Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1960/22

Condizioni per l’ammissione all’Internazionale Comunista


[Premessa]

    Il primo congresso dell’Internazionale Comunista non formulò nessuna condizione precisa per l’ammissione dei partiti alla Terza Internazionale. Quando fu convocato il primo congresso nella maggior parte dei paesi c’erano soltanto delle correnti e dei gruppi comunisti.
    Il secondo congresso dell’Internazionale Comunista si riunisce in circostanze diverse. Attualmente nella maggior parte dei paesi non ci sono soltanto delle correnti e dei gruppi comunisti, ma dei partiti e delle organizzazioni comunisti.
    Spesso viene inoltrata domanda d’ammissione all’Internazionale Comunista da parte di partiti e gruppi che fino a poco tempo fa appartenevano ancora alla Seconda Internazionale, ma che in realtà non sono diventati comunisti. La Seconda Internazionale è definitivamente crollata. I partiti in posizione intermedia e i gruppi centristi, rendendosi conto dell’assoluta irrecuperabilità della Seconda Internazionale, cercano di trovare un appoggio nell’Internazionale Comunista, che diventa sempre più forte. Ma così facendo sperano di mantenere abbastanza “autonomia” da metterli in grado di continuare la vecchia politica opportunistica o “centrista”. L’Internazionale Comunista, entro certi limiti, sta diventando di moda.
    Il desiderio di alcuni tra i principali gruppi “centristi” di aderire all’Internazionale Comunista è prova indiretta del fatto che essa si è guadagnata le simpatie della stragrande maggioranza dei lavoratori coscienti del mondo intero e che sta diventando una forza di giorno in giorno più possente.
    Sull’Internazionale Comunista incombe il pericolo di un inquinamento da parte di elementi instabili e indecisi che non hanno ancora completamente ripudiato l’ideologia della Seconda Internazionale.
    Inoltre, in alcuni dei partiti più consistenti (Italia, Svezia, Norvegia, Iugoslavia, ecc.) in cui la maggioranza ha aderito al punto di vista comunista, persiste ancora una corrente riformista e socialpacifista che aspetta soltanto il momento propizio per risollevare la testa e dare inizio al sabotaggio attivo della rivoluzione proletaria, aiutando così la borghesia e la Seconda Internazionale.
    Nessun comunista deve dimenticare la lezione della rivoluzione ungherese. Il proletariato ungherese ha pagato a carissimo prezzo la fusione dei comunisti ungheresi con i socialdemocratici cosiddetti di “sinistra”.
    Perciò il secondo congresso dell’Internazionale Comunista giudica necessario formulare con assoluta precisione le condizioni per l’ammissione di nuovi partiti ed indicare ai partiti che vi hanno già aderito i doveri che vengono loro imposti.

* * *


Il secondo congresso dell’Internazionale Comunista pone le seguenti condizioni d’adesione all’Internazionale Comunista:

1. Tutta l’attività di propaganda e di agitazione deve essere di natura autenticamente comunista e conforme al programma e alle decisioni dell’Internazionale Comunista. Tutta quanta la stampa di partito deve essere sotto la direzione di comunisti fidati che abbiano dato prova di devozione alla causa del proletariato. La dittatura del proletariato non dev’essere considerata semplicemente come formula d’uso corrente meccanicamente appresa; bisogna propugnarla in modo da renderne comprensibile la necessità a qualsiasi comune operaio od operaia, ad ogni soldato e contadino, partendo dai fatti della loro vita di tutti i giorni, che bisogna riferire e utilizzare quotidianamente nella nostra stampa.
    I periodici e le altre pubblicazioni, e tutte le case editrici del partito, devono essere completamente subordinate al praesidium del partito, indipendentemente dal fatto che in quel dato momento il partito sia legale o clandestino. Non bisogna permettere che le case editrici abusino della propria indipendenza e portino avanti una linea politica che non sia in assoluta armonia con la linea politica del partito.
    Negli articoli del giornale, nelle assemblee popolari, nei sindacati e nelle cooperative, ovunque gli aderenti all’Internazionale Comunista siano presenti, è necessario denunziare, sistematicamente ed implacabilmente, non soltanto la borghesia, ma anche i suoi servi, i riformisti di ogni sfumatura.

