Partito Comunista Internazionale

Comunismo 66

Il potere dei Consigli e l’imperialismo internazionale

Il discorso di Trotski che qui pubblichiamo è ripreso da un dattiloscritto rinvenuto tra le carte dell’archivio di partito della vecchia sezione di Napoli. Una annotazione a lapis all’inizio del testo avverte: “Negli Scritti Militari la traduzione è molto più ristretta e dunque meno precisa di questa”

Era stato battuto a macchina a Firenze nel settembre/ottobre 1965 ed inviato al Centro oltre che a Napoli e ai compagni che stavano allora lavorando sulla “questione militare”. In una lettera della sezione di Firenze del 6 ottobre, indirizzata a Milano e Napoli, si legge infatti: «Ho rintracciato tra l’altro in opuscolo del tempo il discorso di Trotski del 21 aprile 1918 a Mosca sul “Il potere dei Consigli e l’imperialismo internazionale” con passi notevoli sulla organizzazione e la funzione dell’esercito rosso. Ne faremo copia anche per Roger ed Elio, ai quali interesserà per la questione militare».

L’opuscolo in questione, con ogni probabilità, era quello edito nel 1921 a Città di Castello per la casa editrice “Il Solco”. Questo è quanto siamo in grado di dire circa le “fonti” del documento.

Uno dei compiti principali che il partito si è sempre posto è stato quello di arricchire il proprio archivio di quanta maggiore documentazione concernente il movimento operaio in generale e la tradizione della sinistra rivoluzionaria in particolare. Questo non certo con intenti “collezionistici” ma, al contrario, per disporre di strumenti atti ad avvalorare le nostre posizioni di dottrina e di programma e poterle riaffermare con sempre maggiore precisione, in breve, per utilizzarli come armi contro i nemici ed i falsi compagni di strada.

La lettura dell’intervento di Trotski ci riporta con la mente a quegli anni luminosi e terribili. La forza oratoria del capo dell’armata rossa infonde entusiasmo ed eroismo nelle masse proletarie degli ascoltatori. Trotski annuncia quella che sarà la futura società comunista finalmente affratellata senza più guerra, senza più classi, senza più sfruttamento, ma non nasconde le difficoltà e le grandi battaglie che i comunisti e il proletariato avrebbero ancora dovuto affrontare e superare, pena il ricadere inevitabilmente nella schiavitù del regime capitalista internazionale. Cosa purtroppo poi avveratasi.

Trotski mette in evidenza e ribadisce i gravi problemi che affliggono il nuovo regime, nessuno viene taciuto o sottovalutato. La necessità di un esercito rosso per la difesa dai nemici esterni ed interni; di una ferrea dittatura del proletariato sulle classi sconfitte, senza concedere loro nemmeno l’illusione di poter vantare dei diritti nel nuovo regime. Nemmeno questo era sufficiente, non bastava schiacciare le classi nemiche e difendersi dagli eserciti invasori: in attesa dello scoppio della rivoluzione in Europa, per poter conservare il potere era necessario che il proletariato vincitore si desse una rigida organizzazione e disciplina del lavoro.

Sono affermazioni queste che fanno storcere più di un naso avvezzo alle sensibilità democratiche o libertarie e, fortunatamente per noi, ce li tengono lontani.

Il potere dei Consigli e l’imperialismo internazionale

Discorso di Trotski tenuto a Mosca il 21 aprile 1918

I compiti del comunismo e i doveri del proletariato russo

Compagni! La dottrina comunista o socialista si è proposta come uno dei suoi più importanti compiti il raggiungimento, in questo reo e vecchio mondo, di un tale stato di cose che gli uomini debbano cessare dall’avventarsi l’uno contro l’altro. Uno degli obiettivi del comunismo o socialismo è la creazione di un ordinamento tale da rendere, per la prima volta, l’uomo degno del suo nome. Noi siamo abituati a ripetere che la parola “uomo” suona “orgoglio”. Lo dice Gorki. Ma, in verità, se gettiamo lo sguardo su questi tre anni e tre quarti di sanguinosa carneficina, si potrebbe ben esclamare: “L’uomo!”, ciò suona “vergogna, vergogna!”

Orbene, creare una tale forma, un tale ordinamento sociale, in cui non si abbia alcuna reciproca sopraffazione di popoli, è questo il semplice e chiaro compito che ci pone dinanzi la dottrina del comunismo. Ciò nonostante, voi vedete, o compagni, che il partito comunista, al quale io appartengo, il partito cioè che ha nominato l’attuale assemblea, il partito dei comunisti bolscevichi faccia appello all’esercito rosso. Invitandolo ad organizzarsi e ad armarsi. In ciò sembrerebbe, a prima vista, di scorgere una profonda contraddizione.

Da una parte noi propugniamo la creazione di rapporti sociali tali che a nessun uomo sia lecito di togliere ad un altro il più prezioso dei beni: la vita; ed è questo il più alto compito, e uno dei più importanti del nostro partito, del partito mondiale internazionale dei lavoratori. D’altra parte, invece, noi vi chiamiamo nell’esercito rosso e vi diciamo: Armatevi, unitevi, imparate a sparare e imparatelo così bene e con tanto impegno che nessun colpo abbia a fallire!

A prima vista sembra questa una contraddizione; si sente qualche cosa che contrasta con l’ordinamento vagheggiato. E vi sono stati effettivamente comunisti che hanno seguito altra strada, che si sono avvalsi di altri mezzi e, anziché rivolgersi agli oppressi con le parole infiammanti: “Unitevi!, Armatevi!”, si sono rivolti agli oppressori, agli sfruttatori, ai potenti con parole di persuasione, dicendo loro: “Disarmatevi! Cessate di opprimerci!”

Parlavano ai lupi e pretendevano di togliere loro i denti! Così predicavano, basandosi su errati concetti, gli utopisti, cioè i socialisti comunisti ingenui. I loro sforzi erano indubbiamente nobili in sommo grado, ricordano il grande utopista Leone Tolstoi, il quale, propugnando l’avvento di un migliore assetto del mondo, credeva che si sarebbe potuto pervenirvi con un rinnovamento intimo degli oppressori. Ma invece le mire degli oppressori, i loro sentimenti, i loro istinti seguitano a trasmettersi di generazione in generazione: essi succhiano con il latte materno la loro tendenza al potere, all’oppressione, al dominio e credono che tutte le altre masse, le masse dei lavoratori, siano create proprio apposta per servire di base e sostegno al prepotere del loro piccolo gruppo, di quel ceto, cioè, privilegiato, che viene al mondo, per così dire, con gli speroni al piede per montare a cavallo sul collo del popolo lavoratore.

Compagni! Eccoci alle radici della questione. Noi propugniamo la creazione dell’ordinamento comunista, in cui nessun odio di una classe contro altre deve esistere, perché nessuna classe deve prevalere: nessun odio deve esistere tra popolo e popolo, perché i popoli, vivendo tutti sulla medesima terra, devono avere tutti comuni occupazioni ed intenti.

Ma, mentre noi auspichiamo un simile assetto mondiale, diciamo ai lavoratori: “Finché questo non è raggiunto, pensate che siete voi la sola potenza capace di realizzarlo! E pensate bene – e noi in Russia lo sappiamo anche troppo per esperienza! – pensate bene che le classi mondiali dominanti non cederanno su questo campo un solo palmo di terreno senza combattere; esse si aggrapperanno ai loro privilegi, ai loro beni, al loro potere con i denti e con le unghie, fino all’ultimo alito e semineranno discordia, malumori, disordine, caos, scompiglio fra la folla dei lavoratori al solo fine di poter conservare il loro potere.

Noi, in Russia, abbiamo compiuto soltanto il primo passo, abbattendo il dominio politico della classe borghese e instaurando quello della classe lavoratrice. La borghesia non ha più alcuna forza presso di noi, il potere è tutto dei lavoratori. Dire che esso è cattivo è dire che la classe lavoratrice è mal conscia di quello che le incombe. Essa ha tutto il potere che le occorre, e ne ha quindi tutta la responsabilità. Il potere è costituito a Pietrogrado, a Mosca, e in altre città può, in quanto esso è conferito dai lavoratori, essere in qualsiasi momento da essi stessi ritolto, potendo essi convocare il Congresso Panrusso dei Consigli (Soviety); essi possono, quando vogliono, rieleggere i Consigli, il Comitato esecutivo centrale, il Consiglio dei Commissari del Popolo. È questa la potenza della classe degli operai e dei contadini, dei contadini poveri; è questa la base su cui noi poggiamo!

L’Assemblea Costituente e l’opera della Rivoluzione

Ci si dice: “Perché non cercate di conseguire questo potere mediante il suffragio elettorale universale, uguale, diretto, segreto, con la formazione di una Assemblea Costituente?”

