Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/20

Proletari italiani e sloveni hanno, al di sopra di fittizi confini, lo stesso comune nemico

Se c’è zona, in Europa in cui la falsità e l’assurdo delle soluzioni «nazionali» appaiono in una luce che è di sangue, questa è proprio la zona del cosiddetto territorio libero triestino. Geografia e storia vi cospirano: la geografia che ha posto la grande città portuale al punto d’incrocio fra oriente e occidente europeo — per cui è tanto vero che Trieste non può vivere senza il polmone economico del bacino danubiano, quanto è vero che vivrebbe a stento senza le correnti commerciali con l’Italia —; la storia che vi ha mescolato, in modo da rendere vana ogni definizione di «confini etnici», italiani e slavi, per tacere di meno compatte minoranze.

Due guerre hanno sanguinosamente riproposto, in questa zona storicamente internazionale, una soluzione nazionale; entrambe ne hanno svelato l’inconsistenza. 600 mila caduti in una guerra che mascherò dietro la cortina fumogena dell’irredentismo la frenesia di espansione del capitalismo italiano, la fame delle attrezzature portuali, della rete di commerci, delle industrie di una delle perle della monarchia austroungarica: Trieste fu «liberata», ma, mentre lo spaventoso massacro, sbriciolando il mercato unitario dell’Europa centro-orientale, paralizzava la vita economica triestina (se non per gli sciacalli dell’affarismo che pompavano sovvenzioni dallo Stato vittorioso e mettevano a profitto una eredità non loro), il vagolante irredentismo cambiava fronte e, liquidato il «tedesco oppressore», si lanciava sullo slavo in una stupida e bestiale politica di snazionalizzazione, tanto più stupida e bestiale in quanto tutte le «razze» avevano portato un contributo comune alla vita della città e della regione e in quanto esse s’intrecciavano in modo indissolubile nei centri urbani e nelle campagne. Lo irredentismo suscita di rimbalzo l’irredentismo: e la seconda guerra mondiale ha visto rovesciarsi su Trieste e sulla Venezia Giulia l’ondata opposta, la snazionalizzazione jugoslava subentrare alla snazionalizzazione italiana e, di rimbalzo, fermentare di nuovo l’irredentismo italico, mentre una nuova partizione basata su cervellotiche linee etniche riproponeva i problemi economici di una città che vive solo di grandi scambi commerciali fra oriente e occidente e, soffocata come estremo lembo dello Stivale, soffoca come estremo lembo di una repubblica federale ubriacata anch’essa di nazionalismo. La composizione del movimento operaio triestino ha sempre rispecchiato il carattere non-nazionale della regione: lo stesso partito socialista; in modo spiccatissimo il partito comunista degli anni ardenti del primo dopoguerra. Proletari italiani e sloveni combattevano la stessa battaglia contro un nemico che non aveva connotazioni nazionali ma internazionali; contro il mostro pluricipite del capitale. Lo avevano combattuto insieme sotto regime austriaco; lo combatterono sotto dominio italiano. La diversità di lingua, di tradizioni, di origini familiari non pesava sul movimento: la impossibile linea etnica, la linea dell’ideologia borghese, non passava attraverso un movimento che riconosceva soltanto linee e frontiere di classe. E, su questa linea, cadevano proletari di nome | italiano e slavo e tedesco. Oggi, l’ubriacatura nazionale, intrattenuta da tutte le parti e da tutti il partiti, ha scavato anche in campo proletario un’assurda e antistorica linea etnica e tenta di cancellare la sola linea reale — la sola linea «concreta», signori del concretismo! — delle divisioni di classe.

Ancora una volta, la frenesia di espansione — sia essa jugoslava o italiana (tendente la prima ad aprirsi nuovi polmoni, tendente la seconda a conservarsi un residuo di polmoncino) — si ammanta di rivendicazioni nazionali; e v’è chi vorrebbe portarle sulla punta delle baionette, e v’è chi vorrebbe affidarle al responso della scheda. Fra l’incudine e il martello, destinate ad essere sfruttate comunque, sono le masse proletarie italo-slovene, i gruppi prevalentemente slavi delle campagne, i gruppi prevalentemente italiani delle città. Da ambo le parti s’invoca la solidarietà nazionale delle classi; da ambo le parti s’incitano i proletari di una lingua (giacché solo la lingua può distinguerli, non le tradizioni e meno ancora gli interessi) a combattere contro proletari di un’altra. È questa grande menzogna della separazione etnica e della soluzione nazionale che i proletari italiani e sloveni sono chiamati a combattere, o Trieste e la Venezia Giulia precipitano nella via senza uscita di irredentismi a rimbalzo continuo e di una paralisi economica progressiva, cui soltanto un nuovo massacro sembrerà offrire, con gli stessi pretesti e con gli stessi risultati, una soluzione. Proletari italiani e sloveni hanno, come sotto l’Austria e come sotto l’Italia, un comune avversario: lo imperialismo, un’ideologia falsa e bugiarda da liquidare, l’ideologia delle frontiere etniche una sola battaglia da condurre, la battaglia di classe.

È su questo fronte che si schiereranno, passati i fumi di rinnovati «maggi radiosi», le forze proletarie della regione giulia contro il nazionalismo travestito di rosso della borghesia jugoslava, contro il nazionalismo mascherato di progressismo della borghesia italiana, contro i neo-nazionalisti dell’indipendentismo stalinista, contro le forze internazionali che stanno alle loro spalle.

"Union sacrée" anche alla Pignone

Firenze, ottobre

Per ricomporre l’Union Sacrée dei partiti della democrazia non occorre Trieste: basta la Pignone.

Licenziamento generale alla Terni e alla Pignone di Firenze. I tre Sindacati si bloccano in un fronte « unitario », come nei bei momenti di « emergenza », per salvare l’azienda. La C.G.I.L., attraverso l’organo di fabbrica « La Colata » pubblicato nella Pignone, plaude entusiasticamente a questa ritrovata unità, al Sindaco democristiano, al Preside della Provincia (stalinista), e a « tutti i deputati e senatori, i quali al di sopra di ogni colore politico, ecc. »: infine scodella la ricetta per salvare capra e cavoli: « la stipulazione di trattati commerciali fra il nostro Governo (democristiano) e i paesi orientali (mangiacristo) è una delle strade più decisive per la ripresa della nostra industria ».

La stessa « Colata » dà la riprova della giustezza di questa soluzione: la Pignone, dal 1930 al 1938 (Mussolini), ha fornito alla Russia 159 grosse macchine; « perfino il Presidente della Unione Industriali, dott. Costa, afferma che, fino al raggiungimento di un assetto politico più sicuro dell’attuale, non sarebbe prudente per un paese mettersi in condizioni di non poter vivere per restrizioni al commercio estero decise da altri paesi »: e « dal dott. Costa all’estrema sinistra, tutti sono d’accordo che bisogna commerciare con l’Oriente se si vuol percorrere una delle strade della salvezza della nostra industria ».

Per concludere: « i lavoratori saranno pronti e decisi ad assecondare gli industriali », « se (questi) hanno a cuore le loro industrie ». E, subito dopo il colpo di scena: il Governo ritira il passaporto al dott. Marinotti, consigliere delegato della Snia Viscosa, che sta per andarsene in Francia, « con la motivazione che la presenza e la collaborazione del dott. Marinotti è indispensabile per la continuazione delle trattative in corso alla Pignone ».

Di fronte a questo provvedimento, i nazionalisti di sinistra, dalle pagine dell’Unità del 25-10-53, insorgono in difesa dell’inviolabile libertà dell’individuo.

L’unità fra tutti i sindacati e fra questi e le Autorità segna ancora una volta l’unità di azione e d’intenti fra opportunismo e capitalismo al preciso scopo di mantenere il risentimento dei lavoratori al disopra delle ideologie, cioè nei limiti della conservazione borghese perché non sfoci in aperta ribellione contro l’ordine borghese. Unità fra Sindacati e Stato: riaffermazione della funzione controrivoluzionaria di organi professionali ansiosi d’inserirsi nel gioco della classe dominante e di operare al suo servizio invece di difendere, anche sul terreno espressamente economico e di loro competenza, la classe operaia. Intervento diretto dello Stato nei conflitti sociali; apparentemente in antitesi con gli industriali, di fatto per mascherare gli appetiti fin troppo sfacciati dei massimi trusts e gruppi della nostra industria.

Il Mattino dell’Italia Centrale, organo democristiano, in un editoriale del 25-10 che potrebbe benissimo apparire sulle prime pagine di qualunque giornale sinistroide, commenta così i fatti: « di fronte alla leggerezza o all’ostinazione con le quali persone o gruppi, aventi responsabilità direttive di complessi industriali del genere (della Pignone) considerano di loro stretta e personale competenza l’impiego dei mezzi di produzione e quel che è peggio, le possibilità di vita dei loro dipendenti, è inevitabile che vi sia una reazione generale ». A parte il finale ipocrita, primeggia la sostanza del principio dello Stato padrone, anche se ridotto a un gracidio che non spaventa nessuno, meno che mai i dirigenti della Snia Viscosa.

Abbiamo qui l’ennesima prova della « missione » che i sindacati … operai si sono assunti: insegnare ai padroni il miglior modo di fare i propri affari. Partiti di opposizione e di governo, e organizzazioni sindacali ad essi affiliate, chiedono concordi l’intervento statale a protezione da eventuali rivolte proletarie e a difesa contro gli « egoismi » e gli interessi di categoria di settori della classe dominante. Di più, i sindacati stalinisti suggeriscono il commercio con l’Oriente (e, in questo, hanno l’appoggio di larghi strati industriali, forse della stessa Snia Viscosa) al fine di salvare la « nostra » (cioè la loro) industria che è, fra l’altro, uno strano modo di far leva sulla « patria del socialismo ».

E gli interessi operai? Oh, quelli sono salvi quando siano salvi gli interessi dell’azienda …

Il disastro calabrese, o la coltivazione delle catastrofi

L’episodio ignobile del ripetersi sull’estrema Calabria, a due anni di distanza, di un sinistro che ha lo stesso procedimento, le stesse cause e gli stessi paurosi effetti, con gli stessi atteggiamenti di stupore, di ipocrita condoglianza e di stucchevole carità da parte della stampa e di tutta La “opinione” per poi passare, a cose raffreddate, alla stessa strafottente impotenza non ha affatto cause fisiche, ma soltanto cause sociali.

Il cielo, per luogo comune più sereno e bello del mondo, non avrebbe più il diritto di fare un po’ d’acqua, il padreterno di aprirne le cataratte, e il papa di lasciar piovere, come nella saggezza dei nonni, quando piove?

Quando poche nuvole passano davanti al nostro ossessionante sole, come mai è previsione sicura che le fognature delle città andranno a rigurgito infangando, infettando e scalzando tutto, i fiumi tracimeranno e gli argini si apriranno, dai fianchi dei monti e delle colline fiumane di melma, travolgendo abitazioni ed impianti, rasperanno la poca terra vegetale che andrà a rendere limaccioso e buio il mare azzurro e limpido, nei cui fondali il navigatore millenario scorgeva i riflessi dei corpi delle Sirene?

Il grosso pubblico è convinto che o il volere di corrucciate divinità, per la inaudita perversione di una umanità drogata ed ebbra, o l’effetto delle prove sulle armi atomiche, svolta in ordine sparso per i continenti e gli oceani, abbia fatto sì che oggi le precipitazioni e le meteore siano decuplicate rispetto ai tempi di Saturno, di Ulisse o di Franceschiello di Borbone.

Nulla di tutto ciò. Le statistiche meteorologiche, le poche che fino ad ora non si ha interesse a manipolare, mostrano che le precipitazioni incriminate rientrano nella probabilità normale e non superano quelle che una volta si incassavano senza danno.

Facili considerazioni di energetica mostrano che le bombe atomiche, per carognesco che sia il provarle per poi applicarle all’umano carname, fanno all’involucro atmosferico del pianeta, nella sua massa e nel suo potenziale, l’effetto che farebbe il sospiro di una pulce posata sulla groppa di un rinoceronte.

La spiegazione è quindi che, nel tempo in cui il massimo bacchico furore pubblicitario è scatenato ad esaltare il progresso della scienza e della tecnica, l’effettiva attrezzatura ed organizzazione delle generali reti di servizi con cui il formicaio degli uomini tutela il suo soggiorno sulla crosta terrestre, è in indecente regressione.

Le nuove risorse se sono, in senso anche relativo al numero dei viventi e alle loro esigenze, maggiori delle antiche, sono sempre più indirizzate non alla sicurezza dei tutti, ma alla raffinata fregagione dei più.

L’ingranaggio e la prassi della pubblica amministrazione, con la pletora di personale e il crescente attrito degli intricati ruotismi, sempre più aumentano la loro inerzia passiva, e sempre più diventano adatti a cedere ad esigenze non di natura collettiva e “morale”, ma solo derivate da appetiti di speculazione e da manovre dell’iniziativa capitalistica.

Ciò non deriva dal fatto che il capitalista sia divenuto più negriero e il pubblico impiegato più venale, ma dalla legge del corso storico, ed è una prova che una rivoluzione sociale incalza. E se la rivoluzione incalza, e tuttavia non è vicina, gli effetti di una simile schifosa situazione su due o tre decenni che dobbiamo vivere così, non faranno che svilupparsi clamorosamente in tal senso.