2. Qualsiasi organizzazione che voglia aderire all’Internazionale Comunista deve rimuovere, sistematicamente, i riformisti e i centristi da tutti gli incarichi di responsabilità all’interno del movimento operaio (organizzazioni di partito, comitati di redazione, sindacati, gruppi parlamentari, cooperative, organi di governo locali) e sostituirli con comunisti collaudati, anche se, soprattutto all’inizio, sarà necessario sostituire degli opportunisti “esperti” con dei semplici lavoratori di base.

3. Praticamente in tutti i paesi d’Europa e d’America la lotta di classe sta entrando nella fase della guerra civile. In questa situazione i comunisti non possono assolutamente contare sulla legalità borghese. Essi sono costretti a creare ovunque un’organizzazione clandestina parallela che nel momento decisivo aiuterà il partito a fare il suo dovere per la rivoluzione. In tutti i paesi in cui i comunisti non sono in grado di operare legalmente, a causa dello stato d’assedio o di leggi d’emergenza, è assolutamente indispensabile affiancare al lavoro legale quello clandestino.

4. Il dovere di divulgare le idee comuniste include il preciso dovere di portare avanti un’attività di propaganda sistematica ed energica nell’esercito. Laddove tale opera di agitazione sia impedita dalle leggi d’emergenza, bisogna portarla avanti clandestinamente. Il rifiuto d’assumersi un compito di questo genere equivarrebbe al ripudio del dovere rivoluzionario ed è incompatibile con l’appartenenza all’Internazionale Comunista.

5. Bisogna fare opera d’agitazione sistematica e programmata nelle campagne. La classe operaia non può consolidare la propria vittoria se con la propria linea politica non si è assicurato l’appoggio di almeno parte del proletariato rurale e dei contadini più poveri, e la neutralità di parte della popolazione rurale rimanente. Attualmente l’attività comunista nelle zone rurali va acquistando un’importanza di primo piano. Bisogna portarla avanti soprattutto valendosi dell’aiuto dei lavoratori comunisti urbani e rurali che hanno stretti rapporti con le campagne. Il trascurare questo lavoro o l’abbandonarlo nelle mani malfide dei semiriformisti equivale alla rinuncia alla rivoluzione proletaria.

6. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto a smascherare non soltanto il socialpatriottismo dichiarato, ma anche la falsità e l’ipocrisia del socialpacifismo; a rammentare sistematicamente ai lavoratori che senza l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo nessuna corte internazionale d’arbitrato, nessun accordo par la limitazione degli armamenti, nessuna riorganizzazione “democratica” della Società delle Nazioni, potrà impedire delle nuove guerre imperialistiche.

7. I partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista sono tenuti a riconoscere la necessità di una frattura completa ed assoluta con il riformismo e con la linea politica del “centro”, e a propugnare il più diffusamente possibile questa frattura tra i propri membri. Senza di ciò non è possibile nessuna linea politica coerentemente comunista.
    L’Internazionale Comunista esige assolutamente e categoricamente che si operi tale frattura il più presto possibile. L’Internazionale Comunista non può accettare che dei noti opportunisti, come Turati, Modigliani, Kautsky, Hilferding, Hilquit, Longuet, MacDonald, ecc. abbiano il diritto di apparire quali membri dell’Internazionale Comunista. Ciò non potrebbe non portare l’Internazionale Comunista ad assomigliare per molti aspetti alla Seconda Internazionale, che è andata in pezzi.

