L'annuale pacchia nazionale del Po
Anno Domini 1957, come negli anni precedenti e come negli anni che verranno finché l’ordine dominante starà in piedi, le acque del Po invadono il Delta e le popolazioni fanno fagotto: ogni anno si grida alla disdetta nazionale, ogni anno la sciagura si ripete e gli «onest’uomini» si chiedono scuotendo il capo come mai sia possibile che, in un’epoca di realizzazioni tecniche incredibili, tutto ciò possa accadere, o come mai Babbo Stato non provveda a tempo. Alternativamente, la opposizione chiede al governo di intervenire con energia spendendo in opere di «pubblica utilità» i soldi che getta, putacaso, nel riarmo o, viceversa, gli innamorati del liberalismo vecchio stile tuonano contro la insipiente burocrazia e a favore dell’ «iniziativa privata».
Nel 1951, all’epoca del primo grande disastro del Polesine, osservammo che il fenomeno era di ordine sociale e quindi destinato a ripetersi regolarmente per cause non legate a singole persone o partiti, ma a tutta la storia della dominazione di classe. La borghesia nazionale che aveva appena costruito il suo Stato usciva da un periodo eroico e, per consolidare il suo potere, doveva anche crearsi un’organizzazione statale efficiente nel cui quadro la sua attività si svolgesse in piena tranquillità e sicurezza: creò quindi una burocrazia giovane e cosciente che affrontava seriamente i problemi. Ma — aggiungevamo, e non abbiamo nulla da modificare, abbiamo solo da registrare la conferma dei fatti —, man mano che il sistema capitalista si sviluppa in profondità ed estensione la burocrazia subisce un doppio assalto alla sua incorrotta egemonia. Nel campo economico i grandi imprenditori di opere pubbliche e di settori di produzione assistiti dallo Stato levano la testa. Parallelamente nel campo politico il diffondersi della corruttela nel costume parlamentare fa si che ogni giorno i «rappresentanti del popolo» intervengano a premere sulle decisioni dell’ingranaggio esecutivo e di amministrazione generale, che prima funzionava con rigida impersonalità e imparzialità.
Le opere pubbliche che prima erano studiate dai migliori competenti, ingenuamente felici di avere un pane sicuro come funzionari del governo, e del tutto indipendenti nei loro giudizi e pareri, cominciano ad essere imposte dagli esecutori: si tratta dei classici «carrozzoni» che cominciano a circolare. La macchina delle spese statali diventa tanto meno utile alla collettività quanto più onerosa.
Questo processo grandeggia nel tempo giolittiano, e tuttavia la situazione di migliorante prosperità economica fa sì che i danni ne siano meno palesi. Questo sistema, ed è in ciò il capolavoro politico, piano piano invischia il nascente partito dei lavoratori. Appunto in quanto in Italia abbondano le braccia e scarseggia il capitale, si invoca da ogni lato lo Stato datore di lavoro, e il deputato che vuole i voti del collegio industriale od agrario sale le scale dei ministeri alla caccia della panacea: lavori pubblici!
Dopo la prima grande guerra, sebbene «vinta», la borghesia italiana vede troppo spostarsi tutte le rosee condizioni dei tempi eroici, e si ha il fascismo. Il concentrarsi della forza poliziesca dello Stato, insieme al concentrarsi del controllo di quasi tutti i settori dell’economia, permette al tempo stesso di evitare l’esplosione di moti radicali delle masse e di assicurare alla classe abbiente libera manovra speculatrice, a condizione che essa si dia un centro unico di classe, che ne inquadri la politica di governo. Ogni medio e piccolo datore di lavoro viene stretto alle concessioni riformiste invocate in lunga lotta dalle organizzazioni dei lavoratori, che (al solito) si distruggono rubando loro il programma; con tutto ciò mentre viene favorita l’alta concentrazione capitalista, viene resa pacifica la situazione interna. La forma totalitaria consente al capitale di attuare l’inganno riformista dei decenni precedenti andando incontro alla collaborazione di classe prospettata dai traditori del partito rivoluzionario.
