Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1952/1

Al lettore

Chiariamo ai lettori che il mutamento preannunciato nella testata del giornale, che da Battaglia Comunista diventa Il programma comunista, non è dovuto a nostra iniziativa, né ad azioni giudiziarie coattive la cui provenienza non interesserà mai indicare. Essendosi trattato di far valere contro il partito, contro la sua continuità ideologica ed organizzativa e contro il suo giornale, e beninteso dono averla carpita, una fittizia proprietà commerciale esistente solo nella formula burocratica che la legge impone, non ci prestiamo a contestazioni e contraddittori tra persone e nominativi; subiremo senza andare sul terreno della giustizia costituita le imposizioni esecutive. Quelli che se ne sono avvalsi non potranno più venire sul terreno del partito rivoluzionario. Inutile quindi parlare dei loro nomi e dei loro moventi, oggi e dopo.

Il giornale continuerà a svolgersi sulla linea che lo ha sempre definito e che rappresenta suoi titoli non di «proprietà» ma di continuità programmatica e politica, conformemente ai testi fondamentali del movimento, alla Piattaforma e al Programma della Sinistra, alle Tesi della Sinistra, alla serie dei «Fili del Tempo» e alla mole delle altre pubblicazioni contenute in Battaglia, in Prometeo e nel Bollettino, materiale di cui daremo prossimamente, ad uso del lettore, un indice analitico.

Gli alambicchi della democrazia

A leggere i giornali, sembrerebbe che la democrazia italiana si agiti nelle doglie del parto. Consultazioni dentro e fuori il governo, mozioni alla Camera, convegni e congressi di partiti, progetti, piani di voronovizzazione dell’istituto parlamentare, promesse e parole d’ordine: è tutta una girandola di esperimenti all’alambicco della democrazia perfetta.

Che cosa sta dunque agitandosi nel ventre della repubblica democratica fondata sul lavoro (e voleva appunto alludere, la Costituzione, a questa forma di «lavoro» perfettamente simile all’ozio)? Oh, semplicissimo: stanno maturando le elezioni. E il grande problema non è quello di sfornare programmi che gli elettori sarebbero, domani, invitati ad accettare o a respingere, ma quello di trovare gli accorgimenti migliori per creare oggi, nelle storte e negli alambicchi, non solo il risultato generale – che si sa già, perché non è determinato da «volontà» di elettori, ma da concreti rapporti di forza internazionali -, ma i suoi ineffabili particolari; il problema di stabilire fin da oggi, all’interno della coalizione vincente, la distribuzione preventiva dei posti al parlamento e al senato per non scontentare nessuno e, se possibile, per accontentare tutti.

Al congresso socialdemocratico di Genova non si è parlato d’altro perché nessun altro problema urgeva, e al Viminale, a Montecitorio, a Palazzo Madama, l’argomento fondamentale della discussione rimane quello della «proporzionale corretta» (buon termine de caffè di terz’ordine), della «piccola riforma del Senato» e della liquidazione del referendum (o della sua correzione).

Tutto questo, beninteso non ci interessa per nulla; interessa invece constatare come la democrazia confessi apertamente di non reggersi affatto sulla volontà popolare o sul verdetto della coscienza personale, ma su un gioco centralizzato e totalitario di combinazioni, di fronte al quale il cosiddetto responso delle urne è solo la riproduzione ritardata di un fatto già avvenuto. Andate, con questo, a discutere di sottili differenze fra totalitarismo e democrazia, fra libertà e dittatura, fra democrazia e fascismo. Dopo di averci incasellati nel blocco occidentale, incasellano i «rappresentanti del popolo» negli stalli di Montecitorio e di Palazzo Madama secondo la tecnica delle assemblee delle società anonime o del cerimoniale delle precedenze nelle Corti del buon tempo antico (andate a parlare, dimenticavamo, di differenze fra repubblica e monarchia).

Il guaio è che troppi proletari ancora ci credono, e passeranno questi mesi di attesa delle elezioni nel patema d’animo di chi attende un risultato «ignoto». Eh no! Le elezioni non sono ancora state messe alla Sisal solo perché sarebbe troppo facile indovinarne l’esito finale!

La divisione del lavoro tra i laburisti

Il congresso laburista ha date agli operai di tutto il mondo un bell’esempio della divisione del lavoro in atto nel regime borghese e quindi anche fra suoi più appassionati sostenitori: i riformisti.

Per metà congresso ha vinto la demagogia «di sinistra» di Bevan, per l’altra metà ha vinto Attlee. Il primo ha tuonato contro l’America, il riarmo, la guerra; il secondo ha benedetto America e riarmo e ha deprecato, ma accettato in nome della libertà, la guerra. Prima è stata votata a maggioranza la mozione Bevan poi è stata votata a maggioranza la mozione Attlee.

Così la coscienza è a posto: gli operai stanchi e delusi del pantofolaio e governativo Attlee, guarderanno al suo antagonista; ma il Partito, per il tramite del suo Capo, potrà tornare al governo con le carte «pulite». Se non ci riuscirà girerà pagina, e la demagogia bevanista gli permetterà di riprendere quota fino al momento in cui capi-burattinai del laburismo non decideranno di tornare alla «scarna eloquenza» dell’ex-primo ministro.

Tutti soddisfatti. Ma la classe operaia?

Minaccia a mano armata

Nello spazio di meno di un mese i tecnici dello Stato Maggiore americano hanno regalato alla derelitta umanità una serie di armi super-moderne, i cui effetti, se la terza guerra mondiale verrà, saranno tali da far impallidire i mezzi di distruzione impiegati dalla troppo misericordiosa Madre Natura. L’industria nelle mani del capitalismo pare che pervenga a sottomettere le forze cieche del mondo fisico solo per esaltarne il potere di distruggere corpi umani, invece che di assicurarne la prosperità. Missili radiocomandati, flotte di portaerei armate di armi atomiche e ultima grandiosa conquista umana, il cannone atomico. Al loro confronto, che cosa sono tifoni, terremoti, le antiquate epidemie di peste o di colera, buone per il tenebroso Medioevo?

Il missile radiocomandato è costituito, pare, da un aereo da bombardamento pieno zeppo di esplosivi ad alto potenziale, guidato dal suolo, o da un aereo pilota, mediante comandi trasmessi via radio. Si perde un aereo, commentavano evangelicamente i militari del Pentagono, ma in compenso si risparmia la vita dell’equipaggio che per particolari obiettivi assegnati al missile andrebbe certamente sacrificato! Non sarebbe cosa generosa fare un piccolo pogrom degli alti ufficiali del Pentagono e della Casa Bianca che si e no assommano a poche centinaia di persone, e risparmiare milioni di vittime in preventivo? Ma dire ciò significa «svegliare gli istinti bassi» delle folle, predicare l’odio sociale.

In quanto a portaerei il Pentagono nemmeno sta male. In una recente intervista il Segretario americano per la Marina dichiarava: «Abbiamo bisogno di 10 o 12 portaerei (oltre quelle esistenti). È attualmente allo studio la possibilità di dotare le nostre maggiori unità da combattimento e le nostre portaerei di motori a propulsione atomica, ed è soltanto questione di tempo il raggiungimento da parte nostra della superiorità in questo campo». Successivamente si è appreso, contemporaneamente alla notizia che la Sesta flotta americana stanzia permanentemente in quel mare creato da Domineddio appositamente per gli americani che è il Mediterraneo, che tutte le portaerei made in U.S.A. sono armate di bombe atomiche. Ci fanno sapere cioè che mentre i napoletani o i genovesi lavorano, mangiano, dormono, nei loro porti, racchiusa nei ciclopici fianchi della «Coral Sea» o della «Filippine Sea» giacciono non sappiamo quante libbre di uranio pronte all’uso. Ciò non si chiama affatto terrorismo o manifestazione di forza a fine intimidatorio: nemmeno si può paragonare, fatte le debite proporzioni, alla canna di pistola che il bandito preme sulla nuca della vittima. Ohibò, si tratta di «democrazia protetta»…

Il cannone atomico realizza i sogni futuristi degli ufficialoni di artiglieria di sostituire le antiquate salve di obici e di shrapnells con raffiche di bombe atomiche. Immaginate se fosse esistito al tempo dello sbarco americano a Solerno, Anzio, ecc. Si sarebbero cancellate dalla faccia della terra quelle inutili città con relative popolazioni ma quante vite di ufficiali e soldati sarebbero state risparmiate, ed evitato al Governo degli Stati Uniti di occupare del territorio italiano quanto e bastato per seppellire i propri morti! Una vera meraviglia della tecnica anche della filantropia yankee, dato che a costruirlo sono impiegate acciaierie, fonderie, officine meccaniche, elettriche, telefoniche, automobilistiche e via dicendo. Ecco graziosi connotati: canna lunga 12 metri, due motori da 500 cavalli forniscono l’energia sufficiente al movimento dell’arma, due cabine di comando allacciate telefonicamente, gittata di 30-32 chilometri, calibro di 280 millimetri, marcia alla velocità di un autocarro su strade comuni o su terreno accidentato grazie ai cingoli dei suoi trattori, i serventi al pezzo seguono su autocarri, può sparare a volontà sia proiettili comuni che atomici. Fra poco apprenderemo che tutti i reparti americani stanziati sul suolo dell’Europa, avranno il loro cannone atomico in dotazione.

La borghesia americana ha giurato di terrorizzare il mondo intero per non correre il rischio di dover terrorizzarsi al pericolo della rivolta delle masse nullatenenti. Ma con ciò stesso affretta il giorno in cui le masse sfruttate le porranno in termini di forza il quesito: o tu o noi.

V piano quinquennale: capitalismo in crescita

Tutta la stampa staliniana è ormai piena di articoli apologetici sul V piano quinquennale. L’obiettivo cui tende la campagna propagandistica è di inculcare nelle menti dei lettori il concetto dello sviluppo gigantesco della industrializzazione russa, in confronto alla postulata decadenza industriale ed economica dei paesi capitalistici di Occidente, primi tra tutti, s’intende, gli Stati Uniti. Fin qui nulla di nuovo. La propaganda della coalizione atlantica non persegue essa pure altro scopo che quello di ficcare nei cervelli dei due miliardi e rotti di esseri umani, che popolano la terra, la stessa nozione capovolta: superiorità in tutti i campi, industriale, economico, militare, ecc. del blocco atlantico. Partigiano di uno dei due blocchi, cioè disposto a prendere le armi per combattere sul o dietro il fronte, è colui che dalla nozione, esatta o arbitraria che sia, della superiorità di uno dei due colossi fa derivare l’obbligo di appoggiarne la politica ufficiale o addirittura le azioni armate, belliche.

