Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1955/19

Struttura economica e sociale della Russia d'oggi (Pt.8)

Parte I. Lotta per il potere nelle due rivoluzioni

69. Dopo aprile verso la gran lotta

Il lettore che ha inteso la portata della nostra trattazione sa che non intendiamo fare storiografia generica e racconto integrale dei fatti, che esigerebbe maggiore uniformità nella «densità della stesura». I fatti, anche in cronache, sono noti, tuttavia nelle loro pieghe alquanto controversi e resi ermetici: è dove ci soffermiamo con la documentazione e l’analisi più a fondo.

Ma quello a cui tendiamo è il confronto continuo tra l’elaborazione dottrinale compiuta in anticipo dal partito – o anche dagli altri partiti – che agiscono nel processo storico, e gli effettivi accadimenti posteriori.

Per tal motivo abbiamo dato molto spazio alla fase di Aprile: fase di bilancio teorico di partito tra due battaglie di contenuto diverso di cui ci è bastato e ci basterà tratteggiare le tappe essenziali, gli scontri importanti.

Il partito bolscevico aveva su larga scala adempiuto una grande costruzione di prospettive storiche nel periodo che va fino al 1905: innestando le conclusioni e previsioni relative alla Russia sulla grande prospettiva del comunismo marxista circa le battaglie del proletariato dei paesi di razza bianca.

Un secondo bilancio dovette essere affrontato nella nuova pausa determinata dalla reazione che seguì il 1905 e utilizzando gli insegnamenti di quella grande lotta, fino a che non si giunse alla nuova grande crisi che colpì il socialismo internazionale con lo scoppio della guerra del 1914. Una nuova battaglia dottrinale fu condotta, in primo tempo non tanto in seno al socialismo russo, che apparve anche a Lenin tutto contrario ad una guerra proclamata dall’odiatissimo zar (vedemmo che qui in gran parte Lenin si era illuso, non potendo pensare che dopo tanta preparazione di teoria e di lotta si esitasse su un tale punto), quanto nei partiti di occidente, i più dei quali erano crollati vergognosamente nel tradimento sciovinista.

Quando nel febbraio 1917 la crisi inghiotte lo Stato zarista russo tutte le previsioni della dottrina vengono di nuovo al vaglio dei fatti, ma gli effetti sconvolgenti della guerra europea e mondiale si accavallano con quelli dello scontro delle classi in Russia, e della rivoluzione antifeudale in cui la classe operaia deve scegliersi un posto di combattimento difficile a definire, ma certo nelle prime schiere.

Il partito che era stato l’ambiente di una così ricca preparazione dopo il febbraio, pure avendo nell’azione fatta degnamente la sua parte, non si ritrova sull’impostazione della fase ulteriore in riguardo a tre problemi, che abbiamo adeguatamente tratteggiati. Primo: comportamento davanti alla guerra. Secondo: compito del partito proletario nel procedere della rivoluzione antifeudale. Terzo: lotta contro l’opportunismo internazionale socialdemocratico e social-patriottico.

In aprile il bilancio storico è compiuto con una completezza di primo ordine, profittando della transitoria legalità vigente in Russia; il programma di azione è costruito decisamente: si tratta di applicarlo.

70. Preparazione legale o battaglia?

La questione può vedersi sotto due aspetti, di principio e di metodo, di tattica. Due ali estreme, sebbene la dizione non sia esatta, la vedono in modo esclusivo. La dialettica veduta di Lenin vede i due tipi di attività e si sforza di collocarli per quanto possibile nelle fasi più opportune per giungere al successo.

Una posizione nettamente menscevica ed opportunista è dire: Lo zarismo è caduto, il potere è tenuto da una coalizione a volte nascosta a volte palese di borghesi e di opportunisti piccolo-borghesi. È assodato che non si può sostenere un tale governo su nessuna parte del programma interno ed estero: occorre dare la parola che il potere passi ai Consigli operai e contadini. Ma ora che la propaganda e l’agitazione sono libere, e da quando la rivoluzione democratica ha vinto, si tratta solo di guadagnare alla luce del sole e con mezzi legali la maggioranza nelle organizzazioni operaie e nei Soviet. Peggio sarebbe dire: Tale agitazione pacifica si deve estendere oltre, anche se si avesse la maggioranza nei Soviet, fino alla convocazione dell’Assemblea costituente, per riuscire a mettervi in minoranza la soluzione del governo di coalizione coi borghesi.

