Voi non servite Ruffo ma siete contro Lenin
Non c’è dubbio ormai che il socialcomunismo si prepari a rivoltare l’agricoltura italiana come si rivolta un guanto! Il 19 ottobre c.a. il sen. Emilio sereni, prendendo possesso della carica di Presidente dell’Alleanza Nazionale dei contadini, carica detenuta da Grieco fino alla sua morte, si alzava a tessere, davanti «ai più autorevoli rappresentanti del movimento democratico contadino italiano» (Unità del giorno successivo), il necrologio del suo predecessore.
Giungendo al punto in cui il «movimento contadino» è venuto a trovarsi alla scomparsa di Grieco, il cui sperticato elogio postumo gli appassionati di tale ramo della retorica possono leggere sul giornale diretto dall’on. Ingrao, il neo eletto presidente Sereni se ne usciva nella seguente preziosa frase: «Oggi i contadini italiani non servono più il cardinale Ruffo».
Richiamando dalle ombre dell’oltretomba simile personaggio storico, il sen. Sereni non poteva esprimere con immagine più azzeccata il carattere e le finalità controrivoluzionarie dell’organizzazione che prendeva a dirigere. Qualcuno potrà obiettare: «Il cardinale Ruffo non fu dunque il campione della reazione borbonica nel 1799, nella guerra civile scoppiata nel Regno delle due Sicilie? Di conseguenza, una organizzazione che, per bocca del suo presidente, dichiara di «non servire più il cardinale Ruffo», con ciò stesso non si impegna, sia pure con una terminologia immaginosa, a lottare per l’anti-Ruffo, cioè per la rivoluzione?». A tale ragionamento, formalmente impeccabile, il meno provveduto dei marxisti può opporne un altro, che va riassunto così: «Le forze politiche che si opposero, purtroppo invano, alle orde «sanfediste» che, sotto la guida di Ruffo, assalirono e distrussero efferatamente la Repubblica partenopea, lottavano indubbiamente per la Rivoluzione.
Ma un particolare che ai teorici del calibro del sen. Sereni piace trascurare consiste nel fatto che tale rivoluzione, non ancora socialista ma soltanto borghese-democratica, è un fatto storico che si è compiuto da un bel pezzo. Oggi, mentre il sen. Sereni si asside sulla poltrona del defunto Grieco, nelle campagne italiane non dominano più le classi sociali che furono rappresentate politicamente dai Borboni e da Ruffo, ma, al contrario, spadroneggiano i discendenti del Terzo Stato che si illuse, combattendo contro gli ordini feudali del Clero e della Nobiltà, di aprire l’èra dell’«eguaglianza sociale» mentre spalancava inconsapevolmente le porte alla più mostruosa delle dominazioni di classe: il capitalismo».
I capi del «movimento democratico contadino italiano» stimano, invece, che nelle campagne italiane, e specialmente in quelle del Mezzogiorno, la rivoluzione democratico-borghese sia ancora da completarsi, perché sussisterebbero «residui feudali» da debellare. Forse che la stampa social-comunista non chiama «feudi» le terre dei grandi proprietari terrieri italiani?, e non chiamano «feudatari» costoro, malgrado diano in affitto le loro terre ad affittuari e mezzadri i quali conducono capitalisticamente le loro aziende, in quanto ingaggiano manodopera salariata? La frase a sensazione pronunciata dal sen. Sereni non ha affatto il valore di una figura retorica. Egli e, quel che conta di più, il suo partito concepiscono la lotta nelle campagne come diretta ad integrare la rivoluzione democratica che — a loro dire — la borghesia dominante avrebbe lasciata incompiuta.
Un ignorante di problemi sociali potrebbe pensare che il torto dei socialcomunisti si riduca a un errore di interpretazione storica. E magari lo fosse! In realtà, la pretesa di combattere i «residui feudali» nelle campagne italiane serve, nelle mani di capi opportunisti e traditori, a giustificare le «alleanze democratiche» tra il proletariato agricolo (braccianti) e gli strati piccolo-borghesi o addirittura capitalisti delle campagne. I «feudatari» in Italia esistono soltanto nelle cripte funerarie delle antiche basiliche della penisola,
ma la formula della lotta democratica antifeudale viene applicata dai dirigenti del P.C.I. e del P.SI come se veramente il cardinale Ruffo battesse le campagne del Meridione, e il risultato pratico innegabile è che il forte e numeroso proletariato agricolo, che nel passato fece tremare le basi della fetente società borghese e dello Stato di Roma, viene immobilizzato dalle pastoie di una losca politica inter-classista che gli impedisce di imboccare là via della rivoluzione socialista. E di ciò si avvantaggia la conservazione capitalista.
I capi dell’Alleanza Nazionale dei Contadini e della Confederterra agiscono come chi, mentre i banditi assaltano una casa, cerca di convincere gli abitanti che conviene difendersi innanzitutto contro gli spettri che si suppone stiano nascosti nella cappa del camino.
Mobilitando i proletari agricoli per la lotta contro i fantasmi del medioevo feudale — lotta da condurre a lato della piccola borghesia agraria — i socialcomunisti facilitano le ladrerie dei banditi capitalisti non solo delle campagne, ma delle campagne e delle città.
Nonostante le loro sparate comiziesche, il defunto cardinale Ruffo, se potesse alzarsi dalla tomba, non riconoscerebbe di certo in Sereni e compari i suoi «lazzaroni», ma li identificherebbe per quegli astuti e ipocriti difensori dell’ordine costituito sociale e per quegli inguaribili controrivoluzionari che essi sono e, con tutta probabilità, perdonerebbe di buon grado a Sereni le ingiurie che questi ama indirizzargli, quale ex capo della teppaglia «sanfedista»…
Già la semplice osservazione della struttura sociale dell’Alleanza Nazionale dei Contadini ci avverte che le sue finalità politiche non hanno carattere anticapitalista. Infatti essa raggruppa — pur mantenendo la loro completa autonomia organizzativa — le organizzazioni dei coltivatori diretti, dei contadini del Mezzogiorno (sic!) e gli assegnatari (Unità, 20-10-1955). Un partito che si dice comunista, e quindi sì autoproclama strumento della classe operaia, ha già dato prove. bastevoli di tradimento e di irreversibile degenerazione mettendosi: ad organizzare, su un piede di concorrenza con i partiti tradizionali borghesi, elementi sociali, quali sono i soci dell’Alleanza dei contadini, che ruotano nell’orbita economica e politica della borghesia capitalista. I coltivatori diretti che seguono Sereni sono pochi o nulli, [illeggibile] … la stragrande maggioranza di costoro milita, con gran [illeggibile] … negli uffici elettorali social-comunisti, nella Confederazione dei Coltivatori diretti presieduta dal democristiano on. Bonomi. Ma è proprio il fatto inoppugnabile che i coltivatori diretti costituiscono una roccaforte elettorale del partito democristiano, cioè del massimo partito borghese, che sta a dimostrare la natura sociale e le finalità politiche di questa importante sezione della piccola borghesia agricola. Evidentemente, tra i coltivatori diretti e il partito democristiano esistono rapporti di reciproca dipendenza. Se i coltivatori diretti votano compatti per il partito democristiano che ricompensa i voti ricevuti assicurando la conservazione dei rapporti sociali nelle campagne, e non solo in quelle, ne deriva che un partito concorrente potrebbe sperare di togliere l’importante clientela elettorale ai democristiani alla condizione indispensabile di fare propria la politica conservatrice ed antirivoluzionaria dei rivali democristiani. Non diversamente si comportano i pretesi riformatori socialcomunisti.
L’interesse fondamentale dei coltivatori diretti e, in genere, di tutti coloro che gestiscono un’azienda agraria, di qualsiasi dimensione, impiegando mano d’opera salariata o integrando con questa la insufficiente massa di forza lavoro che la famiglia colonica può erogare in proprio, è la conservazione dei rapporti sociali vigenti. L’imprenditore agrario, grande o piccolo che sia, tende a salire nella scala sociale, non a spezzarla e a distruggere, così facendo, la struttura economica e sociale delle campagne. Bene, andiamo a leggere quanto Sereni ebbe a dichiarare nel suo discorso da presidente neo-eletto dell’Alleanza contadina, sui compiti della stessa: «La nascita dell’Alleanza contadina — egli tuonava — sta a significare che di fronte al blocco agrario-industriale si va formando oggi un movimento autonomo dei contadini deciso a rompere gli antichi rapporti». Sembra di avere a che fare con una dichiarazione di guerra all’ordine costituito, con una sfida rivoluzionaria alla conservazione sociale. Disilludetevi! Subito dopo Sereni-Ruffo esclamava: «Con le forze che già organizziamo opereremo per far sì che la «Bonomiana», i Consorzi Agrari, le Mutue, che sono strumenti dei contadini, siano diretti da contadini negli interessi dei contadini. Questo è il compito principale che dobbiamo assolvere». Tutto qui!
Dal che si vede come «gli antichi rapporti» che Sereni invasato dallo spirito di Ruffo si dichiara deciso a rompere, non siano affatto «rapporti tra classi», ma, al contrario, rapporti tra opposte parti politiche. Tendendo a strappare i coltivatori diretti dalle mani dei democristiani, come pure a impossessarsi dei Consorzi Agrari e delle Mutue, o — per essere più realistici — a spartirsene il controllo con i democristiani, gli strateghi agrari di via Botteghe Oscure non pensano affatto a demolire le istituzioni che sovraintendono alla conservazione dei vigenti ordinamenti sociali nelle campagne. Solo chiedono di modificare la situazione politica esistente, per la quale un solo partito — quello democristiano — monopolizza il controllo della Federconsorzi, delle Mutue, degli Enti Riforma, ecc. «La fine della discriminazione politica»: ecco quello che chiedono! Esigono, cioè, di venire investiti degli stessi diritti e — quel che conta di più delle stesse cariche dei democristiani. Ma come può essere considerato comunista, cioè rivoluzionario proletario, un partito che rimpiange di non godere gli stessi diritti del massimo partito borghese?