Funzionari colti ed intelligenti (ne resta qualcuno) vi diranno subito: davanti a un problema qualunque noi siamo praticamente impotenti, e sappiamo solo dirvi le centomila ragioni di legge, regolamento, prassi, procedura, bilancio e contabilità per cui non sarà risolto, o comunque tocca a ben altri risolverlo, chiudendovi facilmente la bocca. Ma se ci chiedete di fermare un qualche cosa che stentatamente un altro ramo dell’amministrazione sta attuando, allora potrete misurare la nostra genialità nel trovare il modo, i dieci infallibili modi, di bloccare a zero quella faticosa ”pratica” che altri sviluppa.

Norma quindi della attuale burocrazia è non lavorare, non fare, provare con irrefutabile eleganza che non c’è da fare, da studiare e da attuare nulla, ed elevare una serie inesausta di difficoltà sul cammino di ogni procedimento.

Ciò non deriva dalla natura immanente del “sistema burocratico” e meno che mai dal divenire della burocrazia classe dominante. Una classe dominante di gelide mignatte, la storia non l’ha vista, né mai la vedrà.

Nel ciclo invece di ogni vera classe sociale, quando essa è fresca della propria rivoluzione, il suo compito integra il suo interesse di dominatrice, con quello “generale” della società, in una larga misura; integra il presente del suo grandeggiante potere e privilegio con l’avvenire, con lo sviluppo dei paesi e delle popolazioni che governa. In questa prima fase del ciclo le sue ostentazioni ideologiche di portatrice del vantaggio collettivo, false fin dal primo enunciato e nella stessa fase prerivoluzionaria in linea teorica, hanno una buona rata di contingente e concreta applicazione, e tale ciclo per l’Europa e per l’Italia possiamo al più chiuderlo alla fine del secolo scorso.

Nell’altra metà del ciclo questa funzione è esaurita: le forze produttive e le attività crescono ancora, ma decresce il vantaggio che ne trae ogni strato sociale estraneo alla classe dominatrice. Scienza tecnica potenza sempre da amministrare; amministrazione, ossia tutela, difesa e sviluppo della collettività e di ogni suo componente, sempre più da schifare.

I centri nervosi della macchina pubblica non accusano più le esigenze generali, e il suo esercito non si spreme le meningi per il gusto di vantare che i servizi vadano bene e i lavori pubblici siano studiati ed attuati al meglio, com’era una volta interesse di classe.

Tutto il sistema entra in movimento con enorme lentezza e pesantezza, e il solo intervenire di un agente esterno, la fame di profitto del capitale, avvia un’operazione o l’altra.

Per essere brevi, se un’impresa sa che facendo una strada realizzerà un forte lucro, impianta la pratica, presenta le istanze (o le fa presentare dall’ente o corpo ufficialmente qualificato), si mette sulla via delle trasmissioni del rugginoso ingranaggio, preme, spinge, sollecita, lubrifica, e in un lungo corso le ruote girano e l’opera si fa, magari se non serve a nulla, magari a mezzo, e quindi concretamente inservibile. La selezione tra opere necessarie e accessorie o superflue, la graduatoria tra opere urgenti e meno urgenti, la valutazione se si tratta di fare un passo avanti oppure di evitare semplicemente di farne uno, due o tre indietro, la burocrazia non la fa più: la fanno le imprese col loro criterio nettamente rovesciato.

Fino ad un certo punto l’amministrazione una volta la faceva, la faceva ad esempio il genio civile e ferroviario “piemontese” giunto caldo di patriottismo nella poverissima Calabria… Oggi, e fin da quando si elabora la relativa “legge speciale”, il carrozzone èmesso in moto dal gruppo che deve fare un affare.

Questo gruppo suda tuttavia le sue sette camicie prima di aprire definitivamente il rubinetto magico del guadagno e della pubblica spesa, contro le resistenze solite dell’inerzia amministrativa, delle carenze di bilancio, del passivo statale, della minaccia di inflazione.

Ma quando la stasi e la paralisi cronica dei normali procedimenti, il gelo dell’iniziativa di ufficio, ha dato i suoi effetti, e la sciagura si abbatte e la rovina sopravviene, la speculazione entra a bandiere spiegate nel clima della “emergenza”, le procedure si abbreviano e si saltano, gli stanziamenti sono demagogicamente varati subito dai ministri accorsi a dire coglionerie e far perdere tempo, mobilitando per scorte più agenti di quelli che ancora sono dedicati a salvare qualche pericolante, le imprese entrano in azione senza formalità e per direttissima, e così si è aperta un’altra curée come quelle edilizie, che furono magnificate come salvatrici di città colossali dalla peste o dal colera.

Non vi è da distinguere in questa condanna del modo di amministrare l’Italia di oggi, tra governi e opposizioni. Ignavia, ignoranza e cecità sono comuni a entrambi, e aggravate dal sistema parlamentare sul cui sfondo equivoco fanno leva i gruppi imprenditori per violare più facilmente le labili trincee delle amministrazioni, con appoggio da un lato, con ricatto dall’altro.

Se una volta il riformismo dell’opposizione radicale e socialistoide aveva un buon contenuto e un certo effetto tecnico ed amministrativo, e le gestioni di comuni, province ed altri enti da parte dei partiti avanzati furono utili, e servirono ad aumentare il distacco di benessere del Nord rispetto al Sud (il che anche allora i rivoluzionari denunziarono come falsa difesa dei lavoratori) oggi un serio riformismo sociale che si sottragga alla dittatura dell’affarismo è possibile solo con un regime totalitario.

Il pluripartitismo vincitore (non per le sue virtù) in Italia ha fatto fare passi giganteschi alla disamministrazione. Nella bestialità di tecnica ed economia sociale gli oppositori non solo convergono coi maggioritari ma li precedono. Si è visto per la Calabria, si è visto per la riforma terriera.

I socialcomunisti vorrebbero soltanto che la legge agraria dello scorporo e spezzettamento, attuata dai democristiani, avesse estensione maggiore e più profonda, criticano la sua applicazione solo perché quantitativamente insufficiente. La loro responsabilità non è dunque che più spinta nell’errore di principio: trovare ricchezza per lo stato e per il popolo (!) non nella fisica fertilità della terra, che è in relazione al lavoro umano, ma nella finzione giuridica del suo possesso titolare, che di per sé non è nulla.

Più logica – almeno in teoria – era la legge fascista sulla bonifica integrale, che imponeva al proprietario di trasformare l’azienda sotto pena della confisca alla terra non bonificata dopo un certo periodo.

Oggi si regalano dall’erario somme ai latifondisti per lasciare la situazione colturale immutata e per gli errori tecnico-economici anche peggiorata.

Si gonfia soprattutto dai “comunisti” il peso del monopolio (!) fondiario, che è poca cosa e alla quale casomai provvederebbe una statizzazione della rendita fondiaria senza indennità. O sarebbe bastata un’imposta progressiva sulla stessa (male ottenuta con gli ingranaggi della complementare e della patrimoniale) senza toccare il grosso apparato catastale proporzionale alla superficie per ogni qualità di coltura, e sovrapponendo una tassazione extra in ragione del totale imponibile di ogni azienda, facile a trovare, non confondendo azienda con proprietà, comenella curiosa pratica del “coacervo” ditta per ditta, la cui soluzione ha fatto scempio di elementari nozioni di diritto, economia e… aritmetica della prima classe.

E vedrete mai colpire dalle opposizioni parlamentari e costituzionali la orripilante gonfiezza degli effettivi di personale che la stessa America osa incidere? Gli “statali” sono un serbatoio colossale di voti, e con essi la rete delle imprese che li manovra; e quindi corteggiatura di tutti e difesa disperata dei loro interessi e del desiderio sfrenato di nove italiani su dieci di entrare nell’amministrazione e campare sul lavoro del decimo!

Così si è potuto ignorare che la ricchezza della terra non sta in un foglio di carta bollata e in una trascrizione registrata, ma sta nel convergere dell’opera dell’uomo col risultato di lontanissimi processi fisico-geologici che acclimatarono le vegetazioni sul suolo. Ma se l’opera dell’uomo spesso mutò aride sabbie in vegetale humus, altre volte disboscando e dissodando alterò l’equilibrio antichissimo, stabile contro l’oscillazione stagionale e le ordinarie meteore, e produsse opposti effetti mutando foreste in pantani, selve di montagna in friabile ossatura di rocce nude. Da quando gli uomini furono troppi per sostituire nuova sede a quella sfruttata e divenuta inospite i poteri statali ebbero il compito di disciplinare in modi svariatissimi il rapporto dell’uomo con la terra nelle sue fisiche operazioni lavorative.

Oggi la sapienza dei tecnici del governo e della minoranza ha additata una via magnifica! Miliardi e miliardi dello stato – pagati banalmente dal popolo liberato e contribuente – sono stati sciupati in baracconi di nuovi grossi enti e nel fare, poniamo, sul plateau silano, al sicuro da alluvioni e scoscendimenti, reti di inutili strade e gruppi di inutili case, da cui nell’inverno si fugge per ripiegare nei tradizionali paesoni; miliardi sono stati pagati per scorporare sul versante insicuro e malsano che degrada sullo Jonio. Frattanto, per aver trascurato la rete di provvedimenti conservativi a favore di quella delle innovazioni sballate, ma foraggiatrici, le alluvioni hanno asportata la poca terra coltivabile e i soprassuoli ove ce n’erano, la piccola coltura lottizzata è divenuta non solo povera, ma impossibile. Il diritto giuridico di un ettaro di terra, acquistato al popolo e al contadino, fatto pagare a quello e a questo, non vale più nulla, quando sull’ettaro terra vegetabile non ne resta affatto. Chi ha fatto a tempo è il barone, cui è stato portato a capitale da rendita perpetua, se non pure un po’ decurtata, il reddito imponibile di quell’ettaro, divenuto oggi incolto, sterile, eguale dunque a zero. E per rendere quell’ettaro di nuovo redditizio occorre lavoro, ma occorre anche capitale mobile: espropriando baroni della terra non si trova un ette né dell’uno né dell’altro.

La coltivazione della catastrofe non è strana per una borghesia uscita dalla coltivazione della sconfitta. Politici del governo e dell’opposizione hanno comune origine dal tronco del blocco antifascista, alleato dell’ufficiale nemico del tempo. Noi proletari e rivoluzionari, che non abbiamo nemici nazionali, possiamo ben dirlo, mentre la classe dominante discute la indegnità dei suoi ammiragli, che avrebbero coscientemente portato i piccoli incrociatori “carta velina” sotto il tiro implacabile e centrato col radar delle dreadnoughts britanniche, mentre i tiri dei loro cannoncini bucavano il mare a mezza distanza. Non eravate tutti, nemici tra voi oggi, alleati degli inglesi, che portavano qui e sbarcavano ad Augusta la civiltà che vi ha figliati, e non dovreste far parte a quegli ammiragli delle vostre decantate medaglie al valore partigiano?

Da quando la borghesia girava avanti la ruota della storia e portava innanzi con un’amministrazione nuova e audace l’attrezzatura della specie umana, le dichiarammo la guerra di classe e ne tracciammo l’itinerario nefasto e distruttore. Qualunque sia il tono dell’amministrazione borghese, il programma del proletariato comunista è di frantumare il suo ingranaggio di governo.

Ma le vicende della storia italiana sono utili a provare nel modo più evidente che la classe operaia non può fare altre conquiste, nemmeno minimaliste, se non si spiantano e si spianano due bordelli: il parlamento elettivo e la macchina amministrativa.

Il capitalismo russo si occidentalizza

La Russia, questo paese delle meraviglie che avanza verso il comunismo, è teatro delle clamorose imprese di una classe sociale, che fino a quando gli stalinisti non avevano massacrato i connotati del marxismo, era considerata il nemico mortale del comunismo: i commercianti. Tempo fa l’Unità, riportando notizie della stampa russa, annunciava l’apertura di 22.000 nuovi negozi e spacci mobili. Questi ultimi, le botteghe su ruote, il commercio ambulante, vengono posti dalla necessità di aprire al commercio zone impervie come le plaghe situate al di sopra del Circolo Polare! Ora pervengono altre notizie sull’argomento. L’Unità (24-10-53) annuncia che 40 mila nuovi negozi saranno aperti nei prossimi tre anni in URSS.

Il decreto che mira ad espandere il commercio nell’ambito del mercato nazionale, è stato adottato dal Comitato centrale del P.C.U.S. Questi, fedeli al ventennale compito di storcimento ideologico, credeva suo obbligo giustificare il nuovo passo avanti del mercantilismo accompagnando il decreto con una dichiarazione in cui sosteneva tra l’altro che il commercio «in regime socialista è, e sarà per lungo tempo, il principale metodo di distribuzione degli articoli di consumo fra i membri della società socialista, il principale metodo per soddisfare le crescenti esigenze personali dei lavoratori». Vediamo qui che il socialismo e il commercio sono considerati dal Comitato centrale moscovita, per usare il gesuitico linguaggio staliniano, come realtà concomitanti e coesistenti, anzi inscindibili. La smentita a tale enorme menzogna viene dagli stessi testi pubblicati dagli stessi mistificatori.