Una tale soluzione intanto è da respingersi come non rivoluzionaria in quanto non è proposta come riferita ad una fase che trascorre, ma nel senso di ammettere che, dopo la liberazione democratica, il partito per programma e per principio esclude la lotta armata, la guerra civile, pure avendo dal lato opposto escluso un blocco parlamentare e governativo coi partiti borghesi. È invece pienamente dialettica la risposta di Lenin: oggi, fine aprile, non ci conviene provocare a breve scadenza una guerra civile per prendere il potere. Tuttavia la guerra civile si avrà, ed anzi in due ipotesi: di una controrivoluzione zarista che tenda a rovesciare il governo provvisorio, nel qual caso lo sosterremo con le armi (ed avvenne), ed in una seconda ipotesi: che, essendo la lotta proletaria sviluppata fino alla capacità e necessità di assumere coi Soviet tutto il potere, il governo provvisorio resista a cederlo (ed avvenne).

Quindi Lenin risponde no a questa destra che vuole rinunziare per sempre ad una lotta armata, da ora in poi, e al tempo stesso le accorda che non sia ancora il momento di dar fuoco alle polveri e occorra lavorare legalmente.

Un’altra ala opposta cui anche sfugge il legame dialettico fra teoria e metodo strategico vuole la lotta immediata, da provocare senza indugio, e da avviare in ogni occasione con combattimenti preliminari. Avvenuta la rivoluzione liberale, dicono questi compagni, ogni eventualità di appoggio a governi borghesi, anche se ratificati da un parlamento, è esclusa e la via per abbatterli non è la conquista pacifica di una maggioranza ma solo l’insurrezione. Anche questa posizione è difettosa se diviene esclusiva, limitativa per il partito, e non dice soltanto che la lotta armata è plausibile e sicura in tempo futuro, ma asserisce che in ogni fase sia da pensare a questa sola, e non a pacifica preparazione.

Contro questi compagni Lenin dovette fare i più grandi sforzi perché non si attaccasse prima di essere pronti, pur ammettendo pienamente che in ogni spontaneo muoversi delle masse lavoratrici il partito dovesse essere presente non solo con l’agitazione politica ma anche con la forza materiale.

Data l’estrema difficoltà di individuare il momento propizio a così difficili conversioni per l’attività del partito, in momenti tanto convulsi, tra guerra sulla frontiera e crisi economica e sociale, quasi tutti i compagni si sono nel seguito aspramente rimproverati, chi di non aver voluto la lotta, chi di averla voluta compromettere scatenandola prematuramente.

È indiscutibile che, senza la poderosa preparazione del dibattito di Aprile, il partito sarebbe andato, o per la via della fiacchezza o per quella dell’esasperazione, alla sicura sconfitta e rovina.

71. La fase dopo aprile

Sappiamo che già prima che la conferenza si aprisse, il 17 aprile, 14 giorni da che Lenin era giunto, le masse ebbero una reazione per una provocazione del Governo. Coincidendo la data col l° maggio nuovo stile, il primo postzarista, si ebbe altra coincidenza con la nota di Miljukov, ministro cadetto degli esteri, che prometteva, a richiesta degli alleati, la continuazione della guerra. Nonostante il grado relativo di infatuazione difesista da Lenin constatato nel popolo russo e nei soldati, in contrasto con le tendenze di immediata liquidazione della guerra, si aprirono a Pietrogrado e Mosca una serie di giornate in cui i lavoratori chiesero la testa di Miljukov con dimostrazioni armate, reclamando la pace e le sue dimissioni, date alcuni giorni dopo. Ma le masse non andarono oltre le dimostrazioni, ed il partito era ancora intento a liquidare i suoi dubbi.

Fu il 17 maggio, ossia il 4 maggio vecchio stile, dopo la chiusura al 12 maggio (29 aprile) della Conferenza, che giunse a Pietrogrado Trotsky (accolto con entusiasmo anche come antico presidente del 1905) e fece al Soviet un discorso in cui si dichiarò (non apparteneva ancora al partito bolscevico) pienamente concorde con la direttiva politica di Lenin.

Nelle giornate di Aprile alcuni bolscevichi avevano proposto di lanciare la parola di rovesciare il governo, ma il partito li riprese opponendosi. Trotsky afferma qui che Stalin sottoscrisse con due conciliatori il telegramma che invitava i lavoratori e marinai di Kronstadt a sospendere l’azione anti-Miljukov. Ai primi di maggio intanto Miljukov e Guckov si dimettevano da ministri, e nella coalizione entravano i menscevichi e i socialrivoluzionari.

