno, fornite soprattutto da miseri tuberi.

«Nonostante questo si continuava ad esigere dalla popolazione un lavoro sempre più duro e sempre meno remunerato. La durata del periodo scolastico era stata abbreviata per permettere ad un maggior numero di studenti di entrare nell’esercito o di lavorare nelle fabbriche. Erano state abolite le restrizioni sul lavoro femminile e minorile; perfino le norme che limitavano l’orario di lavoro, per quanto blande, furono soppresse» (Beasley). Nonostante questo la resistenza continuava accanita. A metà febbraio la battaglia di Okinawa, nelle isole Ryukyu, fu durissima; anche qui militari e civili combatterono fino all’ultimo uomo; gli americani ebbero 12.000 morti e 30.000 feriti.

Durante la conferenza di Yalta, Roosevelt aveva chiesto a Stalin di dichiarare guerra al Giappone per impegnare le truppe giapponesi ancora presenti in Manciuria. Stalin aveva promesso l’intervento «entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa» e aveva chiesto in cambio «tutto ciò che il Giappone aveva tolto alla Russia nella sua guerra imperialista del 1905», ribaltando ignominosamente il giudizio su quella guerra espresso dal partito e dando un’altra dimostrazione della natura imperialista della guerra. La Russia pretese Sahalin, le Curili meridionali, ma anche le basi russe della Manciuria situate in territorio cinese.

Il 26 luglio Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina lanciarono al Giappone un proclama comune nel quale pretendevano la resa incondizionata. Il 6 agosto veniva lanciata la bomba atomica su Hiroshima. Due giorni dopo la Russia dichiarava guerra al Giappone e occupava la Manciuria costringendo alla resa le forze giapponesi. Il 9 agosto la seconda bomba atomica distruggeva Nagasaki.

Il 14 l’Imperatore del Giappone annunciava la disfatta; il 2 settembre il Giappone veniva occupato per la prima volta da un esercito straniero.
 

Il dopoguerra nel Nord

Il destino della Corea, colonia giapponese, era già stato deciso dai nuovi padroni del Pacifico durante la guerra. Nella Conferenza del Cairo, 1 dicembre 1943, Stati Uniti Gran Bretagna e Cina «consapevoli dello stato di servitù del popolo di Corea», avevano deciso che, una volta sconfitto il Giappone, quel paese sarebbe divenuto libero e indipendente «a tempo debito».

Successivamente a Yalta, nel corso di conversazioni informali con Stalin, Roosevelt, in cambio di concessioni territoriali, aveva proposto un piano di amministrazione fiduciaria per la Corea della durata di venti o trent’anni. Questo nella decisione di eliminare l’influenza delle potenze europee dall’Asia Orientale attraverso la dissoluzione degli imperi coloniali e pensando di associare l’URSS come partner minore in una politica che avrebbe portato l’egemonia statunitense in quel settore. Stalin aveva aderito in linea di massima suggerendo un periodo più breve.

I piani militari prevedevano che la liberazione della Corea dovesse avvenire con la penetrazione congiunta delle truppe russe dal nord e delle truppe da sbarco americane dal sud fino alla linea di demarcazione del 38° parallelo. Le truppe russe sbarcarono nella Corea settentrionale, nei porti di Unggi e Najin, il 10 agosto 1945, cinque giorni prima della resa del Giappone, dopo il lancio delle bombe su Hiroshima e Nagasaki.

Con l’esercito di Mosca c’erano anche 30.000 coreani ormai cittadini sovietici e un piccolo gruppo che aveva combattuto i giapponesi in Manciuria, tra cui Kim Il Sung. I russi, forti dell’aiuto dei coreani sovietizzati, non costituirono un governo militare e non si opposero alla formazione di un governo “popolare”. Del resto gli stalinisti controllavano la situazione.

«A favore dei comunisti e della moderata politica di riforme che portarono avanti dal 1945 al 1948 giocarono favorevolmente le condizioni geografiche e socio-politiche delle regioni a nord del 38° parallelo. Regioni per lo più montagnose, abitate da una popolazione inferiore di un terzo a quella del Sud, che ereditavano dall’amministrazione coloniale giapponese un apparato di industrie pesanti, centrali idroelettriche, banche e un’ottima rete di comunicazioni di cui la zona a sud del 38° parallelo, ricca piuttosto di grandi latifondi e di industrie leggere, era essenzialmente priva» (Idéo).

