Il mondo borghese è uno
Negli anni scorsi – ma non lontani – in cui le opposte coalizioni militari e politiche di Oriente e di Occidente si fronteggiavano minacciose, giungendo persino a misurarsi in un conflitto armato, sebbene localizzato, quale fu la furibonda guerra di Corea – cioè negli anni in cui si svolse (l’avevate dimenticata?) la cosiddetta guerra fredda -la nostra posizione di partito fu immancabilmente interpretata dai partiti nemici, secondo il rigido criterio del dualismo politico che si volle porre a base della conoscenza del mondo.
Erano i tempi in cui la nostra esistenza politica era invariabilmente vista dagli avversari come una dissimulata dipendenza da ben più potenti forze politiche giostranti sull’arena internazionale. Erano i tempi in cui per i seguaci dell’atlantismo – democristiani, socialdemocratici, liberali e via dicendo – chiunque non «tifasse» per il ponte aereo di Berlino o non gioisse per i bombardamenti al «napalm» contro le città coreane «nordiste», non poteva che essere classificato tra i russofili e gli «utili idioti» della politica di Mosca. Al contrario – e grazie allo stesso criterio dualista oggi caduto in disuso – chiunque rifiutasse di applaudire alla impiccagione di Rajk o alla fucilazione di Beria non poteva che essere incluso, a giudizio degli onnipotenti funzionari del P.C.I. e del P.S.I., oggi convertiti al monismo internazionale, nella lista nera degli «agenti dell’imperialismo».
Poiché i Grandi dell’imperialismo hanno sempre ragione, sia che si lancino cartelli di sfida sia che si abbraccino in pubblico, ad avere torto continueremo ad essere noialtri, minimi tra i minimi dei movimenti che «non fanno storia». ma di che ci accuseranno ora non diciamo, ohibò! i colossi della stampa che non riescono a vederci neppure col microscopio elettronico, ma i nostri tirapiedi di sempre, coloro che dalle poltrone delle federazioni socialcomuniste ci aizzano contro gli agit-prop di fabbrica?
Oggi che la «distensione» o, come altri dice, il «disgelo» affratella i cuori dei Grandi, noi che per tutta la fase della «guerra fredda» siamo stati giudicati «falsi», incorriamo in una ben più tremenda condanna. Quale? Quella che pende sul capo di coloro che, facendosi forti della lezione dei fatti (i quali hanno provato che se c’era qualcosa di falso nel mondo era la conclamata inconciliabilità tra il «mondo libero» e l’ «impero moscovita») rifiutano di prestare fede alla sconcia commedia della «distensione». E credono che la «domenica delle palme» celebrata nei consessi ginevrini apra una fase meramente transitoria nella politica internazionale durante la quale le contraddizioni del modo di produzione capitalista, temporaneamente sanate dal dilatarsi dei commerci mondiali, coveranno in profondità.
I governi delle grandi potenze imperialistiche hanno inteso porre le grandi masse – lo si è visto nel corso della conferenza atomica tenutasi nella stessa città di Ginevra che aveva ospitato la conferenza dei quattro Grandi – davanti ad un dilemma pauroso quanto fantastico, ricattatorio quanto grossolanamente stupido. Dopo che i Salomoni della fisica nucleare radunati a Ginevra hanno interloquito nel grande baccano degli imbonitori della «distensione», la tanto strombazzata «coesistenza pacifica» dei blocchi non viene posta più, dai maramaldi della stampa, come alternativa alla «guerra fredda». Dopo che gli scienziati atomici hanno dipinto a tinte nerissime l’avvenire che attende la civiltà qualora non si provveda ad addomesticare la energia nucleare, piegandola alle esigenze industriali, il dilemma in cui viene a trovarsi la derelitta umanità è: coesistenza pacifica o ritorno alla preistoria? Né più né meno. Di conseguenza,chi si fa beffe della distensione e ritiene che la conferenza di Ginevra sia null’altro che il «dieci anni dopo» della conferenza di Potsdam, nel corso della quale i vincitori della seconda carneficina mondiale sedettero a spartirsi il bottino, costui non può essere che un nemico della civiltà, un sabotatore della rivoluzione industriale atomica, un fautore della resurrezione della preistoria. Sappiamo, allora, di che saremo incolpati da coloro che inculcano negli operai l’ammirazione fanatica e cretina per la civiltà, per la capitalistica civiltà del profitto!
Alla Conferenza atomica di Ginevra, organizzata dagli Stati Uniti e svoltasi con il concorso dei rappresentanti di settantadue nazioni, tra cui spiccavano in primo piano, oltre i già nominati Stati Uniti, le altre due potenze atomiche dell’Inghilterra e della Russia, gli scienziati riuniti in solenne consesso (insieme con gli industriali, i tecnici e i giornalisti accorsi da tutte le parti del mondo, 4000 persone) emettevano una sentenza di morte a carico della civiltà, la cui esecuzione ritenevano però doversi fissare non prima dell’anno 2100. Perché proprio la fine del primo secolo del 2000 e non un’epoca diversa? Perché i calcoli che hanno riscosso la piena accettazione del congresso atomico stabiliscono che entro l’anno fatale del 2100 le riserve mondiali di energia (petrolio, carbone, combustibili gassosi) risulteranno completamente esaurite. Fin da oggi, perciò, gli scienziati prevedono che attorno a quella data la civiltà industriale dovrà arrestarsi, la storia dovrà subire un inarrestabile movimento a ritroso e la specie umana – almeno la parte di essa che all’epoca godrà della civiltà – sarà risospinta nella calanti tenebre della preistoria. Sembra una favola da fantascienza, sicuramente lo è, ma non siamo noi ad inventarla. Si tratta però, di una lugubre favola a lieto fine. Infatti, la condanna a morte, letta dalla conferenza atomica alla imputata civiltà, non è astretta ai rigidi schemi dell’inappellabilità godendo del … beneficio della condizionale.
Una via di scampo per la minacciata civiltà esiste, ed è quella che la conferenza atomica, in una orgia di avvenirismo che male si confà al congenito scetticismo borghese, ha additata sicuramente: lo sfruttamento per usi industriali dell’energia nucleare.
Risparmiamo al lettore la fatica a cui le mirabolanti rivelazioni sui «miracoli dell’atomo» (fino a ieri facevano miracoli soltanto le madonne lacrimanti!) assoggettano il cervello. Non elenchiamo anche noi le stupefacenti (per i gonzi) anticipazioni sulla fotosintesi artificiale e la produzione a prezzo zero della energia elettrica, sugli isotopi radioattivi e la … taurizzazione delle cellule sessuali umane. Pasti luculliani a base di tali intingoli la «Domenica del Corriere» ne fornirà ai suoi lettori a getto continuo. Per noi basta sapere che gli alimenti prodotti con l’ausilio dei concimi radioattivi o l’energia elettrica scaturente dai reattori o l’eterna giovinezza di quelle certe ghiandole, dovremo comprarceli, come adesso compriamo i finocchi concimati con sterco umano o le fiale (per chi ne ha bisogno) di testosterone. Ci basta sapere che la «civiltà dell’atomo» non meno che la «civiltà del petrolio» continuerà a funzionare, se i Grandi continueranno a troneggiare, nelle assurde e infami forme mercantili e monetarie della produzione capitalista. Torniamo, perciò, alla conferenza atomica di Ginevra, che stavamo considerando nei suoi addentellati politici.
La catastrofe terrestre e extra terrestre (perché, a quell’epoca, come il congresso astronautico di Copenaghen ha rivelato, si viaggerà sulle rotte interplanetarie) che attende la civiltà di lor signori, potrà essere evitata, dunque, alla sola insostituibile condizione che l’industria e la tecnologia imparino ad alimentarsi dell’energia atomica. Sentite quello che sull’argomento scriveva l’ «Unità», cioè un organo di una della quattro grandi potenze atomiche nel suo numero del 13 agosto 1955:
«Si avvicina il giorno in cui l’uomo si troverà di fronte al dilemma di modificare radicalmente tutta la struttura industriale creata nel corso dei secoli, o rassegnarsi a regredire verso forme di vita che consideriamo sepolte nella più lontana preistoria. La soluzione di questo dilemma è affidata alla energia atomica». Più avanti, il giornale che è in Italia il più pervaso dallo «spirito di Ginevra» gettava un angosciato grido di allarme: «Entro un secolo – hanno detto gli scienziati (a Ginevra) – le ricchezze energetiche di cui l’uomo ancora dispone non basteranno più ad assicurare il progresso della civiltà. Un grave pericolo ci minaccia: la rapida estinzione delle riserve mondiali di energia esauribile (carbone, petrolio, gas naturali) come conseguenza dell’impetuoso sviluppo industriale e dell’aumento massiccio della popolazione nei cinque continenti».
