Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1956/14

Plaidoyer pour Staline

Tutte le Rivoluzioni hanno preso sbornie di processi agli individui, si sono nutrite di innocenze e di colpe, di accuse e di difese. La Rivoluzione che noi attendiamo non lo farà, se alla fine della teoria marxista vi è, come noi crediamo, la Rivoluzione. Tale teoria non conosce responsabilità personali, assoluzioni o condanne. Conosce atti di forza, che sono necessità sociale, e non hanno a che fare con la qualifica giuridica o morale delle vittime, o degli autori.

Sarebbe dunque sciocco se chiedessimo la parola per la difesa di Stalin, imputato postumo. Sono gli atti di accusa contro di lui che vanno svergognati, in quanto concludono per la condanna, in strana concordia, vengano dagli esasperati nemici di decenni addietro, quando era odiato in quanto comunista e insieme ai comunisti rivoluzionari degli scorsi decenni, quando a nostro parere aveva disertato il comunismo, e dagli amici di quegli stessi decenni che oggi gli scoprono infamie infinite.

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O si tesse la storia delle società umane come res gestae, come imprese attuate da uomini sommi e grandi condottieri, nella cui geniale volontà i fatti sono vissuti come un film, che dopo gli uomini generici hanno recitato in masse di comparse – o la si tesse, come i marxisti, cercandone le cause motrici nelle condizioni di vita fisica comuni alle masse collettive, e che le mettono, non coscienti né volenti, in moto.

Se si è ancora alla prima visione, non è proprio il caso di stupire se lo stesso nome reso “immortale” per la gloria delle imprese e la creduta forgiatura dei destini successivi dei popoli, giri per la notorietà di azioni turpi e di incredibili vergogne, che classificherebbero l’uomo comune come bruto, criminale, rifiuto della società. Vieto, e non nuovo il caso di Stalin, levato sugli altari come uomo eccelso, e descritto come soggetto degenere e mostruoso.

Questo va ricordato, e non spiegato, pel momento, con un tantino di marxismo: ossia confrontando la descrizione della classe e della parte di cui l’Uomo famoso fu difensore, e poi quella della classe e parte nemica e colpita. Sono proprio i soggetti e i seguaci, per frenesia o per vile interesse, che hanno messo nella doppia luce, di regola, tutti quelli con la collana dei cui nomi si è scritta la storia corrente, quelli che noi per derisione diciamo i Battilocchi.

Il Saggio che, richiesto di politico consiglio, fece passare la falce a una certa altezza dal suolo, recidendo del rosso campo di papaveri i fiori che sovrastavano più alti il prato, sapeva che chi si innalza sui suoi simili per speciale forza e valore, lo fa anche perché eccelle nel nuocere e nell’infierire, e nella sinistra capacità di opprimere altri.

Noi ci dimetteremmo da marxisti, e quindi da studiosi della storia, se pensassimo che un simile sterminio dei più Grandi o dei più Farabutti potesse mai fare perdere una battuta a quella Rivoluzione, di cui siamo assertori, e le cui radici sono connaturate in tutti i gambi del campo dell’erba umana.

Se volessimo seguire la casistica storica della doppia versione sugli uomini “speciali” – pretesi, per i nostri contraddittori, motori degli eventi generali – non basterebbe una vita umana. Non sfuggirebbe nessun nome eccelso, profeta o sapiente, santo o reggitore di popoli, semidio o semidemone delle leggende che ci furono trasmesse, nemmeno in quanto riflesso nelle opere di fantasia letteraria; in cui in altra forma fermarono gli uomini le stesse loro comuni tradizioni. La sublimità, e l’ima vergogna, le dimostreremmo da tutti toccate. E per le due ragioni tutti ricordati, o forse meglio sognati, da misteriose trasposizioni delle prime forme di umana conoscenza e trasmissione dei dati del passato. Inutile dunque, cercare su questa trafila dell’uomo causa di storia, in cui si scivola dalla banda dei Dulles come da quella dei Krusciov (tanto per intenderci alla buona), la chiave del problema Stalin.

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Potremmo sondare le religioni e i miti, che altro non sono che prime scritture di vissuta storia sociale, non inventate secondo arbitrio e caso, ma derivate per successive deformazioni da materiali condizioni della vita comune, i primi esempi che immedesimano il genio buono e il cattivo, il salvatore degli uomini e la belva che ne beve il sangue. Dio, in ogni stadio, è il primo modello dell’essere amato e temuto al contempo, negli stessi tremendi estremi.

I primi personaggi storici stanno campati in mezzo tra il mitico e l’umano. La tradizione che li costruisce smarrita oscilla tra le loro virtù preclare e i loro vizi orrendi. È anzi l’orrido che appare all’uomo, anche nei tempi non antichi, più atto ad innalzare ad un uomo il piedistallo sugli altri.

Di molti grandi capi e signori e sovrani il ricordo delle infamie ha nella narrazione storica scavalcato quello dei meriti, e al massimo si è con questi sposato senza che la fantasia popolare se ne staccasse. Ricorderemo i feroci sacrifizi e stragi dei re assiri ed egizi che la storia ricorda per fondazioni ed opere giganti di civiltà millenarie? La regolazione del Nilo, le piramidi, le città dalle mura settemplici, o la bonifica idraulica come nella ferace Mesopotamia, che Semiramide trasformò da foresta infestata dalle belve in un giardino ridente tra le domate acque del Tigri e dell’Eufrate, per passare alla storia poi come una massima puttana, in quanto è il lato sessuale della deviazione umana che immancabilmente affiora attorno a questi clamorosi nomi? Tutto ciò sarebbe troppo lungo. E se i grandi imperatori si imposero alle popolazioni non fu per i bellici disagi delle gloriose campagne, quanto per aver saputo davanti ai loro occhi fare crocchiare i corpi vivi dei prigionieri sotto le ruote dei carri trionfali. Vi è oggi tanta distanza da questo? La morbosa commozione del civile popolo americano per qualche decimetro di intestino di Ike, vi sarebbe forse, senza la gioia di avere appreso e ammirato sugli schermi la magnifica schiacciata di centinaia di migliaia di corpi vivi, che un Serse, un Ciro, un Tamerlano, un Gengis-Kan non avrebbero saputo celebrare, sotto le atomiche di Nagasaki o di Hiroshima?

Bruciamo le tappe. Ovvio il collegare alla grandezza dei Condottieri le loro gesta sessuali con le Favorite di ogni razza, loro recate da tutte le vittorie. Ottaviano scende in popolarità di alcuni cubiti dinanzi a Marcantonio e a Giulio Cesare, per il merito di essere stato il solo a non entrare nell’alcova di Cleopatra. Virilità con le donne si accoppia letterariamente bene con il valore dinanzi al nemico, come per Astolfo che epicamente batte nella notte dodici vergini e il seguente dì dodici cavalieri; posta della sfida la propria testa.