Già il fatto che il P.C.I. e il P.S.I. corteggino assiduamente i coltivatori diretti, ai quali cercano di dare ad intendere che Sereni è più idoneo che il democristiano Bonomi a proteggere i loro interessi di categoria, già tale fatto prova da solo la natura e il ruolo controrivoluzionario del trasformismo socialcomunista. Ma se ci fosse qualcuno che ancora non si ritenesse convinto di ciò, questi non potrebbe più dubitarne vedendo in che maniera e verso quali fini viene utilizzata la fiducia cieca che i braccianti agricoli ripongono nei capi della Confederterra. Costoro non considerano i braccianti salariati, che sono i genuini proletari delle campagne, come una classe a sé, avente interessi sociali autonomi e contrastanti con tutto il resto dell’edificio sociale rurale, ma, tracciando un’arbitraria linea di separazione tra i grandi proprietari terrieri e il composito mondo dell’imprenditorato agrario, pretendono che i braccianti agricoli abbiano interessi comuni con i conduttori di aziende agricole. Avviene, pertanto, che la Confederterra accolga nel suo seno, da una parte, la Federbraccianti e, dall’altra parte, la Federmezzadri, lo stesso che dire le organizzazioni sindacali rispettive dei datori di lavoro e dei prestatori d’opera, degli assuntori di manodopera e dei salariati agricoli.
Secondo i capoccioni della Confederterra, i braccianti agricoli avrebbero il dovere di appoggiare i mezzadri, gli affittuari, i coloni nei confronti del proprietario fondiario, per ottenere di costringere quest’ultimo ad usare un migliore trattamento circa il canone di affitto o la quota di mezzadria, a favore dei primi. Ma, ammesso che la lotta antipadronale riesca vittoriosa, e i mezzadri e gli affittuari ottengano di accrescere i loro utili di azienda, come si indurrebbe costoro a pagare un salario maggiore ai braccianti agricoli? Forse con una serie di discorsi di Sereni sulle malefatte del cardinale Ruffo…
Capitale e salario agrario possono intendersi?
Nella stessa riunione solenne fu proprio il segretario della Federbraccianti a lanciare una proposta, naturalmente ‘approvata all’istante dall’assemblea, che viene a provare lampantemente, se ce ne fosse ancora bisogno, la totale assenza di criteri classisti e di concezioni marxiste nei dirigenti raccatta-voti del P.C.I. e del P.S.I. Si tratta di «un patto di intesa tra tutte le categorie lavoratrici delle compagne», Il relativo progetto è tuttora «sottoposto al dibattito e alla approvazione delle organizzazioni di base», come informa l’Unità.
Quando tale «patto di intesa» sarà stato approvato, e sicuramente lo sarà ,dato il funzionamento burocratico delle organizzazioni sindacali socialcomuniste, la marcia dei dirigenti del P.C.I. verso lo snaturamento di ogni carattere e finalità classista del partito comunista, che fu intrapresa al Congresso di Lione del 1926, e che fin dal corso della seconda guerra mondiale ha raggiunto tutte le mete della degenerazione e del tradimento, riceverà la definitiva sanzione formale.
A che mira, dunque, la proposta avanzata dal segretario della Federbraccianti? Costui (vedi Unità del 20-10-1955) tra l’altro «affermava la necessità di stabilire più stretti legami tra le organizzazioni dei lavoratori della terra confederate nella C.G.I.L. e quelle dei contadini aderenti all’Alleanza».
Perciò: proponeva l’immediato inizio di contatti tra gli organismi direttivi interessati, allo scopo di giungere al più presto ad un solenne patto di intesa che sancisca l’unità di azione di tutti gli uomini che vivono del lavoro della terra, dai braccianti e salariati ai mezzadri, ai contadini, ai piccoli e medi proprietari».
Avete letto con attenzione? La Federbraccianti mica è settario al punto da rifiutare di appoggiare persino i piccoli e medi proprietari.
A proposito, a quando assisteremo, signori della C.G.I.L., alla fondazione della Federproprietari? Perché proprio costoro non debbono godere di un’organizzazione autonoma, debitamente confederata, si intende, nella «grande C.G.I.L.»?
Dieci giorni dopo il lancio della proposta dell’«embrassons nous» agrario, gli «organismi direttivi interessati» che il segretario della Federbraccianti aveva invitato a prender contatti, si erano bell’e accordati, sicchè sull’Unità del 29 ottobre c.a. poteva fare bella mostra di sé il «progetto del patto d’intesa » firmato dall’Alleanza Nazionale dei contadini con le organizzazioni ad essa aderenti e dalla Confederterra Nazionale con la Federbraccianti e la Federmezzadri in essa confederate. Il gioco era fatto! Al blocco «agrario-industriale» denunciato da Sereni si opponeva ormai il «blocco» (ci sia concesso di usare provvisoriamente tale termine forcaiolo) tra i braccianti, i mezzadri, i coltivatori diretti di Sereni, gli assegnatari, i contadini del Mezzogiorno (chi sono costoro?) e, dulcis in fundo, i piccoli e medi proprietari amici della C.G.I.L. Ma è chiaro che, mentre il «blocco» tra i capitalisti industriali e ì capitalisti e i grandi proprietari fondiari è un dato di fatto, giacché unica è la natura sociale di lor signori, lo sciagurato coacervo sociale prefabbricato da Di Vittorio e Sereni funziona soltanto sulla carta e nelle tiritere comiziesche, perché, come si vede, in esso sono fatte entrare a viva forza classi sociali che hanno opposti interessi immediati e opposte tendenze di sviluppo storico. Anzi, il grande capitale e la grande proprietà agraria da una parte, e le varie forme dell’imprenditorato agricolo (affittanza, mezzadria, colonia, ecc.) dall’altra hanno in comune interessi fondamentali, giacché ciascuno di essi mangia il plusvalore strappato al bracciantato salariato, anche se per gli uni acquista la forma di rendita e per gli altri quella di profitto capitalista. Viceversa con nessuna delle altre stratificazioni sociali delle campagne — tranne i semi-proletari — i braccianti (proletariato agricolo) hanno interessi in comune, perché essi sono da tutti sfruttati, in quanto salariati, e non sfruttano nessuno.
Le classi sociali che i firmatari del «patto d’intesa» agrario pretendono di affastellare insieme con una misura burocratica, non sono fatte per «intendersi». Se lo facessero, se il capitale e il salario agrario potessero trovare un’«unità d’azione», allora tutto quanto il materialismo marxista sarebbe da buttar via. In realtà, da buttare nella concimaia sono i capi alla Sereni e alla Di Vittorio, i quali pretendono di conciliare classi sociali che tendono ad imprimere, in condizioni sociali normali, un diverso e opposto movimento, al rialzo o al ribasso, di una stessa variabile economica: il salario.
Lo schieramento che il socialcomunismo predica nelle campagne non ha nulla a che vedere con la rivoluzione socialista. Al contrario, esso ricalca lo schema della rivoluzione democratico-borghese. L’alleanza proletario-piccolo-borghese non è, alla scala storica, un’astrazione: nei casi in cui la società è squassata dalla lotta rivoluzionaria contro il feudalismo dominante e, quindi, nell’unico caso storico in cui la piccola borghesia svolge un compito rivoluzionario, tale alleanza, prima che dai teorici, viene impostata dal reale sviluppo dei contrasti sociali: proletari e borghesia giacobina si trovano necessariamente a sparare insieme contro il potere feudale che opprime tutto il resto della società. Allora lo schema anti-Ruffo è valido e funziona. Ma chi detiene in Italia nell’anno 1955 il potere politico?
Quali classi hanno nelle mani lo Stato di Roma? Uno di questi giorni dovremo fare, come abbiamo fatto per l’IRI, l’ENI ed altri organismi burocratico-aziendali del genere, la carta di identità sociale della Federconsorzi, di questa gigantesca impresa capitalista che, a dire della stessa stampa socialcomunista, squaderna ogni anno un bilancio di 900 miliardi di lire e detiene partecipazioni azionarie in più di 80 società industriali. Per ora basti dire che la Federconsorzi è la prova fisica dell’estremo grado di borghesizzazione dell’agricoltura italiana, perché essa assicura l’intima fusione del capitale industriale e bancario da una parte, e del capitale agrario dall’altra parte. Collegata con grossi monopoli dell’industria meccanica e chimica, quali la Fiat e la Montecatini, e fungendo da intermediaria delle quattro grandi banche controllate dal’IRI, cioè dallo Stato, la Federconsorzi anticipa, ricavandone un utile, tutte le voci del capitale di esercizio delle aziende agricole: sementi, concimi, anticrittogamici, insetticidi, macchine agricole e denaro. Necessariamente in regime di assoluto monopolio, tale enorme organismo assoggetta a sé, in maniera totale, gli imprenditori agricoli di tutte le forme e gradazioni. Chi tra questi potrebbe scavalcarla e acquistare altrove, ammesso che possedesse denaro liquido, le sementi e i concimi, l’antiparassitario e le macchine?
Di contro a tale formidabile potenza economico-politica del sereniano «blocco agrario-industriale», le forze sociali coalizzate (sulla carta) nell’assurdo «patto di intesa» tra il proletariato bracciantile e la piccola produzione agricola non possono opporre, ammesso che il truffaldino patto funzionasse davvero in pratica, una potenza finanziaria e politica, non diciamo uguale, ma in qualche modo paragonabile. Con tale bastione reazionario, le forze antiborghesi e socialiste non possono gareggiare, ma soltanto condurre una lotta mortale. Ora domandiamo: è disposta la piccola borghesia agricola italiana ad appoggiare questa gigantesca opera di demolizione sociale che soltanto il proletariato delle città e delle campagne può storicamente intraprendere? Finché si tratta di rendere la vita difficile a Ruffo, intendendo con tale nome la proprietà terriera, finché si tratta di costringere, quando è possibile, i proprietari dei fondi ad accontentarsi di bassi canoni di affitto e di concedere un’alta quota mezzadrile, gli affittuari e i mezzadri, bontà loro, accettano volentieri che i braccianti agricoli di Di Vittorio diano una mano. In tale caso, e solo in tale caso, la formula anti-Ruffo messa in vendita (elettorale) da Sereni, viene da loro, ma non da tutti e non sempre, accettata. È un fatto che, nonostante le contorsioni dell’Ufficio agrario della direzione del P.C.I., i coltivatori diretti che in Italia assommano a sei milioni seguono Bonomi e la Democrazia Cristiana.