Passaggi di questo tenore, in cui la messianica fiducia nell’ «al di là» della rivoluzione industriale atomica si mescola ai lugubri richiami al noto concetto scientifico della esauribilità delle scorte mondiali di energia, se ne trovano a dozzine su tutti i giornali. Al lettore sprovveduto potranno sembrare coinvolgere questioni puramente scientifiche. Invece, da nessuna parte, come dalle volgarizzazioni giornalistiche dei risultati della conferenza atomica, traspaiono i segreti legami che stringono la scienza alla politica, gli scienziati ai capitalisti. L’aspetto politico, che era poi quello predominante della conferenza atomica, veniva posto brutalmente in luce nella parte dell’articolo dell’ «Unità» che stiamo esaminando, ove si leggeva testualmente: «Alla base della decisione storica, posta in atto dagli scienziati riuniti nella città svizzera di scambiarsi i più gelosi segreti dell’energia atomica, si possono riconoscere facilmente alcune osservazioni. innanzi tutto la convinzione che nessuno Stato può illudersi di procedere speditamente da solo sulla strada del pacifico progresso atomico, poiché le ricerche condotte in questo campo sono giunte ad un punto oltre il quale lo scambio di esperienze e di informazione diviene non soltanto utile ma indispensabile». E più oltre: «L’avviamento allo sfruttamento pacifico delle scoperte atomiche su scala internazionale ha un prezzo ben definito; la rinuncia alla politica di forza, l’adozione di nuove forme di coesistenza fra gli Stati, la distruzione delle bombe atomiche. Questi, per sommi capi, le più urgenti questioni che sono in fondo al dibattito in corso a Ginevra».
Vorremmo soffermarci a lungo, se ce lo consentisse lo spazio, su questo passo davvero ripugnante dell’ «Unità» che in poche righe riesce a sputare su almeno due delle principali ideologie tradizionali dello stesso stalinismo e a falsare un incontrovertibile dato di fatto, che cioè anche in regime di dualismo politico ed ideologico le grandi potenze sono riuscite da sole, senza scambio di «segreti atomici», a fabbricarsi pile atomiche e, purtroppo, bombe nucleari e termonucleari. Le invenzioni ideologiche poi che l’articolo dell’ «Unità» viene a sconfessare ignominiosamente, pur facendo esse parte della dottrina del falso comunismo russo, sono: 1) la pseudo-teoria del «socialismo in un solo paese», giacché l’ «Unità» nega che possa esistere uno Stato capace di «procedere da solo sulla strada del progresso atomico»; 2) la teoria lanciata da Zdanov alla costituzione del Cominform secondo la quale il mondo risultava diviso negli opposti campi dell’imperialismo e dell’ «antimperialismo», poiché l’ «Unità» ritiene possibile e indispensabile la «adozione di nuove forme di coesistenza fra gli Stati». Secondo gli uomini di Mosca, il «comunismo» che dicono essere in «costruzione» in Russia non può svilupparsi senza la collaborazione atomica internazionale, e quindi senza l’apporto dell’imperialismo anglo-americano. Bulganin e Kruscev che oggi inneggiano alla coesistenza considerano, dunque, un cumulo di fesserie l’atto costitutivo del Cominform? Non crediamo di confondere con tali quesiti la spudorata impassibilità dei funzionari socialcomunisti stipendiati per sostenere quello che, volta a volta, fa comodo a Mosca!
«Il mondo è uno» esclamava la «Unità» e intendeva dire che sta diventando «uno», anzi è già diventato «uno» dall’epoca delle ginevrine celebrazioni al nuovo idolo monista scelto a patrone della «coesistenza». Già, «uno» fu pure lo scopo che legò intimamente la Conferenza dei quattro Grandi e la Conferenza atomica, tenutesi, a distanza di qualche settimana, nella stessa città di Ginevra. Ma è successo mai che il mondo borghese si sia spezzato in due? Sicuramente. Ciò accadde ogni volta che la società borghese si divise sulla linea del fuoco della rivoluzione e della guerra di classe. Di tali fenomeni storici, non certamente frequenti, noi conosciamo le date e le sedi: giugno 1848 a Parigi, marzo-maggio 1871 a Parigi, ottobre 1917 a Pietroburgo e Mosca. In tali epoche e luoghi sicuramente il mondo non è stato «uno». Ma dal 1926 circa fino ad oggi su di esso è tornato a regnare assolutisticamente l’ordine sociale e politico garantito dallo Stato borghese. Da allora, sempre, il mondo è stato «uno», anche quando Stalin e Zdanov inventarono quell’aborto nauseante di internazionale che fu il Cominform e dichiararono «diviso» il mondo nei campi della democrazia e del socialismo avanzante da una parte, e del fascismo e dell’imperialismo dall’altra.
Prima delle conferenze ginevrine si poteva, a seconda della polarizzazione internazionale delle proprie antipatie politiche, essere nemico della «storia come è vista a Washington» oppure avversario della «storia come è concepita a Mosca». Dopo i consessi di cui sopra, chi è contrario alla politica dei Grandi, alfine riappacificati, non può essere, anche se non se ne rende conto, che nemico della storia «tout court», e nostalgico del … paleolitico!
Alla «loro» conferenza, i quattro Grandi, cioè le tre grandi potenze uscite vittoriose dalla seconda guerra mondiale: Stati Uniti, Russia, Inghilterra, a cui la Francia è ammessa a tener compagnia, fecero chiaramente capire, pur tra abbracci e sorrisi melati, che è loro concorde intendimento assoggettare i due miliardi e passa di terrestri all’autorità una e trina dell’imperialismo. Ma toccò alla conferenza degli scienziati atomici, o quali non per nulla sono, per la loro qualifica professionale degli autentici funzionari di Stato, spargere la lieta novella che alle origini della «distensione» o del «disgelo» o del «clima nuovo» che dir si voglia, agiscono non già le insopprimibili necessità economiche che spingono i mastodontici potenziali dei «Grandi» a trovare reciprocamente mercati di sbocco, ma il disinteressato amore che i governi di Washington, Mosca e Londra nutrono per la specie umana.
Senza la rivoluzione apportata dall’energia nucleare applicata alla industria – hanno detto i savissimi Salomoni atomici – la civiltà corre il rischio di perire per estinzione delle riserve e combustibili naturali. Ma il progressivo addomesticamento dell’energia nucleare può attuarsi – si sono affrettati ad avvertire – soltanto nelle condizioni internazionali stabilite dalla «coesistenza pacifica» dei blocchi da cui deriverà la possibilità di scambio e di messa in comune delle scoperte teoretiche della fisica nucleare. Capovolgendo il ragionamento, si ottiene che chi è contro la «coesistenza», cioè la dominazione concordata dei Grandi alla scala mondiale, lavora per ciò stesso contro il progresso storico e addirittura congiura per riportare l’umanità nella oscurità della preistoria. Cose non certamente nuove nella bocca della classe dominante che sempre ha identificato la propria esistenza con la esistenza del resto della società e sempre si è servita – per atterrire e turbare le masse sfruttate – della falsa tesi che la sua propria rovina può condurre solo al disgregamento sociale e al ritorno a forme di convivenza inferiori.
Ieri, mentre la «guerra fredda» infuriava con la apocalittica minaccia della distruzione della civiltà, se non addirittura della specie umana ad opera della guerra termonucleare; oggi, mentre la «distensione» tinge il mondo di rosa, con lo spettro dell’anno 2100 in agguato e con la minaccia della estinzione dei serbatoi naturali di ricchezze energetiche, l’imperialismo si prefigge di terrorizzare le masse lavoratrici per averle, inerti e supine, nelle mani. A furia di minacce, l’imperialismo è riuscito a superare questi dieci anni che ci separano dalla seconda guerra mondiale. Con gli stessi metodi del terrorismo psicologico, sempre pronto a convertirsi in aperta repressione armata, esso si appresta sotto la maschera della «coesistenza», a percorrere il periodo testé aperto (quanto durerà?) a termine del quale lo attende lo scoppio delle inestirpabili contraddizioni del modo di produzione capitalista.
Sì. Il mondo borghese è uno, perché unitario è, al di sopra delle rivalità nazionali e delle coalizioni militari, il suo schieramento di fronte alle masse lavoratrici, unitario il suo scopo fondamentale: la conservazione del lavoro salariato. Sfidandosi o accordandosi, guerreggiando «a freddo» o convivendo nello «spirito di Ginevra», Stati Uniti, Inghilterra, Russia e Francia, i vincitori del secondo massacro mondiale, sono sempre stati uniti contro il proletariato, contro coloro che hanno in comune, sia che lavorino nelle fabbriche di Pittsburg o in quelle di Leningrado o di Coventry, la condanna del salariato.