La manovra della macchina statale e la stessa pullulante legislazione speciale sono messe al servizio palese delle iniziative di affari. Da legge tecnica — per tornare al nostro assunto di partenza, che trattava di fiumi — che aveva avuto verso il 1865 alcuni effettivi capolavori, diventa un vero scolabrodo di scempiaggini aperto a tutte le manovre, ed il funzionario è ridotto ad una marionetta delle grandi imprese. I servizi idrologici sono proprio tra quelli che fanno a calci con l’ideale della famosa iniziativa privata. Essi esigono impianto unitario e pieno potere: avevano tradizioni rilevantissime. L’amministrazione e la tecnica borghese avevano anche allora scopi di classe, ma erano una cosa seria; oggi sono una bagatella.
Da qui deriva l’andazzo che ha determinato il degenerare anziché il progredire del sistema delle difese idrauliche nella Valle padana: da un processo che non riguarda un solo partito né una sola nazione, ma da vicende secolari di un regime di classe.
In parole povere, se una volta la burocrazia — indipendente se non onnipotente — studiava a tavolino i suoi progetti e poi chiamava a gara le «imprese» di pubblici appalto e le astringeva, rifiutando anche le tazze di caffè, ad una rigorosa esecuzione, e quindi in via di massima la scelta delle opere a cui dedicare gli stanziamenti era fatta secondo criteri generali; oggi il rapporto è invertito. Debole e serva, la burocrazia tecnica si fa stendere i progetti dalle imprese stesse e li passa senza quasi guardarli, e le imprese ovviamente scelgono quegli interventi che offrono profitto, e lasciano cadere le delicate opere che comportano impegno grave e spese meno ripetibili.
Non che il fatto morale sia alla base di tutto questo, e nemmeno che di regola il funzionario ceda alla corruzione di alte mance. Egli è che se un funzionario resiste, non solo il suo lavoro diviene dieci volte più pesante, ma gli interessi che egli urta mobilitano a suo danno decisive influenze di partito negli alti cerchi dei ministeri da cui dipende. Una volta progrediva il tecnico più valente, oggi quello più abile a muoversi in questa rete.
Allorché il monopartitismo fascista ha ceduto il posto ad un pluripartitismo ignoto alla stessa Italia giolittiana, alla perfetta Inghilterra modello di costituzionalismo, e così via, il male si è aggravato. Dovevano colle armate alleate rientrare gli esperti e gli onesti! Quale sciocca attesa dei tanti e tanti: il nuovo cambio della guardia ha dato la peggiore di tutte le guardie , come sugli argini padani.
E’ assai sintomatico per la diagnosi dell’attuale fase del regime capitalistico che un alto funzionario del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici si sia lasciato andare a dire che i servizi di guardia alle piene hanno defezionato al momento buono: il solo che costituiva lo scopo per cui gli si stipendia in permanenza; questo lo stile della moderna burocrazia (per alcuni pretesa nuova classe dominante! Le classi dominanti arrivano con fauci spalancate, ma non con cuore tremante).
Tutto ciò è il risultato del moderno tipo di produzione capitalistica. Il Capitale è ormai reso inadatto alla funzione sociale di trasmettere il lavoro dell’attuale generazione alle future e di utilizzare per questa il lavoro delle passate. Esso non vuole appalti di manutenzione, ma giganteschi affari di costruzione: per renderli possibili, non bastando i cataclismi della natura, il capitale crea, per ineluttabile necessità, quelli umani, e fa della ricostruzione post-bellica «l’affare del secolo».
Questi concetti vanno applicati alla critica della bassa, demagogica posizione dei partiti cosiddetti operai italiani. Date alla speculazione ed all’impresa capitalistica da investire nelle opere idrauliche i capitali delle commesse per armamenti, ed essa (salvo a mettere in crisi i pseudo rossi nei centri metallurgici, se la cosa si facesse davvero) li userà nello stesso stile: imbrogliando e speculando al mille per cento e levando il calice al venire, se non della prossima guerra, della prossima inondazione.
