Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1957/4

Dai quattro punti cardinali l'offensiva dei falsificatori

La faccia tosta con la quale si applica l’etichetta socialista a regimi spudoratamente democratico-borghesi e si avallano col monotono giuramento di fedeltà al marxismo le più sconce manovre di funambolismo politico e di asservimento alla classe dominante ha raggiunto ormai vertici di fronte ai quali il riformismo e l’opportunismo del primo ventennio del secolo escono rivalutati; i loro peggiori arnesi sembrano ingenui borsaiuoli se paragonati ai lestofanti ed agli speculatori d’alto bordo che circolano con le edizioni complete di Marx sottobraccio (come i grandi pirati dell’alta finanza americana con la Bibbia di Famiglia) imbrogliando con la loro apparenza di onesti uomini gli smarriti e stupefatti uomini della strada.

Al Congresso di Venezia del PSI (che tanti fiumi d’inchiostro giallo ha fatto scorrere alla stampa di tutti i colori, i congressi della vecchia socialdemocrazia erano cose serie, in cui bene o male si affrontavano programmi e ideologie; oggi, in queste «assise», non si mette a concorso che la palma d’oro della bassa cucina parlamentare), è stata votata all’unanimità una solenne «dichiarazione sulla politica di unità socialista.». Ne parliamo unicamente a titolo d’esempio, beninteso: non perché faccia storia. Ebbene, questa dichiarazione che propone «l’inserimento del movimento operaio nella direzione della società e dello Stato come l’unico mezzo capace di rinnovamento del Paese…», cioè in termini più chiari, il ritorno ad un governo di coalizione fra partiti cosidetti operai e partiti apertamente borghesi con un programma aggiornato di riforme (la vecchia solfa ministerialista con parole diverse), questa dichiarazione si fregia, come il petto dei marescialli di una filza di decorazioni di tre «principii» (udite, udite: Nenni ha scoperto che esistono principii!): il primo è la accettazione «senza riserve» dei principii democratici sanciti nella Costituzione «tanto nell’ipotesi che [il partito] sia minoranza quanto nell’ipotesi che sia maggioranza» e, come corollario, un duplice inchino alla «legalità costituzionale» salvo a «combattere coraggiosamente» se gli stessi principi fossero violati da altri; il secondo suona, fresco fresco così: «Il PSI è classista», e il terzo, ancor più fresco: «Il PSI è internazionalista». Come un partito possa essere fedele senza riserve alla Costituzione e alla legalità democratica, corteggiatore di tutte «le forze laiche e cattoliche che abbiano comuni obiettivi democratici», aspirante ad «inserirsi» nel governo del Paese per la realizzazione delle immancabili riforme di struttura, ed essere nello stesso tempo classista ed internazionalista, questo arcano solo Pietro Nenni può averlo nelle sue tasche di filibustiere e voltagabbana d’alto bordo (costui ha avuto la faccia di ricordare ai giornalisti i tempi in cui «eravamo giovani e frequentavamo le sezioni socialiste la sera, dopo aver lavorato tutta la giornata»; eh no, don Pietro, da giovane tu frequentavi la redazione del «Popolo d’Italia»; le «sezioni socialiste» non ti conoscevano neppure di vista!). Ma tant’è: oggi il «socialismo» è divenuto merce che possono e debbono trattare anche i borghesi se vogliono accalappiare proletari.

Al Soviet Supremo, Scepilov ha teso a sua volta l’ennesimo ramoscello d’ulivo al mondo occidentale e particolarmente all’America («è falso il mito secondo il quale non ci possono essere rapporti tra America e Russia. Abbiamo molti interessi comuni»); ha soprattutto chiesto e offerto di commerciare, commerciare, commerciare; ma non ha mancato di aggiungere: «Noi non possiamo rinunciare alle leggi fondamentali della lotta di classe. La linea della distensione internazionale deve essere realizzata insieme alla vigilanza per impedire che gli imperialisti ostacolino il nostro cammino pacifico». Classisti anche loro, internazionalisti anche loro, come se il mercante ultimo venuto sul mercato dicesse ai concorrenti: «Siamo tutti bravi borghesi, nulla ci vieta e tutto ci impone di commerciare, ma se mi date lo sgambetto, spingerò i vostri operai a scioperare finché non vi deciderete ad accogliermi nel vostro nobile consesso; io sono pacifista e distensivo, ma sono disposto (ne ho anzi il dovere) a servirmi della… lotta di classe altrui per difendere i miei affari». E così si tira avanti e la classe operaia smarrite segue.

