Partito Comunista Internazionale

Il Comunista 1921-08-07

Direttive dell'azione sindacale del P.C.

Situazione internazionale sindacale

La sistemazione del movimento operaio italiano nei quadri internazionali, problema a cui il partito comunista fin dal suo sorgere ha dedicato la massima attenzione, non è certo ancora raggiunta né si può dire che abbia fatto grandi passi coi congressi nazionali della Confederazione del Lavoro e del Sindacato Ferrovieri. Tutti i grandi organismi proletari italiani non hanno ancora presa posizione chiara dinanzi al fondamentale dilemma: Mosca o Amsterdam? ln seguito ai risultati del Congresso internazionale dei sindacati rossi si dovranno  avere immancabilmente in Italia i congressi nazionali della Confederazione, dell’Unione Sindacale, del Sindacato ferrovieri, e tutti questi organismi dovranno definire la loro posizione in base alle chiare basi organizzative poste a Mosca.

Il partito comunista constata che le risultanze conosciute del Congresso sindacale internazionale confermano la tattica da esso adottata in materia sindacale, e compendiata nell’appello lanciato tempo addietro per la unificazione delle organizzazioni operaie italiane. Appena sarà ritornata la sua delegazione sindacale il partito comunista convocherà un convegno sindacale per definire il suo lavoro per la questione internazionale e rivolgerà alle masse organizzate la sua parola circa l’atteggiamento da prendere nei Congressi degli organismi nazionali operai.

L’offensiva dei dirigenti confederali contro i comunisti

Il partito comunista deve però dire la sua parola ai lavoratori e ai suoi membri che militano nelle organizzazioni economiche su vari problemi importantissimi del momento attuale, riflettenti soprattutto le direttive della massima organizzazione operaia italiana: La Confederazione Generale del Lavoro nella quale i comunisti formano la forte combattiva opposizione all’ indirizzo dei dirigenti.

Nella recente riunione del Consiglio Direttivo della Confederazione è stato adottato un deliberato che prelude all’apertura in Italia di una campagna che i dirigenti dei sindacati ancora dominati dal riformismo hanno adottata in molti altri paesi, sentendosi feriti direttamente dalla tattica sindacale dei comunisti. Mentre questi sono per l’unità sindacale e il lavoro nell’ interno dei sindacati contro i capi di destra, costoro minacciano di attuare la scissione operaia escludendo i comunisti dalle organizzazioni. Il comitato esecutivo confederale ha avuto i poteri di attuare queste espulsioni di organizzazioni o di gruppi dall’organismo confederale.

Il chiaro obiettivo dei mandarini della Confederazione, i quali si accorgono come la nostra offensiva faccia loro perdere terreno ogni giorno e prepari la liberazione del proletariato italiano dalla loro influenza addormentatrice, è di sabotare la formazione di una maggioranza comunista nelle organizzazioni da loro dirette.

Il partito comunista raccoglie in pieno la sfida lanciatagli in tal modo da coloro che esso ritiene i peggiori nemici della causa proletaria. Esso conferma anzitutto pienamente incondizionatamente, anche dinanzi alla situazione creata dal deliberato confederale, la sua tattica di rimanere nella Confederazione e lavorare per trarvi tutte le organizzazioni di sinistra, e tale dichiarazione deve servire di norma a tutti i compagni che dall’ atteggiamento dei bonzi traessero l’avventata conclusione che convenga predisporsi alla scissione sindacale. I comunisti non se ne vogliono andare e non se ne andranno dalle file delle organizzazioni confederali. Essi dichiarano arbitrario ogni atto tendente ad escludere dalle file del sindacato, non chi ne violi la disciplina specifica nella lotta contro i capitalisti, ma chi nel seno di esso agita delle direttive e metodi di lotta politica proletaria. Se alcuno deve essere eliminato dalle file dell’organizzazione è chi ne rinnega nel fatto il principio fondamentale della lotta di classe, e costui va cercato appunto tra coloro che hanno votato a Roma quel deliberato di cui la stampa capitalistica ampiamente e logicamente si è rallegrata.