Dopo il 12 maggio, chiusura della conferenza, e fino alla convocazione del congresso dei Soviet del 3/16 giugno 1917, i bolscevichi svolsero il lavoro di propaganda, organizzazione e penetrazione prospettato alla conferenza.

Frattanto gli opportunisti avanzavano sulla strada prevista da Lenin. Prima di aprile il comitato esecutivo del Soviet, da essi controllato, era quasi in pari numero favorevole e contrario ad entrare nel governo. Dopo quella prima crisi di piazza, 34 delegati contro 19 si dichiararono per l’accordo coi borghesi. Nel giudizio di Lenin, era la piccola borghesia che davanti alla minaccia di una nuova fase rivoluzionaria rinculava, consegnando ai capitalisti tutte le posizioni. Il 6/19 maggio fu annunziata la lista del nuovo governo, presieduto dal borghese Lvov con Kerenski e gli altri nominati sopra: borghesi e opportunisti avevano stretto il patto di acciaio.

Come era previsto, questo governo fu impotente anche nel senso riformista e i timidi passi dei «socialisti» furono presto bloccati, sicché nelle masse della città e delle campagne aumentò il disappunto verso il governo e verso i capi del Soviet in quel tempo.

72. La lotta nelle campagne

Ribolliva la lotta dei contadini per prendersi in un modo o nell’altro la terra dei grandi proprietari, e uno degli scopi della coalizione era di deviare questo fermento minaccioso in conquiste pacifiche. Il ministro all’agricoltura Černov fece tentativi per attuare il contorto programma teorico di spartizione dei socialisti rivoluzionari. Egli accolse la richiesta delle zone rurali che denunziavano i tentativi degli agrari di salvarsi dalla spogliazione con vendite frazionate a prestanome e a contadini ricchi e medi: e adottò la misura di sospendere, con un ordine legale ai notai, tutti i contratti di compravendita di terre.

Contro questa strana misura, in contrasto teorico con lo stesso programma di una grande rivoluzione borghese, che come in Francia nel 1789 facesse «della terra un articolo di commercio», si levarono indignati i grandi fondiari pretendendo che Černov ritirasse il suo provvedimento. Miseramente costui prima lo mise praticamente nel nulla precisando che non era vietata la trasmissione dei diritti ipotecari, ed infine ancora più vilmente autorizzò la ripresa di tutte le contrattazioni conformi «alle leggi», sotto pretesto che solo la futura Costituente avrebbe diversamente potuto legiferare. Questa la misera fine di quello che era stato detto il «ministro dei mugic».

Qui si riconfermava la veduta esatta dei bolscevichi che proponevano che senza attendere la Costituente e senz’altro indugio fosse dichiarata la terra proprietà dello Stato, dandone l’immediato materiale possesso ai consigli locali dei contadini per la gestione collettiva o con transitorie distribuzioni di lotti alle famiglie coltivatrici.

73. Le richieste degli operai urbani

Al tempo stesso nelle città la scarsità di risorse e di derrate agitava gli operai che invocavano aumenti delle paghe. Per mesi e mesi il governo non toccò questo tasto scabroso, non ebbe un ministro del Lavoro, mentre il progressista Konovalov era a quello dell’industria. Finalmente si dedicò alla cosa il menscevico Skobelev, ma col solo mezzo di far nominare nella cosiddetta ed ufficiosa conferenza della Duma una commissione divisa in sottocommissioni e sezioni prive di qualunque autorità, che indietreggiarono al dire dei datori di lavoro che ogni maggiore spesa avrebbe fermata la macchina produttiva o indotto aumento enorme dei prezzi. Circa un milione di operai industriali entrarono in agitazione nelle fabbriche, poco soddisfatti dei vaghi comitati di azienda che il nuovo regime esitando aveva riconosciuti.

Fino al principio di giugno il governo non trattò che in commissioni e con dichiarazioni teoriche la questione di una politica economica dello Stato, del suo controllo sulle fabbriche e delle prospettive di statizzazione delle maggiori, che vedeva poco favorevolmente in quanto… data la penuria di mezzi non si poteva passare al socialismo! Peggiorarono le condizioni dell’approvvigionamento, le code delle mogli degli operai duravano intere giornate, e nei grandi e medi centri l’onda del malcontento saliva irresistibile.

