Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1960/11

"Vae Victis" Germania!

Tra poco sarà passato mezzo secolo da che si riversano sui tedeschi i guai caduti sulla umanità in questo periodo tremendo, lungo il quale la “civiltà borghese” è andata rinculando da quello che poté essere un suo massimo vertice di grandezza.

Allo scoppio della guerra imperialistica del 1914, sulla denigrazione della Germania e del popolo tedesco si fondò l’inganno gigantesco di presentare il conflitto come guerra ideologica. Non era il capitalismo che imboccava la china ineluttabile della sua infamia e vergogna e della sua svelata barbarie, proclamata dai marxisti. No. La civiltà, una nel tempo e nello spazio, era attributo umano a cui uno solo attentava: il tedesco; tutti gli altri la difendevano in una santa crociata! La bestemmia secolare sta tutta qui; è stata la stessa nel 1939 ed è la stessa oggi.

Il grande movimento marxista mondiale sembrò lacerarsi. Gli ortomarxisti videro nella guerra la inevitabile conseguenza del sistema sociale capitalista e la reazione del capitale tedesco determinata dalla sua preclusione dal banchetto coloniale sulla pelle degli infelici popoli di colore. Dall’altra banda i rinnegati sostennero che il proletariato dovesse affittarsi a difendere la patria locale o la civiltà umana barattando alla causa propria, l’avvento della rivoluzione socialista.

I rinnegati allignarono anche e massimamente in Germania; e presentarono la minaccia alla civiltà e alla cultura nella Russia feudale che muoveva a distruggere un secolo di democrazia; la stessa cosa di cui gli intesisti accusavano gli imperi centrali.

I falsari del socialismo ricorsero a tutti i mezzi. Ma gli antitedeschi, fondando essi la infamia del razzismo e della predestinazione dei popoli a salvare o ruinare la specie umana tutta, soffiarono nell’odio perfido servendosi del testo della Germania di Tacito, in cui il civile latino descriveva quel popolo, ribelle alla oppressione imperiale, come un branco di bruti e di feroci belve; passati tal quale traverso due millenni.

Nella prima guerra la Germania fu debellata, ma il merito non fu dei socialisti fattisi crociati della idea liberale borghese. Proprio i socialisti dell’ala sana, che avevano sostenuto, al posto del crociatismo estero, il disfattismo interno e la guerra civile, scavarono la fossa allo stato del Kaiser. La Rivoluzione Russa di Ottobre tolse agli eserciti tedeschi un potente nemico; e tanto più quanto nel 1918 firmò la pace di Brest-Litovsk.

Ma il disfattismo, scuola viva e generosa del socialismo, passò la frontiera irta di ferro, e il grande proletariato tedesco capì la lezione russa. I fronti di Ovest cedettero, e fu la pace di Versailles e la Repubblica di Weimar.

Il proletariato tedesco aveva due strade. Una era la dittatura rivoluzionaria e la fondazione di una seconda e più grande Repubblica dei Soviet. La via opposta era un movimento di rivincita nazionale contro i patti infami di Versailles che – senza tuttavia smontare la quasi intatta macchina produttiva – disarmarono il vinto e fecero del paese che aveva capitolato uno Stato solo, ma due pezzi di territorio divisi dal folle “corridoio di Danzica”.

La storia delle crisi del proletariato tedesco tra queste due spinte è piena di lezioni immense. Furono i socialisti traditori a preparare la logica soluzione hitleriana, contro la quale furono rilanciate tutte le stesse montagne di esercitazioni atrociste.

Noi comunisti della Internazionale di Mosca respingemmo ogni idea di fare fronte con una guerra nazionale anti-Versailles. Ma anche questa formula era stata sollevata.

Nella seconda guerra di rivincita tedesca in una prima fase la Russia, oramai deviata dal marxismo rivoluzionario, per un momento fece il blocco con Hitler e simulò la tesi leninista che Francia e Inghilterra (poi America) lottassero per lo squisito movente imperialista, quello del 1914.

