Partito Comunista Internazionale

El Partido Comunista 15

8 Marzo. Solo nel comunismo potrà tornare a dispiegarsi la grande figura sociale e individuale della donna

Proletarie, compagne,

La ricorrenza dell’8 marzo da molti anni è stata svuotata del suo significato originario di giornata di lotta, per ribadire le ragioni e i bisogni delle donne lavoratrici, ed è stata trasformata in uno stucchevole rituale conformista privo di ogni autentico legame alla causa dell’emancipazione femminile. Da molti anni la borghesia e le infelici classi medie si trastullano con ramoscelli di mimose, e solo versano lacrime ipocrite sulla durezza della condizione femminile. La “Festa internazionale della donna” è stata così piegata alle esigenze ideologiche della dominazione borghese.

Ma oggi è giunto il momento per le donne della classe lavoratrice di tornare ad appropriarsi del significato di questa giornata e di riprendere a lottare per un miglioramento effettivo delle loro condizioni di vita e di lavoro.


Compagne,

la crisi cronica dell’economia capitalistica fa pagare un prezzo sempre più alto a tutta la classe operaia. Ma è sulle donne che grava il peso maggiore: i salari non crescono, i ritmi di lavoro si intensificano mentre aumenta la precarietà economica che manda in rovina i loro sogni per il futuro.

La doppia oppressione sulla donna proletaria si fa sentire nei soprusi continui cui è sottoposta, dentro e fuori il posto di lavoro, nel continuo ricatto di padroni e padroncini, i quali la licenziano quando è incinta oppure non la assumono se è madre e deve accudire i figli.

In ogni angolo del pianeta le donne proletarie devono fare i conti con la difficoltà di guadagnarsi un salario per vivere e nello stesso tempo affrontare i problemi legati alla procreazione, all’educazione dei figli e ai lavori domestici, che il più delle volte gravano soprattutto su di loro.

Alle cause economiche delle loro sofferenze, in ogni parte del mondo si aggiungono i retaggi dell’antico patriarcato, ben vitale anche nel più moderno capitalismo, che impone alle donne una condizione di subalternità ed avvilenti vessazioni, fino in alcuni casi alla inferiorità giuridica e alla segregazione, limitandone comunque fortemente la libertà di azione e di movimento.

Se questo è ancora possibile è perché il capitalismo, frustrando le aspettative di un miglioramento generale della condizione della donna, al di là delle ristrette élite alto-borghesi, non può risolvere il problema della sua condizione di subalternità. Anzi la deve perpetuare per conservare l’istituto anacronistico della famiglia, unità di consumo della società borghese e luogo privilegiato dell’individualismo più ottuso e antisociale. Il patriarcato più oscurantista continua a prosperare perché è indispensabile all’economia capitalistica.

Gli aspetti crudeli del patriarcato non sono sconosciuti neanche nei paesi economicamente progrediti, anche se l’accesso di tante donne al lavoro salariato ha permesso loro di uscire dalle mura domestiche. Ma questo non ha significato la conquista di condizioni molto migliori, di quella vita che oggi, grazie allo sviluppo delle forze produttive, sarebbe possibile offrendo possibilità un tempo sconosciute.


Proletarie, compagne,

Per allentare le catene dell’oppressione di classe e di sesso sulle donne occorre tornare alla lotta dell’intera classe lavoratrice, per obiettivi economici comuni, che sono, oltre ad una normativa a vera difesa della maternità, l’aumento del salario, la parità di effettivo trattamento salariale e normativo fra lavoratrici e lavoratori, la riduzione dell’orario di lavoro e il salario pieno ai disoccupati.

Allo stesso tempo le lavoratrici devono rifiutare la prospettiva ingannevole di una lotta che unisca le donne al di sopra delle differenze di classe: non coincidono affatto gli interessi di una donna appartenente alla classe borghese con quelli di un’operaia a basso e incerto salario o, per esempio, di una badante o di una domestica che, se immigrata, spesso passa molti anni migliaia di chilometri lontana dall’infanzia e dall’adolescenza dei figli.