Quanto all’esercito, mentre il governo tramava una ripresa della lotta militare con appoggi delle potenze dell’Intesa pur temendo le conseguenze – che poi vennero – dello scatenarsi folle di offensive al fronte, cresceva nei soldati l’avversione alla prosecuzione della guerra e nei reggimenti si sollevavano agitazioni e organizzavano Consigli, orientati sempre più verso la tendenza bolscevica.

In questo quadro sociale torbido si apriva, per un altro grande scontro politico, ancora in forme incruente, il Primo Congresso dei Soviet di tutta la Russia.

Con la rinvigorita frazione bolscevica Lenin, come aveva portato la forza delle esigenze rivoluzionarie nella sessione di partito, si accingeva a recarla alle assise di tutta la classe lavoratrice. Fu urto memorabile.

«Deretano di piombo», cervello marxista

In questa sciocca etade Molotov ha avuto i suoi tre o quattro giorni di primo piano, anche se li ha subito ceduti a Margaret-Townsend e simili personaggi di turno al buttafuori.

Tanto attesta della vacuità snobbata di borghesi, che sorridono della nostra ingenua ubbia di tenere in prima linea, per decenni ed oltre, le stesse questioni.

Molotov ha rimesso un attimo in luce piena quello che è stato il tema centrale della nostra oscura riunione di Genova sulla Russia d’oggi, e con le stesse formulette (traccia lieve di cose giganti): edificazione del socialismo o delle basi del socialismo?

Noi, è ormai chiaro, riteniamo che la prima formuletta non solo non risponda alla realtà russa di oggi, ma sia in sé stessa una corbelleria; e che la seconda, rispondendo in pieno a quella realtà, altro non significhi che edificazione del capitalismo.

Borghesi di altro punto cardinale, oltre al trarne al solito la conclusione del tramonto anche di Molotov (cui non crediamo, mentre ce ne freghiamo ben poco) hanno illustrata la «autocritica» come quella di un provato e originario «staliniano» al mille per mille. Poderoso lavoratore, incrollabile in lungimiranti propositi, tanto che (alla solita sua maniera grossolana) proprio il suo Capo lo gratificò della definizione in epigrafe: «deretano di piombo». Di acciaio era, si capisce, solo Lui.

Adagio.

Molotov, proprio in quello che «ritira» (fino a quando? fino a quando lo ripeteranno magari quelli che hanno provocato l’abiura, i dirigenti con lui o senza e contro lui della manovra statale, la trampoleggiante rivista «Kommunist»?) tradisce, dopo tanti anni, il suo «buon marxismo». Può essere stato di Stalin un «fenicottero»[4] o messaggero, non ne è stato uno scolaro. Del resto Stalin, se ha gestito cose grandi nella storia, scuole non ne ha fondate. Al pari di Mussolini, Hitler, Perón…

Molotov nel 1917

Abbiamo dedicato una vasta documentazione al fatto che nel 1917, quando Lenin giunse in Russia e capovolse un indirizzo «paludoso» del partito bolscevico, Stalin era impaludato fino alla tiroide.

Ebbene, allora Molotov (non in evidenza in Russia negli anni del Komintern: questo povero individuo umano, anche se ha notevole testa e deretano, è sempre una «variabile ad eclissi») era già vivo, tesserato nel partito, e dirigente attivo di esso. Non era con Stalin, era contro di lui; con pieno diritto e verità storica e non attraverso postume manipolazioni come quelle di cui tutti i big hanno voluto fruire come sul patriottismo di Mussolini fin dalla Svizzera, fin da Trento: siamo assai edotti di questi trucchi sfacciati) accolse la parola e l’azione di Lenin con immediato entusiasmo quale vittoria della posizione già sostenuta.

Carte di Molotov 1917 in tutta regola! Riandiamo: Lenin giunge a Pietrogrado il 3 (16) aprile, Stalin vi era giunto dall’esilio il 2 (15) marzo, una ventina di giorni di sbandato antileninismo. Stalin non aveva resistito alla deriva cui il bolscevismo minacciava di andare in quelle settimane di fuoco: Spandarjan sì, che era morto in Siberia, chi sa quanti altri compagni oggi, ignoti e poco noti, Sverdlov sì, giovane e focoso, Molotov con Šljapnikov e altri sì, alla redazione della «Pravda», sinistri risoluti anche senza la potenza dottrinale di Lenin. Arriva Stalin a Pietrogrado, parla poco, ma rivendica la funzione organizzativa: a titolo di punizione caccia i redattori con Molotov e si insedia lui con Muranov e con quel Kamenev che doveva poi far pestare.