Questa fu una prima vergogna, ma il secondo stadio fu peggiore. Tesa la mano a francesi inglesi ed americani, i russi si rigettarono al crociatismo democratico più criminale. La forza vitale del disfattismo di classe era spenta ovunque da due ondate di tradimento. Sconfitta una seconda volta, la Germania non ha ancora avuta la seconda Versailles, ma di peggio. I vincitori la divisero in due zone di occupazione che formano due Stati separati, sia pure senza corridoio tra i due pezzi di territorio. Sono due pezzi che si toccano, e anche Berlino è in due pezzi.

Problema della pace. Con chi i vincitori del 1945 possono stipularla? Possono fare dei due pezzi un unico Stato, sgombrarlo, e poi col suo governo firmare un trattato? La cosa non sarà mai, perché è impossibile. Lo sarebbe solo se l’impasse mostruoso di libertà democrazia e parlamentarismo non fosse, come il marxismo sa da cento anni, la più turpe delle menzogne.

Una soluzione pensabile, ma oggi non certo matura, è che ognuno dei due gruppi vincitori annetta il suo pezzo di Germania, e che segua un conflitto armato mondiale. Ci sarebbe questo di buono, che il “maledetto” popolo tedesco, combattendo parte di qua e parte di là, non potrebbe essere accusato la terza volta come il Caino della civiltà moderna. Vi può essere un’altra soluzione, che tutto il popolo tedesco sorga in una guerra nazionale contro gli oppressori di Est e di Ovest. Questo potrebbe essere uno slogan patriottico, divenendo chiaro che né America né Russia vogliono la unificazione, e quindi la pace con la Germania una, mentre non hanno interesse a due trattati di pace separati.

Abbiamo alcuni fatti. La Russia non fa il trattato con la Germania dell’Est. L’America non lo fa con quella di Bonn isolata (sarebbero atti inutili). Il presidente americano ha detto a quello russo a Camp David che teme la unificazione tedesca. Il primo ha smentito. Ma la verità è questa: che si sono detti, in tono distensivo, di non volere nessuno dei due la Germania unita, e di temerla. Vero accordo al vertice. Altro fatto: non si litiga per Berlino, ma si recita la commedia di litigare per l’U 2, i voli spia, e le basi.

Vi è ancora un’altra ardua splendida prospettiva. Non una guerra nazionale di tedeschi di nuovo patrioti e razzisti, contro tutti. Ma una guerra civile nelle due Germanie contro i governi manutengoli dell’America e della Russia, ossia una rinascita di classe del proletariato tedesco, il ritorno della parola della dittatura proletaria, e della grandiosa tradizione di Marx.

Non è la prospettiva di una assurda impresa, a condizione che la lotta interna di classe risorga nel centro nell’Ovest e nell’Est.

Quasi mezzo secolo è bastato a decidere che la direzione russa della lotta per il comunismo è finita nel fallimento. Le speranze possono essere solo in una missione del grande proletariato germanico, che riempia la storia di quanto resta del secolo. Non si tratta più della sola Europa. Sono in moto tutti i continenti. Benché la zavorra nazionale pesi ancora per molto, pur con rivoluzionario effetto, per quei popoli di colore, la loro guida sarebbe in un pieno internazionalismo della formula unitaria tedesca; il nuovo grande Stato del proletariato tedesco, che affronti le forze dell’Est e dell’Ovest tutte capitaliste socialmente.

I popoli di colore potrebbero passare rapidamente innanzi e saltare secoli di storia. La situazione di oggi è grigia, ma già sembra che la Cina sia meno proclive della Russia alla coesistenza distensiva.

Forse quando Pechino ha saputo che a Camp David si decretava la soggezione del bianco popolo tedesco, un giallo grido di protesta, ingenuo ma possente, ha fatto saltare lo schifosissimo compromesso.

Solo la linea di Marx, di Lenin, e della dittatura di classe può incanalare in un’unica fiumana le forze che fremono nel sottosuolo della storia per tutto il pianeta.

Sindacato e lotta sindacale Pt. 2

I risultati della politica di riforme e concessioni furono ampiamente raccolti dalla borghesia Internazionale allo scoppio del primo conflitto imperialista. Di fronte ad esso capitolarono tutte le organizzazioni del proletariato, salvo le poche note eccezioni.