Eliminata l’alternativa nazionalista, i cui capi furono arrestati e fatti sparire, il nuovo Comitato Centrale del Popolo (eletto nel febbraio 1946) presieduto da Kim Il Sung varò nel marzo successivo una riforma agraria di cui beneficiò il 70% della popolazione rurale (la metà dei terreni coltivabili furono assegnati a circa 725.000 contadini) e poco dopo, nell’agosto, procedette alla nazionalizzazione dell’industria di proprietà giapponese (circa il 90% del totale).

Naturalmente nulla di socialistico nei provvedimenti del governo stalinista, come riconosce anche Idéo: «Nel complesso la riforma agraria, che rese i contadini padroni della terra che lavoravano (non si parlò di collettivizzazione), fu la correzione di un sistema di conduzione agraria assolutamente iniquo basato su rapporti di produzione di tipo feudale, mentre la nazionalizzazione dell’industria rappresentò la riappropriazione delle risorse nazionali». Nel luglio del 1948 fu varata la nuova costituzione ed eletta la Suprema Assemblea del Popolo. Il 9 settembre 1948, circa un mese dopo la proclamazione della Repubblica di Corea, venne annunciata la fondazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea.

Nel periodo che precedette la nuova guerra che stava per venire Kim ed il suo gruppo rafforzarono la loro posizione, estromettendo dal partito le fazioni dissidenti.
 

Il dopoguerra nel Sud

Le truppe statunitensi sbarcarono in Corea l’8 settembre 1945 e trovarono una situazione sociale molto più complessa. Il 6 settembre si era riunita a Seoul una Assemblea Nazionale dei Comitati locali che avevano partecipato all’insurrezione anti-nipponica; questi (circa un migliaio) avevano formato un governo nazionale con giurisdizione su tutta la Corea; il governo comprendeva tutte le forze di sinistra e i nazionalisti favorevoli a collaborare con esse, ma gli stalinisti, benché avessero solo la metà dei ministri, ne avevano la direzione. Prima dell’arrivo degli americani fu costituito anche un partito d’opposizione, il Partito democratico di Corea (PDC) che riconosceva come unico governo legittimo il Governo provvisorio Coreano formatosi in Cina nel 1919 all’indomani della rivolta nazionalista del Samil. Ambedue gli organismi avevano eletto come loro presidente l’uomo degli americani, Syngman Rhee, il nazionalista che viveva da quarant’anni negli Stati Uniti.

Washington era però sospettosa nei confronti dei movimenti di resistenza, spesso influenzati dallo stalinismo e il generale John R. Hodge «non aveva istruzioni di cooperare con il governo coreano locale, il quale aveva inviato delegati a dargli il benvenuto. Hodge trattava solo col governatore generale giapponese» (D. F. Fleming, Storia della guerra fredda, 1917-1960), che però, con uno dei suoi ultimi atti aveva trasferito la responsabilità di governo ad un comitato ad interim. «Quando fu chiaro che gli americani ignoravano completamente il governo repubblicano popolare e preferivano servirsi dei giapponesi e dei collaborazionisti, gli uomini dei comitati attaccarono violentemente il governo militare con manifesti e volantini. Il 5 ottobre gli americani nominarono un organismo consultivo che contava molti noti collaborazionisti e lanciarono l’idea di un’amministrazione fiduciaria a tempo indefinito; il 10 il governo militare si proclamò unica autorità della Corea meridionale e vietò tutte le prese di posizione di “gruppi politici irresponsabili”». Queste decisioni spinsero la maggioranza della popolazione a nutrire un forte risentimento verso gli americani; i “liberatori” si erano trasformati in oppressori.

«Infine il 20 novembre 1945 fu convocato un Congresso della Repubblica Popolare il quale all’intimazione di sciogliersi rifiutò obbedienza; allora il generale Hodge dichiarò illegali le sue attività. Da quel momento gli statunitensi dettero un appoggio completo al governo coreano provvisorio in esilio di Syngman Rhee. Il 14 febbraio 1946 fu formato un Consiglio democratico rappresentativo con a capo Rhee». In verità il governo era composto da proprietari terrieri, capitalisti ed in genere elementi della destra nazionalista e collaborazionisti.