La Russia nella storia mondiale, nella Grande Rivoluzione e nella società contemporanea Pt. 2
I lettori hanno presente che nel numero scorso, dopo aver dato, sotto il titolo: “Le grandi questioni storiche della Rivoluzione in Russia”, il resoconto della riuscita ed importante riunione a Genova, del 6 e 7 agosto ultimi, abbiamo annunciato di inserire, nel rendiconto sviluppato del tema che ha formato oggetto della riunione a Napoli in aprile e che è stato ripreso a Genova (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi), un sommario che ricolleghi anche la riunione precedentemente avvenuta a Bologna il 31-10 e l’1-11-1954 (Russia e Rivoluzione della teoria marxista).
Tale riassunto, chiuso il quale si riprenderà il testo diffuso a partire dalle “Tesi di Aprile 1917”, è stato dato nel numero scorso sotto i seguenti punti A) Bologna. 1 Marxismo ed enigma russo. 2. Rivoluzione europea borghese e proletaria. 3. Cose sociali di Russia. 4. Nomadismo e società fisse nell’area “grande slava”. 5. Il marxismo russo. 6. Bolscevichi e menscevichi. B) Napoli-Genova. 7) Due tappe della Rivoluzione Russa. La Guerra. 8. Guerra, pace e rivoluzione. 9. Rivoluzione in un solo paese. 10. L’arrivo di Lenin in Russia. 11. Teoria e storia. Da Aprile a Luglio 1917. 12. Da Luglio a Ottobre. La rivoluzione prorompe.
Qui di seguito, il riassunto continua e termina.
13. Totalità inesorabile della Rivoluzione politica
Realizzata il 25 ottobre – 7 novembre 1917 la conquista del potere politico con l’abbattimento del Governo Provvisorio di coalizione borghese-menscevica-populista, si apre in tutta la sua ampiezza la questione dei compiti di questa Rivoluzione, nuova ed originale nella storia. Piacerà agli idealisti storici identificare la Rivoluzione con un borghesissimo “colpo di telefono” di Lenin, ma noi non ci perderemo dietro a tali banalità, cui potrebbe seguire l’ipotesi oggi data in pasto ai milioni dì cominformisti, di altro colpo di telefono di Stalin: si costruisca il socialismo! I compiti una rivoluzione li pone non li riceve. Nessuno in simile momento pensa a “porre in vigore il comunismo”. La serie storica è ben altra.
Distingueremo per chiarezza di esposizione (qui per sommi capi) i compiti politici, e più militari-politici, e i successivi compiti sociali-economici.
Un primo compito è la integrazione, il completamento della Rivoluzione. Come rapporto di forze politiche la Rivoluzione è ciò che ha due sole eventualità: Niente, o Tutto. Un secondo compito (tutti nella realtà si affacciano accavallati, inseparabili) è la lotta per annientare la guerra internazionale, la guerra nazionale. Un terzo è ributtare l’onda feroce di venti controrivoluzioni la guerra civile. Questi compiti, non ancora economici in senso di massima, prenderanno: un primo anno i primi due; almeno altri due anni col primo, il terzo.
Quando il Partito comunista va al potere, dopo la fase di conquista pacificadel Soviet, e dopo quella della insurrezione armata, partiti borghesi e social-opportunisti sono buttati fuori della legge, ma restano due cose: il blocco di governo coi Socialrivoluzionari di sinistra, le elezioni in corso per l’Assemblea costituente a cui, teoricamente, occorrerebbe attribuire il potere. La prima a sparire è questa seconda posizione spuria. “Per fortuna” si è in minoranza nella Costituente, e il 19 gennaio 1918 Lenin deveordinare (la sua forza è qui, ed è forza di partito: non deve per fare ciò superare nessun ostacolo teoretico) di farla buttare fuori dai piedi da un plotone di marinai rossi. Il Terzo Congresso Panrusso dei Soviet pochi giorni dopo si dichiara unico depositario del potere, nomina il permanente Comitato Esecutivo (non è Parlamento né Antiparlamento: è la storica negazione, la fine dei Parlamenti, perché è la dittatura di classe contro la finzione della giostra interclasse) e questo designa il Consiglio dei Commissari del Popolo, che è il governo. La parola Popolo ci prova che non si ignora non trattarsi di rivoluzione proletaria puraanche socialmente.
In questi tre organi sono anche gli esserredi sinistra. Li spazzerà via (ancora una volta passo non contraddetto né imbarazzante in teoria, imposto non da capi ma dalla storia) solo il decorso del secondocompito; distruzione della guerra nazionale.
Dovendo seguire l’alta funzione dottrina-storia, non è di rigore la cronologia. Dopo Brest-Litovsk (di cui subito), gli esserre, che erano l’espressione del blocco contadino colla rivoluzione, fino ad allora, rompono duramente: nel marzo 1918 erano usciti dal governo, nel luglio denunziano i bolscevichi come nemici, assassinano Mirbach ambasciatore tedesco per scatenare la guerra antitedesca nazionale, ed insorgono in armi a Mosca, mentre da altri fronti premono i tedeschi e le prime armate controrivoluzionarie. Il 30 agosto revolverano Lenin, uccidono il grande compagno Uritsky.
È l’ora in cui, e crepino i fautori delle foglie di fico, la Rivoluzione finalmente diventa tutta se stessa: la Dittatura di Partito si integra in Terrore di Partito. Prima che i tanti nemici segnassero altri vantaggi, il 17 luglio era già stata soppressa la famiglia imperiale. Urla allo scandalo, dimentica delle sue origini, la borghesia mondiale (coi suoi manutengoli Kautskiani), per la fondazione della polizia rossa, il sistema degli ostaggi di classe e delle rappresaglie sugli “innocenti”. Ma vi sono, per il marxismo, colpevolinella storia? No, come non vi sono benemeriti e taumaturghi.
Le grandi questioni della Dittatura e del Terrore sono risolte, ancora una volta, come ogni marxista sapeva. L’entusiasmo dei rivoluzionari di tutto il mondo sale come una marea.
14. Distruzione della guerra imperialistica
Da Aprile ad Ottobre i bolscevichi hanno messo avanti per spiegare la loro conseguente, poderosa formula storica della rivoluzione russa, la situazione internazionale, la guerra imperialistica. Si tratta di una rivoluzione borghese antifeudale; che interessi il proletariato si sa dall’abc 1848. In quella situazione di capitalismo nascente (il che, in determinismo storico, vale socialmente utile, benefico, incrementatore – insostituibile – di produttività del lavoro e intensità di consumi, propulsore in avanti delle capacità proletarie di classe) vi era aperta alleanza, lotta comune, solidarietà, oltre che al rovesciamento della servitù feudale e dell’assolutismo, anche alla fondazione dello stato nazionale e alle guerre con tale fine. Al tempo della rivoluzione russa nel mondo è un capitalismo parassitario, svolto fino a divenire non impulso, ma impaccio alla economia produttiva, generatore di guerre non di sistemazione in forme moderne migliori, ma di puro brigantaggio sfruttatore.
In questo caso bisogna lavorare anche ad una rivoluzione antidispotica che debba restare nella fase capitalista, ma non vi può essere una alleanza con la guerra della borghesia, una solidarietà che non sia solo in guerra civile (antizarista) ma in guerra estera. In forma cruda, non ci stanchiamo di dirlo, il proletariato si addossa di fare la rivoluzione borghese, si addossa il pilotaggio in questa del contadiname, ma non si allea coi partiti borghesi, tende a prendere tutto il potere contro la borghesia locale, ogni suo alleato opportunista, e i suoi sodali internazionali.
Il bolscevismo assolve questo duro impegno, per quanto sia tremenda la posta. Un breve invito ai negoziati mondiali: gli alleati tacciono: subito l’offerta unilaterale ai tedeschi, che urgono alla frontiera.
Prima delegazione Joffe nel dicembre 1917. Condizioni inaccettabili. Seconda delegazione Trotzky nel gennaio 1918. Dure condizioni, che comportano annessioni di popoli slavi. Tre formule: Lenin (nemico feroce delle annessioni attive): accettare, e firmare la pace. Bucharin: guerra rivoluzionaria ai tedeschi. Trotzky: né pace né guerra, non firmare. Il Congresso dei Soviet è per questa tesi. La delegazione si ritira senza firmare trattati. L’esercito tedesco si rovescia in avanti. Al Comitato Centrale, Trotzky ventila l’appello agli alleati per aiuti militari. Il 23 febbraio Berlino detta un ultimatum aggravato: al C.C., 7 per Lenin (accettazione), 4 per Bucharin (rifiuto), che si dimettono, 4 astenuti con Trotzky. 3 marzo: firma del trattato. Il Congresso del partito approva condannando i “comunisti di sinistra” di Bucharin: come detto il partito comunista rompe con gli esserre, ultimi alleati.
Il Partito è Solo. La guerra è Distrutta.
