Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1956/1

Dietro l’indipendenza del Sudan

L’Africa, nella scia dell’Asia, muove i primi passi verso la liberazione dalla secolare dominazione dell’imperialismo bianco. Il 19 dicembre dell’anno testè trascorso, il Parlamento di Kartum ha approvato all’unanimità una risoluzione la quale dichiara che il Sudan è uno Stato indipendente e intende diventare una Repubblica sovrana.

La solenne decisione segue di un mese il ritiro delle forze britanniche ed egiziane che occupavano il Sudan da cinquantasette anni, e precisamente dal 2 settembre 1898, data della storica battaglia di Omdurman, che segnò la fine della rivolta mahdista. L’effimero impero barbaro che il Mahdi e i suoi successori fondarono combattendo coraggiosamente contro gli Egiziani, gli Abissini, gli Italiani calati in Eritrea, e soprattutto contro gli Inglesi, soggiacque nella sanguinosa giornata – una tra le più cruente della storia delle guerre coloniali – alle soverchianti forze del “Sirdar” Kitchener, comandante in capo delle truppe anglo-egiziane. Le falangi dei seguaci di Abdulla el Tesci, luogotenente del defunto Mahdi, i famosi Dervisci (che in arabo significa poveri) si batterono con fanatico coraggio, lasciando sul terreno 11.000 morti e 16.000 feriti. Era l’epoca d’oro dell’imperialismo bianco, impersonato dalla Gran Bretagna, che allora sfoderava i giovani artigli (la repressione della rivolta mahdista precede di un anno il vergognoso attacco britannico alle repubbliche boere del Sud Africa). Non meraviglia dunque che il primo tentativo del Sudan di sottrarsi alla dominazione imperialista e darsi una forma statale indipendente – sia pure ispirata ai motivi propri dell’opposizione al capitalismo dal punto di vista reazionario – affogasse nel sangue.

L’odierna decisione del Parlamento di Kartum riecheggia i clamori levati dalla sfortunata lotta derviscia del secolo scorso, ma non ha davanti a sé un avvenire egualmente incerto, perché cade, nella epoca dell’imperialismo “calante”. Ciò non significa che la neonata Repubblica africana avrà una vita facile. Ce ne avverte il carattere delle circostanze nelle quali è maturato l’importante avvenimento. Non a caso l’inattesa decisione del Parlamento e del governo sudanese è venuta a cadere nello stesso giorno in cui, in una Regione di un altro Continente, in Giordania, la violenta agitazione contro il governo di Hazza el Majali, fautore deciso del Patto di Bagdad, e per esso della politica britannica nel Medio Oriente, raggiungeva l’acme, causando decine di morti e feriti.

Nel freddo linguaggio della geografia il Sudan e il Medio Oriente sembrano appartenere a due mondi diversi. In realtà, esistono fondati motivi per credere che i recenti avvenimenti del Sudan eserciteranno profonde ripercussioni sul vasto teatro della crisi che imperversa nel Medio Oriente e che è caratterizzata dal conflitto tra l’Egitto e la Gran Bretagna, conflitto non dichiarato, ma di palmare evidenza se si tiene conto che il Patto di Bagdad, che allea Turchia, Irak, Iran e Pakistan, e contro di cui l’Egitto chiama i Paesi arabi a battaglia, rappresenta una costruzione ideata e realizzata dalla Gran Bretagna, che alla alleanza partecipa direttamente. Ora non sembra che si possa considerare una coincidenza fortuita il fatto che il poderoso sforzo che la diplomazia britannica sta effettuando per costringere la Giordania ad aderire al Patto di Bagdad, e quindi a schierarsi contro l’Egitto e i suoi alleati, entri nella sua fase decisiva proprio nel momento in cui il Parlamento e il Governo del Sudan, passando sopra all’accordo anglo-egiziano che fissava per il principio di gennaio il referendum popolare, decidono di scegliere senz’altro la forma costituzionale del futuro Stato sudanese.

La decisione del Parlamento di Kartum pone l’Egitto di fronte a un fatto compiuto che giunge a sconvolgere i piani che il governo del Cairo aveva costruito sulla ipotesi della unione politica del Sudan all’Egitto. Fin dal luglio 1952 il regime rivoluzionario impersonato nel generale Naguib gettò le basi del progetto dell’unificazione politica della Valle del Nilo. Succedendo a Naguib, Nasser ereditava l’ambizioso programma, che era fondato sull’esistenza di un partito sudanese favorevole all’unione con l’Egitto. Il principio unionista ebbe un periodo di fortuna, specialmente nelle regioni settentrionali del Sudan confinanti con l’Egitto – le elezioni del novembre 1953 furono vinte dagli unionisti – ma da qualche anno era caduto in disgrazia e proprio a opera dell’azione politica del governo presieduto da Ismail al-Azhari, che, per ironia delle cose, è anche il capo del partito unionista.

Naturalmente, il condominio inglese – non si dimentichi che il Sudan era appunto un condominio anglo-egiziano – non poteva che trarre profitto dalla decadenza dell’influenza egiziana. È ovvio che la Gran Bretagna, essendo impegnata dagli accordi anglo-egiziani del 12 febbraio 1953 a concedere alla popolazione sudanese il diritto di scegliere la forma costituzionale del futuro Stato sudanese, e quindi a porre fine al regime di occupazione coloniale, abbia manovrato allo scopo di favorire il principio indipendentista. Si comprende benissimo che una eventuale incorporazione del Sudan nell’Egitto – in una qualsiasi forma costituzionale – avrebbe annullato di colpo tutte le possibilità che si offrono al Governo di Londra di conservare la propria influenza in una repubblica sudanese indipendente. Posto di fronte alla prospettiva di vedere l’ex condomino egiziano diventare padrone esclusivo dell’oggetto della controversia, il governo di Londra doveva puntare logicamente sulla carta dell’indipendenza del Sudan. Sono circostanze del genere che provocano gli apparenti paradossi per cui potenze tradizionalmente colonialiste si erigono a paladine della indipendenza dei loro ex servi.

Il conflitto per Suez doveva acutizzare la rivalità anglo-egiziana nel Sudan, perché è chiaro che la Gran Bretagna, costretta ad abbandonare le basi militari della Zona del Canale, tenta di conservare dei punti di appoggio, sia pure molto arretrati, nelle zone comunque adiacenti alle posizioni che ha dovuto evacuare. D’altra parte, la tendenza all’indipendenza, sia pure blandita e favorita per calcolo egoista dai rappresentanti dell’imperialismo britannico, non è affatto estranea alla storia politica del Sudan, come la rivolta del Mahdi sta a dimostrare. Si aggiunga, inoltre, che i programmi del Cairo per la utilizzazione delle acque del Nilo, se hanno alzato in Occidente il prestigio di Nasser quale costruttore di dighe colossali, hanno trovato una ferma opposizione nei sudanesi, i quali possono sempre sostenere che se l’“Egitto è un dono del Nilo”, è anche vero che le sorgenti di questo provvidenziale fiume non sono situate certamente entro i confini egiziani. A parte tutto il resto, la esperienza storica sta a dimostrare che è oltremodo difficile che un apparato di governo sia pure embrionale e una struttura burocratica sia pure rudimentale, come nel caso del Sudan, acconsenta spontaneamente di annullarsi in un più vasto edificio statale.

Gli accordi del 1953 erano rimasti praticamente inoperanti, per la polemica che venne a scatenarsi fra Londra e il Cairo in merito alle modalità di esecuzione degli stessi. Ma nel 29 agosto 1955 una proposta avanzata dal capo del partito unionista, nonché primo ministro al-Azhari, ebbe l’effetto di sbloccare, come si suol dire, la situazione. Ismail al-Azhari propose allora di delegare a una consultazione popolare, da effettuare nelle forme del referendum, il diritto di scegliere la forma costituzionale. Indipendenza o unione con l’Egitto. Tale tesi costituiva un emendamento agli accordi del 13 febbraio 1953, che demandavano a una eligenda Assemblea Costituente, e non a una consultazione popolare diretta, il diritto di pronunciarsi circa il futuro assetto costituzionale del Paese.