Il partito comunista dichiara che i suoi aderenti lotteranno con tutti i mezzi, nessuno escluso, contro quello che deve essere ritenuto un atto arbitrario ed un tentativo di sopraffazione, cioè contro lo sfratto anche di un solo comunista dalle file della organizzazione dei suoi compagni di lavoro.

Ogni tentativo in questo senso venga dai nostri compagni – evitando ogni possibile fatto compiuto che possa stabilirsi nel senso delle imposizioni dei dirigenti confederali come consegue di qualsiasi genere, rinunzia ai diritti sociali- comunicato di urgenza al Comitato sindacale comunista locale e centrale, che darà le particolari disposizioni del caso.

Restino intanto stabilite queste poche fondamentali direttive pratiche.

Se l’espulso è un organizzato, tutti gli organizzati comunisti lo sosterranno esigendo che l’espulsione si discuta nell’assemblea della Lega, e boicottando ogni adunanza da cui lo si voglia
escludere con tutti i mezzi possibili.

Se l’espulso è un organizzatore, sia esso funzionario locale o delle federazioni nazionali, i compagni organizzati chiederanno il pronunciato della organizzazione locale, proporranno che l’organizzatore venga riconfermato ed in caso estremo adotteranno il boicottaggio in tutte le forme del suo sostituto.

Se si volesse escludere una intera organizzazione locale essa si rifiuterà con tutti i mezzi di evacuare i locali sociali e con l’appoggio delle altre organizzazioni comuniste, interverrà a tutte le riunioni e congressi a cui ha diritto di rappresentanza, sotto pen di boicottaggio in tutte le forme dello svolgimento di dette adunanze.

Ulteriori misure potranno essere caso per caso indicate dal comitati sindacali comunisti. La massima pubblicità sara’ data dalla stampa del Partito agli episodi di questa lotta, additando al disprezzo dei lavoratori coscienti le gesta reazionarie dei capi sindacali su questo terreno.

La politica di “pacificazione” dei dirigenti confederali

I comunisti restano nella Confederazione, e ci restano per esercitare a fondo la loro funzione di spietata critica alla politica dei dirigenti. Nessuna occasione deve essere trascurata per invitare le masse a disapprovare le trattative e gli accordi coi fascisti, che per i comunisti hanno valore di tradimento della causa proletaria. Dovunque gli organizzati e organizzatori comunisti dichiareranno e spiegheranno chiaramente che la Confederazione del Lavoro non può e non deve disciplinarmente impegnare i suoi iscritti a direttiva di ordine politico che potrebbero risultare dalle sue intese con coloro che finora hanno impunemente poste a sacco sedi proletarie. Se la Confederazione alleata al partito socialista, lasci a quest’ ultimo la cura di dirigere in questo campo l’attività di quegli organizzati che sono scritti o simpatizzanti socialisti. In realtà i dirigenti confederali, che nell’ultima loro riunione si sono espressamente occupati perfino della politica parlamentare, sono divenuti i dittatori dello stesso partito socialista, che stanno trasformando in un partito laburista legato alla loro politica di collaborazione e di corporativismo.
I comunisti che restano nella Confederazione, vi stanno per spezzare questa politica rovinosa e per liberare le masse da questa dittatura controrivoluzionaria lavorando alla penetrazione dello spirito comunista nei sindacati.

Malgrado gli atteggiamenti dei dirigenti confederali, i comunisti contano sull’ausilio dei lavoratori organizzati nella lotta aperta contro le bande della reazione. Questa parola deve essere portata in tutte le adunanze proletarie.