Noi che neghiamo programmaticamente ogni pur minima azione o propaganda che non sia rivolta a smascherare il contenuto capitalistico e antiproletario, di ciascuna di ambedue le coalizioni, possiamo tranquillamente, a scorno degli indifferentisti, valutare i reali rapporti di forza intercorrenti tra due concentramenti di potenziali economici militari, senza tema di apparire partigiani degli uni o degli altri. Impossibile è, sia pure in vista di propugnare il giusto principio dell’antipartigianismo, negare le differenze quantitative e di sviluppo della industrializzazione americana e russa. Uguali non sono.

Lasciamo stare la questione della differenza assoluta tra la produzione totale e la capacità militare di ciascuno. Vogliamo occuparci ora un’altra questione similare: l’incremento annuo della produzione. In che misura la produzione nazionale aumenta annualmente in America e Russia? Lo spunto ci viene dato dalla nota di introduzione al progetto del Comitato Centrale del P.C. russo per il Piano quinquennale, scritta da Riccardo Lombardi nume tutelare dell’economia cominformista italiana, insieme con Pesenti e soci.

Come al solito, oltre all’intonazione solenne, la nota è piena zeppa di dati, percentuali, statistiche, comprovanti tutte un aumento strepitoso in ogni ramo della produzione russa. E sia, tanto più che nessuno potrà seriamente confutarle o onestamente ritenerle per esatte, mancando ogni possibilità di controllo. Riteniamo per buone, per comodità di discussione, i dati forniti dalle agenzie del Ministero russo della Pianificazione. D’accordo, dunque, ogni ramo della produzione russa segna una curva ascendente di incremento. Sia detto per inciso, ciò non capita solo al governo russo: ormai tutti paesi occidentali, compresa la derelitta Italia, hanno superato livelli di produzione pre-bellici. Già, ammettono fautori di Mosca, ma in che misura? Quale è il tasso del loro incremento?

Vecchia questione, che servì egregiamente agli opportunisti di ieri l’altro. Riccardo Lombardi esclama: «il nuovo piano quinquennale dell’URSS prevede il raddoppio della produzione industriale dell’Unione Sovietica in 6 anni: difatti previsto incremento di produzione del 12 per cento all’anno». E commenta soddisfatto: «Contro l’1,4 per cento degli Stati Uniti d’America».

Segue una colluvie di cifre e percentuali per dimostrare che il tasso di aumento di produzione previsto dai compilatori russi è stato calcolato con eccessiva prudenza, preferendo pianificatori commettere errori di difetto anziché di eccesso, sicché una valutazione realistica porterebbe il tasso di incremento al 16 per cento. Non abbiamo alcuna difficoltà, per le ragioni dette, ad accettare per buone le cifre degli uffici statistici russi. Va bene, accettiamo come vangelo quanto il Lombardi ricava dai calcoli, e cioè che, stando al ritmo attuale, la produzione globale degli Stati Uniti dovrà impiegare quasi 50 anni per raddoppiarsi, mentre per l’economia russa basteranno appena 5 anni. Ciò ammesso, non dimostra certamente che varieranno di conseguenza i rapporti di forza tra le due economie rivali, dato che stessa quantità di merci rappresenta, se paragonata rispettivamente alla produzione globale di Stati Uniti e Russia, diverse percentuali del tutto. Esempio pratico: l’incremento del 100 per cento di mille lire è minore dell’incremento delI’1 per cento di un milione di lire.

Solo se ambo i competitori partissero da un’eguale base di partenza, cioè se entrambi possedessero 1000 oppure 1.000.000 lire, la differenza delle percentuali di aumento del capitale considerato basterebbe da sola a provare mutamenti di rapporti di forza tra rivali. Quel Lombardi, come tutta la stampa staliniana, non dice questo: allo stato attuale, la produzione totale degli Stati Uniti della Russia sono allo stesso livello? Per il momento conosciamo solo certi rifiuti che osano affermarlo…

Ma, come abbiamo già detto, non interessa la situazione dei rapporti tra le economie americana e russa. Solo ci interessa di spiegare il fenomeno dello strepitoso aumento della produzione russa, l’incalzante ritmo della diffusione dell’industrializzazione sul territorio dell’URSS. Quale la causa? La risposta degli stalinisti ormai è proverbiale: il socialismo, il carattere non capitalista dello State russo. Altri più fessi dicono: il capitalismo di Stato, il «post-capitalismo». La verità è che i primi mentono demagogicamente mentre i secondi hanno dato in affitto il cervello, pervenendo al punto di non sapere andare a ritroso oltre il 1900, e quindi di non riuscire a capire che il capitalismo di Stato, la gestione statale della produzione capitalista, è metodo di governo della classe borghese che ha trovato impiego fin dal suo affacciarsi sulla scena della storia, cioè fin dal medioevo. Vero però che il capitalismo russo poteva svilupparsi che nelle forme della gestione statale.

La spiegazione dell’altissimo tasso d’incremento della produzione, il «tempo» brevissimo segnato dal dilagare della industrializzazione, sta nel fatto che quello russo è un capitalismo in crescita, cioè un capitalismo nato ieri che si espande saturando zone e aggregati sociali ancora al di là dell’industrializzazione, ancora vergini di macchinismo e di commercio capitalistico. Naturalmente, e il capitalismo industrializzatore non sarebbe storicamente una rivoluzione in confronto ai regimi preesistenti se accadesse il contrario, l’introduzione del lavoro associato e dei processi produttivi meccanici in territori e agglomerati sociali arretrati, quali la Mongolia Turkmenistan, ecc., non può avere per risultato che l’enorme esaltazione delle forze produttive e il relativo aumento della produzione. Ad esempio, la Russia possiede un molto insufficiente sistema di comunicazioni, il che rappresenta un ritardo notevole, quindi uno stato di arretratezza del capitalismo russo di fronte quello più sviluppato di Germania o degli Stati Uniti. Ma è fin da ora scontato che l’infittirsi delle vie di comunicazione (ultima realizzazione, il canale Volga-Don) comporterà un incremento della produzione, come nello scorso secolo avvenne per l’introduzione delle ferrovie in Inghilterra, Germania Stati Uniti ccc. Ma tali sensazionali scatti in avanti della industrializzazione e della produttività non bastano da soli a testimoniare del carattere non capitalista della produzione, che apologeti di Mosca petulantemente invocano ad ogni piè sospinto.

Esempi storici non se ne trovano certo di rado. Quello più vicino a noi, dopo la Russia, è fornito dalla Germania. Dopo la guerra vittoriosa contro la Francia bonapartista del 1870, che doveva fruttare dei bacini minerari di Alsazia e Lorena, la Germania in impeto irrefrenabile che fece stupire il mondo (e ingelosire l’Inghilterra), divento in breve tempo da paese agricolo uno dei massimi paesi industriali del mondo. Confrontate il «tempo» della industrializzazione germanica a quello segnato dall’Inghilterra, che era stata all’avanguardia della rivoluzione industriale della prima metà del secolo XIX e avrete che il tasso di incremento della produzione tedesca raggiungeva gli stessi livelli sensazionali che fanno impazzire di gioia i Lombardi e i Pesenti. D’altra parte il processo d’industrializzazione non poteva ovviamente calcare le linee di sviluppo di più antiche potenze industriali, ma si rifaceva immediatamente ai più moderni ritrovati della tecnica, che imponevano la massima concentrazione del capitale, sicché il mondo dovette prendere atto dei «record» industriali tedeschi: i più grandi stabilimenti del mondo nel campo dell’industria agricola, chimica, siderurgica! All’inizio del secolo lo stabilimento Krupp era il più grande del mondo e la cifra di più di 35.000 operai da esso impiegati definita «enorme»! Era socialismo, questa gigantesca eruzione di industrie e di commerci? No, era soltanto la impressionante crescita del capitalismo tedesco, che ormai libero da ogni inceppo semi-feudale, si lanciava a testa bassa verso il traguardo della supremazia imperialista, che doveva innamorare di sé non solo i Guglielmoni e gli Hitler, ma purtroppo anche Kautsky e C.

Identica cosa avviene in Russia oggi, nel campo produttivo, e non solo in esso.

La freccia avvelenata del Lombardi consiste nel ripetere la solfa che in Russia è un’altra cosa, perché non esiste (in parte più apparenza che altro) la proprietà privata. Ma via!… Quando l’opposizione social-stalinista alla Camera propone la nazionalizzazione delle industrie elettriche e meccaniche che altro dimostra se non che la gestione statale cosi esaltata dai russi è compatibile con l’ordinamento borghese?

Retroscena del progressismo

Non siamo noi a dirlo, ma – a proposito delle «riforme» di Mossadeq – un corrispondente borghese su Il Corriere della Sera dell’8-10-1952:

«Ai possidenti di terre il nazionalismo allucinato delle masse (quelle delle città; le altre non contano) ha sempre fatto comodo; hanno speso molti soldi per istigarlo e tenerlo caldo. Il nazionalismo qui è un deviatore; distrae le masse dalla concentrazione mentale sulla loro sconfinata miseria, sostituisce al senso dello squallore e degradazione individuale un senso di eccitazione e fierezza collettiva.

La nazionalizzazione del petrolio ai possidenti piacque assai. Kasciani, che è in buoni rapporti sentimentali e altri coi possidenti disse che la nazionalizzazione del petrolio faceva inutile la riforma agraria, cioè togliere le terre ai ricchi enormemente ricchi, e spartirle e darle ai contadini. Il petrolio avrebbe pagato quello che loro i possidenti non avevano affatto voglia di pagare».

Capite, il progressismo?

Nenni o il marxismo alla rovescia

Tutto si può aspettare dalla… dialettica di Pietrone, specie quando si tratta di modificare, o meglio ancora di capovolgere, i cardini della teoria marxista.