Il governo del Cairo accettava immediatamente la proposta del referendum, forse fidandosi troppo degli unionisti, i quali, si è visto, dovevano poi votare al Parlamento a Kartum in perfetto accordo con gli indipendentisti. Gli unionisti agendo in tal modo si rinnegavano disinvoltamente per due volte: in primo luogo buttando via le loro rivendicazioni programmatiche unioniste, e in secondo luogo, rimangiandosi la proposta del referendum che proprio dal loro stesso capo-partito era stata messa al mondo. Ma non si può, in verità, sospettare che i dirigenti del Cairo si illudessero troppo, se è vero, come riferisce la stampa, che fin dall’aprile Ismail al-Azhari aveva affermato, in pieno accordo con il gruppo parlamentare unionista, che il Sudan dovrà essere «una Repubblica completamente sovrana, con un proprio Presidente, un proprio Parlamento ed un proprio governo». Anche se nel Sudan fosse ancora in uso la trasmissione delle notizie a mezzo del tam-tam, una siffatta perentoria dichiarazione non avrebbe potuto sfuggire agli orecchi dei ministri di Nasser. Evidentemente, pur sapendo del calo della propria influenza e del voltafaccia degli unionisti, il governo di Nasser non ha potuto, mentre si ergeva a difensore della democrazia e dell’anti-imperialismo e sotto tali etichette conduceva la furiosa lotta contro il Patto di Bagdad, respingere il referendum popolare, che è il tabù della democrazia parlamentare. D’altra parte, qualora l’avesse fatto, avrebbe in tal modo confessato di sentirsi battuto in partenza.

L’accettazione britannica doveva prendere forma concreta nell’accordo firmato al Cairo, il 3 dicembre 1955, tra l’Egitto e il Sudan, col quale le parti contraenti dichiaravano di affidare la decisione circa il futuro del Sudan a un plebiscito, giusta cioè la proposta di al-Azhari. Come si è detto, con voto unanime il Parlamento di Kartum, ignorando tale accordo, procedeva alla proclamazione dell’indipendenza del Sudan. Tale decisione segna il trionfo della tesi britannica e il crollo definitivo dei sogni unificatori dell’Egitto, che ora deve preoccuparsi di riguadagnare l’influenza perduta nel Sudan, e lavorare accanitamente per ottenere che la futura Repubblica del Sudan segua verso il Cairo, se non una politica di intesa, che appare piuttosto problematica, almeno una linea di neutralità. Nelle attuali condizioni internazionali del Medio Oriente, che assorbe tutta l’attenzione e gli sforzi del governo del Cairo, messo in allarme soprattutto dalla dichiarata determinazione di Re Hussein di Giordania e dei suoi seguaci di aderire al Patto di Bagdad, l’accendersi di un focolaio di ostilità politiche anti-egiziane nel Sudan comprometterebbe enormemente gli sforzi del governo di Nasser. Né è da credere che l’Inghilterra non si impegni a fondo per allargare la innegabile frattura che si è creata tra il Cairo e Kartum, sfruttando il successo ottenuto.

Indubbiamente il processo della sistemazione nazionale del Sudan che oggi appare avviato al suo compimento, risente delle interferenze dell’imperialismo. Ma non potrebbe accadere diversamente in un mondo, quale è l’attuale, in cui i centri dell’imperialismo dispongono di un potere di irradiazione politica che copre il pianeta e gli avvenimenti si concatenano multiformemente attraverso i Continenti. Del resto, in quasi tutti i grandi mutamenti storici che hanno dato vita, nel periodo succeduto alla seconda guerra mondiale, ai nuovi Stati indipendenti di Asia e di Africa, i motivi della rivoluzione nazional-democratica, che doveva iniziare la demolizione delle vecchie strutture sociali del dispotismo e del feudalesimo di tipo asiatico, si sono intrecciati dialetticamente ai motivi della lotta imperialistica per il dominio del mondo.

La futura repubblica del Sudan è minacciata per quanto riguarda la situazione interna dai pericoli di separatismo che sono insiti nella rivalità che oppone reciprocamente le provincie settentrionali a quelle meridionali del Paese. Già la stampa parla di due Sudan: il nordista e il sudista. Né la discriminazione può dirsi immotivata, perché effettivamente esistono tendenze all’autonomismo regionale, che se andranno radicalizzandosi potranno mettere a repentaglio l’unità dello Stato futuro. Non a caso tra le altre mozioni approvate dal Parlamento di Kartum nel corso della stessa seduta in cui venne proclamata l’indipendenza del Paese c’è n’è una che demanda alla futura Assemblea costituente l’esame «dei desiderata dei deputati delle tre provincie meridionali, concernenti la costituzione di un governo regionale per la detta area». Quanto accaduto nell’agosto 1955, e cioè la rivolta delle guarnigioni militari della provincia di Equatoria, sta a provare quanto sia ancora immaturo il “tessuto connettivo” del futuro Stato nazionale sudanese. Troppo accentuate differenze di sviluppo sociale ed antagonismi di razza dividono le popolazioni delle provincie del Nord, composte di arabi e nubiani di religione musulmana, dalle popolazioni del Sud di razza negra, che vivono soprattutto nell’Equatoria e nell’Alto Nilo. Diffuso, pertanto, è il timore dei “sudisti” di essere degradati, nell’ambito del nuovo Stato, al livello di colonia di sfruttamento, non più dall’occupante straniero, ma dai più evoluti rappresentanti della stessa popolazione sudanese, appunto dai “nordisti”.

Non è la prima volta che popolazioni soggette alla dominazione britannica si rivelano, nel momento in cui si apprestano ad emanciparsi dagli antichi padroni e ad avviarsi verso l’indipendenza, politicamente divise. Non dimentichiamo che l’assurda struttura statale del Pakistan, per scegliere l’esempio più eloquente, il cui territorio è diviso in due grandi tronchi separati l’uno dall’altro da tutto l’immenso spazio dell’India continentale, è un capolavoro del Foreign Office.

L’imperialismo è costretto a ritirarsi, a palmo a palmo, dalle antiche colonie, e lo fa lasciando sui posti abbandonati pericolose mine politiche destinate a indebolire o rendere precarie le nuove istituzioni statali. L’epoca del colonialismo volge alla fine: l’Asia è quasi interamente emancipata dal secolare giogo e sta disfrenando le forze endogene della rivoluzione industriale; l’Africa, nella quale più antica è la dominazione coloniale, procede più lentamente ma con sicurezza nel cammino che oramai si è spalancato ai “popoli di colore”. L’anno 1955 ha visto due avvenimenti importanti della nuova storia africana: l’avviamento all’indipendenza del Sudan e della Costa d’Oro. I reazionari di Europa e di America hanno fondati motivi per scandalizzarsi e inorridire e invano rifriggono, per consolarsi e rinfrancarsi, i triti temi delle congenite inferiorità politiche delle popolazioni coloniali. Essi avrebbero irrefutabili argomenti da opporre al comunismo marxista, se il mondo restasse fermo: ma la rivoluzione, incatenata e imbavagliata nelle munite cittadelle dell’imperialismo occidentale, esplode inarrestabilmente altrove, travolgendo decrepite strutture sociali e politiche e mettendo al mondo nuove falangi proletarie. Il potere delle dominanti classi capitaliste euro-americane sembra inattaccabile e destinato a durare in eterno. Ma giammai come oggi il mondo dominato dall’imperialismo ha attraversato una fase di così profondi sconvolgimenti.