Ma che sentimenti la piccola e media borghesia agricola nutre per i braccianti allorché questi premono per ottenere aumenti salariali e il miglioramento delle loro bestiali condizioni di lavoro e di vita?
Che sentiranno per il proletariato agricolo allorché questi si drizzerà alfine in piedi e, respingendo le ideologie forcaiole dello spezzettamento della terra e le parole «tutti proprietari» che democristiani e stalinisti vanno diffondendo insieme, provocherà il crollo delle impalcature sociali che il capitalismo e lo Stato di Roma perpetuano nelle campagne? In quanti minutissimi pezzi volerà il vergognoso «patto d’intesa» stipulato da Sereni e Di Vittorio allorché il proletariato delle città e delle campagne si volgerà alla «formula Lenin» ?
È per evitare, o meglio, per allontanare il momento terribile della resa dei conti, che il P.C.I. e il P.S.I., tesi nel libidinoso sforzo di arraffare voti da tutte le parti e cariche in tutte le pubbliche mangiatoie di questa lurida società che ci circonda, lavorano accanitamente a confondere le idee dei proletari.
L’IRI, l’ENI, la RAI-TV, la Federconsorzi, le Mutue contadine, i mille Enti dello zucchero, del riso, della carta: quali grossi bocconi per i parlamentari arrivisti e lo stuolo infinito di carrieristi e di cacciatori di impieghi lucrosi che gonfiano le file del P.C.I. e del P.S.I! Pur di mettere le mani su tali tesori, così gelosamente posseduti dagli odiati rivali democristiani, i capi socialcomunisti sarebbero disposti, se dipendesse da loro, a ritardare, non di venti e neppure di duecento anni, ma di duecento migliaia di anni la rivoluzione proletaria. Ma questa verrà e polverizzerà i suoi nemici.
Non basterà allora per scampare al disastro produrre le prove di «non aver servito il cardinale Ruffo», egregio signor Sereni. D’accordo, voi e i vostri degni compari non siete per Ruffo — che è solo una morta reminiscenza storica —: ma neppure siete per Lenin. Anzi, siete contro Lenin.
La crisi del Medio Oriente (Pt.2)
Il moto rivoluzionario riprese con la seconda guerra mondiale. Per alimentare il fronte di guerra dell’Africa settentrionale e sostenere, in seguito, il Corpo di spedizione destinato all’invasione della penisola italiana, gli Alleati trasformarono il Medio Oriente in una gigantesca base di operazione, brulicante di unità britanniche e del Commonwealth, di reparti polacchi, francesi, greci, americani e di altre nazioni. Gli effetti sociali che scaturirono dalla presenza duratura di tale massa di armati sono descritti da una fonte non certamente sospettabile di simpatie, diciamo così, «progressiste», e cioé il Journal of the Royal Central Asian Society.
Riferendosi appunto alla permanenza nella regione delle armate alleate, il suddetto organo così scriveva nel gennaio 1945:
«Ne sono risultati contatti sociali di immensa varietà e diversità, che sono continuati per un lungo periodo di tempo, ed i cui effetti furono tutt’altro che effimeri, e non possono venire trascurati.
«Inoltre i soldati alleati hanno speso ingenti somme di denaro, sia individualmente, sia attraverso contratti militari, somme che nel 1942 e nel 1943 hanno superato, ed in certi casi di gran lunga, gli stanziamenti dei bilanci nazionali. Una gran parte di questo denaro messo in circolazione è andato a finire nelle tasche dei negozianti, dei commercianti e dei grandi e piccoli proprietari terrieri. Questi ultimi poi hanno tratto profitto dalla diminuzione dei traffici d’oltremare e dalla conseguente necessità di aumentare la produzione locale di generi alimentari e di elevare i prezzi per attrarre le merci sui mercati.
«L’altro lato della medaglia è rappresentato dalle difficoltà sofferte dalle altre classi, a causa dell’aumento dei prezzi e della scarsità delle merci. Tutti i gruppi sociali il cui reddito è relativamente fisso, come i salariati che non hanno trovato impiego nelle forze armate, i braccianti, i funzionari dello Stato e gli impiegati, hanno subito le conseguenze del diminuito potere d’acquisto della moneta. I governi hanno tentati, disciplinando la distribuzione dei generi alimentari, e in certi casi offrendo sussidi per mantenere fisso il livello dei prezzi, di scongiurare vere e proprie carestie. Queste misure tuttavia non sono state sufficientemente vaste ed efficaci da opporre un freno al formarsi di grandi ricchezze e all’impoverimento di certi classi: i due estremi sono stati più contrastanti e più spiccati di quanto non si sia mai verificato prima.
” Le agitazioni degli operai, sotto forma di scioperi e di dimostrazioni, sono state numerose. Dappertutto, la coscienza delle classi intellettuali si è fatta più sensibile agli appelli della giustizia sociale. Appare chiaro dalla relazione degli osservatori bene informati di ritorno da questi paesi che i problemi sociali destano un interesse quale non si era mai riscontrato; specialmente in Egitto e in Persia.
Si prospetta un periodo cruciale per il Medio Oriente. I redditi di vasti strati della popolazione in particolare degli agricoltori e degli operai che trovavano al lavoro grazie ai contratti militari diminuiranno inevitabilmente, è, a meno che non si escogitino misure adeguate per diventare il pericolo, ci sarà grande disoccupazione. Può darsi che queste condizioni diano luogo a disordini sociali che la guerra stessa ha stimolato “.
Così scriveva nel gennaio 1945, cioè alla fine della guerra mondiale il Journal of the Royal Central Asia Society. A parte una certa terminologia, la efficace descrizione dell’ambiente potrebbe portare la firma di un marxista, giacché le cause degli sconvolgimenti in atto e delle future convulsioni – giustamente previste – non vengono ricercate nel mondo della facile metafisica cui la volgare cultura politica immancabilmente attinge, ma vengono esattamente individuate nella struttura dell’economia sociale. Il Medio Oriente è visto in agitazione permanente, non perché abbiano subito un rimaneggiamento di “valori morali” tradizionali, ma perché la guerra, somministrando una poderosa frustata alle dormienti economia locali, ha provocato sensibili spostamenti nella sovrastruttura sociale. Quel che più nettamente emerge nel quadro storico succeduto la guerra è la dilatazione della sfera della produzione mercantile, cioè della economia di mercato. Che non si tratti di piccola produzione, ma di moderna produzione associata di tipo capitalistico, è dimostrato non soltanto dall’accrescimento degli effettivi proletari, ma dal fatto che la formazione delle classi sociali proprie della società borghese avviene nel quadro dei fenomeni che Marx scoprì e descrisse nella dottrina della ” crescente miseria “.
Il passo della surriportata citazione, nel quale l’autore riferisce che gli estremi dell’arricchimento ad un polo della composita società post bellica presente nel Medio Oriente è dell’impoverimento al polo opposto, sono “più contrastanti e più spiccati di quanto non si sia mai verificato prima“. Quel passo l’abbiamo sottolineato noi, perché riassume da solo tutto il materiale relazionato ne estrae il significato essenziale. Una trasformazione sociale nella quale la concentrazione della ricchezza sociale ( mezzi di produzione di uso collettivo ) si accompagna con l’impoverimento delle classi produttive inferiori, vale a dire con l’espropriazione del piccolo produttore che viene ridotto a possedere sono la forza-lavoro del proprio organismo fisico da immettere nel processo produttivo sociale, non può significare altro che il passaggio del capitalismo, cioè alla forma di società storica in cui i “poveri” sono i proletari ingaggiati dall’imprenditore capitalista. Ma l’industrializzazione e la concentrazione capitalistica, sia pure all’età infantile, non potevano, una volta importata nel “immobile” mondo arabo, che porre la questione della sostituzione dei vecchi reazionari rapporti di produzione. A questa lotta rivoluzionaria tra i “vecchio” semi feudali e dispotico è il “il nuovo” borghese e nazionalista stiamo assistendo. Confusione di aree geografiche e di tempi storici qui non sono possibili: in Asia, in Africa, nei paesi che giacciono ancora al livello coloniale, il ” il nuovo ” verso cui tendere non può essere la dittatura proletari del socialismo. Innalzarsi a tale livello aspettando e, proletariato di Europa e di America, che dal 1917, se non addirittura dal 1871, stiamo fermi e fuori dal campo rivoluzionaria: può spettare anche a quei paesi sono per contraccolpo della rivoluzione occidentale.
La decisa affermazione della natura rivoluzionaria degli avvenimenti che si vanno svolgendo nel Medio Oriente, come in altre regioni dell’Asia dell’Africa può sembrare in contrasto con la chiara nozione dell’enorme potere di controllo di influenza menta dell’imperialismo, di cui non siamo di certo portati a sottovalutare la mondiale potenza. Essendo indiscutibile che le grandi potenze controllano economicamente, e quindi, politicamente, la regione, qualcuno potrebbe rifiutarsi di ammettere l’esistenza di movimenti rivoluzionari nell’ambito di essa per timore di sembrar di abiurare le concezioni marxista dell’imperialismo. Ma di quanto sbaglierebbe! E perché? L’imperialismo, cioè, la moderna fase storica della dominazione capitalistica, incondizionatamente è controrivoluzionario di fronte al proletariato, del quale non può accettare a nessun costo la rivoluzione, ma solo soggiacere ad essa dopo tremenda lotta armata. Ma la stessa incondizionata avversione non può essere dell’imperialismo nei confronti delle rivoluzioni nazionali, le quali possono creare gravi crisi internazionali e fomentare nuove future divisioni del mondo nei blocchi militari intercontinentali, ma non costituiscono una minaccia all’esistenza stessa del capitalismo.