Con rabbia di tanti buoni rivoluzionari la «Pravda» vira di bordo e si impegna con pietosi articoli dei tre per la «benevola attesa» verso il Governo provvisorio, per la riunificazione con i menscevichi, per la deglutizione del rospo: la guerra continua, il disfattismo è finito; che pure aveva fatto scrivere al furente Vladimiro: a questo patto rompo fin coll’ultimo compagno di ieri!

Alla discussione sulla unificazione, poche ore prima che sopraggiungesse Lenin, mentre ancora non avevano spiombato il castigamatti, Stalin disse di piccole divergenze, e disse che si poteva accogliere la proposta Tsereteli, di «unione sulla base Zimmerwald-Kienthal» (ossia di opposizione alla guerra nello stile famoso né aderire né sabotare). Se un compagno, Zaluckij, apostrofò gli unificatori con la parola filistei, tuttavia anche Molotov ebbe il merito a Lenin ancora piombato, di levarsi contro la proposta di Tsereteli.

Servizio di stato e di partito

Se V. M. Molotov, anziché essere un semplice stalinista dopo Stalin, risulta da questo ed altri episodi un vero leninista avanti Lenin, egli è perché si tratta di un autentico vecchio bolscevico, di un marxista solidamente sicuro in dottrina. Che abbia dopo compiuto e che compirà ancora fesserie, e se finirà nel Valhalla degli eroi o nella spazzatura storica tra i rifiuti, ebbene questo a noi non importa, e non insegna nulla a nessuno.

La rivoluzione brucia molto combustibile, mette molto fetido sego sui candelieri, lascia dietro di sé molti incorrotti nel fango, e molti vuoti farabutti sui piedistalli. Sono i sottoprodotti di ogni fiammeggiante reazione innovatrice. Il caso di Molotov non è unico. Si dovettero buttare nella diplomazia molti compagni efficienti, che vi rischiavano ben più dei nobiluzzi arrotanti erre al soldo del Capitale e delle Clare Luce premi di sciccheria. Erano come noi e più di noi sani marxisti che furono destinati ad essere a nostra cura engueulés, come in una mozione del nostro partito contro il puttaneggiare col Duce a Rapallo.

Erano autentici rivoluzionari, e la necessità di partito fece far loro quel mestiere disgustoso. Solo un potente marxista può in questi casi sdoppiarsi, pranzare col monarca e col miliardario, e tenere intatta la concezione teorica e la prospettiva storica. Il tradimento sale irresistibilmente quando i due tempi, le due fasi, dialetticamente opposte, si giustappongono e si fondono: e lo stesso linguaggio pisciato a Ginevra e all’U.N.O. viene spacciato per verbo puro dell’agitazione proletaria mondiale.

Un primo esempio: la audace estremista Kollontaj a Stoccolma; ne fece pasticci intelligenti, senza discostarsi dalla opposizione bolscevica di sinistra nella vita di partito: il borghese già allora imbecillito la definì con idiota sicurezza «l’amante di Lenin»! come se per questo fosse stata prescelta… E poi i grandi profondi marxisti Čičerin, Joffe, potenti negoziatori in faccia ai sicari del capitalismo, sciupati, bruciati, avviati al patibolo o al suicidio, e tanto marxisti che se ne fotterono anche di un glorioso passare alla storia. E con loro un altro valoroso compagno, Karachan, coraggioso e veemente e pure al servizio del partito, diplomatico sottile e lubrico; Jurenëv, elogiato dai militanti italiani a Riga e ingiuriato a Roma, e altri molti…

Nel lungo bazzicare colla gente politica occidentale ufficiale e nel preparare ad essa tiri diabolici ( a lui si attribuisce il piano semidecapitato da Stalin di portare via il boccone ai cari alleati non solo fino a Berlino ma fino all’Atlantico: se andava, la cosa poteva avere altri sviluppi, e finire prima l’orgia cretina di gare a chi è più demopopolare) il Nostro, ascoltando con mezza orecchia e un quarto di… sedere le buaggini dei contraddittori, campioni di insignificanza, ha lasciato dormire ma non cancellata da sé la dialettica marxista.

Forbici del censore

Il brano autoincriminato ne è un puro saggio. Dato che si tratta di una lettera inviata al «Kommunist», e che prendiamo da «L’Unità», il testo deve essere fedele:
«A fianco dell’Unione Sovietica, dove sono state già costruite le basi della società socialista, esistono anche i paesi a democrazia popolare i quali hanno compiuto già i primi passi, ma passi importantissimi, verso il socialismo».
Ciò fu detto in un discorso al Soviet Supremo l’8 febbraio 1955; viene ritirato il 16 settembre ultimo.