Nella «Storia del P.C. dell’U.R.S.S.» compilato nel 1938 da una società di cervelli che andava dal defunto Stalin allo scomunicato Beria, si legge a pagina 288 dell’edizione italiana l’interpretazione ufficiale dei deliberati del X Congresso del P.C. russo tenuto a Mosca nel marzo del 1921. Il Congresso segnò una tappa importante della rivoluzione bolscevica, in quanto adottò la decisione di abbandonare il sistema dei prelevamenti forzosi dei prodotti agricoli, e approvò l’istituzione della imposta in natura. Il complesso di provvedimenti economici fu denominato appunto con la espressione «nuova politica economica» (NEP). La sostanza della NEP fu questa: lo Stato operaio rinunciava ad operare con la forza armata lo scambio dei prodotti industriali con prodotti agricoli, che fino ad allora si era ottenuto imponendo ai contadini di versare obbligatoriamente il raccolto agli organi statali; limitava però i prelevamenti delle derrate e delle colture tecniche ad una piccola quota che fu considerata appunto come una «imposta in natura».

Ora che dice in argomento la «Storia» scritta dalle mani di Stalin e accoliti? Testualmente alla pagina sopra riportata, commenta così le decisioni del X Congresso: «Pagata l’imposta in natura, tutto il resto restava a piena disposizione dei contadini, cui era lasciata la libertà di vendere le eccedenze. La libertà di commercio — indicava Lenin nella sua relazione — provocherà inizialmente una certa ripresa del capitalismo nel paese. Occorrerà ammettere il commercio privato e autorizzare i padroni privati ad aprire delle piccole aziende. Ma ciò non deve farci paura».

Lenin concepiva la NEP come una necessaria ritirata, resa obbligatoria dalla inesistenza di una grande industria in Russia e dal ritardo della rivoluzione in Occidente. Una ritirata strategica che mirava a conservare le forze politiche per la controffensiva sociale. Sappiamo che essa non si poté sferrare per la mancata congiunzione dell’area industriale d’Occidente al campo rivoluzionario socialista, per cui anche le posizioni politiche detenute dal proletariato rivoluzionario (Stato dei soviets, Internazionale Comunista) dovevano snaturarsi e perire. Gli stalinisti però, e una specie del trotzkismo con essi, pretendono che a mezzo dell’industria di Stato e del sistema cooperativistico dei colcos il socialismo è divenuto una realtà in Russia.

Un socialismo davvero imprevisto ove il commercio si sviluppa e si espande continuamente! «La libertà di commercio provocherà inizialmente una certa ripresa del capitalismo nel paese» diceva Lenin al X Congresso, dando una fondamentale lezione di marxismo e di strategia rivoluzionaria. Con ciò egli ammetteva che la costruzione del socialismo procede in senso inverso alla marcia del commercio, del mercantilismo, dello scambio dei prodotti. Ora non avviene in Russia, sotto il governo spregiudicato e cinico dei malenkoviani, che il commercio si espande e invade tutto l’immenso territorio russo, fino a involgere popoli che ancora erano fuori del mercantilismo? La Pravda non annuncia gongolante l’apertura di nuovi negozi? La notizia può entusiasmare i tifosi della Russia perché giunge proprio insieme alle timide ammissioni della stampa filo-americana che denuncia preoccupata una contrazione delle vendite negli Stati Uniti. Ma per il fatto che il capitalismo considera una sventura più orribile della lebbra la diminuzione del volume delle vendite, in cui vede la crisi del sistema, non è con ciò provato che al contrario il capitalismo respira e prospera nell’espansione del commercio? E perché l’aumento del volume del commercio dovrebbe considerarsi in Occidente una prova della buona salute del capitalismo, e in U.R.S.S. e satelliti la dimostrazione dell’avanzare del socialismo? La risposta degli stalinisti è quanto mai ipocrita e goffa. Si tratterebbe in Russia di un commercio controllato e diretto dallo Stato, inquadrato nei piani quinquennali dello Stato. La verità è invece che, come hanno dimostrato i recenti provvedimenti presi riguardo ai colcos, il Governo di Mosca non si discosta dal dirigismo economico che è la pratica quotidiana di tutti i governi capitalisti, in testa ai quali sta, anche sotto questo riguardo, il governo americano.

I recenti provvedimenti, da noi esaminati nel penultimo numero, in quanto mettevano nelle mani delle cooperative agricole (colcos) maggiori quantità di derrate destinate al mercato libero hanno necessariamente limitato gli interventi dello Stato nel commercio dei prodotti agricoli, cioè hanno favorito l’ulteriore allargamento del commercio privato. Dunque a 32 anni dal varo della NEP, la libertà di commercio in cui Lenin citato dallo stesso Stalin vedeva le ragioni di una ripresa del capitalismo, non appare affatto contrastata e compressa dal Governo di Mosca, ma al contrario viene trasformata in idolo intoccabile. Il C.C., il Governo, la stampa di partito russa non si ritengono soddisfatti delle dimensioni attuali del mercato, lavorano ad allargare la rete commerciale, annunciano l’apertura di nuovi negozi, di nuovi spacci fissi e mobili. Ciò prova come la NEP che fu considerata da Lenin una misura transitoria da estirpare con l’aiuto delle rivoluzioni socialiste in Occidente, una forzata concessione al capitale interno russo da ritirare spietatamente al crollo del capitalismo enormemente più sviluppato in Occidente, doveva essere adoperata dallo stalinismo trionfante come permanente e insostituibile base di partenza della politica economica di cui gli ultimi provvedimenti presi per l’agricoltura e il commercio costituiscono a distanza di decenni, il necessario organico sbocco.

Il gioco ferreo delle forze economiche si ride degli infingimenti della propaganda: presto o tardi appare alla luce del sole. Ciò che si mostra irresistibilmente nella struttura economico-produttiva russa è l’innegabile carattere capitalista. Il Governo Malenkov, e se Stalin non fosse morto dovrebbe fare oggi la stessa politica, deve, dopo duri decenni di sfruttamento intensivo della classe operaia e dei contadini sacrificati sull’altare dell’industria pesante, costruita a costo di dure privazioni della popolazione che fu chiamata persino a versare fiumi di sangue nel massacro imperialista, deve attenuare la fame di articoli di consumo. Lo deve perché al di là della cortina di ferro, la formidabile potenza degli Stati Uniti minaccia continuamente di sfruttare il malcontento popolare ai propri fini di politica estera. Lo può, perché il livello raggiunto dall’industria pesante rappresenta una garanzia, mentre la contingenza internazionale consente un rallentamento della produzione di armamenti. Ma la svolta che impegna duramente lo sforzo produttivo avviene nel quadro di provvedimenti che dichiarano apertamente la loro natura capitalista.

La decisione di aprire nel triennio 1954-56 quarantamila nuovi negozi, oltre undicimila nuovi ristoranti, caffè e sale da tè (con i relativi annessi di ordine galante?), cinquecento otto mercati colcosiani cittadini, destinati a smistare le merci provenienti dalle campagne, provano che la produzione dei generi di consumo sarà incrementata, se non interverranno complicazioni. Ma dimostrano pure che il ceto mercantile segnerà un impressionante incremento: commercianti, speculatori, mediatori troveranno nel regime di Malenkov il paese della cuccagna. E non si dica che la costituzione russa vieti di rubare. I governi si giudicano da quello che fanno. Orbene il Governo Malenkov, concedendo ai contadini di versare meno prodotti agli ammassi statali e di vendere le maggiorate eccedenze al mercato libero ha con ciò favorito la speculazione privata. Che i nuovi spacci in programma serviranno agli affari del commercio privato è provato dal fatto che, come riporta l’Unità citata, «larga parte del decreto del C.C. è dedicata alle campagne, dove saranno aperti dal 1954 al 1956, 23 mila negozi al dettaglio, oltre a 1700 dedicati alla vendita dei materiali da costruzione e degli approvvigionamenti agricoli, e 500 negozi di mobili automontati destinati a servire le popolazioni dei piccoli comuni». Ciò significa appunto che l’incremento della rete commerciale si accompagnerà con l’aumento del volume dei prodotti agricoli che le cooperative e le aziende agricole individuali verranno a possedere in proprietà privata, cioè in quanto merci destinate al mercato. Cioè, se la contingenza internazionale non consiglierà Mosca di aumentare la produzione dei cannoni nei prossimi tre anni il commercio privato in Russia segnerà un grande sviluppo. Naturalmente a danno del mercato statale. Regresso, quindi, anche del capitalismo di Stato.

La conclusione più importante che si ricava dai recenti provvedimenti economici del Governo di Mosca, è che il capitalismo russo si «occidentalizza». Troppa gente evidentemente sviata, ha sostenuto e sostiene ancora che il capitalismo russo si differenzi qualitativamente dal capitalismo occidentale. A prova, si produce di solito l’argomento trito e ritrito del «capitalismo di Stato», che altri chiama idealisticamente «economia accentrata nell’ambito dello Stato». In realtà le attribuzioni del Governo russo in materia economica non vanno oltre le ovvie misure dirigistiche che sono comuni, in diversa maniera e portata, a tutti i governi borghesi entro le quali l’affarismo e l’accumulazione, attinenti all’operare della iniziativa privata, felicemente prosperano.

[RG-9] I fattori di razza e nazione nella teoria marxista (Pt.5)

PARTE TERZA: Il movimento del proletariato moderno e le lotte per la formazione e la libertà delle nazioni

Ripiegamento rivoluzionario e movimento operaio

9) Le lotte del 1848 non condussero alla vittoria generale della borghesia europea contro le forze della reazione assolutista; tanto meno poterono condurre a una vittoria del proletariato sulla borghesia, che fu tentata solo in Francia. Nel successivo periodo sfavorevole che durò fino al 1866 la posizione dei marxisti gravitò da un lato sulla spietata critica ai borghesi liberali democratici e umanitari, dall’altro sul necessario impulso alle lotte per l’unità e indipendenza delle nazionalità, svolte con insurrezioni e guerre di Stati (Polonia, Germania, Italia, Irlanda, ecc.).

Quando all’indomani delle battaglie del 1848-49 Marx ed Engels fanno il bilancio di quel periodo convulso (apparso così promettente che ancora nella opinione popolare ha più colore dei successivi anni di incendio e di travaglio che ha traversato l’Europa e il mondo, in questo terribile secolo) si mostrano sicuri che la fase rivoluzionaria ritornerà, non però tanto presto. Teoria prima e poi organizzazione dovranno essere sistemate prima che si possa pensare all’azione generale vittoriosa: e il tempo non mancherà.

In Germania e in tutta l’Europa centrale come in Italia il bilancio della lotta è stato lo stesso: i borghesi rivoluzionari liberali insorti sono stati dovunque sconfitti; con loro sono stati sulle barricate gli operai in una totale alleanza condividendo il peso della grave sconfitta, e quindi la situazione ulteriore di una contesa tra borghesi ed operai per il conquistato potere non si è neppure aperta. Non dunque la rivoluzione comunista è stata sconfitta, ma la rivoluzione liberale, e gli operai hanno ovunque lottato per cercare di salvarla dalla catastrofe, come era teoricamente previsto e politicamente indicato nel Manifesto.

Fanno eccezione a questa regola storica Inghilterra e Francia. Nella prima la reazione feudale è da un secolo fuori combattimento e sono già avvenuti gli urti di classe tra il proletariato e la borghesia: dove, come nel cartismo, hanno preso una prima forma politica sia pure con programmi vaghi e ingombranti di ideologie democratiche, la borghesia non ha esitato un momento a ricorrere alla repressione più violenta, pur dovendo al tempo stesso imboccare la via delle concessioni legislative e riformistiche mitigando lo sfruttamento inumano da parte dei fabbricanti.

La Francia ha percorso via diversa, di straordinario significato per la teoria e la politica della rivoluzione proletaria. Dopo la sconfitta di Napoleone, che per Marx è una positiva sconfitta della forza rivoluzionaria borghese da parte della reazione assolutista europea (valga il vero, per i soliti che orecchiano le frasi sul Cesare il despota, il dittatore, il soffocatore della libertà ottantunovista e simili storie: lettera 2 dicembre 1856 di Marx ad Engels: «… è un fatto storico che tutte le rivoluzioni, dal 1789, misurano con quasi certezza la loro intensità e la loro vitalità dal loro contegno verso la Polonia. Questa è il loro termometro «esterno». È ciò che si può dimostrare particolarmente nella storia di Francia. Di tutti i governi rivoluzionari, Napoleone I compresovi, il solo Comitato di salute pubblica fa eccezione, nel senso che rifiutò di intervenire non per debolezza ma per diffidenza, nel 1794 …») questa è la serie nota. Dal 1815 al 1831 regna il Borbone, rimesso sul trono da Austria, Prussia e Russia dopo Waterloo. Nel 1831 l’insurrezione rivoluzionaria di Parigi rovescia la monarchia assoluta e diviene re l’Orléans, con una costituzione parlamentare. Vittoria dunque della borghesia, appoggiata fin da allora dagli operai.