Oggi come ieri: la grande «trovata» di quella che si chiama la «seconda rivoluzione capitalista» consiste nel fare, con una tecnica raffinatissima, nel peggiore dei modi quello che all’origine — con una tecnica meno progredita — il «cavaliere d’industria» faceva nel migliore, per poter ricostruire a distanza di un anno quello che si è costruito e così tenere in moto l’ingranaggio ansimante della macchina produttiva. La grande arte dei costruttori ultramoderni di automobili è di produrre macchine che dopo un anno sono fruste, e quindi devono essere sostituite; la grande arte delle imprese di lavori pubblici gavazzanti all’ombra dello Stato è di costruire argini che non reggono. E’ il lubrificante della prosperità nazionale: i profughi del Polesine sono gli … accidenti necessari e ipocriticamente commiserati delle patrie fortune!
Un poco di chiaro di Sputnik nella sbornia di ballistica celeste
In data 4 ottobre un comunicato ufficiale da Mosca annunciava il primo lancio di un satellite terrestre fornendo due notizie: che il corpo faceva un giro completo sulla sua orbita in 95 minuti e che “seguiva una traiettoria ellittica ad un’altezza di circa 900 km”. La velocità impressa dal razzo era detta di 8.000 metri al secondo.
Le nostre povere parole non escono a razzo, e fu nel nostro n. 20 redatto verso il 15 ottobre che denunziammo la poco scientifica esagerazione di cui è nutrita ad arte tutta la campagna sul satellite, in cui come in altre mille fasi storiche le conquiste del sapere umano sono adibite a rincoglionire le sempre e da tutti corteggiate “masse”, il cui mestiere, per i loro adulatori, è di aprire la bocca fino alle orecchie.
Affermammo che, se il periodo era quello, la distanza media poteva essere circa 550 km; e se fosse stato vero che era 900, il periodo di rivoluzione doveva essere maggiore, circa 104 minuti, colla velocità media 7,3 km.
Il 4 novembre venne annunciato che era in volo il secondo Sputnik (i satelliti si varano senza preavviso e senza rompere sul loro guscio nessuna bottiglia di spumante, malgrado l’effetto che fa alle masse la tradizionale pagliacciata). Veniva affermato che il periodo era 102 minuti e l’altezza raggiunta più di 1.500 km, confermando la velocità di 8.000 metri.
Nel nostro n. 21, elaborato pochi giorni dopo, rilevammo che malgrado la formula, al solito politica e non scientifica: “compie un giro in 102 minuti all’altezza di 1.500 km”, le storielle sul lancio del cane avevano condotto alla confessione che si tratta sempre di “massime” altezze e che si ammetteva (nel bailamme dei riferimenti giornalistici) che la minima giungesse a 200 km soltanto.
Ripetemmo dunque il calcolino tenendo per buono il periodo annunciato (e verificabile in tutto il mondo), poco diverso da quello da noi attribuito ad un’altezza media di 900 km. Infatti calcolammo per l’altezza minima di 200 km e il tempo di 102 minuti un massimo di 1.570 km, e indicammo le due distanze estreme tra lo Sputnik II e il centro della Terra: 7.934 e 6.564 km.
Per chiarificare, tali sono la distanza apogea e quella perigea, mentre quello che chiedevamo ai russi era la lunghezza dei semiassi dell’orbita, che nel nostro caso erano 7.249 km per il “semiasse” maggiore, media dei due numeri ora detti, e poco meno per il minore.
Il 9 novembre i sovietici, che non ci leggono certo, non hanno dati i semiassi chiesti, ma hanno fornito per tre corpi, i due Sputnik e il razzo vettore del primo, i dati precisi del tempo di rivoluzione e della massima altezza. In base a tali dati si può ora calcolare l'”altezza minima” su cui si tace, ed anche la velocità massima e minima. La sparata grossa per il gran pubblico sta nella forte velocità, ed è interessante si ammetta che grande velocità significa: altezza ridotta e che si riduce; rallentamento, quindi non lontana caduta. Sembra paradossale che grande velocità conduca a rallentamento, ma con l’alta velocità si accorcia l’orbita e si serra intorno all’atmosfera più densa del pianeta. Nel vuoto spaziale il moto kepleriano non rallenta mai, tra estremi costanti di distanza e velocità.