Crisi economica e disoccupazione

Una direttiva unica deve essere data alla propaganda ed all’azione dei comunisti in questo campo. La critica più aspra deve essere opposta all’indirizzo sancito in materia dagli organi confederali, e deve essere denunziata la loro acquiescenza alle imposizioni dei capitalisti. La chiusura delle aziende, la insufficienza delle provvidenze governative in materia di sussidi e di concessioni di lavori pubblici, l’illusione di poter ottenere più efficaci interventi dello Stato per via parlamentare e collaborazionista come si propongono i dirigenti confederali, la arrendevolezza di questi dinanzi all’offensiva dei padroni contro i concordati conquistati dai lavoratori, sono tutti elementi che devono essere messi da noi nella loro vera luce spiegando che secondo la nostra tattica rivoluzionaria una soluzione radicale di questi problemi non esiste che nella conquista del potere da parte del proletariato, che la evidente insolubilità di essi deve essere utilizzata per condurre appunto le masse a questa convinzione ad intensificare tra esse la preparazione rivoluzionaria, mentre i riformisti per evitare questo illudono i lavoratori che esiste la possibilità di migliorare le difficoltà della crisi presente nell’ ambito del regime attuale. E’ importante mostrare che i dirigenti confederali con tale politica, mentre nulla realizzano di concretamente utile alle masse, pongono la loro tesi collaborazionista e pacifista non solo al disopra dell’interesse della rivoluzione, ma anche contro gli interessi immediati dei lavoratori, rinunziando, per non turbare le loro manovre e intese politiche con gruppi borghesi, all’impiego della forza sindacale del proletariato, per la battaglia contro l’offensiva padronale, che potrebbe venire ingaggiata quando si fosse veramente decisi a spingerla a fondo sul terreno politico. Questo sarà possibile solo sloggiando I disfattisti dalla dirigenza delle masse proletarie organizzate e questi argomenti devono venire impiegati per attrarre più larghi strati dei lavoratori nella lotta contro i dirigenti confederali.

Per la questione dei disoccupati il Partito Comunista lancerà tra breve un apposito appello. Dal nostro punto di vista questa questione diviene questione squisitamente politica. Si deve svolgere la critica dei palliativi che propongono i riformisti. Lo Stato borghese, cui essi si rivolgono, non può provvedere alla tragica situazione delle folle dei senza lavoro che con misure inefficaci e avente carattere di una grama beneficenza. Dal punto di vista di classe una sola soluzione può essere agitata, il principio della sostituzione del sussidio colla corresponsione dell’intero salario al disoccupato legittimo in ragione del numero dei membri della sua famiglia. Questo principio, studio elementare verso l’economia socialista, mentre è incompatibile con l’esistenza del potere borghese sarebbe una realizzazione immediata del potere proletario, che intaccando a fondo i privilegi del capitale, stabilirebbe la eliminazione di qualunque disparità di trattamento fra i lavoratori, sulla base dell’obbligo sociale del lavoro.

Tattica nelle agitazioni economiche

I riformisti sono soliti ad avvalorarsi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei Sindacati, quello che noi avremmo la possibilità’ di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti sindacali, nulla di praticamente diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non si sognano di negare le conquiste contingenti della lotta sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro, che non escludono che sia problema tattico da risolversi volta per volta quello della convenienza di accettare o meno le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza o di arrestare ad un certo limite gli scioperi. Ne’ comunisti pretendono di possedere una ricetta per vincere infallibilmente le agitazioni di carattere economico. Ciò che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi traggono occasione di esplicare da ogni episodio della lotta economica, il loro costante sforzo di creare nei lavoratori una coscienza politica e di classe. Inoltre i comunisti devono provare che il fatto che grandi centri della rete della organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia o ad avversari della preparazione rivoluzionaria, che considerano come il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni ed il loro investire tutta la vita sociale e politica del paese, lega le mani ai lavoratori organizzati ed ai loro organizzatori anche dove questi seguono le direttive comuniste. Siccome i comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influsso dei capi sindacali, essi considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la necessità di sloggiare questi, posizione per posizione, dalla organizzazione proletaria.

Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione, che nel “epoca attuale di convulsionaria crisi del regime borghese non è più sufficiente la semplice attività tradizionale dei sindacati, che vedono la loro azione divenire sempre più difficile man mano che la crisi s’inasprisce.
Per affrontare i problemi della vita quotidiana operaia occorre poter controllare nel suo insieme il funzionamento della macchina economica per concretare le misure che possono combattere le conseguenze dal suo dissesto. E’ illusorio che l’attuale sistema politico porga al proletariato il mezzo di esercitare una qualsiasi influenza sull’andamento di questi fenomeni da cui dipendono le sue sorti e le sue condizioni di esistenza, e tutti i problemi si riducono a quello unico di sostituirsi con un grande sforzo rivoluzionario di tutto il proletariato, alla classe dei suoi sfruttatori che detenendo il potere, impediscono qualunque mitigazione delle dolorose conseguenze del capitalismo, in quanto impediscono ogni limitazione dei privilegi dei capitalisti.