Ma la monarchia borghese pende troppo dalla parte dei grandi proprietari e finanzieri, e nel febbraio del 1848 Parigi ancora insorta proclama la repubblica. Borghesi, piccoli borghesi ed operai levano, come Marx ricorda entusiasta, pur non conoscendo i tubi al neon, la fiammeggiante insegna del ’93: «Liberté, Egalité, Fraternité».

Questa volta la classe operaia, cui il nuovo governo repubblicano denega immediatamente le promesse migliorie sociali, ingaggia la lotta per andare oltre i suoi alleati e traditori. Sono le formidabili battaglie del giugno 1848 che Marx descrive in quel libro che al tempo stesso è scienza ed epopea: Le lotte di classe in Francia, apparso nel 1850 in tre fascicoli della rivista di Amburgo. La disfatta tremenda dei lavoratori stabilì storicamente la capacità della moderna borghesia repubblicana e democratica ad essere più spietata nelle repressioni della aristocrazia feudale e della monarchia dispotica. Da allora possediamo lo schema completo rivoluzionario che è servito contro l’ondata di opportunismo della prima guerra mondiale, e che deve servire contro l’opportunismo della seconda. È in queste pagine che troviamo la cardinale tesi politica: Distruzione della borghesia! Dittatura della classe operaia! Ed ancora: La Rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato! Sono le «parole dimenticate del marxismo» che Lenin ristabilì. E vi sono poi le parole dimenticate, da ristabilire oggi contro i rinnegati e del marxismo e del leninismo, che Engels sottolinea nella prefazione nella tesi cardinale economica: la presa di possesso del capitale … e conseguentemente l’abolizione del lavoro salariato, e con essa l’abolizione del capitale e del loro rapporto di scambio.

Se lo Stato, come in Russia, prende possesso del capitale senza abolire il capitale fa quanto può fare uno stato borghese.

Lo Stato che economicamente abolisce il capitale, il lavoro salariato, e il rapporto di scambio tra capitale e lavoro, quello può essere soltanto lo Stato del proletariato!

In Francia – non in Europa – è dal 1848 che la serie delle gloriose alleanze rivoluzionarie con la borghesia giacobina è dai lavoratori per sempre denunziata, ed è fino da allora, dal 1848, che possediamo il nostro modello – sì, modello, la rivoluzione è la scoperta di un modello della storia – per la rivoluzione di classe comunista. Sono denunzie che non si ricontrattano, quando le segna il sangue di diecine di migliaia di lavoratori caduti sulle barricate, tra cui tremila prigionieri bestialmente fucilati dalla repubblica borghese.

Marx giustifica che nel 1852, al colpo di stato di Luigi Napoleone, che tuttavia era ben altro che un ritorno feudale, alla soccombente democrazia parolaia il proletariato francese, che non si può tacciare di viltà, opponesse gelida indifferenza. Quanto più disgraziato il contegno del proletariato italiano nel banale episodio analogo di Mussolini!

La nazione francese è una conquista ormai assicurata dalla storia. Il proletariato non ha più remore al compito di «sbarazzarsi della sua borghesia nazionale». Dopo il tentativo di Babeuf nel pieno della grande rivoluzione, gli operai di Francia fanno onore a tale compito cogli insorti di giugno, e coi comunardi. Una smentita alla loro tradizione dettero nel 1914 e nel 1939, due gravi crisi per la borghesia. Anche qui valgono parole di Marx: «Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella è però tanto certa quanto questa».

Lotte di formazione delle nazioni dopo il 1848

10) Lo sviluppo della rivoluzione in Germania nel 1848 non raggiunge lo stadio della vittoria politica della borghesia e del suo avvento al potere; e quindi il proletariato tedesco, allora non numeroso, non si trovò al punto strategico di attaccare la borghesia dopo averla sospinta innanzi. Da allora la posizione dei comunisti marxisti è quella di favorire un processo di formazione nazionale tedesca e di rivoluzione liberale contro la dinastia e lo Stato prussiano, come necessario trapasso ad una aperta lotta di classe tra borghesia e proletariato.

Particolarmente complesso storicamente è il processo nazionale tedesco. Oggi ancora non abbiamo uno Stato nazionale tedesco unitario: esso non vi era prima della prima guerra mondiale, e solo Hitler lo realizzò con l’annessione violenta dell’Austria, spogliata dopo la sconfitta di tutto il possesso di popolazioni di altra nazionalità. Oggi dopo la seconda guerra, i vincitori hanno diviso i tedeschi in tre Stati: Germania Est, Germania Ovest, Austria. Ma mentre da opposte sponde parlano di una riunione delle due Germanie, sono tutti impegnati a isolarne la piccola e debole Austria.

Innumeri citazioni potrebbero servire a caratterizzare la posizione del marxismo su tale problema, a partire dal 1848. Lo Stato prussiano è considerato feudale e reazionario, non trasformabile in uno Stato politico borghese entro quel territorio, e non meno avversa alla stessa rivoluzione borghese e alle forme costituzionali è ritenuta la monarchia degli Hohenzollern. Dinastia, aristocrazia, esercito, burocrazia, sono tutte considerate non nazionalmente tedesche e affette da influenze e legami anazionali, russofili, baltici, filoslavi. Indiscutibilmente nell’analisi della formazione della nazionalità politica con l’avvento del capitalismo, elemento fondamentale è un antagonismo con le grandi nazionalità contermini, e se ciò si ottiene pienamente contro i francesi, nemici secolari, manca del tutto sulla frontiera di Oriente: particolarmente contraddittorie a tale processo sono considerate le guerre di Federico II che resero forte la Prussia, ma col carattere di uno Stato-gregario.

Quanto alle guerre antinapoleoniche, appunto esse non hanno nemmeno letterariamente data adeguata base alla nazione tedesca, in quanto sono volte contro l’avanguardia della nuova società borghese e nazionale costituita dagli eserciti e della Convenzione e del Consolato e del primo Impero, e in quanto sono snaturate dalla alleanza con gli oppressori di nazionalità, autocrati di Russia e di Austria. Su tali guerre non può dunque farsi leva per definire un simile sbocco alla Germania.

Tuttavia deve ben capirsi che se Marx ed Engels rifiutano di considerare base di una nazione moderna lo Stato prussiano e il territorio prussiano, tanto meno sono per la conservazione e l’indipendenza degli staterelli e dei principati. La Prussia, senza di essi o con l’egemonia su di essi, non è la nazione tedesca attesa da vari secoli, ma nemmeno si parla di una nazione bavarese o sassone, e lo sminuzzamento dei granducati è puro detrito feudale. Né mai, gli occhi al modello della vicina «repubblica una e indivisibile», è da Marx ed Engels caldeggiata una sistemazione federale.

Sarebbe per essi un gran passo avanti una centralizzazione statale democratica in cui ogni cittadino fosse giuridicamente tedesco e suddito del potere centrale. Contro questo stato capitalista unitario sarebbe poi indirizzato l’assalto rivoluzionario della grandeggiante classe operaia tedesca.

Fallita ormai al 1850 la interna insurrezione antifeudale, con una piena capitolazione della debole borghesia davanti al prussianesimo, lo svolto non può attendersi che dalle guerre tra gli Stati, nel cui sfondo stanno le questioni nazionali. Di particolare interesse sono le posizioni di Marx circa la guerra con la Danimarca nel 1849, quella austro-francese del 1859, quella austro-prussiana del 1866 e finalmente quella franco-prussiana del 1871 da cui uscirà l’impero, sempre però di prussiana e bismarckiana impronta.

In tutte queste guerre, come altre volte rammentato, Marx ed Engels fanno una precisa e motivata opzione per la vittoria di una delle parti, e svolgono in quanto agitatori una corrispondente politica. Naturalmente questo è le mille miglia lontano dalle apologie dei radicali borghesi e dei rivoluzionari indipendentisti di varia nazionalità che incrociano per l’Europa e sono trattati – anche i più illustri come Kossuth, Mazzini, Garibaldi e simili (per non parlare dei francesi dello stesso colore cui manca del tutto ogni giustificazione di patrie borghesi da far partorire alla storia, come i Blanc, Ledru Rollin e altri sgonfioni) – da buffi e asini santoni. Tale distinguo lo richiamiamo ad ogni passo, perché la nostra ricostruzione storica non possa essere ingenuamente considerata a discarico delle recenti e contemporanee nauseose leccate di suola da parte «proletaria» ai tanti Churchill, Truman, De Gaulle, Orlando, Nitti, e cento altri liberatori e resistenti dei nostri stivali.

Basteranno pochi richiami e una sola citazione, col rinvio ad alcuni «Fili del tempo» su Nazione, Guerra, Rivoluzione (nn. da 9 a 13 del 1950).

Guerra tra Piemonte e Austria nel 1848 e ’49. Condanna dell’Austria attaccata, in quanto è guerra per la formazione della nazione italiana.

Guerra tra Austria e Danimarca nel 1849 per la conquista dello Schleswig Holstein: comunemente condannata come aggressiva, è invece appoggiata perché unisce ai tedeschi un loro territorio.

Guerra di Napoleone III nel 1859 contro l’Austria in alleanza al Piemonte, e successive lotte italiane del 1860. La posizione è nettamente a favore della costituzione dello Stato unitario italiano, e quindi per la sconfitta dell’Austria; Engels dimostra che gli interessi tedeschi non si difendono sul Mincio. Con ciò si appoggia forse il Bonaparte?! Questo è lo scritto che invoca la lotta sul Reno contro di lui «spada alla mano», ed invoca perfino quella, a lungo rimandata, contro la Russia. Il secondo impero è anche ingiuriato per aver defraudato la nazione italiana di Nizza, di Savoia e perfino della Corsica. A ciò farà eco Marx nello scritto sulla Comune stigmatizzando fieramente l’intervento a difesa del papato e contro Roma capitale d’Italia, come a suo tempo lo era stato l’intervento della seconda repubblica francese per schiacciare nel 1849 la repubblica romana.

Poiché delle guerre del 1866 e 1870 va detto più oltre, daremo la citazione che chiarisce il pensiero di Marx: rivendicazione necessaria della nazione tedesca, per poi strapparla alla borghesia; denunzia del controrivoluzionario stato di Berlino. Lettera ad Engels del 24 marzo 1863: «… Bismarck rappresenta esattamente il principio statale prussiano, e lo Stato prussiano (entità molto differente dalla Germania) non può esistere senza l’antica Russia né con una Polonia indipendente. Tutta la storia prussiana conduce a questa conclusione, che gli Hohenzollern (compreso Federico II) hanno ricavato da gran tempo. Questa coscienza di essere traditori del paese è ben superiore alla ristretta intelligenza da sudditi che è propria dei liberali prussiani. Poiché l’esistenza della Polonia è dunque necessaria alla Germania, ma impossibile a lato dello Stato prussiano, bisogna sopprimere questo Stato prussiano. Oppure la questione polacca è soltanto una nuova occasione di provare che è impossibile realizzare gli interessi tedeschi, fin quando esisterà lo Stato prussiano degli Hohenzollern». Ad ogni passo,

dunque, Germania, nazione germanica, interessi tedeschi: chiaramente interessi nazionali tedeschi. Ciò bene esprime nel caso particolare – ma di peso immenso – la tesi che la costituzione unitaria e centrale dello Stato-nazione è un interesse dei borghesi, in quanto forma del loro potere di classe, ma lo è anche dei proletari fino al momento della realizzazione, perché da esso si inizia lo schieramento politico e di classe, con cui a sua volta il proletariato strapperà alla borghesia nazionale il potere.

La questione polacca

11) La piena solidarietà con la rivendicazione di indipendenza nazionale della Polonia oppressa dallo Zar ha importanza fondamentale poiché si tratta non solo di una opinione storica espressa in scritti di teoria, ma di un vero e proprio schieramento politico delle forze della Prima Internazionale. Non solo è offerto e dato il più completo appoggio delle forze dei lavoratori europei, ma la rivolta polacca è considerata come un punto d’appoggio per il ritorno di una situazione rivoluzionaria e la lotta generale in tutto il continente.

Seguiamo nei testi e documenti della nostra scuola in tutto dettaglio queste manifestazioni, perché tendiamo a dimostrare errata la tesi che si tratta, e si debba trattare nella politica marxista, di valutazioni e deduzioni fatte volta per volta seguendo i suggerimenti delle varie situazioni e sviluppi contingenti, e senza difficoltà ad invertire le rotte; mentre invece le decisioni politiche risultano rigidamente collegate tappa per tappa alla visione unica del corso storico della rivoluzione generale, e nel nostro caso alla definizione materialistico-storica della funzione delle nazionalità secondo il succedersi dei grandi e tipici modi di produzione.

Lo sfruttamento frammentario ed episodico di questi dati si vede infatti da molto più di mezzo secolo tentato dalle varie parti, al fine di giustificare le contorsioni incessanti dell’opportunismo e dell’eclettismo, che pretende di foggiarsi ogni giorno una nuova dottrina e una nuova norma, di fare senza vergogna dei suoi demoni di ieri i suoi angioli di oggi, o viceversa.

