Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/18

Altalena della pace fra Oriente ed Occidente

L’offensiva internazionale della « pace » ha, sembra, i suoi rounds. Il primo l’ha giocato la Russia; il secondo sta giocandolo l’Occidente, che, dopo di aver « subito » l’iniziativa avversaria, lancia ora, per bocca di Churchill e di Eisenhower, incalzanti e spesso difficili da conciliare proposte di accordo. La pace fa l’altalena fra Oriente e Occidente, un po’ come i misteriosi personaggi che i servizi segreti scoprono, ogni tanto, in viaggio al di là e al di qua della cortina di ferro.

Troppo banale è la spiegazione dell’offensiva di pace occidentale col riconoscimento americano che la supremazia U.S.A. in « armi nuove » va rapidamente declinando. In realtà l’Occidente ha aspettato finora perché aveva tutte le ragioni di aspettare: era Mosca che lo corteggiava, fin dal lancio della teoria della convivenza pacifica, fin dalla conferenza economica, e si sa che il corteggiato ha tutto l’interesse a rendersi prezioso. Oggi l’Occidente può tirare le somme e rispondere sì all’offerta di un giro di valzer. I gazzettieri possono ben fingere che i dirigenti occidentali temano che, dietro le mosse moscovite, si celi una diabolica astuzia: le grandi schermaglie diplomatiche son fatte di ben altro. Dietro il « pacifismo » staliniano c’era una realtà dura: il senso dell’inferiorità, e quindi della dipendenza, economica. Aggressivo, perché strapotente e pletorico, era e rimane l’imperialismo americano; in posizione obiettiva di difesa e, anzi, di aspirazione all’accordo, agli scambi commerciali, all’importazione di capitali e di merci era e rimane l’imperialismo russo, e le recenti svolte di politica economica annunciate dal Cremlino non hanno fatto che sottolineare un’ennesima volta l’urgente bisogno, la fame anzi, di beni e servizi ottenibili soltanto sul mercato internazionale.

D’altro lato, la fine (nonostante le inevitabili sparatorie di retroguardia) della guerra in Corea e il processo di riassestamento dell’economia occidentale pongono a questa il problema, altrettanto obiettivo, della ricerca di mercati e dell’apertura di sfoghi; e non è certo un caso che settori sempre più larghi ed inquieti della borghesia europea mordano il freno e guardino ai mercati europeo-orientali ed asiatici con una cupidigia che le restrizioni della guerra fredda condannano ad essere solo in parte soddisfatta. Da una parte e dall’altra, per difetto o per eccesso, la sottostruttura economica preme verso la « conciliazione », né a questa si oppongono valide ragioni d’incompatibilità ideologica. Ecco perché la pace fa l’altalena fra Oriente ed Occidente, e poco conta la lentezza del processo (lentezza che risponde a ragioni obiettive di riassestamento, e soggettive di riverniciatura politica per salvare la faccia), giacché la direzione è quella.

Non stupisce perciò anche la notizia che, come già esistevano comitati mondiali per la pace di emanazione russa, vadano sorgendo e moltiplicandosi congressi ed organizzazioni pacifiste d’ispirazione occidentale e di coloritura ideologica cristiana (vedi il recente congresso di Pau). Come i grandi mostri statali di Oriente ed Occidente, così le loro filiazioni minori corrono all’amplesso.

Fra mercanti, concorrenza e coesistenza, guerra e pace, sono modi d’essere normali. Dietro le colombe serafiche del pacifismo, c’è l’avvoltoio del mercantilismo: il lupo non è mai così lupo come quando si veste da agnello.

Guai ai non-vinti!

L’inesorabile processo attraverso il quale i due grandi vinti della seconda guerra mondiale sono divenuti i capisaldi della strategia economica e militare dei vincitori occidentali ha fatto negli ultimi tempi due ulteriori passi – il successo del regime di Adenauer in Germania, l’accordo fra i due grandi partiti « non di sinistra » giapponesi per il riarmo -, e si è prolungato negli accordi fra Stati Uniti e Spagna. Su questi ultimi conviene trattenersi perché gettano una luce meridiana sulla gran commedia della difesa universale della democrazia.

In effetti, il regime di Franco, che allo scoppio della « crociata liberatrice » della seconda guerra mondiale figurava tra le più tristi espressioni del totalitarismo fascista e che si salvò dal crollo militare per aver saputo abilmente fiancheggiare l’Asse senza mai impegnarsi in un appoggio diretto e formale e trafficando contemporaneamente con gli Alleati, ha ottenuto con gli accordi firmati in questi giorni a Madrid quello che non avrebbe mai sperato in altri tempi di ottenere: l’elevazione a baluardo strategico della… democrazia occidentale, anzitutto; l’immissione, indirettamente o direttamente poco importa, nel circolo della vita politica internazionale fuori dalle perplessità di un neutralismo buono solo per i tempi di guerra, in secondo luogo. Dopo quasi due anni di negoziati estenuanti, nel corso dei quali Franco ha saputo far fare agli Stati Uniti la figura del postulante straccione e a se stesso quella del gran signore che si benigna di concedere e ha così ottenuto un successo di prestigio che pochi governi europei possono vantare, la Spagna franchista, già baluardo della reazione nella [parola illeggibile] democratica, si è assicurato [parola illeggibile], in cambio dell’uso di [parola illeggibile] e navali da rimettere in [parola illeggibile] dell’ordine di 226 milioni di dollari per l’anno fiscale 1953-54, di cui 141 in prodotti finiti militari e 85 per l’assistenza economica, oltre ai circa 200 milioni che le forze armate statunitensi dovranno spendere nella penisola per il riattrezzamento o la costruzione delle predette basi e, mentre dovrà mettere a disposizione tutte le sue risorse industriali per il rafforzamento della propria organizzazione bellica, ospiterà un contingente americano valutato a circa 10 mila uomini tra ufficiali e soldati.

L’accordo risponde al criterio strategico nord-americano di una difesa dell’Europa nel quadrangolo iberico, protetto da difese naturali e facilmente rifornibile via oceano, e avrà per effetto un consolidamento della struttura economica e delle attrezzature tecniche del Paese, oltre ad accrescerne il prestigio internazionale e la stabilità interna. La cosa potrà scandalizzare i credenti nella libertà, nella democrazia e negli eterni principii (anarchici compresi); in realtà, significa lo spregiudicato abbandono da parte americana di una delle tante sconce ipocrisie democratiche – quella dell’incompatibilità fra regimi totalitari e sedicentemente antitotalitari nel quadro della società borghese. O che forse l’Inghilterra e la stessa America hanno esitato ad accogliere fra i loro amici il regime dichiaratamente totalitario di Tito o, per rifarci al passato, il regime ultratotalitario di Stalin? O a salutare, per rifarci a un passato più lontano, l’avvento di Hitler al potere sulle macerie delle grandi organizzazioni operaie tedesche? Non gli eterni principii ed altre idee difendevano e difendono questi signori, ma la stabilità interna ed esterna del regime borghese e, in questa difesa conta e vale soltanto chi offre i maggiori vantaggi di strategia politica, militare ed economica. La crociata per la democrazia si fece nel 1914-18 con la Russia zarista e via di seguito; con tutto quanto si è detto, perché mai non dovrebbe essere fatta nel 1953… con [testo illeggibile].

La politica agraria di Malenkov: come dovevasi dimostrare

La clamorosa, ma non imprevista, svolta segnata nella politica agraria dal Governo Malenkov continua ad occupare la stampa staliniana internazionale. In Italia, l’Unità ha dedicato all’argomento diversi comunicati ufficiali di origine moscovita e note, le solite apologetiche note di commento ossequioso. Ma le notizie seguite alla pubblicazione del rapporto Kruscev al Comitato Centrale del partito russo non hanno aggiunto nulla di inedito circa le misure adottate dal Governo il 26 u.s. in esecuzione delle decisioni del Comitato Centrale. Vale la pena di ritornare sull’argomento.

Le misure prese dal Governo di Mosca sono una dimostrazione eloquente della politica capitalista seguita nei confronti dell’agricoltura. Esse, infatti, consolidano la piccola produzione e il parcellamento della agricoltura, mostrando quanto sia illusoria e demagogica la sovrastruttura giuridica dei colcos (altro modo di denominare le arcivecchie istituzioni delle cooperative agricole) da cui la propaganda staliniana trae le “prove” del carattere socialistico, cioè collettivistico, della produzione agricola in Russia. In forza delle recenti leggi, gli appezzamenti individuali di terra, le cui dotazioni di scorte e di attrezzi (bestiame, sementi, stalle, ecc.) sono proprietà privata, come il prodotto, della famiglia individuale assegnataria, acquistano maggiore peso nell’economia agricola nazionale. Parallelamente viene ad allargarsi considerevolmente il volume del mercato interno, con l’ovvio rafforzamento dei ceti commerciali. Non a caso recentemente l’Unità annunciava l’apertura in Russia di ben 22.000 aziende commerciali, fra cui spacci mobili adibiti alla vendita delle merci fin nelle lande gelate a nord del Circolo Polare.

Per afferrare la portata delle nuove misure del governo russo, occorre conoscere la natura e il funzionamento delle cooperative agricole (colcos). In Russia la terra è nazionalizzata, cioè appartiene in linea giuridica allo Stato. Non esiste, dunque, il commercio della terra, ma, a dimostrazione che la nazionalizzazione della terra è una misura compatibile con la conservazione del capitalismo (Marx), la proprietà demaniale del suolo non impedisce affatto il commercio dei prodotti agricoli che si svolge nelle forme tipiche del capitalismo. Infatti, il colcos, per non parlare delle aziende contadine isolate, si comporta di fronte allo Stato e di fronte ai privati come una ditta capitalista possedite di merci (derrate agricole e prodotti di colture industriali) che opera in vista del massimo profitto. Tuttavia, il settore del commercio con lo Stato è soggetto, come del resto in tutti i paesi capitalisti, a precise limitazioni, dato che il volume e i prezzi delle merci vengono fissati di autorità dal Governo. Non diversamente avviene, ad esempio, in Italia, ove spetta al Governo il diritto di fissare, anno per anno, il prezzo del grano destinato agli ammassi.

Il Governo di Mosca ha creduto suo dovere allentare la morsa, e mentre ha ridotto le quote di consegna obbligatoria dei prodotti animali agli ammassi statali, ha deciso di aumentare i prezzi che lo Stato paga, alla consegna agli ammassi, per le quote di carne, latte e lana, patate e legumi. Di conseguenza, i colcos verranno a disporre di maggiore quantità di denaro e maggiori disponibilità di prodotti da vendere al mercato libero privato. Di più, sono previste una riduzione di circa il 45% delle imposte e una amnistia fiscale.

Con ciò, il mito non già del socialismo, a cui credono solo i ciechi, ma addirittura del capitalismo di Stato in Russia, subisce un altro fiero colpo. Non solo tra lo Stato acquirente e il sistema colcosiano intercorrono rapporti mercantili che smentiscono le etichette di socialismo appiccicate alle campagne russe, ma, le possibilità di controllo statale sulla produzione e distribuzione dei prodotti agricoli risultando ulteriormente menomate, acquista forza la tesi nostra, teoreticamente esposta nel “Dialogato con Stalin”, che l’economia russa si svolge, tranne il campo della grande industria statizzata, nelle forme tradizionali, seppure demagogicamente truccate, del capitalismo privato. Quale sarà la misura successiva? Malenkov non darà il lasciapassare alla proposta combattuta da Stalin nel suo ultimo opuscolo di vendere ai colcos anche le macchine agricole, oggi di proprietà statale? Per ora è certo che se un grande passo è stato fatto, questo è avvenuto nella direzione del consolidamento del capitalismo e della proprietà privata nelle campagne. Il contadino russo, inquadrato o meno nelle cooperative colcosiane, acquista sempre più il carattere di un fittavolo contrattante con un proprietario fondiario che è lo Stato, cui paga il canone di affitto sotto forma di imposte. E i fittavoli, lo sappia l’Unità, sono figure sociali del capitalismo, e solo di questo.