È vero; noi parteggiavamo per essa. Noi fummo sempre del parere che la Assemblea Costituente fosse di gran lunga migliore del regime zarista, di gran lunga migliore dell’autocrazia, dell’impero di Plehwe, dei briganti di Stolypin, della nobiltà; l’assemblea Costituente è indubbiamente di gran lunga migliore di tutto ciò.

Ma che cosa è l’Assemblea Costituente, che cosa è il suffragio universale? È un referendum di tutta la popolazione, una richiesta fatta a tutti di esprimere la propria volontà. Tutti nel paese vengono interrogati: i lavoratori e gli oppressi, gli oppressori e i loro servi del ceto intellettuale, che sono avvinti anima e corpo alla borghesia, servendo ai loro fini. A ciascuno si domanda, con il sistema del suffragio universale: “Che cosa volete? Ditelo per mezzo del voto”. E se, nel marzo o aprile dell’anno scorso, Kerensky avesse convocato l’Assemblea Costituente, questo sarebbe stato indubbiamente un passo avanti. Lo Zar era abbattuto, la burocrazia rovesciata; il potere non era ancora nelle mani dei lavoratori, ma in quelle di Guckov, Miliukow e simili.

Se allora, per mezzo dell’Assemblea Costituente, si fosse chiesto al paese: “Che cosa volete voi, uomini della Russia?”, si sarebbe avuta una risposta nettamente in antitesi con quella che avrebbero desiderato la borghesia e i suoi servi, che erano al potere. Poiché la rivoluzione consiste appunto nella ribellione delle classi oppresse contro gli oppressori.

Che cosa è una rivoluzione? Evidentemente per i Krestownikow e per i Riabuscinski essa consiste nell’abbattere lo Zar, di mutare un paio di ministri. Se si contenta di questo non è una rivoluzione: è, per così dire, l’aborto di una rivoluzione. Questa è una falsa origine storica: la vera, la sana origine storica si ritrova allorquando la classe lavoratrice, sollevandosi, prende nelle sue mani tutto il potere del paese e si accinge a creare un nuovo ordinamento, in cui non vi sia più alcuno sfruttamento di una classe sull’altra, in cui tutti i mezzi di produzione, tutte le ricchezze del paese si trovino a disposizione e sotto il controllo dei lavoratori. La classe lavoratrice è allora come un signore in un buon regime economico: il signore, il proprietario sa quanto terreno ha, quanta sementa, quanto bestiame, quale è il suo inventario economico, quale pezzo di terra deve fino ad un dato momento seminare; egli sa tutto questo, tutto è ben regolato e messo a profitto.

Ma questo è il regime economico di un singolo, gli altri, che vivono accanto a lui, hanno anche essi la loro economia nella reciproca cooperazione. Ebbene noi vogliamo che la classe lavoratrice sia come un signore nei riguardi della propria terra, sicché esso sappia quanto terreno ha, di quante ricchezze naturali, di quanto rame, di quanto carbone, di quante macchine, di quanta materia greggia, di quante forze di lavoro, di quanto grano dispone: noi vogliamo che tutto ciò sia messo in valore, affinché, essendo tutto ben noto, il lavoro possa essere razionalmente distribuito. Il proprietario deve essere come un buon padrone, che sia al tempo stesso padrone e lavoratore. E l’economia comunista, vedete, altro non è che una società di compagni.

Dicono che questa sia una utopia. I nostri nemici affermano che tutto ciò non potrà mai avverarsi. Così parlano coloro cui tutto questo non conviene, o coloro che hanno venduto la propria anima alla classe dominante. Per essi l’ideale è irraggiungibile. Ma io, o compagni, vi dico che, se gli uomini non sono capaci di realizzarlo, allora tutto il genere umano non varrebbe davvero un centesimo: gli uomini resterebbero sempre bestie da soma, peggiori anzi di qualunque bestia, perché le bestie non conoscono divisione di classe, e fra esse non accade che un bue, per esempio, acquisti predominio su un altro o un cavallo su un altro.

Noi, invece, abbiamo sempre sostenuto che, se dobbiamo abbattere un simile organismo di classi, dobbiamo farlo per salire sempre più in alto; contro qualunque divisione di classi noi dobbiamo combattere; e, se non riusciremo in questa prova, cui ci siamo accinti ora che abbiamo in mano il potere; se si dovesse dimostrare che non siamo preparati, che non siamo capaci di assolvere il nostro compito, allora se, tutte le nostre speranze, tutte le nostre aspettative, i nostri piani, la nostra scienza, l’arte, tutto ciò che interessa l’uomo, tutti gli ideali nel cui nome egli combatte, non sarebbero che menzogne, e l’intero genere umano non sarebbe altro che un gran letamaio, quale esso appare dall’attuale carneficina che dura da quattro anni, in cui gli uomini si ammazzano l’un l’altro a decine di migliaia, a milioni, con il solo ed unico risultato di lasciare ogni cosa al punto di prima.

Anche per questo noi diciamo ai nostri nemici, che ci criticano: “Noi sappiamo benissimo che non siamo ancora al termine della nostra opera, che abbiamo ancora del cammino da percorrere, per il quale occorrono ancora molto lavoro e molti sforzi. Ma una cosa noi abbiamo compiuto: la preparazione. Se è necessario costruire un nuovo edificio, tutto deve rifarsi da capo.

Noi abbiamo tolto il potere alla borghesia e ci accingiamo all’impresa. Abbiamo cominciato con il tenere saldamente in mano il potere e dichiariamo a tutti i nostri nemici che questo potere non dovrà giammai cadere di mano alla classe lavoratrice!

Si parla dell’Assemblea Costituente. Torno su questo importante argomento. Che cosa è essenzialmente il suffragio universale, diretto, uguale e segreto? Che cosa è un semplice referendum, un appello alle urne? Se tentassimo l’esperimento che cosa succederebbe? Una parte dei cittadini voterebbe in un dato senso, un’altra in un altro. Ma qualche cosa bisogna fare. E poiché qualche cosa bisogna fare, è chiaro che le due parti si troverebbero in conflitto, operando ciascuna per fini opposti. L’Assemblea costituente può servire sì per un referendum dei diversi voleri, ma per l’opera creatrice della rivoluzione, no. Del resto il referendum noi l’abbiamo compiuto anche senza l’Assemblea costituente. Miliukow prima e Kerensky poi lasciarono passare i mesi, uno dopo l’altro, senza convocare l’Assemblea costituente. E che cosa sarebbe essa stata se anche si fosse fatto rivivere il suo cadavere, ammesso che esistesse al mondo un medicamento o una magia qualsiasi capace di tanto?

Ammettiamolo pure. L’Assemblea costituente è convocata. Che vuole dire ciò? Vuol dire che da un lato, alla sinistra, siederebbero i rappresentanti delle classi lavoratrici e direbbero: “Noi vogliamo che il potere serva alfine al dominio della classe lavoratrice e alla abolizione di qualsiasi oppressione e rapina”. Dalla parte opposta siederebbero i rappresentanti della borghesia, i quali vorrebbero che il potere tornasse, come prima, alla classe borghese. Essi parlerebbero con bel garbo e cautela, senza dire apertamente “classi borghesi”, ma “colte”, pur significando sostanzialmente la medesima cosa. Nel mezzo starebbero quegli uomini politici che oscillano costantemente fra la destra e la sinistra; i rappresentanti dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari di destra. Essi direbbero: “Il potere deve essere ripartito equamente fra l’una e l’altra parte”.

Ma, o compagni, il potere non è una pagnotta, che si possa tagliare in due o quattro parti, a piacere. Il potere è uno strumento con il quale una determinata classe afferma il proprio dominio. Un tale strumento o serve alla classe lavoratrice, o serve contro di essa. Non c’è via d’uscita. Finché vi sono due nemici – la borghesia e il proletariato, con il miserrimo ceto dei contadini – e finché questi due nemici si combattono reciprocamente non possono evidentemente adoperarsi da entrambi le medesime armi. Non è ammissibile che un fucile o un cannone serva contemporaneamente a due eserciti in conflitto fra loro. Così anche il potere statale è una determinata organizzazione che può servire o alla classe lavoratrice contro la borghesia, o, viceversa, alla borghesia contro la classe lavoratrice. I centristi, che domandano se il potere non si possa in qualche modo dividere in due, non sono che dei ciarlatani, che pretendono di avere in tasca la ricetta per far sì che il potere statale – il cannone – possa servire contemporaneamente alla classe lavoratrice e alla borghesia.

La storia, o compagni, non ci dà esempi di tali magiche ricette e se anche ce ne proponesse una la politica di Zeretelli e di Cernow, noi ben sappiamo che il loro cannone non sparerebbe che in una unica direzione: contro la classe lavoratrice. E noi non abbiamo alcun desiderio né alcuna inclinazione a tornare in un simile stato.