Basti questo cenno di così grande svolta. Notiamo solo che la sinistra rivoluzionaria del partito socialista italiano fece sue tutte le posizioni di Ottobre; conquista del potere, dittatura, dispersione della Costituente, rottura con i S.R., strategia terrorista; basterebbe disporre di una serie dell’Avanguardia dei giovani socialisti, con i commenti, che diremmo eccitati, settimana a settimana. Nell’Avanti! un articolo delle stesse origini, incondizionatamente per la tesi di Lenin: “La Rivoluzione russa in una fase decisiva” diretto a combattere le incertezze dei compagni che credevano la posizione troppo destra, conciliante.
Ed un solo commento a tanta distanza: Trotzky viene accusato oggi di essere allora stato un “agente dell’imperialismo tedesco”. Evidentemente all’onore di questa rancida censura borghese, nota a tutti i rivoluzionari di quel tempo, era Lenin che aveva il maggiore diritto! Ma egli aveva visto anticipatamente l’effetto sulle ulteriori vicende e sul crollo tedesco, che non poteva seguire se non fosse stata resa evidente la antitetica posizione dell’imperialismo germanico e della rivoluzione russa; contro la quale gli imperialismi dell’altro campo allo stesso tempo si avventarono.
15. Stritolamento delle controrivoluzioni
Segue un’altra tremenda fase di lotte, scontri, guerre guerreggiate per difendere il conquistato potere. Né le sole difficoltà sono quelle militari nel senso tecnico: l’economia, la produzione, vanno decadendo sempre più, si va più giù del disastroso livello del tempo zarista, di quello del tempo del governo provvisorio: carestia ed epidemia in grandi territori, fame nelle città, mancanza di armi, munizioni, divise e tutto il resto.
Basti qui lo scarno elenco dei fronti di attacco controrivoluzionario e di contrattacco bolscevico.
Già il Terzo Congresso in gennaio 1918 si dichiara in guerra con la Rada Ucraina, legata ai tedeschi, e le forze dei generali: Alexeiev (Sudest), Kaledin (Don), Kornilov (Kuban). Ma altri fronti “scoppiano”. Aprile: giapponesi a Vladivostok. Maggio: avanzata di Mannerheim in Finlandia. Rivolta dei cecoslovacchi sul Volga. Giugno: i Bianchi (zaristi) minacciano Tzaritzin. Agosto: gli alleati sbarcano ad Arcangelo. Gli inglesi marciano traverso la Persia su Baku. Gli americani in Siberia. Novembre: squadra alleata nel Mar Nero. I Bianchi a Jassy in Romania proclamano il generale Denikin dittatore della Russia. Kolciak prende il potere negli Urali, rovesciando il “governo della Costituente”, borghese opportunista. Dicembre: i francesi a Odessa.
Il 1919 sarà l’anno dei contrattacchi. Già dopo l’armistizio e la caduta della monarchia tedesca i bolscevichi annullano il trattato di Brest e abbattono in Ucraina lo hetman Skroropadsky, filo-germanico.
In marzo 1919 Kolciak ancora avanza passando gli Urali. I francesi salgono da Odessa: ma in aprile la evacuano. Maggio: l’esercito rosso ributta Kolciak, ma intanto da occidente Judenic, creatura degli inglesi, minaccia Leningrado. Ne è ricacciato, ma prende Kharkov in Ucraina. In settembre Denikin è a Kiev. In ottobre prende Oriol e Gatchina: va verso Mosca. Ma il 21 ottobre i rossi battono Judenic a Pulkovo, e Denikin ad Oriol. In novembre una grande offensiva travolge Kolciak oltre gli Urali; in dicembre le tre armate della controrivoluzione sono in dissoluzione, rastrellate con energia e senza quartiere. Nel febbraio 1920 Kolciak, consegnato dai francesi, viene giustiziato.
Ma il 1920 è l’anno della guerra russo-polacca, che suscitò invano tante illusioni. Estonia, Lituania e Polonia, sostenute da inglesi e francesi, si muovono per invadere la Russia: solo la prima accetta la pace. In maggio al sud il barone Wrangel forma una nuova armata bianca, dopo il rovescio di Denikin, e avanza dalla Crimea. In giugno è ributtata l’offensiva polacca. Tukacevsky conduce i rossi a Wilna, a Brest e sotto Varsavia, ma la manovra difensiva guidata dal generale francese Weygand spezza il cerchio rosso, e nel settembre, fallito il piano di puntare al cuore d’Europa, si tratta la pace con la Polonia. In novembre anche Wrangel è schiacciato. La Georgia, l’Armenia sono ormai rosse. La guerra civile è finita: in marzo 1921 scoppia una rivolta della guarnigione di Kronstadt, soffocata rapidamente, e le cui origini non sono ancora oggi chiare. La Russia tutta, ma dopo oltre quattro anni dalla vittoria di Ottobre, è finalmente controllata dal partito comunista.
Fino ad allora la domanda: che deve fare il partito giunto ai potere? ha in fondo avuto una sola risposta: combattere per non perderlo!
16. Il tragico cammino della rivoluzione europea
Benché il tema, il cui svolgimento è qui riassunto, ci urga verso le questioni di struttura economica, resta ancora un fondamentale aspetto politico della grande vicenda, e riguarda l’Internazionale proletaria.
In sostanza non vi era “nulla da fare” nel trasformare socialmente la Russia, perché il guerreggiare non ne dava il tempo, e perché si sapeva già quel che si dovesse fare, al di là dall’assistere al germinare di forme capitalistiche liberate – dal proletariato – da feudali pastoie: si doveva fare leva sul moto del proletariato estero, per la liquidazione della guerra, per la rivoluzione socialista. Punto centrale questo della prospettiva di Lenin, identificato con quello dello scioglimento della Russia dall’ingranaggio imperialista.
Moti contro la guerra a dispetto del tradimento di tanti capi socialisti non erano mancati in tutte le nazioni di Europa, e le vicende della fine della guerra li facevano a tutti presentire più vasti. Purtroppo la rivoluzione non può sorgere da sola stanchezza ed esasperazione, ma ha bisogno della difesa della linea continua di classe, che il tradimento del 1914 aveva su quasi tutto il fronte mondiale spezzata.
Gli episodi più rilevanti del dopoguerra restarono quelli del moto spartachiano fra il 1918 e il 1919 in Germania schiacciato dal governo della neonata repubblica borghese-socialdemocratica, delle grandi azioni di massa in Italia nel 1919 e 1920, affogate dall’orgia demoparlamentare cui accedettero anche i socialisti che si vantavano di non aver accettata la guerra, dei caduchi tentativi in Ungheria e in Baviera, che dopo brevi successi cedettero alla repressione borghese.
L’Internazionale Comunista invocata fin dal 1914 da Lenin fu fondata nel primo congresso di Mosca del 2-19 marzo 1919. Fu consolidata nel secondo del 21 luglio – 6 agosto 1920, che ne definì la base teorica ed organizzativa, forse già in ritardo sull’onda rivoluzionaria. Da questo congresso in poi fu sempre più evidente che malgrado la grande vittoria di Russia l’opportunismo di occidente aveva ancora notevole presa sulla classe operaia e che la malattia del 1914 non poteva avere così rapida guarigione.
Le questioni dell’attitudine da prendere davanti a questa situazione, e della divergenza che sorse con gruppi di sinistra, e specialmente col Partito d’Italia fondato nel gennaio 1921, sarà trattata in prossimo rapporto ad altra nostra riunione, sulla base della notevole documentazione di cui si dispone; e si porrà in evidenza come la nostra totale adesionealla prospettiva di Lenin e dei russi di allora sulle vie della rivoluzione in Russia, divenne aperto dissenso circa la strategia della rivoluzione europea, che non doveva, per evidenti ragioni, ricalcare le stesse vie di incitamento a classi e partiti non proletari, altro essendo il grado di sviluppo delle forme sociali – e colla denunzia di pericoli di degenerazione rivoluzionaria che purtroppo il futuro doveva confermare.
Oggi si vuole, prima di passare alla parte di natura economico-sociale, e nelle tre fasi in cui si suole considerarla, ricordare ancora quale valutazione seguì il comunismo mondiale, passato il primo dopoguerra, davanti ai quesiti: Quale il corso della rivoluzione internazionale? Ci attende una lunga stabilizzazione del sistema capitalistico? Quale il compito in tal caso del partito e del potere rosso?
Sorse a tale svolto il problema che oggi si discute. Fino al 1924 sappiamo tutti, malgrado falsi sistematicamente organizzati, che si domandava solo come si potesse suscitare la rivoluzione tedesca e occidentale. Ma è dal 1926 che urge il problema della condotta da tenere nell’ipotesi che il sollevarsi in Europa della classe operaia, invano atteso per ben nove anni, dovesse mancare.
