COMUNISTI ED UNITARII dinanzi al sindacalismo … e alla sincerità
Pochi giorni prima del Congresso di Livorno l’Avanti! Pubblicava un articolo di Arturo Vella in difesa della tesi unitaria. Il Vella cercava di sottolineare l’insulsa accusa rivolta da più parti, ma senza un solo serio argomento di principio o di fatto, ai comunisti italiani: l’accusa di essere impeciati di tendenze sindacaliste ed anarchiche.
Il Vella tentava in quel suo articolo di assumere, in nome ed a profitto della corrente unitaria, la posizione della opportuna critica e reazione agli errori sindacalisti svolta negli ultimi anni dalla sinistra del partito socialista che s’inspirava alle buone direttive marxiste.
Senza nulla poter dire che dimostrasse un qualsiasi distacco di noi comunisti da quelle posizioni critiche antisindacaliste, il Vella ricordava i termini dell’atteggiamento assunto dagli intransigenti rivoluzionari del partito e del movimento giovanile dinanzi al dibattito di alcuni anni or sono tra sindacalisti e riformisti, ricordava come noi avessimo allora lasciata allontanare dal partito la minoranza sindacalista ritenendo sbagliati i suoi metodi di lotta contro quelle deviazioni riformiste che pur ci trovavano avversari implacabili, e ricordava le nostre posizioni di allora dinanzi al problema sindacale, ispirate dagli stessi criteri marxisti su cui si fonda l’odierna tattica sindacale della Internazionale Comunista. In fondo a questi richiami della storia del partito socialista c’era, come sempre, l’insinuazione ed anche l’augurio, che anche la minoranza comunista uscente dal partito avrebbe fatta la medesima fine dei sindacalisti di allora.
Senza esporre di nuovo le ragioni di principio che dimostrano come la continuità logica dell’atteggiamento degli intransigenti marxisti si ritrovi nella linea programmatica oggi seguita dal nostro partito, e quindi coloro che hanno deviato e barattato tutta la loro preparazione dottrinale e tattica siano per lo appunto i Vella, senza soffermarci neppure a constatare che nell’attitudine sindacale nulla distingue più oggimai dai riformisti di estremissima destra gl’intransigenti e rivoluzionari tipo Vella – come tutta la lotta che nella Confederazione si svolge dimostra all’evidenza – sarà interessante soffermarsi a considerare quale attitudine sia stata assunta di fronte al movimento sindacalista, da una parte del nostro partito, dall’altra dai massimalisti unitari e, per avventura, proprio da Vella.
All’indomani della scissione noi abbiamo costituiti i quadri del nostro partito senza includervi altri effettivi che quelli che ci dava la sinistra del vecchio partito. Nessun gruppo sindacalista è stato ammesso nelle sezioni comuniste. Di fronte ai proletari sindacalisti ed anarchici abbiamo applicato la norma seguita dalla Internazionale Comunista, che si può e si deve individualmente conquistarli alla milizia comunista combattendo i loro pregiudizi contro la funzione del partito di classe e la necessità del potere politico proletario nella rivoluzione. Se, nel seno dell’Internazionale Comunista, vi è un partito immune da ogni eterodossia in senso sindacalista, questo partito è appunto il nostro, tanto più quando si pensi alla posizione che assumeva la corrente più estrema tra quelle che concorsero a costituirla: la frazione astensionista che nel suo antisindacalismo ed antianarchismo fu non certo troppo tiepida, forse troppo spinta.
Di fronte all’Unione Sindacale, adottammo senz’altro l’atteggiamento di lavorare con ogni nostra possa per indurla ad entrare nella Confederazione del lavoro. Alcuni militanti di essa, che si mostravano persuasi delle fondamentali tesi comuniste, fecero dei passi per entrare nelle nostre sezioni. Noi certo nulla facemmo per allontanarli dal partito, ma ponemmo loro chiare e leali condizioni. A taluno di essi, come al Meledandri di Bari, di cui riparleremo ora passando a trattare della coerenza di Vella nella sua politica quotidiana ai suoi benemeriti orientamenti dottrinali, dicemmo direttamente che occorreva l’accettazione incondizionata dei principi programmatici e della disciplina organizzativa del partito comunista, l’impegno a sostenere le proposte di questo nel seno della Unione Sindacale, e quel qualunque deliberato che il partito avrebbe potuto prendere dinanzi ad un rifiuto della maggioranza di tale organizzazione sulla quistione della unificazione sindacale.