I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario, inbevendosi dello spirito politico comunista, e lottando inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere, la realizzazione della dittatura proletaria.

Il Comitato Esecutivo
Il Comitato Sindacale

La politica del partito comunista mira diritta e precisa al suo scopo: la rivoluzione

Nonostante le chiare e precise disposizioni diramate per la formazione dell’inquadramento comunista, che non rappresen­tano una improvvisazione sportiva, ma corrispondono ad un la­voro iniziato da molti mesi specie nelle file della gioventù co­munista, parecchi compagni e alcune organizzazioni del Partito insistono nel proporre e nell’attuare talvolta la partecipazione dei comunisti adulti e giovani ad altre formazioni di iniziativa estranea al nostro partito, come gli “Arditi del popolo”; o addi­rittura, anziché porsi al lavoro nel senso indicato dagli organi­smi centrali, prendono l’iniziativa di costi­tuire gruppi locali degli “Arditi del popolo”.

Si richiama questi complessi alla disciplina, e si deplora che militanti comunisti, che devono in ogni circostanza dar prova di sangue freddo e fer­mezza nella stessa misura della loro risolu­tezza rivoluzionaria, si lascino guidare da considerazioni roman­tiche e sentimentali che possono indurre a gravi errori e perico­lose conseguenze.

Ad illustrazione del perentorio richiamo ricordiamo a questi compagni le evidenti ragioni comuniste che, indipendentemente da fatti particolari che risultano agli organismi responsabili centrali della linea di condotta da adot­tare in situazioni aventi valore nazionale, conducono alle direttive da noi adottate.

L’inquadramento militare proletario, essendo l’estrema e più delicata forma di organizzazione della lotta di classe, deve rea­lizzare il massimo di disciplina e deve essere a base di partito. La sua organizzazione deve stret­tamente dipendere da quella politica del partito di classe.

Invece la organiz­zazione degli “Arditi del popolo” comporta la dipendenza da comandi la cui costituzione non è bene accertata, e la cui Centrale nazionale, esistente mal­grado non sia ancora agevole individuarne le ori­gini, in un suo comunicato assumeva di essere al di sopra dei partiti, ed invitava i partiti politici a disin­teressarsi “dell’inquadramento tecnico militare del popolo lavoratore” il cui controllo e dirigenza resterebbe così affidato a poteri indefini­bili e sottratto all’influenza del nostro partito.

Il Partito Comu­nista è quello che per defini­zione si propone di inquadrare e dirigere l’azione rivoluzionaria delle masse; di qui una evidente e stridente incompatibilità.

Oltre alla questione di organizzazione e della disciplina vi è quella del programma. Gli “Arditi del popolo” si propongono a quanto sembra (sebbene in quel movimento si tenda a porre la costituzione della organiz­zazione più in evidenza che la defini­zione degli obiettivi e delle finalità, co­sa di cui è facile inten­dere i pericoli) di realizzare la reazione proletaria agli eccessi del fascismo con l’obiettivo di ristabilire “l’ordine e la normalità della vita sociale”.

L’obiettivo dei comunisti è ben diverso; essi tendono a condur­re la lotta proletaria fino alla vittoria rivolu­zionaria; essi negano che prima della definizione di questo conflitto, portato nella odierna situazione storica alla estrema e risolutiva sua fase, si possa avere un assetto normale e pacifi­co della vita sociale; essi si pongono dal punto di vista dell’antitesi impla­cabile tra dittatura della reazione borghese e dittatura della rivoluzione pro­letaria. Questo esclude e dimostra insidiosa e di­sfattista ogni distinzione tra difensiva e offensiva dei lavoratori, colpiti non solo dalla materiale violenza fascista, ma anche da tutte le conseguenze della estrema esasperazione di un regime di sfruttamento e di oppressione, di cui la brutalità delle bande bian­che non è che una delle manifestazioni inseparabile dalle altre.