L’Unità, nel corso della corrispondenza da Mosca annunziante le succitate misure governative, scriveva che “Kruscev aveva ricordato all’inizio del suo rapporto le parole di Lenin, secondo cui la base necessaria per la costruzione del socialismo è una potente industria meccanica capace di riorganizzare l’agricoltura”. O arte sopraffina della citazione! Senza dubbio, un’industria sviluppata è indispensabile alla organizzazione della agricoltura nelle forme collettivistiche del socialismo, ma la meccanizzazione deve andare di pari passo con la smercantilizzazione; con la compressione e la graduale scomparsa del mercato dei prodotti agricoli. Come si comporta invece il Governo di Mosca? Concede ai colcos gratuitamente, cioè facendo pagare il proletariato urbano, l’uso del macchinario agricolo in dotazione alle Stazioni Macchine e Trattori gestite dallo Stato, riduce gli oneri finanziari e i controlli sul commercio privato che gravano ancora sul sistema colcosiano, e con ciò incrementa l’accumulazione capitalistica nelle campagne. Se il colcos deve meno allo Stato, disporrà di più per sé, sicché potrà distribuire alle famiglie associate nell’azienda maggiori redditi. C’è di più: il contadino colcosiano, avendo meno obblighi verso lo Stato, potrà destinare al mercato privato una maggiore quota di prodotti ricavati dall’appezzamento individuale che la costituzione russa gli consente di sfruttare per conto proprio, al di fuori delle pertinenze del colcos. Ma ciò significa favorire la piccola produzione, e pertanto la piccola borghesia che, come insegna Lenin, produce inarrestabilmente capitalismo e divisioni di classe; ma ciò favorisce la libera concorrenza e, di conseguenza, l’arricchimento borghese. Allora sorge spontanea la domanda: “Perché nell’atto di accusa che vi servì per fucilare Nicola Bucharin, compagno di Lenin e presidente dell’Internazionale Comunista, voleste includere, o signori dello stalino-malenkovismo, il delitto di tradimento della classe operaia a favore dei Kulaks, cioè dei contadini ricchi?”. Lo slogan famoso pronunciato nel 1925 da Bucharin: “Contadini, arricchitevi!” è e costituisce, anche se non detto, la piattaforma della vostra politica agraria.

Ma è da ritenersi che la antica posizione difesa dalla destra bolscevica rappresentata da Bucharin, fino dal 1928, anno in cui la controrivoluzione staliniana si avventò contro gli ex alleati nella lotta antitrotzkysta, dopo aver annientata la opposizione di sinistra, debba considerarsi come un “precedente” della odierna svolta moscovita, come l’antefatto della politica agraria di Malenkov? Certamente no. No, pur se è vero che il Governo Malenkov appoggia gli strati ricchi delle campagne. E ciò si comprende solo se si tiene presente il carattere di doppia rivoluzione che ebbe l’Ottobre russo: rivoluzione antifeudale e rivoluzione antiborghese.

Posizione fondamentale dello stalinismo, confermata solennemente al XV Congresso del P. C. russo, avvenuto nel dicembre 1927 a Mosca, fu la tesi della possibilità di saltare la doppia rivoluzione nelle campagne, mediante l’instaurazione del sistema dei colcos, che fu battezzato col demagogico termine di “collettivizzazione dell’agricoltura”. Demagogia che oggi, a distanza di venticinque anni, risulta, alla luce delle ultime leggi del Governo Malenkov, estremamente tangibile e manifesta, essendo provato che, sotto l’involucro della gestione associata dei colcos, prosperano l’arricchimento individuale, la speculazione mercantile, l’accumulazione monetaria.

In applicazione dei deliberati del XV Congresso, il governo staliniano diede forte impulso al movimento colcosiano, per cui la superficie seminata appartenente ai colcos passò da un milione e 390 mila ettari del 1928, ai 15 milioni di ettari del 1930. Ma la caotica forzosa immissione nei colcos dei contadini individuali non usi ad altro che a gestire le minuscole aziende, per l’arretrato livello dell’industria incapace a fronteggiare le esigenze della meccanizzazione e le deficienze della dirigenza tecnica inseparabile dalla grande azienda agricola, doveva provocare quel tremendo flagello biblico che fu la carestia, la Fame di Stalin, del 1932-1933, durante la quale soccombettero milioni (il numero oscilla fra i 4 e i 10 milioni) di persone.

L’opposizione cosiddetta di destra di Bucharin-Rikov si rendeva conto, respingendo la demagogia staliniana, che, nelle condizioni di isolamento della Russia sovietica, solo compito possibile nelle campagne era di portare avanti la rivoluzione borghese, negava perciò che il movimento colcosiano avrebbe portato all’agricoltura collettiva socialistica. L’ulteriore evoluzione doveva confermare l’esattezza di questa previsione. I colcos, oggi possiamo provarlo, funzionano in un quadro economico innegabilmente capitalista, ma a questo risultato, che è certamente un progresso di fronte all’agricoltura semifeudale dello zarismo, lo Stato di Mosca doveva arrivarci attraverso una feroce politica di coazione che doveva costare lutti e sofferenze inenarrabili ai contadini. Non le vili scuse di difendere gli interessi dei kulak (contadini ricchi) mosse a Bucharin, dovevano reggere alla giustizia del tempo, visto che il Governo odierno di Malenkov accentua la politica di favoreggiamento della accumulazione capitalista nelle campagne, che le necessità della costruzione dell’industria pesante avevano imposto a Stalin di frenare.

A guardare retrospettivamente il corso storico, la differenza tra le opposte posizioni che doveva mettere il partito russo e l’Internazionale stalinizzata contro il gruppo di Bucharin, consiste in questo: ambedue riflettevano la reale situazione storica della Russia, paurosamente arretrata, incapace di nutrire la popolazione delle città. Ma Bucharin, chiamando le cose per il loro nome, negando che il movimento colcosiano attuasse il socialismo e sostenendo che esso ripeteva invece gli aspetti più feroci e oppressivi della rivoluzione borghese nelle campagne, rimaneva, con tutte le sue limitazioni, un marxista. Stalin e compari, invece, spacciando per socialismo una economia e un ordinamento sociale sostanzialmente capitalisti, come lo sono la nazionalizzazione della grande industria e del suolo coltivabile, distruggevano la dottrina rivoluzionaria faticosamente restaurata da Lenin e dalla Terza Internazionale, e persistentemente a far precipitare il movimento rivoluzionario nella sconfitta in cui ancora oggi giace.

Lo Stato moscovita, attraverso i piani quinquennali rivolti anzitutto alla costruzione di una mastodontica industria pesante, si è creato una solida base sociale, da cui non è esclusa l’aristocrazia operaia, nelle città. Oggi si volge a rafforzare le sue basi sociali nelle campagne, e lo fa al modo classico del capitalismo, facilitando cioè l’arricchimento degli strati superiori.

Quadrante

Un fossato che si allarga

Il segretario generale dell’O.E.C.E. ha osservato ad un giornale francese che negli ultimi due anni la produzione industriale e agricola dell’Europa occidentale è aumentata dell’uno per cento (del tredici per la Germania occidentale, ma questo rappresenta un caso a sé), mentre quella degli Stati Uniti si è accresciuta dell’8%. Così, il gap, lo scarto fra la produzione effettiva degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, che i diversi Piani Marshall e affini avrebbero dovuto ridurre, in realtà va sempre allargandosi.

Penuria di clowns?

Dalle Izvestia, citate dal Mondo, si apprende che in tutta la Russia esistono oggi soltanto diciotto clowns e che questi sono piatti e noiosi, sebbene «di tutti i Paesi del mondo solo la Russia abbia una scuola di Stato per la formazione degli artisti da circo».

Diciotto clowns per tutte le Russie è davvero poco. Ma la ragione è chiara: la scuola di Stato per la formazione degli artisti da circo li ha spediti tutti all’estero. Per l’Italia, rivolgersi a via delle Botteghe Oscure.

Non si vorrebbe, ma…

Mentre segnala il relativo insuccesso del nuovo sciopero ferroviario francese, la Nuova Stampa preannuncia l’apertura di una seconda fase di agitazioni sociali in Francia, destinate ad assumere forse proporzioni più vaste perfino di quelle dell’agosto scorso, e osserva che le agitazioni rischiano di prodursi anche contro la volontà dei sindacati giacché «non v’è dubbio che il fermento è ora molto più vivo che nelle stesse centrali sindacali».

Per noi è quindi prevedibile che le centrali sindacali prenderanno esse l’iniziativa del movimento per impedire che esploda per conto suo, e la sua direzione per impedire che sfugga alle loro mani.

Carità interessata

Gli Stati Uniti non hanno perso tempo ad accogliere l’SOS dell’Iran dopo la defenestrazione violenta di Mossadeq: in base ai recenti accordi, gli concederanno aiuti tecnici ed economici per l’ammontare di 23,4 milioni di dollari.

Assistenza «umanitaria» che garantisce al concessore un duraturo controllo sull’economia del Paese e al capitale americano investito nell’Iran l’esenzione dai vincoli di legge agli investimenti di capitale straniero. È un altro punto a favore di Washington contro Mosca e, in parte, contro Londra.

Mollet il “duro”

Il successo elettorale di Adenauer e le avances churchilliane hanno indotto i socialisti francesi – sempre sensibili alle manovre dei conservatori, se non altro per ragioni di concorrenza – ad uscire dal tradizionale riserbo nei confronti della cosiddetta Comunità Europea, e a lanciare la bomba, attraverso il discorso del loro segretario G. Mollet, di una sua accettazione sia pur condizionata. Il che, fra l’altro, è l’opposto dell’atteggiamento dei «compagni» tedeschi, e non è neppure la stessa cosa di quello dei laburisti.

Ma a simili inversioni di fronte, a questi sfasamenti fra partiti della loro «Internazionale», i socialisti francesi soprattutto sono per lunga tradizione abituati. Non per nulla, i “duri” erano impersonati da un Mollet.

Fasti e nefasti del bilancio statale 

La parola magica del ministero Pella (e dei precedenti) è: difesa della lira, bilancio in equilibrio. Sembrerebbe, dunque, che la politica economica italiana sia impostata su una severa battaglia contro quella che i nostri nonni chiamavano la «finanza allegra». La verità è che questa politica, se tende ad equilibrare il bilancio, lo fa bensì aumentando le entrate, non certo diminuendo le più allegre spese.

Tempo fa abbiamo letto su un notissimo giornale d’informazione che l’«esperimento» del super-elettrotreno Milano-Napoli, famoso per il suo allestimento da Mille e una notte ed ora mandato in pensione per… scarso rendimento, è costato alle ferrovie – e quindi allo Stato – una perdita secca di cinque miliardi, valutata dai meno ottimisti addirittura a dieci (il disavanzo dell’esercizio ferroviario è salito a 72 miliardi). Se questa non è finanza allegra, davvero non si sa in che cosa consista, sotto il bel cielo italico, la tristezza.

Ma sfogliate le pagine del Bilancio 1 luglio 1953 – 30 giugno 1954, e vedrete che le spese «allegre» non sono un’eccezione; sono la regola. Facciamo qualche cifra, riportandola dalla Settimana Incom n. 39.

Un ministro italiano percepisce, fra stipendio, annessi e connessi, 2 milioni e 203 mila lire l’anno; un sottosegretario (e si sa che il numero dei sottosegretari è, Pella imperante, ancora aumentato) un milione 978 mila lire; le spese «riservate» della presidenza del Consiglio ammontano a 560 milioni, quelle per le automobili a 22 milioni, quelle per gli spostamenti del presidente, dei vice-presidenti e dei sottosegretari a 5 milioni; la Camera dei deputati costa annualmente 2,9 miliardi, il Senato 1,8, il rimborso per il permanente ferroviario e gli altri viaggi gratuiti degli onorevoli 200 milioni.

Al cinematografo, che, come tutti sanno, vive francescanamente, lo Stato eroga ogni anno sussidi per 5,2 miliardi; per illustrare al popolo l’attività del governo (evidentemente, se non gliela si illustrasse, di questa attività il «popolo» non si accorgerebbe), spende 200 milioni; per studiare (studiare, si badi bene: anche pensare costa) la riforma della burocrazia, 6 milioni; per fare «propaganda di italianità nelle zone di confine», 860 milioni; per la polizia, 61 miliardi (fra i quali 200 milioni per «spese confidenziali per la prevenzione e repressione dei delitti») e 54 miliardi per i carabinieri, da confrontarsi con 155 miliardi spesi per l’istruzione pubblica, elementare, media e universitaria. E potremmo continuare di quest’allegrissimo passo.