Andato a celebrare a Genova il sessantesimo anniversario della nascita del Partito Socialista, egli ha presentato la storia del movimento operaio sotto la luce di una grande lotta per la libertà e per le riforme, il che appunto gli ha guadagnato i galloni del Premio Stalin e, dopo mille ed una capriole, l’amicizia fraterna dei liquidatori del comunismo, i Togliatti, i Terracini, i Grieco, Ma nel suo discorso, che in verità non merita molte chiose visto che si trattava di rifare la storia di un sessantennio secondo l’ideologia della libertà e di sciorinare un miscuglio di guerraiolismo e pacifismo, Pietro Nenni ha perfino voluto mettersi a teorizzare e, trovatosi di fronte alla solita terribile accusa lanciata ai socialisti di essere «antinazionali», ha risposto: nossignori: «la nostra fedeltà alla patria e la nostra fedeltà alla democrazia sono totali ed assolute. Come lo internazionalismo non è che lo sviluppo del patriottismo, così il socialismo è lo sviluppo della democrazia».

Ora, che la fedeltà di Nenni alla patria sia indiscussa non lo neghiamo – non per nulla Pietrone fu interventista e fascista -; che, per lui, il passaggio dal patriottismo all’internazionalismo, dal socialismo alla democrazia e viceversa, sia la cosa più facile e naturale di questo mondo, siamo prontissimi ad ammetterlo (nulla è impossibile ai clowns del movimento operaio); per noi resta ferrea l’opposta tesi, la tesi marxista, che l’internazionalismo operaio è la negazione del patriottismo, e il socialismo la negazione, non lo sviluppo, della democrazia. I due termini sono contrapposizioni dialettiche, non gradi di uno sviluppo unico: chi afferma l’uno nega (e si prepara ad abbattere) l’altro.

Per questi giocolieri abituati a tirar fuori dalla manica prima un coniglio e poi una lepre, non si vede perché non si debba dichiarare: il socialismo è lo sviluppo non la negazione del capitalismo. Quest’ultimo corollario, Nenni se l’è indubbiamente sentito dire a quattr’occhi da Stalin, giacché la teoria conformista è appunto quella della leale e pacifica gara di velocità fra due sistemi.

Dalla piazza al ministero, dal patriottismo all’ internazionalismo, dalla democrazia al socialismo: ma che dolce cammino, per questi signori! Gli operai, quando sentono fischiare le pallottole della democrazia o quelle della patria, sono invitati a considerarle come un provvidenziale anello nella catena di rose che porta dal regno del capitale a quello del lavoro.

Sorridendo dalla tribuna, Pietro Nenni si guarda le medaglie (d’interventista e di partigiano della… pace).

Il cinismo della borghesia americana riflette la strapotenza del capitale

La polemica elettorale ha giunto, negli Stati Uniti, le vette che tutti sappiamo. Impossibile ignorarle con il fracasso che la radio e la stampa ci stanno facendo sopra. Gli uni, avversari della politica americana con lo stesso fanatico accanimento con cui ieri ne esaltarono gli obiettivi di guerra, si avvalgono delle irruenti accuse e di venalità che lanciano, reciprocamente, attraverso gli altoparlanti e la televisione, i candidati dei partiti in lizza, per diagnosticare la cancrena della borghesia statunitense. Secondo loro, tali impudenze sono sintomi chiari della agonia della potenza del dollaro, a tutto beneficio dell’espansione russa. Per gli altri, legati anima e corpo alla greppia governativa, la brutale franchezza con cui la classe dominante yankee denuda le vergogne del sistema capitalista, equivale a prova di vitalità della democrazia parlamentare che non si nasconde, secondo loro, le difficoltà e gli errori che sono invece dissimulati e nascosti dai regimi totalitari con i metodi polizieschi. Per lo più, a tenere questa difesa ad oltranza della democrazia elettiva in generale, di quella americana in particolare, sono gli stessi giornalisti che ieri l’altro osannavano al totalitarismo mussoliniano e alla guerra anti-americana. Conclusione prima: i cinici giudicano i cinici, gli spudorati leggono le carte degli spudorati, i venali e rotti a tutti i volgimenti di gabbana contano soldi in tasca ai loro simili. Di che meravigliarsi se i galoppini di Stevenson accusino Eisenhower di accettare nelle proprie file gente molto sensibile al fascino dei dollari? Nell’universo della democrazia parlamentare, o popolare, tutto il mondo è paese.

Ma il quesito rimane. Perché la borghesia americana, contrariamente alle borghesie d’oltre-atlantico che studiano di usare al minimo l’arma dello scandalo e al massimo quella dell’influenzamento ideologico delle masse, non dico che pervenga a capovolgere il rapporto, ma, con audacia inaudita altrove, non si perita di mostrare alla luce del sole le magagne del proprio personale politico e militare, le disfunzioni dell’apparato di governo, l’incredibile dose di incapacità e di dilettantismo della propria diplomazia? Non regge l’ipotesi, che è solo un pio desiderio, degli staliniani, per la quale la borghesia americana sarebbe sul punto di tirare le cuoia. Una classe dominante, per morire, ha bisogno di un becchino. A tutt’oggi il proletariato americano non si mostra affatto all’altezza del compito. Tendete le orecchie: sentirete ancora fragore degli applausi frenetici decretati dal Congresso dell’AFL. (Federa- zione americana del Lavoro) al candidato democratico Stevenson. Per ben 35-40 volte, riferisce la stampa d’informazione, gli ottocento delegati del Congresso hanno interrotto il discorso di Stevenson, pronunciato alla loro presenza, abbandonandosi a scene di entusiasmo, quali si registrano da noi ai comizi di Nenni e Togliatti. Altro che becchino, almeno per ora! Se la classe operaia è penetrata fino alle midolla del veleno opportunista, frastornata dalle superstizioni circa la coesistenza pacifica delle classi, come volete che la classe dominante borghese sia sulla via della tomba?

Nemmeno regge l’ipotesi della «vitalità» della democrazia yankee, avanzata dai giornalisti affittati al governo filo-americano di De Gasperi. Ogni volta che classe dominante americana ha sentito che i principii della propria dominazione erano seriamente minacciati, non ha esitato, come nel caso dell’eccidio di Chicago, dell’assassinio giudiziario di Sacco Vanzetti e in diversi altri casi, a fare ricorso con immutabile cinismo al pugno di ferro, all’azione brutale sanguinosa dell’apparato repressivo. Parlare dell’America, identificandola col mondo della libertà, quando la malavita, che in ogni Stato borghese viene adoperata come strumento ausiliare di repressione in determinati momenti cruciali della lotta di classe, negli Stati Uniti entra come elemento permanente e parte integrante insostituibile del politicantismo! E dire di un regime «libero» che produce dalle sue viscere il più bestiale e irriducibile razzismo che mai si sia visto al mondo? Confrontate le manicomiali cerimonie del Ku-Klux-Klan con le crociate antisemite dei nazisti: se lo spargimento di sangue commesso da questi supera quello provocato dai linciaggi dei negri, la follia sadica dei razzisti americani, i quali hanno nelle mani il governo di interi Stati dell’Unione, resta certamente ineguagliata. No, la perpetuazione del regime sociale e politico statunitense non si appoggia affatto, siccome pretendono pennivendoli governativi, sull’elixir di lunga vita della democrazia. La questione va completamente rovesciata. È il regime dello scandalo e della frode elettorale, tipicamente yankée, che si regge su qualcos’altro che su un fatto innegabile che sia la stampa stalinista che quella filoamericana accuratamente evitano di illustrare. Quale? La soggezione totale delle masse lavoratrici americane alle influenze dell’opportunismo, la loro incapacità di liberarsene.

La stampa stalininiana che ha una missione demagogica da compiere mentre mostra rabbrividire di disgusto di fronte alle carnascialate di America, deve affermare ora, in omaggio alla tesi dell’avanzata del mondo del «socialismo» che le masse lavoratrici americane stanno aprendo gli occhi al socialismo e chiudendo le orecchie opportuniste. Noi che non abbiamo da ingannare nessuno, non possiamo affatto dirlo. Non possiamo dirlo perché non abbiamo da svolgere un compito di reclutamento di partigiani per la eventuale guerra imperialista il che appunto si fa predicando una esagerata sottovalutazione del potere del competitore imperialista. La verità è che la mentalità tipicamente cinica della borghesia americana, il suo non aver timore, ad esempio, di condurre una battaglia elettorale, quella in corso, su uno scandalo finanziario, in cui ogni partito accusa l’altro di Iadrocinio e di venalità, è determinata dal tracotante sentimento che la borghesia yankee ha della propria strapotenza di classe.

L’ultimo atto che doveva ribadire la completa dominazione del Capitale si è avuto recentemente, come dicevamo, dall’adesione all’unanimità del Congresso dell’AFL alla campagna in favore del candidato democratico Stevenson. Precedentemente, il Congresso del C.I.O., l’altro organo sindacale americano aveva presa la stessa decisione. Ciò significa che l’intero proletariato americano, il più numeroso del mondo, è caduto, tranne trascurabilissimi gruppetti accalappiati peraltro immediatamente dalla rete stalinista. nel pieno del gioco della politica della classe dominante, e quale gioco!