Vennero le elezioni, e la proposta di includere nelle liste del partito elementi sindacalisti ed anarchici – bene inteso quando si trattasse di vittime politiche – non ebbe neppure l’onore della discussione. Neppure i sindacalisti entrati dopo Livorno avrebbero potuto figurare nelle liste, non essendo nelle condizioni richieste dallo Statuto per l’anzianità di iscrizione.
Diciamo questo per le ragioni che subito vedremo, malgrado la logica potesse far supporre che i sindacalisti avrebbero essi, entrando nelle nostre file, vinta a malincuore la loro pregiudiziale contro le elezioni e le candidature. Il signor Meledandri, per esempio, pur convenendo in quanto gli dicevamo, fece le più preoccupate riserve sulla tattica elettorale, e soprattutto dichiarò che mai si sarebbe sentito di affiancare nella stessa organizzazione gli unitari confederalisti di Bari, i politicanti che rispondevano ai nomi di Pastore, Di Vagno, Vella e compagni.
I fatti posteriori hanno dimostrato come tutte le pregiudiziali teoretiche e tattiche che gli uni contro gli altri affacciavano allora gli unitari antisindacalisti ed i sindacalisti antiriformisti, avevano ben poca consistenza dinanzi a quella pregiudiziale, fondamentale per noi comunisti, che molti degli uni e degli altri ha da noi allontanati: quella della inflessibile e severa disciplina di pensiero e di azione. È soprattutto dinanzi alla febbre epidemica elettorale che tutto ciò è venuto in luce.
Noi non intendiamo da uno solo o da pochi episodi dedurre condanne di indole generale; ma quanto si è svolto a Bari, ed anche, analogamente, in altre località, è così caratteristico che vale la pena di parlarne.
Dinanzi alla preparazione elettorale – mentre il partito escludeva le candidature del Meledandri e di qualche altro ex sindacalista – i dirigenti della Camera Sindacale di Bari, che fino allora aveva serbato rapporti di grande cordialità con i comunisti nella lotta comune contro gli unitari della Camera Confederale, proposero come la cosa più naturale del mondo, la inclusione del capitano Giulietti nella lista comunista, recando come argomento più persuasivo l’offerta che, a tale condizione, avrebbe fatta la Federazione dei lavoratori del mare, di trecentomila lire per la lotta elettorale.
È logica ed è nota la sorte di questa proposta: è soltanto inconcepibile che si sia trovato qualcuno così dissennato o sfrontato da presentarla al partito comunista.
Dinanzi all’indignato rifiuto dei nostri, alcuni Sindacalisti della Camera Sindacale facevano votare un deliberato astensionista, come conseguenza della completa rottura tra il Partito Comunista ed essi. L’astensionismo deliberato non ha avuto però lunga vita. Dopo pochi giorni, mentre i comunisti, totalmente isolati, assaliti su tutti i fronti, ingaggiavano, per disciplina ad espressi ordini dell’Esecutivo, una lotta difficile ma nobilissima, l’accordo più commovente si stabiliva tra le due Camere del Lavoro, tra i socialdemocratici e gli estremisti sindacalisti, e negli stessi manifesti elettorali figuravano i nomi affiancati degli oratori Vella e Meledandri!
Il naufragio delle pregiudiziali teoriche e tattiche non potrebbe essere più ignobile determinato com’esso è stato dai teneri venticelli elettorali.
Vella ha trovato nulla di strano che nella lista del Partito Socialista venisse incluso il sindacalista Di Vittorio, non iscritto al Partito, non ha trovato nulla di strano nel fatto che nei comizi del partito parlassero quei sindacalisti con cui ci accusava senz’alcun elemento ragionevole di simpatizzare. Le sue pregiudiziali teoretiche marxiste sono sfumate, quando si è trattato di assicurare la sua rielezione a deputato dal minaccioso gioco delle preferenze svolto dai carissimi compagni di lista.
I sindacalisti hanno deposto, ad un tempo, l’avversione loro ad avvicinare i dirigenti riformisti e peggio della Camera Confederale, e quella a partecipare all’azione elettorale, che rendevano tanto difficile loro l’accettazione di quella tattica comunista, nella quale l’elezionismo diviene un mezzo di propaganda rivoluzionaria al disopra di ogni aspirazione, bassamente personale; l’ingresso negli organismi sindacali diretti da riformisti non è che una risorsa tattica per meglio debellare costoro. Mentre a Bari, la comune esaltazione elettorale si sindacalisti e socialdemocratici ha assunto le forme più volgarmente degenerate e il contatto tra dirigenti sindacali dell’una e dell’altra sponda, si è risolto in un’aperta alleanza politica ed elettorale.