Quanto alle entrate, non c’è che dire, il Governo le ha aumentate: la pressione fiscale raggiunge quasi il 30% del reddito nazionale, e formano le sue colonne le imposte indirette sugli affari (596 miliardi l’anno), le imposte indirette sui consumi e i proventi delle dogane (384 miliardi: dal solo zucchero, 54 miliardi), e le entrate dei monopoli (280 miliardi, di cui 259 dai soli tabacchi), per non parlare di voci diverse come il lotto (27 miliardi), mentre le imposte dirette forniscono allo Stato appena 267 miliardi (dobbiamo aggiungere che gli aumenti nel bilancio in corso rispetto al precedente riguardano per 156 miliardi le imposte indirette e per soli 31 miliardi le dirette).

Un’ultima noterella: in fatto di spese, il secondo in graduatoria è il dicastero della Difesa, con 488 miliardi contro i 229 della Pubblica Istruzione.

Sono queste, fra le tante, alcune delle delizie del bilancio ortodosso, un bilancio veramente di classe.

Genealogia gangsteristica del capitalismo USA

Nessuno può accusarci di avere, sia pure per un breve corso della nostra esistenza di partito, trascurato la denuncia documentata delle origini banditesche, cioè appunto capitalistiche, della società americana. Tanto meno possono farlo coloro che, durante la luna di miele e la convivenza (e connivenza) dell’America e della Russia, non solo relegarono in soffitta lo smascheramento spietato del capitalismo statunitense, mai assente nella lotta ideologica del marxismo, ma ne tesserono addirittura le lodi additando la democrazia americana come segnacolo di progresso sociale. E forse che oggi, rotta la complicità bellica russo-americana, la sperticata apologia delle origini della democrazia americana è cessata sulle colonne di giornali, come l’Unità e l’Avanti, che pretendono di continuare le tradizioni marxiste?

Non potendo dire bene dei governi di Truman, e, oggi, di Eisenhower per ovvie ragioni di contraddizioni inter-imperialistiche, gli scrittorelli (che sono tali per mancanza di carattere politico e ciarlataneria ideologica, nonostante la prosopopea dello stile) della putrida stampa social-stalinista si rifugiano nella ignobile mansione della esaltazione delle origini politiche dello Stato di Washington, e risalgono a Lincoln e Jefferson, se non addirittura a Beniamino Franklin e Giorgio Washington. Sarebbero questi i pionieri onesti e coraggiosi della potenza statunitense, gli artefici della indipendenza e unità nazionale degli Stati Uniti, i padri generosi della democrazia elettiva, così spietatamente traditi e disonorati dai discendenti che ora seggono alla Casa Bianca e al Pentagono, e lavorano attorno a piani di assoggettamento del mondo intero!

La differenza tra un marxista e un opportunista sta, per rimanere all’argomento trattato, in questo: che la rivolta delle colonie nordamericane contro l’Inghilterra e la guerra di Indipendenza, avvenute alla fine del 1700, come pure la Guerra di Secessione del 1861, che dovevano costituire gli attuali Stati Uniti e gettare le fondamenta dell’odierno potenziale industriale americano, sono viste dal marxista come necessari e favorevoli svolti storici, ma nello stesso tempo denunziati per quello che realmente furono, e cioè passi obbligati dello sviluppo della dominazione capitalista. Perciò, il rivoluzionario proletario fedele al marxismo respinge e sbeffeggia le ideologie sbandierate da Washington, Jefferson, Lincoln che, sotto il manto umanitario e progressivo, servirono (servono ancora nella bocca degli Eisenhower e dei Foster Dulles) a coprire il reale contenuto capitalista della rivoluzione americana.

Conseguentemente, il movimento marxista confronta polemicamente le luminose affermazioni di fratellanza e di solidarietà civile degli ideologi borghesi dell’americanismo con le crudeltà sanguinose della pratica sociale e di governo americana: il massacro delle popolazioni pellerossa, lo sfruttamento feroce della mano d’opera, il razzismo, le bestiali superstizioni pseudo-scientifiche che rendono il cittadino americano schiavo di un macchinismo che non riesce più a controllare. Oggi siamo arrivati al punto che per leggere una pagina digeribile sul capitalismo americano (non le ipocrite lamentazioni sulle vittime della sedia elettrica che ci ammannisce la stampa cosiddetta comunista) dobbiamo cercare nella stampa filo-americana!

Recentemente è apparso sul Corriere della Sera (8-9-1953), notoriamente filo-americano e filo-atlantico, un articolo di Indro Montanelli sulle origini del capitalismo americano.

Veramente, l’assunto dell’articolo tocca un argomento diverso, e cioè il gangsterismo statunitense. Ma l’autore giunge alla conclusione che i gangsters americani debbano considerarsi null’altro che dei “pionieri in ritardo”, e propriamente dei capitani di industria capitati fuori tempo, sfortunati emuli di Morgan, Carnegie, Ford, Rockefeller e soci, arrivati troppo tardi nella jungla dell’affarismo.

Dopo averci informato che “il gangsterismo si è sviluppato su quattro principali commerci: l’alcool, il gioco, la prostituzione e le droghe”, che “il primo è finito col proibizionismo” e “gli altri tre sono ancora in fiore”, Montanelli mette in guardia il lettore dall'”indurre che la malavita sia, in America, un costume”. Con deprecabile offesa ai dogmi idealistici, il nostro autore deve negare che la malavita statunitense sia, come dire?, una incarnazione dello Spirito del Male, e, facendo tanto di cappello all’odiato materialismo, deve ammettere che essa è soltanto un'”industria, con i suoi bravi tecnici specializzati, come avviene (udite! udite!) in tutte le società fondamentalmente sane!”. Dunque una società è sana se alleva nel suo seno ubriaconi, cocainomani, meretrici e biscazzieri, serviti e inquadrati in potenti organizzazioni? Allora, quanto dovevano essere depravate e marce le popolazioni primitive, le genti e le fratrie barbare le quali, ignorando l’uso del denaro, non praticavano l’arte del gioco e l’industria della prostituzione, né conoscevano cocaina, morfina ed eroina, come i civili sudditi del Capitale! Non c’è da stupire: il borghese, specie l’intellettuale, non può dire mezza verità senza avvilupparla in un involucro di cinismo spavaldo.

Dunque, l’America non si scandalizza del proprio gangsterismo. Vi stupite? Montanelli scrive: “Come certe madri virtuose che, pure inorridendo ufficialmente sono in fondo grate alle donne perdute che svezzano i loro figlioli, così la società americana serba con i suoi gangsters rapporti in fondo affettuosi, come del resto si vede da molto cinematografo… Ma questa fondamentale simpatia per il gangsters ha anche un altro motivo: ed è che il gangsterismo è, sì, un frutto fuor di stagione, ma è maturato sul proprio albero. Le origini della società americana sono tutte gangsteristiche: non c’è un solo potentato (leggi: capitalista) in questo Paese che abbia conquistato la sua baronia, senza ricorso a metodi violenti e fraudolenti”. Evviva la faccia della sincerità. Avremmo voluto leggere di squarci simili sulla stampa social-comunista nell’epoca dorata della alleanza tra Russia e America. Non è per la conservazione della società americana che i Nenni e i Togliatti chiamarono i proletari a versare il sangue?

Montanelli e il giornale che ospita la sua prosa pirotecnica, debbono ostentare una certa indipendenza di giudizio nei confronti dell’America, che però non ne pregiudica l’impostazione politica filo-americana, ma non possono farlo senza sputare almeno mezze verità. Completiamo allora le citazioni: “La ragione – scrive Montanelli – per cui Zukor e il nonno Rockefeller si chiamano pionieri e come tali vengono rispettati, mentre i gangsters si chiamano gangsters, e come tali vengono condannati, è molto semplice: i primi hanno operato su terreno vergine e in una società ancora in formazione senza altra legge che quella che le davano, con la violenza, i suoi fondatori. Al Capone arrivò a cose già fatte, a sistemazione avvenuta; quando per fare della propria volontà una legge, bisognava mettersi contro quelle che la società già si era date”.

Ecco, senza incomodare i santoni indigeni della democrazia, illustrate le origini della società americana, del capitalismo del dollaro. Ecco la classe borghese statunitense e i padreterni del Capitale, genealogicamente sistemati. Dovremmo proprio ringraziare il Corriere della Sera, se non sapessimo che le sue in apparenza spregiudicate ammissioni servono a neutralizzare le accuse di prono servilismo alla America mosse dalla stampa filo-russa, ieri celebratrice del “mondo libero” e delle imprese del dollaro, sempre pronta a ricantare gli stessi inni qualora Washington offrisse buone condizioni a Mosca. Forse che i “pionieri” del capitalismo russo non hanno impiegato contro il bolscevismo metodi da far arrossire di imbarazzo i gangsters americani?

Perchè la borghesia amoreggia col P.C.I.

L’arresto degli ormai famosi Aristarco e Renzi – i due cinematografi messi dentro su denuncia della Procura militare che ravvisava nel soggetto cinematografico “L’Armata s’agapò” da essi rispettivamente scritto e pubblicato, gli estremi del vilipendio delle Forze Armate – è valso a stringere vieppiù le braccia seduttrici del P.C.I. attorno ai fianchi di Madame Intellighenzia. Un nuovo sciame di scrittori, impresari teatrali, direttori di quotidiani, critici d’arte, avvocati, che attendevano l’occasione propizia per ottenere la pubblicazione reclamistica dei loro nomi sulle pagine dell’Unità e dell’Avanti, è volato festosamente a succhiare il miele democratico e progressivo che, nelle manifestazioni di protesta pro Aristarco-Renzi, è colato abbondantemente dalle bocche dei politicanti social-comunisti. L’accaduto non è privo di importanza, giacché cos’è il ceto intellettuale se non la rappresentanza meglio qualificata della piccola borghesia, dei cosiddetti ceti medi, di tutti gli strati sociali che non vivono del salario?

Il nuovo successo ottenuto dal social-comunismo nel mai interrotto corteggiamento della piccola borghesia italiana, oggi più che mai instabile e morbosamente “civetta”, non ha mancato di suscitare collera e paura nello schieramento politico anti-stalinista, che si sente coniugalmente tradita e ingannata ogni volta che corrono nella massa borghese e piccolo-borghese fremiti di simpatia per gli spavaldi conquistatori della “estrema sinistra bolscevica”. A giornali come Il Tempo, Il Popolo, Il Giornale d’Italia, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Mattino le adesioni di larghi strati di intellettuali alla campagna di protesta patrocinata dal P.C.I., hanno dato maledettamente sui nervi. Di qui una eruzione di severi biasimi, di aperti insulti, di minacciosi moniti all’indirizzo degli “utili idioti”. Sarebbero costoro quegli esponenti dei partiti politici e degli ambienti culturali borghesi che si lasciano irretire dalla politica social-comunista, come appunto nel caso della nuova crociata pro Aristarco e Renzi, prestandosi così al gioco dei “nemici di classe della borghesia”, cioè appunto dei dirigenti del P.C.I. Ciò perché coloro che scrivono su questi giornali sono convinti, o sono pagati per sembrarlo, che il social-comunismo miri in Italia e nel mondo alla soppressione della classe borghese!

La verità è che continua, dopo le elezioni del 7 giugno, la fuga di voti elettorali (potenziali e futuri) dallo schieramento democratico atlantico, specialmente a seguito dello spettacolo di ignominiosa impotenza e troppo scoperta demagogia, offerto dai satelliti repubblicani, liberali e saragattiani della Democrazia Cristiana. Ciò fa disperare e inferocire gli aggruppamenti politici nemici del social-stalinismo. Ma di quante e quali pietose castronerie sono pieni gli sfoghi di rabbia del giornalistume governativo! Veramente è difficile stabilire dove, in loro, finisce la mistificazione consapevole e dove incomincia la suggestione, la ridicola auto-intossicazione mentale di chi finisce col credere alle proprie menzogne.