[RG-15] L'opposizione di sinistra nella terza internazionale comunista

Riassunto dell’esposizione

Esiste in un certo senso una contrapposizione tra lo studio da noi fin qui affrontato della Rivoluzione in Russia, e quello che ora intraprendiamo dell’azione per la rivoluzione europea e mondiale condotta dall’Internazionale Comunista, fondata in seguito alla rivoluzione russa sulle rovine opportunistiche dell’Internazionale socialista.

Nel primo campo noi, con piena coerenza a quanto ha nel lungo periodo relativo sempre sostenuto la nostra corrente, la sinistra comunista in Italia, abbiamo solidarizzato illimitatamente con la valutazione storica e con la lotta rivoluzionaria dei marxisti russi, e quindi dei bolscevichi e dei leninisti, per esprimersi concretamente. Abbiamo difeso l’interpretazione che collega la loro lotta al traguardo della rivoluzione proletaria in occidente, e perfettamente spiegato sul piano marxista che nella situazione odierna, nel mezzo di tutto il mondo borghese che ha resistito alla rivoluzione, nella società russa non si è avuto socialismo, come ben si sapeva di non poterlo in tale situazione avere.

Nel campo invece della lotta in Europa e della sua strategia dissentimmo e dissentiamo dai metodi seguiti dall’Internazionale comunista fin dal 1920, e muoviamo critica, come muovemmo, anche a quanto fu sostenuto e fatto dai vittoriosi rivoluzionari di Russia, fin dal tempo in cui l’indirizzo era quello dato da Lenin, da Trotzky e dagli altri. La contrapposizione tra la nostra critica nei due campi non sta dunque nel fatto che la rivoluzione europea non si sarebbe saputa fare, e quella russa invece sì. In effetti non vi è oggi la vittoria rivoluzionaria comunista in Europa, e nemmeno vi è in Russia, ove la struttura sociale e il potere sono capitalisti. Ma mentre noi condividiamo la visione del cammino storico futuro (spesso diciamo per farci intendere, come oggi usa, la prospettiva) che per la Russia i marxisti perseguirono dal 1900 al 1924, non condividiamo quella che si ebbe per l’Europa e l’Occidente in genere dalla fine della guerra mondiale in poi, e la conseguente tattica. Tale concezione non rettilinea, indiretta, contorta, posa la vittoria rivoluzionaria nei ben maturi paesi borghesi al termine di una serie di tappe spurie ed equivoche, che la storia non realizzò come vantaggi per la classe rivoluzionaria, e nella cui attesa vana e manovra sterile, si raddoppiò il male della mancata rivoluzione con quello della distruzione totale dell’organizzazione rivoluzionaria di classe del partito comunista.

Nella nostra trattazione si sostiene e si dimostra che questo sbocco pericoloso fu preveduto perfettamente e senza posa denunziato, così come oggi dopo più di trenta anni da quella polemica si vede verificato. Non nel senso che si previde la rivoluzione e questa non è venuta (documenteremo che non fu questo) ma dell’altro di netto sapore marxista che non si seppe evitare che al prevalere delle forze di classe conservatrici nel grande scontro, si associasse la totale degenerazione del moto della classe rivoluzionaria, come dottrina e come organizzazione. Non abbiamo oggi proletari rivoluzionari sconfitti ma fermi nella loro teoria, nel loro programma e nel loro partito, sia pure minoritario, ma abbiamo una classe che ha perduto il suo orizzonte e partiti che soprattutto dove sono rimasti pletorici, sono al servizio dell’ideologia e della forza di classe nemica. Colleghiamo questo risultato disastroso, assai più della  semplice sopravvivenza storica della forma sociale che combattiamo agli errori di metodo e di indirizzo dell’Internazionale Comunista, negli anni di cui si tratta.

Le sette fasi trattate

Il relatore avvertì che non si intendeva dare la storia delle vicende di formazione dei partiti comunisti in tutti i paesi, tema che avrebbe condotto troppo lontano. Ricordò d’altra parte che di tutte le lotte contro l’opportunismo e dei nefasti di questo prima della guerra del 1914 e nel corso di essa, altre nostre trattazioni analoghe, si erano ampiamente occupate e che per questa parte il materiale critico della Terza Internazionale è totalmente valido.

Precisò pure che nel trattare dello storico dissenso tra i comunisti italiani negli anni dal 1920 al 1926 ed oltre, non ci si vuole riferire alla politica dell’Internazionale di Mosca in Italia, alla questione italiana, ma proprio alle questioni generali del metodo internazionale. Il nostro partito di allora  si distinse appunto nel lavoro dell’Internazionale perché non si batté tanto sulla questione dell’azione da svolgere nel proprio paese ma su quelle degli altri paesi e soprattutto dei più importanti: Germania, Francia, ed anche Russia.

Solo per comodo e chiarezza di esposizione annunciò che si sarebbe partiti dalla formazione, nel corso della guerra, della corrente socialista che in Italia mirò e pervenne alla costituzione di partito sulla base della teoria rivoluzionaria marxista, sulla linea storica della rivoluzione russa perché tali dati storici sono indispensabili a comprendere il compito di tale movimento come opposizione nel seno dell’Internazionale di Mosca, e la via traverso alla quale quel partito cominciò a degenerare fino alle attuali forme e attitudini, deteriori anche rispetto a quelle del vecchio partito socialista e della lotta proletaria di classe del tempo di anteguerra.

Prima fase. Il socialismo italiano e la guerra del 1914. Le tendenze che si manifestarono durante la guerra. Il movimento per formare il partito comunista dopo la fine della guerra e la vittoria rivoluzionaria in Russia. La frazione comunista astensionista e il Congresso di Bologna nel 1919: la falsa adesione del partito socialista alla terza Internazionale  e la negata rottura col riformismo parlamentare e sindacale. La corrente torinese dell’Ordine Nuovo e le sue origini che  malgrado la viva critica alla Confederazione sindacale riformista e alla direzione massimalista del partito politico, erano affette da scarsa ortodossia marxista, come fu dai primissimi tempi avvertito.

Seconda fase. La costituzione della Internazionale Comunista nel 1919. Il secondo congresso di Mosca nel 1920. La questione del parlamentarismo, risolta nel senso della partecipazione dei partiti comunisti ai parlamenti come mezzo migliore per distruggere l’istituzione borghese parlamentare: sviluppo ulteriore e totale degenerazione del parlamentarismo comunista nella peggiore apologia dell’istituzione. La questione delle condizioni di ammissione e le modifiche ed aggiunte ottenute dalla sinistra, che determinarono le drastiche rotture dei massimalisti italiani e degli indipendenti tedeschi. Questione dei comunisti nel Labor Party inglese.

Terza fase. Formazione del partito comunista in Italia. La frazione di Imola con partecipazione degli astensionisti, degli ordinovisti e di altri elementi massimalisti. Scissione al congresso di Livorno 21 gennaio 1921. Successivo congresso internazionale di Mosca (III), giugno 1921: la questione della tattica e la prima impostazione della esigenza di conquistare la maggioranza della massa (o della classe?). Opposizione di una diversa teoria da parte del partito italiano colle sue Tesi di Roma al congresso del marzo 1922.

Quarta fase. Il IV congresso di Mosca nel dicembre 1922. Questione italiana della fusione con l’estrema ala socialista (terzinternazionalisti) opposta in principio dal partito, ma eseguita dopo la decisione internazionale. Questione della tattica internazionale. La sinistra si oppone al metodo del fronte unico tra i partiti politici, ossia di una proposta di alleanza dei comunisti ai socialisti di destra da poco eliminati dal movimento. Questione della tattica in Germania, e condanna dell’I.C. all’azione ritenuta troppo rigida del marzo 1921, finita nella sconfitta del partito, che si imputò al suo isolamento e settarismo. Presa di posizione della sinistra italiana: metodo seguito verso le masse in Italia fino all’avvento del fascismo: fronte sindacale, Alleanza del lavoro, lotta spietata ai partiti opportunisti e piccolo borghesi.