In fondo, una stessa qualità sociale accomuna le vecchie potenze imperialistiche egemoniche e gli Stati nazionali di recente formazione: i rapporti sociali e lo Stato borghese. Per la loro comune origine e natura capitalista, non può esserci contraddizione tra la politica di conservazione dei centri imperialistiche e gli impulsi nazionalistici dei nuovi Stati indipendenti. Né si tratta di una considerazione teorica, giacché la penetrazione americana nel Medio Oriente è la fondazione dello Stato di Israele stanno lì a fornire prove materiali della verità del nostro assunto.
Contrariamente a quanto accaduto al crollo dell’Impero Ottomano, la Gran Bretagna non è riuscita, alla fine della seconda guerra mondiale, a conquistarsi un assoluto predominio nel Medio Oriente. Scemata e quasi del tutto scomparsa e l’influenza della Francia, a seguito dell’elevazione della Siria e del Libano al rango di Stati indipendenti, e specialmente per il generale declino su tutta la linea sofferto dall’imperialismo francese, ma la Gran Bretagna non è rimasta, per questo, la potenza predominante della regione. Ormai la Francia è ridotta in un angolo a mugugnare nei confronti degli alleati-rivali inglese è americano.
Del tutto nuova e la presenza degli stati uniti, i quali soltanto a cominciare dal 1943 – anno in cui gli americani “scoprirono” l’importanza petrolifera della zona – hanno iniziato la subdola erosione delle posizioni britanniche. Né la possente avanzata del capitale americano è avvenuta senza un sordo conflitto con gli Inglesi e, tenuto quanto più possibilmente nascosto, doveva manifestarsi apertamente all’epoca della caparbia opposizione inglese alla campagna del sionismo mondiale della creazione di un ” Centro nazionale ebraico ” in Palestina. Il fermo e costante appoggio, politico e finanziario, concesso dagli stati uniti al movimento nazionale ebraico, rivelò all’epoca il contrasto in atto, successivamente superato, tra le massime potenze anglosassoni. La fondazione dello Stato di Israele che si giovò specialmente del sostegno degli Stati Uniti, stette a dimostrare, oltretutto, una sostanziale diversità nei metodi seguiti rispettivamente dagli inglesi e dagli americani della politica di penetrazione nel Medio Oriente. Infatti, mentre l’Inghilterra si manteneva fedele alla tradizionale impostazione politica tendente all’intesa con le dinastie arabe e alla conservazione dei rapporti sociali esistenti, lo spregiudicato imperialismo americano puntava decisamente sulla carta israeliana e favoriva l’impianto di una moderna repubblica borghese fornendo in tal modo un esempio, non l’uomo nella storia delle sistemazioni nazionali, di come l’imperialismo possa, per i fini della propria politica di conservazione, sblocca rapporti sociali pietrificati e avviare, in zone arretrate, la corsa all’industrializzazione.
È chiaro che qui non si vuole fare una discriminazione tra l’imperialismo americano in inglese a vantaggio del primo. Bisogna intendere la questione dialettica mente, cioè alla luce delle reali contraddizioni capitalistiche. Arrivando buon ultimo nel Medio Oriente e trovando già “piazzati ” cugini britannici, il governo statunitense, chiara sbraita contro gli ” aggressori ” russi, usava gli stessi metodi che costano stanno esperendo, cioè si fabbricava una testa di ponte nella regione da conquistare alla propria influenza. Davanti a gli Stati Uniti non sapeva altra strada. Né doveva risultare un vero e proprio trapianto di capitalismo moderno nelle piaghe desertiche della Palestina, rimaste nell’abbandono per decine di secoli, e doge ritornanti all’antica floridezza dei tempi biblici della bonifica e rimessa a coltura del suolo e l’importazione di una tecnica fra le più progredita del mondo. Bisogna poi tenere presente che nella Repubblica di Israele la rivoluzione industriale capitalista ha raggiunto il limite estremo delle possibilità storiche, costituendo un esempio di ” rivoluzione borghese sino a fondo “, essendo assente ogni traccia di preesistenti rapporti feudali.
Contraddizioni dello stesso ordine di quelle che spingono l’imperialismo americano ad appoggiare la rivoluzione israeliana, costringono la Russia, che pure si atteggia a grande madre di tutti movimenti “progressisti” in atto nelle società soggette a regime semi coloniale, a sostenere l’Egitto che ha compiuto solo a metà una rivoluzione borghese, inquantochè il regime rivoluzionario che in terra oggi al Cairo ha risolto appieno la questione nazionale ottenendo l’evacuazione delle truppe britanniche della zona del canale, ma del tutto trascurato la questione della terra, che continua ad essere posseduta, come al tempo dell’obeso e dispotico Faruk, da una ristretta oligarchia di dati fondisti che sfruttano selvaggiamente il lavoro dei “Fellah” nilotici. Succede così che la Russia costeggia la Repubblica di Israele, la cui agricoltura rassomiglia per via della famosa ” fattorie collettive” ( kibbutz) alla decantata “agricoltura colcosiana” e fornisce armi all’Egitto che perpetua rapporti di produzione e agricoli che appaiono arretrati persino nei confronti dello zarismo. Ma di tali incongruenze si meraviglia chi veramente crede alla diversa composizione sociale degli Stati del blocco americano-occidentale e di quello russo-orientale, e si illude che lo scontro tra le opposte formidabili coalizioni, che oggi stanno scavando abissi di rivalità anche nel Medio Oriente, debba decidere della lotta di classe tra capitalismo e socialismo.
In successivi articoli esamineremo nei dettagli le questioni che stanno bruciando sul posto, e in particolare ci soffermeremo sul conflitto tra Israele e dei Egitto, che tanti tratti in comune presenta con le passate guerra di sistemazione nazionale combattuta nel secolo scorso in Europa. In questo articolo dobbiamo, per ragioni di spazio, guardare panoramica mente di avvenimenti. Ma prima di chiudere vogliamo esporre in cifre la situazione cui è arrivata la sotterranea concorrenza tra inglesi e americani.
Le Nazioni Unite hanno pubblicato recentemente uno studio sulle condizioni economiche del Medio Oriente, e, in particolare di sette paesi della zona: Egitto, Iraq, Iran, Israele, Libano, Siria e Turchia. Da esso si recava che è in atto nella economia di questi paesi una tendenza alla espansione, con particolare evidenza nel settore petrolifero. Risulta, difatti, che nel periodo tra il 1945 e il 1954 le riserve accertate di olio minerale sono passate da circa 5 miliardi a 12 miliardi e mezzo di tonnellate ( dal 40 al 60% delle riserve mondiali), la produzione da 36 milioni a 136 milioni di tonnellate ( dal 9,4 al 19,7 del totale mondiale), l’attività di raffinazione da 41,5 milioni di tonnellate nel 1947 a 67 milioni nel 1954.
Per lo stesso periodo 1945-1954, il totale degli investimenti esteri assomma ad un totale di 3.823.000.000 di dollari. Da tale massa finanziaria le quote destinate al solo settore petrolifero hanno raggiunto la somma di 2 miliardi e 200 milioni di dollari, paria circa 58% del totale. La somma rimanente comprende gli aiuti militari e le donazioni private. Naturalmente alla testa dei Paesi esportatori di capitali figurano le potenze occidentali, e il primo posto è detenuto dagli Stati Uniti che da soli hanno contribuito per 2 miliardi 595 milioni di dollari ( Relazioni Internazionali, e n. 31).
Ne hanno percorso di strada i magnati di Wall Street è soltanto nel 1943 cominciarono ad interessarsi nel Medio Oriente! Nel periodo tra le due guerre, la Gran Bretagna e altri stati europei condussero senza troppo rumore le loro attività di ricerca e coltivazione di giacimenti, finché è sulla zona non si rovesciò il capitale americano, aggravando le condizioni di instabilità sociale che gli inglesi con loro raffinato fiuto politico avevano denunciato sin dalla fine della guerra.
Mentre scriviamo, la grossissima questione del Medio Oriente stalle esame del Consiglio dei Ministri degli Esteri di Stati Uniti, Russia, Francia e Inghilterra. Ma mentre i medici discutono, la malattia progredisce. L’ultimo atto – in ordine di tempo – della serata lotta in corso è costituita dalla firma di un patto di mutua assistenza tra l’Egitto e la Siria. Le parti contraenti hanno creato un comando militare unico, per cui l’organizzazione delle forze armate sarà finanziato da un fondo comune al quale l’Egitto contribuisce per il 65% e la Siria per il 35%. Avvarrà dunque delle armi cecoslovacche e russe serviranno a rafforzare per vie traverse anche l’esercito siriano? Un analogo patto l’Egitto ha concluso il 27 ottobre con l’Arabia Saudita, mentre la Siria e il Libano preparano piene di comune difesa. Ma l’evidente tentativo egiziano di procedere nell’accerchiamento militare della Repubblica di Israele – che al momento attuale dispone di una potenza militare superiore a tutte le forze armate degli stati arabi confinanti – non ha avuto piena riuscita. Infatti, l’Iraq che fin dal principio dell’anno si è definitivamente staccato dall’Egitto, influenza, per i vincoli dinastici che uniscono le monarchie hascemite, la politica della Giordania, che evidentemente pencola, anche per influsso della politica britannica, verso le posizioni occidentaliste.
La corsa gli armamenti continua. Corrono voci che i primi carichi di armi ceche e russe siano stati sbarcati nei porti egiziani e che siano arrivati di già nella zona di Gaza, punto di massimo attrito negli opposti schieramenti israeliano ed egiziano. Da parte sua l’Inghilterra sta rafforzando il dispositivo del Patto di Baghdad: era recente l’annuncio dato dal Daily Mail circa l’invio di aerei a reazione, carri armati e cannoni di tipo recente nel Iraq. ” È questa la nostra risposta alla decisione dell’Egitto di accettare armi dalla Cecoslovacchia e dall’U.R.S.S.” commentava soddisfatte minaccioso il giornale londinese. Il 30 ottobre la radio di Cipro ha annunciato che l’Inghilterra ha fornito alla Giordania 10 caccia a reazione tipo ” Vampire ” che formeranno il nucleo delle nuove forze Giordania. Frattanto il governo di Tel-Aviv fa pressioni sul governo americano per ottenere altri rifornimenti di armi.