Compagni, noi dichiariamo al nostro partito comunista, al governo dei Consigli, che noi fummo effettivamente per l’Assemblea costituente, allorché questa rappresentava un passo avanti sotto lo zarismo; noi parteggiammo allora per un referendum; ma dopo che il popolo ebbe rovesciato lo Zar, allora noi dicemmo: “Ora voi avete portato a compimento l’impresa; è necessario che il potere sia assunto da quella classe che è chiamata a ricostruire la Russia su nuove basi: alla classe dei lavoratori”. E ciò dicendo non ci siamo, né vi abbiamo, in qualche modo ingannati.

Noi affermammo che infinite erano le difficoltà nel nostro cammino, colossali gli ostacoli, tremenda l’opposizione della classe borghese, e non solo da parte della borghesia russa, che di per sé stessa è debole, ma anche da parte della borghesia internazionale, poiché la borghesia russa altro non è che una diramazione delle classi borghesi di tutti i paesi. Queste si muovono in guerra fra loro, si urtano a vicenda, ma in sostanza sono compatte nella questione fondamentale: la difesa della proprietà e di tutti i privilegi che ad essa si connettono.

Vi ricorderete senza dubbio che fra di noi, fino a poco tempo fa, prima della rivoluzione, infiniti fossero i partiti nella classe borghese, fra i possidenti della grande e della piccola borghesia. C’erano i Cento Neri di destra, i nazionalisti, gli ottobristi, i progressisti di sinistra, i cadetti, etc. Un vero e proprio sciame di partiti. D’onde venivano? Precisamente da diversi gruppi di possidenti. Gli uni rappresentavano gli interessi dei grandi possidenti, gli altri quelli dei medi e dei piccoli; alcuni gli interessi dei capitalisti bancari, altri gli interessi dei capitalisti industriali, altri ancora gli interessi degli intellettuali laureati, professori, medici, avvocati, ingegneri, etc. In sostanza, dunque, anche la stessa borghesia, le stesse classi abbienti si dividono in gruppi, in sezioni, in partiti. Ma, non appena la nostra rivoluzione ha fatto sorgere in piedi i lavoratori, tutta la borghesia si è trovata compatta, i partiti sono tutti scomparsi, altro non restando che il partito dei cadetti, in cui si raggruppavano tutte le classi abbienti in lotta per la difesa della proprietà contro le classi operaie.

Lo stesso, o compagni, avviene anche nella borghesia internazionale. Essa scatena guerre orrende e sanguinose, ma appena la classe rivoluzionaria, la classe proletaria alza la testa minacciando le basi del capitalismo subito i borghesi cominciano a sostenersi l’un l’altro in tutti i paesi, per formare un campo comune contro il progredente spaventoso spettro della rivoluzione socialista, e per questo, vedete, noi consacriamo le nostre energie alla formazione dell’ordinamento comunista, in cui non vi saranno più lotte fra popolo e popolo. Ma finché a questo non saremo arrivati, bisogna tenerci pronti ad affrontare le più aspre difficoltà, a sostenere le più grandi battaglie, così all’interno del nostro paese, come ai suoi confini; poiché quanto più sarà esteso, quanto più sarà forte il movimento rivoluzionario, tanto più la borghesia di tutti i paesi stringerà le sue file. L’Europa sarà posta a ferro e fuoco dalla guerra civile, e la borghesia russa, appoggiandosi alla borghesia europea, a quella di tutto il mondo, compirà più di uno sforzo contro di noi. Per questo noi sosteniamo, se, che siamo in cammino verso la pace, ma verso una pace che non sarà raggiunta se non attraverso battaglie cruente delle masse lavoratrici contro gli oppressori, gli sfruttatori, gli imperialisti di tutti i paesi.

Questa via noi seguiremo fino alla fine!

Di tutto ciò, o compagni, dobbiamo renderci conto. Certo che chi pensa che già tutto abbiamo raggiunto, dimostra di non comprendere esattamente gli insegnamenti della storia. La storia non è una madre premurosa e tenera, che protegge la classe lavoratrice. È una cattiva matrigna che insegna loro, con l’esperienza del sangue, il modo per innalzarsi e conseguire i propri fini.

È questa la disgrazia dei lavoratori! Io dico spesso, e ripeto nei comizi ai compagni che hanno corta memoria. Essi si sentono facilmente portati alla conciliazione. Troppo facilmente dimenticano. Appena scorgono un barlume di miglioramento, appena ottengono qualche cosa, subito sembra loro che il più sia fatto e si sentono disposti alla generosità, si sentono disposti ad arrestare la loro opera e cessare la lotta; e intanto le classi abbienti non interrompono la loro campagna e contrappongono salda resistenza agli attacchi delle masse operaie. Una passività da parte nostra, una scissione, una incertezza vuol dire per noi esporre il nostro lato debole ai colpi della classe abbiente, vuol dire che domani o dopodomani, in un nuovo assalto, saremo sconfitti.

La classe dei lavoratori ha bisogno di vigorosa tempra, fermezza inesorabile e convinzione profonda che senza combattere ad ogni passo per il miglioramento del proprio destino, senza questa lotta instancabile, sono impossibili la salvezza e la liberazione.

Nelle file del partito comunista, noi chiamiamo, o compagni, anzitutto i lavoratori e in seconda linea tutti gli amici sinceri e fidati della nostra classe. Ma chi, o compagni, cela dubbi o incertezze nell’animo, resti lontano dalle nostre file. Per noi vale più un solo seguace fidato che dieci indecisi, poiché nello svolgimento della lotta questi trascinerebbero seco qualcuno dei nostri; e invece i compagni sicuri, uniti tutti in una sola schiera, muovono alla battaglia contro il nemico, essi trascinano anche gli incerti e i reticenti. Per questo noi vogliamo nelle file del nostro partito soltanto coloro che abbiano ben compreso come la nostra lotta contro gli oppressori di tutti i paesi sia inesorabile. Qui non c’è posto per centristi che si interpongano fra l’una e l’altra parte per proporre accordi. Nessuno deve ascoltare costoro. La borghesia non cederà mai spontaneamente il suo potere. Bisogna da parte nostra resistere e combattere, bisogna che noi ci sentiamo pronti alla battaglia fino alla fine!

È questo il compito essenziale del partito comunista, che appare attualmente come il partito direttivo dei Consigli, organi del potere. Esso si propone di riuscire a far sì che ogni suo addetto, ogni lavoratore sia spiritualmente temprato a dire a sé stesso: “Nella lotta che attualmente si svolge evidentemente anch’io forse soccomberò. Ma che cosa è in confronto di una vita da schiavi, senza un raggio di sole, sotto il tallone degli oppressori, la morte gloriosa di un combattente, che lascia la sua bandiera a nuove generazioni, morendo con la consapevolezza di non sacrificare la vita per gli interessi dei Re o degli Zar, per gli interessi degli oppressori, bensì per quelli della propria classe?” Dobbiamo insegnare ai nostri compagni a vivere fino all’ultimo anelito e a morire per gli interessi della classe lavoratrice, con la fede nell’animo. Ecco, vedete, a che cosa siete chiamati!

La guerra, la borghesia e la rivoluzione

Noi ben sappiamo contro quali ostacoli e difficoltà urtiamo nella nostra politica. La nostra rivoluzione è una conseguenza diretta della guerra, ma la guerra è una conseguenza del capitalismo, e noi, fin da lungo tempo prima della guerra, avevamo già presagito come il colossale incremento degli armamenti e la lotta fra le borghesie dei vari paesi per i profitti e per i mercati avrebbero dovuto terminare con una spaventosa catastrofe.

La borghesia tedesca addossa la colpa alla borghesia inglese, la borghesia inglese a quella tedesca, e così tutti si scaricano reciprocamente le responsabilità della sanguinosa guerra, proprio come fanno i pagliacci con i loro giochi nel circo. Noi avevamo presentito l’inevitabilità della guerra, inevitabilità non derivante dalla volontà di uno o due Re o ministri, ma da tutto l’insieme dell’ordinamento capitalistico. Questa guerra è un esempio per l’intero ordinamento capitalistico, per l’intero sistema borghese, economico e morale. E per questo, vedete, noi dicevamo al principio del conflitto che esso avrebbe suscitato un terribile movimento rivoluzionario fra le masse lavoratrici di tutti i paesi.

Mi è toccato, durante la guerra, di attraversare diversi Stati. Dapprima fui costretto a lasciare l’Austria per non esservi fatto prigioniero. Poi fui in Isvizzera, paese che trovandosi fra la Germania, l’Austria e la Francia, costituisce il punto d’incrocio delle vie di questi tre paesi in conflitto. Poi dovetti trascorrere un paio di anni circa in Francia e finalmente, allorché gli Stati Uniti d’America entrarono nel conflitto, mi recai colà. Da per tutto ho osservato la medesima cosa: in un primo momento la guerra stordisce le masse lavoratrici, le confonde, le tenta, ma poi le sconvolge, le spinge alla protesta, alla ribellione contro la guerra, contro l’ordinamento che porta ad essa, contro i dominatori.