8. Per i partiti dei paesi la cui borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni è necessario tenere un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto a smascherare i trucchi e gli inganni dei “propri” imperialisti nelle colonie, ad appoggiare non solo a parole ma con i fatti ogni movimento di liberazione nelle colonie, ad esigere che i propri imperialisti vengano espulsi da tali colonie, ad instillare nei lavoratori del proprio paese un atteggiamento di autentica fratellanza nei confronti dei lavoratori delle colonie e dei popoli oppressi, e a fare sistematicamente opera d’agitazione tra le truppe del proprio paese perché non collaborino all’oppressione dei popoli coloniali.

9. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista deve dare attività sistematica e durevole nei sindacati, nei consigli operai e nei comitati di fabbrica, nelle cooperative e nelle altre organizzazioni di massa dei lavoratori. Bisogna costituire all’interno di tali organizzazioni delle cellule comuniste cha attraverso un’opera costante ed indefessa conquistino alla causa del comunismo i sindacati, ecc. Nel corso del proprio lavoro quotidiano le cellule debbono smascherare ovunque il tradimento dei socialpatrioti e l’instabilità del “centro”. Le cellule comuniste debbono essere completamente subordinate al partito nel suo complesso.

10. Ogni partito appartenente all’Internazionale Comunista è tenuto ad ingaggiare una lotta inesorabile contro l’”Internazionale” di Amsterdam dei sindacati gialli. Deve propagandare con il massimo vigore tra i sindacalisti la necessità di una rottura con l’Internazionale gialla di Amsterdam. Deve fare tutto il possibile per appoggiare l’Associazione internazionale dei sindacati rossi, aderente alla Internazionale Comunista, in via di formazione.

11. I partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista sono tenuti a sottoporre a revisione i componenti dei propri gruppi parlamentari e a destituire tutti gli elementi infidi, a far sì che tali gruppi siano subordinati al praesidium del partito non soltanto a parole ma nei fatti, esigendo che ogni singolo parlamentare comunista subordini tutta la sua attività agli interessi di una propaganda e di un’agitazione autenticamente rivoluzionarie.

12. I partiti appartenenti all’Internazionale Comunista debbono basarsi sul principio del centralismo democratico. Nell’attuale momento di aspra guerra civile, il Partito comunista potrà assolvere al proprio compito soltanto se la sua organizzazione sarà il più possibile centralizzata, se si imporrà una disciplina ferrea, e se la centrale del partito, sorretta dalla fiducia degli iscritti, avrà forza ed autorità e sarà dotata dei più vasti poteri.

13. I partiti comunisti dei paesi in cui i comunisti operano nella legalità ogni tanto debbono intraprendere un’opera di epurazione (reiscrizione) tra i membri del partito per sbarazzarsi di tutti gli elementi piccolo borghesi che vi siano infiltrati.

14. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto ad appoggiare incondizionatamente tutte le repubbliche sovietiche nella lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti debbono portare avanti una propaganda esplicita per impedire l’invio di munizioni ai nemici delle repubbliche sovietiche; debbono anche fare opera di propaganda, con tutti i mezzi, sia legali sia illegali, tra le truppe inviate a soffocare le repubbliche operaie.

15. I partiti che mantengono ancora i vecchi programmi socialdemocratici sono tenuti a sottoporli a revisione quanto prima possibile, e a redigere, tenendo conto delle particolari condizioni del loro paese, un nuovo programma comunista che sia conforme ai deliberati dell’Internazionale Comunista. Di regola il programma di ogni partito appartenente all’Internazionale Comunista dev’essere ratificato da un regolare congresso dell’Internazionale Comunista o dal Comitato Esecutivo. Se il programma di un partito non ottenesse la ratifica del CEIC, il partito in questione ha il diritto di appellarsi al congresso dell’Internazionale Comunista.

16. Tutti i deliberati dei congressi dell’Internazionale Comunista, così come i deliberati del suo Comitato Esecutivo, sono vincolanti per tutti i partiti appartenenti all’Internazionale Comunista. L’Internazionale Comunista, che opera in una situazione di aspra guerra civile, deve avere una struttura assai più centralizzata di quella della Seconda Internazionale. Naturalmente l’Internazionale Comunista e il suo Comitato Esecutivo debbono tener conto in tutte le proprie attività della diversità di situazioni in cui si trovano a lottare ed operare i singoli partiti, e debbono prendere delle decisioni vincolanti per tutti unicamente quando tali decisioni siano possibili.