Nessuno può dire se cannoni spareranno. Ma certo è che il futuro fronte della terza guerra imperialistica passa già per il Medio Oriente.
Struttura economica e sociale della Russia d'oggi (Pt.10)
Parte I. Lotta per il potere nelle due rivoluzioni
85. Sconfitta nelle strade e repressione
Non è nel nostro attuale compito fare la cronaca delle giornate del luglio 1917. Nel già tanto ampio nostro sviluppo ci interessa ricordare gli avvenimenti soprattutto per mettere in evidenza l’avvicendarsi delle fasi e le valutazioni che a volta a volta il partito dette di esse (o ne dettero sue parti e correnti) in ordine ai principi teorici generali, e alla sua organica e decennale visione della rivoluzione russa.
Come abbiamo già accennato le due giornate di attività delle masse, soprattutto di Pietrogrado, nelle piazze, furono il 3 e 4 luglio (16–17). I lavoratori spontaneamente e violentemente reagirono a vari fatti che abbiamo illustrati: la coalizione sempre più stretta dei menscevichi e socialrivoluzionari con i cadetti borghesi e altri partiti di centro, lo scatenamento della folle offensiva al fronte voluta da Kerenski.
La versione che dettero in combutta borghesi e opportunisti fu che i bolscevichi, vista battuta all’esecutivo dei Soviet, che sedeva dal 3/16 giugno, soprattutto per la tuttora grande influenza di social-populisti e menscevichi in provincia e nelle campagne, la loro tesi per l’assunzione del potere da parte dei Soviet stessi, e la rottura della coalizione coi borghesi nel governo provvisorio, rispondessero alla sconfitta nel voto col deliberato ricorso alla forza; il tutto condito da calunniosi attacchi agli agenti dei tedeschi, e perfino dello zarismo! Ma tutte le storie, su tal punto, ci confermano che questo non era vero, e che non solo il partito non aveva affatto preparato questo immediato cambiamento di fronte, ma fece di tutto per evitare, in quel momento, lo scontro generale.
In realtà masse di operai di Pietrogrado e di soldati e marinai della flotta, in armi e padrone per due giorni della città, si assembrarono intorno al Palazzo di Tauride dove sedeva il Comitato Esecutivo dei Soviet e inviarono di continuo delegazioni minacciose che esigevano la fine della coalizione di governo, la pace e la fine delle offensive al fronte, e tutte le altre misure che collimavano con la posizione dei bolscevichi. Tra gli agitatori, oltre ad operai bolscevichi più impazienti ed estremisti, non mancavano operai anarchici, e anche agenti provocatori sia dei bianchi, sia degli stessi traditori socialistoidi, che premeditavano il contrattacco ai bolscevichi.
Fatti principali furono la richiesta del reggimento dei mitraglieri di assalire ed arrestare il ministero, l’assedio alla fortezza di S. Pietro e Paolo, la materiale presa di possesso del quartiere rosso di Vyborg e della base navale di Kronstadt. Ma Trotsky e Stalin concordano nel dire che i dirigenti bolscevichi e il Comitato Centrale si adoperarono per fermare tali azioni armate e di vera guerra civile.
Fatti principali della subito scatenata repressione furono gli interventi di forze armate chiamate da Kerenski: gli junker, il reggimento di Volinia (quello che in ottobre doveva far traboccare la bilancia dalla parte della rivoluzione) al cui arrivo i vari Tsereteli deponendo paura e maschera proclamarono la nuova coalizione governativa, identica alla prima; la devastazione delle redazioni e stamperie dei giornali bolscevichi, in cui l’operaio Vojnov fu trucidato. Le guardie rosse operaie vennero disarmate, le unità militari più rosse fatte partire per il fronte. Si iniziò l’onda di arresti, cui fu sottratto Lenin. Fu annunziato il grande processo per «alto tradimento». Il partito era messo fuori legge, gli operai dovettero indietreggiare.
Come il partito giudicò tale nuova fase e quale strategia si fissò per l’avvenire? Noi qui siamo intenti a provare che il filone conduttore era lo stesso dal 1900. Ma le fasi furono molte ed alterne. Da febbraio ad aprile tolleranza larvata della coalizione borghese-operaia e della guerra, propositi di riavvicinamento ai menscevichi (cose che hanno storico nome da Kamenev-Stalin, senza che i posteriori schieramenti in campi opposti dei due nomi, uno di vittima, l’altro di giustiziere, le abbiano potute cancellare). Da aprile a giugno, dopo il ritorno di Lenin, ripresa sul filone rivoluzionario «classico» e chiarificazione di tutte le tesi e posizioni con la strategia di azione legale e pacifica per conquistare il Soviet, e da questo far conquistare, avocare a sé, il nuovo potere dello Stato. In luglio sconfitta dentro il Soviet, ira delle masse lavoratrici, offensiva dei rinnegati traditori della classe operaia, momentanea disfatta di questa, tentativo del governo borghese di annientare il partito.
86. Congresso clandestino
Sarà nell’Ottobre che Lenin, afferrati per la collottola i dissenzienti, urlerà che non vi è un minuto da perdere, che non è l’ora di consultazioni, che vadano a farsi strafottere anche il congresso dei Soviet, anche quello del Partito, anche il voto del Comitato Centrale, e l’opinione cogliona delle maggioranze; che si deve nella notte che trascorre (dal 24 al 25 ottobre – dal 6 al 7 novembre) finire il governo nemico, o sparire dalla storia.
Ma in questa fase di indietreggiamento è di sommo interesse seguire le reazioni del già detto VI congresso del partito (che seguiva a dieci anni il V di Londra e che si tenne dal 13/26 luglio al 3/16 agosto).
Questo fu anzi preceduto da una conferenza delle organizzazioni bolsceviche di Pietrogrado, che era stata interrotta dalle dimostrazioni, e si concluse tra il 4 e il 7 (17 e 20) di luglio. Gli animi erano eccitati: la conferenza nella prima fase aveva fatto di tutto per frenare le masse impazienti, adesso si discuteva ardentemente se il rovescio era stato decisivo e si apriva la fase della vittoriosa controrivoluzione. La maggioranza seguì uno dei più valorosi bolscevichi, Volodarskij, che rifiutava accanitamente di ammettere che la controrivoluzione ci avesse vinti. La sua risoluzione in questo senso fu accettata con 28 voti contro 3, ma con ben 28 astenuti. Chi fosse Volodarskij, ben altro che uno specialista presentatore di ordini del giorno, lo dicono queste tremende parole di Trotsky, che mostrano come il partito rivoluzionario può in dati casi opporsi allo scatenamento della guerra civile, ma a battaglia perduta è il primo alla riscossa:
«L’umore disfattista delle masse durò solo poche settimane. Aperte agitazioni ripresero alla metà di luglio, quando nei piccoli comizi in diverse parti della città apparvero tre audaci rivoluzionari: Sluckij, che fu più tardi ucciso dalle guardie bianche in Crimea, Volodarskij, ucciso dai socialrivoluzionari a Pietrogrado, Evdokimov, ucciso da Stalin nel 1936».
Poniamo in alto la memoria del compagno Volodarskij, più che per la fine a mani di un traditore del proletariato, per la poderosa impostazione alla conferenza di Luglio, braccata dai camelotti del capitale. E non condividiamo i giudizi che seguono in Trotsky.
I documenti che oggi abbiamo, tra cui articoli scritti in luglio e pubblicati in settembre a Kronstadt (ove non si era osato sopprimere la stampa, come pare che il birro Kerenski non osò stuzzicare Vyborg facendo sciogliere il congresso immediatamente successivo alla conferenza) stabiliscono come Lenin giudicò immediatamente e senza alcuna incertezza la situazione del momento.
La Storia ufficiale a questo punto mette Stalin al primo piano nel VI Congresso e gli attribuisce la paternità della diagnosi del passaggio dalla fase legale a quella di guerra civile, e ancora una volta l’enunciazione che la rivoluzione deve volgersi alla costruzione del socialismo. Ma Trotsky documenta come Stalin, che solo o quasi era collegato col nascosto Lenin, possedeva le «Tesi di Luglio» scritte subito da Lenin che nessuno ha più viste, né sono state mai pubblicate. Evidentemente il testo di queste si può desumere dai detti articoli, ed è pacifico che Stalin non enunciò queste scoperte, ma, fatto avvisato dal passato, si fece portavoce pedissequo di Lenin.
Inoltre se risulta che alla Conferenza di Pietrogrado Stalin, benché relatore sul momento politico, si oppose alla risoluzione di Volodarskij che negava la vittoria della controrivoluzione, non si vede come abbia potuto apparire lui quello che tracciava la fase futura di guerra civile rivoluzionaria.
87. Ancora un bilancio della rivoluzione
Siamo in presenza di tre presentazioni storiche che possiamo dire di Lenin, Trotsky, Stalin. Gli ultimi due dicono che la loro è quella di Lenin, anzi sostengono in un certo senso che Lenin abbia indicata una strada su cui essi si erano già messi, quella dello sviluppo non pacifico ma insurrezionale della rivoluzione apertasi col febbraio.
In verità Trotsky e Stalin hanno una posizione comune: quella cioè che nel corso del 1917 Lenin abbia modificata e rinunziata la sua tesi del 1905 sulla dittatura democratica del proletariato e dei contadini poveri. A questo proposito Trotsky rivendica una sua tesi antica, che invero sostenne dal 1905: la rivoluzione permanente, ossia una serie ininterrotta di guerre di classe che vadano, come enunciò Marx per la Germania del 1848–50, dalla rivoluzione chiaramente borghese, sostenuta dal proletariato, ad una rivoluzione chiaramente proletaria. Stalin poi rivendica una tesi che sviluppò molto dopo, almeno sette-otto anni dopo, ossia che, avendo la prima rivoluzione esaurito i compiti borghesi, la seconda avrebbe avuto per contenuto l’instaurazione nella sola Russia della società socialista integrale.
Va subito notato che la costruzione di Trotsky sta sul piano politico e non si discosta da quella di Lenin, in quanto con lui ritiene che la chiusura della rivoluzione permanente non si avrà che in parallelo di una rivoluzione socialista europea.