La borghesia americana in tutto può sbagliare tranne nel convincimento motivato che la soggezione delle lavoratrici, anzi adesione cieca, alla politica delle Stato Washington, le assicura solo la perpetuazione della propria dominazione sul territorio metropolitano, ma addirittura le permette di montare la guardia al privilegio capitalistico, in tutti i cinque continenti. Lo spettacolo del totale inquadramento delle masse proletarie, mercè la politica dell’onnipotente opportunismo sindacale, nella ideologia e nella politica ufficiale, non puo riempire di arroganza le oligarchie dominanti. E c’è di che inorgoglirsi! Dall’epoca della guerra di Secessione, terminata nel 1865, se non si vuole risalire addirittura fino alla guerra d’Indipendenza con l’Inghilterra, il capitalismo americano non ha conosciute che guerre, mai ha sentito i morsi del terrore che le minacce di rivolta delle masse suscitano negli oppressori. L’America del Nord a tutt’oggi è vergine di rivoluzione. Contrariamente alle borghesie europee, il cui dominio politico si instaurò attraverso guerre di classe e violenti rivolgimenti, la borghesia americana, esportata vecchia Europa sulle rive dell’Atlantico, si costruì il proprio potere autonomo attraverso una guerricciola contro la Madrepatria Inghilterra, non disdegnando di accettare gli aiuti delle ancora feudali Francia e Spagna. Né il rifiuto di obbedienza dei coloni americani a S.M. Britannica si colorò degli accesi colori della Ideologia e della Retorica giacobina dei rivoluzionari borghesi Europa. Alla base della contesa con l’Inghilterra, conclusasi la guerra, fu posta la lotta del «libero pensiero contro l’Autorità», o «dell’ Uguaglianza contro il Privilegio», tutt’altro. Senza drappeggiarsi nelle vesti libertarie, fu detto chiaro e tondo dai piantatori americani che il pomo della discordia erano le pretese del Governo di Londra di esigere tasse sullo zucchero, sul té, ecc., prodotti in America. Con la stessa identica spregiudicatezza, che poi è un punto all’attivo del materialismo storico, i pronipoti dei Franklin e dei Washington spiattellano davanti al mondo intero che la lotta tra Stevenson ed Eisenhower è una questione che viene risolta in definitiva a suon di dollari.

Il cinismo della borghesia americana, la sprezzante noncuranza con cui lascia intravvedere uno sfondo di intrighi e di corruzioni dietro le figure dei candidati alla presidenza dello Stato Federale, non è in fondo che la convinzione che l’America del Nord, o meglio, gli Stati Uniti, debbano rimanere per sempre terra senza rivoluzioni. Purtroppo tale superstizione non risparmia le menti proletarie. L’alleanza capitalistico-opportunista che sta celebrando il suo saturnale nell’atmosfera accesa della campagna elettorale, assicura la perpetuazione della dominazione capitalista in America; potendo disporre di un colossale potenziale industriale e militare vigila sul mondo intero, pronta a piombare ovunque le masse proletarie minacciassero di intaccare le basi dello sfruttamento capitalistico. Un blocco di potenziale controrivoluzionario, di cui uno simile non esiste al mondo, né nello spazio né nel tempo.

Soddisfatta della sua onnipotenza, della impotenza delle masse, la borghesia statunitense ghigna. Sicura che le armi terribili di cui quotidianamente accresce il numero e la micidialità, saranno impugnate dal proletariato contro i suoi interessi di classe sfruttata contro la sua stessa esistenza fisica. Irride in cuor suo ai suoi stessi satelliti, alle borghesie vassalle di Europa, d’Asia, del rimanente del continente americano, Comincerà a fremere di paura allorché il proletariato si alzerà a spezzare l’alleanza stipulata dall’opportunismo con la filibusta del Capitale. Quando verrà tale giorno nessuno dirlo. Di sicuro però che esso segnerà la fine della mostruosa epoca del capitalismo.

Geografia dell’opportunismo

È detto nel Manifesto dei Comunisti, che il proletariato deve lottare contro la propria borghesia nazionale. Nonostante le odierne misure di controllo super-statale e supernazionale esercitate dai centri mondiali imperialistici, tale principio rimane saldamente in piedi, dato che la sudditanza delle borghesie nazionali ai colossi mondiali non esclude l’esistenza e il formidabile funzionamento di macchine statali locali, che se hanno perduto, o stanno perdendo, molto del loro potere di influenzare lo sviluppo dei grandi avvenimenti mondiali, conservano tuttora, anzi possiedono in misura aggravata, la capacità di esercizio della repressione. Di conseguenza, la rivoluzione proletaria non può concepirsi, pur rimanendo indiscussa la necessità del suo sbocco mondiale, che iniziantesi con la rottura degli apparati di repressione locali.

Ma far saltare la macchina statale capitalista significa anzitutto sgominare gli schieramenti opportunisti pseudo-proletari, che dello Stato sono la protezione più preziosa e la condizione immancabile del funzionamento del suo meccanismo di repressione e intimidazione. Tutta quanta la strategia rivoluzionaria della III Internazionale leninista si resse su tale principio, sicché la condizione prima della riuscita dell’attacco rivoluzionario fu identificata nella distruzione delle organizzazioni socialdemocratiche di vario colore. La successiva evoluzione del capitalismo non ha mutato le direttrici strategiche di allora, anche se apparati e inquadramenti di partiti, a suo tempo inseriti nella Internazionale comunista, figurano oggi nello schieramento mondiale dell’opportunismo. Il nemico immediato da abbattere, le prime trincee della conservazione borghese da prendere di assalto, restano le organizzazioni politiche opportuniste.

Multiformi, ma non troppo, appaiono le casacche ideologiche e propagandistiche dell’opportunismo internazionalmente considerato. Varie sono le origini storiche, le linee di sviluppo seguite, i miti, le tradizioni organizzative, delle varie popolazioni politiche che colorano variegatamente la mappa dell’opportunismo. Ma il carattere fondamentale, a cui tutte si possono, riportare e che le assimila di fronte allo Stato capitalista, è uno, e uno solo: la loro sostanziale politica dei due estremi del capitalismo: capitale (privato o «nazionalizzato» poco importa) e il lavoro salariato.

Per il principio anzidetto che ogni proletariato deve anzitutto lottare la borghesia nazionale, i gruppi rivoluzionari, dove esistono, debbono anzitutto gettarsi nella lotta contro l’opportunismo locale. Avviene però che tale lotta comporti, in taluni elementi meno provveduti, a sopravvalutare la effettiva consistenza ed il reale potenziale politico del nemico opportunista, giungendo persino ad illazioni arbitrarie in tema di valutazione dei rapporti di forza fra i campi in cui l’imperialismo divide il fronte antiproletario e controrivoluzionario dell’opportunismo.

Giova pertanto, giacché non può bene agire chi male ha compreso, passare in rassegna rapidamente le forze internazionali dell’opportunismo. Opportunismo filo-americano? Opportunismo filo-russo? Proprio. Siffatti concetti non possono apparire arbitrari, da quando la Federazione mondiale dei Sindacati costituita dagli Stati vincitori del secondo conflitto imperialistico, si scisse secondo la linea di frattura politica determinata dalla guerra fredda. Visto che l’opportunismo americano ricusa ipocritamente di svolgere attività politica, annidandosi potentemente nelle organizzazioni pseudo-apolitiche dei sindacati, non può scegliersi altro riferimento storico per tracciare le discriminazioni in atto nel campo dell’opportunismo mondiale. La Internazionale sindacale si scisse allora in due giganteschi tronconi direttamente soggetti all’influenza di Washington o di Mosca, ricalcando fedelmente la polarizzazione delle forze sul piano politico. Tenendo conto delle scissioni sindacali e dell’antagonistico concentramento dei partiti politici pseudoproletari. operanti sulla arena internazionale, il quadro dei rapporti di forza fra gli schieramenti opportunisti aventi in funzione dei centri imperialistici in lotta, si presenta cosi:

Due Americhe. Tranne qualche situazione locale, l’opportunismo filo-russo in questo continente è praticamente inoperante. Nei grandi Stati, quale la Confederazione nordamericana, il Canada, il Brasile, l’Argentina, costituisce uno schieramento di scarsissima consistenza organizzativa e di nessuna seria influenza politica, assoggettato come è a un pesantissimo controllo poliziesco o messo addirittura al bando. Negli Stati minori, quali la Bolivia, il Venezuela ecc., o si muove timidamente e anonimamente nella scia di formazioni estremiste locali, come ad esempio, il Boliviano Partito Nazionalista Rivoluzionario di Paz Estensoro o il «Partito de Acion Democratica del Venezuela»; oppure non esiste che simbolicamente data la composizione sociale e l’arretratezza economica di talune repubbliche dell’America centrale e meridionale. Tirando le somme, le influenze opportuniste di orientamento filo-russo sono praticamente assenti nel continente americano. Viceversa, il proletariato dei massimi paesi industriali in testa gli Stati Uniti e il Canada è soggetto a influenze opportuniste direttamente collegate alla borghesia locale, di cui ripetono esasperandoli i motivi della campagna antirussa anche se, come è il caso dell’Argentina peronista, la crociata guerrafondaia contro Mosca si mescola a una concomitante azione propagandistica e politica che persegue fini di ricatto contro i padreterni del capitalismo yankee.

Europa Occidentale. In questa parte dell’atlante dell’opportunismo, sia pure usurpato, del filo-russismo, parrebbe che dovesse essere rappresentato a fortissime tinte. Ma si tratta più di illusione che di una valutazione realistica. In Spagna, lo stalinismo è fuori legge. In Olanda, Belgio, Svizzera, Danimarca, Svezia, Norvegia, Austria non rappresenta nemmeno il partito più forte della minoranza parlamentare, ottenendo bassissime percentuali di voti. Anzi, in alcuni di questi è, dopo la parentesi dell’espansionismo post-bellico russo, in netto declino: nei due maggiori paesi scandinavi i voti stalinisti si ridussero, nel 1948, alla metà. In Danimarca, ad un terzo. In Grecia è uscito da qualche anno completamente sconfitto nella guerra civile iniziata da Markos. Particolare situazione presenta la Jugoslavia, ove la rivolta della frazione titina del partito comunista locale ha provocato il fenomeno originale dell’allineamento in funzione antirussa di una organizzazione politica tipicamente staliniana. Qui, però, le recenti esecuzioni di elementi antigovernativi lo testimoniano, la frazione filorussa, benché sotterranea, è ancora considerevole.