Lo scontro delle opinioni su questo terreno riuscì particolarmente suggestivo nella riunione dell’Esecutivo allargato dalla Internazionale che ebbe luogo nel novembre del 1926, successiva a quella del febbraio: e nella relazione ci siamo soffermati su tal punto, prima di trattare della società russa sotto il profilo economico, dei decorsi che presentò e presenta; poiché il dibattito è lo stesso di oggi, i problemi furono chiaramente posti – ed è soltanto oggi molto più facile per tutti verificare la conferma dell’impostazione marxista integrale, ed ortodossa.
17. L’insormontabile alternativa storica al 1926
Faremo uso – a suo luogo più largamente – di tre discorsi: Stalin, Trotzky, Zinoviev, e di un quarto di eco pedissequa, ma stranamente espressivo, dell’italiano Ercoli. È noto che le divergenze russe erano cominciate prima: già al tempo di Lenin vi era la opposizione operaia; dal 1924 era ormai in palese opposizione Trotzky, ma la sua voce non era passata dai congressi di partito a quello Internazionale: lo battevano fieramente, legati a Stalin, Zinoviev e Kamenev. Al 1926 Zinoviev e Kamenev erano passati all’opposizione: chi ben conosceva le cose russe li metteva fin dal febbraio insieme a Trotzky, malgrado le recenti violente polemiche. Ma questa era la prima volta che si discuteva a scena aperta la questione russa, che era pure evidentemente la più alta questione del comunismo mondiale! A febbraio era stata strozzata, come riferimmo a suo tempo.
Per la prima volta si pone la questione: dato che la rivoluzione europea non è venuta, diamoci a rendere socialista la Russia. È la formula di Stalin. Bucharin, che capirà più tardi, e sempre troppo tardi, è con lui.
Il primo dissenso è sui fatti: fino al 1924, fino a che Lenin è stato vivo, questa divergenza non è esistita: tutti erano dell’avviso che il compito era mantenere il potere bolscevico e affrettare la rivoluzione europea e non vedevano via per arrivare al “socialismo” in Russia diversa da questa. Stalin e i suoi invece sostengono, come già sappiamo, che la tesi del “socialismo in un paese solo” – come essi malamente enunciano la pretesa di “socialismo nella Russia sola” – sarebbe stata enunciata da Lenin nel 1915 e nel 1917, e varie volte dopo l’Ottobre.
Il contraddittorio è pieno e potente. Stalin avanza la sua tesi ancora con prudenza. Trotzky non poté parlare fino alla fine, perse tempo nella difesa da noti attacchi personali, fu poi interrotto per aver consumato il tempo. Resta il discorso di Zinoviev, completo e teoricamente impeccabile. Per la prima volta il conciliante, l’accomodante Zinoviev sente che si è troppo concesso, e ritorna da forte marxista sul piano rivoluzionario dei principi, che enuncia senza esitare e con dimostrazione efficientissima. Egli chiuderà col dire: non sono con voi, maggioranza; non posso accettare la vostra linea, liberatemi dalla carica di Presidente dell’Internazionale, tenuta tanti anni. Questo discorso è la migliore cosa del vecchio compagno di Lenin: egli si pentirà, nella forma, più oltre, poi morrà per la sua linea di opposizione, e al suo fianco, irriducibile imputato, sarà l’altro marxista Bucharin che – qui – fieramente lo avversa…
Stalin. Pone la questione della edificazione del socialismo sulla base delle sole forze interne della Unione Sovietica. Poi chiede che significa questo; e spiega: significa la vittoria delle forze proletarie sulla borghesia russa! Se questo non fosse possibile, afferma, dovremmo lasciare il potere e divenire un movimento di opposizione. Abbiamo lo spostamento completo della questione economica al piano politico. La vittoria politica, dice Stalin, con la dittatura del proletariato l’abbiamo, ossia abbiamo la base politicaper il cammino verso il socialismo. Dunque possiamo ora “creare una base economicadel socialismo, le nuove fondamenta economiche per la edificazione del socialismo”.
Fino a questo punto Stalin domina la sua conversione teorica. Lenin aveva definito sciocchezza la “costruzione del socialismo”. Stalin parla di edificarenon il socialismo, ma le sue basi economiche. La formula era ancora accettabile.
Perché in che consiste la base economica del socialismo? Semplice: nel capitalismo industriale.
Per passare oltre: noi neghiamo che il socialismo si edifichie che possa sorgere in Russia senza la rivoluzione socialista internazionale. Noi non neghiamo che si possa edificare in Russia la base economica, che vi mancava prima, per il futuro socialismo: ossia l’industria capitalista. In Russia, appunto, si sta costruendo capitalismo, il che è chiaro e logico, ed è anche nel senso storico fatto rivoluzionario. Ma tutto andrebbe bene se non si pretendesse che i rapporti economico-sociali sorti dal 1926 ad oggi siano propri di una società socialista.
Zinoviev. La sua documentazione, soprattutto basata su Lenin, che prima del 1924 nessuno aveva prevista la integrale trasformazione socialista nella sola Russia, fu definitiva. Egli dimostra a Stalin che anche lui lo affermava. La sua ricostruzione, su Marx, Engels e Lenin, delle tesi sulla internazionalità della rivoluzione socialista e sull’ineguale sviluppo del capitalismo nel mondo, è in tutta linea teorica quella da noi fin qui svolta, ossia quella unica proponibile. La questione contadina è finalmente da lui impostata in tutta la sua chiarezza. Alleanza del proletariato col contadino nella rivoluzione russa, è altra cosa che utilizzazione del contadino a fini socialisti. Egli poi luminosamente rivendica tale compito al partito della classe operaia salariata e dimostra di avere sempre identificata la dittatura di classe con quella del partito, ributtando le accuse di liberalismo organizzativo e frazionismo. Non meno deciso è sulla questione del pessimismo o ottimismo sulla rivoluzione mondiale: finalmente la sua posizione diventa quella che tante volte invano gli presentammo: il modo di dirigersi da rivoluzionari non dipende dalle situazioni, non si deforma secondo il vento.
Trotsky. È ancora più decisa, in un discorso non per sua colpa incompleto, la sua prospettiva sulla rivoluzione socialista e la sua confutazione del dozzinale espediente polemico di Stalin: allora lasciamo il potere.
Noi non ammettiamo una stabilizzazione del capitalismo che come onda precaria inserita tra le crisi inevitabili, e crediamo nel suo crollo. A quale distanza? Lo abbiamo atteso dal 1917 al 1926 quando sembrava più vicino di ora. Il partito proletario in Russia, pur non dissimulandosi che da solo non può arrivare alla società socialista, difende il potere rivoluzionario, e può se occorre difenderlo per altri decenni, lottando contro le forze della borghesia mondiale e contro i suoi tentativi di riprendere il potere in Russia. Egli pone un limite di 50 anni, facendo coraggiosamente ridere i coboldi di quella maggioranza.
Nella esposizione qui riassunta il relatore sviluppò questo dato, illustrando il difficile punto della previsione storica. Osò dire che la terza ondata controrivoluzionaria era allora giustamente scontata, che trent’anni da quel dibattito sono passati, e che varie altre nostre induzioni, che forse molti credono non convenisse arrischiare, collimano in una data sul 1975 per una terza guerra universale, e per il nuovo corso rivoluzionario proletario. Ciò intona col lungo mezzo secolo del discorso di Trotzky.
Per finire. L’elaborato commento di questa discussione 1926, tutto volto a sostenere la scottante tesi che possa darsi opera scientifica marxista del futuro, si fermò sul discorso di Ercoli, che volle dare all’imbavagliato Leone il colpo di grazia. Egli investì il pessimismo opportunista, affermò che essi – i “centristi”, diciamo noi – avevano ben maggior fretta, e sarebbero molto prima ritornati sullo scatenamento intransigente della rivoluzione europea. Poiché Ercoli è Togliatti, sarà divertente il confronto di quelle parole con le sue posizioni di oggi, nel fatto e nella chiacchiera; la prova che egli vede il corso della società italiana ed europea, oggi, che Trotzky è stato fatto fuori refrattario come allora, con una misura non di 50 ma di 500 anni, ponendo a una distanza di anni semplicemente l’ingresso dei sui partiti in un governo coi clericali, e promettendo per il mezzo secolo et ultra il rispetto integrale della Costituzione borghese.
18. Economia: periodo primo. Il cosiddetto “comunismo di guerra”
Dal 1917 al 1921 la canna della carabina non cessò di scottare nelle mani. Quale fu la formula economica? Dovremmo ricordare episodi innumeri di quasi 40 anni, per sorreggere la indefessa campagna contro la insidiosa pretesa che fossimo andati in Russia a vedere cosa sia il socialismo. Il marxista non rifà Tommaso che volle infilare le dita nella ferita al costato. Sappiamo cosa sarà il socialismo, senza averlo visto, e senza la pretesa di vederlo. Fu svolto ancora, alla riunione, un simile tema: non è un biglietto per il cinema, la tessera di militante; non si ridanno i soldi per spettacolo mancato.