Perché succede che la borghesia e la piccola borghesia non rifuggono dal simpatizzare politicamente con le parole e gli atti del social-comunismo? Ecco il… tremendo problema che riscalda a 3000 gradi i grandi cervelli dei politici e giornalisti del campo democratico atlantico. Ma è davvero un problema? Davvero codesti signori sono impotenti a spiegarsi il fenomeno di un partito che conquista borghesi grossi e piccini sbandirerando il marxismo?

Comunque avvenga, la partecipazione dell’elemento borghese alle feste danzanti dell’Unità, le adesioni alla campagna a favore dei cineasti gettati in gattabuia, le civetterie del Maresciallo Badoglio con il P.C.I., per non parlare dei favori che la cosiddetta “apertura a sinistra”, cioè l’apertura delle porte del Governo al partito nenniano, incontra nel ceto politicante piccolo borghese, tutto insomma il quadro delle manifestazioni di ammirazione e di simpatia di parte borghese per il social-comunismo, viene spiegato, dalla stampa governativa, con l’ipotesi, questa sì idiota, della “diabolica tattica”, della “infernale astuzia”, del “machiavellismo scientifico” dei capi del P.C.I. A costoro riuscirebbe nientemeno che di fare la rivoluzione anti-borghese servendosi dei borghesi stessi, di sedurli con atteggiamenti all’uopo studiati e prefabbricati allo scopo inconfessato di prepararne la più atroce delle morti. Evidentemente, se si beve l’enorme coglionatura che trasferisce alla lotta di classe i metodi usati verso le vittime da criminali alla Landru o alla Christie, necessariamente i capi del P.C.I., che pure non si sollevano di un pollice al di sopra del livello mentale comune dei funzionari, debbono godere del morboso fascino che esercitano sul gregge piccolo borghese egualmente i grandi criminali, le prostitute di lusso, e gli imbroglioni del rango dei miliardari.

No, le torbide fantasie dei cervelli piccolo borghesi non infettano chi ha una giusta concezione del compito del partito rivoluzionario proletario. Gli Ansaldo, gli Spaini, gli Sturzo, i Savarino, tutti coloro che dirigono la stampa governativa non possono che tenere il sacco ai loro degni compari dei giornali social-comunisti, presentando la politica del P.C.I. come una astuzia tattica diretta ad addormentare i sospetti della borghesia e smontare pacificamente lo Stato borghese. La ragione dell’accorrere nel P.C.I. di piccoli e di grossi borghesi (recentemente, don Sturzo accusava un certo settore del padronato industriale della Lombardia di appoggiare l'”apertura a sinistra”, dalla cui attuazione essi attenderebbero abbondanti sovvenzionamenti statali) non sta affatto nei tratti psicologici dei capi del P.C.I. Costoro si servono, in una campagna di arruffianamento della piccola borghesia, del lavoro già compiuto, durante un secolo, dalle forze politiche patriottiche, irredentiste, nazionalistiche; sbandierano temi e parole d’ordine che non hanno faticato per nulla a formulare, avendoli trovati già bell’e fatti ad opera di Mazzini, Cavour, Crispi, Mussolini. Bisogna essere veramente ottusi per non comprendere che il successo del P.C.I. presso i borghesi viene assicurato soltanto dall’essere il P.C.I. il partito più sfacciatamente nazionalista, sciovinista, demagogico e retorico, insomma borghese, che esista in Italia. E chi non sa che la scassata e pidocchiosa, piccola borghesia italiana è usa a nutrire lo stomaco di pane e cipolle e la mente delle tartarinate del nazionalismo sbruffone, che tanta fortuna procacciò a Mussolini e al regime fascista? In questo sta il segreto di Pulcinella della infatuazione “comunista” della borghesia italiana.

Il P.C.I. esercita una irresistibile attrazione sulla borghesia italiana per nessuna ragione oltre quella di essere un partito borghese, interclassista, controrivoluzionario, che si appoggia, non bisogna dimenticarlo, ad uno Stato capitalista potentemente armato, l’U.R.S.S. Il P.C.I. è un figlio naturale della porca borghesia italica che aspira alla legittimazione, magari con benedizione papale. Questo non comprendono, o fingono di non comprendere, gli avversari atlantici dello stalinismo.

Conferme sulla regia unitaria di certi scioperi

Si sapeva che lo sciopero… ca­porale del 24-9, indetto in commo­vente accordo da tutti tre (o quat­tro!) i sindacati ufficiali, si sarebbe risolto nella solita truffa. Lo si sa­peva – e l’avevamo denunciato in tempo – per la stessa direzione unitaria assicurata dalle grandi con­federazioni asservite ai partiti politici della borghesia, per l’origine della sua iniziativa e per la conse­guente sua impostazione, riguardo­sa dei centri più sensibili e dei gangli più vitali dell’economia nazionale, delle fabbriche dei padro­ni (parola d’ordine di non fermare i forni, le acciaierie, le produzioni a ciclo continuo, ecc.). Sappiamo che lo stesso avverrà della succes­siva ondata di agitazioni che le or­ganizzazioni sindacali demo-libero-staliniste vanno già programmando al solito duplice scopo di dar sfogo al più che legittimo malcontento degli operai e di controllarne ri­gidamente gli sviluppi per man­tenerli nell’ambito della legalità. D’altronde, basti pensare che, avendo la C.I.S.L. espresso qualche dubbio sulla convenienza di un’a­zione a scadenza vicina come – per non essere anche questa volta l’ultima venuta – la C.G.I.L. ven­tilava, Di Vittorio si è affrettato a moderare i suoi bollori in nome dell’ “unità” finalmente raggiunta dai tre sindacati nel… fregare gli operai facendo finta di aiutarli.

Lo sapevano, dunque, e lo sappiamo. Ma qualche piccola riprova pratica della funzione di questi venditori di fumo sindacale non guasta. Da diverse fabbriche di Mi­lano ci si segnala che, mentre si propendeva in ambiente sindacale democristiano e liberino per uno sciopero di 24 ore, scagnozzi della C.d.L. milanese erano sguinzagliati nelle fabbriche per sostenere la convenienza di uno sciopero di sole 4 ore, salvo poi a rimangiarsi tut­to e ad accodarsi agli altri. Il fatto, malgrado le testimonianze che ci pervengono, potrà essere opinabile, ma non lo è quanto accaduto alla Innocenti. Qui, consiglio di gestio­ne e commissione interna si pro­digarono con zelo immarcescibile per convincere un gruppo di operai incaricati di una produzione ur­gente a continuare il lavoro mal­grado lo sciopero – compito che è loro brillantemente riuscito.

Questi signori che “difendono” la classe operaia sono in realtà più realisti del re, più forcaioli dei forcaioli. Il capitalismo nostra­no può essere grato ai vessilliferi di Santa Produzione Nazionale e, se non ci fossero, dovrebbe sbri­garsi ad inventarli. Sono le grandi valvole del fermento sociale; val­vole chiamate non soltanto a la­sciar scappare i pericolosi miasmi proletari, ma a riutilizzarli, come i sottoprodotti di certe lavorazioni, per far funzionare meglio l’azienda, privata o statale che sia. Non ci sarà sciopero che possa minacciare la stabilità borghese, finché le barriere imposte dai sindacati tricolori non saranno infrante dalla rossa marea dei lavoratori, all’attacco, non alla difesa, del regime del profitto.

[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.3)

PARTE SECONDA: Interpretazione marxista della lotta politica e diverso peso del fattore nazionale nei modi storici di produzione

Da razza a nazione

1) Il passaggio dal gruppo etnico o «popolo» alla «nazione» non avviene che in relazione alla comparsa dello Stato politico, con le sue caratteristiche fondamentali di circoscrizione territoriale e di organizzazione di forza armata – e quindi dopo la cessazione del primitivo comunismo e la formazione delle classi sociali.

Astraendo da ogni movimento letterario e da ogni influenza idealista, riferiamo la categoria razza al fatto biologico, la categoria nazione al fatto geografico. Tuttavia altro è nazione come fatto storico definito, altro è nazionalità, e per nazionalità deve intendersi un aggruppamento che risente dei due fattori, quello razziale, e quello politico.

La razza è fatto biologico, dato che, per classificare un esemplare animale in quanto a razza, non ci domandiamo dove sia avvenuta la sua nascita, ma da quali genitori, e se entrambi (fatto ben raro nel mondo odierno) erano dello stesso tipo etnico, gli esemplari da essi nati appartengono a tale tipo e sono come razza precisamente classificati. Ovunque sono stati diffusi quei bei maiali tutti biancorosei che si chiamano Yorkshire, dalla contea inglese ove ebbe origine l’allevamento, rigorosamente selezionato, il che – ha qui ragione il Papa – può farsi con sicurezza solo per le bestie e non per gli uomini, almeno da quando questi, per i due sessi, non si tengono in gabbia come in talune forme schiaviste. E così per le vacche bretoni, i cani danesi, i gatti siamesi, e via via: il nome geografico non esprime più che un fatto di allevamento.

Tuttavia cose simili avvengono anche per l’uomo ed anche oggi, e negli Stati Uniti d’America (negri a parte, di cui in alcuni Stati della Confederazione è tuttora vietato il matrimonio coi bianchi) vi è un Primo Carnera di babbo e mamma friulani, ma cittadino americano, e tanti tanti Gennarini Espositi di sangue partenopeo, ma fierissimi di avere conseguito «a carta e’ citatino».

La classificazione degli uomini come appartenenti ad una nazione si fa invece con concetto non biologico o etnologico, ma puramente geografico, e dipende dal luogo dove sono nati, in linea generale, salvo i casi sofistici e rari dei nati a bordo di bastimenti in navigazione e via dicendo.

Ma da ogni lato preme il difficile imbroglio delle nazioni che comprendono più nazionalità, ossia non soltanto più razze – le quali sono progressivamente sempre più indefinibili biologicamente come tipi puri – ma più gruppi distinti per lingua e anche per abitudini, costumi, cultura e così via.

Se possiamo ancora definire «popolo» la turba nomade formata dalla unione di tante tribù di razza affine che percorre talvolta interi continenti alla ricerca di suoli che la alimentino e spesso invade sedi di popoli già stabili geograficamente per il saccheggio o per il proprio stesso insediamento, evidentemente non siamo ancora in diritto, prima di tale ultimo evento, di adoperare il termine di nazione, che si riferisce al luogo di nascita, ignoto e indifferente per chi fa parte di una massa che, con i suoi bagagli e carri che fanno da principale tipo di abitazione, dimentica la topografia dei suoi itinerari.

Il concetto di sede fissa di un gruppo umano implica quello di confini a cui limita la sua zona di soggiorno e di lavoro, e si suol dire dal comune storiografo che implica una protezione di tale confine contro altri gruppi, e quindi l’organizzazione fissa di guardie e di eserciti, una gerarchia, un potere. Ma invece l’origine delle gerarchie, dei poteri, dello Stato è precedente allo infittirsi della popolazione umana fino al punto delle contese territoriali, ed è in relazione a processi interni degli agglomerati sociali, in evoluzione dalle prime forme del clan e della tribù, non appena la coltivazione del suolo e la produzione agricola si sono tecnicamente sviluppate al punto di stabilizzare gli interventi con cicli stagionali sugli stessi campi.

Apparizione dello Stato

2) La premessa dell’origine dello Stato è la formazione di classi sociali, e questa presso tutti i popoli si determina colla spartizione della terra da coltivare tra i singoli e le famiglie e con le parallele fasi della divisione del lavoro sociale e delle funzioni, da cui deriva una diversa posizione dei vari elementi rispetto alla generale attività produttiva, e il profilarsi di gerarchie diverse con funzioni di primo artigianato, di azione militare, di magia-religione, che è la prima forma della scienza tecnica e della scuola, a sua volta staccatasi dalla vita immediata della gens e della famiglia primitiva.