Per queste considerazioni che non dovrebbe essere necessario ricordare ai comunisti, e che la pratica conferma e confermerà sempre meglio, gli or­gani centrali del Partito Comunista hanno posto opera alla costituzione dell’indipendente inquadramento comunista proletario, e non si sono lasciati deviare dalla appa­rizione di altre iniziative, che fino a quando agiranno nello stes­so senso della nostra non saranno certo considerate come avver­sarie, ma la cui maggiore popolarità apparente non ci sposterà dal compito specifico che dobbiamo assolvere contro tutta una serie di nemici – e di falsi amici di oggi e di domani.

Non possiamo non deplorare che compagni comunisti si siano messi in comunicazione con gli iniziatori romani degli “Arditi del popolo” per offrire l’opera loro e chiedere istruzioni. Se ciò dovesse ripetersi i più severi prov­vedimenti verrebbero adottati.

Il CE del Partito Comunista d’Italia e quello della Federa­zione Gio­vanile Comunista d’Italia avvertono tutti i compagni e le organizzazioni co­muniste che deve essere rigorosamente diffi­dato chiunque di persona o per corrispondenza proponga costi­tuzioni o movimenti di reparti di “Arditi del popolo” assumendo di averne mandato da organi del Partito Comunista, o affer­mando che esistono intese contrastanti con le precise disposi­zioni già pubblicate. I compagni e le organizzazioni non ricevo­no disposizioni che per via interna di partito: ogni altro mezzo dev’essere scartato e respinto.

Il valore dell'isolamento Pt.3

Quando i comunisti pervenissero al fianco di altri movimenti politici ad immobilizzare il fascismo con un’azione di “difesa proletaria” in accordo con altri elementi; raggiunto che fosse lo scopo, mentre noi vorremmo profittare di aver debellato in parte il nemico per andare oltre, all’abbattimento del potere borghese, i nostri alleati di ieri, fautori del ristabilimento della vita normale, vedrebbero logicamente in noi i perturbatori e diventerebbero allora i nostri peggiori nemici. Si può osservare che avendo fino allora utilizzate le loro forze ed esercitata la nostra propaganda in seno alle masse, ci sarebbe possibile travolgerli e proseguire nella nostra azione specifica prendendone allora da soli e direttamente le redini. Ma chi ragiona così dimostra di avere un concetto letterario e teatrale della rivoluzione, e di non intendere che le condizioni del suo successo stanno soprattutto nella preparazione organizzativa delle forze che per essa lottano; preparazione la quale nella fase ultima deve, pena il disastro, prendere il carattere tecnico di un inquadramento, di una disciplinata organizzazione militare. Ora una evoluzione tattica è facilmente eseguibile finché si lotta a colpi di discorsi, di ordini del giorno e di verbali dichiarazioni politiche, ma il cambiamento di fronte è impossibile dal punto di vista organizzativo. La scissione politica è una realtà ed una esigenza storica, ma scissione di un esercito già impegnato nella lotta è la rovina inevitabile, essa non lascia dietro di sé due eserciti, ma nessun esercito, poiché l’organizzazione militare di lotta è necessariamente fondata sull’unicità gerarchica dei collegamenti dei comandi, sulla indissolubilità di tutti i servizi annessi. Quella parte dell’esercito diviso in due opposti campi che passerebbe al nemico, anche sconfitto, ma non scisso, avrebbe sicuro punto di appoggio e possibilità di azione. L’altra parte, quella che dovrebbe agire da sola, resterebbe senza alcuna consistenza organizzativa, senza rete di inquadramento funzionante e quindi destituita di capacità di combattere.

Ecco perché siamo contro le intese difensive, tanto più quando si tratti non di opporsi alla “reazione” colle geremiadi liberalesche, ma di opporre ad esse una azione di forza. Nel primo caso non si conchiude nulla, nel secondo si travisa l’indirizzo della preparazione rivoluzionaria.