Questo episodio, sebbene non sia, nelle varie sue fasi, isolato, poiché la proposta delle trecentomila lire è stata ventilata con egual fortuna anche nelle circoscrizioni di Genova e di Cagliari, poiché i sindacalisti esclusi dalle liste nostre ed inclusi in quelle socialiste ce ne sono stati anche altrove, non vale certo ad accusare di indegnità e di incoerenza politica tutto in genere il movimento sindacalista italiano, nel quale vi sono moltissimi elementi tenacemente fedeli alle proprie direttive e fieramente avversi ai socialdemocratici.
Esso dimostra però come fosse idiota e ridicola l’insinuazione che noi ci saremmo staccati dal Partito Socialista per costituire un partito che avesse comunque attenuati i limiti precisi di una inflessibile disciplina marxista, tanto dinanzi ai cardini della dottrina, quanto nella milizia della organizzazione. Come fossero ispirati solo da bassa malignità coloro che dipingevano il nostro movimento come destinato ad ospitare gl’irregolari, gli scapigliati, gli avventurieri della politica, quelli che hanno il rivoluzionarismo degli eccessi della parola e del gesto e forse del sentimento, ma non sanno intenderlo come una scuola ed una milizia di rigoroso continuità, omogeneità, equilibrio critico e tattico.
È interessante acciuffare per medaglino forse conquistato sacrificando tutto ciò che onestamente può recare il nome di intransigenza e di seria devozione ad un programma e ad un partito, uno di quelli che, come Vella, si facevano forti di precedenti nobili battaglie sostanzialmente nostre per ostentare la previsione che saremmo ribaltati fuori delle carreggiata; e mostrarlo in flagrante consumazione di tutte quelle colpe che egli arbitrariamente imputava all’opera futura del nostro partito. E siano questi episodi di monito a tutti, indistintamente a tutti, che il Partito Comunista ha veramente, intimamente, solidamente ereditati, potenziandoli in una selezione efficacissima che ha permesso di scartare tutte le stigmate di tralignamento, qui criteri di intransigenza che sono realmente, anche e soprattutto perché volgarmente traditi dai cacciatori di successi personali, un risultato incancellabile tratto da lunghe esperienze della proletaria in Italia.
Il Partito Comunista ha per divisa di sacrificare a questa superiore dignità e saldezza della sua regola di organizzazione – che la dottrina e la storia mostrano strettamente congiunte alla efficacia di preparazione della lotta e della dittatura proletaria – non diremo neppure le fortuna personali dei suoi militi, che tutto devono dargli, nulla devono chiedergli; ma le stesse possibili affermazioni di apparente e fallace popolarità, quanto le posizioni di battaglia non gli si presentano terse e limpide più del cristallo.
Il problema sindacale
La parentesi elettorale non poteva e non ha fatto dimenticare al partito comunista gli altri suoi compiti di preparazione e di azione, soprattutto quello sindacale. In piena lotta elettorale il Comitato Centrale ed il Comitato Sindacale del nostro partito hanno lanciato al proletariato italiano organizzato nei Sindacati un appello inspirato alle direttive della Internazionale Comunista; invocando l’entrata delle organizzazioni operaie di sinistra nella Confederazione del lavoro.
Quel nostro appello, inspirato a chiarezza, serenità, lealtà, non ha avuto fortuna presso i dirigenti della Unione Sindacale. Mentre ci attendevamo da essi una risposta diretta intesa ad iniziare un cordiale scambio di idee al proposito, vediamo che essi rispondono con un manifesto pubblicato nel numero 20-21 di Guerra di Classe e nel quale ci pare che la chiarezza e la serenità difettino assai gravemente.
Che i sindacalisti insistano nel loro punto di vista diverso dal nostro non ci meraviglia, né avremmo alcun diritto di dolercene. Ma il loro manifesto pare scritto per mettere l’iniziativa nostra in una luce così sfavorevole, che non possiamo a meno di respingere la interpretazione, alquanto confusa e contraddittoria, del resto, che in esso si dà della nostra tattica sindacale.