Tuttavia era bello a Mosca sentire che non si pagava il pane, il tram, il treno, non vedere negozi veri e propri (oggi scintillano di luci più che a New York), salvo qualche banchetto di mele, sentire scherzare tra limone e milione, che si dicono suppergiù come noi, sentire che non si pagava la casa (contro Engels!) ed altre misure. Questa situazione è stata più volte descritta come comunismo di guerra, con evidente allusione alla guerra civile, dato che quella mondiale era finita dopo pochi mesi, per la Russia, e qui ci si riferisce a tutto il 1920.
Si intende forse dire, con l’espressione comunismo di guerra, che si fosse ritenuto possibile adottare subito misure comuniste, e solo ad un certo punto si sia constatato che si trattava di una anticipazione illusoria, e passata la prima esaltazione si sia cominciato a meglio definire lo sfondo economico della situazione? Mai più: il comunismo di guerra non è fatto originale di Russia o del 1917: è universale e vecchio: vigeva in ogni città assediata. Come il mantenimento dell’esercito, specie moderno, si fa con formula non di economia individuale, ma collettiva, e il soldato che nel medioevo aveva un soldo, nel tempo borghese non ha salario, così in guerra nelle città assediate il mercato è sostituito dal razionamento: i topi catturati nelle fogne di Parigi nel 1870 non si quotavano in borsa, ma si spartivano in natura. Comunismo di guerra: non perché al potere fossero proprio i comunisti, e smaniassero di attuare Marx o Moro, ma perché la Russia, ridotta in certo momento ad un cerchio di duecento chilometri di diametro attorno a Mosca, era come una città assediata. Soldati e cittadini dovevano mangiare: gruppi di operai comunisti o di militi rossi andavano in campagna e prendevano il grano dove si trovava, lasciando o meno una carta. Hitler nell’ultima guerra ha fatto qualcosa di non molto diverso, e in forma più ipocrita l’hanno fatto gli americani, stampando carta moneta. La formula: la guerre est la guerre, vale l’altra: je prends mon bien où je le trouve.
19. Periodo secondo: La nuova Politica Economica
Questo periodo, tanto a Napoli che a Genova, fu trattato sulla scorta del famoso opuscolo di Lenin sull’imposta in natura del 1921, e di un discorso di Trotzky sulla NEP e sul capitalismo di Stato.
Questi e altri testi stanno a provare che non vi fu, come può sembrare al solito dalla dizione popolare e abbreviata, nessuna “rettifica di tiro”, ma si applicarono dati e norme noti e scontati da tempo.
Passare dalla requisizione con forza armata del grano alla tassazione di una aliquota che i contadini dovevano versare allo Stato, esprime solo la differenza contingente tra la situazione in cui lo Stato provvede essenzialmente ad una difesa militare anche contro i nemici di classe del contadino che lavora, semina e raccoglie, ma le urgenze di guerra non danno il tempo di tante spiegazioni; ed una di minore emergenza in cui lo Stato rivoluzionario comincia a far capire al contadino che da un lato lo pagaanche con servizi civili e pubblici, che gli occorrono, dall’altro può lasciarlo libero di vendere alla luce del sole quanto non è suo consumo diretto, come faceva prima alla insopprimibile rete degli “speculanti”. Insopprimibile, per una rivoluzione economica non socialista, come quella era.
Lenin, paziente quanto esplicito, disegna lo storico quadro, anzitutto, con parole che riporta da un suo scritto del 1918, dunque immediatamente successivo alla presa del potere. Che cosa è ora socialmente la Russia? Ci siamo.
Al posto della completa analisi bastano ora pochi cenni. La solita spiegazione agli impazienti. “Repubblica Socialista Sovietica” significa la decisione del potere sovietico di realizzare il passaggio al socialismo, e non significa affatto che siano socialisti gli ordinamenti attuali. (Oggi, è chiaro, non significa più neanche la prima cosa).
Se passassimo al Capitalismo di Stato sarebbe un gran balzo avanti, pur non essendo ancora affatto il socialismo. Poi la famosa serie di elementi sociali del macrocosmo russo: 1. Economia contadina patriarcale-naturale. 2. Piccola produzione agricola mercantile. 3. Capitalismo privato. 4. Capitalismo di Stato. 5. Socialismo. La lotta nel 1921, Lenin stabilisce, non è tra i gradini 4 e 5, ma tra 2 e 3 contro 4 e 5. Il contadiname sta col capitalismo privato contro il capitalismo statale e il socialismo.
Vi è poi il chiarimento della natura del capitalismo di Stato, con l’esempio della Germania. Se noi sommassimo, Lenin diceva, il potere politico che abbiamo in Russia, con lo sviluppato capitalismo di Stato tedesco, allora solo saremmo sulla via del socialismo. Ma se ciò non è, il nostro traguardo è solo un capitalismo di Stato, che arrivi (lunga strada) a somigliare al tedesco. Egli dimostra di avere scritto tanto nel 1917.
Lo Stato rivoluzionario russo non può dunque impedire il commercio privato delle derrate. Lo scambio, enuncia Lenin, è la libertà di commercio, è il capitalismo. Nulla da far paura.
A fianco delle industrie già allora controllate dallo Stato, e in vista di passare alla diretta gestione statale le più grandi aziende, ossia di arrivare al grande capitalismo di Stato, è allora ancora consentita, oltre l’artigianato, anche la piccola industria, ed entrambe ammesse ad accedere al mercato libero, con scambio monetario. Vi è il pericolo economico di una riaccumulazione di capitale privato? Certamente. Si può fronteggiarlo con la forza del potere politico, e ciò anche nell’ipotesi di concessioni di gestione industriale a ditte private straniere? Certamente, sempre per Lenin.
20. Industrialismo di stato
Una difesa di questa certezza politica è nel citato discorso di Trotzky. Egli afferma che lo Stato sovietico controlla fabbriche con un milione di operai (1921) contro soli 50 mila delle aziende libere minori. Nei due casi, in effetti, gli operai sono salariati, acquistano il loro consumo contro moneta sul libero mercato, e le aziende statali sono sottoposte gerarchicamente ma autonome come bilanci; ossia debbono osservare la famosa, ancora oggi rivendicata dagli stalinisti, redditibilitàattiva: devono versare un utile, un profitto, di regola, alle casse statali.
Economicamente parve a Trotzky che questo fosse solo una concessione alla contabilità, alla computisteria capitalista. Ma era ed è invece una piena concessione alla economiacapitalista. Dove è salario, moneta, premio delle vendite sulle spese, ivi è capitalismo, sia esso privato che di Stato.
È sul piano politico che Trotzky ha ragione. La grande industria nelle mani dello Stato, significa la forza politica e soprattutto militare. Il capitalismo di Stato economicamente è, giusta Lenin, solo l’ultimo gradino, dal quale si può passare al socialismo, quando vi si sia saliti su tutto il campo dai gradini piccolo contadini, mercantili e privati. Ma è ben diverso che lo Stato-capitalista sia politicamente borghese, o proletario. In questo caso la grande industria (e il commercio estero) monopolisticamente (Lenin) tenuti sono un fattore (Trotzky) politico di prima forza. Vogliono dire avere l’esercito, l’armamento, la possibilità di fermare le rivolte e la controrivoluzione. La possibilità di aspettare, dirà il Trotzky del 1926, il socialismo di occidente. Sono tutto questo, e con un gran peso storico: ma non sono il socialismo, come non lo è la statizzazione di Ottone, di Bismarck, di Ebert, o di Hitler.
21. Terzo periodo: lotta al Kulak
La NEP significava campo libero al commercio delle derrate. Se la terra era nazionalizzata e ne era vietato l’acquisto, non era però impedito che si formasse, col ricavo delle vendite dei prodotti, un capitale di esercizio agricolo: attrezzi, sementi, concimi, bestie, anche case entro dati limiti. Il capitalista rurale o contadino ricco poteva risorgere e ridurre a suoi salariati i contadini poveri di capitale, anche se avessero un godimento di terra statale. Si giunse fino alla teoria: questo non importa, se dal capitalismo privato agrario potremo passare anche alla agricoltura di Stato (allora rappresentata da rare aziende modello), e fu lanciata la parola di Bucharin: arricchitevi pure! Fu nel 1928 che si riprese la lotta contro i kulaki e si mirò ad espropriarli: il sistema dei “kolkhos” andò prendendo il loro posto. Si disse che il kulak era stato distrutto: lo Stato aveva potuto farlo senza temere la rivolta nelle campagne sia per la pressione dei contadini poveri sia per la forza che gli dava lo sviluppo dell’industrializzazione (piani quinquennali). Studiata la struttura sociale dei kolkhos converrà chiedersi: a quale prezzo si è pagata la sconfitta dei kulaki? E stata veramente una salita dal gradino dell’agricoltura mercantile e del capitalismo privato agrario al capitalismo statale nell’agricoltura?