L’abbraccio della politica di unione nazionale da parte degli organismi politici della classe operaia portava necessariamente ad una sempre maggiore acquiescenza delle organizzazioni sindacali alle esigenze ed alle necessità belliche degli stati capitalistici. In aggiunta a questo, si aveva l’adozione da parte della classe dominante di tutte quelle misure legislative proprie dei periodi di guerra, per cui ogni possibilità di movimento e di organizzazione è sottoposta a controllo e sorveglianza soffocati da tali misure ed esposto all’influenza e alla direzione dei partiti socialriformisti, i sindacati operarono in collaborazione coi diversi enti dell’apparato statale borghese nel realizzare misure atte (secondo un termine eufemistico) ad alleviare le sofferenze e di dolori delle famiglie dei combattenti.

Ma i successi della politica attuata dalla classe borghese non tardarono a dimostrarsi aleatori e contingenti. Se da un lato era possibile mantenere in stato di aperta dipendenza le direzioni e l’apparato sindacale, non era però possibile contenere in tali limiti la spinta degli operai organizzati. La guerra aveva portato, con le distruzioni, i lutti e le miserie, i germi di una ripresa. La ripresa del movimento sindacale si manifestò apertamente coi grandi di scioperi e con una serie di rivendicazioni il cui contenuto non era di stretto carattere economico.

Nonostante le severe misure di repressione, il proletariato internazionale seppe dar vita a fulgidi episodi di lotta di classe. Ci limitiamo a ricordare per tutti quello degli operai torinesi nell’anno 1917.

Le cause fondamentali di questo risveglio vanno ricercate nella impossibilità da parte del regime capitalistico di mantenere e rafforzare quei vantaggi e quelle concessioni di carattere economico e pratico che, per la loro stessa natura, sono soggetti e vincolati agli sviluppi della struttura economica.

Il disastro economico e sociale che il conflitto aveva generato non poteva non travolgere in modo violento tutta l’organizzazione produttiva. Ma le crepe che si erano aperte nella struttura economica della società borghese si allargarono sempre più col finire della guerra.  I problemi della ricostruzione da una parte, ma soprattutto quelli della riconversione dell’industria da bellica in industria di pace, con tutte le sue conseguenze, misero a nudo le insanabili contraddizioni dell’ordine vigente. La disoccupazione, i bassi salari, la miseria sociale nelle sue manifestazioni, più aperte i debiti di guerra, agıvano come incentivo poderoso alla riorganizzazione degli organismi di difesa economica dei lavoratori al livello di base.

Ma su di essi gravava l’influenza delle direzioni sindacali pur sem pre aggiogate alle correnti opportuniste. Era una pesante ipoteca da cui non era facile liberarsi sebbene dall’Oriente europeo i bagliori della rivoluzione proletaria russa  illuminassero il cammino al proletariato europeo. Ed è alla luce riflessa di quello storico scontro di classe che gli operai dell’Europa occidentale ripresero il loro cammino di lotta. E’ in forma autonoma (ci si scusi il termine), che la ripresa  avvenne. Malgrado gli sforzi e contro l’impotenza delle Centrali sindacali (soprattutto, per l’Italia, della CGL alla cui direzione stavano  i più tipici rappresentanti dell’opportunismo) gli operai si muovono, scendono in piazza a porre le loro rivendicazioni: rivendicazioni che per loro natura e per il modo in cui erano espresse, avevano un carattere necessariamente limitato e parziale, ma che tali non sarebbero più state qualora la direzione del movimento fosse stata presa da una avanguardia cosciente della funzione storica della classe operaia.

Una delle più importanti e delle più diffuse era quella del controllo operaio, che, posta come fine a sé anche se realizzata non avrebbe segnato alcun passo avanti per gli operai e per le loro condizioni di vita e di lavoro ma, inserita in un programma organico di classe, avrebbe potuto esercitare un influsso notevole nello svolgimento di un’azione rivoluzionaria. Di ciò, in Italia, ben si rese conto il reggitore e difensore degli interessi della classe dominante Giolitti, che seppe por termine all’occupazione delle fabbriche (accogliendo le richieste allora avanzate della partecipazione degli operai alla direzione delle aziende.