Esaminati i paesi minori, rimangono i più forti numericamente ed industrialmente: Inghilterra, Germania, Francia, Italia. Non occorre spendere parole per dire che l’opportunismo filorusso è più forte nei paesi (Italia e Francia) in cui meno sviluppata è l’industria, relativamente parlando. In Inghilterra e Germania lo stalinismo è neutralizzato rispettivamente dalla demagogia bevanista e socialdemocratica, i cui programmi di nazionalizzazione colorata per giunta da un’abile propaganda antiamericana costituiscono una insuperabile diga agli allettamenti staliniani. D’altra parte, i recenti avvenimenti nel partito comunista francese, culminati nella clamorosa messa sotto accusa di Marty e Tillon mostrano che il campo dell’opportunismo staliniano francese è minato all’interno. La lunga assenza dal governo logora agli organismi nati e funzionanti per starci. Non è difficile profezia pronosticare che perdurando l’odierno dissimulato totalitarismo democristiano, in Italia dovrà verificarsi presto o tardi eguale fenomeno. A conti fatti, lo stalinismo detiene in Europa occidentale posizioni tutt’altro che predominanti e, per di più, non definitive. Il proletariato dei maggiori paesi industriali e militari per la schiacciante maggioranza subisce l’influenza dell’opportunismo che se non è dichiaratamente filo-americano, non dissimula affatto il suo caparbio e fanatico antirussismo. La petulante propaganda cominformista basata su patetici appelli alla concordia e proposte adescatorie di embrassons-nous generali, costituisce la riprova di quanto andiamo dicendo.

Asia. In questa parte del mondo l’opportunismo staliniano ha conseguito i massimi successi nel dopoguerra e mantiene un’energica azione di disturbo e di guerriglia partigiana contro i governi sostenuti dalle potenze colonialiste occidentali, rendendone precaria la stabilità politica. Qui si è verificato il più clamoroso spostamento di forze imperialistiche ed opportuniste a favore di Mosca, e cioè la cacciata dalla Cina delle forze legate al Kuomintang e l’instaurazione del regime di Mao-Tse-Tung. Le ripercussioni del gigantesco avvenimento si manifestano tuttora con l’intensificazione della guerra partigiana nel Vietnam (Indocina), scoppiata fin dal dicembre del 1946, in Malesia, nelle Filippine, ove su una popolazione di 18 milioni di abitanti circa, 500.000 tra aderenti e simpatizzanti ingrossano le file del clandestino partito degli Huks che solo la presenza di basi militari americane sul territorio della repubblica riesce contenere. Forse si mantiene l’influenza staliniana nelle altre zone, e dove non riesce ad affermarsi, subisce gli effetti della politica di gelosa neutralità che nei confronti degli antichi padroni colonialisti di Occidente svolgono, per lo più sul piano delle enunciazioni ideologiche, i governi indipendenti recentemente costituiti (India, Pakistan, Indonesia, Stati arabi, ecc.). Fa eccezione il Giappone, che è la più forte, se non addirittura l’unica, potenza industriale con considerevole proletariato, del continente asiatico e del Pacifico. Qui la politica antirussa del governo tocca vette molto alte, sebbene ipocritamente dissimulata, con la conseguenza che le forze staliniste si trovano ad operare in un ambiente di semi-illegalità. Le recenti elezioni nipponiche hanno segnato una bruciante sconfitta del Cominform.

II totale dei totali ci fornisce un quadro abbastanza eloquente dei rapporti di forza dei campi in cui l’imperialismo divide l’opportunismo operaio. Balza subito agli occhi che i massimi paesi industriali del mondo, in cui si concentra schiacciante maggioranza dei mezzi di produzione e degli effettivi del proletariato industriale oggi esistenti, e cioè Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Canadà, Belgio, Olanda, Svezia, Francia, Italia, Giappone, ecc., sono sottratti, tranne qualche eccezione, alla influenza dell’opportunismo filo-russo, il quale, tranne la Russia, e in misura di gran lunga minore, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, si applica su regioni del globo prevalentemente agricole, che solo oggi fanno i primi passi verso l’industrializzazione capitalista e la proletarizzazione del contadiname.

Tale risultato, e solo questo, si ottiene facendo ruotare il mappamondo della geografia dell’opportunismo. Quali conclusioni si debbono trarre? Quelle implicite nella nostra concezione dell’opportunismo, considerato nella sua essenza di alleato dell’imperialismo e di nemico giurato della rivoluzione. Sotto questo profilo, ambo i campi dell’opportunismo, ad onta delle diverse ideologie e parole politiche sbandierate, vanno combattuti. Oggi purtroppo ciò è possibile quasi unicamente sul terreno teorico e propagandistico. Ma quando la disfrenata guerra di classe avrà liberato le forze sociali represse, sarà di preziosa utilità per l’internazionale rivoluzionaria futura l’aver acquisito da tempo la nozione dello esatto rapporto di forza fra i satelliti opportunisti dell’imperialismo. Gioverà sopratutto essersi liberati a tempo della sopravvalutazione, artificiosamente alimentata dalla stampa borghese della capacità di influenzamento politico che si attribuisce agli uni, col risultato di sottovalutare gli altri, e cioè di trascurare di armarsi anche contro di loro.

Dialogato con Stalin (Pt.1)

GIORNATA PRIMA

Scrivendo dopo ben due anni un articolo di cinquanta pagine (era del 1950 quello famoso sulla linguistica di cui avemmo ad occuparci solo di straforo, ma che di essere filato meritava; e quod differtur …) Stalin risponde, sui punti posti in due anni, non solo nel Filo del tempo, ma anche in riunioni di lavoro sulla teoria e sul programma marxista svolte dal nostro movimento e rese pubbliche, in breve o in esteso.

Non intendiamo con questo dire che Stalin (o la sua complessa segreteria le cui reti allacciano lo sferoide) abbia preso visione di tutto quel materiale, e siasi rivolto a noi. Non si tratta, se marxisti davvero siamo, di credere che le grandi discussioni storiche abbiano bisogno, per la guida del mondo, di protagonisti personificati che si annunzino all’umanità attonita, come quando l’angelo suona dall’alto della nuvola la aurea tromba, e Barbariccia, dantesco demone, risponde, de profundis in senso proprio, col suono che sapete. O come il Paladino cristiano ed il sultano saraceno che, prima di estrarre le luccicanti durlindane, si presentano a gran voce, sfidandosi con l’elenco degli antenati e quello dei guadagnati torneamenti, ed annunziandosi la reciproca uccisione.

Ci mancherebbe altro! Da una parte il Capo massimo del più grande Stato della terra e del proletariato «comunista» mondiale, dall’altra chi mai – poffàre? – ‘O zì nisciuno!

Egli è che i fatti e le forze fisiche, dal sottofondo delle situazioni, prendono deterministicamente a discutere tra di loro; e quelli che dettano o battono sui tasti l’articolo, o pronunziano lo esposto, sono semplici meccanismi, sono altoparlanti che trasformano passivi l’onda in voce, e non è detto che la fesseria non sgorghi da quello da diecimila kilowatt.

I quesiti stessi sorgono, quindi, circa il senso dei rapporti sociali russi di oggi e dei rapporti internazionali economici, politici e militari, si impongono lassù e quaggiù, si possono illuminare solo col confronto colla teoria di quanto è già accaduto e noto, e colla storia della teoria, un tempo lontanissimo – visto che il dato è incancellabile – comune.

Sappiamo quindi assai bene che dall’alto del Kremlino la risposta di Stalin non viene alla nostra voce e non reca il nostro indirizzo, né per la limpida continuità del dibattito occorre che gli consti che ieri il foglio ospitante era detto Battaglia, oggi Programma comunista, e per eventi improducenti svoltisi, questi, alla quota dello strato dei sottofessi. Le cose e le forze, immense o minime, passate, presenti o future, restano le stesse a dispetto dei capricci della simbolica. Se l’antichissima filosofia scrisse sunt nomina rerum (letteralmente: i nomi appartengono alle cose) intese dire che le cose non sono dei nomi. Ossia, nel nostro linguaggio, la cosa determina il nome, non il nome la cosa. Fate quindi pure il novantanove per cento del vostro lavoro sui nomi, ritratti, vite, epiteti e tombe di Grandi Uomini, noi seguiamo nell’ombra, sicuri che non troppo lontana è la generazione che sorriderà di voi, lustrissimi di prima e di sedicesima grandezza.

Le cose che stanno sotto l’articolo attuale di Stalin sono però troppo grandi, perché noi gli rifiutiamo il dialogato. Per questo e non perché à tout seigneur tout honneur, noi rispondiamo, e attenderemo, anche due anni, la controreplica. Fretta (vero, o ex-marxista?) non ce n’è.

DOMANI E IERI

I temi trattati sono tutti nodi cruciali del marxismo, e sono quasi tutti i vecchi chiodi, su cui abbiamo insistito che si doveva profondamente ribattere, prima di pretendersi a forgiatori del domani.

Naturalmente il grosso degli «spettatori» politici distribuiti nei vari campi non è stato colpito da ciò su cui Stalin suggestivamente ritorna – deve ritornare – ma da ciò che anticipa sull’incerto domani. Gettatisi su questo, perché questo è che fa pubblico, gli spettatori amici e nemici non hanno capito un accidente ed hanno dato versioni cervellotiche e trasmodanti. La prospettiva, ecco quello che ossessiona, e mentre gli spettatori sono una manica di asini, l’operatore, che gira la manovella da quelle altissime prigioni che sono gli uffici supremi del potere di governo, è proprio nella posizione che meno lascia vedere intorno, e antivedere. Mentre noi

raccogliamo quanto gli ha dettato il volgersi indietro, ove nessuno gli chiude tra inchini e suffumigi la visuale, tutti si commuovono alle suggestive previsioni. Esistenzialisticamente tutti obbediscono allo imperativo imbecille: ci dobbiamo divertire; e la stampa politica diverte quando, come suggestivamente oggi, apre uno squarcio sul futuro, e vede un Supernome degnarsi di profetare: la rivoluzione mondiale non più, la pace non più, ma non la guerra «santa» tra la Russia ed il resto del mondo, bensì la inevitabile guerra tra Stati capitalistici, in cui, per il primo momento, non si comprende la Russia. Interessante, anche se non nuovo al marxismo, anche per noi, che non abbiamo la fregola del cinema politico, ove lo spettatore non si interessa «se sia vero» quello che vede (tra poco col cinerama sarà portato di peso in mezzo all’azione) e, chiusa l’illusione del paesaggio di oltremare, del locale extra-lusso, del telefono bianco, o dello amplesso con le moderne impeccabili superveneri di celluloide, ritorna contento, povero travet o schiavizzato proletario, nella sua stamberga, e si strofina alla sua donna deformata dalla fatica, o la rimpiazza con una venere del marciapiede.