Ma la questione polacca è notevole anche sotto altro riflesso. Può sembrare che la decisa simpatia per le lotte di nazionalità abbia portata quasi platonica e limitata a scritti e studi di descrizione storica o anche di teoria sociale, ma non trasporti i propri effetti anche nel campo dei programmi politici e della azione di partito, del vero e proprio partito proletario comunista che già nel considerato periodo (1847-71) aveva come suo originale contenuto la lotta tra proletariato e capitalismo e la distruzione di questo modo sociale di produzione. Ed invece non sono Marx ed Engels scrittori che chiameremo a testimoni, ma Marx ed Engels capi internazionali del movimento comunista. Se da giovanili poco profonde letture taluno poté desumere che gli scritti di Engels su Po, Savoia, Nizza, Reno, fossero studi politico-militari svolti in una pausa della rivoluzione di classe ed astraenti dal metodo economico sociale (scivolando se non avvertito nella concezione che è permesso aprire parentesi e «zone franche» qualsiasi nella dottrina marxista del succedersi degli eventi umani, di tutti e di qualunque di tali eventi) sommamente importa mostrare che tutte le deduzioni nascono in aderenza assoluta al troncone della spiegazione materialista della storia e della decifrazione del «viaggio» collettivo umano nel tempo alla luce dell’evolvere delle forze produttive. Nessuna dimenticanza di queste è permessa a nessuno, trattisi di trarre la spada, e per avventura il bisturi, la penna, il pennello, lo scalpello o l’archetto, come la falce e il martello.

Il Marx e l’Engels «occasionalisti» fanno gioco al Cominform e simili congreghe, ma costituiscono quella centrale, delle tante miserabili contraffazioni che circolano.

È in una lettera del 13 febbraio 1863 che Marx interpella l’amico Engels sugli avvenimenti polacchi. Le notizie su quella eroica insurrezione nelle città e nelle campagne, dilagata in una vera guerra civile contro le forze russe fanno esclamare a Marx: «È certo che l’era delle rivoluzioni si è pian piano riaperta in Europa. E la situazione generale è buona». Ma il ricordo delle amarezze del 1850 è troppo vivo: «Ma le innocenti illusioni e l’entusiasmo quasi infantile (nacque qui appo noi l’impiego di questo aggettivo caro a Lenin ma sempre con senso non deteriore) con il quale salutavamo prima del 1848 l’era delle rivoluzioni, se ne sono andati al diavolo … vecchi compagni sono morti, altri hanno

cambiato casacca o preso una cattiva via, e non si vedono affatto nuove reclute. Inoltre sappiamo quale parte ha la scioccheria nelle rivoluzioni e come le sappiano sfruttare i filibustieri». Avanti dunque non infantili ma senili lavativi, aggiornate un poco Carlo Marx su questo punto!

La lettera dà con pochi tocchi, che integriamo servendoci delle successive, il quadro dell’atteggiamento di tutte le forze politiche europee verso l’insurrezione polacca. I «nazionalisti» prussiani, che fanno gli autonomisti per togliere all’imperatore di Vienna la figura di capo della confederazione germanica e ipocritamente si mostrano solidali con Italia e Ungheria chiedenti l’indipendenza, sono colti colle mani nel sacco: sporcamente russofili, si schierano contro i polacchi. I rivoluzionari democratici russi (Herzen) sono messi anche loro alla prova; malgrado la loro predilezione slava devono difendere i polacchi contro la Russia ufficiale (non pretendere che ottenuta una costituzione dallo Zar la Polonia resti provincia russa). Il borghese governo di Londra e quello di Plon-Plon (Napoleone III) ipocritamente mostrano di appoggiare la causa polacca per delle loro rivalità con la Russia, ma entrambi sono sospetti, e del secondo è certo il tradimento; suoi agenti sono in rapporto con l’ala destra dei polacchi che certamente defezionerà, specie in caso di insuccesso.

Poco o nulla vuole e può fare per la Polonia insorta la «democrazia» europea; e subito Marx fa leva per un programma d’azione pratica sulla Associazione Internazionale dei Lavoratori costituitasi a Londra il 28 settembre 1864. Prima del famoso meeting alla Martin’s Hall, Marx fa assegnamento sull’Associazione operaia inglese. Il suo piano è subito delineato: Una proclamazione breve agli operai di tutti i paesi da parte degli inglesi – Un opuscolo diffuso sulla questione polacca scritto su determinati temi da lui e da Engels. E subito dopo il settembre 1864 discussioni nel seno del Consiglio Generale, da lui moralmente presieduto pur non avendo voluto la carica, sull’azione da svolgere. Queste dettero luogo a dibattiti del più alto interesse e alla chiarificazione dei problemi politici del momento.

L’azione pro-Polonia è quindi in tutte lettere inclusa in documenti che emanano dal partito, dall’Internazionale operaia; ed è anzi considerata la leva principale per sviluppare al massimo l’agitazione operaia in Europa e affrettare le occasioni di un movimento rivoluzionario. Di tanta maggiore importanza divengono dunque le precisazioni di principio, sul problema storico dell’appoggio del proletariato internazionalista ad una lotta nazionale.

L’Internazionale e la questione di nazionalità

12) Nel seno del Consiglio Generale della prima Internazionale e sotto la personale direzione di Marx, interessanti dibattiti forniscono i dati per rettificare gli errori di principio sulla questione delle lotte storiche di nazionalità. La tendenza ad ignorarle anziché spiegarle materialisticamente più che caratterizzare un internazionalismo avanzato tradisce posizioni particolariste e federaliste derivate da teorie utopiste e libertarie da cui il marxismo sgombrò il campo.

Lo stesso comizio di fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori era indetto per solidarietà coi polacchi (originò da una lettera degli operai inglesi ai francesi per la Polonia) e gli armeni oppressi dalla Russia, e come Marx riferisce vi partecipavano molti elementi democratici radicali suscitanti la diffidenza di quegli operai. Preoccupato della chiarezza teorica ma anche della forza del movimento, in un momento storico in cui le rivendicazioni di indipendenza avevano sicura portata rivoluzionaria, Marx provvide a far mettere da parte un testo deforme e redasse egli stesso il poderoso Indirizzo Inaugurale, nel quale la lotta di classe proletaria in Inghilterra e nel continente tiene il primissimo piano.

La celebre lettera di Marx del 4 novembre 1864 chiarisce come egli stesse ad armi spianate contro ogni ingresso del democraticume teorico nelle file operaie. Ciò interessa per giudicare rettamente le sue ulteriori fiere ribattute a quelle che oggi si direbbero accuse di essere a destra in materia di nazionalità. Un tal maggiore Wolff presentò uno statuto che diceva essere quello delle società operaie italiane: «Sono essenzialmente delle società di mutuo soccorso. Ho visto più oltre la faccenda. Era evidentemente opera di Mazzini, e tu quindi sai già in che spirito e con che fraseologia vi è trattata la vera questione, la questione operaia, e anche come vi si trovino infilate le questioni di nazionalità». Sollecitato da Eccarius ad andare alle riunioni di sottocommissione Marx sente leggere «un preambolo orribilmente pomposo, mal scritto, peggio digerito, colla pretesa di essere una dichiarazione di principii, ove si vedeva ovunque spuntare Mazzini, avvolto in vaghi brindelli di socialismo francese …».

Vi era inoltre, tratto dallo statuto italiano, «qualcosa di affatto impossibile, una specie di governo centrale (naturalmente con Mazzini in secondo piano) delle classi lavoratrici di Europa (sottolineato nel testo)». Infine Marx prepara lui l’indirizzo, riduce lo statuto da 40 a dieci articoli, e legge il testo divenuto poi storico, che viene da tutti accettato. Tuttavia ha dovuto non svolgere palesemente il suo metodo. Molta di quella gente non ci capirebbe niente, egli confida ad Engels, sono tipi che avranno assieme ai liberali dei comizi per il suffragio universale! È noto che il celebre Indirizzo dopo la parte sociale e classista contiene un paragrafo finale sulla politica internazionale, in cui gli operai reclamano che i rapporti tra gli Stati siano soggetti alle stesse norme morali di quelli tra gli uomini. Sebbene la frase sia ripetuta nel primo indirizzo sulla guerra del ’70, essa non solo esprime un postulato borghese, come tutti quelli delle nazionalità, ma lo esprime in una pura forma propagandistica. Marx si scusa di aver dovuto agire fortiter in re, suaviter in modo, fortemente nella sostanza dolcemente nella forma. Ma i falsi marxisti di oggi sono, nella stessa forma, scesi al di sotto delle peggiori pisciate dei democratici ultraborghesi. Ecco il chiarimento autentico di Marx: «Nella misura in cui nell’Indirizzo interviene la politica internazionale, io parlo di paesi e non di nazionalità, e denunzio la Russia e non i piccoli Stati. Tutte le mie proposte furono dal sottocomitato accettate. Ma fui costretto ad ammettere nel Preambolo taluni passaggi sul dovere, il diritto, la morale e la giustizia: sono però collocati in modo da non nuocere all’insieme».

Il 10 dicembre 1864 Marx espone la discussione svolta sul progetto di Fox di appello per la Polonia. Il buon democratico ha fatto del suo meglio, cercando di arrivare alla «riduzione alle classi». Ma un punto non è andato giù a Marx, una manifestazione di simpatia alla democrazia francese che quasi quasi arriva «fino a Boustrapa ( = Plon-Plon)». «Mi sono opposto, e, in uno scorcio storico, ho dimostrato in modo irrefutabile che, da Luigi XV a Bonaparte III, i Francesi non avevano mai cessato di tradire i Polacchi. Ho fatto osservare nello stesso tempo l’inopportunità di dare come «nocciolo» dell’Internazionale l’alleanza anglo-francese sia pure sotto un aspetto democratico». Il progetto passa colla rettifica di Marx, ma vi è il delegato svizzero Jung che per la minoranza vota contro «quel testo assolutamente borghese».

Per dare tuttavia la misura di quanto è spinto l’interesse alla Polonia in rivolta, è bene far presente che il Consiglio Generale non solo tiene contatti diretti coi polacchi borghesi, ma riceve in una seduta perfino i rappresentanti della aristocrazia, in quanto partecipi all’unione nazionale antirussa. Questi assicurano che sono anch’essi democratici, essendo la rivoluzione nazionale in Polonia impossibile senza la sollevazione contadina. Marx si limita a chiedersi se credono a quello che dicono.

Veniamo al 1866: ancora la questione polacca «è il vero nerbo della polemica in seno all’Associazione». Tal Vésinier accusa nientemeno l’Internazionale di trasformarsi in comitato di nazionalità a seguito del bonapartismo. La barba di Carlo si comincia ad arruffare. «Quest’asino» aveva attribuito ai delegati parigini, che invece lo avevano detto inopportuno, un paragrafo per la Polonia inserito nell’ordine del giorno del congresso di Ginevra. E deplorava che si trattassero questioni «al di fuori dello scopo dell’Associazione e contrarie al diritto, alla giustizia, alla libertà, alla fraternità, alla solidarietà dei popoli e delle razze, quali quelle di annientare l’influenza russa in Europa, ecc.». La tesi del Vésinier è questa: non è classista né internazionalista eccitare ad una guerra nazionale dei polacchi contro i russi e suscitare nemici alla Russia, perché dobbiamo essere per la pace tra i popoli. A giustificazione si mette a ricordare le vergogne del regime di Bonaparte e della borghesia inglese, e l’emancipazione in Russia e Polonia dei servi della gleba, allora recente, per deplorare che «invece di proclamare la solidarietà di tutti i popoli se ne metta uno solo, il russo, al bando dell’Europa». Il Vésinier accusa poi i polacchi di avere invaso i posti del Consiglio Generale «per occuparsi del ristabilimento della loro nazionalità senza occuparsi dell’emancipazione dei lavoratori». Marx si limita a riferire le risate con cui sono state accolte simili balle e bugie, le chiama «teorie moscovite di Proudhon-Herzen» e dice di Vésinier: «questo è il tipo che serve ai russi, senza gran valore letterario, ma molto ingegnaccio, molta forza retorica, grande energia, e al di sopra di tutto … mancanza assoluta di scrupoli».

Il Vésinier sarà messo fuori e «il 23 gennaio, noi festeggeremo la rivoluzione polacca». Siamo totalmente dell’avviso che ogni rivoluzione in armi contro le condizioni sociali esistenti» vale più di una teoria di spropositato estremismo e di un pacifismo dei popoli che invoca in effetti l’amplesso tra le borghesie di occidente e lo Zar di tutte le Russie, credendo o fingendo di essere classista.

Gli Slavi e la Russia

13) Il ciclo storico della formazione degli Stati borghesi nazionali parallelo alla diffusione dell’industrialismo e alla formazione dei grandi mercati, si estende senz’altro a Inghilterra, Francia, Germania, Italia; altre minori potenze possono considerarsi nazioni stabilite: Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Svezia, Norvegia. La rivendicazione marxista si estende alla Polonia tipicamente, e vale soprattutto come dichiarata lotta alla «Santa Alleanza» di Russia, Austria e Prussia. Ma tale ciclo si chiuderà, nella visione marxista, lasciando insoluto, tra altri, il problema degli slavi dell’est e del sud-est.