L’autoconfutazione consiste nel dire che quella formula
«induce a giudizi sbagliati secondo i quali la società socialista non sarebbe, per così dire, edificata ancora nell’Unione Sovietica, e potrebbe indurre a credere che nel nostro paese sono state edificate solamente le basi di questa società».

Il dialettico e marxista si è ancora tradito nella paroline «per così dire». Egli vuole spergiurare, ma non dimentica che la società socialista, anche quando si formi, non viene edificata da nessuno, e per Lenin la costruzione del socialismo era una fesseria.

Perché quando si dice «edificate le basi del socialismo» non si aggiunge il per così dire? Perché tali basi, che tecnicamente sono date dalla industrializzazione e concentrazione capitalista, che nei paesi avanzati si formarono spontaneamente col diffondersi di private aziende, nella ritardata Russia sono state attuate con un processo pianificato dallo Stato, e come capitalismo industriale di Stato.

Serve lo Stato al proletariato, ma solo per distruggere il capitalismo nei suoi rapporti sociali, e poi svuotare sé stesso: non per pianificare nessuna operazione tecnica, in quanto le «basi» tecniche e produttive si ereditano già sufficienti: se andiamo avanti così, si tratterà di demolire buona parte della bestiale impalcatura produttiva; altro che edificare. Questo per un Molotov è chiaro e palese anche se non lo racconta all’estero.

Noi riferimmo che nel 1926 contro Trotzky e Zinoviev che dicevano: avremo qui la trasformazione socialista dopo la rivoluzione europea, Stalin, ancora prudente, oppose la formula che costruire il socialismo significava due cose, allora: battere politicamente ogni ritorno borghese al potere, e appunto «edificare le basi del socialismo». E noi: dunque il capitalismo economico.

Abiura elegante

Qui Molotov ritratta, ma in modo non spregevole, da dialettico e da diplomatico. Ho violato, dice, i dettami ufficiali del partito. Infatti, se così si disse nel 1926, fu nel 1932 che
«il 17° Congresso del partito rendeva noto che la costruzione della base del socialismo era compiuta».
Il 18° Congresso poi
«sulla base degli ulteriori successi della edificazione (delle basi) affermò che l’Unione Sovietica era entrata in una nuova fase di sviluppo: quella del compimento della edificazione socialista e quella della graduale transizione verso il comunismo».
Poi negli anni successivi
«la base materiale e tecnica della società socialista si è allargata e si è rafforzata, i rapporti di produzione nell’industria e nell’agricoltura si sono completamente rafforzati ed affermati, basati sulla indiscutibile supremazia della proprietà sociale socialista, sulle relazioni amichevoli (tra operai e contadini, evidentemente) e di collaborazione, ed escludendo qualsiasi possibilità di sfruttamento dell’uomo sull’uomo».

È una redazione impeccabile e che manca della frase banalmente staliniana e grammaticalmente attiva di fabbricar socialismo, pure assolvendo il dovere del laudabiliter se subiecit ai deliberati congressuali, ovvio dovere di un commesso viaggiatore in classe di lusso.

Il compimento della edificazione socialista entra in fase di sviluppo – al comunismo si apre una graduale transizione – la base tecnica si è molto allargata, i rapporti di produzione rafforzati – vi è supremazia della proprietà sociale socialista – ma, ammicca tra le righe Molotov, il socialismo non è la proprietà di stato, bensì, la cessazione di ogni proprietà e di ogni Stato. È cessato lo sfruttamento dell’uomo, ma ciò non definisce, riammicca come in un diplomatico vibrar di fioretti, il socialismo, perché può aversi in una società di private aziende molecolari uguali.

Quando l’autore della benissimo redatta lettera non cita congressi ma formula lui, sono sempre le basi, che sia pure grandiosamente, si sono allargate. Elegante reservatio mentalis da professore del non compromettersi.

Volete invece udire il fragore delle cornate nella cristalleria? Leggete il commento del conformistissimo redattore del «Kommunist». Parole, di vago suono marxista, in libertà.