17. A questo proposito, tutti i partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista debbono cambiare nome. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista deve chiamarsi: Partito Comunista del tale paese (sezione dell’Internazionale Comunista). Il fatto del nome non è soltanto una questione formale, ma una questione squisitamente politica e di grande importanza. L’Internazionale Comunista ha dichiarato guerra a tutto il mondo borghese e a tutti i partiti della socialdemocrazia gialla. La differenza tra i partiti comunisti e i vecchi partiti “socialdemocratici” o “socialisti” ufficiali, che hanno tradito la bandiera della classe operaia, dev’essere resa comprensibile ad ogni semplice lavoratore.

18. Tutti i principali organi di stampa di partito di tutti i paesi sono tenuti a pubblicare tutti i documenti ufficiali importanti del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista.

19. Tutti i partiti appartenenti all’Internazionale Comunista e quelli che hanno fatto domanda d’ammissione sono tenuti a convocare al più presto, e in ogni caso entro quattro mesi dal secondo congresso dell’Internazionale Comunista, un congresso straordinario per esaminare tutte queste condizioni d’ammissione. A questo proposito tutte le centrali di partito devono provvedere a che i deliberati del secondo congresso dell’Internazionale Comunista siano rese note a tutte le organizzazioni locali.

20. I partiti che ora vogliono aderire all’Internazionale Comunista, ma che non hanno ancora cambiato radicalmente la loro vecchia strategia, prima di entrare nell’Internazionale Comunista debbono provvedere a che il loro comitato centrale e tutti gli organismi dirigenti centrali siano composti per non meno dei due terzi da compagni che già prima del secondo congresso propugnassero pubblicamente e inequivocabilmente l’entrata del proprio partito nell’Internazionale Comunista. Si possono fare delle eccezioni con il consenso del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista. Il CEIC ha anche il diritto di fare delle eccezioni nel caso dei rappresentanti del centro menzionati nel paragrafo 7.

21. I membri del partito che rifiutino in via di principio le condizioni e le tesi elaborate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal partito.
    Lo stesso vale specialmente per i delegati ai congressi straordinari.

Le condizioni di ammissione

Terza Internazionale 
II Congresso
VI seduta – 29 luglio 1920

Intervento della Sinistra del PSI – Resoconto stenografico

Vorrei sottoporvi alcune considerazioni, che propongo di utilizzare nella premessa alle tesi presentate dalla commissione, ed una proposta di modifica al punto 16, che dice: “I Partiti che finora hanno conservato il vecchio programma socialdemocratico, hanno l’obbligo di modificarlo nel più breve tempo possibile, e di elaborare, in corrispondenza alle particolari condizioni del loro paese, un nuovo programma comunista nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista. Come regola generale, il programma di ogni partito appartenente all’Internazionale comunista deve essere ratificato dal congresso ordinario dell’Internazionale comunista e dal suo Comitato esecutivo. In caso di mancata convalida da parte di quest’ultimo, il Partito in questione ha diritto appellarsi al congresso dell’Internazionale comunista”.

Questo Congresso ha una importanza capitale: esso deve difendere ed assicurare i principii fondamentali della III Internazionale. Quando nell’aprile 1917 il compagno Lenin ritornò in Russia e abbozzò le linee dorsali del nuovo programma del partito comunista, parlò anche della ricostituzione dell’Internazionale. Disse che quest’opera doveva poggiare su due basi essenziali: bisognava eliminare da un lato i socialpatrioti, dall’altro eliminare i socialdemocratici, quei socialisti della II Internazionale che ammettevano la possibilità della emancipazione del proletariato senza una lotta di classe spinta fino al ricorso alle armi, senza la necessità di realizzare la dittatura del proletariato dopo la vittoria nel periodo insurrezionale.