Non dobbiamo qui dare svolgimento totale alla teoria marxista dello Stato, ma essa interessa in massimo grado per stabilire quali sono le strutture delle collettività storiche indicate come nazione, strutture assai più complesse del banale criterio secondo cui ciascun individuo, considerato a sé, si rilega con un diretto vincolo alla terra che gli dette i natali, e la nazione è un insieme di molecole personali simili tra loro – concetto non scientifico ma da identificarsi colla ideologia di classe della moderna borghesia dominante.

La teoria dello Stato non come organo di popolo o nazione o della società, ma come organo di classe e del potere di una data classe, fondamentale in Marx, venne da Lenin restaurata nella sua integrità contro la sistematica dissimulazione teorica e politica cui la assoggettarono i socialisti della seconda Internazionale, appunto facendo leva sulla sistematica spiegazione dell’origine delle forme statali contenuta nella classica opera engelsiana sull’origine della famiglia e della proprietà, che ci ha guidati nel campo e nel corso della preistoria. In tali epoche agisce l’elemento etnico allo stato ancora puro e diremmo vergine, nella comunione primitiva di lavoro, di fraternità e di amore delle antiche e nobili, nel senso concreto della parola, tribù e gentes, di cui anche i miti di tutti i popoli serbarono traccia nel favoleggiare di un’età dell’oro dei primi uomini che ignoravano il crimine e lo spargimento di sangue.

Riprenderemo quindi da tale luminoso scritto il filo che ci deve condurre alla spiegazione delle lotte di nazionalità, e alla conclusione materialista che ancora una volta non si tratta di un fattore immanente, ma di un prodotto storico che presenta determinati inizi e cicli, e avrà la sua conclusione e scomparsa sotto condizioni già largamente elaborate nel mondo moderno; veduta nostra originale che non si identifica però per nulla con la rinunzia a considerare nella nostra dottrina e soprattutto nella inseparabile da essa nostra azione (nostre, ossia proprie non di uno o molti personali soggetti, ma del nostro movimento ormai secolare e mondiale) l’importantissimo processo della nazionalità, e tanto meno con il marchiano errore storico di dichiararlo liquidato nei suoi rapporti con la proletaria lotta di classe, nella struttura politica internazionale contemporanea.

Il processo per quanto riguarda l’antica Grecia, e quindi la grande forma storica della antichità classica mediterranea che si chiude con la caduta dell’impero romano, è così sintetizzato da Engels: «Vediamo dunque nella costituzione greca dell’età eroica l’antica organizzazione gentilizia ancora in pieno vigore, ma anche già all’inizio della sua fine: diritto patriarcale con eredità del patrimonio da parte dei figli, per cui venne favorita l’accumulazione della ricchezza nella famiglia, e la famiglia diventò rispetto alla gens una potenza (si confronti l’altra citazione del testo alla fine della Parte Prima); ripercussione della differenza di ricchezza sulla costituzione mediante la formazione dei primi germi di una aristocrazia ereditaria e di una monarchia; schiavitù limitata all’inizio ai soli prigionieri di guerra, ma che apre la via all’assoggettamento di veri e propri compagni di tribù e persino di gens;

l’antica guerra di tribù contro tribù, che già degenera in sistematica rapina per terra e per mare, per conquistare bestiame, schiavi, tesori, quale regolare fonte di guadagno; in breve la ricchezza lodata e apprezzata come bene supremo, l’abuso degli antichi ordinamenti gentilizi per giustificare la violenta rapina di ricchezze. Mancava ancora solo una cosa: un’istituzione che non solo assicurasse le ricchezze recentemente acquistate degli individui contro le tradizioni comunistiche dell’ordinamento gentilizio (altra volta avvertimmo di leggere questo aggettivo nella traduzione italiana come «pertinente alla gens», evitando la confusione col concetto meno antico di aristocrazia quale classe: nella gens che non conosce classi tutti sono di sangue puro e quindi pari; non adotteremo il termine di democrazia, spurio e contingente, e nemmeno conieremo quello di pancrazia, perché la prima parola indica bene tutti, ma la seconda indica potere, cosa allora ignota: nemmeno era una pananarchia, perché anarchia indica una lotta dell’individuo contro lo Stato, dunque tra due forme transitorie, e in cui è molto spesso la seconda a muovere la ruota in avanti. Si trattava nella gens di un ordinamento di schietto comunismo, ma limitato ad un gruppo razziale puro, ordinamento dunque etnocomunista, mentre il comunismo «nostro», a cui il nostro storico programma tende, non è più etnico o nazionale, ma è il comunismo di specie, reso realizzabile dai cicli di proprietà di potere e di espansione produttiva e mercantile, che la storia ha percorso …).

Continua la citazione: «Mancava ancora solo una istituzione che non solo consacrasse la proprietà privata così poco stimata in passato, e dichiarasse questa consacrazione lo scopo più elevato di ogni comunità umana, ma imprimesse anche il marchio del generale riconoscimento sociale alle nuove forme di acquisto della proprietà, sviluppantisi l’una accanto all’altra, e quindi all’aumento continuamente accelerato della ricchezza. Mancava una istituzione che rendesse eterni non solo la nascente divisione della società in classi, ma anche il diritto della classe dominante allo sfruttamento della classe non abbiente, e il dominio di quella classe su questa».

«E una tale istituzione venne. Fu inventato lo Stato».

Ed è anche Engels a definire il criterio territoriale. «Nei confronti della antica organizzazione per gentes il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini secondo il territorio. Le antiche unioni e gentes, formate e tenute insieme da vincoli di sangue, erano diventate inadeguate perché presupponevano un legame dei loro membri a un determinato territorio e questo legame aveva da gran tempo cessato di esistere: il territorio era rimasto, ma gli uomini erano divenuti mobili. Si prese quindi come punto di partenza la divisione territoriale e si lasciò che i cittadini esercitassero i loro doveri e i loro diritti pubblici là dove si stabilivano, senza tenere conto né della gens né della tribù».

Stati senza nazione

3) Negli antichi imperi asiatico-orientali di formazione politica anteriore a quelle elleniche ravvisiamo piene forme di potere statale in relazione alla concentrazione di enormi ricchezze terriere e tesorizzate nelle mani di signori, satrapi, e talvolta teocrati, e al soggiogamento di vaste masse di prigionieri, schiavi, servi e paria della terra, ma non ancora può parlarsi di forma nazionale pure essendo ben presenti le caratteristiche della forma Stato: territorio politico e corpi armati.

La ovvia obiezione circa il popolo ebraico ci consente di dare un chiarimento non inutile all’ultimo passo di Engels citato al precedente punto.

Può equivocarsi tra il territorio che in epoca meno antica definisce la forma pienamente statale, e il legame dei membri della gens ad un dato territorio, legame poi rotto pur permanendo quello del vincolo inviolabile di sangue.

Alla gens appartiene un territorio non nel moderno senso politico, e se vogliamo nemmeno nello stretto senso economico produttivo. Engels vuole dire che la gens si distingue dalle altre, anche nel nome, per il suo territorio di origine, non per i vari successivi territori di soggiorno e di lavoro comune. Il legame dell’indiano irochese alla sua terra di origine è rotto da secoli, non solo da che la civiltà bianca ha ridotto i pochi superstiti in turpi riserve cintate, ma da quando le varie stirpi terribilmente lottavano tra loro, distruggendosi ma guardandosi bene dal confondersi, a costo di spostarsi di

migliaia di chilometri nelle foreste immense (molte ridotte poi dalla tecnica capitalistica a deserti, e utilizzate dalla filantropia borghese per allestire le armi atomiche).

Il popolo ebreo è il primo che abbia una storia scritta, ma da quando è scritta lo è come una storia di divisione in classi, presenta proprietari e nullatenenti, ricchi e servi e salta disinvoltamente il comunismo primitivo, di cui solo ricordo è l’Eden, perché già nella seconda generazione vi fu Caino, il fondatore, inventore della lotta di classe. Il popolo ebreo ebbe dunque uno Stato organizzato e sapientemente organizzato, con gerarchie precise e costituzioni rigorose. Eppure questo popolo non divenne una nazione, come non lo erano divenuti i suoi barbari nemici assiri, medi o egiziani. E ciò malgrado la enorme differenza tra la purezza razziale degli Ebrei e la indifferenza dei satrapi e dei faraoni a vedere pullulare attorno ai loro troni servi, schiavi e talvolta funzionari e capi militari di altra origine etnica o di altro colore, ad aver nei loro ginecei odalische bianche, nere o gialle, tutto derivato da razzie militari e da soggiogamento di libere tribù primitive o di altri Stati a loro preesistenti nel cuore dell’Asia o dell’Africa.

Gli ebrei, divisi in dodici tribù, non sono assimilati da altri popoli nemmeno nella sconfitta. Le tribù e le gentes, ormai tradizionalmente trasformate in famiglie patriarcali monogame, non perdono il legame di sangue puro, il nome del paese di origine e la tediosa tradizione genealogica (tuttavia va notato che lo stretto attaccamento alla discendenza paterna degli israeliti tollera largamente la unione coniugale con donne di altra razza) nemmeno con le deportazioni territoriali, come sarebbero state le leggendarie cattività di Babilonia e di Egitto. Il mitico attaccamento alla terra promessa è una forma prenazionale, perché anche quando la comunità etnica conservatasi abbastanza pura ritorna al paese d’origine, alla sua culla etnologica, non riesce ad organizzarvisi politicamente con storica stabilità e il territorio seguita ad essere incrociato da eserciti dei più diversi e lontani poteri. Le guerre della Bibbia sono lotte di tribù più che guerre di libertà nazionale o di conquista imperiale, e il territorio rimane teatro di storici scontri in forze tra ben altri popoli aspiranti alla egemonia in quella area strategica del mondo antico e moderno.

Anche i greci della guerra di Troia non sono ancora una nazione benché costituiscano una federazione di piccoli Stati aventi prossime sedi ed una molto vaga comunanza etnica, data la ben diversa origine di joni e dori e il confluire nella penisola ellenica di antichissime migrazioni da tutti i punti cardinali. Le stesse forme produttive, costituzioni statali, costumi, lingue, tradizioni culturali, sono diversissime per le varie piccole monarchie militari collegate: anche nelle storiche guerre con i persiani l’unità non è che contingente, e fa luogo alle accanite guerre per il predominio nel Peloponneso e in tutta la Grecia.

Nazione ellenica e cultura

4) I fattori nazionali sono evidenti nella antica Grecia anche nella organizzazione sociale di Atene, Sparta e di altre città, e più evidentemente nello Stato macedone che non solo riduce ad unità il paese ma diviene in un rapido ciclo il centro di una prima conquista imperiale nel mondo antico. La letteratura e la ideologia di questo primo nazionalismo non solo si tradurranno nel mondo romano, ma forniranno la trama alle ebbrezze nazionali delle moderne borghesie.

Lo Stato lacedemone come lo Stato ateniese (o quello tebano) non sono soltanto perfetti Stati nel senso politico con un territorio esattamente definito, con istituzioni giuridiche, e con un potere centrale da cui promanano gerarchie civili e militari, ma assurgono alla forma di nazioni in quanto il tessuto sociale, pur conservando la divisione tra classi ricche e povere rispetto alla produzione agricola ed artigiana e al già sviluppato commercio interno ed esterno, ed assicurando il potere politico agli strati economicamente forti, consente una impalcatura legale ed amministrativa che applica le stesse formali norme a tutti i cittadini, e tra esse la partecipazione con parità di voto alle assemblee popolari deliberative ed elettive. Una tale sovrastruttura giuridica contiene sostanzialmente una funzione analoga a quella che il marxismo denunziò nelle democrazie parlamentari borghesi, ma corre tra i due modi storici di organizzazione sociale una differenza di base: oggi chiunque è cittadino e si afferma che per tutti valga la legge medesima; allora il complesso dei cittadini, che soli

assurgevano a formare la vera e propria nazione, escludeva la classe degli schiavi, benché in dati tempi numerosissima, cui la legge negava ogni diritto politico e civile.