Di fronte a questa offensiva convergente che il mondo borghese lancia alla classe lavoratrice per strapparle di mano le armi ideologiche e piegarle alle esigenze del proprio vocabolario demagogico non sarà mai abbastanza tenace e rabbiosa la controffensiva dei rivoluzionari, non sarà mai abbastanza ripetuto che fra borghesia e proletariato non esiste terreno neutro e comune, che fra democrazia e conquista del potere ed opera della classe operaia non v’è conciliazione possibile, che classismo ed internazionalismo non hanno senso (o hanno senso dichiaratamente borghese) fuori dal riconoscimento della dittatura del proletariato, senza attenuazioni, senza infingimenti.

La bella morte silenziosa: Luigino Repossi

Luigi Repossi, uno dei cinque dell’Esecutivo formato a Livorno alla costituzione del Partito Comunista d’Italia nel 1921, è morto in questi giorni a Milano, dopo dolorosa malattia e lunga degenza in un ospedale cittadino, e con un breve cenno della stampa che ha parlato di un deputato comunista che muore dimenticato e abbandonato da tutti.

Formalmente Repossi aderiva oggi al Partito Socialista Italiano, che in mancanza di più seri connotati e in attesa di farsi smussare i pochi che per avventura conservino rilievo, ha per alcuni anni servito di illusorio rifugio a militanti delusi e sbigottiti dalla vergognosa involuzione del partito di Livorno. Ma se tanto questo partito quanto gli altri organismi che hanno nome di proletari non hanno mosso un dito per alleviare le sofferenze e addolcire la fine di questo vecchio generoso militante, esempio davvero di quei rarissimi che sempre hanno tutto dato e nulla tenuto per sé, sdegnando ogni raccolta ed archiviazione di titoli di benemerenza, e se è mancata l’ipocrita esaltazione di prammatica del defunto, la stampa antiproletaria non ha tuttavia diritto di dire che Luigi Repossi è morto per fame e per mancata assistenza, come sarebbe avvenuto se fosse stato per le ben ripiene casse di quei movimenti e per le pelose coscienze dei loro gestori, pur spesso richiamati a così primordiale dovere.

Vecchi compagni di ore e tempo degni e operai delle fabbriche di Milano che non avevano dimenticato vicende luminose di battaglie e di vittorie, sono stati vicini a Luigino negli ultimi dolenti anni e fino alle ultime ore. Anche nelle non pingui scarselle di quelli che traggono mezzi dal lavoro proprio, e non amministrano casse di organizzazioni largitrici di prepende, si sono trovate le poche lire per un pane e una medicina, e soprattutto non è mancato un sorriso di compagni e di fratelli al veterano invalido e malato, ma mai in nessun momento avaro del suo sacrificio di una lunga serie di anni, il cui spirito di autentico proletario si spinse fino a reclamare il passaggio in più umile e modesto reparto del luogo di ricovero ove veniva amorevolmente assistito.

Né mancò il saluto dei vecchi compagni di fede alla sepoltura scevra di qualunque cerimoniale, in una umida mattina dell’inverno milanese, morte e saluto sommessi, ma degni della rettilinea vita di lui.