Accoglimento formale, in quanto, con la nomina di una commissione di specialisti investita del compito di analizzare e tradurre in pratica questa forma di controllo, tutto fu sospeso e rinviato in attesa delle decisioni che da si alto consesso sarebbero scaturite e mai scaturirono

Appare questo il primo tentative di inserire l’organismo sindacale nell’ambito dello Stato, con l’adozione di particolari misure legislative. Il suo fallimento momentaneo deve essere anche attribuito al sorgere del Partito Comunista la cui chiara e precisa posizione nei riguardi di tutte le organizzazioni e associazioni (economiche e non) dei lavoratori, rendeva di difficile e di incerta riuscita la manovra a cui la borghesia si era apprestata.

La realizzazione della “nuova” politica sarà infatti possibile solo con l’avvento, in quei paesi dove l’ondata rivoluzionaria più minacciava l’esistenza del regime di classe capitalistico, della forma politica della dittatura aperta, “reazionaria” nelle sue manifestazioni di repressione violenta dei moti a carattere rivoluzionario, ma riformista nell’adozione di misure di carattere economico, sociale e politico, atte ad adeguare la sovrastruttura del dominio di classe alle esigenze dello sviluppo delle forze produttive. Alla concentrazione e alla centralizzazione economica non poteva non corrispondere un’analoga centralizzazione dei poteri dello stato, e il suo intervento sempre più massiccio in tutte le forme Idella vita sociale.
Non potevano certo sottrarvisi gli organismi sindacali, la cui esistenza venne garantita solo nell’ambito e sotto il controllo del potere statale.

Era il riconoscimento di una impossibilità e incapacità organica a risolvere gli antagonismi di classe e, sebbene li si negasse formulando le teorie corporativistiche dell’identità di interessi fra capitale e lavoro, ogni mezzo e ogni strumento era usato al fine di comprimere tutte le energie e spinte rivendicative che la classe operaie continuamente generava. Infatti, malgrado l’ estesissimo apparato burocratico, il cui vertice era costituito dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, non sempre fu possibile ignorare le richieste che dal basso pervenivano. E, quando esse non trovavano accoglimento per la rituale trafila gerarchica, il cui compito era di sminuirle fino a renderle accettabili agli interessi della classe dominante, non di rado si presentò il caso di aperte violazioni della legalità col ritorno all’uso del mezzo naturale di lotta dei proletari, lo sciopero.

L’inserimento del sindacato nella struttura dello stato borghese, sia esso corporativo fascista o democratico, rappresenta comunque il logico punto di arrivo di tutta la politica del capitalismo nei riguardi delle associazioni economiche dei lavoratori. Due sono i vantaggi principali che la borghesia riesce ad ottenere col riconoscere ai sindacati una funzione e un margine di attività nei limiti della legge. Il primo, di carattere politico, consiste nell’assicurarsi, per mezzo di opportune misure legislative, il controllo completo di tutto l’apparato sindacale evitando così di trovarsi di fronte agli imprevisti sviluppi di situazioni suscettibili di generalizzarsi e mettere in pericolo l’ordine e la pace sociale. Il secondo, di carattere economico, risiede nel trasformare gli organismi sindacali in strumenti di propulsione economica ove si riesca ad interessare e vincolare alle esigenze della produzione le masse fornitrici di forza-lavoro.