Commentando la politica statunitense nell’area asiatica dopo la fine della guerra, così scrivevamo sul nostro giornale “Battaglia Comunista” (n. 14, 12-26 luglio 1950), in un articolo dal titolo Americani e russi in Corea: «Dobbiamo ora constatare che contrariamente a quello che accade in Europa e in altre parti del mondo, in Asia la politica russa ha più fortuna di quella americana. Essa è riuscita a sostituire l’influenza degli Stati Uniti nell’immensa Cina, a creare numerosi diversivi nell’arcipelago malese, in Indocina, ecc. In queste zone densissimamente popolate i russi acquistano prestigio e clientela mentre gli americani con i loro alleati colonizzatori inglesi, francesi ed olandesi, li perdono.

Anche il Giappone, pur essendo un paese basato su un capitalismo enormemente sviluppato e sviluppantesi, non ha avuto modo di operare trasformazioni veramente radicali nelle zone da esso conquistate, anch’esse mantenute sotto un regime prettamente coloniale. In ogni caso la resistenza alla spinta giapponese, veniva naturalmente da parte delle classi superiori dell’Asia continentale allo stesso modo ad esempio in cui il Negus Selassiè resisteva all’aggressione di Mussolini; ma l’alleanza internazionale tra Russia, America e Inghilterra portò anche qui alla creazione di unitari blocchi nazionali in cui agrari, borghesi, piccolo borghesi e progressisti di ogni specie venivano uniti ai superiori fini della guerra d’oltremare.

Ora, a conflitto finito, gli Americani, con la tipica idiozia che distingue la loro politica, i cui successi sono unicamente dovuti al peso dei dollari, hanno proceduto come in Europa, cioè si sono sforzati di ricreare lo “statu quo ante”. In qualunque paese asiatico, dalla Corea al Giappone, dalla Cina alla Malesia, essi sono intervenuti per riportare democraticamente al potere le vecchie classi dirigenti, in altre parole i vecchi ceti agrari e conservatori. Evidentemente il gioco non poteva andare. Non solo gli esponenti di queste classi non erano più in grado di comprendere e di controllare la situazione, ma la guerra stessa aveva accentuato l’opera di trasformazione economica dell’Asia, facendo acquistare importanza agli elementi borghesi e capitalistici del luogo che necessariamente chiedevano un profondo rinnovamento dei regimi in vigore.

E così mentre gli americani e i loro vassalli spaventati dalla minaccia del comunismo si sono intestati nella difesa della economia agraria e semifeudale del passato, i russi, con abilità veramente encomiabile, hanno sfruttato la situazione e hanno dato il loro appoggio alla borghesia e al capitalismo indigeni, conquistandoli pienamente alla propria causa.

Né è tutto qui, ma per la particolare forma di arretratezza produttiva di queste zone, per la scarsità di capitali iniziali, per la difficoltà dell’accumulazione privata, il sistema capitalistico introdotto dai russi, con la suddivisione dei grandi fondi e con l’accumulazione e gli investimenti regolati dallo Stato, è quanto di meglio si poteva augurare alla situazione asiatica e perfettamente coincidente con le esigenze dell’economia borghese del luogo e del momento dato.

L’alleanza tra russi e capitalisti asiatici e tra americani e agrari spiega i conflitti dell’Estremo Oriente e soprattutto i rovesci che vi hanno subito gli Stati Uniti».

Intanto alla Conferenza di Mosca (dicembre 1945), cui parteciparono Stati Uniti, URSS, Gran Bretagna e Cina, fu riconfermato quanto già deciso ad Yalta, di porre cioè la Corea in regime di amministrazione fiduciaria (trusteeship) per un periodo di cinque anni. Al Nord il governo stalinista si sottomise ai voleri di Mosca, al Sud i comunisti diedero il loro assenso, ma non le altre formazioni politiche di sinistra e i nazionalisti che reclamarono l’indipendenza immediata. Il nuovo governo Rhee, che aveva assoldato nella sua polizia circa la metà della vecchia polizia coloniale, compresi i poliziotti fuggiti dal Nord all’arrivo dei sovietici, si scontrò dunque in un primo momento sia contro i nazionalisti sia contro gli stalinisti, nonostante la loro posizione conciliatrice; ma successivamente si cercò l’accordo con le forze nazionaliste moderate, dopo aver proceduto a togliere di mezzo l’incomodo stalinista. Il Partito Comunista fu messo al bando, i suoi giornali chiusi ed emessi ordini di cattura contro i suoi maggiori esponenti, che furono costretti a fuggire al Nord.