Quarta fase. Dopo la fusione la maggioranza della Centrale Italiana abbandona la posizione di sinistra e accetta la tattica dell’I.C., applicata nell’Aventino antifascista, con subito ripiegamento imposto dal partito e separazione dagli oppositori borghesi a Mussolini. Rientro in Parlamento e dichiarazione Repossi dopo il fatto Matteotti: i comunisti buttati fuori. In vista del congresso di Mosca del 24 (V°) il partito è consultato nella discussione sulla azione prima del fascismo e dopo la sua vittoria: conferenza illegale presso Como, schiacciante vittoria della sinistra e sconfitta della Centrale. Al V congresso la delegazione italiana è divisa in due ali e viene affrontata la questione tattica generale. Il metodo del fronte unico viene esteso alla formola del governo operaio, ossia alleanza tra partiti politici non solo per azioni delle masse ma anche per manovra parlamentare. La sinistra denunzia in questo un grave pericolo di principio per l’abbandono della teoria della dittatura sola espressione programmatica del partito nel problema centrale del potere. Tuttavia la maggioranza condanna come destra l’azione Ottobre 1923 della centrale tedesca, che non avrebbe saputo a tempo rompere con gli alleati di destra. La sinistra italiana svolge critica molto più a fondo e dissente dal metodo di consegnare i partiti a questo o quel gruppo dirigente con criteri interni e di manovra, denunziando l’aggravarsi della minaccia opportunista, anche laddove si vanta di essere passati «più a sinistra».   

Sesta fase. Il III congresso del partito comunista d’Italia si tiene in gennaio 1926 a Lione, dopo altra discussione interna. Organico testo di tesi della sinistra a Lione che stabilisce le ininterrotte posizioni su tutti i problemi della azione comunista e proletaria, sui fatti nazionali e internazionali. Le manovre della centrale falsano la maggioranza della sinistra, sempre dominante nel partito, sfruttando la difficoltà di molte organizzazioni a far pervenire, in clima poliziesco, i voti. Alla imposizione alla sinistra di entrare con due membri coattivamente nella centrale, segue una grave dichiarazione di rottura, che constata che l’opportunismo controrivoluzionario ha ancora una volta vinto.

Le opposte tesi pervengono all’Esecutivo allargato di Mosca nel marzo del 1926. la sinistra oltre al ribadire le sue critiche al fronte unico e al governo operaio, e alla maniera di direzione interna della Internazionale Comunista, si oppone anche a fondo alla nuova organizzazione per cellule presentata come «bolscevizzazione» dei partiti, mentre invece corrisponde allo smarrimento della linea politica e storica di classe nell’ambito particolaristico di gruppi della stessa professione e azienda. Inoltre si oppone alle decisioni sindacali, allo scioglimento della Internazionale di Mosca dei sindacati rossi. Dissente radicalmente dalle risoluzioni sulla questione tedesca, che indeboliscono sempre più quel partito, e prevede l’insuccesso e il cedimento su tutti quei fronti.

Crisi finale del partito russo e dell’Internazionale

Mentre dal 1926 la sinistra italiana, sempre presente nelle file di movimenti esteri e nelle stesse colonia di confino, non ha più avuto possibilità di parlare nelle assemblee di Mosca, ilo centro della lotta si sposta sulla opposizione sorta vigorosamente in successive ondate nel partito russo. Questo ci riporta all’altro tema della involuzione della rivoluzione russa. Va notato che la opposizione, che suol dirsi della sinistra italiana, si delineò fin da quando i futuri oppositori russi (Trotzky 1924, Zinovief e Kamenef 1926, Bucharin e Radek ancora più tardi) erano solidali colla maggioranza del Comintern nella difesa di quelle tattiche contro cui la sinistra «italiana» (con molti compagni di altri paesi) fortemente si batteva.

Tuttavia in tutte le discussioni di partito in Italia e all’estero i compagni italiani della sinistra difesero sempre gli oppositori russi contro gli attacchi e i metodi repressivi della maggioranza staliniana, e considerarono quei valorosi compagni come tardivi associati alla tempestiva denunzia del pericolo di degenerazione ormai travolgente, che culminò nella materiale distruzione della efficiente sinistra proletaria russa, lasciando il campo libero ai successivi eventi della guerra mondiale 1939 e del tempo seguente, in cui i sedicenti comunisti russi e di altri paesi si smascherarono nella pratica di quella stessa collaborazione di classe contro la quale la Internazionale comunista erasi all’inizio levata e che abbiamo in altri lavori ampiamente prospettata. Nello svolgimento per esteso del nostro tema di oggi ci fermeremo quindi alle questioni di indirizzo della Internazionale fino al 1926, rimandando per gli anni seguenti alle altre fonti e alle altre nostre pubblicazioni (Prometeo e Fili del Tempo dal 1947 al 1951, Programma Comunista etc.).

In questa sintesi non possiamo ripetere quanto fu dal relatore detto nella seconda delle tre sedute, quando lasciando il mezzo della semplice cronologia furono trattate in principio le varie questioni «strategiche» che nelle varie esposte fasi si sono andate ripetendo in sempre nuovi aspetti.

In sostanza il profondo dissidio si risolve in opposte posizioni di principio, nel gioco di tutto il metodo dialettico marxista.

Ci si diceva che un solido partito, colato in un certo modello, reso a furia di prediche enfatiche «leninista» e «bolscevico», può senza dubbio esplicare tutte le tattiche, osare qualunque manovra, e ad un certo richiamo si riporterà integro e immutato sulle posizioni rivoluzionarie e lotterà per le conquiste supreme. sarebbe un fatto di volontà, di energia, di eroismo rivoluzionario (ed eravamo noi gli accusati di volontarismo, di eroicismo, e così via!…) quello di uscire incolumi dalle sedute dei parlamenti borghesi e dalle manovre di corridoio, dal bazzicare con riformisti, pacifisti, piccoli borghesi, dal fare con loro dimostrazioni, agitazioni e combinazioni politiche e perfino elettorali. Ritornati noi coi nostri partiti sul tagliente del rigore rivoluzionario, la massa intera ci avrebbe seguito sul terreno della insurrezione e quei partiti opportunisti sarebbero stati ridotti al lumicino e spazzati via.

Rispondemmo che il partito è a sua volta un effetto delle situazioni storiche e dei fatti sociali, che la sua stessa azione lo influenza e deforma, e che in un solo senso in esso si «rovescia» la praxis, conservandogli una costante volontà e scienza programmatica, ad un patto solo: che in ogni momento, senza la minima parentesi, alla luce del sole e senza eclisse alcuno, esso difenda la rigorosa incolumità della sua teoria, che si tutela non dai suoi archivi segreti ma dalle sue attitudini e comportamenti visibili a tutti, e quella della sua organizzazione gelosamente continua che lo tiene inconfondibile con ogni altro aggruppamento e soprattutto coi famigeratismi affini.

Confrontando tale teorica prova coi fatti che accadevano attorno a noi in quelle fervide fasi, dicemmo che il baratto dei principi e l’ibridismo dei confini avrebbero sortito gli opposti effetti: prevalere dei partiti opportunisti e decadere del partito tra le masse, in primo tempo, degenerazione in un secondo tempo del partito stesso al livello di quelli opportunisti e controrivoluzionari. Si parlò allora di pedanteria e dogmatismo. oggi la questione si pone come sperimentale e concreta: a chi ha la storia dato ragione?