Il fenomeno, che in Italia e in Germania assunse aspetto diversi solo da un punto di vista formale, trova il suo riscontro anche nei paesi in cui la forma democratica dello stato, borghese si è conservata in una ininterrotta continuità. Anzi, maggiormente in tali paesi il processo di statalizzazione dei sindacati ha raggiunto vertici a noi finora sconosciuti. (Basti ricordare i sindacati americani o inglesi in questi ultimi anni, il cui operato e le cui iniziative, sia per l’impostazione che per il modo di condurle, non uscirono mai dal ferreo cerchio in cui le esigenze di conservazione dello stato le aveva costrette, ed anzi le favorirono). Si tratta di un processo proprio dell’epoca imperialista, di fronte al quale rimangono sgomenti solo coloro che della natura del sindacato poco o nulla hanno capito, e che, non ritrovando più nelle organizzazioni sindacali ciò che se ne attendevano, ne propugnano l’abbandono o, peggio ancora la formazione di nuovi organismi come se questi non dovessero, prima o poi, essere travolti dalla stessa corrente che già ha sommerso le associazioni tradizionali. Altra è la posizione dei rivoluzionaria, pur conoscendo il grado al quale è giunta quella che con termine improprio si chiama la “degenerazione sindacale”, essi sanno che l’acuirsi delle contraddizioni interne del modo di produzione capitalistico e il loro esplodere in forma violenta spingerà gli stessi operai, oggi supinamente ligi alle direttive delle centrali sindacali, a infrangere le pastoie legislative e burocratiche che li avvolgono per riproporre al di fuori della legge, al di fuori del controllo statale, al di fuori di ogni «rispetto» degli indici di produttività e del « superiore interesse nazionale» la loro rivendicazione di classe che ha come termine estremo non la conquista di un « miglior livello di vita », non salari più “giusti” ma l’abolizione del salariato.

Da questa certezza è scaturita, fin dal sorgere del Partito di classe la decisione di militare nei sindacati: milizia che, pur non perdendo di vista il carattere parziale e
contingente delle rivendicazioni economiche, si schiera e scende in lotta con gli operai che la agitano e li difendono perchè attraverso la battaglia il proletariato conquisti non un “livello di vita migliore” ma un grado più elevato di organizzazione e una visione più chiara dei fini. Ma, si osserva, come contenersi di fronte alle diverse organizzazioni sindacali esistenti oggi in Italia? I termini del problema non si pongono né si possono riassumere nella formula “in quale organizzazione militare?”. Una simile impostazione equivarrebbe a mettere sullo stesso piano le tre confederazioni esistenti senza tener conto delle loro origini, delle loro tradizioni e delle possibilità di ripresa offerta dalla dinamica
storica. Infatti, è ben vero che nella politica sindacale condotta dalla CGL e dalla CISL nessuno potrà mai riscontrare sostanziali differenze; ma non questo è l’elemento discriminativo, per i rivoluzionari bensì la considerazione del posto che  le diverse “sigle sindacali” occupano nella storia del movimento operaio. Non hanno neppur lontanamente origine di classe le ultime due confederazioni citate, che fin dal loro sorgere, sia per il periodo di guerra fredda e di tensione internazionale in cui si formarono, sia per l’aperto ed interessato appoggio dei rappresentanti del padronato italiano, ma soprattutto per i precedenti cui si ricollegano, si presentano come prodotto tipico ed incancellabile della borghesia. Né alcun valore ha il criterio del “sindacato maggioritario”, giacchè per noi l’organizzazione sindacale non ha nulla di immutabile e di eterno, dato una volta per tutte, ma è un fatto dinamico riflettente il divenire delle lotte di classe. Ed è in questo divenire che le basi di partenze di organizzazioni come l’UIL o la CISL appariranno chiare agli occhi dei proletari mentre le tradizioni di lotta – sia pur lontane – del sindacato rosso costituiranno il fioco lume, indizio di una sponda cui approdare. Su questa sponda saranno ad attenderli i rivoluzionari che con tenacia e fede avranno saputo garantire nel tempo una continuità di impostazione delle lotte anche rivendicative e che per la loro ininterrotta presenza diverranno, sotto la spinta di forze oggettive, gli elementi catalizzatori e di direzione delle energie proletarie. La convergenza non avverrà allora su un puro terreno di rivendicazioni economiche, ma andrà oltre, per realizzarsi piena e totale sul campo politico della battaglia di classe, sul terreno della rivoluzione.

Parallelamente allo scadimento della politica sindacale dalle basi di classe su cui sorsero le organizzazioni di difesa economica al loro abbandono, vanno tenute presenti le modificazioni, avvenute nel corso degli anni, nella loro struttura organizzativa; cambiamenti che hanno notevolmente contribuito a smussare e a rendere inoperanti le armi di difesa ed di offesa della classe operaia. Essi sono una conseguenza dell’enorme espansione che la divisione sociale del lavoro ha assunto nella società borghese e che ha portato alla creazione di sempre più numerose categorie di specializzazione col risultato di una sempre maggiore  differenziazione di interessi economici e di rivendicazioni contingenti in seno alla classe operaia.