La realizzazione rivoluzionaria in Russia ci riconduceva sul terreno del marxismo, e il movimento rivoluzionario comunista salvatosi dalle rovine della II Internazionale si orientò in base a questo programma. Il lavoro così iniziato portò alla costituzione ufficiale di un nuovo organismo mondiale. E io credo che, nella situazione attuale – che non ha nulla di fortuito, ma che è determinata dal corso stesso della storia – corriamo il pericolo di vedere insinuarsi nelle nostre file elementi tanto della prima quanto della seconda categoria, di destra e di centro, che avevamo già allontanati.

Da quando la parola d’ordine “potere dei soviet” è stata lanciata nel mondo dal proletariato russo e internazionale, dopo la guerra l’onda rivoluzionaria si è dapprima levata, e il proletariato di tutto il mondo si è messo in movimento. Abbiamo visto nei vecchi partiti socialisti di tutti i paesi prodursi una selezione naturale e nascere dei partiti comunisti che hanno subito ingaggiato una lotta rivoluzionaria contro la borghesia.

Purtroppo, il periodo successivo ha segnato una battuta d’arresto, perché i rivoluzionari tedeschi bavaresi e ungheresi sono stati schiacciati dalla borghesia. La guerra è ora lontana nel passato. Il problema della guerra e della difesa nazionale non si pone più in forma immediata, ed è molto semplice ora venirci a dire che in una prossima guerra non si ricadrà negli antichi errori, cioè negli errori della unione sacra e della difesa nazionale.

La rivoluzione è lontana nell’avvenire, sosterranno i centristi, non è un problema del momento; e dichiareranno di accettare i cardini della III Internazionale: il potere dei soviet, la dittatura del proletariato, il terrore rosso. Sarebbe un grave pericolo, per noi, se commettessimo l’errore di accettare questa gente nei nostri ranghi.

La III Internazionale non può affrettare il corso della storia, non può né creare né suscitare con la forza la rivoluzione. In nostro potere è soltanto di preparare il proletariato. Ma è necessario, compagni, che il nostro movimento conservi il vantaggio che gli offrono le esperienze della guerra e della rivoluzione russa. Ed è a questo, penso, che dobbiamo rivolgere la massima attenzione.

Gli elementi di destra accettano le nostre tesi, ma in modo incompleto, con mille reticenze. Noi comunisti dobbiamo esigere che questa accettazione sia totale e senza riserve, sia nel campo della teoria che nel campo dell’azione.

Abbiamo visto la prima grande applicazione del metodo e della teoria marxista in Russia, cioè in un paese in cui il grado di sviluppo delle classi non era elevato. Nell’Europa occidentale, dove il capitalismo è più sviluppato, questo metodo dev’essere applicato con ancora maggiore nettezza e rigore.

Si è fatta qui una distinzione tra riformisti e rivoluzionari. È un linguaggio superato. Non ci possono più essere riformisti, perché la crisi borghese impedisce ogni lavoro di riforma. I socialisti di destra lo sanno e si dichiarano per una crisi di regime, si proclamano rivoluzionari, ma sperano che il carattere della lotta sia diverso che in Russia. Io penso, compagni, che l’Internazionale Comunista debba essere intransigente e mantenere fermamente il suo carattere politico rivoluzionario.

Contro i socialdemocratici bisogna erigere barriere insormontabili.