Ma anche la degenerazione e l’inversione sessuale più turpe hanno ben condite le qualità preclare degli uomini di eccezione. Socrate resta il fondatore della filosofia morale, malgrado certi suoi scherzi col giovane Alcibiade, prediletto allievo. Per tornare a Cesare, è banale ricordare che secondo Svetonio i suoi fedeli legionari – non i suoi avversari – cantavano nel trionfo, in quel latino che consente di riferire porcherie: Hodie Caesar triumphat – qui subegit Gallias – Nycomedes non triumphat – qui subegit Caesarem. Vero o non vero, l’episodio con Nicomede, re di Bitynia, è un fatto storico di peso comparabile al travalicare della forma sociale romana classica nella Gallia e nella Britannia e alle origini dell’Impero Latino? Sono tali eventi umani condizionati dalla figura di uomo di Cesare, qui visto come un invertito, lì come il più grande generale, ingegnere, scrittore, storico, statista, di un secolo ricordato come aureo, ossia fecondo di uomini di rilievo – in quanto, secondo noi marxisti, era fecondo di un divenire di forze collettive, non personali?

Cadrà l’impero dopo avere avuto Nerone, Caligola, Tiberio, macchiati nel credere volgare di tutti i delitti; ma anche le forze nuove che schiuderanno la via alle nuove forme avranno l’aspetto dei feroci invasori; Attila flagello di Dio farà morire l’erba sotto gli zoccoli dei suoi cavalli, ma germinare un mondo originale: maledetto, benedetto? Ambo le cose. Con Vandali, Eruli, Goti, Normanni e i loro re dai nomi famosi, dai feroci costumi e dalle cristiane benemerenze.

Boia e Padri della patria, Santi e Inquisitori, Riformatori e Tiranni, si affollano alla memoria storica cogli stessi nomi, e colle stesse imprese gloriose si incrociano, senza fare troppa impressione ormai a nessuno, venefici, incesti, parricidi, roghi e tratti di corda… Il giudizio morale sui nomi fa a chiunque, di ogni scuola, scrivere una storia ubriaca e sconnessa. Evidentemente le ragioni di essa vanno cercate fuori dalle infamie, quanto dalle meravigliose opere, della grandinata allucinante dei Nomi Immortali. Questo doveva essere fatto, e fu fatto, dai materialisti storici.

Dobbiamo ancora trascrivere le due presentazioni della Rivoluzione Francese, dal lato feudale e da quello borghese? Ricordare le accuse alle belve del Terrore, del Termidoro e della Restaurazione? Contrapporre la luminosa costruzione che risolve apologie ed esecrazioni sorpassate e fatue nel vivo dramma delle classi in lotta, nella forza motrice della lotta economica, allorché il marxismo appare? E per sempre impallidisce ogni giudizio morale?

Non sfuggono i personaggi più recenti a queste norme. Lo scontro della Prima Guerra Mondiale fu legato al nome di Guglielmo di Germania, idolo degli uni, mostro degli altri: fece a tutto ciò da premessa una sporca storia di convegni col conte di Eulenburg. Sempre con quest’arma propagandistica del pettegolare sessuale si vollero condurre le battaglie politiche, né se ne salvò mai il Vaticano. Quando Mussolini era al vertice circolarono basse voci di illeciti amori, si diffamarono suoi segretari e fiduciari, si usò largamente come in tutti questi casi l’arma di sventolare i panni sporchi di famiglia. Che non si disse di Hitler? Gli uomini del proletariato furono anche non poche volte colpiti con questi bassi mezzi. Si sono incontrati porci che spiegarono in modo osceno il legame di Engels con la famiglia di Marx. Eppure la storia del comunismo ha esempi che hanno fatto tacere tutti: uomini che forse come Marx e Lenin non ebbero altra donna che l’ammirevole moglie, malgrado la teoria sessuale professata. In questi giorni si è trovato un idiota che ha parlato di una visita di Lenin a una casa chiusa di Parigi invece che alla Biblioteca Nazionale, che lo avrebbe infettato… Ma crediamo di non avere mai incontrato uno tanto maiale che non abbia parlato con rispetto della impareggiabile compagna di Lenin, esempio eccezionale di moglie di uomo potente, unicamente devota non tanto al marito, quanto al partito, di cui virilmente ricordò a Stalin di non essere l’ultimo dei membri. Può a queste alte figure di Jenny e Nadejda unirsi Natalia, la vedova di Trotzky.

Ora vorreste sciogliere il problema dell’indirizzo storico, che si lega convenzionalmente al nome di Stalin, col fatto vero o inventato – che mai, in sostanza, ciò importa? – che si sarebbe, vecchio, fatto condurre giovani donne, e quasi bambine?!

In questa schifosa materia, più dei sistemi nervosi che non reggono, sono sozze le bocche che si compiacciono a raccontare. E la politica che lega un successo all’impiego – ripetiamo vere o false che siano – di così miserabili risorse, non fa che dare una misura della pochezza e della insipienza umana. Se si tratta di chi una volta si sia detto marxista, la china discesa è di una profondità tanto spaventosa, che ci troviamo in presenza di cervelli degenerati in modo cento volte più patologico, di qualche glandola sessuale i cui ormoni non siano chimicamente conformi alla regola generale.

Alla fine del suo studio su Stalin, ricco di incredibile materiale e rivendicato dagli eventi posteriori in modo drammatico, Trotzky, al quale non potremo mai perdonare di essere stato tanto spesso biografo e psicologo, lui grandissimo storico marxista, conchiude con questa frase: “Lo Stato sono io è una formula quasi liberale in confronto con l’attuale (1940) regime totalitario di Stalin. Luigi XIV si limitava a identificare sé stesso con lo Stato. I Pontefici romani identificavano sé stessi insieme collo Stato e con la Chiesa, ma ciò solo nell’epoca del potere temporale. Lo Stato totalitario russo giunge molto più lungi del Cesaro-Papismo, perché esso ha sottomesso del pari tutta l’economia del paese. Stalin può ben dire a differenza del Re Sole: la Società sono io“.

La distinzione tra Stato e Società è nella teoria marxista ed engelsiana fondamentale. Fino a che Stato vi sarà, sono due enti distinti e nemici. Lo Stato è una macchina di classe che pesa sul corpo della società umana. Per erigere uno Stato, se marxismo è marxismo, non basta un Uomo, occorre una Classe sociale.

Trotzky non ha scritto quelle parole che a titolo di feroce sarcasmo. Egli non ha voluto dire che Stalin ha messo il suo tallone sullo Stato e su una società di cento milioni di uomini; sarebbe sceso all’altezza di un Krusciov che vuole farci tremare col mignolo di Stalin.

Anche Lenin nel suo testamento insistette sull’esame psichiatrico di Stalin. Questo testo può fare molta impressione, ma non è di Lenin il più grande e il più utile. Lenin stesso si scusa: queste cose (il caratteraccio di Stalin, la sua maleducazione coi compagni) sembrano minuzie, ma non sono…

Lenin, come vedeva chiaramente la moglie, voleva passare le funzioni di Stalin a Trotzky, a Zinoviev, a Kamenev. Ma soltanto perché egli sentiva che quegli uomini erano sulla via di diverse forze del fondo della storia, e avrebbero lottato, e lui come tutti noi avrebbe – se non moriva – lottato, dalla parte contro Stalin.