Perché mai la guerra dapprima eccita lo spirito patriottico fra le masse lavoratrici? Per questo: perché malgrado che esistano i partiti socialisti-comunisti, esistono ancora, dappertutto, milioni di attivi lavoratori che non conoscono alcuna vita spirituale. E qui è proprio la nostra principale disgrazia: nell’esservi ancora milioni di simili lavoratori, che vivono automaticamente, automaticamente lavorano, mangiano e dormono, pur avendo appena appena quanto basta per mangiare e dormire e lavorando per ciò sopra le forze; costoro non pensano ad altro regime di vita che quello. La loro mentalità è così delineata; il loro cervello non sa pensare ad altro, la loro intelligenza, il loro pensiero, la loro coscienza dormono nella maggior parte del tempo e una volta ogni tanto, nei giorni di festa, bevono un po’ di grappa! [a queste parole una parte degli uditori si mise a ridere]

No, o compagni, tutto ciò non è affatto ridicolo. È questo il tragico destino di molti e molti milioni di lavoratori tormentati, condannati ad una simile vita dal sistema capitalistico, che sia maledetto dal momento che danna i lavoratori ad una così mostruosa vita!

Ma viene la guerra, il popolo è mobilitato, esce sulle vie, indossa la divisa militare. Gli vien detto: “Noi marciamo contro il nemico, vinceremo e allora tutto cambierà ”. E così nascono le speranze, gli uomini abbandonano l’aratro e il tornio. In tempo di pace non avrebbero certo pensato a niente, come bestie da soma, ma ora si propone loro un nuovo compito, essi si vedono d’attorno centinaia di migliaia di soldati, tutti sono eccitati, la musica militare suona, si promettono grandi vittorie e gli uomini sperano che qualche mutamento verrà davvero, che qualche cosa di meglio succederà, dato che niente di peggio potrebbe più immaginarsi.

Essi credono che la guerra sia una guerra di liberazione, che porterà delle novità. Anche per questo abbiamo osservato come in tutti i paesi, sul principio, senza eccezione, nel primo periodo della guerra si ha sempre uno slancio di patriottismo. La borghesia si sente più forte, perché dice: “Tutto il popolo è con me!”. Sotto la bandiera della borghesia marciano i bravi lavoratori dei campi e delle città. Tutto sembra fondersi in un solo sentimento nazionale. Ma poi la guerra compie la sua intima opera: esaurisce la terra, lascia il popolo senza tetto, arricchisce qualche gruppo di masnadieri, speculatori, fornitori militari, conferisce gradi ed onori a diplomatici e generali, e le masse lavoratrici si impoveriscono sempre di più; e le mogli, le madri, le operaie, si trovano ogni giorno dinanzi all’arduo problema, che si fa sempre più stringente, del come riempire la pentola per sfamare i bambini. E tutto questo provoca, fra le masse operaie, una colossale rivoluzione.

Dapprima, dunque, la guerra desta e lusinga false speranze, ma poi, una volta destatele, le fa crollare, sì che la classe lavoratrice si risente e comincia a domandarsi da che cosa derivi tutto ciò e che cosa significhi. Ma la borghesia non è stupida – non si può negarlo – essa ha già preveduto, fin dal principio della guerra, il pericolo e perciò ha sempre contenuto, finché le è stato possibile, la rivoluzione, con l’aiuto dei suoi zelanti generali. Così avvenne in Europa dopo la guerra franco-prussiana. Ma già nel primo periodo dell’attuale guerra, allorché sembrava che il patriottismo invadesse tutti gli animi, proprio nel tempo in cui io mi trovavo a Parigi, parlando con uomini politici della borghesia, sentii dire, qua e là, da essi stessi che il risultato di questa guerra sarebbe stato la grande rivoluzione. Costoro, questi uomini politici borghesi, confidano evidentemente di trovarsi pronti ad un tale evento.

Se leggiamo i giornali e le riviste dei mesi di agosto e settembre, o ottobre, 1914, cioè del primo anno di guerra, per esempio quel giornale inglese che si chiama “Economist”, vediamo che già, fino da allora, si prevede che il risultato finale della guerra in tutti i paesi che vi sono coinvolti, sarà il movimento socialista rivoluzionario. Si era ben compreso fin da allora l’ineluttabilità di tutto ciò, e ben a ragione; allo stesso modo di come avevamo ragione noi quando dicevamo che questa guerra avrebbe inevitabilmente portato la Russia alla rivoluzione e che questa rivoluzione, se potrà essere compiuta fino alla fine, porterà al potere le classi lavoratrici.

In Russia il capitale è formato dalle finanze dell’Europa occidentale. Prendendo per esempio la Francia, vediamo come là il capitale delle grandi industrie si sia formato a poco a poco, nel corso di molti secoli. Nel Medio Evo esistevano mano d’opera, piccole imprese, corporazioni, gilde, che si sviluppavano piano piano formando grandi e medie manifatture, etc., e la borghesia francese si trascinò dietro un intero codazzo di medie e piccole imprese. Queste esercitano la loro influenza politica.

E da noi?

Da noi si è infiltrato il capitale degli altri paesi, Francia, Germania, etc., e rapidamente ha impiantato fabbriche gigantesche in alcune parti della provincia di Jekaterinoslaw e in tutta la Russia meridionale. Vi sono imprese vastissime, come a Pietrogrado, a Mosca e in altre città. Il capitale dell’Europa occidentale, impiantando tutte queste fabbriche, ha avvinto a sé la nostra borghesia, che si è così staccata dalle grandi masse popolari. Ed è questo un gran male per essa. Strettamente legata all’immenso potere finanziario, essa non ha alcun potere politico. Da noi nessuna borghesia, a meno che non vi si comprenda il ceto dei campagnoli (dal quale in Russia sogliono i più escludere l’elemento proletario, le masse più povere ed affamate) ha esercitato una influenza speciale. E tutto il problema della rivoluzione si riduce a questo: con chi devono andare i poveri? Con la borghesia che l’inganna e li nutre di false speranze, o con la classe lavoratrice? Ecco la questione.

Non si è fatto questione di Cernow, Zeretelli o Kerensky, ma se gli eserciti dei contadini avrebbero seguito i lavoratori, se, cioè, i contadini sarebbero stati assorbiti dalla classe operaia o dalla borghesia.

Ora possiamo dire che, grazie ai Consigli dei deputati dei lavoratori, la questione è per tre quarti risolta, l’influsso della borghesia sul paese è quasi completamente annientato e i contadini poveri si uniscono alla classe lavoratrice per marciare con essa tanto più compatti quanto più forte e più cosciente diviene il proletariato cittadino; e di ciò si devono grazie solo ai compagni, al completo dominio ottenuto dalla nostra classe.

Il proletariato cittadino rappresenta da noi la minoranza della popolazione. La grande maggioranza è formata di contadini. Conseguentemente, se le masse contadine non appoggiassero i lavoratori urbani, la nostra classe non potrebbe conservare il potere. Ma tutto ciò significa che la classe dei lavoratori di città combatte non solo per sé, ma si erige anche a tutrice degli interessi delle grandi masse del popolo e dei contadini e l’operaio diverrà, nel senso letterale della parola, l’eroe popolare, allorché comprenderà e sarà in grado di portare a compimento la sua opera.

Nelle altre rivoluzioni, in cui la borghesia aveva il comando supremo, essa trascinava dietro di sé le masse dei contadini. Così fu al tempo della rivoluzione del 1848 nella vecchia Germania, così fu, senza eccezione, in tutte le rivoluzioni del XVII e XVIII secolo. Così fu sempre, ma adesso, o compagni – e qui sta l’immensa trasformazione, il colossale progresso – adesso la classe lavoratrice ha da noi per la prima volta tolto alla borghesia la preminenza e la prevalenza spirituale, si regge su basi proprie ed ha, inoltre, strappato dalle mani della borghesia e attirato a sé la massa dei contadini. In ciò sta l’incomparabile conquista della rivoluzione russa. In ciò sta la protezione della rivoluzione russa.

Per questo gli organi rivoluzionari, i Consigli dei deputati operai e contadini, hanno destato l’odio della borghesia di tutti i paesi. Fin dal principio della rivoluzione, nei primi giorni di essa, allorché a New York i giornali ne riportarono le prime notizie, i giornali borghesi l’accolsero con simpatia. Si era detto allora che Nicola II fosse in trattative di pace con la Germania.

Intanto l’America si accingeva ad entrare nel conflitto e, dopo un mese e mezzo, anzi, dopo tre settimane, vi entrò effettivamente. I giornali riportarono che lo Zar era stato impiccato, che si era formato un ministero di Miliukow e Guckow, e tutto ciò valse ad attirare la simpatia di tutta la stampa borghese. Ma quando cominciarono a giungere le notizie che a Pietrogrado si era costituito il Consiglio dei deputati degli operai e dei soldati e che qualche conflitto era sorto tra questi e Miliukow e Guckow (e c’era pure il Consiglio di Kerensky e Cernow), allora i giornali cambiarono tono. Cominciarono subito i primi conflitti fra i Consigli ed il governo e si affermò il carattere operaio e di classe dei Consigli.