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Queste colonne non sono fatte per l’onda dei ricordi, per la biografia degli uomini illustri e nemmeno per l’aneddotica e le note episodiche: se alla chiara regola facciamo uno strappo è solo per reazione alle speculazioni fatte da vari lati sul buon ricordo che i lavoratori hanno di Repossi: da parenti cattolici per farlo accompagnare da preti, da tipi equivoci per legare, sempre in fasi di minorata biologica coscienza, la sua limpida figura a propagande che sotto la speciosa veste antisovietica servono la magagna dei dollari.

Componente il comitato della frazione di Imola, Luigi fu instancabilmente tra gli organizzatori del nuovo partito. Alle ultime battute della contesa oratoria di Livorno egli, uomo pratico, corse fuori con un nucleo di giovani livornesi a predisporre la sala del San Marco; lasciato tutto in ordine ritornò veloce come sempre al Goldoni per essere a tempo all’esodo. Come raccontò nella sua eloquente e colorita favella, avanzando per i corridoi laterali, gli giungeva l’eco della dichiarazione finale letta alla tribuna: i delegati della frazione comunista dichiarano che la maggioranza col suo voto si è posta fuori e contro l’Internazionale Comunista; essi abbandonano la sala… Urla belluine della canea unitaria tentavano di coprire la non fievole voce dell’oratore, che saliva di tono: per costruire il partito comunista, sezione della Terza Internazionale… e l’urlo saliva a sua volta contro la voce. Luigino era giunto a tempo: ansante prese la testa del corteo, che usciva al canto dell’Internazionale, e lo condusse al S. Marco.

Nel nuovo partito Luigino condusse l’opera sindacale, che anche i critici del primo Esecutivo in Italia e fuori dovettero dichiarare un modello di applicazione del lavoro rivoluzionario tra le grandi masse proletarie. Il partito,fieramente avverso a tutti i lontani e vicini, era a viso aperto presente nei sindacati, dalle agitazioni cruente alle sale dei congressi, ove i D’Aragona, Colombino e Buozzi (oh, oggi si ha di ben peggio!) masticavano amaro sotto le sferzate di Luigi Repossi, segretario del comitato sindacale comunista, che non meno fronteggiava gli anarco-sindacalisti boicottatori della Confederazione del Lavoro. Per poco a Genova ed a Verona questa non venne nelle nostre mani, che già tenevano l’allora gloriosissimo sindacato dei ferrovieri. Luigi difese le stesse direttive nella Internazionale Sindacale Rossa di Mosca e fu il più fiero lottatore contro quel primo delitto che fu la liquidazione di esso.

Qui si tratta di una vera fase storica, che sarà in altro modo ricordata. Nella eterodossia oppositrice dei comunisti italiani della maniera di allora, più e più volte Zinoviev e gli altri dovettero fare le lodi del loro lavoro nei sindacati; l’urto avveniva allora in quanto eravamo noi gli accusatori delle minacce opportuniste nel seno della Internazionale; mentre ci battevamo per essa in prima linea in Italia: oggi portano risultati vergognosi, anche a quella vile stregua, sono presi a pedate, e per tutta risposta vanno a leccare i deretani ai capi di Mosca. Luigino era dell’altra razza.

Un altro solo ricordo. Nel primo parlamento fascista si doveva leggere la dichiarazione del partito, stesa dall’Esecutivo. Luigino era dell’Esecutivo e del Gruppo parlamentare. Cominciarono le solite eccezioni su quello che era opportuno dire e non dire alla Camera. Luigino si scocciò ben presto. Con la mia terza elementare, disse col solito riso sarcastico, sono certo qui il più fesso; ma visto che nessuno vuol farlo, leggerò io la dichiarazione.

La lesse infatti, e alla fine quelli, imbestialiti, lo levarono di peso e lo portarono fuori sbattendolo a terra. Tornò collo stesso sorriso, scherzando sul poco peso della sua persona non gigantesca, e sulla facile impresa; si accarezzò un occhio nero, si leccò il labbro tumefatto, e posò sul tavolo il foglio tutto gualcito: è stato letto, disse con calma, fino all’ultima parola.

Così Luigino, semplicemente, fino all’ultimo viaggio.