Malgrado ciò, e malgrado il contrasto di classe tra aristocratici e plebei, tra ricchi patrizi o mercanti da un lato e semplici lavoratori dall’altro, viventi di mercede, tale forma di organizzazione sociale si accompagnò a grandiosi sviluppi sia nel lavoro e nella tecnologia e quindi nelle scienze applicate, che nella scienza pura: in relazione alla partecipazione al processo produttivo su basi di parità e di libertà, malgrado lo sfruttamento di classe, la lingua prende un posto di primo piano, la letteratura e l’arte raggiungono alti gradi, si ribadisce la tradizione nazionale che fa buon gioco ai dirigenti della società e dello Stato per avvincere i cittadini tutti alle sorti della nazione, e obbligarli al servizio militare, e ad ogni altro sacrificio e contributo in caso di pericolo dell’organismo nazionale e delle sue strutture essenziali.

Letteratura, storiografica e poesia largamente riflettono l’affermazione di tali valori, facendo del patriottismo il motore primo di ogni funzione sociale, ponendo con ogni mezzo di esaltazione innanzi la fraternità tra tutti i cittadini dello Stato, condannando le tuttavia inevitabili e frequenti guerre e lotte civili, presentate abitualmente come congiure contro i detentori del potere mosse da altri gruppi o persone avide di esso, ma in realtà prorompenti dai contrasti di interessi di classe e dal malcontento della massa popolare dei cittadini nutriti di molte illusioni ma tormentati dal basso tenore di vita anche nei momenti di grande splendore della «polis».

Non è tuttavia la solidarietà nazionale una pura illusione ed un miraggio creato dai privilegiati e dai potenti, ma è in data fase storica l’effetto reale determinato dagli interessi economici e dalle esigenze delle materiali forze di produzione. Il trapasso da una primitiva coltura locale del suolo della Grecia, che sotto clima favorevole è in molte parti arido e roccioso, che poteva nutrire una scarsa e poco evoluta popolazione, alla navigazione commerciale più fervida da un capo all’altro del Mediterraneo, recante prodotti di paesi lontani e diffondenti quelli di un sempre più differenziato artigianato e di un vero e proprio tipo antico di industria, che permise specie presso gli approdi l’infittirsi degli abitanti e una grandiosa evoluzione del loro modo di vita, non si sarebbe potuto avere se non con una forma statale non già chiusa e dispotica come nei grandi imperi del continente, ma democratica ed aperta, che non fornisse solo contadini ed iloti, ma artefici adatti alla numerosa marineria ed ai lavoratori delle città, maestranze e stati maggiori di lavoro, sia pure assai meno numerosi dei moderni, necessari a quella prima forma di capitalismo che ebbe indimenticati splendori.

Ogni prevalere e sbocciare di forme di lavoro, sempre sfruttato, ma non più legato a vincoli di immobilizzazione locale e di fossilizzazione in tecniche secolari della lavorazione, determina, in fase ascensionale, nella sovrastruttura, un grande sviluppo della scienza, dell’arte e dell’architettura, e si riflette in nuovi orizzonti ideologici che si aprono alle società prima vincolate a dottrine chiuse e tradizionali. Si ritroverà il fenomeno nel Rinascimento, inteso come fatto europeo, al declinare del feudalesimo: molti ritengono insuperato nelle altezze culturali il periodo aureo greco, ma è esercitazione letteraria. Possiamo tuttavia considerare che il «ponte» di «umanità nazionale» gettato sulle disuguaglianze economiche, quando lasciava fuori gli schiavi, quasi animali non computabili alla quota umana, era molto più saldo che allorché, nella sua edizione storica di quindici o venti secoli dopo, pretende valicare l’abisso sociale che divide i signori del capitale dal proletariato diseredato.

Ricorda Engels che nel massimo splendore di Atene non si avevano più di ventimila (stampato per errore in una edizione italiana novantamila) liberi cittadini contro ben trecentosessantacinquemila schiavi che non solo lavoravano la terra ma fornivano la manovalanza di quelle industrie cui abbiamo accennato, e quarantacinquemila «protetti» ossia ex schiavi e stranieri privi di cittadinanza.

È bene ammissibile che una tale struttura sociale abbia determinato nel vivere di quei ventimila eletti un grado di «civiltà» qualitativamente più alto di quello dato ai moderni popoli «liberi» dal capitalismo attuale, a malgrado delle tanto maggiori risorse di meccanismo.

Ciò non induce certo a partecipare alla estasiata ammirazione per la grandezza greca del pensiero e dell’arte, e ciò non soltanto perché tali fastigi erano eretti sui dorsi sanguinanti di un numero di schiavi venti volte superiore a quello dei liberi uomini: questi d’altronde prima di Solone erano sfruttati dalla plutocrazia terriera fino al punto che l’ipoteca poteva ridurre a schiavo il libero cittadino debitore

insolvente, e nella decadenza scesero, non volendo farsi concorrenti dello spregevole schiavo (la fierezza del libero ateniese giunse a tanto che anziché farsi sbirro consentiva che la polizia di Stato fosse costituita con prezzolati schiavi, e uno schiavo avesse la facoltà di manomettere i liberi) fino a costituire un vero lumpenproletariat, un ceto di straccioni le cui rivolte contro gli oligarchi dissolsero la gloriosa repubblica.

Engels fa qui un confronto, che dice tutto sulla posizione marxista verso le apologie delle grandi civiltà storiche. Gli Indiani irochesi non potettero assurgere a quelle forme a cui si avviò la gens greca originaria, del tutto analoga a quella studiata nella moderna America dal Morgan (forme simili sono nei giornali di questi giorni descritte da esploratori delle isole Andamane dell’Oceano Indiano, fatta da italiani per incarico del nuovo regime indiano, tra gruppi primitivi finora isolati dal resto dell’umanità). Mancavano infatti agli irochesi una serie di materiali condizioni produttive relative alla geografia, al clima, a quel legame dei popoli dato dai mari specie mediterranei … Tuttavia nella modesta cerchia della loro reale economia i comunisti irochesi «dominavano le loro condizioni di lavoro e i loro prodotti”, che erano assegnati secondo gli umani bisogni. Con lo slancio che invece la produzione greca prese verso la sua gloriosa differenziazione, al vertice della quale stanno le trabeazioni del Partenone, le Veneri fidiache, o i dipinti di Zeusi, e le astrazione platoniche che il moderno pensiero non avrebbe ancora scavalcate, i prodotti dell’uomo presero a divenire merci, circolarono su mercati monetari. Libero o schiavo che l’uomo fosse ai sensi dei canoni delle carte di Licurgo o di Solone, esso cominciò ad essere schiavo dei rapporti produttivi e dominato dal proprio prodotto. Non è ancora prossima la tremenda rivoluzione che lo scioglierà da questa catena, di cui le età auree della storia hanno ribadito i più formidabili anelli.

«Gli Irochesi erano molto lontani dal dominare la natura, ma entro i limiti naturali che vigevano per essi, dominavano la propria produzione».

«Questo era l’enorme vantaggio della produzione barbarica, che andò perduto con l’avvento della civiltà. Riconquistarlo, ma in base al possente dominio, ora raggiunto, della natura da parte dell’uomo, sarà il compito delle prossime generazioni».

Qui sta il nocciolo del marxismo, e qui si vede perché il marxista sorride quando vede taluno, ingenuamente, estasiato nell’ammirare tappe della umana evoluzione, che ascrive all’opera di sommi ricercatori, filosofi, artisti, poeti, l’omaggio ai quali dovrebbe venire da ogni campo, al di sopra delle classi e dei partiti, come la corrente buaggine suole ripetere. Non vogliamo aggiungere alla civiltà un suo coronamento, ma dalle sue fondazioni dobbiamo farla saltare.

Nazione romana e forza

5) Il fattore della nazionalità raggiunge la più alta espressione nella Roma antica della Repubblica, sviluppando il modello dato dalla Grecia per la cultura nel campo positivo dell’organizzazione e del diritto. Sulle basi della nazione romana si eresse l’impero, che tendeva ad essere l’unico Stato organizzato in tutto il mondo umano allora noto, ma che non resse alla pressione dell’aumento delle popolazioni sorte in terre ignote e lontane ed entrate a loro volta nel grande ciclo dello sviluppo produttivo, che dalla piccola gens aveva condotto i popoli mediterranei all’immenso impero, sospintivi a loro volta dalla materiale imperativa esigenza della diffusione di vita della specie.

Il processo nazionale in Italia è diverso da quello greco in quanto non vi sono più città capitali di piccoli Stati che con costumi e grado di sviluppo produttivo non grandemente diversi lottano per una egemonia su tutta la penisola. In Italia, dopo il tramonto di precedenti civiltà che, avendo raggiunto avanzati tipi produttivi ed avendo indubbiamente avuto poteri statali, non si può ritenere abbiano vissuto come nazionali nel senso proprio, Roma diviene l’unico centro di una organizzazione statale con forme giuridiche politiche e militari così definite da assorbire in breve tutte le altre di un territorio sempre più ampio che rapidamente dai limiti del Lazio giunge al Mediterraneo e al Po. Mentre le forze produttive notevolissime di una così vasta zona sono coordinate con quelle della società romana, la organizzazione sociale e statale di Roma e il sistema di amministrazione e di diritto vengono

applicati ovunque ed in modo sempre più uniforme.

Meno rapidamente che nella Grecia la base produttiva agricola viene integrata, con una divisione del lavoro complessa, da quelle artigiane, commerciali, di navigazione e di industria: ma ben presto la stessa conquista militare oltre lo Jonio e l’Adriatico fa rapidamente assorbire i dati dell’organizzazione tecnica e culturale presenti nella vita greca e anche di altri popoli.

La disposizione sociale non è in sostanza dissimile essendo sempre imponente l’apporto del lavoro schiavista. Ma la diffusione del mercantilismo, più lenta ma più profonda, rende più marcata nel seno della società degli uomini liberi la scala delle differenze sociali: a base della organizzazione e degli stessi diritti viene posto il censimento che classifica i cittadini romani secondo la loro ricchezza.

Il cittadino romano è tenuto al servizio militare, mentre le armi sono assolutamente inibite allo schiavo e al mercenario, fino alla decadenza dell’impero. L’esercito legionario è veramente esercito nazionale quale la Grecia non ebbe e quale non fu certo quello di Alessandro il Macedone, malgrado le travolgenti avanzate fino al limite dell’India, ove la morte fermò il giovanissimo condottiero, ma che in fatto era il massimo limite spaziale consentito alla schiacciante superiorità della forma di Stato occidentale rispetto alle bande dei vari principati d’Asia. Quella tentata organizzazione mondiale si sfasciò rapidamente dopo essersi spezzata in tronconi, non per la mancanza di un Alessandro, ma perché il centralismo statale era ancora bambino.

L’organizzazione romana oltre che statale era nazionale sia per la diretta partecipazione del cittadino alla guerra e alla costruzione in ogni tratto occupato di una stabile rete di strade, di fortificazioni, ma anche per la contemporanea colonizzazione agraria, l’attribuzione di terre ai soldati, e lo insediamento quindi immediato delle forme romane di produzione, di economia e di diritto. Non era una corsa a tesori ignoti e sperati di popoli da leggenda, ma la sistematica diffusione di un dato modo organizzativo di produzione in raggio sempre più vasto, debellando ogni resistenza armata, ma subito accettando la collaborazione produttiva delle genti assoggettate.

Tuttavia non è facile dare a Roma come nazione limiti, che variano nel tempo, e tanto peggio profilo etnografico, essendo ben noto come dal punto di vista delle razze l’Italia preistorica, non meno di quella storica, non aveva alcuna unità, né poteva materialmente averla se è un tanto facile ponte di passaggio tra il nord e il sud, l’est e l’ovest, delle più fitte sedi umane di tutti i tempi. Ammettiamo che i primi latini (lasciando andare Troia) fossero una unità razziale, ma già erano dissimili di gran lunga dai vicinissimi volsci, sanniti, sabini, per tacere dei misteriosissimi etruschi, liguri, ecc.

Il civis romanus coi suoi diritti e il suo proverbiale orgoglio nazionale ben presto dall’Urbe si estende al Lazio, e gli italici sono organizzati in municipi, ai quali il criterio statale centralista non può concedere alcuna autonomia, preferendo dopo pochi secoli chiamare ogni uomo libero che in essi vive cittadino romano, con inerenti prerogative ed obblighi.