Sostanzialmente i sindacalisti dichiarano ancora una volta di non essere avversi per principio alla unità sindacale … di rimpiangere che in Italia essa non esista, di non essere alieni dal lavorare a ricostituirla.
Ma essi non accettano il nostro invito alla unità, l’unità nel senso da noi prospettato. Per quali motivi? Non è ben chiaro.
I dirigenti della Unione Sindacale sembrano porre alla unità una condizione: la indipendenza dei sindacati dai partiti politici. La violazione di questa indipendenza da parte del partito socialista sarebbe stata nel passato la causa determinante della scissione sindacale in Italia. Ciò non è per nulla esatto. I sindacalisti hanno sempre dichiarato che il loro dissenso dai dirigenti confederali dipendeva dal loro indirizzo riformista ed antirivoluzionario; essi ad un certo punto trovarono incompatibile la loro permanenza nella Confederazione perché essa era diretta dai destri del partito socialista. Ebbene costoro, come i socialdemocratici di tutti i tempi e di tutti i luoghi, erano e sono appunto quelli che sostenevano la indipendenza delle organizzazioni economiche dai partiti politici, dallo stesso partito socialista in cui essi militavano politicamente. E questo è elemento di fatto innegabile. Se oggi Confederaz. e Partito sono legati strettamente da un patto di alleanza, questo non costituisce una forma di padronato del partito sui sindacati, ma piuttosto l’inverso, formando quei rapporti tipicamente laburisti di cui ci siamo occupati. E se il partito socialista italiano è antirivoluzionario, è perché il riformismo sindacale lo ha soffocato.
Ma, data la attuale situazione, la pregiudiziale della indipendenza dei sindacati dal partito politico non ha a che vedere col nostro appello. In esso non c’era la pregiudiziale della dipendenza dei sindacati dal partito comunista. Questo è certamente un obiettivo della nostra azione sindacale, l’obiettivo principale e finale che tutta la nostra azione nelle organizzazioni tenderà a raggiungere, ma coi mezzi della penetrazione e della conquista delle masse, che applichiamo nella Confederazione, e che domani, se vi saremo costretti, come è ben detto in altro articolo – velenosetto anziché no – dello stesso numero del giornale sindacalista, applicheremo anche verso la U.S.I.. Ma oggi, coi termini del nostro appello, non si tratta affatto di convincere i sindacalisti a riconoscere tale nostra tesi, a consegnarci le redini della loro organizzazione, o a darci la dirigenza di tutto il blocco di opposizione che si formerebbe nella Confederazione ove essi accogliessero il nostro invito di entrarvi.
Quindi accettando l’invito ad entrare nella Confederazione i sindacalisti non firmerebbero alcun impegno verso il partito comunista: il nostro appello non aveva lo scopo di dissimulare le differenze dei due metodi, ma tendeva, come vi tende tutta l’azione della III Internazionale, a stabilire una condizione per noi indispensabile per rovesciare i dirigenti controrivoluzionari dei sindacati. Nella grande organizzazione unitaria solo la volontà e le direttiva della maggioranza degli organizzati decideranno se dovrà essere o meno diretta dal partito comunista, o restare indipendente dai partiti politici.
Quello che è strano è che i sindacalisti non intendano quanto questa seconda tesi sia reazionaria. L’indipendenza sindacale è voluta dai D’Aragona italiani e da tutti i menscevichi del mondo. La pregiudiziale della indipendenza, se può servire a respingere l’invito nostro alla unificazione, fa cadere le ragioni di restare distaccati dai sindacati a tendenza riformista.
Quale è dunque quella unità proletaria a cui i sindacalisti dicono di non essere avversi? Una unità che escluda le discussioni politiche, le questioni «non sindacali» dalle organizzazioni? Se così è, essi troveranno facile unirsi a D’Aragona, non solo, ma alle leghe piccolo borghesi e apolitiche che si creano a scopo controrivoluzionario un po’ dovunque!
Il manifesto sindacalista contiene tali e tante inesattezze anche di fatto, per non dire delle contraddizioni, che ci ha fatto male vedere trattata con così poca responsabilità e colpevole leggerezza una materia tanto delicata, una questione vitale del proletariato.