La Commissione congiunta tra Stati Uniti e URSS per cercare un accordo per la formazione di un unico governo coreano, riunitasi dal 15 marzo all’8 maggio 1946 non riuscì a trovare alcun accordo e la questione fu rimessa all’ONU. Questa accettò la risoluzione statunitense che chiedeva la formazione di una Commissione temporanea incaricata di sovraintendere alle elezioni in Corea per permettere la formazione di un governo rappresentativo che avrebbe poi negoziato il ritiro delle truppe sovietiche e americane. La Russia si era opposta alla risoluzione americana e proponeva che il ritiro delle truppe d’occupazione precedesse le elezioni. Rifiutò l’accesso in Corea del Nord alla commissione dell’ONU, che decise quindi di procedere alle elezioni nella sola Corea meridionale.

Seguendo l’esempio del Nord, anche al Sud, poco prima delle elezioni, il 22 marzo 1948, un decreto del governo militare aveva permesso la vendita ai contadini di 278.000 ettari di terre un tempo di proprietà dei giapponesi. Questa decisione certamente contribuì a far sì che alle elezioni del 10 maggio successivo il reazionario Rhee, che poté contare sull’appoggio decisivo della polizia e dell’apparato burocratico, ottenesse una significativa vittoria. Le elezioni si svolsero in un clima di terrore, i gruppi armati dei partiti della destra spadroneggiavano e ci furono centinaia di vittime, mentre le prigioni erano zeppe di oppositori. La vittoria della destra fu schiacciante. La Commissione delle Nazioni Unite certificò che i risultati “erano libera espressione della volontà dell’elettorato”.

Il 7 dicembre una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU riconobbe come unico governo legale della Corea quello di Seoul. Il 12 luglio venne approvata la costituzione e il 20 luglio Rhee fu designato presidente della repubblica. Il nuovo presidente, dato che la maggioranza dell’Assemblea Nazionale gli era contraria, si appoggiò sempre più sulla burocrazia e sulla polizia.

Il suo governo entrò anche in contrasto con gli USA che ridussero progressivamente gli aiuti al paese anche perché essi non lo consideravano un punto strategico per la difesa degli interessi statunitensi nella zona, né per la loro sicurezza nazionale.
 

La nuova guerra

In un discorso al Club nazionale della stampa, del 12 gennaio 1950, il segretario di Stato americano dell’epoca, Dean Achenson, aveva dichiarato che il “perimetro difensivo” degli Stati Uniti andava dalle Aleutine al Giappone, da qui all’arcipelago delle Ryukyu e alle Filippine, escludendo quindi la Corea. Anche Mc Arthur, proconsole statunitense in Giappone, si era espresso nello stesso senso in un’intervista concessa qualche mese prima, il 1 marzo 1949, ad un giornalista britannico.

Negli Stati Uniti intanto il Comitato Nazionale per la Sicurezza, riunito sotto la presidenza di Truman, aveva deciso di ricostruire un esercito capace di rispondere ad ogni specie di sfida e aveva previsto di devolvere alle spese militari l’enormità di un quinto del pur ingente reddito nazionale statunitense, portando il bilancio militare da 13 a 50 miliardi di dollari.

In Corea del Sud le elezioni del maggio 1950 avevano dato una netta maggioranza agli avversari di Syngman Rhee, ma questo represse duramente qualsiasi attività dell’opposizione facendo imprigionare 14.000 persone, fra cui 14 deputati. Quando a tale situazione si aggiunse una crescente aggravamento della crisi economica l’agitazione divenne generale. Rhee proclamava intanto continuamente la sua intenzione di voler attaccare il Nord.