Tutti quindi si sono gettati sul punto di arrivo, anziché sul punto di partenza. Esso è invece il fondamentale; vi è tutta una schiera di semisciocchi che vuol precipitarsi a ponzare il poi, e che bisogna poderosamente arginare e ributtare indietro a capire il prima, compito certo più agevole, e cui tuttavia non ce la fanno manco pe sogno. Ognuno che non ha capito la pagina che ha davanti non resiste alla tentazione di voltarla per trovare lumi nella seguente, ed è così che la bestia diventa più bestia di prima.

In Russia, checché ne sia di polizie silenziatrici che scandalizzano l’occidente, in cui le risorse imbecilizzanti e standardizzanti di cranii sono dieci volte maggiori, e più schifose, il problema di definire lo stadio sociale che si attraversa, e l’ingranaggio economico che è in moto, si impone da sé, e perviene al dilemma: dobbiamo seguitare a dire che la nostra è una economia socialista, comunista dello stadio inferiore, ovvero dobbiamo riconoscere che è una economia retta dalla legge del valore propria del capitalismo, malgrado l’industrialismo di stato? Stalin sembra fronteggiare tale riconoscimento e frenare i troppo spinti economisti e capi d’azienda che vanno nel secondo avviso; in realtà prepara la (utile anche in senso rivoluzionario) non lontana confessione. L’imbecillità organizzata del mondo libero legge che ha annunziato il passaggio allo stadio pieno, superiore del comunismo!

Per mettere a fuoco una tale questione Stalin abborda il metodo classico. Sarebbe facile giocare la carta di abbandonare ogni obbligo con la tradizione di scuola, con Marx e con Lenin teorici, ma in questa fase del gioco il banco stesso potrebbe saltare. Ed allora invece ricominciamo ab ovo. Bene, è quel che vogliamo, noi che non abbiamo puntate da far fruttare alla roulette della storia, e imparammo al primo balbettio che la nostra era la causa proletaria, e nulla aveva da perdere.

Occorre dunque alla data 1952 «un testo di studio della economia politica marxista» e non solo per la gioventù sovietica ma per i compagni degli altri paesi. Impuberi ed immemori, attenti, dunque!

Inserire in tale libro capitoli su Lenin e su Stalin come creatori della economia politica socialista, a dichiarazione di Stalin stesso, non apporterebbe nulla di nuovo. Assai bene, se ciò vuol dire che è notissimo che essi non l’hanno inventata ma imparata, e il primo la ha sempre rivendicata.

Come qui entriamo nel campo di rigorosa terminologia e formulario «di scuola», va premesso che siamo in presenza di un riassunto che gli stessi giornali stalinisti traggono da una agenzia non russa di stampa, e converrà appena possibile compulsare il testo completo.

MERCE E SOCIALISMO

Il richiamo dei primi elementi della dottrina economica serva per discutere del «sistema di produzione di merci in regime socialista». Abbiamo in vari testi (che beninteso a loro volta si guardavamo bene dal dire alcunché di nuovo) sostenuto che ogni sistema di produzione di merci è sistema non socialista, e andremo a ribadirlo: ma Stalin (Stalin, Stalin; noi ci occupiamo di un articolo che potrebbe anche essere dovuto ad una commissione che – «tra cent’anni» – surroghi uno Stalin defunto o inabilitato: comunque il simbolismo colle sue notazioni qual pratica di comodo, serve anche a noi) potrebbe avere scritto: sistema di produzione di merci dopo la conquista proletaria del potere, ed allora non saremmo alla bestemmia ancora.

Evidentemente alcuni «compagni» in Russia hanno enunciato – riferendosi ad Engels – che il conservare, dopo la nazionalizzazione dei mezzi di produzione il sistema di produzione di merci, ossia il carattere di merci ai prodotti, significa avere conservato il sistema economico capitalistico. In linea teorica non c’è Stalin che possa provare che abbiano torto. Quando e se dicono che, potendo abolire la produzione a tipo mercantile, si è trascurato o scordato di farlo, allora possono sbagliare.

Ma Stalin vuole provare che in un «paese socialista» – termine di dubbia scuola – può esistere la produzione di merci, e se ne rifà alle definizioni di Marx e alla loro limpida sintesi – non assolutamente impeccabile – in un opuscoletto di propaganda di Vladimiro.

Su tale tema, ossia sul tipo mercantile di produzione, sul suo sorgere e il suo dominare, e sul suo carattere strettamente capitalistico e caratterizzante modernamente il capitalismo, ci siamo fermati il 1 settembre 1951 in una «Riunione di Napoli» riferita nel Bollettino n. 1 del partito, e in altra Riunione più recente, anche a Napoli, che consistette nella parafrasi e commento del paragrafo di Marx sul «Carattere feticcio della merce e il suo segreto». Di questa fu cenno nel n. 9 dell’1-14 maggio 1952, in questissimo giornale e nel coevo Filo del Tempo: «Nel vortice della mercantile anarchia». Secondo Giuseppe Stalin si può stare in ambiente mercantile e dettare piani sicuri, senza che il terribile Maëlstrolm attiri l’incauto pilota al centro del gorgo e lo inghiotta nell’abisso capitalista. Ma il suo articolo denunzia, a chi legge da marxista, che i giri si stringono e si accelerano – come la teoria ha stabilito.

Merce, come ricorda Lenin, è un oggetto che ha due caratteri: essere utile ai bisogni dell’uomo – potersi scambiare con altro oggetto. Ma le righe che precedono il passo, citato tanto dall’alto sono semplicemente queste: «Nella società capitalistica domina la produzione delle merci; e perciò l’analisi fatta da Marx comincia con l’analisi della merce».

E dunque la merce ha quelle due prerogative, e merce diventa solo quando la seconda si giustappone alla prima. Questa, il valore d’uso, è del tutto comprensibile anche ad un piatto materialista come noi, anche ad un bimbo, è organolettica; lecchiamo lo zucchero la prima volta, e stenderemo la mano per la zolletta. Lunga è la via, e Marx la fa di volo in quel paragrafo straordinario, perché lo zucchero si investa di un valore di scambio, e perché si arrivi al delicato problema di Stalin, stupito che gli fissassero una equivalenza grano-cotone.

Marx, Lenin, Stalin e noi sappiamo molto bene quale diavoleria succede quando il valore di scambio è nato. Lo dica dunque Vladimiro. Dove gli economisti borghesi vedevano dei rapporti tra cose, Marx scoprì dei rapporti tra uomini! E che cosa dimostrano i tre tomi di Marx e le 77 paginette di Lenin? Una cosa facile. Dove l’economia corrente vede la perfetta equivalenza di uno scambio, noi non vediamo più i due oggetti permutati, ma vediamo uomini in moto sociale, e non vediamo più l’equivalenza, ma la fregatura. Carlo Marx parla di uno spiritello che dà alla merce questo carattere miracoloso e a prima vista incomprensibile. Lenin con ogni altro marxista avrebbe inorridito all’idea che si possono produrre e scambiare merci espellendone con esorcismi quel diavoletto: Stalin forse lo crede? O vuole solo dirci che il diavolino è più forte di lui?

Come i fantasmi dei cavalieri medievali si vendicano della rivoluzione di Cromwell infestando i castelli inglesi, borghesemente ceduti ai landlords, così dunque il folletto-feticcio della merce corre irrefrenabile per le sale del Kremlino e ghigna dai diffusori dei milioni di parole del XIX congresso.

Volendo stabilire che non è assoluta la identificazione tra mercantilismo e capitalismo, Stalin impiega una volta ancora il metodo nostro. Risale nei secoli, e con Marx ricorda che «sotto certi regimi (schiavista, feudale, ecc.) la produzione di merci è esistita senza aver portato al capitalismo». Questo infatti è detto nella potente scorsa storica di Marx in quel passo, ma a ben altro fine e con ben altro sviluppo. L’economista borghese proclama che per collegare la produzione al consumo non potrà mai esistere altro meccanismo che quello mercantilistico, in quanto sa molto bene che fin che quel meccanismo è in piedi il capitale resta signore del mondo. Marx ribatte: andremo adesso a vedere quale è la tendenza storica del domani; per ora vi costringo a constatare i dati del passato: non sempre il mercantilismo ha provveduto a portare il risultato del lavoro fino a chi aveva bisogno di consumarlo; e cita le economie primitive di raccolte dei cibi per immediato consumo, i tipi antichi di famiglia e di clan, le isole chiuse del sistema feudale a consumo diretto interno senza che i prodotti dovessero assumere la forma di merci. Con lo svolgersi e il complicarsi della tecnica e del bisogno si aprono settori cui provvede il baratto prima e poi il commercio vero e proprio, ma (per la stessa via che ci è servita a proposito della proprietà privata) resta provato che il sistema mercantile non è «naturale», ossia come il borghese pretende permanente ed eterno. Ora questo tardivo apparire del mercantilismo (o sistema di produzione delle merci come Stalin dice) questo suo coesistere a margine di altri sistemi, serve appunto a mostrare come, divenuto sistema universale appena dilaga il sistema capitalistico di produzione, dovrà insieme ad esso morire.

Lungo sarebbe riportare come tante volte facemmo i passi di Marx contro Proudhon, Lassalle, Rodbertus e cento altri, che si riducono all’accusa di voler conciliare il mercantilismo con l’emancipazione socialista del proletariato.

Difficile appare accordare con tutto questo, che Lenin chiama la pietra angolare del marxismo, la tesi attuale così riferita: «non c’è alcuna ragione perché, nel corso di un determinato periodo, la produzione di merci non possa servire anche ad una società socialista» ovvero: «la produzione di merci riveste un carattere capitalistico solo quando i mezzi di produzione sono nelle mani di interessi privati, e l’operaio, che non ne dispone, è costretto a vendere la sua forza di lavoro». L’ipotesi è evidentemente assurda poiché nell’analisi marxista ogni volta che una massa di merci appare egli è perché i proletari privi di ogni riserva hanno dovuto vendere la forza di lavoro, e quando in passato vi furono quei (limitati) settori di produzione di merci, fu in quanto la forza di lavoro non era venduta «spontaneamente» come oggi, ma estorta colle armi a schiavi prigionieri o a servi legati da rapporti di dipendenze personali.