Se a queste si aggiungono le conseguenze dell’intervento dello stato,  dei comuni e degli enti politici ed amministrativi, nel settore economico con l’introduzione di riforma come le nazionalizzazioni, le municipalizzazioni ed altre, è facile capire come la tendenza allo spezzettamento della classe lavoratrice ed delle sue lotte vada sempre più aggravandosi.

Il brillante risultato perseguito dalla borghesia e realizzato con la collaborazione dei partiti opportunisti è tale che, all’interno di un medesimo sindacato, non esiste unità di interessi, in quanto ad esempio il metallurgico dipendente da un’azienda privata non è il metallurgico dipendente da una azienda irizzata, o l’operaio della Edison non ha lo stesso contratto dell’operaio di un’azienda elettrica municipalizzata. A questa divisione all’interno delle categorie si aggiunge la separazione che si compie nel piano degli interessi ancora più limitati e parziali della singola azienda o complesso produttivo. Siamo così di fronte ad una costellazione di rivendicazioni che, per la sua stessa natura non può ottenere l’adesione e promuove lo spirito di battaglia degli operai i quali vengono a trovarsi Isolati e divisi e quindi
impotenti a fronteggiare con successo le offensive o le resistenze del padronato.

Una politica sindacale di tale natura, che ha trovato un’ennesima variante nella formulazione di quel la che ora viene definita la “politica di settore” non può essere che rovinosa per il proletariato, e la sua adozione non può non allargare il solco che già divide operai appartenenti alle diverse branche dell’industria e delle altre attività economiche, e chiudere nei limiti dell’azienda ogni manifestazione di lotta.

Ad annullare ogni possibilità di successo è l’uso che oggi si fa della stessa arma fondamentale degli operai: lo sciopero. Per ottenere risultati concreti è chiaro che allo sciopero non conviene ricorrere quando la classe proprietaria dei mezzi di produzione si trova in posizione di favore con scorte di merci invendute, ma quando queste non esistono e la richiesta dei prodotti è pressante, cosicché l’arresto della macchina produttiva causi un danno reale a chi ne possiede il controllo. E il bastone tra le ruote e gli ingranaggi della produzione non deve rimanervi per 24-48-72 ore al massimo, ma fino alla capitolazione della parte avversa. A reggerlo con forza, e a trasformarlo in putrella d’acciaio, devono essere chiamati gli operai appartenenti alle altre attività produttive, cosicché  nel corso della lotta venga a crearsi una chiara unità di intenti e di interessi proletari. Sono questi i cardini di una politica sindacale di classe, che è tale perchè, partendo dalle spinte economiche, tende ad investire direttamente, nell’estrinsecazione della violenza contro l’apparato produttivo, tutto l’ordine costituito. Ma i presupposti di una tale politica non stanno nella “apoliticità” о nella “autonomia” dei sindacati, come non stanno nel calcolo preventivo delle situazioni congiunturali dei diversi rami dell’industria, meno che mai, nel porre come obiettivo della lotta quello di sedersı ad un tavolo per iniziare trattative sotto l’alto patronato di un qualsiasi ministero del lavoro. Il sindacato di classe non aspira al “riconoscimento” dei responsabili dell’economia capitalistica per l’alto senso di responsabilità dimostrato nel mantenere le rivendicazioni salariali a un livello inferiore a quello raggiunto dalla produttività (vedi relazione Menichella alla Banca d’Italia), anzi lo respinge; non fa suoi gli interessi della Nazione con la enne maiuscola, non compie studi e non presenta piani per un “maggiore sviluppo dell’economia”, ma pone rivendicazioni ed obiettivi che intacchino e non proteggano la appropriazione del plusvalore, e che, per la loro natura di classe, spingano la classe sfruttata a rompere i confini della legalità borghese.

Giacchè è aldi fuori di questi confini che il proletariato internazionale ha ottenuto le sue grandi vittorie anche contingenti, da quella delle otto ore a quella del Primo Maggio; tappe oggi dimenticate, ma torneranno a costituire  le posizioni avanzate da cui partirà l’offensiva finale.