Le truppe americane non erano certo ben viste in Corea del Sud. Il generale Hodge, capo della forza di occupazione, aveva dichiarato appena giunto a Seoul, dimostrando l’abituale “intelligenza” politica statunitense: «I coreani appartengono alla stessa specie animale dei giapponesi». Quando l’URSS aveva annunciato il ritiro delle proprie truppe dal Nord, il primo gennaio del 1949, anche gli USA, seppure tra molte incertezze, avevano dovuto fare lo stesso, anche se i soldati partirono sei mesi dopo. In Corea del Sud erano rimasti 500 soldati americani, col compito di addestrare l’esercito della repubblica composto da 60.000 uomini.
 

Il cannone della Democrazia Universale

La guerra scoppiò il 26 giugno 1950; appena ventiquattr’ore dopo i carri armati nordisti si trovavano già nei sobborghi di Seoul.

A guerra appena iniziata “Battaglia comunista”, n.13, giugno-luglio 1950, nell’articolo Corea: tuona il cannone della democrazia universale, andando oltre i motivi contingenti, spiegava gli avvenimenti con le necessità propagandistiche e belliciste del Capitale: «La guerra, ombra che il capitalismo getta continuamente davanti a sé, non fa a tempo ad assopirsi in un angolo del mondo che si riaccende in un altro. Diventata logora la carta cinese, l’offensiva coreana darà ai partiti dell’imperialismo russo un atout propagandistico per rigalvanizzare gregari ed amici; per l’imperialismo americano essa sarà l’occasione tanto a lungo attesa per ricreare l’unità nazionale fra repubblicani e democratici, per intervenire decisamente nel Pacifico, per ottenere dal parlamento il voto dei crediti militari, per soddisfare i generali che sognano basi navali ed aiuti diretti in Estremo Oriente, per dare all’industria di guerra la spinta che la previsione dei consiglieri economici del Presidente di un’ulteriore espansione dell’economia statunitense postula come necessità ineliminabile». Il nostro giornale lanciava un appello al proletariato: «Sbattano i proletari in faccia ai liberatori e ai pacificatori della seconda guerra mondiale la realtà della catena ininterrotta di guerre e di “paci”, di miseria e di oppressione in cui si riassumono i cinque anni seguiti alla “vittoria dei popoli liberi”. Dicano loro: non marceremo né con gli uni né con gli altri; marceremo per la nostra strada di classe».

Naturalmente il proletariato, data la situazione completamente controrivoluzionaria, si schierò eccome, in Corea, ma anche negli Stati Uniti e poi in Cina, dove centinaia di migliaia di proletari furono costretti ad imbracciare nuovamente il fucile gli uni contro gli altri.

Nonostante le precedenti dichiarazioni infatti, Washington si affrettò a dichiarare che «la Repubblica di Corea aveva bisogno di un immediato aiuto per evitare una completa disfatta» che avrebbe messo in pericolo il Giappone, Formosa e la base americana di Okinawa.

Mac Arthur fu incaricato di organizzare l’invio immediato di truppe e armi in Corea e la VII flotta fu schierata tra Formosa e il continente per avvertire la Cina di stare al suo posto.

Russia e Cina scelsero una linea prudente e riconfermarono il non intervento, quando, in quella prima fase della guerra, anche un piccolo appoggio avrebbe potuto rivelarsi decisivo per le truppe nordcoreane. Scriveva a questo proposito un corrispondente di guerra americano: «anche solo due bombardieri nemici che avessero attaccato l’interminabile fiumana dei nostri trasporti che si snodava in pieno giorno lungo le orribili strade coreane, sarebbero bastati a creare in ventiquattr’ore una tale confusione che avremmo perduto la nostra testa di ponte in Corea».

Mentre Russia e Cina si tenevano in disparte, gli Stati Uniti premevano sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzò il corpo di spedizione statunitense a fregiarsi della bandiera dell’ONU.