Dobbiamo ancora una volta ristampare le prime due righe del Capitale? «La ricchezza delle società nelle quali domina il modo capitalista di produzione si manifesta come una immensa raccolta di merci».

L’ECONOMIA RUSSA

Il testo che ci occupa, dopo avere con maggiore o minore abilità ostentato di voler risalire alle fonti dottrinarie, si porta sul terreno della presente economia russa, per far tacere quelli che avrebbero affermato che il sistema di produzione delle merci deve portare inevitabilmente alla restaurazione del capitalismo, o noi che più chiaramente diciamo: il sistema della produzione per merci sopravvive in quanto siamo in pieno capitalismo.

Sulla economia russa vi sono queste ammissioni. Se le grandi fabbriche industriali sono statizzate, non sono tuttavia espropriate le piccole e medie industrie, anzi il farlo «sarebbe stato un delitto». L’orientamento sarebbe di svilupparle in cooperative di produzione.

Vi sono due settori della produzione di merci: da una parte la produzione di Stato che è nazionale. Nelle imprese statali sono di proprietà nazionale i mezzi di produzione e la produzione stessa, ossia i prodotti. Semplice: in Italia verbigrazia sono dello Stato i tabacchifici, e così le sigarette, che esso smercia. Ma basta questo a dare il diritto di dire che siamo in fase di «liquidazione del salariato» e che l’operaio «non è costretto a vendere la sua forza di lavoro»? No, di sicuro.

Passiamo all’altro settore, quello agricolo: nei kolkhos, dice lo scritto, sebbene la terra e le macchine siano proprietà dello Stato, il prodotto del lavoro non appartiene allo Stato, ma al kolkhos stesso. E questo non se ne disfà se non come merce di scambio per i beni di cui abbisogna. Non esistono tra i kolkhos e le città altri legami che quelli dati da questo scambio: «la produzione, la vendita e lo scambio di merci costituiscono per noi una necessità, non meno di quanto avveniva 30 anni fa».

Tralasciamo ora l’argomentare sulla molto lontana possibilità di superare una tale situazione. Resta stabilito che non si tratta qui di dire, come Lenin nel 1922: abbiamo il potere politico nelle mani e sosteniamo la situazione militare, ma nell’economia dobbiamo ripiegare sulla forma mercantile, pienamente capitalistica. Il corollario di una tale constatazione era: lasciamo per ora di costruire economia socialista, ci torneremo dopo la rivoluzione europea. Altri ed opposti sono i corollari di oggi.

Non si tratta nemmeno di cercare di stabilire la tesi: nel trapasso dal capitalismo al socialismo, tuttavia, per un certo tempo, una certa sezione della produzione avviene in forma di merci.

Qui si dice: tutto è merce; e non vi è altro quadro economico che lo scambio mercantile, e per stretta conseguenza anche la compera della forza lavoro salariata nelle stesse grandissime aziende di Stato. Ed infatti: i generi di sussistenza dove li trova l’operaio di fabbrica? Li vende il kolkhos per un tramite di mercanti privati, o magari li vende allo Stato da cui compra attrezzi, concimi ed altro, e l’operaio va a prendere i generi, pagandoli in moneta, nei magazzini di Stato. Può lo Stato distribuire ai suoi operai direttamente prodotti di cui è proprietario? No certamente, dato che il lavoratore (russo soprattutto) non consuma trattori, automobili, locomotive, e tanto meno … cannoni e mitragliatrici. Gli stessi oggetti di vestiario ed arredamento sono evidente campo di produzione di quelle intatte medie e piccole private aziende.

Lo Stato non può dunque dare altro che il salario in denaro ai suoi dipendenti, che con tale denaro acquistano quello che vogliono (formula borghese, che vuol dire quel poco che possono). Che il padrone erogatore di salario sia lo Stato che «idealmente» o «legalmente» rappresenta gli operai stessi, nulla significa fino a quando un tale Stato non ha nemmeno potuto incominciare a distribuire alcunché fuori del mercantile meccanismo, alcunché di statisticamente apprezzabile.

ANARCHIA E DISPOTISMO

Stalin ha voluto ricordare alcuni traguardi marxisti da noi tante volte rispolverati: diminuire la distanza e l’antitesi tra città e campagne, superare la divisione sociale del lavoro, ridurre drasticamente (a cinque-sei ore, in via immediata) la giornata di lavoro, solo mezzo per eliminare la partizione tra opera manuale e intellettuale, ed estirpare le vestigia della ideologia borghese.

Nella riunione a Roma il 7 luglio 1952 il nostro movimento si fermò sul tema del capitolo di Marx: «divisione del lavoro nella società e nella manifattura», e per manifattura il lettore espresse azienda. Fu dimostrato che per uscire dal capitalismo occorre, col sistema di produzione mercantile, distruggere anche la divisione sociale del lavoro – e Stalin la ricorda – e quella aziendale o tecnica altresì, su cui verte l’abbrutimento dell’operaio e il dispotismo di fabbrica. Questi i due perni del sistema borghese: anarchia sociale e dispotismo aziendale. Vediamo ancora in Stalin un conato di lotta contro la prima; sul secondo egli tace.

Nulla nella Russia di oggi muove nella direzione di queste conquiste, sia di quelle rievocate oggi, sia di quelle lasciate nell’ombra.

Se una barriera, insormontabile oggi e domani, rotta solo al fine di fare l’uno contro l’altro il reciproco mercantile affare, si pone tra la fabbrica di Stato e il kolkhos, che cosa avvicinerà città e campagna, che cosa diminuirà la divisione sociale tra operaio e contadino, che cosa potrà liberare il primo dalla necessità di vendere troppe ore per poco denaro e poco cibo, e gli consentirà di contendere alla tradizione capitalistica il monopolio della scienza e della cultura?

Non solo non siamo nella fase del primo socialismo, ma nemmeno in un completo capitalismo di Stato, ossia in un’economia in cui, pure tutti i prodotti essendo merci e circolando contro denaro, ogni prodotto sia a disposizione dello Stato, al punto che dal centro questo possa fissare tutti i rapporti di equivalenza ivi compreso quello della forza di lavoro. Anche un simile Stato non è economicamente e politicamente controllabile e conquistabile dalla classe operaia, e funziona al servizio del Capitale reso anonimo e sotterraneo. Comunque da questo sistema è lontana la Russia, e vi abbiamo solo un Industrialismo di Stato. Tale sistema, sorto dopo la rivoluzione antifeudale, è valido a sviluppare e diffondere industria e capitalismo con ritmo ardente, con investimenti di Stato in opere pubbliche anche colossali, e ad accelerare una trasformazione in senso borghese dell’economia e del diritto agrario. Nulla hanno le aziende agrarie «collettive» di statale, e nulla di socialista, è ben chiaro; siamo al livello delle cooperative che sorsero nella valle padana al tempo dei Baldini e dei Prampolini, che gestivano la produzione agraria fittando se non comprando fondi, ed anche fondi demaniali come quelli golenali ed altri, che risalgono ai vecchi ducati. Quello che nel Kremlino non può a Stalin arrivare è che nei kolkhos si ruba indubbiamente cento volte di più che in quelle scialbe ma oneste cooperative.

Dunque lo Stato industriale, che deve patteggiare per comprare in campagna viveri sul terreno del «libero mercato», mantiene la remunerazione della forza e del tempo di lavoro allo stesso livello dell’industria capitalistica privata. Si può anzi dire che come evoluzione economica è, ad esempio, più vicina l’America che la Russia all’integrale capitalismo di Stato, dato che forse l’operaio russo per tre quinti del suo lavoro riceve alla fine del giro prodotti agrari, e invece quello americano per tre quinti prodotti industriali, e anche quelli alimentari li ha in gran parte (poveraccio) industrialmente scatolizzati.

STATO E RITIRATA

E a questo punto viene una altra grande questione: il rapporto agricoltura-industria ci lascia in Russia pienamente a quota borghese, per notevole che sia la incessante avanzata della seconda, e su tal rapporto Stalin ammette di non aver nemmeno in prospettiva innovazioni che si avvicinino non diciamo al socialismo, ma ad un maggiore statalismo.

Anche questa ritirata è coperta con abilità da uno schermo dottrinale. Cosa possiamo fare? Espropriare brutalmente i kolkhos? Occorre a ciò la forza dello Stato; ma qui Stalin fa ricomparire la futura abolizione dello Stato che altra volta voleva relegare tra i ferrivecchi, parlandone con l’aria di chi dica: ma che scherziamo, ragazzi?

Evidentemente non regge la tesi che lo Stato degli operai disarmi quando ancora tutto il settore della campagna è organizzato in forma privata e mercantile, poiché se per un momento passasse la tesi prima discussa: in tempo socialista può sussistere la produzione per merci, essa sarebbe tuttavia inseparabile dall’altra: fino a che il mercantilismo non sarà eliminato in tutto il campo, non si potrà parlare di soppressione dello Stato.

Ed allora non resta che concludere che la soluzione del fondamentale rapporto città-campagna, se drammaticamente evolve dalle millenarie caratteristiche asiatiche e feudali, è presentata nettamente come la presenta il capitalismo e nei termini classici in cui la hanno sempre posta i paesi borghesi: vedere di far bene nello scambio tra i prodotti dell’industria e quelli della terra. «Questo sistema richiederà dunque un aumento notevole della produzione industriale». Siamo proprio lì. Addirittura, con lo Stato immaginato per un momento assente, una soluzione «liberale».

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Dicevamo che, dopo quella del rapporto agricoltura-industria, risolto in termini di piena confessione di impotenza ad altro che ad industrializzare e crescere la produzione (a danno dunque degli operai), vi è altra grande questione: rapporto tra Stato ed azienda, e rapporto tra aziende.

La questione è sorta davanti a Stalin nella forma di validità in Russia della legge del valore propria della produzione capitalista. Si tratta della legge che il capitalismo non produce per il prodotto ma per il profitto. Tra le mandibole di questa morsa, tra la necessità e il dominio delle leggi economiche, il Manifesto di Stalin si muove in modo tale, che conferma la nostra tesi: nella sua forma più possente, il Capitale assoggetta a sé lo Stato, quando questo appare padrone giuridico titolare di tutte le Imprese.

Nella seconda giornata, o Sheharazade, vi racconteremo di questo, e nella terza dei mercati internazionali, e della Guerra.