In effetti il senso sociale del terzo periodo è questo. Nella produzione di manufatti e nei servizi generali, diffusione del capitalismo di Stato con ritmo potente ma sempre sulla base del salariato e dello scambio monetario anche in un settore di commercio di Stato. Nella produzione agricola, coesistenza di queste forme: un grado di capitalismo di Stato, limitato alle aziende sovietiche. Uno di cooperativismo privato, nelle terre comuni del kolkhos. Uno di economia mercantile, nel campicello singolo del colcosiano e qui, insieme, uno ancora inferiore di economia naturale familiare. È questa forma – in cui il gradino socialista è assente – più evolutiva delle agricolture dei paesi borghesi? Anche questo è discutibile.
22. Le due costituzioni: 1918 e 1936
Particolare rilievo va dato al confronto fra le due Costituzioni della Repubblica dei Soviet, quella del 1918, successiva immediatamente alla rivoluzione bolscevica, e quella del 1936, dichiarata corrispondente ad una consolidazione delle forme sociali sovietiche, cui si diede la definizione di socialismo. La costituzione del 1918 si fonda sulla “dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato” formulata dal partito il 15 novembre 1917 e ratificata dal III congresso dei Soviet nel marzo 1918; il testo intero fu adottato dal V congresso il 10 luglio 1918.
La differenza dialettica tra i due testi è questa: nel 1918 il socialismo è lo scopo che deve essere raggiuntodallo Stato proletario, ed è questa la costituzione della dittatura, la costituzione veramente rivoluzionaria. Nel 1936 il “socialismo” è dato come conquista realizzata, la costituzione diviene un atto statico, si dichiara stabilmente democratica, ed è all’opposto l’espressione storica e giuridica di una situazione conservatrice.
L’analisi completa mostra all’evidenza questa antitesi insuperabile, e se ne danno qui solo pochi cenni.
Nel 1918 si dichiara, in epigrafe, che il lavoratore è tuttora sfruttato. Si definiscono i compiti dello Stato politico che i lavoratori hanno fondato: soppressione dello sfruttamento (che c’è) e della divisione della società in classi (che c’è) – vittoria del socialismo e organizzazione della società socialista «in tutti i paesi» (che ancora non c’è) – sterminio degli sfruttatori (che anche ci sono).
Le misure economiche immediate non sono socialiste: nazionalizzazione della terra, delle acque, del sottosuolo – controllo operaio e statale sull’industria “onde assicurare il potere dei lavoratori sugli sfruttatori” (che dunque ci sono) – annullamento dei debiti di Stato – banca di Stato – lavoro obbligatorio – armamento dei lavoratori e disarmo delle classi possidenti (che dunque ancora ci sono). Il Titolo III stabilisce la condanna della guerra imperialista, della oppressione coloniale, della oppressione nazionale. Il IV proclama che gli sfruttatori non possono in verun modo partecipare al potere.
Tutta la parte sull’ingranaggio dei Consigli poggia sulla diversa posizione dei proletari urbani e dei contadini della campagna. Nella composizione dei Soviet di distretto e quindi in quella del Soviet centrale un voto operaio equivale a cinque voti di contadini: questo stabilisce che la dittatura, pure poggiando su due classi, dà assolutamente il posto di classe dominante ai salariati autentici e il suo senso è che durante tutta la fase storica – che non potrà chiudersi che dopo il trionfo di una rivoluzione internazionale – della soppressione delle forme borghesi, gli strati piccolo-borghesi sono sottoposti al proletariato salariato, cui in una dittatura pienamente socialista apparterrà tutto il potere, fino alla sparizione delle classi e dello Stato.
Nel 1936 la costituzione, sotto il pretesto che la trasformazione sociale è molto più avanzata e lo sfruttamento abolito, viene totalmente snaturata. A suo tempo svolgeremo la descrizione della società sovietica come fondata su due sole classi: operai e contadini (non sono detti una vera classe gli intellettuali, ed è giusto). Ora, delle due l’una: o non esistono più classi borghesi, e allora la dittatura deve continuare in mano agli operai soli, o esistono e la dittatura contro i borghesi deve continuare, e la maggiore partecipazione ad essa degli operai rispetto ai contadini deve del pari continuare. Invece, col pretesto che le classi sfruttatrici sono state abolite, il suffragio viene reso, in tutto conformemente al modello giuridico borghese, esteso a tutti: è proclamato universale, uguale, diretto e segreto, vantando di avere promulgata la costituzione più democratica del mondo odierno (è vero).
Dittatura significa suffragio non universale, ma di classe. Nella repubblica di Lenin il suffragio era plurimo, non uguale: un proletario vero vale cinque coltivatori poveri. Era indiretto, non diretto: dal villaggio, al distretto, al governatorato, allo Stato; sola forma in cui la separazione borghese tra potere legislativoed esecutivo èabolita. Era pubblico, non segreto, come nelle adunate della Comune di Parigi, levata a modello da Marx e Lenin. La costituzione 1936 è pienamente democratica perché è quella di una repubblica borghese.
A suo tempo tratteremo del preteso impegno di Lenin di ridare in breve tempo il voto a tutti. La dittatura doveva per Lenin durare fino alla repubblica socialista in Europa, dopo, questa si abolirà perché si abolirà lo Stato, e quando questo si abolirà, con esso ogni democrazia, e suffragio.
23. Odierno diritto civile sovietico
Lo studio della nuova costituzione in rapporto al codice civile vale a mostrare quante forme sopravvivono, il cui contenuto è di profitto non da lavoro, e quindi di quello “sfruttamento” che si afferma soppresso.
Gli articoli base dichiarano che dopo la liquidazione del sistema capitalista dell’economia, vige una doppia forma di “proprietà socialista” (conosciamo una sola forma socialista: la non-proprietà): una statale; l’altra cooperativa-colcosiana (dei singoli kolkhos).
Sono proprietà dello Stato: la terra, il sottosuolo, le acque, le fabbriche ed officine, le banche, le grandi aziende agrarie statali (sovchoz) e “il complesso fondamentale del patrimonio edilizio nelle città e nelle aree industriali”. Sono (si spiega) “patrimonio del popolo intero”. Ora, fino a che vi sarà lo Stato operaio, vi sarà un patrimonio dello Stato; ma non sarà patrimonio di popolo, bensì di classe. Quando non vi saranno classi non vi saranno proprietà e patrimoni. Le parole hanno il loro peso: ove trovi popolo, trovi sistema borghese.
La terra anche del kolkhos è statale; proprietà del kolkhos è l’aziendacooperativa, con le scorte vive o morte e gli immobili sociali. Questo è chiamato proprietà socialista, laddove è proprietà, di un capitale e di più degli immobili (fabbricati), nemmeno statale, ma di una privata cooperativa.
Inoltre ogni famiglia appartenente al kolkhos non ha in proprietàma in godimento la terra. Ha poi in proprietà personale(art. 7) l’impresa ausiliaria impiantata sul suo appezzamento: casadi abitazione, bestiameproduttivo, animali da cortile, e un piccolo inventarioagricolo.
Né basta; è all’art. 8 ratificata la proprietà privata personale dei piccoli contadini, e degli artigiani, con esclusione di lavoro altrui.
Fermiamoci ora sul peso della proprietà statale, sia pure con forma non socialista ma di capitalismo di Stato. Si ammette che nell’industria dei manufatti (con grave riserva per l’edilizia in generale) essa sia totale, trascurando quanto può esservi di piccole industrie private, e ammettendo anche che in Russia la produzione artigiana non ha mai avuto un peso rilevante.
Ma che cosa è proprietà statale vera nell’agricoltura, intendendo parlare qui non della terra-patrimonio ma del capitale investito sulla terra? Solo il settore dei sovkoz e delle stazioni di macchine. Ora si ammette che questo abbia ben piccola parte, forse un decimo, rispetto al settore kolkhos.
Un altro decimo è in forma contadina, tra naturale e mercantile, ancora privata personale, e deve naturalmente ancora salire al capitalismo, anche statale.
Resta il settore imponente dei kolkhos. Quanta terra è delle unità-kolkhos, quanta delle aziende familiari libere? Poniamo (in questo studio sommario) metà, metà il lavoro, metà il capitale mobile. Evidentemente molto più della metà della forza lavoro agraria della popolazione si svolge ancora in forme che sono o naturali o mercantili libere, e meno di metà nella forma cooperativa del kolkhos, che è sempre una forma di azienda privata capitalista sia pure collettiva, che pur versando imposte allo Stato dispone del suo prodotto ed ha il suo bilancio fondato sul profitto di azienda.