Nel numero di luglio di “Battaglia” così commentavamo, opponendoci alla propaganda sia della sinistra sia della destra che cercava di schierare la classe operaia sui due fronti: «Il conflitto in corso, per quanto geograficamente localizzato, ha natura schiettamente internazionale. Come nei precedenti episodi bellici della “pace democratica” l’urto non è tra forze nazionali contrapposte, ma tra i due centri mondiali dell’imperialismo, America e Russia, rispetto ai quali le nazioni minori non sono che miserabili e impotenti pedine. Falsa, dunque, la parola di guerra d’indipendenza, di liberazione, di unità nazionale (…) La posta della guerra di Corea non è né la difesa dell’indipendenza nazionale di cui cianciano gli stalinisti, né la rivendicazione della libertà politica di cui vorrebbero farsi paladini gli americani, né la pace che entrambi giurano di voler ristabilire: è la conservazione e il rafforzamento di posizioni imperialistiche da parte dei due blocchi e, per conseguenza, del regime internazionale dell’imperialismo. Nessun interesse operaio vi è in gioco, nessuna rivendicazione proletaria è affidata all’esito vittorioso in un senso o nell’altro del conflitto: aggredito è in Corea, come in tutto il mondo, da entrambe le potenze in guerra, il proletariato».

Il 15 settembre 1950 un corpo d’armata statunitense sbarcò alle spalle dell’esercito della Corea del Nord che aveva già conquistato quasi tutto il Sud esclusa la sola zona di Busan e da un giorno all’altro rovesciò la situazione.

Il 30 settembre Seoul fu riconquistata. «I liberatori furono accolti freddamente per le distruzioni che avevano provocato in tutta la città con i loro bombardieri e i loro cannoni. I comandanti dei vari reparti dell’esercito e dei marines fecero presente (sic!) l’inutilità dei grandi danni e delle forti perdite causate e subite; il fatto è che secondo questi ufficiali, avevano ricevuto l’ordine di fare un ingresso trionfale nella città al più presto possibile, “li accontentammo ma costò assai caro a noi e ai coreani”» (New York Times, 1 ottobre 1950).

Il primo ottobre gli americani avevano catturato circa la metà dell’esercito del Nord e raggiunto il 38° parallelo. Il primo ministro cinese Chou En-lai dichiarò che «i cinesi non avrebbero sopportato nell’inerzia di vedere i loro vicini selvaggiamente invasi dagli imperialisti». Le dichiarazioni di Chou erano suffragate dal fatto che forti contingenti dell’esercito cinese stavano dislocandosi in Manciuria, sembra anzi che un importante corpo di spedizione cinese fosse già presente in Corea del Nord e che il generale Mac Arthur ne fosse a conoscenza.

Il 2 ottobre l’esercito degli Stati Uniti superò il 38° parallelo senza incontrare resistenza; il giorno dopo fu seguito dalla terza divisione coreana.

L’esercito cinese cominciò a contrattaccare ai primi di novembre. I primi di dicembre il generale Mac Arthur scatenò una gigantesca offensiva denominata “A casa per Natale”: 100.000 uomini furono lanciati all’attacco contro il fiume Yalu in due gigantesche mosse aggiranti; gli statunitensi disponevano delle armi più moderne; i soldati cinesi andavano all’attacco in ondate successive armati solo di fucile e venivano falciati dalle mitragliatrici, dalle bombe, dall’aviazione. L’armata cinese però, forte probabilmente di 400.000 uomini, riuscì a sfondare nel varco rimasto aperto tra le due ali dell’esercito americano e l’offensiva costrinse gli americani ad una ritirata precipitosa e in disordine; evitarono la totale distruzione solo perché un contingente dell’esercito turco si fece massacrare alla retroguardia.

Ma Pechino non volle approfittare della vittoria. A fine dicembre superarono il 38° parallelo e a fine di gennaio stabilirono una linea di fronte che tagliava in due la penisola. L’esercito statunitense riparato al Sud ebbe il tempo di riorganizzarsi e scatenare una controffensiva, a fine gennaio 1951. Il fronte tornava così, dopo sei mesi di combattimenti accaniti con centinaia di migliaia di morti, sul 38° parallelo.

Si apriva la strada per una tregua. Le trattative si aprirono nel luglio 1951, ma si conclusero solo due anni dopo lasciando praticamente invariata la situazione che si era creata sul campo. La parte settentrionale della Corea restò legata al blocco russo-cinese; la parte meridionale, tutt’ora sotto occupazione militare statunitense, fu aggregata al blocco occidentale.