Ma Trotsky ha con Stalin torto quando sostiene che Lenin abbia spezzata la linea del 1905. Le rivoluzioni in Lenin – e nella storia – non sono né due autonome storicamente e socialmente, né una a lungo sviluppo: esse sono tre. Rivoluzione antifeudale condotta dalla borghesia con l’aiuto degli opportunisti piccolo-borghesi – rivoluzione democratica ma condotta, contro i primi, dal proletariato rivoluzionario – rivoluzione anticapitalista coincidente con la rivoluzione proletaria «pura» nell’Occidente.
Il secondo punto di Lenin, politicamente e quanto al potere. contiene già un lato della rivoluzione socialista e costituisce la sola via al socialismo. Il terzo punto solo conduce alla trasformazione socialista dell’economia europea e russa.
Trotsky riporta che Volodarskij, dopo aver presa la giusta posizione sulla questione della battaglia di Luglio
«continuò in sostanza a difendere lo schema bolscevico della rivoluzione del 1905: prima la dittatura democratica, poi l’inevitabile rottura col contado; e nell’eventualità della vittoria del proletariato in occidente, la lotta per una dittatura socialista».
Poi dice che
«Stalin appoggiato da Molotov e da alcuni altri difese la nuova concezione di Lenin: soltanto la dittatura del proletariato, appoggiandosi ai più poveri tra i contadini, può assicurare una soluzione ai compiti di una rivoluzione democratica e nello stesso tempo aprire l’era delle trasformazioni socialiste».
Strano che in un libro scritto per demolire Stalin si debba dargli ragione dove ha marcio torto, cioè nel farlo banditore di una nuova concezione di cui per tanti decenni si menerà enorme scalpore! Qui non deploriamo la formula di «aprire l’era» che era in Lenin ed anche in Marx (vedi in «Russia e teoria marxista» a proposito del «segnale alla rivoluzione dei lavoratori in Occidente») ma contestiamo che il 1917 abbia apportato una diversa e nuova concezione della via storica in Russia, e tanto meno in Lenin. Di cui vedremo subito le originali formulazioni.
Né può Trotsky dire:
«Stalin aveva ragione contro Volodarskij, ma non sapeva provarlo».
Sarebbe stata piccola cosa. Né è giusto aggiungere:
«D’altra parte, rifiutando di riconoscere la decisiva vittoria della controrivoluzione borghese, Volodarskij provò di aver ragione contro Lenin e Stalin»
Volodarskij aveva ragione e aveva diritto di richiamarsi a Lenin: è Stalin che non aveva diritto di farlo allora (e se ne stette zitto al momento del voto) e tanto meno lo ebbe dopo di far raccontare che dette lui per primo l’ordine di rotta: e adesso la prora sulla guerra civile!
88. L’orientamento da Lenin
Desumiamo quanto sopra affermato dallo stesso testo di Trotsky: quando Volodarskij vide che Stalin era relatore dichiarò: il rapporto dovrebbe farlo Lenin, oppure Zinoviev. Quando poi i 28 si astennero, dichiararono che lo facevano per non aver potuto leggere le tesi di Lenin, e perplessi per l’esitazione di Stalin. Solo che avessero saputo che Lenin pensava come Volodarskij, il voto sarebbe stato unanime.
L’opera dell’imboscato Lenin fu ancora una volta mirabile. Qui Trotsky lo riferisce da pari suo:
«Benché la sua lontananza lo facesse non di rado cadere in errori di tattica, questa stessa lontananza gli permetteva di definire nel modo più sicuro la strategia del partito»
Una grande verità che mostra come la direzione di una rivoluzione tutto è fuori che un palcoscenico da esibizione drammatica. Il che non ancora un secolo ha capito.
Abbiamo di Lenin questi testi: «Sulle parole d’ordine» scritto in luglio e poi apparso in opuscolo, crediamo a Kronstadt; «Gli insegnamenti della rivoluzione» scritto in fine luglio e pubblicato in settembre nel giornale «Rabocij» (I Lavoratori), e in opuscolo. Lo studio di questi testi basta a chiarire, a distanza di tempo, le questioni che il partito affrontava in quel torno al VI congresso, anche se la redazione in tesi non si possiede più.
Il primo articolo enuncia quella che nella Storia ufficiale viene sbandierata come geniale innovatrice nuova consegna data da Stalin: la parola d’ordine: tutto il potere ai Soviet, su cui abbiamo lottato da Aprile a Giugno, va liquidata. Lenin si rese da allora conto di quanto sarebbe accaduto. In questi casi si ha il malvezzo di dire: si sbagliò e fece male ad Aprile a dare quella parola, che produsse effetti deleteri (disfatta a Luglio). Ed in questo stesso senso il giudizio popolare sbaglierà quando in settembre si darà di nuovo la stessa parola d’ordine del potere ai Soviet, inducendo che si fosse risbagliato in Luglio a metterla via… È un ragionare come quello di moderne opinioni fasulle sul tipo dell’americana: la politica è l’arte di inventare e lanciare appropriati slogan della forza di quelli: Meglio del brill non c’è che il brill, oppure: Non è risotto se non c’è l’otto. Chi li imbrocca guadagna la grande partita politica ed il successo, poiché le masse, incitrullite, prendono a danzare su quei ritmi il can-can della storia…
Ben altra dialettica c’è nelle posizioni di Lenin, come ad esempio nella critica del blanquismo che, come ricordammo, gli serve in Aprile contro i cosiddetti sinistri, e nella difesa del blanquismo, ossia della marxista definizione di arte dell’insurrezione, in Ottobre, contro i disfattisti-pacifisti.
Le apparenti contraddizioni nella mente del fessame si lasciano invece collocare magnificamente sul cammino di una stessa visione dottrinale, ne confermano l’unità e continuità potente, invitano gli apportatori di nuove concezioni, passate o postume, generose o tendenziose, a risparmiarsi il disturbo.
L’esposizione di Lenin chiarisce che, mentre nella prima fase era possibile prevedere il passaggio del potere ai Soviet in maniera pacifica, nella successiva l’abbandono del potere da parte del governo borghese è impossibile senza lotta. Ora la parola di questa lotta violenta non può essere quella del passaggio del potere dal vinto governo al Soviet, perché gli attuali Soviet (Luglio) sono «montoni condotti al mattatoio» in quanto stanno nelle mani dei menscevichi e socialrivoluzionari, la cui azione ha, sola, permesso il passaggio del potere alla borghesia controrivoluzionaria.
Già in questa concezione è contenuto il futuro obiettivo che, quando i Soviet dalle mani degli opportunisti verranno in quelle dei rivoluzionari (i bolscevichi), si avanzerà la rivendicazione che sia ad essi dato il potere dello Stato. È un caso di negazione della negazione. Ma non nel senso di un ripentimento, che annulla il primo pentimento, bensì nel senso dialettico del passaggio su un piano superiore: in ottobre non si tratterà più di passaggio pacifico del potere ai Soviet, bensì di passaggio violento, insurrezionale, condizionato dal rovesciamento armi alla mano del potere borghese.
Lenin insiste sul fatto che la formulazione della parola di azione immediata va fatta non secondo criteri generici ma in relazione alla situazione concreta, non in forza della natura del Soviet in astratto, ma di quella dei Soviet che di fatto sono presenti. Potrà anche avvenire, se l’evoluzione avrà un certo corso degenerativo, che dei Soviet come forma del potere della classe operaia in avvenire non si abbia più a parlare. Non è la forma ma il contenuto della Rivoluzione che interessa. Il contenuto di ogni rivendicazione si giudica dal suo carattere di classe: un Soviet nelle mani di borghesi o servi di borghesi è un cadavere di Soviet:
«allora vuol dire che essi sono degli zeri, delle marionette, che il potere reale non è nelle loro mani»;
allora, cioè in risposta all’obiezione che non è il Soviet, e per avventura Černov e Tsereteli come persone, che hanno fatto sparare sui lavoratori dimostranti.
Grave errore è nei partiti del «Leninismo» e della «bolscevizzazione», che interpretano questa aderenza delle parole di azione ai caratteri immediati delle situazioni di forza, come un’inclinazione corriva a mutare e rifabbricare di volta in volta nuove ideologie e teorie del partito!
89. Storia dell’oscillante potere
Ed infatti Lenin spiega le vicende del gioco di forza tra Soviet e borghesia rifacendosi al più puro filone teoretico. Lo Stato, egli dice, secondo Engels, consiste innanzi tutto «di reparti di uomini armati, con accessori materiali come le prigioni…».
Subito dopo la rivoluzione di febbraio tale attrezzatura era nelle mani della monarchia zarista e delle classi feudali. Tale attrezzatura fu infranta ad opera delle masse operaie e contadine che rapidamente si organizzarono in spontanei gruppi armati e presero ovunque localmente il potere, aprendo una fase di libertà completa, il che in concreto significò che ogni corrente politica antifeudale poté organizzarsi senza disturbo di sbirri e prigioni.
I Soviet, già noti dal 1905, sorsero subito ovunque e si cominciarono a dare una tessitura per tutta la Russia: se avessero tenuto nelle mani il potere centrale nessuno avrebbe potuto vietarlo con mezzi di coercizione, polizia e imprigionamenti. Ma da un lato la borghesia capitalista e terriera cominciò a costituirsi il proprio potere, in forme aderenti a quelle soppresse: ministero tra i gruppi della già Duma non di destra, comitati pseudo-parlamentari – dall’altro i partiti dominanti tra la classe lavoratrice lasciarono istituire il dualismo del potere, e lo amministrarono fuori del Soviet in una coalizione coi borghesi. Nel periodo fino al 18 giugno il Soviet avrebbe potuto decidere di rompere il dualismo formando nel suo seno un governo di partiti operai, sia pure non rivoluzionari: in quei mesi non avrebbe potuto la borghesia vietarlo con atti di forza. Di più, dice Lenin, anche in modo non violento poteva procedere la lotta tra questi partiti piccolo-borghesi e il partito proletario rivoluzionario, se i Soviet, invece di essersi da sé esautorati, avessero avuto in mano il potere dello Stato, il controllo di tutti i reparti armati.