Ripetiamo quindi che la bravura tecnologica sarà di avere un satellite: a) con minore velocità e grande periodo di rivoluzione, perché starà lontano dalla Terra e dall’atmosfera; b) a parità di tempo di rivoluzione e quindi di massima distanza, con orbita più vicina che sia possibile alla circolare.
Chiesta ora la debita scusa ai pelandroni fregatissimi che vorrebbero un marxismo senza matematica e perfino senza numeretti, vediamo di chiudere l’argomento. Tanto l’orbita della Luna che quella degli Sputnik non sono cerchi ma ellissi, però poco diverse dal cerchio, di poca “eccentricità”. A scuola si conosce prima il cerchio e poi l’ellisse, ma nella vita e nella scienza è il contrario. La sfera è un sasso raccattato che non abbia bozze, il cerchio è una particolare ellisse senza eccentricità. L’ellisse ha due assi (diametri) ossia due semiassi (raggi) diversi tra di loro. In una cometa sono molto diversi e l’ellisse è lunga lunga. In un cerchio sono uguali.
A Keplero e a noi interessano i semiassi maggiori che sono legati al tempo di rivoluzione dalla terza legge. Ora si pensi che nella Luna, misurando in raggi della Terra, si ha come distanza apogea 66,1; come distanza perigea 55,5; e sono due posizioni opposte tra di loro (come si sa per il Sole e la Terra, alla quinta elementare) sicché, se le sommo, ho l’asse maggiore dell’orbita; e il semiasse è 60,8 raggi terrestri. Poco importa il semiasse minore, normale, trasversale al primo, che è quasi uguale: 60,6. Poco diversa è la distanza media tra i due corpi celesti, che si enuncia di 60 semidiametri. L’orbita è poco schiacciata rispetto alla circolare, eppure la Terra, nel fuoco, sta a 5,3 raggi dal centro di essa.
Ora il buon Keplero disse (ci insegnò a farlo, e noi pigliammo carta e lapis) che se la Luna gira in 655,7 ore, e il semiasse è quello, e se lo Sputnik II gira in ore 1,73 (ossia i dichiarati oggi minuti 103,52) il semiasse della sua orbita è 7.390 km. Allora sappiamo tutto.
Se l’altezza massima è 1.670 km la distanza apogea dal centro terrestre si ha aggiungendo il raggio e risulta 8.048, circa i 7.934 del numero scorso. La perigea la sappiamo se dal doppio del semiasse togliamo la distanza apogea, e viene di 6.732 (ponemmo 6.564 prima del comunicato). Siamo in possesso dell’altezza minima: soli 354 km circa dalla periferia terrestre. Magro risultato tecnologico. Infatti se facciamo il calcolo scocciante per il primo satellite abbiamo: altezza massima dichiarata 810 km, minima calcolata 350 km. Dunque il secondo Sputnik, cagna o meno, passa tanto basso quanto il primo. Se vi preme il raggio vettore, all’altezza massima data di km 695 risponde col calcolo della minima quella di 329. È dunque giusto che il primo a cadere sarà il razzo, che “perde” 8 secondi al giorno, ossia gira la Terra in minor tempo, ed “accelera”.
Il secondo Sputnik perde, secondo l’ultimo comunicato, 2,3 secondi al giorno mentre il primo, fresco di lancio, ne perderebbe 2,94. Ma se facciamo il rapporto al maggior tempo di rivoluzione si cala a 2,68.
Non hanno istituito un “Totosputnik”, e poi noi pronostichiamo ma non giochiamo. Saremo perditori morali se il secondo Sputnik si terrà in cielo più tempo del primo.
Quanto alle velocità, ricalcolate colle cifre ufficiali date, esse risultano 8.170 metri al secondo, ma quando il satellite passa a 354 km; soli 6.840 quando passa a 1.670. Se si tratta di far paura colla possibilità energetica di portare un razzo ad 8.000 metri di velocità, si ammetta che si è lanciato il satellite a soli 360 km; con che non si potrà mai evitare che “ripassi” a quella quota, e se ne venga giù piano piano.