Il recente deliberato del Congresso comunista russo sui Sindacati vi è prospettato come l’affermazione di una tesi sindacalista, mentre fu perfettamente … avessimo il diritto di lanciare un simile appello prima del Congresso sindacale internazionale, si assume che a Mosca si accennerebbe ad accettare le vedute dei sindacalisti, si dice che noi vorremmo effettuare l’unità «a tutto vantaggio dell’antirivoluzionaria Confederazione del lavoro», ciò che è una falsità e una sciocchezza.
Nello stesso manifesto in cui nega al partito politico il diritto di comparire nei Sindacati (e bisogna per logica conseguenza negare allora lo stesso diritto ad esistere del partito di classe) tanto per oppugnare la nostra tesi della unità sindacale e scissione politica, si rimpiange quasi la scissione dei comunisti dai riformisti …
Noi non vogliamo trarre da questo infelice documento le amare conclusioni che ne scaturiscono all’evidenza. I fatti se ne incaricheranno. Del resto ogni decisione è rimessa al Consiglio Nazionale della U.S.I. convocato pel giugno, ed infine ai proletari organizzati nella Unione stessa.
Noi seguitiamo quindi serenamente la propaganda delle direttive sindacali della Internazionale comunista, certi che il proletariato italiano sarà ad esse guadagnato. Non rileviamo neppure che la denigrazione di queste direttive è fatta da una organizzazione che aderisce alla III Internazionale «politica».
Attendiamo pure il congresso mondiale comunista e quello sindacale. Non è dubbio che essi tracceranno una precisa soluzione dinanzi a cui tutti dovranno scegliere e assumere una posizione … personale nella Internazionale di Mosca, saranno costretti a fare nuovo e profondo lavoro interiore che – per pigrizia o per sentimentalismo – vollero a Livorno rinviare, e dovranno da soli, senza giustificazioni estremiste decidersi ed optare.
Anche questo travaglio noi dobbiamo favorire con la nostra propaganda nello stesso tempo in cui combattiamo il socialista italiano dei fuoriusciti dell’Internazionale comunista.
Un secondo problema, gravissimo ed urgente, è quello della mobilitazione delle forze rivoluzionarie.
Tutti i compagni siano al loro posto ed obbediscano. Chi fosse a disagio nella file del nostro partito se ne vada nel socialismo che accoglie tutti i pentiti con braccia misericordiose. Chi non è degno del sacrifizio che il partito comunista deve compiere sia allontanato da noi.
Le elezioni del 15 maggio furono un episodio della vita politica italiana.
Noi,che non abbandonammo il fardello delle nostre idee per riposare, continuiamo la nostra via che è difficilissima, vita di insidie, dove molti di noi cadranno.
Il PSI e il congresso di Mosca
Nei due articoli che il sommo teorico Serrati ha scritto sul Congresso di Mosca e sulla posizione internazionale del suo partito vi è – non da riprendere la confutazione delle solite e rancide ragioni mille volte confutate e cadute, colle gesta socialiste dopo Livorno, nel peggior ridicolo – ma da trarre alcune confortanti deduzioni.
Una è che Serrati non “molla”, tiene duro nelle sue posizioni, dichiara che mai e poi mai accetterebbe il taglio a destra che l’anno scorso chiedeva l’Internazionale, la separazione da Turati e D’Aragona. Ciò è confortante in questo senso, che se resta nel partito comunista e nella Internazionale qualcuno che ha tuttora la velleità ingenua di rinnovare ai serratiani l’invito di venire con Mosca a condizioni di disfarsi dei riformisti della estrema destra, questi si può convincere della inutilità di fare questo passo, che sarebbe una mossa falsissima, che solleverebbe l’indignazione della stragrande maggioranza dei comunisti, i quali giudicano controrivoluzionarie tutte le tendenze dell’attuale partito socialista.
Le parole di Serrati dimostrano che i socialisti non si scinderanno, quindi che, come noi sosteniamo, col congresso di Livorno è stata liquidata per sempre la questione dei rapporti tra il PSI e la Terza Internazionale; la discussione del ricorso a Mosca deve essere una semplice ratifica di quanto è avvenuto colla costituzione, quale sezione dell’Internazionale, dell’attuale nostro partito.
Ciò è chiaro come l’acqua più pura.
Un’altra considerazione si può fare leggendo le argomentazioni serratiane. Che i peggiori nemici – vecchia esperienza rivoluzionaria questa! – della Internazionale Comunista sono coloro che meno apertamente ne attaccano il programma fondamentale. Il centrista Serrati infatti stabilisce che soltanto il programma della Terza Internazionale, nelle sue linee generali, può e deve essere luce e guida al proletariato di tutti i paesi nella sua lotta di classe.