Lenin cominciò a star male nel marzo del 1922. Il primo attacco di arteriosclerosi gli bloccò il lato destro e la parola il 26 di maggio. Al IV Congresso del Comintern, dal 4 novembre al 5 dicembre 1922, egli partecipò pienamente: il suo era un fisico formidabile; si era ripreso. Ma il 16 dicembre soggiacque al secondo colpo. Scrisse il testamento il 25 dicembre, il poscritto il 4 gennaio 1923. Il 9 marzo, pochi giorni dopo la lettera di rottura con Stalin, ebbe il terzo e più tremendo colpo. Sembrò in ottobre 1923 migliorare lievemente; morì il 21 gennaio 1924.

Ma già chi potette avvicinare Lenin nel giugno del 1922, durante l’Esecutivo Allargato a cui egli non poté intervenire, si vide venire incontro un uomo gonfio, dagli occhi cambiati, che faceva visibili sforzi per ricordare e parlare: sebbene colui fosse proprio di quelli per cui la storia si fa senza gli uomini, o senza dati uomini, uscì esprimendosi ai compagni con una frase drastica, irripetibile: siamo definitivamente fregati, ragazzi – all’incirca.

* * *

Quanto Lenin espresse negli ultimi tempi della sua vita va dunque adoperato con circospezione. Il fenomeno del novembre-dicembre 1922 fu senza dubbio l’ultimo fenomeno che la natura poteva produrre, con l’aiuto dei più validi medici disponibili a Mosca, e l’opera incredibile di Nadejda, che dopo il secondo colpo doveva ricominciare ad insegnargli a parlare e a leggere come a un bimbo. Quando Trotzky narra nel suo libro che Stalin voleva dare a Lenin il veleno da lui chiesto, dice che il medico non escludeva la ripresa e così si espresse: il virtuoso sarà sempre un virtuoso. La parola, italiana, non ci pare che calzi. Un Uomo è forse la stessa persona per dio, il diavolo, e la legge, in tutta la sua vita; ma certamente non è sempre la stessa Cosa, per il medico soprattutto. Tratteremo la questione, in breve e per chiudere, non giusta la brillante frase di Trotzky, né secondo le ultime manifestazioni, tragiche, del pensiero di Lenin.

Chiunque adopera lo Stato, lo adopera contro una parte, una classe o talune classi della Società. Il problema è la relazione tra Stato e Società. La società è una naturale colonia di animali-uomo messi dalla natura in date condizioni, che distinguiamo in gruppi di condizioni. Lo Stato è una macchina organizzata formatasi nella Società, e unita a una parte della Società. La base dello Stato non può coincidere colla Società in modo uniforme: ciò è la menzogna della teoria democratica e liberale.

La teoria della Dittatura ci insegna ad adoperare una macchina-Stato, a nostra volta. Una nuova macchina, fatta dopo avere fracassata quella tradizionale, ma sempre una macchina, fatta con uomini legati da vari ingranaggi.

Questa macchina agisce contro le classi debellate, ma superstiti, per disperderle, coi loro annessi ed influssi ostinati; e dopo sparire.

Fino a che la macchina c’è, essa è fatta di uomini: scrittori, oratori, organizzatori, soldati, guardie, poliziotti.

Ammettiamo che la macchina-Stato debba funzionare con uomini adatti e selezionati, che abbiano date qualità, e anche cattive qualità per la morale tradizionale. Non rinunzieremo per questo all’uso, storicamente transitorio, della macchina-Stato, dell’utensile-Stato, dell’arma-Stato, della porcheria-Stato.

Noi non miriamo a erigere uno Stato modello, come tutti gli ideologi a noi nemici. Noi miriamo, perché la storia lo impone, a sbarazzare la società dallo Stato, “vaccinandola” coll’uso di un ultimo Stato, in certe condizioni più tagliente ed aspro di quelli che lo hanno preceduto.

Quando una forma sociale, come l’odierno capitalismo, invecchia troppo, può presumersi che lo Stato che ne ripulirà la Società dovrà essere particolarmente pesante. Supponiamo che ci si provi che in esso dovranno impiegarsi e magari sacrificarsi a diventare soggettivamente spietati e feroci alcuni dei militanti del partito; non sarà una ragione storica per rinculare dall’unica via della Rivoluzione.

Così parlarono e scrissero Lenin e Trotzky nel tempo della piena efficienza, essi che soggettivamente non avrebbero goduto a schiacciare una formica (una sola volta Trotzky ci parlò col suo buon sorriso di “plaisir de la chasse“). Non abbiamo nessuna ragione e nessun interesse dottrinale di partito a far leva sul sadismo di Stalin, e non vediamo in esso una chiave della storia. Chi voleva poteva guardarlo in faccia e apostrofarlo, come fece Nadejda senza tremare. Non la cattiveria o brutalità di Stalin decise questa partita storica. Ben lungi!

* * *

Non fu la natura che creò una mostruosa creatura, ma la storia che si fermò su un difficile tipo della macchina-Stato a cavallo tra troppe forze in contrasto, cui venne meno la forza decisiva: il proletariato d’Europa.

Questa forma storica si arrestò in un mostruoso incontro tra due forme ormai alternative: democrazia e dittatura.

La questione non è di sapere se la macchina-Stato può avere al vertice un singolo, un sinedrio, o un’assemblea popolare. Questa è metafisica, non storia.

Lo Stato rivoluzionario russo fu condotto ad usare la forma estrema del terrore interno; e di guazzare fuori delle frontiere nella – ovunque e sempre menzognera – difesa della lascivia democratica e popolare.

Tutti i fenomeni mostruosi uscirono da questo incesto di forze storiche, che invano tendenze, proposte, resistenze ed opposizioni cercarono di evitare: stare fuori dai parlamenti in Occidente, salvare in Russia il partito operaio dal soffocamento di uno Stato di borghese contadiname, non infangarsi nei blocchi antifascisti. Il superamento era immaturo, impossibile (anche per un Lenin rinato giovane!) senza la rivoluzione dell’Occidente.

Da questo incesto di forze storiche fu plasmato il Minotauro Stalin, povera forma passiva senza vitalità, fecondità e responsabilità; né bestia né uomo, non soggetto di processi di condanne o di riabilitazione.

Al dire delle miserevoli spiegazioni di oggi, la normalità o meno del governare di Stalin potrebbe discutersi alla stregua di comuni principii sulla validità e la rettitudine del maneggio degli Stati, che risalgono a comuni criteri di una civiltà base.

È in questo tentativo degli smarriti deificatori di ieri di Stalin che sta l’errore: manca questo terreno comune alle nemiche forze della storia: un solo mezzo di discussione corre tra esse, ed è la forza: avrà torto chi in definitiva avrà dovuto mordere la polvere. Tutto il resto è sporca prostituzione all’ideologia borghese, cui i falsi comunisti di oggi di Occidente hanno la scusante di avere sempre, senza assurgere un attimo al marxismo, lealmente, onestamente creduto, e in cui oggi si rituffano tirando il fiato. La legalità borghese è la loro atmosfera, e mai ne sono stati fuori: sarebbero deceduti. Solo una borghesia, che fiuta l’autofetore cadaverico, può di costoro temere: hanno il suo profumo.