La politica degli opportunisti ha svuotato queste possibilità storiche: il governo civile e soprattutto militare ha posto i suoi comandi fuori del Soviet, ha avuto il controllo dell’esercito, della burocrazia e della polizia: in ogni sforzo di classe di opposizione ad esso, menscevichi e socialrivoluzionari hanno fatto sì che il Soviet ne ratificasse gli atti.
Si è giunti al punto che un tale governo ha potuto usare a suo modo i reparti armati e le prigioni: la fase di libertà di agitazione è finita, si è sparato sulle masse, si sono soppressi giornali, fatti arresti, ecc.
In tale situazione ci sono due sole vie: o la controrivoluzione borghese (non ancora bianca, zarista) conserva il potere armato e toglie ogni libertà di azione al proletariato, o questo rovescia con la forza il governo controrivoluzionario coi suoi alleati opportunisti.
Socialmente parlando Lenin spiega la questione col fatto che la piccola borghesia, secondo Marx vile ed oscillante sempre, si è alleata con la borghesia.
Con il potere nelle mani dei Soviet, sarebbero potuti avvenire per via pacifica il distacco della piccola borghesia dalla borghesia ed un’intesa tra essa e il proletariato. Ma i partiti di essa divenendo, coi loro capi, servi della borghesia stessa, hanno chiusa la via ad ogni soluzione non guerreggiata di questi rapporti.
Quindi oggi la parola d’ordine non sarà, Lenin dice, tutto il potere ai Soviet, bensì «lotta decisiva [ossia distruttrice ed armata] alla controrivoluzione che ha preso il potere»
90. Risposta ad obiezioni tattiche
Lenin stesso prevede che gli si dirà: Siamo di opinione che non sia ancora il momento di metter mani alle armi di guerra civile: se cambiamo ora in tal modo la parola d’ordine ci presteremo ad iniziative imprudenti e al gioco della provocazione. Lenin risponde che gli operai russi sono ormai abbastanza sicuri e consapevoli: comunque è il momento di non sottacere affatto che occorre la ripresa integrale della lotta armata, in quanto solo il proletariato rivoluzionario avrà la forza di battere la controrivoluzione.
Con ciò ribatte anche una seconda obiezione: Quando abbiamo dichiarato che non avremmo attaccato in armi un governo su base sovietica di menscevichi e socialrivoluzionari staccatisi dalla borghesia parlamentare, abbiamo mostrato alle masse di ritenere che questi movimenti piccolo-borghesi potevano essere accetti come alleati. Come ora denunziarli quali nemici, e quale nemico anche lo stesso Soviet che essi controllano? Se la reazione borghese, e peggio zarista, attaccasse anche costoro, e volesse sciogliere i Soviet, resteremmo noi indifferenti? Ma la risposta anche qui non ha incertezza alcuna.
Noi sappiamo, dice Lenin, che i capi di questi partiti faranno la fine che dovevano fare: tuttavia ciò non ci impedisce di difendere le masse contadine e del popolo minuto contro gli attacchi della reazione sia capitalista che feudale. E qui nettamente disegnata la fase che verrà con Kornilov poco oltre.
«Sarebbe un gravissimo errore credere che il proletariato rivoluzionario sia capace per vendetta, se così può dirsi, contro i socialrivoluzionari e i menscevichi – che hanno dato il loro appoggio al massacro dei bolscevichi, alle fucilazioni al fronte ed al disarmo degli operai – di rifiutarsi di appoggiarli di fronte alla controrivoluzione [bianca, feudale]. Porre così la questione vorrebbe dire, innanzi tutto, attribuire al proletariato concezioni morali piccolo-borghesi (perché il proletariato appoggerà sempre, se sarà utile alla causa, non solo la piccola borghesia esitante, ma anche la grande borghesia)»,
ma soprattutto sarebbe un errore velare il fatto che i controrivoluzionari,
«i Cavaignac […], i nuovi detentori del potere, possono essere vinti soltanto dalle masse rivoluzionarie, e queste possono muoversi a condizione non solo di essere dirette dal proletariato, ma di sottrarsi all’influenza dei socialrivoluzionari e dei menscevichi, traditori della causa della rivoluzione».
Lenin ha risposto richiamandosi a direttive classiche del marxismo. Fino a che la minaccia feudale è in piedi (lo sarà con Kornilov e molto dopo) il proletariato appoggerà la piccola borghesia e la borghesia (in Marx perfino la grande contro la piccola, spesso alleata ai feudali). Ma esso ricorderà la lezione dei Cavaignac, dei generali e ministri della repubblica del 1848, che dopo aver vinto in febbraio con la forza proletaria massacrarono ferocemente in giugno gli operai di Parigi; e non vedrà la sua vittoria che nella finale distruzione di questi alleati di un momento di passaggio.
Seguendo questi documenti, non redatti a freddo come in lontana analisi storica, ma nel divampare delle battaglie, si deve saperli collocare nella dialettica serie. Il Partito sa dal principio quale sarà il decorso: dovrà fare da alleato ai borghesi e talvolta salvare essi stessi (come da Kornilov), ma sa che deve finire col disperderli; sa che dovrà trascinarsi come alleati i partiti piccolo-borghesi, ma che i loro capi tradiranno e dovranno essere battuti, e le stesse classi che stanno sotto alla fine si porranno contro il proletariato.
Ma nei proclami esterni queste tappe dell’azione sono annunziate quando i successivi dati contenuti nella dottrina sono entrati nell’esperienza delle masse spinte nella fornace rivoluzionaria: da febbraio a giugno si dichiara possibile un governo di dittatura democratica di proletari e contadini anche sulla base di un fronte di partiti di sinistra; fatto il fronte a destra, la formula sociale non viene affatto buttata via – in divergenza da Trotsky e da Stalin – ma la rottura coi partiti populisti e menscevichi è proclamata irrevocabile: ogni contesa pacifica con essi anche sul piano dei Soviet viene esclusa.
Con ciò, quando la inanità di queste forze politiche avrà loro tirato addosso i generali dello zar che mordono il freno e mirano a sbaragliare Soviet e ministeri parlamentari, saranno gli operai rivoluzionari e il partito bolscevico che, prese le armi, faranno mordere la polvere a quelle armate della reazione, e salveranno, ma per ben stritolarlo loro a suo tempo, il potere kenrenskiano.
Tutto ciò non fa una grinza come strategia rivoluzionaria. Tutto ciò non è in nessun modo da giustificare con teorie improvvisate in pretesi svolti imprevisti, anche se tutte le previsioni teoricamente raggiunte non si mettono negli stessi tempi al centro dell’agitazione.
91. La conclusione di Lenin
Il secondo scritto sviluppa più ampiamente questi stessi concetti ed in modo speciale quello marxista dell’instabilità della piccola borghesia e dell’insuperabile carattere piccolo-borghese dei contadini.
Dal tutto a luce meridiana risulta che non fu opera di Stalin passare dalla parola del periodo pacifico a quella del periodo di guerra civile, e che tra l’altro la nuova svolta consisteva in diversa posizione (e prevista tappa) del Weg zur Macht, del cammino che conduce al potere, giammai in una nuova versione del programma sociale immediato della rivoluzione russa e del partito bolscevico, e tanto meno nella dichiarazione che, solo per avere smascherato i partiti piccolo-borghesi, si sia d’un tratto passati ad affermare – quasi, come diceva Lenin, per fare ad essi dispetto – che si attuerà in Russia e senza l’appoggio europeo un socialismo totale (unipaesista), volgare balla fabbricata ben posteriormente.
Ecco infatti come Lenin chiude:
«L’insegnamento della rivoluzione russa è questo: le masse lavoratrici non si salveranno dalla ferrea morsa della guerra, della fame e del giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, se non rompendo completamente con i partiti socialrivoluzionario e menscevico, prendendo chiara coscienza della funzione di tradimento di questi partiti, respingendo ogni accordo con la borghesia, schierandosi risolutamente accanto agli operai rivoluzionari. Solo gli operai rivoluzionari, se saranno sostenuti dai contadini poveri, potranno spezzare la resistenza dei capitalisti, condurre il popolo alla conquista della terra senza indennità, alla libertà completa, alla vittoria sulla carestia, alla vittoria sulla guerra, ad una pace giusta e duratura».
Non v’ha dubbio alcuno che, mentre col luglio la condanna degli opportunisti è ormai clamorosa e pubblica ed apertamente irrevocabile, e il ricorso alla violenza è parimenti dichiarato inevitabile, le rivendicazioni sono ancora politicamente sul piano democratico e socialmente non ancora sul piano socialista: tutte, ad ogni passo, tuttavia conclamate in quanto si pongono sul cammino, politicamente al potere integrale del partito proletario, socialmente alla società socialista internazionale.
Falso completo quindi quello della Storia che ci fa vedere Stalin, dopo aver abilmente – ciò è innegabile – messo Lenin al sicuro, prenderne il posto e dettare lui le norme della nuova strada!
Del resto la stessa Storia dice che il Congresso pose come punti essenziali della piattaforma economica del partito: la confisca delle terre di tutti i proprietari fondiari, la nazionalizzazione delle banche e della grande industria, e il controllo operaio sulla produzione e la ripartizione, ossia misure solite pre-socialiste; altri scritti e documenti mostreranno che ancora in Ottobre la nazionalizzazione è richiesta del tutto limitata e in forme borghesi.
92. Ancora il sesto congresso
Malgrado il difficile momento, convennero 157 delegati: il numero degli iscritti era passato a 240 mila aderenti. Il partito aveva 41 giornali; strano che il principale («Pravda») non stampasse per tutta la Russia che 320 mila copie.
Erano assenti perché in prigione o fuggiaschi Lenin, Trotsky, Lunačarskij, Kamenev, Kollontaj e moltissimi altri. Presenti erano, tra i più noti, Sverdlov, Bucharin, Stalin, Molotov (peccato che non lo si può spiombare dalle conferenziali gommepiume per chiedergli un po’ come davvero andò la cosa!), Vorošilov, Ordžonikidze, Jurenëv, Manuilskij.