Legalitarismo

DIZIONARIETTO DEI CHIODI REVISIONISTICI

Sbaglierebbe di grosso, chi credesse che il punto di partenza delle deviazioni opportunistiche, in fondo alle quali attende il leccamento degli stivali della borghesia, sia da ricercarsi sul terreno teorico. Per carità! L’opportunismo se guarda alla teoria, lo fa con gli occhi del leone. Coloro che passano nel campo dei servi della classe dominante, vengono determinati a farlo certamente non da una interpretazione errata dei principi basilari della dottrina o da una infelice scelta dei mezzi tattici. Si può sbagliare nel campo teorico e tattico senza rendersene conto, ma non si può sicuramente svolgere la funzione di sicofante della borghesia e di traditore del proletariato senza averne in ogni momento la netta  consapevolezza. Ciò è soprattutto vero quando si tratta di ex-rivoluzionari desiderosi di farsi rimborsare dalla borghesia i danni subiti e procurarsi una vecchiaia disonorata ma comoda. Di qui non si scappa: si serve la borghesia e l’ordine sociale e politico esistente non tanto per le idee che si professano (la stragrande maggioranza delle masse lavoratrici, specialmente oggi, è prigioniera di influenze controrivoluzionarie, ma ciò nonostante esse non possono certo definirsi altrimenti che classe sfruttata ed oppressa), ma per l’atteggiamento concreto, cosciente che si osserva di fronte agli organi costituiti della macchina statale capitalista.

Alla svolta in discesa che porta nell’opportunismo e nella prostituzione politica c’è un mutamento radicale, quando si tratta di ex-rivoluzionari nell’atteggiamento di fronte al potere dello Stato, all’ordine costituito borghese, alle autorità “legittime”, alla legge scritta. Il marxismo non considera la teoria e l’azione in sfere distinte e separate. Chi alimenta dottrine controrivoluzionarie, non può che agire in conseguenza sul terreno pratico. Ma è anche vero che nulla più del tradimento di classe dimostra meglio l’esattezza del principio marxista, secondo cui viene prima l’azione, dopo il riflesso intellettuale di essa. Prima si passa al nemico, prima si tradisce la classe cui si appartiene o per cui si è lottato un giorno; solo in seguito si tenta una giustificazione travisando vergognosamente i principii.

Ma come distinguere la condotta contraddittoria (propria delle masse impreparate) e gli errori involontari (propri dei rivoluzionari in buona fede) dal tradimento degli opportunisti? Così come facciamo nei confronti, ad esempio degli stalinisti, di costoro denunciamo non quanto essi dicono di sé, ma quanto essi fanno nei confronti dello Stato borghese, identificato non nel transeunte personale di governo, ma nell’insieme di istituzioni ed organi preposti a conservare il modo di produzione e l’ordinamento sociale propri del capitalismo. Nemico involontario ed inconsapevole dei suoi stessi interessi di classe può essere il proletario impreparato: servo della classe dominante e traditore delle masse è colui che preparato quanto basta per afferrare il contenuto di classe dello Stato, accetta di assoggettarglisi pretendendo nello stesso tempo di rappresentare gli interessi operai. Traditore non si può certamente definire  il poliziotto o il magistrato che svolge la sua funzione nella convinzione che lo Stato è ente imparziale al di sopra o al di fuori delle classi  avendo scoperta la menzogna di tale tesi, non si fa passare per amico della classe oppressa. Poco importa se consapevoli o no della loro funzione costoro sono dei nemici, minuscoli elementi dell’enorme macchina di repressione dello Stato. Chi è dunque il combattente fedele della classe oppressa? Colui che ha compresa e fatta propria la dottrina materialistica dello Stato inteso come organo di lotta della classe dominante contro le masse sfruttate ed oppresse? Non basta.

Tale concetto primordiale, che serve come criterio infallibile per distinguere il rivoluzionario dal traditore opportunista, è presente nella storia di tutte le lotte rivoluzionarie. Il titano Prometeo colpevole, secondo la mitologia, di avere insegnato agli uomini l’uso del fuoco, avvenimento gigantescamente rivoluzionario nella storia della civiltà, assurge a simbolo di eroe rivoluzionario non solo perché consapevole, contro il parere reazionario di Giove, dell’enorme carica di conseguenze sociali derivante dalla innovazione della cottura dei cibi e della metallurgia, ma soprattutto per il suo fierissimo atteggiamento di fronte alla scatenata ira di Giove, per il rifiuto sprezzante di riconoscere il potere costituito che lo incatena alla rupe, e di assoggettarglisi. Il suo gesto rivoluzionario non scaturisce da fredda elaborazione intellettuale, ma da un atto drammatico di rivolta e di odio irreconciliabile verso il potere legale, sia pure divino, e pur di non macchiarsi di alcuna debolezza opportunista nei confronti di esso egli sopporta la terribile punizione inflittagli.

Purtroppo ciò che divora il fegato degli streminziti teoricastri dello opportunismo, si diversifica enormemente dall’avvoltoio della leggenda; è solo l’eccesso di bile provocato dalla brama insaziata, direttamente proporzionata allo accumularsi di una vecchiaia spoglia di onori e di cariche, di «essere qualcuno» sulla scena politica. Rimanere incatenati anti-eroicamente alla nuda rupe della oscurità, della non celebrità e, diciamolo pure della micragna, costoro assolutamente non sanno. Nulla è più estraneo a loro che … il complesso prometeico. Hanno bisogno di svolgere la funzione e godere dei privilegi carpiti dai maiali nella «Fattoria degli animali» del libro famoso. Allora sono spinti ad inzoppare il loro rivoluzionarismo verbale, sia pure detto scherzosamente, nel dolce vino del legalitarismo, cioè del rispetto deferente della legge dello Stato borghese. Oppure si tratta solo di vile soggezione alla schiacciante potenza della macchina statale. Esempio classico: Karl Kautsky, il rinnegato Kautsky, l’antipodo dell’eroe rivoluzionario, rivoluzionario e marxista in gioventù, ruffiano del potere costituito e traditore del proletariato nel momento cruciale coincidente con la sua trista vecchiaia, allorché si trattò, negli anni del 1919-21, di passare dalla critica all’azione insurrezionale contro i pilastri della dominazione borghese. Perché Lenin definì Kautsky traditore e rinnegato, anche se la sua funzione di agente della controrivoluzione lo assimilava perfettamente allo sbirro, al deputato, al magistrato? Forse per il fatto che barattò l’ideologia, la dottrina, il programma? Anche per questo, ma soprattutto perché la contaminazione patriottarda e democratica del marxismo rappresentò solo la giustificazione ipocrita di un tradimento di fatto già avvenuto, tradimento che si effettuò proprio nel senso del capovolgimento di atteggiamento politico di fronte allo Stato capitalista internazionale, sceso prima nella bolgia della guerra imperialista, poi nella crociata contro la Rivoluzione comunista. Sappiamo tutti come si perpetrò il tradimento. I capi della Seconda Internazionale socialdemocratica, che in Karl Kautsky dovevano trovare la loro più perfetta espressione, al Congresso di Stoccarda del 1907, si erano ammantati delle vesti di prometei antiborghesi, deliberando di trasformare la guerra imperialista in lotta per l’abbattimento del dominio capitalista. Quando nell’agosto del 1914, essi cedettero ai rispettivi stati nazionali, accettando non solo di sospendere la lotta contro il capitalismo ma di aderire entusiasticamente alla carneficina imperialista, non lo fecero certamente per errata interpretazione di una risoluzione o di un testo. Quella votata a Stoccarda era dichiarazione quanto mai categorica ed inequivocabile. Fu chiaro allora che il voltafaccia socialdemocratico era dovuto unicamente a soggezione di fronte alla terribile minaccia della repressione, a mancanza di coraggio rivoluzionario. Tutto quello che poi Kautsky doveva almanaccare nel campo teorico, negli anni del 1919-20 doveva servire unicamente a giustificare il rinnegamento commesso cinque anni prima, nel momento in cui si trattò di dare corso alle minacce formulate contro la borghesia.

Egualmente dovevano comportarsi politicamente i capi stalinisti della III Internazionale: fu il capovolgimento della tattica, il passaggio a contatti adulteri con gli agenti del nemico borghese, che provocò le deformazioni e i rinnegamenti nel campo ideologico, e non diversamente. Oggi come oggi avviene lo stesso.

La regola generale cui si adegua il tradimento e il passaggio tra gli scherani del capitale ripetiamo è questa: prima il pecoresco accucciarsi ai piedi dello Stato borghese impersonato in sbirri e funzionari; dopo , la giustificazione pseudo-teorica del gettito del principio rivoluzionario. Viene prima il cedimento alla influenza del nemico, l’inquadramento del suo meccanismo di repressione; dopo di che si dà la stura alla logorrea nauseante sulla utilizzazione delle possibilità legali, sulla possibilità di adoperare gli organi e le leggi dello Stato capitalista…contro gli interessi del capitalismo, e porcherie simili. Comunque, ogni male ha la sua consolazione: meglio un traditore dichiarato che un Malinovskj annidato nel partito a spiare e sabotare… Lasciamo i vermi a strisciare.

Gli esempi di tradimento e di passaggio al nemico sono veramente innumerevoli. Viceversa non esiste un solo esempio di raggruppamento politico che abbia commesso il gesto di inquadrarsi nella legalità borghese, riuscendo ciò nonostante a conservare il suo carattere di forza rivoluzionaria. Esempio simile non esiste né al passato né al presente, non esisterà nel futuro. Evidentemente, la lotta di classe obbedisce a leggi che per la rigidità non si diversificano da quelle fisiche. Il mezzo migliore per farsi stritolare rimane l’inane tentativo alla Sisifo di opporre al loro ferreo concatenarsi e impersonale applicarsi il buffonesco potere della personalità con la p maiuscola dei pretesi grandi uomini. Chi ha lasciato impigliare un lembo della propria casacca venduta probabilmente prima che fosse tagliata e confezionata, negli ingranaggi della macchina statale del capitalismo, ci rimane per sempre. Purché non ci pensi egli stesso a togliercisi, adoperando l’estrema risorsa del Giuda Iscariota.