Bisogna costringere questi partiti ad una chiara e netta dichiarazione di principii. Ci dovrebbe essere un programma comune a tutti i partiti comunisti del mondo, cosa che purtroppo oggi non è ancora possibile. L’Internazionale non ha mezzi pratici per assicurarsi che costoro seguano il programma comunista. Propongo tuttavia di aggiungere la seguente condizione:

Quando, alla tesi 16, si dice: “I Partiti che finora hanno conservato il vecchio programma socialdemocratico, hanno l’obbligo di modificarlo nel più breve tempo possibile, e di elaborare, in corrispondenza alle particolari condizioni del loro paese, un nuovo programma comunista nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista”, le parole “in corrispondenza alle particolari condizioni del loro paese” e “nel senso dei deliberati dell’Internazionale comunista” dovrebbero essere soppresse e sostituite con le parole “elaborare un nuovo programma nel quale i principii della III Internazionale siano esposti in modo non equivoco e perfettamente collimanti con le risoluzioni dei congressi mondiali. La minoranza che voterà contro il nuovo programma dovrà in forza dello stesso voto essere esclusa dal partito. I partiti che hanno già aderito alla III Internazionale senza aver adempiuto a questa condizione, dovranno convocare immediatamente un congresso straordinario per uniformarvisi”.

La questione delle minoranze di destra, sulla quale non ho sentito pronunciarsi i rappresentanti del Partito socialista francese, e nemmeno dire che cacceranno dalle loro file Renaudel e compagni, deve essere posta con estrema chiarezza. Tutti coloro che votano contro il nuovo programma, devono uscire dal partito. In merito al programma non esiste disciplina: o lo si accetta o non lo si accetta, e nel secondo caso si abbandona il partito. Il programma è una cosa comune a tutti, non una cosa stabilita dalla maggioranza dei militanti. È questo che deve essere imposto ai partiti che vogliono essere ammessi nella III Internazionale. È oggi la prima volta, infine, che si stabilisce una differenza tra il desiderio di aderire all’Internazionale e il fatto di esservi accettati.

Ritengo che, dopo questo Congresso, si debba lasciare al Comitato Esecutivo il tempo di fare eseguire tutti gli obblighi imposti dall’Internazionale comunista. Dopo questo periodo, per così dire, di organizzazione, la porta dovrebbe essere chiusa e non ci dovrebbe essere altra via di ammissione che quella dell’adesione individuale al Partito comunista del rispettivo paese.

Propongo che la mozione del compagno Lenin, che era stata ritirata, venga reintrodotta, e cioè che i partiti i quali chiedono di essere ammessi abbiano una certa proporzione di comunisti nei loro organi direttivi. Preferirei che fossero tutti comunisti.

Bisogna combattere l’opportunismo dovunque. Ma questo compito sarà reso estremamente difficile se, al momento in cui si prendono provvedimenti per epurare la III Internazionale, si aprono le porte per fare entrare quelli che ne sono rimasti fuori.

A nome della sinistra del Partito socialista italiano, dichiaro che ci impegniamo a combattere e scacciare gli opportunisti in Italia. Ma non vorremmo che, se escono dalle nostre file, rientrino nell’Internazionale per altra via. Vi diciamo: avendo qui lavorato insieme, dobbiamo tornare nei nostri paesi e formare un fronte mondiale unico contro i socialtraditori, contro i sabotatori della Rivoluzione Comunista.
 

NOTA

La tesi proposta così come letta in principio è rimasta immutata, e nel testo definito non è la 16 ma la 15.

Le altre proposte dell’oratore furono accolte, in questa forma, nella condizione 19: “Tutti i partiti che appartengono alla Internazionale Comunista o chiedono di aderirvi, sono tenuti a convocare (al più presto possibile) in un termine di 4 mesi, dopo il III Congresso dell’I.C. al più tardi, un congresso straordinario allo scopo di pronunciarsi sulle presenti condizioni. I Comitati Centrali devono curare che le decisioni del II Congresso dell’I.C. siano portate a conoscenza di tutte le organizzazioni locali”.

E infine fu aggiunta la ben nota condizione 21: “Gli aderenti al partito che respingono le condizioni e le tesi stabilite dall’I.C. devono essere espulsi dal partito. Vale lo stesso per i delegati al congresso straordinario”.

Inoltre la condizione 20 riconferma la proposta di Lenin che i partiti che intendono entrare nell’I.C. curino prima di tutto che i due terzi dei membri della Direzione appartengano alla corrente comunista, sia pure con alcune eccezioni.