Il lettore può constatare che queste considerazioni puramente tattiche si traducono nel criterio da noi accennato di non addivenire ad accordi con coloro che negano in principio l’azione proletaria come offensiva contro il regime e contro lo Stato e sono disposti ad ammetterla solo come difensiva da quelli che essi inesattamente definiscono gli “eccessi” della borghesia: la borghesia oggi commette un unico “eccesso”: quello di essere al potere. E vi sarà fin quando esisterà il sistema democratico parlamentare. Un esempio di quegli alleati falsamente rivoluzionari può essere incidentalmente dato dal tenente Secondari e dall’on. Mingrino che dicono: organizzazione armata per ristabilire l’ordine civile, e poi andare a casa. Questo per noi è disfattismo che forse è peggiore di quello dei socialdemocratici che hanno per parola d’ordine: pacificare calando le brache e sconfessando la difensiva quanto l’offensiva violenta delle masse. Ed infatti non vi è distinzione tra difensiva e offensiva di classe nella terribile situazione attuale; appunto perché (ottimo maestro il fascismo) la lotta di classe è oggi divenuta una guerra vera e propria e nella guerra, come ogni tecnico militare conferma, ci si difende offendendo e si offende difendendoci. Il generale o il soldato che dicessero che bisogna che l’esercito si difenda solo, e non prenda mai l’offensiva, sarebbero fucilati come disfattisti “dalla difesa stessa”.

Ogni altro programma “rivoluzionario” che non sorpassi i limiti dell’attuale meccanismo rappresentativo ed esecutivo statale, racchiude le stessissime insidie. Dire che l’ordine può essere ristabilito placando una parte della borghesia, o colla genuflessione, o colla resistenza armata, non è che una traduzione in altri termini dell’espressione che si può ancora attendere una forma di equilibrio e di assetto sociale senza spezzare il meccanismo del potere borghese, ma solo modificandone alcune forme.

Ma vi sono, finalmente, gli anarchici e i sindacalisti che vogliono come noi l’offensiva rivoluzionaria contro lo Stato, che vogliono come noi demolire il regime della democrazia parlamentare; perché non legarsi strettamente con questi? Perché porre quella terza condizione di dover accettare senz’altro anche la costituzione, dopo la vittoria del proletariato, della ferrea dittatura politica e statale?

Tatticamente la nostra opposizione a questa intesa “sul terreno organizzativo” discende dalle stesse considerazioni, che ad certo momento quelle forze che hanno aiutato ad abbattere la borghesia, opponendosi alla costituzione di un regime dittatoriale renderanno poi più difficile e penoso lo schiacciamento dei tentavi controrivoluzionari.

E le considerazioni che precedono conducono ad assomigliare molte riserve che vengono dagli anarchici e dai sindacalisti al nostro metodo “dittatoriale” alle differenze che ci dividono dai movimenti pseudo rivoluzionari.

Vi è un’analogia tra la pretesa degli anarchici che la rivoluzione instauri la illimitata libertà di organizzazione e di propaganda politica, e la loro tenace illusione che correnti della “sinistra borghese” possano con loro concorrere a ristabilire, in regime capitalistico e parlamentaristico, questo ambiente di libertà politica. E la borghesia potrebbe arrivare a permettere la libertà di pensare e di propagandare “idee” ma è assurdo attendersi dalle “agitazioni (più o meno convulsionistiche) contro la reazione” che essa consenta l’effettiva organizzazione politica che tende a rovesciarne il potere. Ora la borghesia ha bisogno di dare l’illusione liberale; il proletariato no. L’opposizione degli anarchici alla dittatura dimostra che essi sono proclivi a certe seduzioni del liberalismo borghese. Questo vuol dire che fidare sulle loro strette alleanze condurrà a valorizzare certi movimenti piccolo-borghesi, come quelli di cui abbiamo parlato, poiché gli anarchici pigliano per moneta contante il loro acceso liberalismo, e per spirito rivoluzionario le loro filippiche contro la dittatura e l’autoritarismo dei “marxisti teutonici e slavi” senza accorgersi che si tratta di autentico controrivoluzionarismo, di sacro terrore borghese per l’avvento del proletariato al potere.

I sindacalisti sono dal canto loro pronti ad accettare come rivoluzionario chi sfoderi il ridicolo concetto dello Stato estraneo alle cose economiche, che lasci illimitata libertà alla lotta sindacale, e non vedono che questo preteso rinnovamento dello Stato non è che il consolidamento dello Stato borghese.