Fin dal 1856 interessò Marx un libro del polacco Mieroslawsky in quanto apertamente volto contro la Russia, la Germania e il panslavismo, cui l’autore oppone «una confederazione libera di nazioni slave con la Polonia come popolo Archimede», il che vorrebbe dire popolo di avanguardia, di scoperta della libertà. Qualcosa di simile si ebbe dopo la prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’Austria (1918) colla nota formazione della Piccola Intesa degli Stati slavi (Bulgaria, Jugoslavia, Cecoslovacchia, con la Polonia in effetti il più importante e omogeneo). Si sa che tale situazione visse solo un ventennio, fino alla nuova spartizione tra tedeschi e russi, nel 1939.

Interessa molto la critica di Marx al tentativo di spiegazione sociale del Mieroslawsky, a parte il rimprovero a costui di fondare le sue speranze sui governi inglese e francese. L’autore non prevede la forte industrializzazione futura di molte città e distretti polacchi e fonda il suo stato indipendente sulla «comune agraria democratica». Alle origini in Polonia i contadini erano uniti in libere comuni, università agrarie, alle quali si contrapponeva un dominium, ossia un distretto controllato militarmente e amministrativamente da un barone: i nobili eleggevano poi il re. Ma presto la terra libera dei contadini fu usurpata parte dalla monarchia, parte dall’aristocrazia, e le comunità finirono nel servaggio. Rimase però una classe quasi libera di contadini medi, con diritto a formare una seminobiltà, un ordine equestre: tuttavia i contadini accedevano a un tale ordine solo in caso di partecipazione alla guerra o alla colonizzazione di terre incolte; questo ceto decadde a sua volta in una specie di «lumpenproletariat» dell’aristocrazia, di nobiltà stracciona: «Questo modo di sviluppo è interessante – scrive Marx – perché si può così dimostrare l’origine del servaggio per via puramente economica, senza l’intervento della conquista e del dualismo di razza». Ed infatti, re, alta nobiltà, piccola nobiltà, contadiname, sono tutti di razza e lingua comune, e la tradizione nazionale è antica quanto potente. La tesi di Marx stabilisce dunque che la soggezione di classe sorge, con lo sviluppo dei mezzi tecnici produttivi, anche nel seno di un complesso etnico uniforme, come in altri casi sorge per scontro di due razze e di due popoli, funzionando allora la razza e la lingua, a loro volta, come «agenti economici» (v. Engels nella Parte Prima).

Evidentemente il democratico polacco non antivedeva la discesa in lotta di una vera borghesia industriale e tanto meno quella di un proletariato potente e glorioso, che nel 1905 tenne in iscacco le armate zariste, e si levò persino dopo la seconda guerra mondiale in un disperato tentativo di prendere il potere nella martoriata capitale contro gli stati maggiori tedesco e russo, facendo la fine dei comunardi di Parigi, caduti insorti tra i due fuochi nemici.

L’attenzione di Marx non si stacca un momento dalla Russia in quanto egli considera l’esercito dello Zar come l’armata di riserva della controrivoluzione europea, pronto a passare le frontiere ovunque si tratti di ristabilire «l’ordine» soffocando ogni nuovo moto che nel centro dell’Europa tenda a rovesciare gli Stati dell’antico regime, tagliando così la via ai vari sbocchi da cui può uscire la rivoluzione del proletariato. Quasi 10 anni dopo Marx si interessa alla dottrina di Duchinsky (un

professore russo di Kiev, domiciliato a Parigi). Questi sostiene che “i grandi russi, i veri moscoviti, cioè gli abitanti dell’antico granducato di Mosca, sono per la più parte mongoli o dei finlandesi, come d’altronde sono mongoli gli abitanti delle parti orientali e sud orientali della Russia europea. Vedo in ogni caso che la questione ha grandemente turbato il gabinetto di Pietroburgo (poiché sarebbe la fine del panslavismo). Tutti i sapienti russi sono stati invitati a redigere delle risposte o delle confutazioni; ma queste sono di una estrema debolezza. La purezza del dialetto grande russo e la sua parentela con lo slavo della chiesa sembrano, in questo dibattito, testimoniare più in favore della concezione polacca che della concezione moscovita. È stato provato inoltre dalla geologia e dalla idrografia che all’est del Dnieper si stabilisce una grande differenza «asiatica» per rapporto ai paesi che restano all’ovest del fiume, mentre l’Ural, come Marchison ha di già sostenuto, non costituisce affatto una separazione. Il risultato, quale Duchinsky lo stabilisce, è che i moscoviti hanno usurpato il nome di Russia. Essi non sono slavi, non appartengono insomma alla razza indogermanica, e sono degli intrusi che bisogna respingere al di là del Dnieper. Il panslavismo, nel senso russo, è dunque un’invenzione del governo di Pietroburgo. Mi auguro che Duchinsky abbia ragione e che in ogni caso la sua opinione si generalizzi presso gli slavi. D’altra parte egli afferma che molti dei popoli della Turchia, fin qui considerati come slavi, quali i bulgari, per esempio, non lo sono».

Noi non sappiamo se questo brano sia stato adoperato nella polemica borghese recente contro la rivoluzione russa nella comune accezione che il popolo russo è asiatico e non europeo, e che per questo subisce la dittatura! Certo la tesi, assolutamente inoffensiva per il marxismo vero, è scottante per i russi di oggi che, sulle orme di Stalin, fanno leva su una tradizione razziale, nazionale, e linguistica più che sul legame di classe del proletariato di tutti i paesi.

Nel senso marxista il fatto che i grandi russi siano da classificare come mongoli e non come ariani (vecchia frase che Marx ricorda spesso: gratta il russo e troverai il tartaro) ha questa fondamentale importanza: per chiudere il ciclo entro il quale le forze della classe lavoratrice europea devono dare se stesse alla causa della formazione delle nazioni, chiusa la quale si imposta la rivoluzione proletaria europea, occorre attendere la formazione di una grandissima nazione capitalista slava che comprenda tutto lo Stato russo, o almeno si estenda fino agli Urali? La risposta di allora era che la sistemazione in moderni Stati nazionali come premessa alla rivoluzione operaia riguarda un’area che finisce ad est con la Polonia, ed eventualmente con una Ucraina e Piccola Russia che si arrestano al Dnieper. Questa è l’area europea della rivoluzione, la prima che ne deve essere investita, ed il ciclo che prelude al successivo di azione puramente classista, è quello che poi si chiuse al 1871.

Non può dimenticarsi al fine di non considerare come fattore unico determinante l’etnologia che i popoli di schiatta mongola, ossia i finnici, formano in Europa nazioni (Ungheria e Finlandia, Estonia, Lituania, Lettonia) che essendo socialmente avanzate rientrano nell’area storica europea, ed il marxismo ne vede favorevolmente, nel dato periodo, gli sforzi indipendentisti, contro i tre della Santa Alleanza.

Guerre del ’66 e del ’70

14) Marx ed Engels mentre l’insurrezione polacca declina e si chiude questa via alla ripresa rivoluzionaria, come si era chiusa nel 1848, scorgono che si avvicina la guerra tra Austria e Prussia. In questa entrerà di certo l’Italia per l’acceso problema di indipendenza delle Venezie, si dubita dell’atteggiamento della Russia e della Francia; è certo che un nuovo periodo convulso si sta preparando. Sedan salderà tutti i conti, ma il solo nemico della rivoluzione ad affondare sarà l’impero francese.

Il 10 aprile 1866 Marx pensa che siano i Russi a volere la guerra concentrando truppe alla frontiera austriaca e prussiana ed aspirando a profittare della situazione per occupare le altre due parti della Polonia. Ma ciò sarebbe la fine del regime Hohenzollern, e il vero scopo è di muovere eventualmente su una Berlino in rivoluzione per sostenerveli. Marx ed Engels sperano che alla prima sconfitta militare Berlino si muova.

È molto originale che pure essendo contro l’Austria sulla questione delle Venezie, essi attendano come cosa utile una vittoria austriaca, agli effetti della rivoluzione antiprussiana.

Quanto a Napoleone III egli è non meno sospetto per la causa proletaria di Alessandro di Russia, e fino ad allora il suo sogno era stato «essere quarto nella Santa Alleanza», ormai spezzata.

A guerra scoppiata il 19 giugno 1866 il Consiglio dell’Internazionale discute la situazione, ed affronta in principio il problema delle nazionalità.

«I francesi, venuti in gran numero, dettero libero sfogo all’antipatia cordiale che risentono per gli italiani». Marx accenna al fatto che incoscientemente i francesi sono contro la lega italo-prussiana e preferirebbero la vittoria dell’Austria. Ma più che di una scelta di posizione è la questione teorica che in questa seduta viene in luce: «I rappresentanti (non operai) della «Giovane Francia» dichiararono che ogni nazionalità e le stesse nazioni sono pregiudizi sorpassati». Qui scappa dalle mani a Marx una botta secchissima: «È dello stirnerismo proudhonizzato!» (Stirner è il filosofo dell’estremo individualismo che, esasperando tutto nel soggetto «unico», tocca da un lato la teoria del superdittatore di Nietzsche, dall’altro quella, negante Stato e società, degli anarchici: quintessenza del pensiero borghese entrambi – Proudhon in economia e sociologia esaltò il piccolo autonomo gruppo di produttori trafficante con tutti gli altri). Marx chiarisce questa condanna, come retrogrado, di un preteso atteggiamento radicale. Come già abbiamo notato non si tratta di sorpassare il postulato storicamente borghese, ma attivo, della nazione, ma di restare indietro ad esso. «Scomporre tutto in piccoli gruppi o comuni che formino a loro volta un’associazione, ma niente Stato. E questa individualizzazione dell’umanità, come anche il «mutualismo» che ci corrisponde si formeranno in questo modo. La storia si fermerà in tutti i paesi e il mondo intero aspetterà che i francesi siano maturi per fare una rivoluzione sociale. Allora essi faranno per primi l’esperienza e il resto del mondo, trascinato dalla forza del loro esempio (non parrebbe sentir parlare dei russi di oggi? …) farà la stessa cosa. È esattamente quello che Fourier si riprometteva con il suo falansterio moderno (oggi si dice guardare alla patria socialista, nel paese del socialismo …). Sono del resto dei reazionari che appesantiscono la questione sociale con superstizioni del Vecchio Mondo».

Anche questa volta Marx, tanto restio alla attività pubblica, non può non parlare contro il suo futuro genero Lafargue. Fa scoppiare a ridere gli inglesi rilevando che questi, avendo soppresso le nazionalità, aveva arringato in francese, lingua ignota a nove decimi dei presenti: «Indicai che Lafargue sembrava intendere per abolizione delle nazionalità il loro assorbimento nella nazione francese, la nazione modello».

Ma qual era allora, in quella guerra, la scelta di Marx? In primo luogo, la disfatta prussiana. Ed egli dice, nella lettera ad Engels, non nel Consiglio (non si dimentichi la natura interna di questi scritti che citiamo): «La situazione è d’altronde difficile in questo momento. Bisogna fare fronte da una parte alla stupida italianofilia inglese e d’altra parte alla falsa polemica francese ed impedire soprattutto ogni dimostrazione che potrebbe incanalare la nostra Associazione in una direzione esclusivista».

Dunque nella guerra 1866 ufficialmente nessuna presa di posizione per un belligerante, paragonabile a quella presa per i polacchi nell’insurrezione antirussa.

Dopo i successi dell’Austria in Italia giunge Sadowa col trionfo della Prussia ed interviene Napoleone come mediatore. Il 7 luglio 1866 Marx scrive: «Al di fuori di una grande sconfitta dei prussiani, che sarebbe forse sboccata in una rivoluzione (ma questi berlinesi!) tutto ciò che di meglio poteva accadere è la immensa loro vittoria». Marx giudica che il maggiore interesse di Bonaparte sarebbe stato per un ondeggiamento di vittorie e disfatte tra austriaci e prussiani, perché non si formasse una Germania troppo forte con una decisa egemonia centrale, il che lo avrebbe reso colla intatta sua forza militare arbitro dell’Europa. Marx giudica altresì scabrosa la posizione dell’Italia e vantaggiosa quella della Russia. Com’è noto l’Austria accettando la mediazione della Francia aveva ceduto a questa il Veneto: il Savoia per averlo dovette inchinarsi ancora al suo alleato del ’59, che opponeva il famoso «jamais» all’occupazione di Roma.

In questa prospettiva la posizione dell’Internazionale è precisa: la guerra sarà a suo tempo scatenata da Bonaparte – che sta introducendo il fucile ad ago nella sua fanteria (e Marx nella lettera del 7 luglio considera un’applicazione del determinismo economico l’evoluzione tecnica dell’armamento, e

suggerisce ad Engels di scrivere uno studio su ciò: oggi pare tutto verta sul: chi ha l’atomica?). In secondo luogo in questa guerra occorre che la Francia di Napoleone sia battuta.

Abbiamo dato ampio rilievo alla politica proletaria in riguardo ad una guerra d’indipendenza nazionale interna e rivoluzionaria, come quella polacca del ’63 (o italiana del ’48 e ’60) in cui lo schieramento era pieno e deciso. Non ripeteremo quanto lungamente esposto sulla guerra del 1870 tra Francia e Prussia. Gli indirizzi dell’Internazionale escludono totalmente un appoggio sia al governo di un Bismarck che a quello di un Bonaparte: su ciò non vi è dubbio. Ma è auspicata decisamente la disfatta del Secondo Impero (come lo sarebbe stata nel 1815 la vittoria del Primo).