Dopo tale affermazione, Serrati parla della Terza Internazionale come dell’organismo più deplorevolmente insufficiente: le informazioni che non vanno, le azioni sballate, le dittature personali, la mancanza di partiti in tutta l’Europa e così via…
Ma altro è il programma altro è l’organismo, che può essere inadatto a realizzarlo…si potrebbe dire. Vuol dire che il programma dell’Internazionale è quale lo intende Serrati, autore di tante critiche, e con lui i vari Levi di cui fa l’elogio. Il programma non è più l’incontro della dottrina che stabilisce come tappe della lotta di classe l’azione violenta e la dittatura proletaria, con una disciplina di organizzazione e di azione che affasci le forze e gli uomini che sono su tale terreno; non è questo, ma è quello che ha elucubrato Serrati: la unità con chi la dittatura non vuole, la violenza rinnega; per servirsi delle organizzazioni tenute dai controrivoluzionari e dai disarmatori del proletariato, allo scopo di fare la rivoluzione e difendersi dalla reazione.
La rivoluzione non è solo lotta. E anche la successiva ricostruzione. Perciò Serrati vuole tenersi uniti anche quelli che, pur non accettando la lotta armata, hanno, secondo lui, elementi ricostruttivi della nuova società socialista. Non riconfutiamo questa sciocchezza. Poniamo solo a confronto coll’altra considerazione, che prima della rivoluzione può esserci la reazione controffensiva borghese, e che anche per questa ci vuole la unità. Logica eccezionale! Il fatto che si scateni la controffensiva borghese alla rivoluzione prima che questa esploda, non dimostra che questa consiste soprattutto nella violenta lotta tra le due classi? Non determina, in pratica, come oggi in Italia avviene, la morte dell’unità, quando quelli che saranno poi per quella tale opera ricostruttiva che aspetta Serrati, ma non per la fase iniziale offensiva, prendono l’aperto atteggiamento di disarmo dinanzi alla reazione, nel senso di rinunzia definitiva all’uso della violenza rivoluzionaria? Serrati è oggi con costoro. Non come comunista “unito” a costoro (in tal caso sarebbero essi a staccarsi ) ma sullo stesso loro terreno teorico e pratico. E Serrati dice ancora, a Rappoport: Se Longuet accettava le 21 condizioni sarebbe rimasto nella Terza Internazionale. Qui ci si è detto: no; Turati se ne deve andare ad ogni costo. Ammettiamo pure che Longuet sarebbe stato tollerato dalla Internazionale (cosa non vera) se avesse accettate le 21 condizioni ossia la teoria e la tattica della Internazionale Comunista, malgrado tutti i suoi precedenti. Turati e C. in un caso simile avrebbero forse accettate le condizioni? Qui sta il punto. Le condizioni non chiedono: siete contro la guerra? Siete per la intransigenza parlamentare? (Anche queste i nostri destri non potevano onestamente firmare). Esse dicono: accettate la dittatura proletaria? Il potere soviettista? Il terrore rosso? L’azione illegale ed insurrezionale? E così via. A queste condizioni i destri del partito italiano hanno risposto di no. Quando e come? Quando e come ha risposto di no Longuet.
Longuet e Turati figuravano alla stessa stregua nelle tesi del secondo Congresso. Erano entrambi tra i proscritti. Longuet e i suoi seguaci hanno fatta, prima del congresso di Tours, la loro mozione in cui si respingono quei concetti che sono il nocciolo delle condizioni ( dice bene Rappoport: essere comunista, ecco la condizione unica). Allora il C.E. impose la loro cacciata.
Turati e i suoi seguaci fecero lo stesso, confermando le loro molteplici manifestazioni di pensiero politico, al congresso della “frazione di concentrazione” a Reggio Emilia. Quella mozione è forse di chi accetta quanto Longuet rifiutò? Non hanno i riformisti italiani scelto, come Longuet ha scelto, contro le tesi di principio e la tattica del comunismo?
C’era la condizione finale organizzatoria. Chi nega le condizioni in principio deve uscire dalle fila dell’Internazionale. Turati è contro la dittatura e la violenza, lo dichiara lui. Esca dall’organizzazione. Uno è, o dichiara di essere per la dittatura, la violenza, ecc.., ma dice: voglio star con Turati. Allora deve scegliere. O lascia Turati, o se ne va con lui.