In conclusione di questa esposizione incompleta in rapporto alla gravità del problema noi diciamo: mille esperienze di questa complessa fase politica italiana ci confermano che è giusto porre il problema della preparazione rivoluzionaria su queste basi: affasciare, inquadrare, organizzare anche militarmente le forze che mirano a spostare le basi dello Stato, ma solo quelle che concepiscono questo spostamento come un’antitesi tra due eventualità della storia: o la conservazione dello Stato borghese, democratico e reazionario al tempo stesso, o la costituzione dello Stato proletario fondato sulla dittatura di classe.

Le altre soluzioni agitate dai mille gruppetti che alimentano in modo pernicioso il confusionismo rivoluzionario odierno possono classificarsi in due grandi categorie: in quella dell’insidia e in quella dell’errore. Ma gli organismi politici che stanno sull’uno o sull’altro terreno, pur potendo e dovendo esserci i secondi molto più simpatici e prossimi dei primi, non devono essere da noi affiancati in intese organizzative di preparazione rivoluzionaria.

Si delinea quindi quello che, a nostro modo di vedere, è oggi il compito specifico del partito comunista: agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti “rivoluzionarie” che esibiscono i loro programmi e i loro metodi e vedono spesso accettati i medesimi, o le curiose filiazioni dei loro “incroci” o il loro miscuglio universale tipo “fronte unico”, da gruppi della classe proletaria.

Altri potrà credere di avere una via più breve. Ma non sempre la via che appare più facile è la più breve, e per meritare della rivoluzione è troppo poco avere soltanto “fretta” di “farla”.

Il Partito Comunista e la "pacificazione"

II CE del PCI, a chiarire ogni equivoco derivante dalle notizie date negli ultimi giorni dalla stampa intorno alle iniziative per la cosiddetta “pacificazione”, e a definire bene tutte le responsabilità politiche, rende pubblico il seguente scambio di telegrammi.

DIREZIONE PARTITO    SOCIALISTA    – ROMA

Milano, 27 luglio 1921 – urgente

“Per troncare uso arbitrario da vostra parte del nome del nostro partito diamovi comunicazione ufficiale diretta, chiedendone telegrafica conferma, che non parteciperemo ad alcuna riunione partiti avente scopo pacificazione o disarmo.

Esecutivo Partito comunista”

ESECUTIVO    PARTITO    COMUNISTA      – MILANO

Roma, 28 luglio 1921

“Non siamo abituati a trucchi. Nostra proposta non significa uso arbitrario nome vostro partito né di nessun altro.

Prendiamo atto vostra comunicazione ufficiale, pervenutaci soltanto oggi, che non parteciperete ad alcuna riunione partiti avente scopo pacificazione.

Bacci”.

Il CE del Partito Comunista aggiunge che alla Direzione del Partito Socialista doveva constare che il nostro partito non avrebbe partecipato alle iniziative in parola, sia per i comunicati ufficiali pubblici, sia per la comunicazione fattane molti giorni addietro dal gruppo parlamentare comunista a quello socialista che lo aveva formalmente invitato a pratiche del genere. Ciò astraendo da ogni considerazione sulla rapidità con cui coloro che pochi mesi fa erano nella Internazionale Comunista ne hanno dimenticato le elementari direttive programmatiche e tattiche.

Comitato Esecutivo

Inquadramento delle forze comuniste

Nonostante le chiare e precise disposizioni diramate per la formazione dell’inquadramento comunista, che non rappresentano un’improvvisazione sportiva, ma corrispondono ad un lavoro iniziato da molti mesi, specie nelle file della gioventù comunista, parecchi compagni e alcune organizzazioni del partito insistono nel proporre, e nell’attuare talvolta, la partecipazione dei comunisti adulti e giovani ad altre formazioni d’iniziativa estranea al nostro partito, come gli Arditi del popolo;o addirittura, anziché porsi al lavoro nel senso indicato dagli organismi centrali, prendono l’iniziativa di costituire gruppi locali di Arditi del popolo.

Si richiamano questi compagni alla disciplina; e si deplora che militanti comunisti, che devono in ogni circostanza dar prova di sangue freddo e fermezza nella stessa misura della loro risolutezza rivoluzionaria, si lascino guidare da considerazioni romantiche e sentimentali, che possono indurre a gravi errori e pericolose conseguenze.