Ma Stalin, si dice di Russia, negli ultimi contorcimenti, violò la legalità rivoluzionaria, la legalità sovietica.

O Stalin aveva il mandato di reggere una dittatura, o di rispettare una legalità. Lenin aveva scritto: Che cosa è la dittatura? Lo disse egli stesso:

Un potere conquistato e mantenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia, un potere “non vincolato da nessuna legge”.

Stalin e i suoi bassi giannizzeri non avevano legalità da rispettare, che abbiano violato. Essi sono stati per loro disgrazia, e nella loro irresponsabile impotenza, di nuovo vincolati, dentro e fuori la cortina, dalle leggi economiche giuridiche e ideologiche della lurida melma sociale borghese.

Quando la dittatura di domani, con alla testa un colosso alla Lenin, o migliaia di valorosi militanti, o milioni di semplici proletari, ciò conta ben poco, non chiederà più scuse e maschere di legalità e di costituzionalità, di consensi popolari e di emulazione dei radicali nemici, essa procederà alta, netta, luminosa e brillante, lavata dall’onta che oggi le attirano gli sciagurati diffamatori, che ne fanno, da forza gigante rinnovatrice della storia di un mondo, un feroce giocattolo che possa essere guidato dal mignolo dell’Uomo Nero.

L’ultimo dei crimini rinfacciato a Giuseppe Stalin è la proposta, che fece nel 1953, di crescere di 40 miliardi di rubli i versamenti dei contadini allo Stato, cioè all’economia industriale, cioè al famelico proletariato russo. La motivazione è bassamente riformista, minimalista, puzza a mille miglia di opportunismo piccolo borghese: Stalin non andava sul posto, in campagna, non faceva, credendosi un genio, i conti; asserì che ad ogni contadino bastava mangiare un pollo di meno. In effetti ognuno non avrebbe dato che 500 rubli all’anno, poche migliaia di lire in valore reale. L’argomento che Stalin vedesse le tavole coperte di oche e tacchini dei contadini nei films, è ignobile: era lui solo che li girava e li proiettava?! L’argomento che in certi anni i colcos avevano avuto dallo Stato solo 28 miliardi come prezzo di merci, vuole solo dire che per la terra (e il resto) che godono pagano cifre irrisorie. L’hanno rubata alla Rivoluzione.

Stalin sparisce dopo un’ultima idea che è un rigurgito di bolscevismo nell’ultimo degli ex bolscevichi. Spostare, nell’economia capitalista di stato, una maggior parte di reddito della semiborghesia campagnola e dei suoi agenti, ai lavoratori salariati.

Bisogna seppellire, senza adoperare mausolei, l’idea, così dura a scrollare dalle povere nostre teste, che gli uomini, siano Stalin, Trotzky o Lenin, possano fabbricare storia. “Three who made a revolution” ha male scritto il valente aneddotista Bertrand Wolfe. Tre che fecero una rivoluzione!

Tutti i testi usati nel rapporto di Krusciov, oltre ad essere in giro a Mosca dal 1924, sono stati stampati da Trotzky e in tutto il mondo da decenni e decenni. Ma finora è stato fatto credere a diecine di milioni di lavoratori di tutti i paesi, a centinaia di milioni, che lo avrebbero giurato cento volte, che erano falsi fabbricati da agenti borghesi – del calibro di tutti noi!

Trotzky ha dunque detto alla lettera tutte cose vere. Come quella che quando nella sessione del Comitato Centrale Kamenev lesse il “testamento”, Stalin, “seduto sui gradini della tribuna del Presidium, malgrado il suo dominio di sé, si sentiva piccolo e miserabile”. Ciò accadde prima del XII Congresso del partito, tenuto in aprile del 1923, Lenin vivo ma assente.

Oggi soltanto valgono simili testi a distruggere Stalin, già morto? E non distruggono quanti li sapevano da 33 anni, tempo di levare un Cristo sulla Croce, e ora li “rivelano”?

Trotzky racconta anche le parole della Krupskaya: “Volodya (vezzeggiativo di Vladimiro) diceva sempre: “Egli (Stalin, che Nadejda non nominava ma indicava inchinando il capo verso il suo alloggio del Kremlino) è destituito della più elementare onestà, della più semplice e umana onestà”. Parla un uomo finito dalla malattia, una donna al limite della abnegazione e del dolore, un altro uomo sconfitto ed esule. Volodya, Leone, Nadejda, molti di noi ometti, dovevamo capire che il dovere verso la causa ed il partito sarebbe stato di gettarci su Stalin divenendo, se occorreva, più disonesti di lui. Di Lui. Sostantivando questo pronome, scioccamente si fece anche al falso cattivaccio Benito, proprio dai suoi nemici, un piedistallo idiota. Ci beffavamo di ciò coi compagni di confino: di quale animale di sesso maschile state parlando?

Anche l’ardente Trotzky paragona Stalin a Nerone, a Borgia, e dice la ragione marxista: “Noi stiamo vivendo un’epoca di transizione da uno ad un altro sistema, dal capitalismo al socialismo. I costumi del declinante impero di Roma si formarono durante la transizione dallo schiavismo al feudalesimo, dal paganesimo al cristianesimo. L’epoca del Rinascimento segnò la transizione dalla società feudale alla borghese, dal Cattolicesimo al Protestantesimo, e al Liberalismo”.

“Anche Nerone fu un prodotto della sua epoca. Ma come morì le sue statue furono abbattute e il suo nome cancellato dovunque. La vendetta della storia è più terribile della vendetta del più potente Segretario Generale. Io mi avventuro a credere che in ciò è una consolazione”.

Tutto questo è grande ed è potente, in un così formidabile lottatore, in un campione della volontà e del coraggio umano. Tuttavia noi, minimi, rettificheremo in sede teorica, e non commotiva, alcune altre frasi del passo profetico.

“In ambo i casi (Impero e Rinascenza) la moralità antica aveva distrutto sé stessa prima che la nuova venisse formata”. Come per i marxisti non si tratta di fondare un nuovo Stato, così essi non abbisognano di una nuova morale. E, se la avessero, non vi figurerebbe la Vendetta, e tanto meno la consolazione che arreca al buon combattente battuto.

Ancora: “Una spiegazione storica non è una giustificazione”.

Espressa ancora una volta la nostra ammirazione a Trotzky, teorico tra i più grandi, noi proponiamo per epigrafe a Stalin, dopo i prolissi epicedi sulla sua tomba profanata, una tesi diversa e più grande.

Sempre, una spiegazione storica è una giustificazione.

La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea (Pt.3)

Marxismo e autorità – La funzione del partito di classe e il potere nello stato rivoluzionario

Chi arbitrerà le divergenze?

Il quesito era stato accennato in fine della prima parte, dedicata alla storia dello svolto nel partito russo, in cui prevalse (1926) la dottrina della costruzione del socialismo in Russia prima e senza la rivoluzione proletaria in Europa; e prevalse con essa la corrente rappresentata da Stalin, e allora anche da Bucharin e altri molti, poi passati a loro volta all’opposizione, e con essa caduti sotto le repressioni.