Un altro contrasto tra le due posizioni sta nella questione del giudicare le situazioni. Si parlò sempre di nostra impazienza e di ottimismo sulla vicinanza della rivoluzione. In qual misura questi siano «errori» più volte si è discusso. Ma in effetti noi dicemmo soltanto che il partito non aveva motivo di escogitare espedienti e trucchi nuovi, solo perché la rivoluzione sembrava allontanarsi. I documenti mostrarono alla riunione che fin dal 1920 noi non avevamo dichiarata sicura la vittoria dell’onda rivoluzionaria  nel primo dopoguerra. Noi ci preoccupammo, è certo, del fatto storico, che giudicammo tra i primi ineluttabile, che nel 1914-18 la rivoluzione aveva sbagliato un grande appuntamento con la storia, come lo aveva per Marx sbagliato nel 1848. In effetti questa partita la perdemmo nel 1914 quando la classe proletaria affogò nel nazionalismo con la maggioranza dei suoi partiti. Catastrofe lunga a riscattare.

Ma prendemmo soprattutto a preoccuparci che in un tale insuccesso, lungi dal guadagnare nuova esperienza e forza futura, perdessimo anche il nerbo del partito rivoluzionario e del suo metodo.

E’ facile e anche troppo trovare nuovi rivoluzionari quando la rivoluzione avanza.

Il problema era invece allora quello di non perderli, oltre che quantitativamente, anche qualitativamente, quando la rivoluzione si allontana. E’ questo che può forse giungere ad evitare la volontà di un partito: ché capovolgere le forze storiche, da cui è fatto vivo, non può, per noi marxisti, assolutamente.

Questo fu cercato allora di salvare. ma anche questo, vergognosamente, e non riparabilmente che in tempo vieppiù lontano, fu allora perduto.

E ciò non viene riesaminato per accusare, ma per preparare. Meno che mai, infine, per menarne vanti di vivi e di morti: nella sbornia di questi sciocchi mezzi, sta in buona parte l’effetto disfattista che rovinò sulla rivoluzione.

Sorda ad alti messaggi la civiltà dei “quiz”

Roma e Mosca

Pare che gli alti circoli della politica sovietica, compiaciuti, abbiano dato disposizioni perché sia divulgato largamente il discorso di Natale del Papa Pacelli.

Nel gioco della politica statale hanno quelli evidentemente creduto che le non poche amare e dure apostrofi colpiscano nel vivo il mondo dell’Occidente, che essi fronteggiano minacciano o blandiscono in elastiche conversioni.

Papa o Antipapa, nello stile del Kremlino tutto conviene sfruttare per poco che possa scuotere le file nel campo avverso. Nè cambia dall’altra banda un simile stile, proprio dei tempi sconnessi e vacillanti, nessuno avendo fidanza nella propria forza e lotta, ma solo nella debolezza o nella sfortuna del nemico.

Ma hanno quei supremi campioni del parlar semplice, e del raggiungere per le spicce la labile e fiacca attuale Opinione, nelle cui fratture e lesioni è tanto agevole infilare ganci insidiosi, saputo veramente intendere?

L’attuale capo della Chiesa cattolica (uno dei pochi organismi storici in cui ancora la selezione non porta in sommo sempre i più opportunisti, vanesii e corrivi a tutte le viltà) degna poco il parlar facile e il formular banale; tenta la non facile via di approfondire le conquiste e dottrine di campi esterni nei loro più grandi portati, senza fare della teoria e della scuola sua propria commercio alcuno del tipo nauseante di quello che si perpetra dai farisaici mercanti di ogni versetto del sistema marxista. Non Egli salirà a santo da parroco di campagna.

Il Papa ha molto detto della pace, con concetti profondi e anche originali, ma non è questo che ci colpisce. Tutti i vari grandi pagano tributo a questo ideogramma di tutti i tempi; e da ogni tipo di pacifismo aborre, solo, il marxismo. E’ vero che il Papa nel deprecare la follia atomica (di cui ha forse esagerato, sia pure dopo severo studio, la tecnica irreparabilità) ha fieramente colpito gli sperimentatori devanciers di America nel loro sinistro lavoro di inventori di massacro, da pionieri di morte, da Nagasaki e da Iroshima, ed ha anche stigmatizzato il loro armamentario di propaganda, il motto vuoto di libertà, dicendo nettamente, per chi sa leggere, che non vi è libertà senza sicurezza economica, e che questa è chimera nella forma dell’industrialismo capitalista, sotto i cui passi si spalanca l’abisso delle crisi – che Carlo Marx teorizzò, che Eugenio Pacelli vorrebbe evitare col fondare la sicurezza dell’uomo e del lavoro su di un ordine morale, l’ordine della sua Chiesa, che vede oramai da ogni banda disertato.

Tutto questo è ben vero, ma a parte la ripetuta condanna del comunismo che non ferisce affatto quei di Mosca (e che poco oltre prendiamo, noi minimi, sul conto nostro) vi è una potente riserva al pacifismo quale che sia, un vero bellicoso e non dissimulato accento, laddove è ripudiata la crassa «teoria della coesistenza », capolavoro supremo dei rinnegatori di Marx.

La parola del Papa sembra echeggiare – pure avendo preso le mosse della venuta del Bambinello inerme – la storica intimazione del Cristo: non sono io venuto a portare tra voi la pace, ma la guerra! Egli dice audacemente: «In ossequio a questo principio (la morale a fondamento dell’ordine umano) il nostro programma di pace non può approvare una indiscriminata coesistenza con tutti ead ogni costo, non a costo certamente della Verità e della Giustizia ».

Non si può non ammirare il parlare forte ed alto, anche da avversa sponda, e in tempi soprattutto di generale disfacimento e di carenza di spirito di parte, così come ricordiamo Engels che citava ammirato le formulazioni di Carlyle deprecatrici delle moderne forme borghesi in nome della ideologia medievale, e solo dopo le batteva in sede di teoria. Non possiamo quindi, sulla linea della nostra contestazione di ogni preteso esistere di ordine umano e diritto naturale dato (che sia dentro, o fuori dell’uomo e del mondo) sub specie aeternitatis, di ogni fissato a priori schieramento delle forze del Bene contro il Male, non scrivere qui che il grido del Cristo adulto fu potentemente rivoluzionario; la invettiva del suo lontano epigono è scevra di viltà, nutrita di dottrinale rigore, ma ha nella storia il segno algebrico di controrivoluzione.

Triviale dunque e pedestre una volta ancora, e inabile anche come risorsa manovriera, la ostentata gioia del Kremlino. In questa stupida orgia di tozze mani tese come di trafficanti in mercato, quella scarna ed ascetica del Pacelli si leva severa in alto e detta un’aspra riserva, meditata e guerriera.

La superstizione produttivistica

Più che alla profezia di Guerra e alla preghiera di Pace, guardiamo alla diagnosi cruda e risoluta del presente dissesto sociale.

Il dramma della esaltazione moderna frenetica della «scienza» e della «tecnica», del fanatismo insensato per la «produzione», è ancora una volta scritto con magistrale decisione. Siamo fuori della vecchia putrefatta retorica dell’esorcismo clericale alla scienza sperimentale e positiva: il papa di oggi non si mette fuori, ma dentro questo grandeggiante mondo della scienza, sempre più vasto e difficile ad esplorare, ne valuta e maneggia sicuro le più audaci costruzioni; mentre tanti laici che si gonfian le gote della retorica e della demagogia scientificista si aggirano nel campo di essa con prosopopea da asini calzati e vestiti.

Ritorniamo ancora all’invocazione del «reazionario» Carlyle nel 1838: chi mai è dunque felice per questa ricchezza d’Inghilterra? Era una invettiva al nascere – rivoluzionario quello, deve Engels sancire – del girone d’inferno del macchinismo, oggi è un altro parimenti eloquente anàtema al suo presentito morire: «l’uomo moderno ha costruito un mondo in cui le meraviglie si confondono con le miserie, ricolmo di incoerenze… come una via senza sbocco, una casa che non ha tetto.» Se il giudizio è tremendo, la profezia è apocalittica: «In alcune Nazioni infatti (quì i sovietici han letto l’allusione diretta alla corsa inesausta americana verso il boom economico, ai vertici statistici ignoti ad ogni passato, e poi allo spalancarsi dell’abbisso, dove essi (non il papa) non guarderanno senza tremare) nonostante l’enorme sviluppo del progresso esteriore e benchè a tutte le classi del popolo sia assicurato il materiale mantenimento, serpeggia e si estende un senso di indefinibile malessere, una attesa ansiosa di qualcosa che debba accadere».