Sverdlov tenne il rapporto organizzativo del Comitato Centrale. Stalin ripeté i rapporti fatti alla Conferenza di Pietrogrado: attività politica e stato del paese. Dichiarò che ormai andavano combattuti a fondo i social-compromessisti. Bucharin trattò le questioni internazionali e la guerra, e sostenne che solo dal rovesciamento del governo provvisorio poteva sorgere un’azione per la pace.
Nella discussione si vide che i due relatori non erano d’accordo. E anche qui strano che Trotsky, nel prospettare le due tesi, dia ragione a Stalin. Bucharin avrebbe difeso il «vecchio schema bolscevico»: prima rivoluzione spalla a spalla con i contadini, seconda rivoluzione spalla a spalla con il proletariato europeo, la prima volta in nome della democrazia, la seconda in nome del socialismo. Stalin disse futile lo schema di Bucharin, poiché il proletariato se si batte non può non farlo per i propri problemi. Trotsky trova la confutazione esatta avendo fin dal 1905 sostenuto che il proletariato se prende il potere non può che dare inizio ad una rivoluzione socialista[82]. Accusa però tanto Bucharin quanto Stalin di avere pochi anni dopo fatta rivivere la «dittatura democratica» anche ai fini dell’internazionale, e con effetto per Trotsky rovinoso nella rivoluzione cinese e di altri paesi.
Trotsky, autentico rivoluzionario, è sempre più di Lenin ribelle a tollerare che una classe proletaria ed un partito marxista debbano impegnare notevoli energie a fini di rivoluzioni antifeudali democratiche e borghesi, e dice che in tal caso, e dato che Lenin avesse ragione nel dire che lo si faceva «ai soli fini della nostra causa socialista», si doveva levare al più presto dalle mani una tale sale bésogne e passare alla rivoluzione socialista.
Indubbiamente prendere il potere anche nella sola Russia, ed anche avendo non pochi compiti di natura democratica e capitalistica da sbrigare, era sempre un passo nel senso del socialismo, ed anzi un atto della rivoluzione socialista. Molto più saggiamente nel 1926 Trotsky magnificamente dice che senza lasciare il potere e senza rinunciare a proclamare la propria politica e anche la propria politica economica come socialiste, si doveva saper aspettare anche decenni. Si posson prendere misure non solo simboliche e propagandistiche ma anche concrete di contenuto socialista, quando si riconosce che la società socialista non può ancora sbocciare: si coltiva uva anche quando si pota il pampino, e si mira al vino anche quando si innaffia con l’acqua.
Andiamo più oltre: non vi è nulla di male ad annunziare la società socialista più prossima di quello che è, purché non se ne tradiscano i caratteri. In quel momento vediamo che non solo Bucharin e Trotsky ma anche Stalin erano convinti che la società socialista in Russia non si sarebbe sviluppata prima di una vittoria politica del proletariato europeo.
Stalin infatti concluse con le parole: Siccome le forze della rivoluzione si sviluppano, delle esplosioni dovranno avvenire e verrà il momento in cui i lavoratori si solleveranno e raduneranno intorno a sé un certo strato di contadini poveri, alzeranno la bandiera della rivoluzione dei lavoratori e inizieranno l’era della rivoluzione socialista in occidente. Questa, nota qui Trotsky, rimase la formula del partito negli anni avvenire. Mostrammo nell’esposizione sintetica di questo studio che nel 1926 Trotsky e Zinoviev contestarono a Stalin di avere anche lui pensato e parlato così fino al 1924.
Attribuiamo la più grande importanza – speriamo con la comprensione dei lettori – al mostrare come nelle varie tappe ed intertappe il partito teorizza e sente queste grandi questioni, anche oggi scottanti.
Quando a sua volta la Storia stalinista cita la confutazione di Stalin a certi elementi destri, nelle parole: Non è escluso che sia la Russia ad aprire la strada al socialismo, cerca un alibi che non regge. Quella previsione sta fin dal 1882 nella prefazione alla traduzione russa del «Manifesto». Essa non ha a che fare con la previsione di una società socialista in Russia entro un mondo capitalista, che allora avrebbe tatto ridere lo stesso Stalin. La confutazione era diretta a pochi compagni – non certo Bucharin – che volevano rinviare alla rivoluzione socialista occidentale la presa del potere politico da parte del partito comunista in Russia, restando fino allora una semplice opposizione al governo di tipo kerenskiano.
A questo Trotsky era fieramente avverso, come mostra con lo scritto e con l’opera; tuttavia egli è tanto attaccato alla tradizione della polemica del 1905 che, pur non essendo disposto a lasciare tale compito ibrido ai kerenskiani, di cui fu lo sterminatore, pensa – ed era utile certo pensarlo negli ultimi tempi precedenti la guerra civile di Ottobre – che comunque non si debba indugiare, dopo preso con le armi il potere, a rigettare compiti non socialisti. Ed è anche fatto rivoluzionario che al 1917 non si pongono, né Lenin, né Trotsky, né il partito che deve portarsi al calor rosso, il formidabile quesito: Che sarà di noi se il proletariato di Europa non si muove?
In quella fase è lavoro socialista per un’intera generazione politica quello che sempre riassumiamo nei tre compiti: liquidare la guerra – liquidare tutto l’opportunismo dei vari partiti russi, e annientarli – riorganizzare e riportare sul programma rivoluzionario l’Internazionale Proletaria.
La conquista del potere che si prepara, da quel momento di luglio, dal partito con le sole sue forze – salvo la frazione sinistra dei socialrivoluzionari di cui sarà successivo il ciclo di crisi – è vista da quella posizione (come dalla nostra del 1955) come la più grande e la sola vittoriosa delle rivoluzioni socialiste.
Ma la più alta e decisa, ardente e fredda al tempo stesso, prospettiva di Lenin, che essa deve pure addossarsi compiti immensi di natura sociale capitalista e dissetare richieste demo-borghesi del popolo, si erge oggi più grande, oggi che la rivoluzione proletaria occidentale è mancata, che il capitalismo governa il mondo; e tuttavia con questo bilancio noi mai concederemo che Lenin e il bolscevismo sbagliarono, e non capirono la storia rivoluzionaria, o non lavorarono nel suo solco grandioso.
93. Dove la linfa fu infranta
La tesi di Trotsky che il proletariato non poteva in una rivoluzione successiva alla prima borghese-popolare prendere tutto il potere senza andare verso il socialismo, in un dato senso delle espressioni innegabile (ed anche da porsi inevitabilmente al proletariato russo nella situazione ante-ottobre, in quanto è vero che il proletariato deve portare gravi fardelli storici non suoi, ma alla fine deve sentire di lottare per le sue esigenze), detta tesi resta solidamente in piedi fino a che le questioni di politica economica «interna» restano ancora dormienti: in sostanza, nel periodo di liquidazione della guerra, che prende quasi un anno, in quello della demolizione delle cento forze contro-rivoluzionarie, che ne prende altri tre se non più, e nel contemporaneo periodo del gigantesco lavoro per aiutare la rivoluzione europea, che possiamo estendere ad ancora altri tre anni.
Tutti questi compiti si svolgono governando da socialisti, e come solo un governo proletario e comunista può agire.
Man mano che la possibilità di un intervento nella trasformazione sociale di grandi e avanzati paesi di occidente si affievolisce, il problema per il nuovo potere bolscevico diviene sempre più tremendo.
La formula cruda che il potere proletario non può avere che un programma socialista, diverrebbe l’altra reciproca che, se questo potere non vive in una società socialista, non più capitalista, esso dovrà rovinare, o peggio ancora dimettersi dalla storia.
In effetti la soluzione che i nemici vincitori e uccisori di Trotsky trovarono fu quella di governare e non dimettersi, di dichiarare non solo che la società socialista poteva generarsi in Russia anche prima di generarsi nell’ambiente della produzione capitalista europea, ma che si era già generata; ciò che fu, con formula orrenda, chiamata la costruzione del socialismo in un paese solo, la sua coltivazione in serra, la surrogazione dell’enfantement rivoluzionario con un cataplasma amministrativo.
Non per necessità insita, nelle due direzioni opposte, alla formula di Trotsky – che in quei giorni Stalin avrebbe avuto il merito (!) di opporre ai Volodarskij e Bucharin – ma per la meno rigida conseguenza che la più ricca e alta visione di Lenin contenne… Vincerà o cadrà da rivoluzionario integro nella teoria e nel combattimento chi, come Volodarskij, dice: Strapperò il potere alla controrivoluzione borghese e lo terrò contro di essa, anche se lo dovrò chiamare per un tratto democratico e popolare, e tollerare di avere solamente in Russia declanché, travolgendo ogni diga, il prorompere del più ardente capitalismo da una società millenaria ed immobile.
Consegnerà per altra via il potere al nemico mondiale chi lo sosterrà con la dichiarazione che quella palingenesi di forme moderne capitaliste – e nella campagna capitaliste solo a mezzo – è invece il realizzato avvento di quella società socialista verso la quale tutti e da tempi ultra-secolari abbiamo dimostrato che camminiamo; peggio, che questa forma, per noi storicamente necessaria, è sorta da una volontà, una volontà di costruzione, espressione di per se stessa sconciamente borghese!
Ove Volodarskij, sulla posizione che da integro militante sempre tenne, non fosse stato ucciso da controrivoluzionari esserre, quando si smascherarono, sarebbe stato certo anche lui, come i suoi amici del Luglio, ucciso da questa specie di controrivoluzionari.
Rei dunque solo di un errore di definizione storico-economica? Un piccolo errore, ma scritto su cartellini legati alle spalliere delle seggiole, davanti ai plotoni di esecuzione.
Non piombo nei deretani, ma nelle schiene dei compagni di ieri. Tuttavia non è sulla mozione degli affetti che facciamo assegnamento, ma sulla organica dimostrazione del tradimento alla dottrina. Errore assai più mostruoso di quello fatto nel premere il grilletto. La rivoluzione è sempre passata su miriadi di errori di questo secondo tipo.
I primi la assassinano.