Se si ritiene che fino alla morte di Lenin e dopo, il partito seguì la giusta linea storica e politica costruita genialmente in lunghi decenni, e che culminava nella sua totalitaria assunzione del potere dello Stato, alla testa della classe dirigente e guidatrice del proletariato salariato, con l’alleanza della subordinata classe dei piccoli contadini, come passaggio alla dittatura del solo proletariato e alla trasformazione socialista dopo l’avvento della vittoria politica e sociale operaia in almeno gran parte dell’Europa borghese; che cosa spiega – qui era se non il dubbio, il quesito – come il partito, tanto ben preparato da una tradizione potente, si sia spezzato a favore della tesi disfattista, controrivoluzionaria?

Vi era una forza storica, un ente, un Corpo, che si potesse consultare per scongiurare l’errore e la catastrofe, dato che l’ingranaggio del partito bolscevico, e con esso quello della Internazionale Comunista, miseramente fallirono, anzi avallarono come linea ortodossa e rivoluzionaria quella che poi è rovinata fino al tradimento ed al passaggio al borghese nemico?

Dove in genere devesi collocare la direzione, la guida suprema, dell’azione della classe lavoratrice nella lotta al socialismo?

Questa questione era costata altre crisi ed altre dure prove e sconfitte. Essa esiste fin dai difficili periodi in cui l’Europa progredita doveva ancora essere duramente scossa per far largo, sulle rovine degli istituti medioevali, alle nuove forme sociali capitalistiche, che non potevano prorompere rigogliose senza l’ossigeno delle libertà nazionali e giuridiche.

Essa spezzò ancora una volta l’Internazionale Operaia dopo il 1871, con lo storico conflitto tra Marx e Bakunin, tra gli «autoritari» e i libertari, che in vasti ambienti e per lunghi decenni furono scambiati per l’ala più risoluta ed attiva del movimento delle classi lavoratrici.

Gli anarchici ammisero, senza capire di essere totalmente avvolti nelle nebbie delle ideologia borghesi, che ogni individuo potesse segnare da solo le vie della sua azione e che, svincolandosi da ogni esterno controllo di forze, risolvesse implicitamente anche il problema economico della sottrazione del prestatore di lavoro allo sfruttamento padronale, «continuando» la via borghese che aveva liberata la coscienza individuale dalla soggezione religiosa e il diritto personale dalle soggezioni giuridiche. Facendosi chiamare poi anarchici organizzatori o comunisti (sebbene per non chiamare partito il loro insieme appartenessero, in quella polemica celebre, alla Alleanza della democrazia socialista, terminologia ben degna dei peggiori odierni mestatori politici) ammisero le unioni operaie di difesa sindacale, e parlarono vagamente di future locali piccole «Comuni», formate da spontanea, libera adesione degli uomini di un territorio, autonome tra loro e nel trattare tra loro.

Una classica polemica di Marx e di Engels stritolò questo sistema barcollante e dimostrò che la spontaneità e l’autonomia erano idee non aderenti al corso rivoluzionario proprio di una definita classe sociale, il quale si fondava sulla formazione di un partito unico e centrale sovrastante i gruppi di professione e di località e che ne dominasse i capricci locali e occasionali. Spiegò che non dalle coscienze ma dalle convergenti forze e violenze materiali sorge quel processo, sommamente autoritario (Engels), che è una rivoluzione, e che mai essa smantellerà i vecchi istituti senza applicarvi un nuovo potere, uno Stato, una dittatura, una autorità.

Libertà e necessità

L’opposto dialettico dell’abusato termine di Libertà non è l’Autorità ma Necessità. La società umana non può sottrarsi al necessario piegarsi alle materiali forze dell’ambiente, se non, in relativi limiti, accettandole, conoscendole e prevedendo lo svolgersi dei loro processi. Anche nella concezione marxista vi è un traguardo ultimo in cui la società umana si solleva sul regno della necessità, ma come un tutto organico e coordinato, non come un ammasso corpuscolare di bizzosi ribelli a checchessia e a chicchessia. Quel lontano passaggio dalla collettività umana, e non degli uomini singoli, alla Libertà, si persegue non abbattendo alla spicciolata pezzetti di «autorità», forme sorte non dal prepotere arbitrario di uomini o gruppetti, ma dalle leggi stesse dell’utile corso storico. Soggetti di una tale avanzata sono le classi in cui la società si divide, capaci di rendersi artefici del prorompere di forme sempre nuove. In questo le rivoluzioni: in tutte e anche in quella proletaria del tempo moderno, sono in lotta non l’autorità e la libertà, ma due autorità, l’una contro l’altra armata.

Per l’anarchico puro – del resto sempre più rispettabile di quello semipuro e intrigante dei blocchi politici – Stalin, o chi per lui, vale Lenin, e Lenin vale Kerensky o Nicola II, dopo una certa strizzatina d’occhio di simpatia verso il penultimo nominato. L’anarchico odia lo Stato, e non può capire che noi lo odiamo quanto lui e più di lui, mentre non sarà lui a fregarlo via.

Noi con Marx dal primo sorgere della teoria, già precisa e definita nel Manifesto, già dichiarata nei primi scritti filosofici di Marx e di Engels, già completa nella Miseria della Filosofia contro Proudhon («non dite che vi può essere movimento sociale senza movimento politico»), crediamo dunque alla Necessità, che nel senso dell’effetto dell’ambiente naturale e cosmico è insorpassabile dalla nostra specie, e crediamo all’Autorità, come sola via delle forme di sviluppo della specie stessa, a cui tuttavia poniamo un termine nel futuro, sotto determinate condizioni di sviluppo materiale delle forze produttive, che nello svolgersi della specie e del suo organizzarsi si sono formate.

Dove collochiamo questa Autorità? Se si ricorre al fattore Autorità, al fattore Potere, al fattore Dittatura, bisogna pure dire dove rivolgersi per consultarlo, e poi seguirne il detto – dato che l’azione sconnessa e senza questa guida centrale, cui si riportano i libertari, è per noi condannata alla squallida sterilità.

Noi dobbiamo collegare l’Autorità con la classe, ed escluderne tutte le altre classi, quelle che già posseggono oggi un’altra Autorità, e quelle che con la classe dominante, nella forma di produzione che vige, sono direttamente legate. Quindi la Dittatura, dopo la vittoria politica, o l’autorità interna nel Partito, prima e dopo, evidentemente escludono le altre classi. L’Autorità non sorge dalla consultazione generale, dalla Democrazia assoluta: ci arrivano forse anche gli anarchici, anche se esitano davanti al problema: è giusto togliere al borghese, al proprietario, all’imprenditore, i «diritti dell’uomo»?

Noi dunque porremmo alla consultazione un primo limite: essa comprenderà solo elementi della classe lavoratrice salariata.