Dopo avere ancora detto di «ineluttabile epilogo » e di «via verso la rovina» il Pontefice riassume la condanna del metodo «puramente quantitativo» che «confida tutto il destino dell’uomo all’immenso potere industriale della nostra epoca».

Quì una botta diretta, non accusata da quelli di Mosca: «Questa superstizione non è neppure atta ad erigere un baluardo contro il comunismo perchè essa e condivisa dalla parte comunista oltre che da non pochi della parte non comunista. In questa errata credenza le due parti si incontrano, stabilendo in tal modo una tragica intesa, tale da poter ridurre gli apparenti realisti dell’Ovest al sogno di una vera possibile coesistenza».

Cristo e Marx

Pacelli ha più volte spiegato con tutta esattezza il suo anticomunismo; e la impostazione del rapporto gli va ricambiata dialetticamente in modo integrale. Quì si deve riconoscergli il rigore di questa tesi storica: la superstizione dell’esaltare oltre ogni limite gli indici della produzione è la vera stimmata del moderno mondo borghese, e di essa è imbevuta la sociologia ufficiale dell’Ovest quanto quella dell’Est. Ma se questa tragica intesa rende falsa la coesistenza sognata, che pur sembrerebbe poggiarvi, la ragione storica è rovesciata rispetto a quella che appare al capo della chiesa cattolica. La forma di produzione industriale definita dal lavoro in massa e dalla accumulazione del capitale è nell’Est tanto giovane, quanto lo era in Britannia sotto gli occhi di Carlyle; ivi e nell’ulteriore Oriente nessuno fermerà questa marcia trionfale, sia pure al marxistico fragore delle ruote dello Jaggernauth capitalista, che stritolano carne umana nelle fabbriche immani e tra le selve dei loro ruotismi. Ed è nell’Ovest che si denunzia da gran tempo insostenibile il denunziato contrasto tra il crescere senza limite della ricchezza e il vivere dissennato dell’uomo, che travalica ubriaco sull’orlo del precipizio, ove attende desolazione e morte.

In quale dei due mondi non più coesistenti combatterà Roma cristiana? In quello, non v’ha dubbio, ove i sintomi oggi maledetti della decomposizione sono più maturi per il dies irae! Non si risale la corrente della storia.

Ma andrebbe quì chiesto al Pacelli, uomo di alta coltura, se egli crede che quella superstizione macchinistica, tecnicistica, economistica, sia contenuta nella dottrina comunista, se davvero questa non sia che un pollone prepotente del tronco capitalista, una nuova edizione soltanto dell’ignobile «metodo quantitativo». Se il capo spirituale dell’immenso moto cristiano universale ha saputo guardare oltre i cancelli del dogma teologico nel campo avverso della scienza, intervenendovi a discriminare ed anche a mietere con indirizzo possente, egli non può cadere in abbaglio sul contenuto di quanto è scritto nei testamenti, nemici del suo, in materia di teoria dell’uomo sociale.

Ad un certo punto della storia la costruzione marxista sbarra con dighe potenti il torrente turbinoso della sovraproduzione, vede costretto in limiti attuabili da una società superiore non solo l’Arbeitsqual di Marx, lo sforzo del lavoro (che la stessa sua crescente produttività suscitata da nuove tecniche senza dubbio comprime quando dalla fase russa volge a quella americana del capitalismo) ma anche (ed in questo la sua rivoluzionaria originalità sfolgorerà nella storia di domani) lo sforzo bestiale del consumo dannato ad assorbire follie produttivistiche della macchina industriale, per vie di distruzione, lesione, intossicazione dei ventri e dei cervelli – e voi direte con noi dei corpi e degli spiriti!

Se dunque imprechiamo ad una stessa superstizione, caratteristica (il Papa con fiero sarcasmo dice) di questo «razionalista» uomo moderno, vediamo in modi totalmente contrapposti la via per la quale l’uomo ne uscirà.

E non chiediamo noi la parola, trovando la tesi tracciata da mano maestra. «Noi respingiamo il comunismo come sistema sociale in virtù della dottrina del cristianesimo, e dobbiamo affermare particolarmente i fondamenti del diritto naturale. Per la medesima ragione rigettiamo altresì l’opinione che il cristianesimo debba vedere il comunismo come fenomeno di una tappa del corso della storia, un quasi necessario momento evolutivo di esso, e quindi accettarlo quasi come decreto della Provvidenza divina».

Quì la condanna teoretica di ogni tentativo imbelle di accogliere taluni teoremi economici del marxismo, sul crollo del capitalismo e sulla fine della proprietà privata, trasportandoli in una teoria della storia propria del cristianesimo e in cui recita una parte la Provvidenza extramateriale, deve giudicarsi impeccabile. L’antitesi tra i due sistemi è categorica.

Abbiamo già incontrata una delle categorie che il marxismo distrugge: il diritto naturale, l’ordine naturale. Altro eloquente passo ci offre l’elenco delle altre.

Il Papa concede che nelle linee limiti di quell’ordine naturale possano succedersi nuove e diverse forme storiche che l’uomo adatta alle situazioni successive, ma segna con mano sicurissima quelle linee essenziali: la famiglia e la proprietà come base di provvedimento personale; poi come fattore complementare di sicurezza gli enti locali e le unioni professionali, e finalmente lo Stato.

Questo schema tracciato con rigore quasi matematico di espressione è in sommo grado suggestivo e altamente orientativo.

Esso ricorda dialetticamente alcuni altri grandi schemi dei nostri classici teoretici.

Federico Engels scrive statutariamente dell’Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato. Quando Marx, nella prefazione alla Critica dell’economia politica, disegna il tracciato di base della sua opera monumentale, incompiuta dalla sua mano di uomo, non dalla storia, si esprime così: «l’ordine secondo il quale io considero il sistema dell’economia borghese è il seguente: capitaleproprietà della terralavoro salariatoStato, commercio internazionale, mercato mondiale».

La costruzione di Pacelli si è fermata sulla soglia dei sistemi soprastatali. Ma ne ha detto ab­bastanza nel capitolo, di superio­re respiro, sulla pace internazio­nale e sulla soggezione dei po­poli.

Categorie ed elenco

Le categorie sono dunque al loro posto. Rispondono ad un or­dine inviolabile nel pensiero del Papa, quelle che sono nella co­struzione marxista dimostrate in­vece transeunti forme della vita della specie: ebbero un’origine, avranno non lontana fine. Anti­che forme di società umane eb­bero come base di convivenza l’orda e la comunanza di terra e beni: poi vennero la famiglia e la proprietà, istituti di cui noi di­segniamo la scomparsa, perve­nendo una società ulteriore a materialmente provvedersi senza di esse.

Così diamo un’origine (e non li consideriamo immanenti) ai «fattori di sicurezza» come ulti­mo dei quali è segnato lo Stato. Anche questo nella nostra dottri­na non nacque con la specie, ma sorse storicamente molto oltre, e insieme alla divisione in classi sociali. Anche per esso si dà ori­gine e fine, non eterna presenza per imperio di naturale diritto.