Noi crediamo che le cifre russe non derivino da altre osservazioni che quelle dei tempi di passaggio, e per il resto da calcolini come quelli che noi facciamo col mozzicone del lapis e non con una batteria di calcolatrici elettroniche. Gli stessi indaffaratissimi occidentali non crediamo rilevino altro quando lo Sputnik passa non meno indaffarato nel cielo.
Nella decadenza del feudalesimo l’arte visse il periodo barocco. La scienza del decadere capitalistico è una scienza barocca, pesante ma impotente. Oggi si lavora per settori di competenza e nessuno mette il naso fuori della sua stretta specialità; così fa di cappello alle fesserie di altri, ma sta tranquillo perché essi non possono controllare le sue.
Nessuno legge l’altezza dello Sputnik che passa perché non lo si può collimare né colla tecnica di mestiere dell’astronomo né con quella del geodeta. E ognuno dei due lascia all’altro il disturbo.
L’astronomia, come quella dei caldei, non legge che tempi ed angoli. In altre parole ogni osservatorio immagina che il suo strumento sia fissato nel centro della Terra, perché il punto mirato è immensamente lontano, ovvero attende i passaggi nei pressi dello Zenit allo strumento meridiano. Lo Sputnik sfugge agli equatoriali e agli strumenti dei passaggi, che non gli possono correre dietro quando razza via, basso sull’orizzonte.
Occorrerebbe una base terrestre nota per cogliere nello stesso istante visioni fotografiche da due punti lontani della Terra e questo è un rebus tecnologico per il nostro poco comprendonio e antiquato tecnicismo.
Il termine glorioso di scienziati rimbomba per il mondo gazzettato, ma quelli stanno abbottonati per bene, difesi dalla consegna del segreto.
Anche Galileo aveva il suo pericoloso segreto. Ma non giocava alla sapienza del poi, e crittografò in documenti suggellati e consegnati a fedeli custodi le sue scoperte, in ingenui endecasillabi latini: i satelliti di Giove, la figura oblunga di Saturno (il suo strumento non risolveva l’anello), le fasi di Venere… oggi splendente e scambiata per nave marziale… “Cynthiae figuras imitat mater amorum“.Anche gli Sputnik imitano Cinzia, Trivia, la Luna. E la scienza da affitto stilla comunicati Tass o United Press, nella emulazione del darla da bere.
Trappole sindacali
Ravenna, novembre
Un gesto che va segnalato ad onore degli operai e a vergogna dei cosiddetti “rappresentanti sindacali dei lavoratori” è quello dei lavoranti del legno, scesi in sciopero contro il parere dei sindacati per la rivendicazione di un aumento di salario di L. 15 orarie, e rimasti compatti sulla breccia per 15 giorni malgrado le pressioni dei soliti pompieri. La risposta a questo gesto “inconsulto” fu, da parte sindacale, l’affermazione che i contratti nazionali (alla cui elaborazione gli operai non hanno partecipato, e che i funzionari delle varie centrali sindacali hanno loro imposto) dovevano essere rispettati perché non ancora giunti a scadenza: lo sciopero, per lor signori, era quindi illegale, e male avevano fatto i lavoratori a violare la maestà suprema della legge per difendere le loro ragioni di vita.
Abbandonati a se stessi, i lavoranti del legno hanno infine dovuto cedere alle manovre delle molteplici Camere del Lavoro, e tornare in fabbrica contro la promessa di un aumento di L. 7 a partire dal 1958. Esattamente meno della metà della loro richiesta, e a data da… venire! Per chi non fosse ancora convinto, dopo tante esperienze, della funzione anti-operaia e rompi-sciopero di questi organismi che si vantano proletari, è sperabile che almeno quest’ultima lezione serva ad aprire gli occhi. Si stupiranno essi che, piangendo la morte del super-bonzo sindacale don Peppino Di Vittorio, Luigi Einaudi abbia reso omaggio al fatto che egli patrocinasse “la causa dei lavoratori non solo nell’interesse di questi ma anche in quello della comunità nazionale”?
Quando si lavora anche nell’interesse della comunità nazionale, si va contro quello degli operai: è l’abc della lotta di classe!
Il Corrispondente