Subito si vide la stampa borghese di tutti i paesi rivolgersi di colpo contro la rivoluzione russa ammonendo Miliukow e Guckow del terribile pericolo che sarebbe derivato alla Russia ed a tutto il mondo se i Consigli fossero riusciti ad afferrare stabilmente il potere. E, poiché noi ci trovavamo in America, e criticavamo aspramente, in comizi di operai stranieri, Miliukow e Guckow e la loro politica, predicendo che i Consigli degli operai e dei soldati avrebbero conservato il potere, allora tutta la stampa borghese scrisse che noi ci recavamo in Russia per dare il potere a losche bande. La cosa andò tanto oltre che una nave da guerra inglese ci fece prigionieri insieme con un piccolo gruppo di sei uomini, al Canada, e ci tenne in prigionia assieme a dei marinai tedeschi, sotto l’accusa di voler andare in Russia per togliere il potere a Miliukow e Guckow e darlo ai Consigli degli operai e dei soldati.

Ciò avvenne nel marzo del 1917, cioè nel primo mese della rivoluzione. La borghesia inglese e americana sentiva già che il potere dei Consigli rappresentava per essa un colossale pericolo. Ma in pari tempo, quanto più appariva chiaro agli operai americani che la rivoluzione russa non era affatto una ripetizione delle vecchie rivoluzioni, in cui gli uni si rifanno a spese degli altri e gli uni e gli altri, poi, finiscono con il restare sopra le classi lavoratrici; che la rivoluzione russa era tale da far salire in alto gli oppressi per ricostruire l’edificio sociale – quanto più gli operai si persuadevano di questo, tanto più viva parte prendevano alla nostra rivoluzione e tanto più grande si faceva il loro entusiasmo.

E se la nostra rivoluzione non ha avuto, con quella sollecitudine che ci aspettavamo nei primi giorni, un inevitabile contraccolpo in Germania, Francia e Inghilterra, la colpa è in gran parte degli stessi lavoratori, i quali hanno favorito la politica dei centristi, compromettendo così la rivoluzione russa agli occhi delle classi lavoratrici di tutto il mondo.

Molti capi di masse operaie speravano che la nostra rivoluzione avrebbe subito portato alla conclusione della pace generale e tanta ne era la convinzione che, se il governo che c’era allora di Kerensky e Miliukow o qualsiasi governo che si fosse trovato al loro posto, si fosse rivolto a tutti i popoli con l’offerta di immediate trattative di pace, lo slancio delle masse lavoratrici e dei poveri in favore della pace sarebbe stato grandissimo e noi avremmo trovato un seguito immenso.

Ma, anziché far questo, noi [ossia il governo russo, quello nato dalla rivoluzione di febbraio – n.d.r.] appoggiammo la politica degli ex diplomatici zaristi, non pubblicammo i trattati segreti, e preparammo invece l’offensiva che fu effettuata il 18 giugno e terminò con una spaventosa e micidiale disfatta e ritirata.

Le masse operaie di tutti i paesi, che avevano atteso che la rivoluzione russa si fosse manifestata nella sua piena grandezza e avesse segnato qualche cosa di nuovo, furono spinte a ritenere che nulla fosse mutato di quello che era prima: gli stessi alleati, la stessa guerra, la stessa offensiva in nome degli stessi fini briganteschi. E la borghesia di ogni paese se ne valse criminosamente per svisare e imbrattare il carattere e lo spirito della nostra rivoluzione. La stampa borghese scrisse: “In questo consiste dunque la rivoluzione: che appena un governo è abbattuto e rimpiazzato da un altro, il nuovo dichiara subito che un’altra politica non è possibile. Di conseguenza non c’è ragione di abbattere i vecchi governi, dal momento che i nuovi non fanno che quello che facevano essi. E allora la rivoluzione altro non è che una follia, una inutile spesa, una vuota illusione”. E gli animi dei lavoratori così divennero freddi verso la rivoluzione russa.

L’offensiva del 18 giugno, l’offensiva di Kerensky, fu il più terribile colpo per la rivoluzione russa e per la classe operaia di tutti i paesi. E se ora noi raccogliamo la pace di Brest Litowsk, la più opprimente delle paci, è questo sì, da una parte, il risultato della politica dei diplomatici zaristi, ma è anche il risultato della politica di Kerensky e dell’offensiva del 18 giugno. Sono stati i burocrati ed i diplomatici dello Zar, quelli che ci hanno scaraventato nella guerra, hanno devastato i beni del popolo e lo hanno derubato; erano costoro quelli che mantenevano le masse nell’ignoranza e nella schiavitù; ma sono stati del pari i centristi: Kerensky, Zeretelli e Cernow, che parteggiavano per la vecchia politica e l’hanno seguita fino all’offensiva del 18 giugno. I primi, i diplomatici zaristi, devastarono materialmente il nostro paese, i secondi lo devastarono spiritualmente, e noi siamo costretti a scontare oggi la cambiale di Brest Litowsk. Cioè la cambiale zaristica. La cambiale di Kerensky.

È questo il più infame delitto che getta sulla classe operaia una grande responsabilità per le colpe dell’imperialismo internazionale e dei suoi servi. Gli stessi uomini vengono ora a noi e ci rinfacciano: “Voi avete firmato il trattato di Brest Litowsk”. Si, lo abbiamo firmato, lo abbiamo firmato a denti stretti, perché conoscevamo la nostra debolezza. Noi siamo troppo deboli per spezzare il laccio che ci serra il collo. Si, noi abbiamo sottoscritto come un lavoratore affamato acconsente a denti stretti a vendere a metà prezzo sé stesso ed il lavoro della propria moglie ad un signore dissanguatore, perché non ha alcun mezzo per vivere. In questo modo abbiamo noi dovuto sottoscrivere la più opprimente e spaventosa pace. In essa cogliamo il frutto dell’opera delittuosa dell’imperialismo internazionale e dei suoi servi. Scontiamo la cambiale che porta le firme di Nicola II, Miliukow e Kerensky. Ecco la cambiale che noi abbiamo scontato!

Necessità di una forte organizzazione statale

Ma ciò, o compagni, non significa affatto che noi dobbiamo quietarci: non significa affatto che, dopo aver trovato i colpevoli e le cause storiche, dobbiamo accontentarci. Niente affatto! Noi siamo deboli, sì, siamo deboli, ed è questo il nostro principale delitto storico, poiché la storia ci insegna che non si deve essere deboli. Con le prediche e le belle parole non si salva nessuno. Guardate il Portogallo (potrei prendere ad esempio tutta l’Europa, dal principio alla fine); il piccolo Portogallo non voleva la guerra, ma l’Inghilterra ve lo ha costretto. Che cosa è il Portogallo? Il vassallo, lo schiavo dell’Inghilterra. E la Serbia? La Germania ha dilaniato anch’essa. La Turchia è alleata della Germania. Ma che cosa è essa adesso? La Turchia è la schiava della Germania. La Grecia? Chi l’ha costretta a prender parte alla guerra? Gli Alleati. Essa non voleva, questa piccola e debole terra, ma gli Alleati ve l’hanno cacciata per forza. La Romania non voleva entrare nel conflitto e in special modo non lo volevano le umili classi del popolo, ma ciononostante gli Alleati hanno trascinato anch’essa. E tutti questi paesi adesso sono schiavi della Germania o dell’Inghilterra. Perché? Perché sono deboli, perché sono piccoli. E la Bulgaria? Tentennava, il popolo non voleva la guerra. Io mi trovavo là durante la guerra balcanica e so quanto la Bulgaria sia esausta. Il popolo non voleva la guerra, ma la Germania ve lo ha costretto e la Bulgaria ha impugnato le armi. Ed ora che cos’è la Bulgaria? Non ha né volontà, né voce propria: è anch’essa schiava della Germania.

L’Austria-Ungheria è un paese assai più povero della Germania e assai più devastato e non ha ora alcuna voce propria. Essa segue la Germania: la Germania impartisce gli ordini al suo governo. Perché? Perché la Germania è forte. Chi ha la forza ha anche la ragione! Questi sono, vedete, la morale, il diritto e la religione dei governi capitalistici.

Nel nostro campo, nel campo degli Alleati, chi è il padrone? L’Inghilterra. Chi deve sempre ubbidire? La Francia. La Russia ubbidisce ad entrambe perché è più povera dell’Inghilterra e della Francia.

Da tutto ciò appare chiaro come quanto più durerà la guerra, tanto più duramente sarà esautorata la Russia e tanto meno potrà essere autonoma. Alla fine dei conti noi dovremo inevitabilmente stare sotto il tallone di qualcuno: o sotto quello della Germania o sotto quello dell’Inghilterra, perché noi siamo deboli, perché noi siamo poveri, perché noi siamo esausti. La questione è solo quella di sapere quale sarà il tallone che ci calpesterà.