Non può non rilevarsi come la teoria politico–sociale dei teo­logi classici si presenta evoluta di molto. Lo Stato non è più primo, ma ultimo dei fattori or­ganizzativi sociali. Non più il legame gerarchico tra un’investi­tura di potere da diritto divino nello Stato centrale, unico, au­tocratico (lasciata cadere come evidente deformazione contingen­te di una fase storica); un ritorno piuttosto ai gruppi locali delle origini cristiane, assimilati alle odierne amministrazioni perife­riche, e una inserzione nella mac­china sociale delle moderne orga­nizzazioni sindacali, non incoe­rente alla tradizione corporativa della chiesa (i pescatori–apostoli, ecc.). Non contestando che si possano trarre da sistemi di di­ritto naturale le forme di poteri locali e di organismi di catego­ria professionale, contrapponia­mo che anche qui, nella opposta nostra costruzione, sono forme transitorie, e non hanno l’altez­za di lineeessenziali. Il sindacato professionale, come il «lavoro salariato», è per noi forma che deve sparire; i poteri locali spar­pagliati (come ad esempio nella rete feudale) al pari dei grandi Stati classici e moderni, sono presso noi forme derivate dalla divisione in classi, e dovranno sparire, alla fine.

L’antitesi tra le due posizioni teoriche, posta correttamente da ambo i lati, è dunque incolmabile. E’ logico che il cristianesimo condanni il comunismo in nome della sua dottrina, presunta applicabile a tutto il corso storico. E’ logico che il comunismo, come milizia di parte, vieti la presenza di aderenti alla religione cristiana, alla chiesa. Come teoria il comunismo, che sa di non essere sorto prima della vita storica, ma da essa, e ad un certo punto di sviluppo, non usa la frase di condanna al cristianesimo: lo spiega come moto del suo tempo storico; lo dichiara effetto rivoluzionario di una lotta di classe, alle origini; lo considera in oggi strumento conservatore legato agli interessi di classi sociali dominanti; in tanto combatte contro di lui.

Tutto questo non regge, se per poco si è corrivi a identificare il comunismo col basso cianciare dei portavoce del Soprastato di Mosca. In questo la genuflessione di principio a tutte le linee essenziali della costruzione cristiana è quotidiana: famiglia monogama; proprietà personale; basso localismo; crasso operaismo; ed al culmine il più pesante, pauroso statalismo, al quale il verbo papale si è quasi con riluttanza collegato.

Che il capo della Chiesa sospenda offerte di coesistenza con chi colpisce la religione sua e la sopraffa con la politica (come con essa sopraffatto ha il marxismo), perseguitando i seguaci (e ogni tanto nella forma borghesissima e vuota di giacobina bestemmia, per la irresistibile necessità sociale di scimmiottare le soprastrutture classiche di taglio massonico, in quanto si lavora ad una giovane base capitalistica) è fatale.

Ma quando egli assurge a colpire, col termine geniale di «superstizione quantitativa », ciò che nelle polemiche del primo ottocento tra feudalisti e marxisti era il comune nemico Mammonismo, la condanna è inesorabile, ma priva, necessariamente, di forza storica. Passare per la frenesia quantitativa è tappa che la serie storica dei modi di produzione non può saltare. Una sola via per abbreviarla alla Russia e all’Oriente esiste: è che Mammonismo e quantitativismo possano rovinare nell’Occidente, dove hanno sviluppato fino ad un limite impensabile le forme deteriori e degeneranti, che un alto sguardo vede e un’alta voce proclama dalla cattedra vaticana. E’ che la pazzia del boom americano sia inghiottita nella bocca paurosa della catastrofe di Marx.

Tre sperdute schiere

Il nostro alto interesse si volge ad una constatazione e descrizione del dissolversi della società borghese, teorizzato dalla nostra scuola in tutto il suo inarrestabile corso da ben oltre un secolo; che viene da una voce così attesa ed ascoltata nel mondo. Essa ci vale a buon diritto come conferma sperimentale della nostra ricerca e costruzione scientifica – dopo aver chiaramente stabilito, sulla base dello stesso testo presente, come le due dottrine siano in cristallina contrapposizione.

Il sociale giro di orizzonte merita ancora alcuni rilievi eloquenti, posto agli atti che la via d’uscita dal marasma umano è radicalmente diversa: per il Papa è il ritorno all’armonia tra l’uomo e le cose basata sull’armonia tra gli uomini e Iddio, incarnato nel Cristo nascente – per il comunismo è lo scioglimento rivoluzionario di un conflitto di classe in cui la forma economica capitalista, chiuso il necessario ed utile suo ciclo ormai da tempo, soccomba in una lotta violenta di uomini contro uomini, espressioni di due diversi sistemi di stabilire l’armonia tra l’uomo e le altre cose.

La rampogna del capo della Chiesa va anzitutto ai suoi stessi seguaci. Egli nota che ovunque il Natale (e soprattutto il Christmas!) ha un’eco rimbombante e popolare, una buona stampa, una risonanza strepitosa; questo tuttavia non basta alla centrale romana, come basterebbe ad una atlantica o moscovita!

«Gli uomini, esaltandosi per i ritrovati della scienza e della tecnica, anzichè elevare il pensiero a Dio hanno davanti al mistero della nascita di Gesù tutt’al più sentimenti vivi, ma terreni»Chiunque altro scrivesse o dicesse una cosa tanto tremenda, cadrebbe sotto il fulmine dell’Indice. La massa cristiana è accusata di bassezza pagana, di prendere occasione dal mettere il nudo bambino nella rozza capanna, solo per sborniarsi di whisky e erotizzarsi nel vortice delle sambe. Una prima ala fideista della società moderna è dichiarata affetta da sensuale edonismo, da adorazione del vitello d’oro.

Una seconda schiera riceve non meno sanguinosa sferzata. «Altri ancora ricercano una vita interiore inconsistente perchè chiusa in sè e quindi ridotta ad una solitudine sdegnosa e quasi disperata». Queste parole a nostro avviso (molti nelle chiose di questo testo non ordinario hanno esitato) mirano a due obiettivi: l’idealismo in genere che poggia tutta la scienza non sul Dio ma sull’Io, e la sua versione preagonica odierna, l’esistenzialismo, che dopo avere negletta nel Dio l’essenza e l’esistenza, getta fuori dall’uomo anche ogni ricerca di essenza e lo riduce all’accidentale vivere della cosa senziente e pensante, il che è davvero vita disperata e morbosa senza orizzonte, in cui è uccisa ogni fecondità come ogni relazione umana. In un secondo senso si colpiscono non più questi atei, ma anche una schiera di esistentisti non atei, presente nella stessa Chiesa, che crede salvare il misticismo straniandosi dagli scontri del mondo sociale e fondando un esistenzialismo della seconda vita. Il sommo Pontefice, nella persona di un uomo di sapienza e di coraggio, bolla questa posizione, che mina la sua grandiosa scuola storica, di eterodossia e di abiura, incita a che si opini e si operi in tutti i rapporti terreni dell’epoca, pratica altamente questo come dovere cristiano. Ammirevole, ma, sempre, in ritardo ormai sul corso storico.

Nè può farsi grazia ad una terza posizione, diffusissima in questo mondo smarrito, che è impotente a tutte le fedi. «Altri infine, indifferenti e insensibili a tutto, non apprezzano nè la grandezza di ciò (la sdegnosa solitudine) nè la dignità dell’uomo, ma vivono una vita senza senso».

Anche questa è una formula che deve restare, la vita senza senso. Anche i milioni di operai che seguono come gregge le manifestazioni teatrali e regificate delle organizzazioni opportuniste, ma hanno scordato il fremere della guerreggiata, e sorgente di forza propria, lotta di classe, la potenza della contrapposizione radicale a tutte le forme borghesi del programma rivoluzionario nei suoi taglienti profili, e ribalbettano slogans castrati che puzzano di tutte le ideologie di classi nemiche, vivono, rosicchiando qualche offa che si lascia loro perchè si imbevano davanti agli schermi di rimasticate maniere borghesi, vivono, i disgraziati, una vita senza senso.

Se questo stato d’animo ha nell’attuale tornante pervasa perfino la classe che sola può essere l’artefice di un mondo diverso e nuovo, esso schiaccia in maniera allucinante tutti i poveri cristi delle classi medie. Nessuno sa più per nulla combattere, per nulla disturbarsi, ognuno è dedito alla contesa del piccolo profitto, della seminnocente scroccheria; come al decadere delle società signorili diveniva norma lo spettacolo dei rincorrenti le monete lanciate dai cocchi o dei banchettanti coi rifiuti delle mense sulle soglie delle cucine.