Correttore pacchiano

«Le questioni dottrinali, prima appannaggio di una élite (accusato l’elegante sfottò?) sono ora discusse ad un livello più basso ma anche più largo».
Tanto per «tagliar corto a qualsiasi confusione nel campo teorico» si lancia questa bella constatazione:
«la legalità socialista si rafforza e la democrazia socialista si sviluppa e si perfeziona».
E la forca «socialista», di grazia, se la passa bene?

«Già nel dicembre dello scorso anno erano stati condannati coloro che credevano di poter fin da ora sacrificare l’industria pesante a vantaggio della produzione di beni di consumo (Beria e Malenkov?)».
Ebbene, siete allo stesso punto di Ike senza o con infarto, e del businessman yankee di alto bordo teso verso il boom: sempre più produzione, niente stop per ora all’industria di guerra; e vuole il 18° Congresso che siate già in viaggio graduale al comunismo? Ammazzalo! Se la piglia quindi, dopo questa strillante ammissione di arretratezza, con quelli che vogliono
«applicare al presente periodo le formule che caratterizzano la tappa da tempo superata, e presentano le cose come se si fossero costruite soltanto le basi del socialismo».
Tutto questo spezzando lance ipocrite per la giusta valutazione marxista, e la purezza della teoria marxista leninista, e per affrancare la classe operaia estera dalla ideologia borghese, il che si otterrebbe abbandonando l’atteggiamento
«nichilista e sdegnoso nei riguardi della scienza e della tecnica estera».

Questo custode della scienza ideologica può essere forse addetto non a ripulire il raziocinare marxista del cervello di Molotov, ma tutt’al più alla manutenzione del plumbeo suo deretano.

Non disse Stalin nel 1926 in tutte lettere, e nemmeno lo scrive oggi Molotov, che sussiste l’eguaglianza tra «edificare le basi del socialismo» ed «edificare il capitalismo». Ma lo ammettono entrambi, censurante e censurato, quando dicono che ridursi all’edificazione delle basi vuol dire essere alla storica confessione, di un domani che si intravede ormai (esso precederà la guerra numero tre) ossia: non abbiamo socialismo in Russia, l’abbiamo solo resa capitalista, da feudale che era.

Ma la differenza tra il burocratico censore e il censurato sta nella dialettica; essa scioglie ed annoda, la forbice taglia soltanto, sterilmente.

Camminare verso il capitalismo dove le basi sono ormai edificate (come in America) significa camminare in senso inverso al socialismo. Ma camminare verso il capitalismo, ove queste basi storicamente mancano o sono incomplete, significa l’opposto, ossia camminare «nel senso che conduce al socialismo».

È chiaro che il secondo caso allude alla Russia, e ancora più agli arretrati Stati satelliti e alleati. E quindi costoro non vanno vituperati per la politica economica del potere, ma per la politica anticlassista del partito, che spaccia l’andare al socialismo per lo stare nel socialismo, con incalcolabili effetti antirivoluzionari in tutto il sistema internazionale.

Criminale della rivoluzione non è chi il socialismo non fa, ma chi tradisce il fondamentale, engelsiano, riconoscimento di esso.

Qui determinismo; perché l’uomo non fa la storia, ma la decifra, e basta.

Qui, nella vivisezionata formulazioncella: dialettica.

È metodo metafisico porre la questione dello stare, alternativamente, nel campo eletto o in quello reietto.

È metodo dialettico porre la questione dell’andare, ossia della direzione del movimento.

Cercammo altra volta di spiegare elementarmente questo con il linguaggio della matematica. Se sia positivo o negativo il valore assoluto della funzione, non ha alcuna importanza, deriva tutto da una nostra arbitraria convenzione (caso della posizione di un mobile nello spazio).

Oggetto di conoscenza e di scienza viva è se sia negativo o positivo il valore della derivata della funzione (velocità del moto di quel corpo in una delle due direzioni sulla traiettoria). E (permettete) delle derivate della derivata.

Nello scrittarello su Einstein cercammo mostrare che egli fu tanto relativista (e dialettico) quanto Democrito, Copernico, Galileo, Cartesio, Newton.

La grande barriera tra il Su e il Giù, il Prima e il Dopo, il Bene e il Male, la Legge e il Crimine, il Paradiso e l’Inferno, la possiamo mettere ad arbitrio sul foglio del nostro lavoro. Qui la ricerca comincia soltanto.

La tradizione ci ha sempre trasmesso un risultato di ricerche gloriose, ma un risultato sempre transitorio, come se fosse una Barriera metafisica indiscutibilmente tracciata ab aeterno in quella tale posizione.