Noi abbiamo detto e seguitiamo a dire che non vogliamo star sotto ai piedi di qualcuno, né sotto ai tedeschi, né sotto agli inglesi. E perciò cerchiamo di conservare la nostra indipendenza appoggiandoci alla rivoluzione della classe lavoratrice in tutti i paesi.

Ma in pari tempo – e appunto perché noi speriamo nello sviluppo della rivoluzione in tutti i paesi – noi diciamo che occorre raccogliere le forze e riportare l’ordine nello Stato, ricostituire l’economia e creare la forza armata della Repubblica dei Consigli Russi, l’esercito rosso degli operai e dei contadini. Questo è, o compagni, il compito principale che noi non abbiamo ancora assolto, e che assolveremo e per il quale soprattutto ci siamo riuniti.

Io dicevo che noi abbiamo conquistato il potere per la classe lavoratrice, e che esso non le verrà tolto. Ma il potere in mano ai lavoratori non è che uno strumento, un arnese. E se non sappiamo adoperarlo a cosa serve? Se noi prendiamo gli utensili di un carpentiere senza saperli maneggiare, che cosa ce ne facciamo? È come se non avessimo nulla. È necessario che la classe dei lavoratori, conquistato il potere statale, impari a servirsene per l’organizzazione dell’economia su nuove basi.

Dicono alcuni: “Perché vi siete presi il potere senza imparare prima a servirvene?”. E noi rispondiamo: “Come avremmo potuto imparare l’arte del falegname se non avevamo in mano alcun arnese del mestiere? Per imparare ad amministrare un paese bisogna avere in mano il potere. Nessuno ha mai imparato ad andare a cavallo stando seduto in una stanza. Per imparare a cavalcare bisogna sellare il cavallo e montarci sopra. Probabilmente il cavallo si impennerà e più di una volta vi getterà a terra. Ma noi ripeteremo la prova fintantoché non avremo imparato”.

Dunque, o compagni, coloro che affermano non essere necessario assumere il potere, non sono altro, evidentemente – conformemente al loro spirito – che difensori degli interessi borghesi. Essi dicono: “La classe lavoratrice non deve avere il potere. Questo è un diritto ereditario delle classi borghesi e colte. Esse hanno capitali, università, giornali, cultura, biblioteche, tutto: perciò debbono avere anche il potere statale, mentre i lavoratori manuali, le masse operaie debbono prima imparare a governare”.

Benissimo! Ma dove dovrebbero impararlo? Nel laboratorio, nella fabbrica, durante il quotidiano lavoro infernale?

No, signori, scusate! Questo infernale lavoro nei laboratori e nelle fabbriche ci ha insegnato che noi abbiamo il dovere di prendere il potere in mano nostra. Questo abbiamo imparato. E questa è pure una grande scienza. È una scienza immensa, che la classe operaia ha studiato nei laboratori e nelle officine per interi decenni, e durante questo periodo di studio ha prestato la sua opera infernale fino a giungere ad assistere alla fucilazione di operai di intere fabbriche, all’eccidio di Lena [L’oratore qui allude ad un conflitto sanguinoso avvenuto nella primavera del 1912 fra gendarmi e operai del distretto di Lena].

Tutto questo cammino essa ha percorso ed alla fine ha conquistato il potere. Ora impareremo a valercene per organizzare l’economia e instaurare l’ordinamento che ancora non abbiamo. Ecco il nostro compito precipuo.

L’organizzazione e la disciplina del lavoro

Ho detto che è necessario mettere sotto controllo il paese e tenere registri di tutto. Ciò faremo per mezzo dei Consigli e dell’Organizzazione centrale dei Consigli dei deputati operai, il Comitato esecutivo centrale. Ed anche per mezzo dei Consigli dei Commissari del popolo. Noi dobbiamo registrare tutto, come dei ragionieri, affinché si sappia dappertutto quale potere abbiamo, quali tesori, quanti operai, quanta materia greggia, quanto grano, quanti falegnami, quanti sarti, e tutto sia razionalmente ripartito, come in una tastiera di pianoforte, di modo che ogni strumento economico funzioni proprio come i tasti di un piano e si possa sapere quanto abbiamo, dove e come lo abbiamo. E si possa così, per esempio, in caso di bisogno, dislocare una data quantità di operai metallurgici da un posto ad un altro. Il lavoro deve essere sano, coordinato ad uno scopo, non solo, ma anche intensivo. Ogni operaio deve lavorare intensamente per 6 o 7 ore nel corso delle 24, ma tutto il rimanente tempo deve poter passarlo da libero cittadino o in occupazioni intellettuali. È un compito grande, ma non è semplice, e occorre studiarlo bene. Bisogna tenere conto di tutto, tutte le provviste che si hanno devono essere elencate, tutto deve essere controllato e registrato.

Sappiamo che vi sono una quantità di laboratori e di fabbriche che non servono a niente. Fra noi regnano la disoccupazione e la fame, perché non tutti sono al loro posto. Vi sono fabbriche che compiono lavori inutili, ma ve ne sono altre che compiono lavori indispensabili e mancano del materiale necessario, che si trova altrove. Noi abbiamo tesori colossali, di cui non sappiamo nulla. Ci sono usurai che hanno accumulato nei villaggi milioni di pud di cereali, come, per esempio, nelle province di Tula e Kursk e anche in quella di Orel. Milioni di pud di cereali si trovano nelle mani di costoro e non ce li consegnano, né noi siamo ancora riusciti a persuaderli che non abbiamo alcuna intenzione di scherzare su certi argomenti, trattandosi qui di vita o di morte della classe lavoratrice.

Ma se noi avessimo una organizzazione, nessuno strozzino potrebbe certo sottrarre dei cereali a dei lavoratori affamati e l’approvvigionamento sarebbe compiuto infinitamente meglio.

I compagni ferrovieri sanno quali e quanti fra gli impiegati ferroviari, specialmente fra i più elevati in grado, ma anche fra i minori, speculano trasportando di contrabbando merci e prodotti di ogni specie, tanto che spariscono interi vagoni.

Da che cosa proviene un simile disordine? Eredità del passato. Non abbiamo ancora, è vero, l’educazione che si converrebbe, ma d’altra parte siamo stati guastati dalla guerra. C’è una inversione completa di tutti i concetti. L’operaio ragiona così: “Dal momento che nel paese si sta così male, a che pro affaticarmi tanto? Sia che io lavori più o meno, meglio o peggio, la condizione delle cose non migliora”.

Ma, o compagni, bisogna che facciamo chiaramente comprendere al nostro operaio, al nostro contadino, che non è questo il modo con cui si possono difendere i nostri interessi contro la borghesia.

Dal momento che abbiamo finalmente in mano il potere, il nostro compito non è altro che questo: organizzare da noi stessi l’economia nell’interesse generale del popolo. E conseguentemente deve essere ristabilito l’ordine del lavoro nelle officine e nelle fabbriche, affinché esso possa essere ristabilito dappertutto.

Che cosa vuol dire “ordine del lavoro”? l’ordine del lavoro, la disciplina rivoluzionaria non si hanno, come ognuno comprende, che restando ciascuno al proprio posto di onorato lavoro e alla sua vedetta a vigilare affinché la nostra classe possa conservare il potere e costruire l’economia generale, in modo da non precipitare, ma salire in alto e salvare tutto il paese. Deve succedere, in sostanza, come in una famiglia privata: quando la famiglia è unita costituisce una unità e ciascuno lavora per il benessere dell’intera famiglia.

Ma qui non si tratta di una piccola famiglia: si tratta del benessere di milioni di uomini. In tutti deve sussistere la medesima coscienza, la coscienza che la nostra Russia dei Consigli, la nostra Russia degli operai e dei contadini altro non è che una immensa famiglia in cui se vi è qualcuno fiacco o che distrugga materie prime o che sia indolente al lavoro, o che trascuri i propri arnesi del mestiere o danneggi macchine per negligenza o malvolere, costui porta danno all’intera classe lavoratrice, a tutta la Russia dei Consigli e conseguentemente alle classi lavoratrici di tutto il mondo.

È nostro compito creare subito una disciplina del lavoro, un solido ordinamento del lavoro. E quando noi saremo riusciti ad effettuare un tale sistema, che gli operai lavorino nei loro stabilimenti o nelle loro fabbriche tante e tante ore al giorno e possano poi dedicare in rimanente tempo ad occupazioni intellettuali, quando ciascuno compirà il proprio dovere al proprio posto, allora tutto questo costituirà pure l’ordinamento comunista. Ed è perciò indispensabile per la nostra salvezza, per il nostro paese, per la Russia e per la stessa classe lavoratrice, che ora è padrona in questa terra, stabilire una salda, ferrea, vigorosa disciplina dell’ordinamento del lavoro.