Se la frazione Frossard-Cachin in Francia avesse detto: non ci stacchiamo da Longuet, avrebbe subita la sorte della frazione Serrati.
La pretesa disparità di trattamento è un volgare trucco di costui. Egli si porta sul confronto del passato ecc.; cosa su cui si può sempre discutere anche nell’Internazionale, ma imbastardisce una chiara questione di organizzazione. Turati, per riflesso delle elementari regole organizzative internazionali deve andar via, Cachin può stare. Vi sono altre ragioni di incompatibilità per chi aderì alla guerra come Cachin? Si possono proporre e discutere, nel seno della Internazionale dopo aver applicate le prime, in ogni caso non per eludere le prime.
Tutto ciò conta poco. La verità vera ve la diremo noi, compagno Rappoport. Per piacere, non vi occupate di Turati. Parlate di Serrati. Prendete ciò che il suo Baratono ( honny soit..) disse nel discorso “teorico” di Livorno. Prendete ciò che essi fanno oggi, la politica del partito che Serrati dirige. E vedrete violate le “condizioni”,cioè la dottrina e la pratica del comunismo.
Sono stati contro la guerra, per Zimmerwald etc. Ebbene? La verità che ne risulta è quella: ciò non fa che renderli nemici più pericolosi della rivoluzione. Quando si capirà questo, nelle cose e per le cose italiane, la esperienza della Internazionale Comunista avrà fatto un gran passo innanzi. Ecco tutto. Non è poco, né ci è voluto poco per arrivarvi. Ma i comunisti italiani, appunto per questo non ritorneranno indietro da questo importante punto acquistato a nessun costo.
Amadeo Bordiga
Noi e gli anarchici
Pubblichiamo volentieri questa lettera dell’amico Fabbri, confermando naturalmente quanto abbiamo scritto nei numeri del 14 aprile e dell’ 8 maggio, circa l’attitudine degli anarchici dinanzi al problema dell’impiego della violenza.
Non intendiamo né intendemmo dare dell’ignorante al Fabbri, che ignorante non è, e nemmeno ad altri anarchici. Il Fabbri cita tutta una letteratura anarchica a noi così poco ignota che scriviamo questo commento dopo che era già stesa la replica al “Libertario”.
I testi su cui si basavano i nostri rilievi, erano altri: un ordine del giorno della Commissione di corrispondenza della U.A.I., una lettera dello stesso Fabbri all’“Avanti!”; una intervista di Malatesta col suo avvocato Buffoni.
Questi testi giustificano in modo caratteristico le nostre critiche.
È difficilissimo, come rilevava ironicamente Federico Engels, far riconoscere agli anarchici quale sia precisamente il concetto che essi sostengono in una data polemica. Poiché il loro difetto non è di non avere coltura o dottrina, elementi individuali, ma di mancare di una linea storico-critica nel loro pensiero. Ecco perché nei loro testi si trova tutto quello che si vuole: ieri gli argomenti con cui Fabbri dimostrava come Malatesta non avesse detto eresia sconfessando gli attentati, oggi quelli coi quali vorrebbe respingere il concetto semplicista e negativo che noi loro attribuiamo sulla violenza.
Egli è che la concezione anarchica manca di vigore e di rigore dialettico, non compendia come quella marxista il divenire di una forma sociale in un’altra, ma considera il tipo di società perfetta anarchica non come totalmente separata da un’epoca storica, ma come in piccola parte già tra noi realizzata nella comunità ideale dei pochi anarchici, che sarebbero gli eletti, i coscienti, che soggettivamente avrebbero risolto il problema di vivere secondo i rapporti della società futura.
Il comunista è colui che prepara, negli odierni rapporti sociali, l’avvento dei nuovi; l’anarchico al contrario vive già, o pensa di vivere, i rapporti sociali che teoricamente costruisce. Da ciò la enorme diversità nelle valutazioni tattiche. Da ciò, e non da volgare ignoranza, l’incapacità anarchica ad intendere che si giunge alla libertà con l’autorità e al non-stato collo Stato, alla violenza colla violenza, dappoiché coloro che tali mezzi praticassero contraddirebbero la loro fede e la loro norma di vita.