Ad illustrazione del perentorio richiamo alla disciplina, ricordiamo a questi compagni le evidenti ragioni comuniste che – indipendentemente da fatti particolari che risultano agli organismi centrali responsabili della linea di condotta da adottare in situazioni aventi valore nazionale – conducono alle direttive da noi adottate.

L’inquadramento militare proletario, essendo l’estrema e più delicata forma d’organizzazione della lotta di classe, deve realizzare il massimo della disciplina e deve essere a base di partito. La sua organizzazione deve strettamente dipendere da quella politica del partito di, classe. Invece l’organizzazione degli Arditi del popolo comporta la dipendenza da comandi, la cui costituzione non è bene accertata, e la cui centrale nazionale, esistente malgrado non sia ancora agevole individuarne l’origine, in un suo comunicato assumeva di essere al disopra dei partiti, ed invitava i partiti politici a disinteressarsi “dell’inquadramento tecnico-militare del popolo lavoratore“, il cui controllo e dirigenza resterebbe così affidato a poteri indefinibili e sottratto all’influenza del nostro partito. Il Partito Comunista è quello che per definizione si propone d’inquadrare e dirigere l’azione rivoluzionaria delle masse; di qui un’evidente e stridente incompatibilità.

Oltre alla questione dell’organizzazione e della disciplina, vi è quella del programma. Gli Arditi del popolo si propongono, a quanto sembra (sebbene in quel movimento si tenda a porre la costituzione dell’organizzazione al disopra e all’infuori della definizione degli obbiettivi e delle finalità, cosa di cui è facile intendere i pericoli), di realizzare la reazione proletaria agli eccessi del fascismo, coll’obbiettivo di ristabilire “l’ordine e la normalità della vita sociale”. L’obbiettivo dei comunisti è ben diverso: essi tengono a condurre la lotta proletaria fino alla vittoria rivoluzionaria; essi negano che prima della definizione di questo conflitto, portato nell’odierna situazione storica all’estrema e risolutiva sua fase, si possa avere un assetto normale e pacifico della vita sociale; essi si pongono dal punto di vista dell’antitesi implacabile tra dittatura della reazione borghese e dittatura della rivoluzione proletaria. Ciò esclude e dimostra insidiosa e disfattista ogni distinzione tra difensiva ed offensiva dei lavoratori, colpiti non solo dalla materiale violenza fascista, ma anche da tutte le conseguenze dell’estrema esasperazione di un regime di sfruttamento e di oppressione, di cui la brutalità delle bande bianche non è che una delle manifestazioni, inseparabile dalle altre.

Per queste considerazioni, che non dovrebbe essere necessario ricordare ai comunisti, e che la pratica conferma e confermerà sempre meglio, gli organi centrali del Partito Comunista hanno posto opera alla costituzione dell’indipendente inquadramento comunista proletario, e non si sono lasciati deviare dalla apparizione di altre iniziative, che fino a quando agiranno nello stesso senso della nostra, non saranno certo considerate come avversarie, ma la cui maggiore popolarità apparente non ci sposterà dal compito specifico, che dobbiamo assolvere contro tutta una serie di nemici e di falsi amici, di oggi e di domani.

Non possiamo non deplorare che compagni comunisti si siano messi in comunicazione cogli iniziatori romani degli Arditi del popolo per offrire l’opera loro e chiedere istruzioni. Se ciò dovesse ripetersi, più severi provvedimenti verrebbero adottati.

Il Comitato esecutivo del Partito Comunista d’Italia e quello della Federazione Giovanile Comunista d’Italia avvertono tutti i compagni ele organizzazioni comuniste che dev’essere rigorosamente diffidato chiunque di persona o per corrispondenza proponga costituzione o movimenti di reparti di Arditi del popolo, assumendo di averne mandato da organi del Partito Comunista, affermando che esistono intese contrastanti con le precise disposizioni già pubblicate. I compagni e le organizzazioni non ricevono disposizioni che per via interna di partito: ogni altro mezzo deve essere scartato e respinto.

I Comitati Esecutivi del Partito e della Federazione Giovanile