Non è questa, compagni, quella disciplina che vigeva al servizio della borghesia e dello Zar.

Alcuni dei vecchi generali, che noi abbiamo mantenuto, sotto il nostro controllo, per gli operai dell’esercito rosso, ci dicono: “Ma può esistere un disciplina fra voi, con il vostro regime? Non ci sembra possibile”. Ma noi rispondiamo: “Esisteva una disciplina nel vostro regime? Si, esisteva. Perché esisteva? Con voi c’era uno Zar, c’era una nobiltà e infinitamente più in basso c’erano i soldati, e voi tenevate a freno e in disciplina questi soldati. E questo è un miracolo! Il soldato era uno schiavo. Lavorava per voi, vi serviva contro sé stesso, per i vostri interessi sparava contro il proprio padre, contro la propria madre… E voi mantenevate una salda disciplina. E questo è un miracolo! Noi invece vogliamo stabilire una disciplina tale che il soldato non abbia a combattere che per sé stesso, non abbia a lavorare che per sé stesso, e in nome di tutto ciò noi vogliamo creare una disciplina del lavoro!”.

Io sono profondamente convinto, o compagni, che noi creeremo questo ordinamento comunque gracchino le nere cornacchie, creeremo questo ordinamento con le nostre forze riunite, perché senza di esso ci sta dinanzi il precipizio, senza di esso la nostra caduta è inevitabile.

L’ordinamento militare

Ed ora noi stiamo formando l’esercito rosso degli operai e dei contadini. Nel Comitato esecutivo centrale dei deputati degli operai e dei soldati e cosacchi è già stata approvata la legge sul servizio militare obbligatorio universale. Secondo questa legge ogni cittadino, nel corso di un determinato numero di settimane per ogni anno (sei od otto settimane, per un’ora al giorno) è obbligato a compiere l’istruzione militare sotto la guida di appositi istruttori.

Una questione ci si presenta, o compagni: dobbiamo noi estendere l’obbligo militare anche alle donne?

Facciamo una prova in questo senso: nel progetto di legge è detto che le donne possono compiere l’istruzione militare, come gli uomini, con gli stessi sistemi e con gli stessi principi, qualora lo desiderino. Ma, se una donna avrà compiuto la stessa preparazione degli uomini, con gli stessi sistemi e con gli stessi principi, allora, in caso di pericolo della Repubblica dei Consigli, essa sarà obbligata ad impugnare le armi, come l’uomo, quando il governo dei Consigli la chiami.

Voi sapete, o compagni, che noi stiamo formando i quadri dell’esercito rosso. Essi non sono numerosi, non rappresentano, per così dire, che l’ossatura dell’esercito. Ma l’esercito attuale non è costituito da quelle migliaia e migliaia di soldati rossi che ci sono e che hanno bisogno di disciplina ed istruzione, bensì da tutto il popolo dei lavoratori e dalle innumerevoli riserve di operai istruiti delle città e delle fabbriche e dai contadini della campagna. E qualora un nuovo pericolo ci minacci da parte della controrivoluzione o di un tentativo degli imperialisti, allora questa ossatura deve di colpo rivestirsi di carne e di sangue, deve cioè completarsi con le riserve dei lavoratori evoluti delle fabbriche e dei contadini dei campi.

Per questo, se noi da una parte istituiamo l’esercito rosso, dall’altra insegniamo a tutti gli operai e a tutti i contadini a non trascurare la preparazione generale alle armi.

Sul principio questa deve compiersi con circospezione: non vogliamo armare la borghesia. Alla borghesia, agli sfruttatori che non si rassegnano a rinunciare ai loro diritti e privilegi, non vogliano dare in mano alcuna arma. Noi diciamo: “Il dovere di ogni cittadino nello Stato, di ognuno senza eccezione, è di difendere il paese ogniqualvolta esso sia minacciato da un pericolo. Parlo del paese in cui governa l’onorata classe dei lavoratori, che non desidera nulla di straniero”.

Ma la nostra borghesia non ha ancora rinunciato ai suoi diritti e al suo potere: la borghesia non è ancora disposta a dare tutto alla comunità. E così essa si agita, combatte, dirama i suoi agenti – i menscevichi e i socialisti rivoluzionari di destra – per propugnare l’Assemblea costituente. E così, finché la borghesia non avrà rinunciato alle sue pretese, al potere statale e al dominio del paese, finché non avrà compreso che noi abbiamo abbattuto, annientato per sempre lo spirito borghese, noi non daremo loro nelle mani alcuna arma. Ma stabiliremo anche che la borghesia, che non vuole con noi muovere all’assalto, debba scavare le trincee o compiere altri lavori.

Compagni, noi non dobbiamo ripetere gli errori delle precedenti rivoluzioni. Oggi si nota come la classe lavoratrice sia troppo conciliativa e troppo facilmente dimentichi la potenza della nobiltà, che per secoli l’ha tenuta schiava, l’ha derubata, l’ha spogliata e angariata. Tutto questo troppo facilmente dimentica la classe lavoratrice, incline a generosità e debolezza. Noi diciamo: “No, finché il nemico non è definitivamente schiacciato, le nostre mani non devono vestire guanti di velluto”.

Per istruire l’esercito rosso noi ci serviamo degli antichi generali; ma va da sé che noi scegliamo solo quelli che ci convengono e di cui possiamo fidarci. Taluni ci dicono: “E perché dunque chiamate i generali? Non è pericoloso ciò?”. E noi rispondiamo: “Senza dubbio, ogni cosa ha il suo lato pericoloso”. Ma noi abbiamo bisogno di istruttori che conoscano l’arte militare. Noi diciamo ai signori generali: “Ecco il nuovo padrone del paese: la classe lavoratrice. Essa ha bisogno di istruttori per preparare militarmente i lavoratori alla lotta contro la borghesia”.

Nei primi tempi i generali erano fuggiti, si erano nascosti nelle fessure, come le tignole, nella speranza che Dio avrebbe forse in qualche modo mutato le cose: il potere dei Consigli, pensavano, durerà una o due settimane e poi precipiterà, ed essi, i generali, potranno tornare al loro posto. E i generali si trascinarono dietro alla borghesia, che pensava parimenti che la classe lavoratrice, avuto in mano il potere, non lo avrebbe conservato più di un paio di settimane.

Ed ora vediamo come i sabotatori di ieri, a poco a poco, come tignole, escono fuori dai loro nascondigli, muovendo qua e là le loro antenne per tastare il terreno: non si potrebbe, dopo tutto, andare d’accordo con i nuovi padroni? E noi diciamo: “Siate i benvenuti, signori ingegneri! Noi vi invitiamo nelle fabbriche; insegnate agli operai a farle funzionare. Gli operai non ci riescono bene da soli; aiutateli, mettetevi al loro soldo, fate servizio al loro fianco. Fin’ora siete stati al servizio della borghesia: fate adesso servizio alla classe lavoratrice”.

E ai generali diciamo: “Voi avete appreso l’arte militare e l’avete appresa bene; avete studiato all’Accademia di guerra. È una scienza evoluta, una disciplina complessa, specialmente presso i tedeschi, che sanno in modo straordinario mettere in opera le più grandi macchine per l’assassinio e per la distruzione. E noi dobbiamo imparare, ma per imparare ci occorrono specialisti. Signori ex generali ed ex ufficiali, noi vi offriamo un posto!”

Ci si obietta che ciò è pericoloso e può essere causa di controrivoluzioni. Io non so; forse è anche possibile che qualcuno di costoro lo tenti, ma c’è un proverbio che dice: non si può trascurare il necessario per timore di un pericolo possibile. Dal momento che noi pensiamo di formare un esercito, non possiamo, per raggiungere questo fine, fare a meno di persone competenti. Se essi serviranno fedelmente sarà loro garantita la nostra protezione. Molti di essi, molti generali – io stesso ho parlato con loro – hanno compreso che ora è uno spirito nuovo quello che domina il paese, che adesso tutti coloro che vogliono proteggere, difendere e riordinare la Russia, devono servire fedelmente le classi lavoratrici. Ho conosciuto molti uomini nella mia vita e credo di sapere distinguere un uomo che parla con sincerità da un disonesto. Alcuni di questi generali dicevano, con piena lealtà, di avere compreso come le classi lavoratrici debbano costituirsi una forza armata e di voler sinceramente prestarsi a questo fine.

Ma per coloro che volessero servirsi dell’armamento per una congiura controrivoluzionaria, vi saranno speciali provvedimenti da prendere. Essi sanno benissimo che noi teniamo gli occhi aperti su tutto e, qualora volessero stornare l’organizzazione dell’esercito rosso degli operai e dei contadini per farla servire ai fini della borghesia, noi sapremmo ben far sentire loro il nostro pugno di ferro e ricordare loro le giornate di ottobre, essi possono ben cacciarsi in mente che, di fronte ad un tradimento, noi saremmo inesorabili contro di essi, come contro chiunque volesse volgere contro di noi la nostra organizzazione.