Meraviglie e miserie

Cresce la produzione, aumenta il reddito nazionale, aumenta il reddito pro capite compensando il pauroso aumento delle popolazioni, si complicano i bisogni e la soddisfazione di essi, sale il tenore di vita – tutto questo il miracolo prodotto dal progresso della scienza e delle applicazioni tecniche che sempre più, in questa società beatissima, determinano, da cresciuti a dismisura impianti meccanici, masse di beni prodotti e consumabili in misura maggiore del numero di quelli che vi lavorano e del tempo che vi lavorano.

Si parla solo timidamente, in questa economia da stupefacenti, di ridurre il tempo di lavoro personale. Si preferisce, e lo si deve fatalmente, avere larghi margini, oltre lo stretto bisogno di tenere in vita la forza lavoro, che si tratta di far consumare, e dunque di vendere. Guai se si arteriosclerotizza il tempio dei templi, il mercato.

Questo margine non se lo possono mangiare le cento famiglie, e solo ogni trentina d’anni lo pasteggia la guerra generale. Una buona parte va nella guerra fredda e nel fabbricare armamenti che ogni due anni si buttano via perchè, camminando sempre, sua santità la scienza li ha resi superati (novanta per cento dei superamenti a cui crede il fessame sono sporca pubblicitaria menzogna). Una sempre più gran parte di questo margine di ricchezza si versa nelle casse pubbliche, e piove con metodi ruffiani sulla bassa popolazione, che vi disseta una permanente illusione di ingordigia.

Tutto il ruotismo non gira se non si moltiplicano le occasioni di spartizione, di acchiappamento e di conquista di lacrimevoli brandelli di consumi; dall’Inghilterra del primo sistema borghese il betting ha guadagnato il mondo. Lavoro per guadagno, e perfino speculazione del possidente per guadagno, sono forme meno vergognose del gioco, dello scommettimento, del concorso, della competizione che ha in palio alcuni sporchi dollari, e di cui tutti si eccitano, e meno di tutti i vincitori.

La caccia ai brandelli di margini economici impegna tutta la moderna società di tipo americano,, che ormai è il tipo mondiale, agognato dagli stessi russi bolscevizzati col compressore. Ogni soggetto ha il suo job, il suo impiego a stipendio fisso, che è un altro grande concorso nazionale a chi non fa un canchero e fa fesso lo Stato. Ma tutta l’emotività va passando in un’altra caccia al denaro, non più professionistica ma dilettantistica. Caccia al denaro ed anzi a qualche cosa di molto più stupido del denaro: l’emozione di sfrosarlo, lasciando a bocca asciutta altrui.

Questo pasto commotivo della società senza senso va dalla agguerrita associazione di banditismo le cui forme sempre più eclissano il leale brigantaggio antico, allo stupido quiz con cui l’uomo medio moderno misura per soldi la sua destrezza e furberia, e perfino, dio degli dèi, la sua cultura.

L’America è infestata da questa malattia collettiva, e più che mai in questo paese di popolo da cartone animato nessuno più cerca un senso della vita, ma solo si sommerge sensualmente nel dozzinalismo, nella banalità, nella mimetizzazione di atti, di gesti e di comportamenti messi alla moda da una fumistica diffusione pubblica di materiali – scritti, parlati, proiettati, stampati, ecc. – spregevoli e artefatti cento volte rispetto a quelli di epoche antiche e degli stessi buoni tempi del mondo borghese.

In questa Americhetta, in sottordine e pacchiana, che è l’Italia liberata tre o quattro volte e fessificata in composta ragione, tutta l’attenzione è tesa non – putacaso – al discorso del papa, ma a qualche cosa che fa fare economia di circolazione cerebrale e sollazza all’odore dei soldi guadagnati di gioco: il «lascia o raddoppia», e il caso del professore di matematica dilettante di musica. L’alternativa che raggiunge tutti non è di peso storico e non riguarda la pace e la guerra, il cristianesimo o il comunismo, e nemmeno, guarda un po’, le prossime elezioni, ma il sapere se sarà rimesso al «parosparo» di lasciare o raddoppiare quelle lire, e come quel Degoli se la caverà: emozione, palpito nazionale! E’ scesa, oseremmo dire, più sotto della scempiaggine dell’alternativa a sinistra di Nenni, di cui in fondo non occorre essere «indifferenti e insensibili a tutto» come per la terza schiera degli «sciaurati che mai non fur vivi » di Pacelli, per fregarsene altamente, anzi alternativamente.

Mammone morrà

Ci siamo così permessi di ridurre in parlata spicciola la classica austera dipintura di ambiente dovuta a Pio XII.

Ma come, se il Bambino non ridiscenderà a ciò sulla terra, si risolverà il problema dell’aumentata, per valore tecnico e scientifico, produttività della macchina industriale, e della umana impossibilità di deglutire la massa prodotta, con via che non ripeta il colare dell’oro liquefatto nelle canne di Creso, e senza che l’umanità, per effetto del troppo sapere, non sia come Mida condannata, per aver convertito in oro tutto quanto tocca, a portare le leggendarie orecchie d’asino?

La classica soluzione comunista è tratta dalla dottrina del determinismo economico con assoluta fermezza: al limite in cui la massa di merci basta per vivere umanamente e non più da lupi contro lupi, l’aumentata potenza dei mezzi artificiali di produrre, di lavorare al posto delle mani e degli stessi cervelli umani, si tradurrà in ridottissimo tempo di lavoro chiesto ad ognuno: da cento anni quasi i socialisti hanno già calcolato un paio d’ore.

Condurrà questo alla vita senza senso, a riempire le opere libere di esercizi cretini e corruttori, di quiz e di trabocchetti da uomo a uomo, che esaspererebbero l’individualismo, nemico supremo di noi comunisti marxisti? Quell’individualismo che, scalzato pericolosamente dalle concezioni mistiche che lo spostavano nell’oltretomba, è stato riportato più che mai velenoso sulla terra dall’epoca della macchina, della fabbrica e del capitale?

NO. Vincerà il comunismo sull’individualismo; alla condizione che venga ucciso Mammone.

Cosa vuol dire il «metodo quantitativo» scomunicato da papa Pacelli? Quale quantità bassa e dannata misura oggi tutti i moti e le tendenze di questa società disfatta? Una sola: la misura mercantile, il denaro.

Non vi è fine di capitalismo se non è fine di mercantilismo. Mal si levò, contro questo teorema unico più che essenziale del marxismo, Stalin, anche se è proponibile la tesi economico storica che per la Russia e l’Asia il tuffo nel mercantilismo deve ancora farsi in profondo; e allora non può nè deve parlarsi di società socialista, di paese del socialismo.

L’abusato termine di libertà, che associa mammonisti ed ascetici, altro non vuol dire che ore non richieste dalla produzione degli oggetti di consumo sociale. Ma l’individuo, se non rinsavirà che dopo una rude lunga fase di rivoluzionaria dittatura sradicatrice di patologiche eredità, non dovrà essere al caso di mercare le sue ore libere per accumulare ricchezza personale.

Mammone non cade quando cadono Creso, Rotschild, o Morgan. Cade quando il prodotto dell’umano lavoro e l’oggetto dell’umano consumo non è più merce.

Cade in un’economia a metodo non più quantitativo, quando non esiste più la sua misura universale, la moneta. Cade quando la staliniana sopravvivente legge del valore passa tra le cose morte.

Sarà forse allora la specie umana molto prossima, o Pontefice Romano, a quello che le religioni antiche, balbettìo dell’umanità, ma balbettìo geniale e vitale, chiamarono il mondo dello spirito.