L’agricoltura russa è dunque per oltre metà sotto il livello del capitalismo privato, per meno di metà a questo livello, per un decimo forse al livello del capitalismo di Stato. Poiché tutti i prodotti si commerciano in moneta (vedi “Dialogato con Stalin”) non è per nessuna parte al gradino “socialista”.
Aggiungiamo il rapporto tra popolazione industriale ed agraria e vedremo quanto la Russia sia lontana dal capitalismo di Stato integrale; gradino da cui si può – salvo le condizioni politiche ormai barattate – salire al socialismo. A tempo verrà il confronto tra questi indici e quelli di paesi capitalisti, come Germania od America.
24. Industria delle costruzioni
Questo è un punto delicato. Come in ogni paese moderno la più viva parte del potenziale capitalista si volge oggi all’edilizia privata e pubblica intesa non in rapporto ai soli edifici abitativi, ma ad ogni manufatto e servizio pubblico (strade, ferrovie, canali, centrali, dighe, ecc.). Come in Russia funziona tale meccanismo? Per soli organi statali, e per sole aziende, imprese, che rispondono del loro guadagno allo Stato?
Per risolvere tale quesito va rilevato che in tutto il mondo in questo campo la intrapresa privata capitalista è ormai interamente mimetizzata. Non ha proprietà immobiliare titolare, non ha stabilimenti e fabbriche, non ha sedi fisse, non ha titolari certi, ha cantieri volanti e macchinario relativamente insignificante rispetto ai colossali movimenti di affari. Non ha nemmeno capitale finanziario, che lo Stato e per esso la Banca mette a sua disposizione sulla sola base della “commessa”. In essa avviene l’idillio moderno più dolce tra l’iniziativa privata e il monopolismo statale. Per i nove decimi è in questa forma che in pace e in guerra oggi il capitale, più che mai anonimo come Marx lo descrisse, infesta l’umanità.
Dobbiamo notare che nel diritto civile russo mentre lo Stato dà la terra agraria in godimento anche perpetuo, circa i suoli urbani e i manufatti urbani la forma è più complessa. Vi è un settore municipalizzato, che collima con una vecchia forma capitalista di riforma urbanistica. Ma anche da questo settore si fanno lunghe concessioni di costruzione che, come quelle borghesi nei demani, coste, porti, ecc., comportano una lontana restituzione alla pubblica amministrazione dopo ampio “ammortamento”.
La più larga disamina di questo punto varrà a stabilire che in questo campo, che assorbe i massimi investimenti del capitale accantonato dallo Stato industriale e datore di lavoro a carico di un proletariato a scarso consumo, avviene una larga generazione di plusvalore e profitto privato sotterraneo.
D’altro canto il diritto civile consente il possesso privato di tutta una vasta gamma di beni individuali: case, ville, parchi, oggetti d’arte, mobilia, collezioni e raccolte, e inoltre titoli fruttiferi di Stato, conti correnti di risparmio, denaro liquido accumulato e così via.
25. Proprietà e godimento
Quando lo Stato ha la proprietà titolare ed il controllo di terra, suoli, fabbriche, manufatti di ogni genere, giacimenti, ecc., e ne concede a vari stadi il godimento conservandone una proprietà teorica e simbolica, non abbiamo affatto un sistema socialista.
Anche nel diritto comune e nell’economia finanziaria è facile mostrare che proprietà e godimento collimano: il fatto reale è il secondo, si risale alla prima con un semplice processo quantitativo.
Il godimento rispetto alla proprietà è ciò che è il reddito rispetto al capitale, l’interesse rispetto al denaro messo a frutto. Proprietà, capitale e denaro scritto in un titolo e serbati sotto una campana di vetro non sfamano nessuno. Sono appetibili in quanto se ne abbia un godimento, rendita, profitto, interesse. Hanno un valore stimabile in quanto il calcolo parta da un cumulo di godimenti acquisibili in un futuro certo. Ricordate Petty? Perché la terra vale venti rendite (capitalizzando la rendita al medio 5 per cento)? Perché diceva, questo è il tempo di vita tra due generazioni di lavoratori manuali. Oggi con le solite formule di interesse composto sappiamo che il capitale cento deriva dall’interesse cinquenon perché si abbiano venti anni di interesse, ma perché gli anni sono tanti e tanti, a perdita d’occhio, e le rate di cinque lire valgono tanto meno quanto più lontane: sommate tutte viene cento.
Questo vuol dire: tenetevi la proprietà e datemi il godimento: avrò tutto ottenuto. Colla “nuda proprietà” voi donatore, o lo Stato donatore, restate a zero. Tanto è vero anche per il godimento “vitalizio”: per un uomo giovane con le tabelle di probabilità si trova che vale più del 90 per cento: il resto è quanto si attribuisce alla goduta proprietà (ah; tu me l’hai goduta, Giannettaccio! urla nella Cena delle beffe,Neri impazzito).
Togliere la proprietà, e distribuire godimenti, è una Cena delle Beffe del socialismo. Spiegammo che abolire la proprietà dei mezzi di produzione, come i russi vantano aver fatto, non ha altro senso che abolire la proprietà dei prodotti. Ma i mezzi sono proprietà, i prodotti godimenti. Il socialismo in tanto è abolizione di proprietà giuridica in quanto sia davvero abolizione di fisico godimento appena proiettato nel domani. Godimentoaltro non è che consumo senza lavoro. Vogliamo togliere la proprietà agli sfruttatori perché non se la godano. Nel 1918 scrivemmo di meglio: li dovevamo sterminare. Oggi li trattiamo a godimento… socialista.
26. Dove va la Russia?
Essa che vanta essere nel socialismo va, a rotta di collo, al capitalismo. Ha secoli da riguadagnare. Due cifre sole possiamo in questa sintesi richiamare: in piena guerra civile era ad un terzo della efficienza 1914, nel 1936 si dichiarava che era a sette volte tanto. Dunque in 16 anni circa il capitale era andato a ventuno volte la partenza, al duemilacento per cento. Un ritmo (ignoto alla storia) di accumulazione progressiva, che indubbiamente si è mantenuto ed accresciuto fino alla guerra 1939-45 e dopo. Questo capitale di Stato investe tanto più, quanto meno consuma una borghesia ormai come persone dataci per assente. Il plusvalore non si divide tra consumo della classe possidente e reinvestimento nella produzione; è tutto, salvo quelle ville, quei quadri e quelle collezioni, nuovo investimento. Resta, per tale motivo, inchiodato il tenore di vita e il tempo di lavoro del proletariato. Costruire, armare, ricostruire, industrializzare, inghiottono tutto. Al sacrificio del tenore di vita il proletariato russo ha aggiunto quello della vita stessa, che è un potenziale plusvalore scontato alla banca della guerra, regalato agli alleati dell’imperialismo democratico.
Negli anni eroici uccidemmo i borghesi, ma non per fare socialismo: per fare più e più presto capitalismo. La storia sa le sue vie. Se avessimo saputo che la Rivoluzione russa doveva essere così, nel suo percorso futuro, parimenti l’avremmo propugnata e plaudita.
Il fenomeno oggi controrivoluzionario non è questa corsa alla industrializzazione e questa tremenda velocità di accumulazione; non è, tanto meno, il suo rilancio sull’Asia. Il fenomeno controrivoluzionario sta nella maschera di conquistato socialismo sovrapposta a tutto, sta nella distruzione della potenzialità proletaria mondiale verso l’autenticaconquista socialista, sta nella possibilità data a tutti i capitalismi di persistere sotto le ondate dei terremoti storici, ribadita nelle campagne pacifiste, nelle vergognose gare emulative.
Dovremo, e dovranno le generazioni proletarie che vengono, affrontare il capitalismo di occidente in una battaglia cui spetta, prima che di armi, essere di teoria. Mentre quello di Oriente vanta il “pieno impiego” in città e campagna di semidigiunatori, i satrapi dell’Occidente e dell’Oltreatlantico vantano, rubandoci il segreto ed il linguaggio marxista, di essere giunti, moltiplicando la produttività del lavoro fino all’automatismo (che essi scoprono oggi dalle nostre pagine di un secolo prima, ove fu sinonimo di capitalismo), e moltiplicando ancora più con bisogni artificiali e folli il volume dei consumi, perfino a credito e non pagati da nessuno, ad esaltare il benessere ed il tenore di vita, a decurtare il tempo di lavoro. Il “boom”, che conduce al giorno nero.
Ma non è di troppo una generazione, perché la classe operaia rivendichi di nuovo tutto il campo dell’esaltata produttività, di una organica produzione con un razionale consumo, di una ben drastica decurtazione del lavoro, e travolga le mostruose macchine di Oriente ed Occidente. Non è di troppo una generazione di validità lavorativa, i venti anni del vecchio Petty, da ora, 1955.