Dalla democrazia all’operaismo

Non è un gran passo risolvere il problema della «formazione delle liste» con l’impiego di una statistica o di un’anagrafe da cui risulti la figura sociale o la professionale qualifica di ciascuno: e se entro una qualunque circoscrizione, sia essa un luogo di lavoro o un territorio di residenza o di contingente presenza fisica, interroghiamo i soli operai salariati, raccoglieremmo probabilmente una gamma di risultati contrastanti tra loro; e il trarne la verità arbitrale col solito gioco di una somma bruta di cifre non ci avrebbe portato lontani dai metodi insipidi della democrazia generica, che è poi la democrazia borghese, quella che è stata inventata (applicandola per la prima volta a tutti i viventi) proprio per poggiarvi sopra il potere della classe abbiente e capitalistica.

Sono cose molto diverse per un lavoratore comportarsi come un componente della società borghese o come un componente della classe proletaria. Agli esordi storici egli non ha fatto ancora i passi che lo condurranno a non prendere il potere da chi lo paga, come per secoli hanno fatto i servi delle famiglie nobiliari dominanti.

In molti casi, se non nella maggior parte dei casi, era l’interesse economico che faceva rispondere il servo come conveniva al suo signore, che lo manteneva. Nei primi tempi del capitalismo il salariato della manifattura, economicamente, è stato dal padrone imprenditore portato in alto dalle condizioni del servo rurale o del servo di bottega, e dello stesso piccolo contadino e piccolo artigiano: effetto della potenzialità produttiva enorme del lavoro associato rispetto a quello isolato.

L’operaio risponde come componente di una classe, quando il corso storico lo ha legato alle sorti della sua classe in un lungo periodo e sopra vasti spazi, che comprendono le più diverse categorie professionali e i più lontani comprensori locali.

Una simile questione non può dunque essere sciolta con canoni giuridici interpellando corti costituzionali, ma solo in base alla storia dello svolgersi del modo capitalistico di produzione, anzi, più ancora: ad una prospettiva stabilita in dottrina di questo sviluppo futuro. Solo su tali basi gli antagonismi di classe divengono visibili ed operanti: il problema dell’Autorità ce lo possiamo proporre non in sede di filosofia morale, o della storia, ma solo dopo di avere stabilito i termini delle tappe che traversa turbinosamente il decorso dell’economia capitalistica universale.

L’errore di cui ci dobbiamo liberare, particolarmente insidioso, è che la bussola dell’antitesi di classe si orienti solo che la si collochi tra un singolo salariato e la sua azienda, nel momento della corresponsione della busta paga della settimana in corso. In generale la bussola o non si orienterà o ci indicherà il sud conservatore: segnerà il nord rivoluzionario solo quando l’operaio di cui si tratta sarà assurto al legame con i suoi compagni di tutte le aziende e di tutti i paesi, con sé stesso e con i suoi predecessori e successori di tempi passati e futuri, collocati in altri tornanti e vortici dell’infernale «anarchico» divenire della economia di azienda e di mercato, ove nulla è sicuro e protetto, quali che siano le vanterie democratiche ed assistenziali, per la comunità dei senza riserva.

Corso economico e rapporto di classe

Si danno luoghi e tempi in cui il capitalismo favorisce gli interessi assoluti e relativi dei suoi salariati: anche quando sono maggiori i saggi del suo prelievo sulla periodica «busta paga», sia a titolo di profitto per i soggetti della classe «riservista», sia anche a titolo di investimento privato o pubblico nella macchina produttiva progrediente. Questa non è una rara eccezione, e diverrebbe anche regola se la forma capitalista riuscisse a dimostrarci, magari nel corso di una umana generazione, che può scongiurare le guerre distruttive e le crisi generali di produzione e di occupazione, fasi in cui l’uragano economico travolge alla prima ventata i senza-riserva, i membri della classe operaia. La condanna che Marx elevò alla appropriazione del plusvalore, non sorge (come egli dice con una delle sue frasi da gigante della scienza sociale) dalla anatomia delle classi, dalla revisione da ragioniere di ogni busta paga. Non si tratta di una censura contabile, giuridica, egualitaria, giustizialistica, ma di una nuova e ciclopica costruzione della storia intera.

Quindi questo punto essenziale può essere meglio inteso dopo i risultati del nostro schizzo di storia del recente capitalismo, da cui è bene emersa la precarietà di tutte le sue conquiste, la labilità delle sue avanzate nella produzione dei beni, a cui seguono in periodi successivi, inesorabili, le precipitose discese. Nel corso generale aumenta la potenza delle risorse tecniche e la conseguente produttività di beni e valori a parità di sforzo di lavoro. Queste risorse, in linea generale progredienti di decennio in decennio, cui fa eco il continuo inno a vittorie della scienza e della tecnica, dovrebbero facilitare le riprese, il richiamo al lavoro dei caduti nei vuoti dell’armata di riserva, la febbrile ricostruzione delle attrezzature distrutte e il riattivamento di quelle abbandonate. Ma una serie di fattori negativi ed opposti mette a dura prova questo vantato maggiore potenziale del moderno industrialismo, orgoglio dell’epoca e contrappeso invocato per le sue infamie, assurdità e follie.

La popolazione cresce rapidamente colmando gli stessi vuoti formati dalle guerre prolungate. I bisogni naturali e soprattutto quelli artificiali, che le crisi e la miseria esasperano, crescono anche paurosamente. La produzione agricola non riesce a tenere il passo con quella industriale e non è suscettibile, nella economia mercantile, di rapide riprese dopo i dissesti. I rapporti delle nazioni produttrici con i mercati di consumo sono ad ogni guerra rivoluzionati e sconvolti e la lotta per riattivarli si fa con sperpero enorme di energie attive. Le crisi, che all’inizio del capitalismo colpivano un gruppo di nazioni dopo l’altro, tendono, in questa fase di assurdi legami finanziari al di sopra dei confini, a raggiungere sempre più l’intiero mondo della produzione industriale. Il sistema coloniale imperiale trova ad ogni ripresa maggiori urti e resistenze.

Se noi consideriamo le prime crisi dell’industria inglese descritte da Marx, che si ripercuotevano con decennale frequenza sulle nazioni subordinate, vediamo che una rapida fase di miseria equilibrava il blocco da sovrapproduzione, e la ripresa si effettuava su campo sempre più vasto. Mano mano vediamo che dopo la Prima Guerra generale, nella grande crisi di interguerra che scoppiò in America, e poi durante e dopo la Seconda Guerra, lo sconvolgimento dell’economia mondiale è stato sempre più profondo e più vasto, più lento ad essere superato, e gli sbalzi aziendali e nazionali di attivi e passivi sempre più ubriacanti che nel passato.

Miseria dei rischi crescenti

Se abbiamo ricordato tutto questo in sintesi, ed in rapporto alla dimostrazione stabilita sui dati economici, è stato per mostrare che la precarietà in cui vive nella società moderna il salariato non risulta tanto oggi dal suo tenore di vita nei periodi in cui la macchina della produzione marcia ed accelera, ma dall’integrale delle sue condizioni di vita in lunghi periodi di corsa sull’orlo dell’abisso e di alternato precipitare in esso. Per quante impalcature di assistenza e di assicurazione possa la «civiltà» borghese costruire, è certo che in pochi giorni o settimane ogni protezione del salariato, senza proprietà e senza risparmio, senza riserva, sparisce se arriva la nera crisi e la dilagante disoccupazione. Ben diversa la sorte delle classi a riserva. A proposito dell’economia occidentale e della sua vantata progressione verso il benessere, la generale prosperità, porremo in evidenza i dati economici dell’inconsistenza delle difese per chi altro non possiede che il proprio impiego, il posto, l’americano job, e le stesse provviste e attrezzi che ha nella sua abitazione, o lo stesso possesso di questa nelle più vantate forme, non detiene che come un debito, che una crisi economico-bancaria o di circolazione rapidamente volatilizzerà appena gli sarà rifiutato il suo unico cespite attivo, il tempo di lavoro: mentre il progresso tecnico, la produttività cresciuta, l’automazione, gli scavano tale rischio più profondo sotto i piedi.