Il capitalismo, anche il più progredito, non può sanare le piaghe più invereconde che caratterizzano la condizione femminile. Il mercantilismo capitalista non può fare a meno di condannare milioni di donne alla mercificazione del loro corpo, complemento necessario alla conservazione dell’istituto reazionario della famiglia e del matrimonio borghesi, bastione questo alla base della proprietà privata e strumento della trasmissione ereditaria del patrimonio.

Le cause delle miserie e distorsioni nella vita sessuale e riproduttive della società presente sono quindi eminentemente economiche. Per questo la borghesia non cesserà mai l’abominio delle intromissioni del legislatore e del giudice nella funzione riproduttiva della donna. La morente società dei borghesi tanto è impotente a generare nuovi nati quanto ad ammettere una riproduzione spontanea e senza costrizioni.


Compagne,

l’impegno per l’emancipazione della donna dall’oppressione del patriarcato potrà essere vittorioso soltanto se verrà a convergere nella lotta per il rovesciamento del regime del capitale.

L’esperienza storica ci insegna che in molti frangenti sono state le donne a dare l’avvio alla lotta rivoluzionaria di classe e a terrorizzare davvero le classi dominanti. Le donne proletarie hanno una forza eversiva non certo inferiore a quella dei compagni maschi. Si pensi alla rivoluzione russa del febbraio del 1917, scoppiata in occasione della giornata della donna.

Ma anche nei tempi odierni, non certo di rivoluzione, le donne sono state alla testa di numerose lotte della classe lavoratrice. Nel gennaio scorso le operaie tessili del Bangladesh, in un loro sciopero generale, sono scese in piazza affrontando la dura reazione poliziesca; negli Stati Uniti le insegnanti sono scese in sciopero a decine di migliaia per migliori salari; in Italia abbiamo visto le lavoratrici nel settore agroalimentare, organizzate col sindacalismo di base, lottare a viso aperto e vincere.

Questa è la strada, la lotta, organizzata in forti e combattivi sindacati, di tutta la classe operaia, una lotta che, diretta dal partito comunista, ci libererà infine da un passato ormai sopravvissuto a sé stesso. Una società senza più classi e senza più oppressione della donna è a portata di mano!

Primo Maggio 2019 I proletari non hanno patria, sono la classe internazionale dei lavoratori! Contro il militarismo e la guerra tra gli Stati del Capitale, per la guerra sociale rivoluzionaria della classe operaia!

Il procedere della globalizzazione, accelerato negli ultimi decenni dallo sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, ha coinvolto ogni area del pianeta nel ciclo infernale della produzione capitalistica. La produzione, fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato e finalizzata esclusivamente al profitto, è un vulcano che senza posa erutta merci, per la maggior parte inutili, in quantità sempre crescenti. Ma ormai il capitalismo, giunto alla sua fase di piena decadenza economica, come anche ideale e morale, cerca di sopravvivere a sé stesso sfruttando ogni risorsa del pianeta, naturale ed umana.

Il potere politico ed economico si è concentrato nei pochi borghesi a capo di grandissime aziende, le quali posseggono o controllano ricchezze paragonabili a quelle di un intero Stato e dominano sulle sorti del mondo intero.

Ma è il Capitale, anonima incontrollabile forza storica, che determina lo scontro permanente fra i diversi capitalisti e gruppi nazionali di capitalisti e li trascina inesorabilmente verso il baratro della catastrofe finanziaria.

L’estrema concentrazione del capitale, se da una parte accresce, raccoglie, rafforza e unifica la classe operaia, dall’altra, assieme alla crisi di sovrapproduzione, rovina spietatamente le classi piccolo-borghesi, mercantili e produttrici, classi prive ormai di forza e di programma storico ed impotenti socialmente, anche quando esprimono il loro rumoroso ribellismo, come recentemente i Gilet Gialli in Francia.