Dall’eclettismo teorico anarchico può sorgere una distinzione tra violenza di ribelli e violenza di governanti. Ma che questa sia insufficiente lo dimostra il fatto che gli anarchici nella polemica attuale pongono limiti anche alla violenza dei ribelli. Limiti non tattici, non elastici, ma fissi, soggettivi, etici.
Noi sappiamo che l’amico Fabbri sciorinerà testi e fatti per contraddirci, con la erudizione di cui non difetta. Ma le conclusioni nostre sorgevano da constatate contraddizioni, attraverso le quali è logicamente possibile e legittimo attribuire agli anarchici quella certa linea che da se stessi o non sanno formulare o sanno formulare troppo, con enunciazioni molteplici e discordi. Cosicché essi, anziché spiegare la violenza ed intenderne il gioco che sfugge ad ogni pietismo idealistico, si preoccupano di classificarla in legittima ed illegittima, non dinanzi ad un potere costituito che non ammettono ma dinanzi ad una costruzione ideale di cui certo non sapranno mai dare i connotati precisi.
Quel desso
Quel desso che ha postillato sul “Libertario” di Spezia una nostra nota polemica di molti giorni addietro, intitolata “Anarchici”, mostra di non intendere il valore degli appunti che noi credemmo di muovere ad alcuni libertari i quali – poco dopo l’attentato al teatro Diana di Milano – si erano affrettati a dimostrare, con la testimonianza dei maestri dell’anarchismo, che l’anarchismo è contro la violenza.
I nostri appunti muovevano da ragioni dottrinarie… e politiche. Siamo in grado – modestia a parte – di poter dare qualche lezione d’anarchismo agli anarchici, ma ben ci guarderemo dal farlo. Sapevamo assai bene che l’anarchismo accetta il metodo violento da usare contro lo Stato borghese per abbatterlo e instaurare il nuovo ordine sociale; ed il citare – come fece il Fabbri – alcune opere sul regime anarchico per dimostrare che l’anarchismo, come regime sociale, è la negazione della violenza ci parve cosa, per lo meno, superflua e, politicamente, inopportuna.
Quando noi e gli anarchici siamo tacciati dagli avversari di violenti e di delinquenti, nonostante siamo a conoscenza della grande ignoranza che gli avversari hanno delle nostre dottrine, pensiamo che essi ci definiscono e ci odiano non tanto per quel che saremo domani ma per quello che siamo oggi.
Di fronte allo Stato borghese noi siamo partiti fuori legge: se un atto di violenza proletaria viene colpito dallo Stato, non valgono le nostre belle ragioni intorno alla fraternità dei rapporti sociali nei nostri regimi futuri a deviarlo dalla applicazione di sanzioni punitive.
D’altro canto non possiamo noi e gli anarchici, come organizzazioni, assumerci la responsabilità di atti che sono spontanea eruzione della esasperata condizione di schiavitù morale ed economica delle masse lavoratrici. Ma noi comunisti sappiamo interpretare tutti i fatti storici e gli episodi sociali che si svolgono quotidianamente. E, certamente, perdendo non poca popolarità, mentre i socialisti facevano aperta opera di delazione contro i partiti sovversivi e mentre alcuni anarchici facevano delle dichiarazioni… per lo meno inopportune, o scrivevano meno opportuni articoli sul pacifismo del regime anarchico o pubblicavano dichiarazioni ufficiali con carattere deplorativo del doloroso episodio di Milano, i comunisti lanciavano quel manifesto che a molti stupidi parve una confessione di complicità in omicidio, mentre voleva essere la chiara interpretazione di un fatto doloroso il quale non poteva essere considerato fuori del quadro generale della situazione sociale, la quale, sempre più aggravandosi, ci farà assistere a ben più tristi episodi.
Noi deploravamo e deploriamo l’intera situazione nella quale spasima il proletariato e non possiamo soffermarci a considerare i sanguinosi incidenti che tale situazione provoca a migliaia, da una parte e dall’altra degli eserciti in contesa.
Noi comprendiamo benissimo che la reazione scatenatasi in modo particolare contro gli anarchici, dopo l’attentato del marzo, mise costoro nella necessità di doversi difendere da ingiuste persecuzioni; ma certi documenti ufficiali o di singoli, in determinate occasioni, hanno importanza storica e divengono “precedenti” per l’azione avvenire. In queste occasioni, ove non si possa – per motivi di opportunità – dire una parola fredda e rigida che potrebbe – come a noi toccò – essere interpretata quale cinica confessione di colpevolezza, ci pare sia meglio tacere.