Non ci spingiamo qui nella dimostrazione economica, da cui trarremo trionfanti le tesi di base del marxismo, ma illustriamo solo la scala, il campo, a cui si rendono sensibili i rischi di classe del proletariato moderno. In cerchi stretti e per periodi speciali essi restano inavvertiti, come per il proletariato inglese dei tempi classici, quello americano d’oggi. Abbiamo visto questi Stati capitalistici passare come salamandre traverso le guerre, ma abbiamo anche visto come li sconvolse l’uragano del 1929-32 e come contro la prosperity del nuovo paese-guida del capitalismo, gli Stati Uniti, si sia dopo la Seconda Guerra opposta la dura austerity dell’orgogliosa e scavalcata Albione. Questi paesi non vinceranno sempre le guerre, e il sistema economico-finanziario mondiale non ripercuoterà sempre il gioco delle crisi di anarchia produttiva e distributiva in misura massima sugli altri Stati, che come quelli minori di Europa ancora soffrono dei disastri della guerra ultima.

È tuttavia, allo stato, difficile ottenere dai proletari di Gran Bretagna e d’America una sensibilità a questi rischi futuri, una reazione di classe. Facciamo votare queste masse in un consiglio mondiale dei salariati, ed esse risponderanno tuttora a favore del sistema capitalista. Ce lo attesta la storia del tradunionismo e del laburismo inglese, e quella delle organizzazioni sindacali d’America oltranziste nel conformismo e che non fanno da base ad un partito politico appena distinto da quelli borghesi. E si dovrà rispondere al solito insidioso argomento: lì non ci sono distanze sociali in aumento; non c’è lotta di classe, non vi è incertezza sulla vita della macchina economica.

La classe si cerca altrove

Un anticipo di questo arduo punto fu la lotta della Sinistra nell’Internazionale di Mosca contro la proposta di fare entrare il microscopico partito inglese nel Labour Party, pure sostenuta da Lenin, come extrema ratio nel calare dell’onda rivoluzionaria europea verso il tramonto, che per noi era certo fin dal 1920, e tuttavia non consigliava di cercare appoggi né dal lato socialdemocratico né da quello sindacalista-anarchico.

Nel testo del Dialogato coi Morti abbiamo usata una potente citazione di Lenin su questo punto: dove riposa l’autorità del movimento della classe proletaria? Egli non parlò di numero, né di statistica conta, ma ricordò l’appoggio sulla tradizione e l’esperienza delle lotte rivoluzionarie nei più diversi paesi, l’utilizzazione delle lezioni di lotte operaie di tempi anche lontani. Il corpo dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi, cui egli rimandava gli ansiosi di consultazioni, decisorie di difficili problemi, non ha limiti né nel tempo né nello spazio, non distingue, nella sua base di classe, razze, nazioni, professioni. E mostrammo che non può neppure distinguere generazioni: deve coi viventi ascoltare anche i morti, e in un senso che ancora una volta rivendichiamo non mistico né letterario i componenti della società che avrà caratteristiche diverse opposte a quelle del capitalismo, che purtroppo, giusta le parole di Lenin, e quelle da lui citate di Marx, stanno ancora stampate nei cuori e nelle carni dei lavoratori attuali.

Questa unità vastissima di spazio e di tempo è dialetticamente concetto opposto al fascio, al blocco immondo di tante vantate collettività, che si coprono del nome di operaie (e peggio mille volte di popolari). Si tratta di unità qualitativa, che raccoglie militanti di formazione uniforme e costante da tutti i lidi e da tutte le epoche; e l’organismo che risolve il problema non è che uno, il partito politico, il partito di classe, il partito a base internazionale. Il partito, che ritorna nelle incessanti fondamentali richieste di Marx, di Engels, di Lenin, di tutti i combattenti del bolscevismo e della Terza Internazionale degli anni gloriosi.

L’appartenenza al partito non si stabilisce più da dati statistici o da un’anagrafe sociale: essa è in relazione al programma che il partito stesso si pone, non per un gruppo o una provincia ma per il corso di tutto il mondo del capitalismo, di tutto il proletariato salariato in tutti i paesi.

Un andazzo che mai la Sinistra marxista italiana e internazionale autentica ha gradito è quello di contrapporsi agli opportunisti (largamente abbarbicati ovunque alla bassa forma della concezione operaistica) con la denominazione di partito comunista operaio, ovvero dei lavoratori.

Da quando col Manifesto siamo saliti dal movimento sociale al movimento politico, il partito si è aperto anche agli elementi non salariati, che abbracciano la sua dottrina e le sue storiche finalità; e questo risultato ormai secolare non può essere invertito né coperto da ipocrisie demagogiche.

Questi concetti abbiamo dovuto di recente ristabilire davanti alla deforme difesa del «Partito» e della sua funzione, che nel XX Congresso si è ostentato di fare nei riguardi di un partito solo, quello sovietico, mentre per gli altri paesi si è apertamente annunziato di allargare ancora i fianchi di quelle barcacce oscene, che si chiamano partiti comunisti (o di altro più deforme nome) nell’Occidente, per disfare la storica scissione di Lenin che corrispose alla denunzia delle degenerazioni della Seconda Internazionale nella guerra 1914.

E ricordammo i punti base che garantiscono la vita interna del partito, non dalla sconfitta in campo aperto o dalla perdita di forza numerica, ma dalla peste opportunistica. Basterà farvi appena accenno.

Interna vita del partito di classe

Lenin – la citazione è spesso ricorsa negli ultimi dibattiti – era per la norma del «centralismo democratico». Nessun marxista può discutere menomamente sull’esigenza del centralismo. Il partito non può esistere se si ammette che vari pezzi possano operare ciascuno per conto suo. Niente autonomie delle organizzazioni locali nel metodo politico. Queste sono vecchie lotte che già si condussero nel seno dei partiti della II Internazionale, contro ad esempio l’autodecisione del gruppo parlamentare del partito nella sua manovra, contro il caso per caso per le sezioni locali o le federazioni nei comuni e nelle province, contro l’azione caso per caso dei membri del partito nelle varie organizzazioni economiche, e così via.

L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta la conta dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese, un qualche senso?

Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte e illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi.

Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forma dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

Ad un certo tempo nell’Internazionale Comunista i rapporti si capovolsero: lo Stato russo comandava sul partito russo, il partito sull’Internazionale. La Sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide.

Non seguimmo i trotzkisti e gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della Rivoluzione Russa una questione di consultazioni di basi, di democrazia operaia o operaio-contadina, di democrazia di partito. Queste formule rimpicciolivano il problema.