Ogni volta che una barriera sacra cade, la Rivoluzione sorge e cammina.

Non sputa però su quella barriera transeunte, segnata nella storia al tempo di altre Rivoluzioni.

Quindi camminare verso il capitalismo ove storicamente queste basi mancano e sono incomplete, significa l’opposto, ossia camminare nel senso che conduce al socialismo. Giuste perciò le parole di Molotov sui primi passi nella direzione del socialismo, che oggi fanno i paesi entro cortina (non però la Cecoslovacchia, che rincula, anche per averla saccheggiata delle sue basi).

Infine non abbiamo noi inventato, a Genova nel 1953, poveri clandestini senza uno straccio di altoparlante, la sopraddetta identità, che Molotov lancia implicitamente al mondo, tra basi e capitalismo schietto. Tutti conoscono il ministro sovietico, egli ignora noi del tutto.

Antica fonte comune

Può darsi che mai noi abbiamo chiacchierato con Molotov. Che monta? Lui e noi abbiamo letto Marx, Engels. Tutta la magnifica dimostrazione del trapasso da capitalismo a socialismo che fin dal 1878 Engels contrappone alle baggianate di Dühring, lavorando su citazioni del «Capitale», mostra come la borghesia ha già erette le basi del socialismo. Quando abbiamo la divisione tecnica del lavoro, nei tre gradi: cooperazione (lavoro collettivo), manifattura ed industria, abbiamo tutto; nulla dobbiamo più costruire. Nulla aggiungere: dobbiamo solo togliere la schiavitù aziendale, l’anarchia sociale della produzione. Solo qualche classico brano:
«La borghesia non poteva trasformare i primi limitati mezzi di produzione in poderose forze produttive senza trasformarli da mezzi di produzione dell’individuo in mezzi di produzione sociale e atti ad essere usati da una comunità di uomini». Corsivi di Engels.

Che dunque dobbiamo edificare? La borghesia ha per noi edificato; essa doveva farlo, anzi non poteva non farlo.

«La proprietà da parte dello Stato delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma essa racchiude il mezzo formale, il manubrio della soluzione. Questa soluzione può consistere soltanto in ciò: che la natura sociale delle forze produttive viene effettivamente riconosciuta, e quindi il modo di produzione e di distribuzione è messo all’unisono col carattere sociale del mezzo di produzione».

Le leggi economiche, continua Engels (sono i celebri passi di cui Lenin ha fatto tesoro circa lo Stato), agiscono come quelle naturali. Una volta conosciute e comprese, diverranno da «indemoniate dominatrici nostre, serve volonterose».

Ex, quante volte, compagno Molotov, comunque non pre-dühringhiano! Guardiamoci un solo istante in faccia. La edificazione del socialismo è roba da stipendiato al «Kommunist». Non si edifica il socialismo! Non è che soluzione, riconoscimento, spiegazione, in campo tecnico economico di basi già date. E al dato punto della storia, è guerra civile rivoluzionaria.

Per uso esterno

Borghese, qualcosa che tu possa smaltire. Ecco. Può darsi che Molotov abbia visto giunto il momento della Grande Confessione: non siamo socialismo, ma capitalismo, come voi, Occidente, quasi come voi. Può darsi che gli altri, o la voce misteriosa della Ragione di Stato, sacra pei deretani in velluto, abbia imposto di rinviare la Confessione.

Questa verrà.

La questione non è se socialismo e capitalismo possano coesistere o convivere a questo si risponde subito. Coesistere possono come due armate nemiche, in guerra o con arme al piede. Convivere non possono, perché sono conviventi solo i mantenuti. Coesisteranno quindi dietro le cortine chiuse. Ma questo è problema del domani.

Oggi possono coesistere e convivere, Russia ed Occidente, in quanto sono la stessa cosa. Possono coesistere in pace, ma non eternamente, possono fare affari, l’uno sfruttando l’altro, o l’altro l’uno, a scala grandiosa. Ma convivere in eterna pace non possono.

I due capitalismi in schieramenti mondiali che possono essere domani di varie formazioni, un giorno si scontreranno.

Molotov vuole darvi una confessione che vi soddisfi. Voi non ne potete valutare la portata. È un passo verso grandi affari, ma non è un passo alla Pace mondiale, bensì alla Guerra, dopo al massimo un paio di decenni. Salvo che anticipino, sulla scadenza storica, Guerra e Rivoluzione.

Sei un grande borghese? Gioisci. Sei piccolo? Fattela nei pantaloni.