Infatti mentre nell’indirizzo del Consiglio Generale del 23 luglio 1870 si plaude alla coraggiosa opposizione alla guerra delle sezioni francesi, vi è poi la tanto sfruttata frase: dal canto tedesco la guerra è guerra di difesa (chiosata con storica irrevocabilità da Lenin). Ma ad essa segue il deciso attacco alla politica prussiana e l’invito agli operai tedeschi a fraternizzare coi francesi: la stessa vittoria della Germania sarebbe un disastro e riprodurrebbe «ogni sciagura piombata sulla Germania dopo le così dette (sic: vedi avanti) guerre d’indipendenza (quelle contro Napoleone)». Doveva venire un Lenin per dire: il filisteo piccolo-borghese non può capire come si auspichi la disfatta di entrambi i contendenti! Dal 1870 la teoria del disfattismo proletario generale è in piedi.

Quale sia la valutazione storica del marxismo su questa fase del 1866 e 1870, e sul gioco delle forze delle potenze feudali da oriente e di quelle borghesi dittatoriali dall’occidente, sta in questa frase (non dimenticando che si sconsiglia l’uso del se nella storia al singolo fesso ambiziosetto di essere stampato): Se la battaglia di Sadowa fosse stata perduta anziché vinta, i battaglioni francesi avrebbero inondata la Germania quali alleati della Prussia!

Guerra di difesa significa guerra nel senso progressivo per la storia, il che accade tra il 1789 e il 1871 come da Lenin stabilito, mai dopo (ciò non sarà mai abbastanza volte sbattuto sulla faccia dei guerragiustisti del 1939-45). Il che vuol dire che se Moltke fosse partito un giorno prima di Bazaine, se le urla dei guerraioli fossero state: a Parigi, a Parigi! – anziché: a Berlino! a Berlino! – la valutazione marxista sarebbe stata la medesima.

La Comune ed il nuovo ciclo

15) La rivoluzione mancata in Germania nel 1848 non è scoppiata nel 1866 e nel 1871 a causa delle clamorose vittorie del militarismo prussiano. Ma la disfatta tremenda di quello francese ha sollevato il proletariato di Parigi, non solo contro il regime abbattuto ma contro tutta la classe borghese anche repubblicana e capitolarda, come contro la forza reazionaria prussiana. La caduta del governo rivoluzionario della Comune non ha tolto nulla all’importanza storica del trapasso, che da quel momento pone ai comunisti in Europa il solo diretto traguardo storico della dittatura proletaria.

Il secondo indirizzo dell’Internazionale del 9 settembre 1870 segue la vittoria di Sedan e la resa dell’esercito francese, la destituzione di Napoleone e la proclamazione della repubblica. Esso è una requisitoria a fondo contro i propositi di annessione dell’Alsazia e della Lorena, contro la pretesa che si tratti di assicurare un confine militare di sicurezza; deride la mancata analoga sensibilità prussiana dal lato russo e prevede «la guerra contro le razze coalizzate degli Slavi e dei Latini». Questo testo dice ancora che la classe operaia tedesca «ha appoggiato energicamente la guerra, per impedire la quale non aveva alcun potere», ma ora chiede la pace e il riconoscimento della repubblica, proclamata a Parigi. Esprime contro questa gravi diffidenze: tuttavia sconsiglia il proletariato parigino dal sollevarsi contro di essa.

Ma è il terzo indirizzo, lavoro personale di Marx, che costituisce non soltanto una manifestazione della politica del proletariato, ma un pilastro storico della teoria e del programma rivoluzionario. Marx lo legge il 30 marzo 1871, come nella prefazione Engels rammenta, solo due giorni dopo che gli ultimi combattenti della Comune cadevano a Belleville.

Questa classica fonte del comunismo rivoluzionario alla quale incessantemente si attinge, si pone al di là di ogni preoccupazione del tipo di quella che aveva suggerito al Consiglio Generale sei mesi prima il monito a Parigi proletaria di non tentare l’impresa impossibile, nella tema che la ulteriore catastrofe favorisse altre invasioni ed annessioni prussiane riaprendo un altro immenso problema di formazione nazionale nel cuore stesso dell’Europa più progredita. L’Internazionale dei lavoratori di tutto il mondo si schiera con tutte le sue forze al fianco del primo governo rivoluzionario della classe operaia e prende in consegna quanto la stessa repressione feroce ha trasmesso alla storia avvenire della rivoluzione proletaria.

La consegna è stata tradita due volte alla scala mondiale, nel 1914 e nel 1939, ma l’obiettivo delle nostre pazienti ricostruzioni e ripetizioni instancabili è di dimostrare che, malgrado questo, essa sarà in un ulteriore svolto storico raccolta, così come fu fissata in quel memorabile patto.

L’unione di versagliesi e prussiani per schiacciare la Comune rossa, anzi il fatto che i primi assumono, sotto la pressione dei secondi e gli ordini di Bismarck, per sé il compito di boia della rivoluzione, conduce alla conclusione storica che «la guerra nazionale, che era il supremo slancio di eroismo del quale la vecchia società borghese era ancora capace (ossia: che allora avevamo il dovere di sostenere), si rivela ora come un raggiro di governi e niente più, non ha altro risultato per noi che quello di provocare la lotta di classe e il divampare della guerra civile (la traduzione Zaniboni dice: si mette in agguato non appena la lotta di classe divampa in guerra civile)».

Lenin non inventò la norma: trasformare la guerra nazionale in guerra civile; ma la trovò scritta in tutte lettere. Lenin non disse che questa doveva essere una consegna ai partiti proletari europei dal 1914 al 1915, che in situazioni ulteriori poteva cambiare e riaprire la fase delle alleanze di guerra nazionali, di «pace tra i lavoratori e coloro che si appropriano il loro lavoro» come il testo di cui sopra aggiunge. Marx e Lenin riconobbero la legge storica che dal 1871 fino alla distruzione del capitalismo in Europa esistono due alternative: o i proletari obbediscono al disfattismo di ogni guerra, o, come Engels scrisse profeticamente nella prefazione del 1891, e come oggi vediamo, «penderà quotidianamente sopra il nostro capo la spada di Damocle di una guerra, nel cui primo giorno tutte le alleanze degli Stati si disperderanno come la polvere … che assoggetterà al militarismo la Europa intera, con quindici o venti milioni di armati».

Il marxismo ha sempre preveduto la guerra tra gli Stati borghesi, primo; ha sempre ammesso che in ben determinate fasi storiche non il pacifismo ma le guerre accelerano lo sviluppo sociale generale, come quelle con cui la borghesia ha istituito gli Stati di nazionalità, secondo; – terzo: dal 1871 ha stabilito che il proletariato rivoluzionario in un solo modo porrà fine alle guerre; con la guerra civile e la distruzione del capitalismo.

Epoca imperialista e residui irredentisti

16) Il sopravvivere, alla grande epoca delle guerre di indipendenza e di sistemazione nazionale con carattere borghese rivoluzionario, di gran numero di casi in cui nazionalità minori sono soggette a Stati di altra nazionalità nella stessa Europa, non toglie che l’Internazionale proletaria debba rifiutare ogni giustificazione di guerre di Stati con motivi di irredentismo, e debba smascherare la finalità imperialista di ogni guerra borghese, invitando i lavoratori al sabotaggio di essa da ogni lato. L’incapacità ad attuare questa linea ha determinato la distruzione delle energie rivoluzionarie sotto le ondate di opportunismo di due guerre, e la determinerà in una guerra futura se le masse non abbandoneranno in tempo la direzione opportunista (socialdemocratica o cominformista) col sopravvivere in tutti i casi del capitalismo alle sue violente sanguinose crisi.

Lenin appunto fornì per la guerra del 1914 la dimostrazione che essa scoppiò per la contesa economica tra i vari grandi Stati capitalisti nella spartizione delle risorse produttive mondiali e specie delle colonie nei continenti meno progrediti. Con ciò non disconobbe che in vari Stati metropolitani sussistevano questioni nazionali acute; esempio squisito la monarchia austriaca che dominava su slavi di vari ceppi, su latini, e su magiari, senza escludere gruppi perfino ottomani. Altro esempio era la Russia, il cui Stato feudale stava a cavallo tra l’area Europa e l’area Asia. Sicché sulle questioni

nazionali russe non può concludersi senza aver presente l’oggetto della presente trattazione e di altra in successiva riunione, in cui sarà riferito circa la dinamica delle lotte di classe e nazionali per i continenti non europei e le razze di colore (questione orientale; questione coloniale).

Come i socialisti della seconda Internazionale tradirono per i due sofismi dell’appoggio alla nazione nel caso di guerra difensiva, e nel caso di guerra contro un paese «meno sviluppato», così tradirono in base al terzo che la guerra nel 1914 tendesse a risolvere problemi di irredentismo. L’intrico di questi problemi era formidabile: la Francia, per dare un esempio, voleva riavere Alsazia e Lorena, ma non si preoccupava di restituire Corsica o Nizza. L’Inghilterra le dava buona mano, ma si teneva strette Gibilterra e Malta e Cipro. La Polonia poi erano in tre a volerla liberare, per tenerla unita sotto di sé.

È altrettanto noto che esempio lodevole di resistenza alla seduzione irredentista lo dette il partito italiano; esempio ancora più classico fu quello del partito serbo, che agiva in una nazione contornata da connazionali soggetti, attaccata dalla tanto più forte Austria, e che vigorosamente condusse la lotta contro il militarismo di Belgrado e la febbre patriottica.

Circa la portata di quelle questioni nazionali, in una serie di «Fili del Tempo» del ’50 e del ’51 abbiamo ricordato le tesi basilari, e ci contentiamo di riassumerle.

1. Giustamente i marxisti radicali nei paesi plurinazionali combatterono la tesi socialdemocratica della semplice autonomia «culturale» di lingua nel seno dello Stato unico, e sostennero l’autonomia totale delle nazionalità minori, ma non come risultato borghese o possibile da parte della borghesia, bensì come risultato dell’abbattimento dello Stato centrale, anche ad opera dei proletari della sua nazionalità.

2. Sono formule borghesi e controrivoluzionarie quelle della liberazione e dell’uguaglianza di tutte le nazionalità, che è impossibile sotto il regime capitalista. Tuttavia sono forze che concorrono alla caduta di esso le resistenze delle nazionalità oppresse, e quelle che le piccole potenze «semicoloniali» o protette oppongono ai grandi colossi statali del capitalismo.

3. Nel ciclo in cui l’Internazionale proletaria denega ogni appoggio ed apporto delle proprie forze politiche organizzate alle guerre tra gli Stati, e nega che sia motivo per derogare da tale storica posizione internazionale la presenza da uno dei lati del fronte di Stati feudali dispotici, o meno democraticamente organizzati degli altri, e si adopera ovunque al disfattismo interno, ciò non toglie che nell’analisi storica si possa e debba prevedere quali diversi effetti abbiano i diversi scioglimenti delle guerre.

Abbiamo dato molti esempi in altre trattazioni: Marx nella guerra russo-turca del 1877 in cui la democrazia franco britannica tifa per i russi, simpatizza ardentemente per i turchi. Nella guerra greco turca di indipendenza 1899 senza arrivare alla partecipazione con volontari come gli anarchici e i repubblicani, i socialisti di sinistra sono per la Grecia, come simpatizzeranno per la rivoluzione giovane-turca, e per la liberazione greca, serba, bulgara di territori soggetti agli ottomani nelle guerre balcaniche del 1912. Così potrebbe dirsi per i boeri contro gli inglesi, guerra, come quella ispano americana del 1898, di portata extra europea e a sfondo imperialista.

Ma questi sono episodi, nel gran periodo calmo dal 1871 al 1914.

Seguono le guerre mondiali: ogni partito proletario che ha aiutato il suo Stato in guerra o i suoi alleati è stato traditore, e dovunque si doveva tenere la tattica disfattista rivoluzionaria. Da questa cristallina conclusione ci corre a dire che era del tutto indifferente allo sviluppo degli eventi in senso rivoluzionario che l’uno o l’altro gruppo vincesse.

E’è nota la nostra posizione al riguardo. La vittoria delle democrazie occidentali e dell’America nella prima e nella seconda guerra ha allontanato le possibilità di rivoluzione comunista, mentre l’esito opposto le avrebbe accelerate. Lo stesso deve dirsi per una vittoria del mostro capitalista americano in una terza guerra mondiale, che può sopravvenire tra uno o due decenni.

Condizione della rivoluzione comunista è la vittoria del proletariato sulla borghesia: più che condizione, ciò è la rivoluzione stessa. Ma nel campo della guerra tra gli Stati, che fino a prova contraria ha finora si ravvisano anche condizioni rivoluzionarie: le due principali sono una catastrofe per la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America, giganteschi volani dell’inerzia storica paurosa del sistema e del modo di produzione del capitale.