Sulla questione dell’Autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nella analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende.

Le meschine comunità periferiche

Sulla sua possente strada che cerca e scopre la via unitaria delle forme di vita di relazione della specie umana in un corso grandioso e mondiale, più e più volte il socialismo si è trovato e si trova davanti lo stesso nemico: la frammentazione, la molecolarizzazione, la rottura in piccole isole dei complessi sociali e della loro vita. Questi tentativi si sono scritti in controsenso della stessa grandezza della rivoluzione capitalistica borghese, la quale nella epica sua battaglia contro la minutaglia salita dal medioevo costruì le macchine storiche unitarie che si chiamano Stati nazionali.

Il marxismo denunziò la pretesa di universalità di queste formazioni della storia, e la loro menzognera conquista di una unità centrale, non tagliandole con barriere verticali tra province, regioni e comuni, ma tagliando la loro costruzione sul territorio governato, orizzontalmente; ponendo la classe che stava sotto il peso sociale contro quella sovrastante che teneva nel pugno le leve centrali di tutto il sistema. Non si propose di strappare a questa brandelli del suo dominio di classe; ma di toglierle tutto il blocco delle centrali leve di guida, senza compromettere il risultato storico insito nel nuovo modo di produzione associata in masse, che faceva ruotare in un moto unico la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi, sempre più generali e complessi.

Associò tutti i lavoratori della nazione in un blocco tanto unico e stretto al suo centro, quanto quello dello Stato oppressore, e andò molto più oltre, cercando di fare un corpo unico centralizzato dei partiti proletari di tutti i paesi.

Mille ideologie forcaiole si posero contro questa unica via del cammino rivoluzionario, questo unico mezzo per uscire dalle tenaglie del sistema borghese internazionale. Alla base di esse sta la solita ubbia della libertà, sciocca ombra del fondamentale inganno dell’ideologia capitalista, che non osando che copertamente vantarsi di avere uniti i suoi già dispersi governati, si vanta invece di averli uno per uno sciolti da secolari legami e pressioni.

La libidine del libero convellersi capriccioso dell’individuo, e del suo vivere per sé, che tutte le fallaci filosofie gli propinarono trattandolo da spirito o da carne, non da specie e da umanità, si tradusse nella miopia, tra le altre, del limite familiare, poi di quello locale e campanilistico. Ad un certo momento si cercò di cambiare nomi e connotati alla teoria proletaria chiamandola non più socialismo, ma comunalismo. Al solito ciò pretendeva di essere un passo a sinistra; e se ne stava innamorando uno dei tanti che hanno avuto la sventura di scambiare sé stessi per marxisti rivoluzionari: nella fattispecie si trattava della meteora socialista dal nome di Benito Mussolini, cui fu il caso di dare il primo di numerosi tratti di… corda.

Sfilata di cordiali nemicissimi

La cronaca della politica italiana si tesse di una catena di esempi di queste idiozie spezzettanti, incardinate sui gruppetti spontanei e le piccole cerchie di locali interessucci, che si volevano tirare fuori o si illudevano di tirarsi fuori dalla tempesta della storia nazionale e mondiale con questo espediente indegno della grande borghesia quanto del proletariato, e proprio delle malfamate classi piccolo-borghesi, in Italia più che altrove patite di individualismo, di localismo, di libertarismo e di anarchia nel cianciare, ma nella carne della loro carne proclivi soltanto al cucciare e servire sotto la frusta di tutti i poteri.

Le edizioni di questa mania sono state inesauste, tutte ruotando intorno ad un associazionismo in gruppi «liberi», «spontanei», «autonomi», in quanto chiusi in orizzonti angusti, imbelli e conformisti ad ogni conservazione.

Che cosa disse di diverso il Mazzinianismo nelle sue formulazioni economiche e sociali davvero bambine, preconizzando le cooperative produttrici, se pure politicamente la sua repubblica passò per unitaria, contro la versione federale del Cattaneo? Ma in effetti, come mostra il caso svizzero, nella repubblica unitaria borghese il piccolo gruppo è meno legato che in quella federale e sotto i famosi governetti cantonali.

Che di diverso ci hanno cucinato i liberali-radicali di sinistra sguaiatamente dilagati alle cricche e camorre locali dal classico unitarismo statale del Cavour, nell’inarrivabile giolittismo piemontese, forma degenere di un Piemonte soggiogatore di staterelli feudali, e modello nostalgico del comunismo degli odierni «ordinovisti», che scambiano, a loro volta, l’economia comunista integrale con un giocare di libere locali aziende di produzione?

E che altro hanno inventato i cattolici riformatori e demosociali di Sturzo, del Partito Popolare, e della Democrazia Cristiana, e in genere il movimento della liberazione nazionale dal fascismo, con le sue parodistiche autonomia regionali, suscettibili d’un mangia-mangia ben più succhione di quello diffamato dai centralizzati e monopartitici fascisti?

Perfino il movimento, subito scomparso, del dannunzianesimo fiumano credette di imitare le forme sovietiche con un simile corporativismo di mestiere, non sovrastato da una forza politica centrale unica.

Tutte queste smanie di campanile e di provincia sono state sempre corteggiate dal sindacalismo del tempo soreliano e dall’anarchismo dei vari gruppi, che hanno sempre creduto che al capitale e al governo del capitale si potessero strappare dalle grinfie le vittime ad una ad una, non recidendo le canne bramose con un colpo solo.

Torino vide già il disdoro per il Partito Comunista di Livorno, cui aveva dato poderosi contributi con le azioni disfattiste durante la guerra e con la fiorente frazione anti-parlamentare nel seno del Partito Socialista del 1919, nella versione aziendista e frammentista del movimento dei consigli, che induceva gli operai a lasciare il partito, e anche a lasciar vivere lo Stato di Roma, pur di prendere in controllo e gestione una per una le aziende industriali.

Oggi, nel risibile periodo delle elezioni comunali, vera sbornia drogata del localismo italiota, affiora un altro movimento, che si chiama «Comunità», e sogna basi territoriali appena intercomunali, circondariali forse, per fondare una fantasima di società nuova.

In tutte queste forme la caratteristica è sempre la stessa; vi accedono lavoratori proletari, contadini, coloni, mezzadri, bottegai, bolsi intellettuali di discipline serve all’affarismo capitalista (di queste esempio precipuo è la chiassosa pseudo-scienza urbanistica, che crede che le sedi edilizie abbiano preceduto le forme sociali; e non l’opposto) e autentici industriali nella veste ipocrita di benefattori paternalisti.

Forse lungamente ancora le debolezze democratiche liberali e anarcheggianti, che infestano questa nazione, ci ammorberanno da ogni lato, ma noi, ben distinti da tutta questa scema genia, le getteremo contro la formula con cui lottammo durante e dopo la Prima Guerra, e accettando lieti la sfida alternante della dittatura nera. Unico partito che ha per motto: chi non è con noi è contro di noi; unico potere da conquistare e maneggiare alla stessa stregua contro tutte le forze opposte, contro tutti i dissensi, anche ideali.