Intanto, sia per il progredire inarrestabile della crisi, sia per l’emergere del nuovo colosso capitalistico della Cina, che sconvolge ogni precedente equilibrio imperialistico, si acutizzano le vecchie e si aggiungono nuove tensioni internazionali. Già i maggiori Stati hanno iniziato la guerra commerciale, a colpi di dazi, di embarghi, di ricatti, e si riaccendono i conflitti armati locali. È ormai provato che il capitalismo non riuscirà mai a mantenere la sua promessa di assicurare uno sviluppo pacifico ed armonico alla specie umana.

Al contrario, le borghesie riarmano i loro eserciti in preparazione di un nuovo generale conflitto imperialista, in cui chiamerebbero decine di milioni di proletari a massacrarsi a vicenda: mentre cresce la miseria dell’umanità che lavora si riversano centinaia di miliardi di dollari nella produzione di armi sempre più letali.

Ma la guerra mondiale, questo terribile colpo di coda del morente mostro capitalista, potrà imporsi solo dopo aver diviso le forze del suo avversario storico, la classe internazionale dei lavoratori, mettendo proletari contro proletari. Già è partita ovunque una nauseante campagna “sovranista”, razzista e di odio per lo straniero, al solo fine di spezzare l’unità del proletariato al di sopra dei confini e prepararlo ad una nuova guerra.

Si prende a pretesto per questa infame propaganda lo spostarsi di milioni di uomini che da sempre lasciano i paesi più poveri, oggi l’Africa, l’Asia, l’America Latina, imposto dal capitalismo che, da un lato, con il rapace sfruttamento imperialista costringe alla miseria una massa crescente di diseredati, dall’altra richiede sempre e ancora forza lavoro, e a basso prezzo.

Altri milioni di disperati sono costretti a fuggire da guerre senza fine, fomentate dalle borghesie imperialiste per accaparrarsi le risorse naturali o per occupare zone di importanza strategica e militare, come in Medio Oriente o in Africa centrale.

Il capitalismo ha trasformato il mondo in un inferno per chi lavora. I proletari vedono ovunque le loro condizioni e presunte sicurezze di giorno in giorno demolite dagli attacchi della classe padronale, animata solo dalla brama di profitto, e che approfitta oggi della debolezza della classe operaia, minacciata dalla crisi economica. Taglio dei salari, aumento dell’orario e dei carichi di lavoro, riduzione di ogni garanzia di impiego, di assistenza nella maternità, nella vecchiaia e nella malattia sono le misure adottate dai borghesi per difendere i loro profitti. La crisi economica, determinata dalla caduta del saggio di profitto e dalla sovrapproduzione di merci, spinge il padronato ad esasperare lo sfruttamento dei lavoratori alla produzione mentre altri, sempre più numerosi, sono condannati alla disoccupazione.

In molti paesi una parte dei lavoratori è costituita da stranieri immigrati, molto spesso costretti all’illegalità e ricattati con la minaccia dell’espulsione; questa turpitudine, che si avvicina allo schiavismo, è mantenuta dallo Stato borghese per aumentare la concorrenza fra lavoratori, avvelenarne i sentimenti e dividerne le forze.

Invece una sola forza storica si erge, oggettivamente, davanti al Capitale: il proletariato internazionale, organizzato in classe, unito al di sopra delle nazionalità e delle razze. Questo proletariato tornerà ad essere classe per sé, non una merce per il Capitale, difenderà le sue condizioni di vita e di lavoro ricostituendo i suoi sindacati di classe, strumento indispensabile ad unire le sue forze contro l’attacco padronale. Imparerà così sia a smascherare i sindacati fedeli al regime borghese e i partiti opportunisti falsamente amici, sia a condurre la guerra contro l’apparato politico, poliziesco e militare che lo protegge.

Sarà guidato in questa vera guerra di classe dalle sue avanguardie, che avranno aderito al Partito Comunista, rivoluzionario e internazionale, al suo programma storico invariante che grida: i proletari non hanno patria! Fratelli di classe essi si ritroveranno uniti nella lotta mondiale per l’abbattimento del regime del capitale, per il comunismo.