Il fatto nazione è qui spinto alla sua più potente espressione nel mondo antico, accompagnata dalla maggiore stabilità storica che finora si conosca. Ben lontani dunque dalla comunanza etnica di sangue, i membri della grande comunità, ossia i cittadini liberi, suddivisi in classi sociali, che vanno dal grande patrizio latifondista con ville in ogni angolo dell’impero al minuto contadino e al proletario dell’Urbe che vive nei periodi difficili con distribuzioni statali di farina, sono tenuti insieme da un generale sistema economico e produttivo e di scambio dei beni e dei prodotti, retto da uno stesso inflessibile codice giuridico che la forza armata dello Stato fa senza eccezioni rispettare in tutto l’immenso territorio.

La storia delle lotte sociali e delle guerre civili nelle stesse mura dell’Urbe è classica, ma i suoi sconvolgimenti non sminuiscono la solidità e l’omogeneità della superba costruzione di amministrazione di tutte le risorse produttive dei più lontani paesi, che li copre di opere stabili a funzione produttiva di ogni natura: strade, acquedotti, terme, mercati, fori, teatri, ecc.

Tramonto della nazionalità

6) La decadenza e il tramonto dell’impero romano chiudono il periodo della storia antica in cui la nazionalità e l’organizzazione in Stati nazionali si presentarono come fattori decisivi e si svolsero nel senso dell’evoluzione delle forze produttive.

La solidarietà nella nazione che non elude i periodi di violente lotte di classe tra i liberi di diversa condizione sociale ed economica, ha una chiara base economica fin quando, a danno delle masse di schiavi, lo sviluppo del sistema di produzione comune ai cittadini della nazione fornisce un continuo apporto di nuove risorse che elevano il tenore generale di vita, come la sostituzione dell’agricoltura fissa e seminativa alla semplice pastorizia, della orticoltura irrigua ai sistemi estensivi, della lottizzazione della terra e della sua commerciabilità, insieme a scorte di schiavi ed armenti, al semi-nomadismo primitivo. Anche l’economia agraria e poi urbana romana partì dalla prima economia collettivista delle gentes locali, che doveva cedere non potendo bastare ad alimentare popolazioni aumentate con una rapidità su cui grandemente influisce la dolcezza dei climi. Engels dà di tali origini un’esposizione rapida ma compiuta, dimostrando nelle leggi dei quiriti le derivazioni dei primi ordinamenti gentilizi, e confutando vecchie tesi di storici e del Mommsen (vedi nel capitolo finale della parte precedente la confutazione di un recentissimo autore che nega l’applicabilità del materialismo storico a tale trapasso).

Se il sistema di diritto romano circa la vendibilità della terra e il mercantilismo delle scorte mobili rappresentava la sovrastruttura «di forza» di una nuova economia produttiva di rendimento più alto che il primitivo comunismo di tribù, e tale fatto economico ne spiega l’avvento, sono altri fatti economici che spiegheranno gli eventi politici e storici della sua fine. Coll’aumentare della ricchezza tratta dai commerci in uno spazio immenso e dal cumulo di lavoro schiavista, si va determinando lo scavarsi di un solco di classe profondissimo nel «fronte nazionale», una volta tanto solido. I piccoli coltivatori che avevano combattuto per la patria e faticosamente colonizzate le terre di conquista, si vedono sempre più espropriati e depauperati, e gli schiavi acquistati coi tesori dei ricchi terrieri (nonché allo stesso titolo gli armenti e le greggi) li sostituiscono sui loro fertili campi, che vanno in rovina. Il rapporto tra liberi e schiavi poteva reggere con una media bassa densità di popolazione, assicurando ai secondi la materiale vita e riproduzione, ai primi la ricca gamma di soddisfazioni delle età fiorenti; ma diminuendo la terra da occupare oltre frontiera, ed anzi agitandosi, oltre quelle, nuove popolazioni emigrate e demograficamente dilaganti, e crescendo gli aspiranti, si verifica la crisi ineluttabile e la degenerazione dei metodi di coltura. Questa decade al punto di non potere mantenere né l’animale né lo schiavo, e col proseguire della disorganizzazione lo stesso padrone libera gli schiavi, che vanno ad aumentare la massa dei poveri liberi e privi di lavoro e di terra.

La magnifica costruzione si va allentando nei suoi legami tra regione e regione e non riesce più ad intervenire nelle crisi locali di deficienza. Mentre le carestie verranno a contrastare il fattore demografico, i gruppi umani si riducono in cerchi di miserrime economie locali, in cerchi stretti, che non sono più quelli delle antiche tribù, e la cui situazione non può essere resa diversa dai profondi mutamenti succedutisi e dai nuovi rapporti tra strumenti produttivi, prodotti e bisogni … La nazione che era divenuta un impero si deve spezzare in minime unità, che non hanno più il potente tessuto connettivo del diritto, della magistratura, delle forze armate, emananti da un centro unico, e han perduto quello della comune lingua latina, della cultura, della tradizione orgogliosa … Il grande, «naturale», fondamentale fatto nazionale, patriottico, che sarebbe connesso alla famosa «umana essenza», a gran confusione degli idealisti, sta per permettersi un’eclisse storica totale di qualche migliaio di anni …

«Prima eravamo alla culla delle antiche civiltà greche e romane. Qui siamo alla loro tomba. Su tutti i paesi del bacino mediterraneo era passata la pialla livellatrice del dominio mondiale romano, e ciò per secoli. Là dove il greco non aveva opposta resistenza, tutte le lingue nazionali avevano dovuto cedere di fronte ad un corrotto latino; non vi erano più differenze nazionali … tutti erano diventati romani … L’amministrazione romana e il diritto romano avevano disciolto dappertutto le antiche unioni gentilizie e insieme gli ultimi residui di autonomia, locale e nazionale … Gli elementi di nuova nazionalità esistevano ovunque … in nessun luogo esisteva però una forza capace di unificare tali elementi in nazioni nuove …».

Si avvicinano i barbari, con la freschezza del loro ordinamento in gentes, ma non ancora maturi per

la costituzione statale e per fondare vere nazioni. Si profila l’ombra del medioevo feudale: eppure anche qui è una necessità determinista inerente allo svolgersi delle forze produttive: Engels afferma.

Ordinamento dei barbari tedeschi

7) Anche i popoli che sommersero nelle ondate di invasione l’impero romano ebbero come organizzazione iniziale quella di gentes e del matriarcato, e la coltivazione comunista della terra. Erano, quando vennero a contatto di Roma, al passaggio tra lo stato medio e quello superiore della barbarie, e cominciavano a passare dal nomadismo alle sedi fisse. La loro organizzazione militare cominciava a dar luogo alla formazione di una classe di capi militari che eleggevano il re e che andarono formandosi una proprietà in grande, sottraendo le terre al contadino franco, in cui si era trasformato il libero e uguale membro della gens e della tribù. Cominciò così anche presso tali popoli ad apparire lo Stato e si posero lentamente le basi delle nuove nazionalità che dovevano dopo molti secoli condurre alla rinascita moderna della nazione.

Le notizie che si hanno sulle origini dei popoli tedeschi che si spostavano in tutta l’Europa a nord del Danubio e ad est del Reno conducono ad attribuire ad essi una produzione agricola condotta colla comunione in famiglie, genti, e poi marche, e successivamente un tipo di occupazione della terra con periodiche ridistribuzioni di essa e della parte di essa non totalmente comune e lasciata a periodico riposo. Nello stesso tempo artigianato e industria sono del tutto primitivi: non vi è commercio e non circola denaro, se non quello romano ai margini dei limiti imperiali, con una relativa importazione di manufatti.

Tali popoli sono tutti ancora migratori ai tempi di Mario, che ributtò l’orda dei Cimbri e dei Teutoni dalla penisola ove volevano dilagare passando il Po; lo erano in gran parte ai tempi di Cesare, che li vide apparire a sinistra del Reno, e sono descritti come fissi su terra agraria solo in Tacito, centocinquant’anni dopo. Evidentemente fu processo complicato e in relazione soprattutto al rapido aumento numerico, di cui manca ogni documentazione storica originale: alla caduta dell’impero erano secondo Engels sei milioni, nello spazio dove oggi vivono forse centocinquanta milioni di uomini.

La differenza di classe tra capi militari possessori di terra e di potere e la massa dei soldati – contadini (in quanto non vi sono schiavi e quindi tutti i non portatori di armi o liberi dalla guerra sono lavoratori del suolo) conduce alla formazione di veri e propri Stati, man mano che viene occupato un territorio fisso ed eletto un re o imperatore stabile, sia pure a vita e non ancora ereditario per dinastia. A un tale punto già l’ordinamento delle gentes è caduto, in quanto la tradizione dell’assemblea popolare della comunità è del tutto travisata nell’assemblea dei capi, o principi elettori, che è la base di un aperto potere di classe.

Indubbiamente un tale sviluppo è accelerato dalla conquista dei territori del decadente impero romano, ove i popoli invasori si installano. Più che la loro nuova organizzazione, loro compito rivoluzionario è stata la distruzione del corrotto Stato romano: liberarono, dice Engels, i sudditi romani dal loro Stato parassita, di cui ormai cadevano i presupposti economico-sociali, e in compenso si presero due terzi almeno del territorio imperiale.

La nuova organizzazione della produzione agraria su tali terre, dato il relativamente piccolo numero degli occupatori e la loro tradizione di lavoro comunistico, lasciò indivise grandi estensioni, non solo di boschi e di pascoli, ma anche di terre seminative, prevalendo le forme del diritto germanico su quelle romane, o formandosi interferenze di entrambe. Ciò rese possibile un’amministrazione fissa territoriale di quei popoli già migratori, e per quattro o cinque secoli sorsero gli Stati tedeschi con poteri sulle antiche province e sulla stessa Italia. Il più notevole era quello dei Franchi il quale valse di argine contro l’occupazione dell’Europa da parte dei Mori, e pure cedendo alla opposta pressione dei Normanni fece sì che le popolazioni resistessero sui territori in cui si erano fissate, sia pure nella complessa miscela etnica di Tedeschi, di Romani, e, nel regno dei Franchi degli aborigeni Celti. Tali Stati tedeschi non erano nazioni per questo recente ingorgarsi di ceppi etnici, di tradizioni, di lingua, di istituzioni eterogenee: ma Stati lo erano di fatto per avere finalmente salde frontiere e una unicità

di forza militare.

«E tuttavia, per quanto questi quattro secoli (V, VI, VII, e VIII dopo Cristo) appaiano improduttivi, pure essi lasciarono dietro di sé un prodotto importante: le nazionalità moderne, nuova forma e organizzazione dell’umanità della Europa occidentale per la storia futura (leggi secoli XVII, XVIII, XIX). I tedeschi avevano in effetti ravvivata l’Europa e perciò la dissoluzione degli Stati del periodo germanico finì non nella sottomissione normanno-saracena ma nella trasformazione progressiva in feudalesimo».

Prima di chiudere questa parte con il richiamo dei tratti della costituzione medioevale, dalla quale il fattore «nazionale» è sostanzialmente escluso, abbiamo così voluto mostrare che nella classica dottrina marxista non solo è ritenuto un positivo postulato storico la organizzazione di antiche genti barbare e nomadi in Stati territoriali, in cui i popoli delle penisole mediterranee avevano segnato un vantaggio di oltre un millennio, ma lo è anche la natura nazionale degli Stati, il loro corrispondere alla nazionalità, ossia alla comunanza non solo in certa misura di razza, ma anche di lingua e di tradizione e di costume di tutti gli abitatori di un vasto e stabile territorio geografico. Mentre l’idealista storico vede nella nazionalità un fatto generale e presente sempre ed ovunque vi sia vita civile, noi marxisti le attribuiamo determinati cicli. Un primo ciclo storico lo abbiamo percorso, ed è quello delle grandi democrazie nazionali «sovrapposte» alla massa di schiavi, e tuttavia divise nel complesso di uomini liberi in classi sociali. Il secondo ciclo che vedremo nella terza parte, è quello delle democrazie di uomini liberi, senza più schiavi umani. In questo secondo ciclo storico il fatto nazione accompagna una nuova divisione di classi: quella propria del capitalismo. La nazione e la sua materiale influenza finiranno col capitalismo e con la democrazia borghese, ma non prima, anzi la formazione di Stati nazionali sarà indispensabile, perché l’avvento del moderno capitalismo, nelle varie aree geografiche, si dica compiuto.