Una formula per Trieste offerta ai “contingentisti”

18) La posizione dei comunisti marxisti circa l’attuale contesa per Trieste si fissa in questi capisaldi: fin dal 1911 era aperta la posizione del proletariato italiano contro le rivendicazioni di unità nazionale; nella guerra per Trieste e Trento del 1915 i socialisti rifiutarono l’appoggio, e i gruppi che poi formarono a Livorno nel 1921 il partito comunista sostennero il sabotaggio della guerra nazionale; dopo il 1918 il proletariato giuliano delle due razze e lingue fu compatto col socialismo rivoluzionario e col partito di Livorno; il proletariato comunista deve spregiare con la stessa decisione la politica nazionalista dei governi di Roma e di Belgrado, e più ancora quella inverosimilmente barattiera dei cominformisti.

Per una strana coincidenza questa riunione si svolge mentre improvvisi eventi portano Trieste sulla prima scena della politica internazionale. Che cosa dicono i comunisti per l’affare triestino?

Il partito comunista d’Italia costituito a Livorno nel 1921, rivendicava in pieno la più recisa opposizione alla guerra che liberò Trieste e i territori giuliani e tridentini, in quanto esso derivava dai gruppi che, non paghi della negazione alla unione sacra di guerra e del «non aderire né sabotare», sostennero il deciso disfattismo leninista, chiedendo al maggio 1915 lo sciopero generale senza termine contro la mobilitazione, e spingendo il vecchio partito all’azione in tutto il corso della guerra e nel periodo del rovescio di Caporetto.

Non avevamo dunque voluto Trieste. Ma Trieste proletaria e rivoluzionaria fu nostra, e al partito comunista vennero la maggioranza delle sezioni politiche, i sindacati, le cooperative, di lingua italiana o slovena poco importava, e il glorioso Lavoratore, che usciva nelle due lingue colle versioni degli stessi articoli di teoria, di propaganda e di agitazione politica e organizzativa. E nelle file comuniste Trieste rossa fu prima nella lotta contro il fascismo, che si impose solo grazie alla scesa in campo dei carabinieri tricolori.

Nulla ciò ha di comune col contegno dei cosiddetti odierni comunisti italiani, che ieri avrebbero sostenuto che Trieste passasse a Tito perché così entrava in una patria socialista, oggi ostentano smaccato nazionalismo e chiamano Tito per antonomasia «il boia».

La rivalità tra lo Stato di Belgrado e quello di Roma nell’agone ributtante della diplomazia mondiale, come la rivalità tra i partiti italiani, a proposito delle soluzioni per Trieste, si avvolge nelle più rancide formule nazionaliste in cui i più sguaiati a fare uso di sofismi etnici linguistici e storici non sono i borghesi autentici, ma i «marxisti» Tito e Togliatti.

Non ci preoccupa di solito, e non solo per la scarsa forza numerica, la domanda: praticamente che sostenete, che proponete? Ma a questi marxisti del concretismo e della politica positiva, regaleremo una formula cui non hanno pensato. Il problema della doppia nazionalità e della doppia lingua è indecifrabile, e non se ne esce facendo ai veneti e agli sloveni discorsi inglesi o croati.

In sostanza la situazione è che nelle città, borghesemente organizzate, prevalgono i latini, gli slavi invece nei villaggi sparsi all’interno delle campagne e specie lungi dalla costa. Italiani i commercianti, gli industriali, gli operai, i professionisti; slavi i proprietari di terra e i contadini. Una differenza sociale che si presenta come differenza nazionale, e che sparirebbe se gli operai fregassero gli industriali, i contadini cacciassero i proprietari, ma non può sparire tracciando comunque linee di frontiera.

Nella costituzione dell’U.R.S.S., signori delle Botteghe Oscure, una volta copiata in quella della repubblica popolare jugoslava, signori marxisti di Belgrado, la base dell’alleanza tra operai e contadini era la formula: un rappresentante per cento operai, uno per mille contadini.

Fate il plebiscito che tanto vi esalta (la formula l’avete presa da Mussolini, vostro comune nemico) colla norma che il voto dell’abitante delle città e cittadine (oltre, ad esempio, diecimila abitanti) vale dieci, quello dell’abitante del villaggio e della campagna vale uno. Allora potete estendere la democratica consultazione a tutta l’area tra la frontiera 1866 e quella 1918: mettete dentro Gorizia, metteteci Pola, Fiume e Zara.

Ma da una parte e dall’altra sporca democrazia borghese ne hanno tanta ingurgitata che si piegano al sacro dogma, di cui la classe ricca sghignazza, che ovunque e dovunque il voto dell’unità persona ha lo stesso calibrato peso!

Chi sa che con un’aritmetica come quella che suggeriamo noi, la maggioranza non venga fuori per la tesi: andate all’inferno entrambi!

Rivoluzione europea

19) Nel senso dello sviluppo storico delle forze produttive sociali, Trieste è un nodo di convergenza di fattori economici che si estendono molto oltre le frontiere degli Stati in contesa, e un nodo della perfetta attrezzatura moderna industriale e di comunicazione: qualunque esso sia, ogni taglio alle spalle agisce in senso contrario all’estensione degli scambi che è la sottostruttura del grande moto, chiuso col secolo XIX, per la formazione di unità nazionali. Nel cuore del secolo ventesimo non può esservi per Trieste che avvenire internazionale, che non può trovarsi utilmente in compromessi politici e mercantili delle forze borghesi, ma solo nella rivoluzione comunista europea, di cui i lavoratori di Trieste e del suo territorio dovranno ridiventare uno dei reparti di assalto.

Nel fulgore del primo capitalismo che si ebbe in Italia e di cui uno dei primi Stati politici fu la Serenissima repubblica di Venezia, è indiscutibile che la dipendenza da questa di Trieste, porto ed emporio dell’Adriatico avanzato nel cuore di un’Europa feudale e semibarbara, è un fatto storico audacemente progressivo.

Quando l’apertura mondiale delle comunicazioni marittime scavalcò il capitalismo mediterraneo, e il mercato mondiale sembrò costruirsi ad opera di Spagna, Portogallo, Olanda, Francia, Inghilterra per le vie atlantiche; sempre da Trieste parte geograficamente la possibilità di una penetrazione del nuovo modo di produzione verso l’interno dell’Europa del centro e dell’est, dove la reazione terriera e antiindustriale pare essersi trincerata, e frapporre ostacoli di secoli alla nuova organizzazione umana.

La disposizione dell’impero mosaico di Austria che collega lo sbocco Adriatico ai nascenti centri industriali tedeschi, magiari, boemi, è tuttavia una disposizione progressiva rispetto ai blocchi che russi e turchi stendono più oltre, e che il capitalismo va successivamente forzando.

Ai fini di un ritorno dell’industrialismo pieno nella penisola italica e del suo affermarsi nella balcanica, era un’ulteriore situazione utile quella che si delineava in un collegamento colla potente economia germanica e nel tentativo di buttare fuori dal Mediterraneo il predominio economico anglosassone.

Nella situazione succeduta alla disfatta dell’Asse, evidentemente Trieste è sempre in primissimo piano se, per meglio deliberare sulla colonizzazione americana dell’Europa e i suoi piani disgustosi, si è gravata la città e il territorio di un regime di eccezione.

Ogni rivoluzionario comunista saluta il proletariato triestino nel duro succedersi di fasi in cui si sono oscenamente insediati i rappresentanti dei peggiori capitalismi e dei nazionalismi militareschi più feroci, ed hanno celebrate le loro orge di crudeltà, di corruzione e di sfruttamento.

Tesi sulla ristretta area tanti artigli adunchi e tanti apparecchi di sguaiato colonialismo da lenoni, essa non troverà via di uscita nazionale da nessun lato, e in qualunque lingua la invochi.

La soluzione non può essere che internazionale: ma come non può venire dagli attriti e dai conflitti degli Stati, così non verrà dai loro fornicamenti democratici, dalla sordida unità della servitù europea.

Non una bandiera nazionale auguriamo sulla torre di San Giusto, ma l’avvento della dittatura proletaria europea, che tra un proletariato uscito da tali esperienze, e tanto dolorose, non potrà non trovare, quando finalmente l’ora sia giunta, i combattenti più decisi.

Chi salverà Trotzky dai trotzkysti?

Da «Bandiera Rossa», ottobre, n. 9, sotto il titolo «Un candidato trotzkista a sindaco di New York»:

«In una trasmissione televisiva organizzata per i candidati alle elezioni amministrative della città di New York, il candidato alla carica di Sindaco per il Socialist Workers Party (trotzkisti americani), David L. Weiss, ha pronunciato un discorso elettorale contro la politica guerrafondaia della classe dirigente americana e contro la bomba atomica… Egli ha detto: Se sarò eletto Sindaco di New York, chiamerò i cittadini a votare in un referendum sul problema della guerra e della politica che ad essa conduce. Tale referendum rivelerà che il nostro popolo non ha nessuna volontà di minacciare nessuno per mezzo della bomba H, ecc. Diamo al popolo la facoltà di decidere».

Il nome di uno dei più grandi rivoluzionari della storia operaia usato per avallare un referendum pacifista degno del peggior stalinismo: a tanto, solo gli usurpatori del pensiero di Trotzky potevano arrivare.

Nostri lutti

Il 26-10 è morto a Barra il compagno Salvatore Ascione, che da tempo soffriva di un male contratto in trincea durante la prima guerra mondiale. L’ipocrisia beghina del fratello ha voluto offenderne sconciamente la memoria facendo intervenire alle esequie un folto stuolo di preti, monache e fraticelli: poi, assenti dall’indegna commedia, ricordiamo il militante inflessibile, il combattente non mai stanco delle lotte di classe e delle battaglie di partito. Invano sperino i distributori di acquasanta di cancellare questo ricordo, e così lavare i propri peccati verso la storia. Un fiore rosso sulla tua tomba, Salvatore!

Mobilitati con colomba

Leggiamo sull’Unità, edizione genovese, che il consigliere comunale stalinista Adamoli ha invocato la solidarietà verso le famiglie dei giovani richiamati alle armi proponendo forme di assicurazione e mantenimento del posto di lavoro, dello stipendio o salario e di tutti i diritti ad essi inerenti; e che il sindaco D.C. si è prontamente associato al consigliere di opposizione promettendo d’interessarsi del caso.

Morale: la patria si deve difendere, e i richiamati con la tessera di partigiano della pace in tasca e il fucile per uccidere altri proletari in mano, avranno la soddisfazione di sapere che, per interessamento nazionalcomunista, non dovranno preoccuparsi né della propria famiglia né del proprio avvenire, e potranno quindi compiere con animo sereno il proprio dovere. Mobilitati, sì: ma la colomba della pace veglia su di loro.

Vita del Partito

Si è tenuta a Trieste una riunione allargata con intervento di compagni e simpatizzanti. Il dibattito si è concentrato sulla situazione creatasi nella città a causa dell’incrocio dei contrasti imperialistici sulla questione del «Territorio Libero». Il relatore ha messo in evidenza come si scontrino a Trieste le spinte antitetiche di un capitalismo italiano incapace di espandersi sul mercato internazionale e in ansiosa ricerca di sbocchi (con particolari riflessi patologici nelle file del ceto medio dissestato e confusionario), e di un espansionismo jugoslavo galvanizzato dall’ubriacatura nazionalista e condito di demagogia «socialisteggiante»; entrambe le spinte si svolgono tuttavia nel quadro di una situazione internazionale che non tollera urti diretti tra vassalli dello stesso imperialismo e quindi imporrà alle due parti ora in conflitto verbale la soluzione di un modus vivendi basato sullo scambio mercantile e, perciò, sulla loro solidarietà nello sfruttamento del proletariato. In una successiva riunione interna, si è deciso d’intensificare la divulgazione della stampa e le riunioni coi simpatizzanti, pur senza lasciarsi prendere dalla febbre di un attivismo a vuoto e senza perdere di vista gli obiettivi a lunga scadenza del nostro lavoro.

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Come annunciato nel precedente numero: domenica 25 ottobre ha avuto luogo nella sede di Casale Monferrato una riuscitissima riunione interregionale. Numerosi i compagni milanesi; presenti i gruppi di Torino, di Asti e tutti i compagni di Casale.

Un compagno della Federazione Milanese ha svolto una breve relazione politica dimostrando come gli avvenimenti abbiano confermato in pieno la giustezza dell’impostazione politica della nostra organizzazione ed ha messo in rilievo il grande contributo apportato alla messa a punto e soluzione di fondamentali questioni teoriche, in virtù del quale il partito ha oggi una maggior chiarezza di dottrina e unitarietà politica che gli consente una visione più netta dei suoi compiti.

Un altro compagno ha poi parlato sulla attività svolta a Milano per la diffusione della nostra stampa e del lavoro molecolare e di accostamento favorito dalla situazione attuale, ed ha fatto presente ai compagni la necessità di inviare al giornale corrispondenze e informazioni su agitazioni, movimenti, o episodi che possano comunque interessare il nostro raggruppamento. I compagni piemontesi dopo aver manifestato il loro pieno accordo con la linea politica del partito hanno fatto una dettagliata relazione sulla situazione dei rispettivi gruppi dalla quale è emerso il proposito di rianimare il lavoro di accostamento e di propaganda, ed hanno avanzato proposte per un più efficace intervento chiarificatore quando si verifichino avvenimenti che abbiano vivaci ripercussioni sulla classe operaia.