La rivoluzione mondiale ed i pericoli dell’imperialismo internazionale e della disgregazione interna

Perciò, o compagni, da questo lato non ho granché da temere. Io ritengo che noi ci teniamo abbastanza saldamente in piedi, che la potenza dei Consigli è abbastanza solida e che i generali in Russia non possono abbatterla, come non l’hanno potuto i Kaledin, i Kornilow e i Dutow. Il pericolo non è qui, ma in noi stessi, nella nostra interna disgregazione. E non solo da questo viene il pericolo, ma anche dal di fuori, dall’imperialismo mondiale.

Per la campagna contro l’interna disgregazione dobbiamo stabilire una ferrea disciplina, un saldo ordinamento del lavoro. Ogni singola parte si connette con il tutto. E contro la controrivoluzione, contro i tentativi controrivoluzionari esterni, contro l’imperialismo e il militarismo degli altri paesi, noi abbiamo, o compagni, un sicuro alleato: questo alleato è la classe lavoratrice europea e in particolare la classe lavoratrice tedesca.

Ci si osserva. “La lumaca striscia, ma quando perviene alla meta?”. È questa la principale obiezione che ci sia stata fatta sotto Miliucow e sotto Kerensky e che ci viene ripetuta ancor oggi.

Rispondiamo: “Si, è vero, la rivoluzione europea si svolge lentamente, assai più lentamente di quello che noi vorremmo, ma la nostra rivoluzione russa quando è essa scoppiata? Trecento anni hanno regnato i Romanow e hanno gravato sul collo del popolo. Lo zarismo, l’autocrazia russa, hanno rappresentato sempre, al cospetto di tutti i paesi, la parte del gendarme, soffocando le rivoluzioni e ogni moto di ribellione e permettendo a tutti gli sfruttatori di ogni parte del mondo di fare assegnamento sulla ferma protezione che dava loro l’autocrazia russa. Il nome della Russia era esecrato dai lavoratori dell’Europa occidentale. E sovente io ho dovuto, in Germania, come pure in Austria, e in altri paesi persuadere gli operai che c’erano due Russie: l’una, quella che stava in alto, costituita dalla burocrazia, dallo zarismo, dalla nobiltà; e l’altra, quella che stava infinitamente in basso, che andava sollevandosi lentamente, la Russia dei lavoratori, la Russia rivoluzionaria, quella per cui noi tutto sacrifichiamo. Ma le mie parole venivano accolte con scetticismo. Dov’era dunque questa seconda Russia, questa Russia rivoluzionaria?

Nel 1905 la rivoluzione fece capolino e scomparve. A ciò si adoperarono sempre gli pseudo-socialisti, o centristi, tedeschi e francesi. Essi dicevano che in Russia solo l’autocrazia e la borghesia erano forti, che la classe lavoratrice era debole, che non si poteva sperare in una rivoluzione in un simile paese, etc. etc. Così parlavano quei socialisti centristi, che andavano turlupinando i lavoratori russi e li coprivano di fango.

Ma la nostra classe lavoratrice russa, che ha sopportato per un secolo schiavitù, oppressione e umiliazione, ha dato per prima l’esempio di poter elevarsi in tutta la sua grandezza e rivolgersi a tutte le altre masse operaie del mondo, invitandole a seguire il suo esempio. E, se noi abbiamo dovuto, prima della nostra rivoluzione del febbraio e specialmente prima della rivoluzione dell’ottobre, tener bassa la fronte, se ci è avvenuto, durante la guerra di battere in ritirata e abbandonare città, l’una dopo l’altra, oggi noi possiamo affermare di aver diritto di sentirci orgogliosi di essere cittadini russi, perché noi, per primi, abbiamo inalberato la bandiera della rivolta e per primi abbiamo messo il potere nelle mani della classe lavoratrice.

È questo, o compagni, l’orgoglio della classe lavoratrice, e un tale orgoglio è pienamente legittimo. Ma esso non deve degenerare in presunzione. Negli altri paesi i lavoratori sono nella medesima via. Ma il loro cammino è più difficile. Essi hanno, sì, potenti organizzazioni, ma il loro movimento è più lento. C’è là un esercito colossale, ma c’è anche una ben più pesante soma da portare e per di più il nemico è più forte che da noi. Da noi lo zarismo era già disgregato, infiacchito, scosso in ogni punto, e noi non abbiamo fatto altro che dargli il colpo di grazia. Invece là, in Germania, come in Francia e in Inghilterra, la macchina statale è assai più forte. I manovratori di questa macchina sono gente assai più competente e abile e occorre perciò alla classe lavoratrice un assai maggiore sforzo per abbattere il governo borghese.

Noi, naturalmente, non possiamo che dolerci di ciò. Di fronte alla nostra legittima impazienza, questo movimento rivoluzionario procede troppo lentamente. Noi tutti vorremmo che la rivoluzione scoppiasse più prontamente e imprechiamo contro la lentezza della storia che accresce, sì, giorno per giorno, ma sempre troppo adagio, la ribellione delle masse operaie contro la fame e lo sfruttamento. Ma un bel giorno tutto ciò, tutte le angherie sopportate, tutte le maledizioni scagliate contro la borghesia e la classe dominante, un bel giorno tutto ciò scoppierà. Intanto, finché ciò non succede, finché queste proteste seguitano ad accumularsi nell’animo dei lavoratori è d’uopo attendere.

La classe operaia dell’Europa occidentale è più colta della nostra, meglio istruita, ha più ricche esperienze, maggiore preparazione di essa; e, allorché scatenerà la sua ultima battaglia contro gli oppressori, allora avrà nelle mani una granata di ferro, con cui comincerà a spazzar via dai suoi paesi tutta l’immondizia borghese e nobile. È questa la nostra più grande speranza.

La Russia è ancora destinata a vivere queste grandi giornate. Perciò se gli avvoltoi della borghesia e i socialisti del centro dovessero aver ragione e la rivoluzione non potesse scoppiare in Europa prima di un secolo o di parecchi decenni, ciò significherebbe che sarebbe giunto il giorno della fine della Russia come paese indipendente. Perché in ogni tempo, o compagni, colui che è debole e povero diventa inevitabilmente preda dei ladroni più forti, degli imperialisti e dei militaristi armati fino ai denti. È questa la legge dell’ordinamento borghese e non c’è scampo. Se Miliukow e Guckow fossero rimasti al potere, essi pure non avrebbero certo arricchito il nostro paese e l’avrebbero, anzi, sempre più devastato. Il fatto che in Russia la classe lavoratrice riesce a tenere in mano il potere è, per i lavoratori degli altri paesi, un forte sprone alla rivolta.

Ogni lavoratore in Francia e in Germania si dice: “Se in Russia, in un paese retrogrado, è possibile che la classe operaia conservi il potere e si ponga il compito di trasformare il paese, organizzando l’economia su nuove basi, stabilendo dappertutto la disciplina e l’ordinamento del lavoro, tanto più la storia impone a noi, lavoratori tedeschi e francesi, di prendere nelle nostre mani il potere per compiere la rivoluzione socialista di tutta la società ”.

Perciò, o compagni, combattiamo finché abbiamo con noi la forza degli operai e dei contadini, e non soltanto per noi, non soltanto per gli interessi della Russia, ma formiamo anche l’avanguardia delle classi lavoratrici di tutto il mondo per il compimento dei loro grandi destini.

Compagni, i lavoratori di tutti i paesi volgono a noi gli occhi pieni di speranza e di ansia, chiedendoci se anche noi non precipiteremo e macchieremo la bandiera rossa della nostra classe. Quando la controrivoluzione e la nostra disorganizzazione ci avessero abbattuti, ciò significherebbe che le speranze di tutte le classi lavoratrici degli altri paesi sarebbero perdute e la borghesia potrebbe dire loro: “Vedete come la classe proletaria russa era salita in alto e come invece ora è nuovamente precipitata e giace al suolo crocifissa e annientata?”

Per questo, o compagni, noi dobbiamo difendere la nostra posizione con raddoppiata e triplicata energia e combattere con centuplicato eroismo, perché ora non siamo solo i campioni della libertà per noi stessi, ma abbiamo nelle nostre mani i sogni dell’umanità per la liberazione del mondo. Contro di noi sta la borghesia di tutti i paesi. Con noi sono le speranze della classe lavoratrice.

Rafforziamoci sempre più, o compagni, stringiamoci l’un l’altro le mani per combattere fino alla fine, fino alla piena vittoria, per il dominio della nostra classe, e quando i lavoratori d’Europa ci chiameranno, allora correremo in loro aiuto, tutti, fino all’ultimo uomo, coi fucili in mano e con le bandiere rosse, muoveremo loro incontro in nome della fratellanza di tutti i popoli della terra, in nome del socialismo!