La società feudale come organizzazione anazionale

8) I rapporti economici che definiscono l’ordinamento feudalistico spiegano come il tipo feudale di produzione dia origine a una precisa corrispondente forma storica di Stato politico, ma senza il carattere nazionale.

Per spiegare come l’incontro di due tipi di produzione talmente eterogenei, quali la comunione agraria dei popoli barbari e il regime terriero privato dei romani, abbia condotto al sistema feudale a sua volta fondato sulla produzione agraria, e ribadire la conclusione marxista che gli Stati della classica antichità soprattutto nei periodi migliori ebbero natura nazionale, ignota all’ordinamento medioevale, occorre ricordare i caratteri più notevoli dei rapporti rispettivi di proprietà e di produzione.

Nell’ordinamento barbaro e fino a quando non è apparsa la schiavitù il libero componente della comunità è lavoratore della terra, ma questa non è suddivisa in lotti singoli né ai fini del lavoro da fornire da ciascuno, né ai fini della disposizione dei frutti da raccogliere e da consumare.

Nell’ordinamento classico antico essenzialmente il lavoratore bracciante è lo schiavo, e ciò non solo nell’agricoltura ma anche nella produzione ormai sviluppata e separata di oggetti manufatti, sicché è giusto dire che il mondo greco-romano ebbe un proprio industrialismo ed in un certo senso un proprio capitalismo: il capitale invece di essere costituito da terra e strumenti di produzione era oltre che di ciò costituito da uomini vivi come ad esempio oggi in una azienda sono capitale la terra, le macchine e gli animali da lavoro. Tale antico capitalismo non aveva come termine corrispondente il salariato generale, raro essendo che l’uomo libero lavorasse per mercede.

Ma essendo gli schiavi, forza di lavoro sociale fondamentale (forse anche a loro volta in origine comunisticamente posseduti dal gruppo dei liberi), un bene di proprietà, la loro distribuzione era ineguale e ciò significa divisione dei liberi in due classi: cittadini proprietari di schiavi, e cittadini senza schiavi, senza proprietà di uomini. Ci pare che lo stesso saggio Socrate aspirasse, nella sua miseria da filosofo, a potersi comprare almeno uno schiavetto.

Il cittadino senza schiavi non può dunque campare del prodotto delle braccia di un altro, e deve lavorare. Non da schiavo, certo, ma da libero, ossia senza dipendenza dagli ordini del padrone. E a ciò si collega il regime di proprietà privata della terra. Il libero lavoratore è un contadino proprietario e dispone come vuole del suo lotto di terreno, traendone il frutto col lavoro delle proprie braccia. Altri liberi non ricchi e senza schiavi conducono libero lavoro artigiano o professioni liberali (in qualche caso non contese, almeno come intellettuale attività, agli stessi schiavi).

Quando un tale ciclo è perfetto tutta la terra coltivabile è ridotta a bene allodiale. L’allodio è la proprietà privata della terra, con la piena libertà di venderla e di comprarne altra. Ciò significa che la nuova terra conquistata si lottizza subito ai soldati vincitori (Roma) che si trasformano in coloni. Ma perché il diritto allodiale abbia pieno respiro occorre che esista denaro in circolazione con cui si acquistano prodotti vari, e si hanno compravendite di schiavi come di possessi terrieri.

I pochi beni che nel regime antico non sono attribuiti in lotti e restano a disposizione dello Stato o di enti amministrativi locali formano, in opposizione a quelli allodiali, il demanio.

La prevalenza del privato allodio sul pubblico demanio esige dunque che vi sia il mezzo circolante, e quindi un mercato generale cui accedono i cittadini liberi di tutto il territorio: questo era pienamente raggiunto in Grecia e in Roma. Il tipo di produzione antico classico quindi presenta per la prima volta, a differenza della barbarie coi suoi cerchi immediati di lavoro-consumo, il mercato interno nazionale (ed anche un inizio di mercato internazionale). Lo Stato territoriale è uno Stato nazionale quando non solo il suo potere raggiunge tutto il territorio con effetto di forza armata (il che era anche per egiziani, assiri, e poi salii, o borgognoni, ecc.) ma quando il commercio dei prodotti del lavoro e dei beni è praticabile su tutto il territorio e tra punti comunque lontani del territorio. Nella soprastruttura giuridica questo si esprime con l’esercizio degli stessi diritti da parte del cittadino in tutte le circoscrizioni dello Stato. Ed allora soltanto lo Stato è una nazione. Nel senso del materialismo storico, nazione è dunque una comunità organizzata su un territorio in cui si è formato un mercato interno unitario. Corrispondentemente si ha che questo risultato storico è parallelo ad un certo grado di comunanza di sangue, e più di lingua (non si commercia senza parlare!), di usi e costumi …

L’ambiente economico classico dette luogo al suo fenomeno di accumulazione come il moderno capitalismo: chi moltissimi schiavi, chi nessuno, chi tanta terra, chi appena quella che poteva dissodare le sue braccia. La concentrazione condusse al disastro e rese antieconomico il lavoro schiavista al posto della feroce lottizzazione giardinata. In questo senso e con questi rapporti Plinio scrisse che «latifundia Italiam perdidere» e nelle sovrastrutture morali divenne infamia lo schiavizzare l’uomo … I compilatori attuali di leggi agrarie sono rimasti lì, quanto a dati dello sviluppo tecnico e sociale, e confondono schiavismo ed esoso sfruttamento capitalistico del lavoro agrario. Ma ora ci occupa il medioevo.

Col crollo dell’economia terriera romana divenuta retrograda tecnicamente e improduttiva, crolla però anche la trama generale mercantile per cui la ricchezza mobiliare circola in tutto l’impero, e regredisce la gamma di soddisfazione dei bisogni di ogni natura per le popolazioni. Ma i barbari arrivano con la tradizione di minori consumi, e per loro, dopo le brevi parentesi di dilapidazione dei bottini trovati nelle città, che da allora in poi decadranno, la vera ricchezza conquistata è la terra. Troppo tardi è però e già troppo avanzata la divisione sociale del lavoro perché tutta la terra tolta ai romani privati o anche ai latifondisti possa divenire gestione comune, o anche demanio dei nuovi poteri. Sorge un tipo misto di allodio e di demanio. Parte delle terre verrà goduta in comune dalle comunità (usi civici, fino ad oggi superstiti), parte verrà lottizzata in definitiva forma allodiale, del tutto precaria nel periodo di continuo arrivo di altri conquistatori, e parte verrà spartita con periodiche distribuzioni (ancora oggi tale istituto di ricomposizione fondiaria è superstite nella legislazione catastale ad esempio ex-austriaca).

I contadini franchi gettatisi sull’agognata terra fertile e in clima mediterraneo ne trarranno subito ben maggiore profitto delle greggi di schiavi. Ed in questo senso le forze produttive di tante braccia inoperose e del ricco terreno disprezzato dai cresi romani risorgono potentemente. Ma con la trama della romana amministrazione dei suoi legami e trasporti è stata infranta la trama connettiva del commercio, e si ricade in un tipo di produzione locale e di immediato consumo dei prodotti.

Tale economia senza commercio caratterizza il medioevo, i cui Stati hanno magistrature ed eserciti territoriali, ma non hanno un mercato territoriale unitario: non sono quindi vere nazioni.

Se i componenti delle antiche gentes avevano già perduta la uguaglianza sociale nel corso delle migrazioni e delle conquiste, presto essi perderanno, nella gestione semi-comune e semi-allodiale della terra occupata, anche la libertà e l’autonomia. Ricomincia il processo di concentrazione del possesso terriero nelle mani di capi militari, funzionari, cortigiani del re, corpi religiosi.

Agli schiavi antichi si è sostituita una nuova classe di servi di coloro che fanno per loro conto il lavoro manuale e più quello di preda ed estorsione dai lavoratori liberi. Il lavoro della terra in lotti presuppone una stabilità dell’ordine, che lo Stato romano centralizzato rendeva sacrosanta coi suoi giudici e i suoi agenti e soldati, ma che è venuta a mancare perché non solo giungono spesso sulle terre opime nuovi popoli armati, ma si svolgono lotte tra i signori e capi di uno stesso potere mal centralizzato.

Più che della libertà il contadino franco aveva bisogno della sicurezza, elemento base dell’ordine giuridico romano, oggi rinnovellato ed esaltato a modello. Cedendo la libertà trovò la sicurezza, ossia la forte probabilità di coltivazione per se stesso e non per altri predatori del totale raccolto e di ogni scorta ed attrezzo.

Questa forma fu l’accomandazione (non raccomandazione come in qualche testo scrivono), che è in fondo un patto tra il lavoratore della terra ed il signore armato e combattente. Il signore feudale garantiva la stabilità nel territorio di lavoro, e il contadino impegnava a lui parte del raccolto (prestazione) o parte del suo tempo di lavoro (comandata). Ma la sicurezza di non essere mandato via divenne obbligo di non lasciare la terra. Non vi era più lo schiavo, alienabile, ma nemmeno il contadino franco: vi era il servo della gleba.

Le basi della rivoluzione moderna

La difesa di questa forma dinanzi allo schiavismo latifondista fondiario fatta da Engels è pienamente marxista. La nuova forma consente, ad esempio nella Francia dei semi-selvaggi celti, uno sviluppo enorme della produzione e un aumento enorme di popolazione stabile, tanto che le carestie periodiche (conseguenza dell’abolito commercio tra regioni e province) e le Crociate (tentativo di riaprire le classiche vie commerciali) non valsero due secoli dopo a diminuirla.

La rivoluzione quindi che accompagnò, ad opera dei migratori barbari, la caduta dell’Impero di Roma fu anche essa svolta nel senso dello sviluppo di forze produttive e sociali.

La distruzione del commercio generale e dei mercati ad estensione nazionale ed imperiale condannò la fertilizzata e colonizzata Europa, sede ormai di popoli stabili che gradatamente percorrono l’ascesa tecnica e culturale che comporta l’organizzazione dei paesi stabilmente occupati da sedi umane, a un lunghissimo periodo di vita economica molecolare, sparpagliata, in isole minime, e la classe che formava ormai la grandissima maggioranza della popolazione, la classe serva e legata alla gleba, fu preclusa da qualunque orizzonte.

Ma, come nella geniale intuizione di Fourier, mentre lo schiavo antico non aveva condotto vere vittoriose lotte di affrancamento, per i popoli europei fu posta la base di un lontano ma formidabile sollevamento rivoluzionario contro le classi dominanti e gli istituti del tempo feudale.

Mentre il moderno proletariato urbano si affaccia alla storia, la rivendicazione nazionale è il più alto lievito di questa immensa rivoluzione, atta a sciogliere il cittadino moderno dalle catene del servaggio e a portarlo all’altezza del cittadino antico. Se la rivoluzione moderna borghese usa ed abusa letteralmente di questo riecheggiare delle glorie greco-romane – qui nous delivrera des Grecs et des Romains? – è certo che si tratta di un fermento rivoluzionario di forza gigantesca.

Non è la nostra rivoluzione e non è nemmeno la nostra rivendicazione, quella nazionale, e non è nemmeno essa la conquista di un beneficio irrevocabile ed eterno dell’uomo. Ma il marxismo la

guarda con interessamento, anzi con ammirazione e passione, e quando la storia la minacci è, nei tempi e nei luoghi decisivi, pronto a scendere nella lotta per essa.

Lo studio necessario è quello del grado di svolgimento dei cicli, e della identificazione dei veri luoghi e dei veri tempi. Se mille anni passarono tra lo sviluppo delle genti primigenie sul Mediterraneo e nella Europa continentale, il ciclo nazionale moderno dell’occidente può bene chiudersi, e restare per un lungo periodo rivoluzionariamente aperto quello di popoli di altra razza, di altro ciclo e di altro continente.

Ed è soprattutto per questo che importa enormemente mettere a fuoco nel senso marxista e rivoluzionario il gioco del fattore nazionale.