Tesi sul Parlamentarismo della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano

Dal Protokoll des II. Weltkongresses der Kommunistische Internationale, Hamburg, 1921 pp. 430-34. Si è però tenuto presente anche il protocollo francese.

Terza Internazionale (Comunista)
2° Congresso – giugno-agosto 1920

 1) Il parlamento è la forma di rappresentanza politica propria del regime capitalista. La critica di principio dei comunisti marxisti al parlamentarismo e alla democrazia borghese in genere dimostra che il diritto di voto accordato a tutti i cittadini di tutte le classi sociali nelle elezioni agli organi rappresentativi statali, non può impedire né che tutto l’apparato di governo dello Stato costituisca il comitato di difesa degli interessi della classe dominante capitalistica, né che lo Stato si organizzi come lo strumento storico della lotta della borghesia contro la rivoluzione proletaria.

 2) I Comunisti negano recisamente la possibilità che la classe lavoratrice giunga al potere attraverso la maggioranza dei mandati parlamentari, invece di conquistarlo con la lotta rivoluzionaria armata. La conquista del potere politico da parte del proletariato, punto di partenza dell’opera di costruzione economica comunista, implica la soppressione violenta ed immediata degli organi democratici, e la loro sostituzione con gli organi del potere proletario: i Consigli operai. La classe degli sfruttatori essendo così privata di ogni diritto politico, si realizzerà la dittatura del proletariato, vale a dire un sistema di governo e di rappresentanza di classe. La soppressione del parlamentarismo è dunque un fine storico del movimento comunista. Diciamo di più: la prima forma della società borghese che deve essere rovesciata, prima ancora della proprietà capitalistica, prima ancora della stessa macchina burocratica e governativa, è proprio la democrazia rappresentativa.

 3) Lo stesso vale per le istituzioni municipali o comunali della borghesia, che è teoricamente falso contrapporre agli organi governativi. Infatti, il loro apparato è identico al meccanismo statale borghese: esse devono parimenti essere distrutte dal proletariato rivoluzionario e sostituite dai soviet locali dei deputati operai.

 4) Mentre l’apparato esecutivo, militare e poliziesco dello Stato borghese organizza l’azione diretta contro la rivoluzione proletaria, la democrazia rappresentativa costituisce un mezzo di difesa indiretta, che agisce diffondendo fra le masse l’illusione che la loro emancipazione possa compiersi mediante un pacifico processo e che la forma dello Stato proletario possa anche essere a base parlamentare, con diritto di rappresentanza alla minoranza borghese. Il risultato di questa influenza democratica sulle masse proletarie è stata la corruzione del movimento socialista della II Internazionale nel campo della teoria come in quello dell’azione.

 5) Nel momento attuale il compito dei comunisti, nella loro opera di preparazione ideale e materiale della rivoluzione, è prima di tutto di liberare il proletariato da queste illusioni e da questi pregiudizi, diffusi nelle sue file con la complicità degli antichi leader socialdemocratici, che lo deviano dalla sua rotta storica. Nei paesi in cui il regime democratico esiste già da lungo tempo, e si è profondamente radicato nelle abitudini delle masse e nella loro mentalità, non meno che in quella dei partiti socialisti tradizionali, questo compito riveste una particolare importanza e si presenta al primo piano dei problemi della preparazione rivoluzionaria.

 6) Nel periodo in cui nel movimento internazionale del proletariato la conquista del potere non si presentava come una possibilità vicina e non si poneva ancora il problema della preparazione diretta alla dittatura proletaria, la partecipazione alle elezioni e all’attività parlamentare poteva ancora offrire delle possibilità di propaganda, agitazione e critica. D’altro lato, in quei paesi in cui una rivoluzione borghese è tuttora in corso e crea istituti nuovi, l’intervento dei comunisti in questi organi rappresentativi in formazione può offrire la possibilità di influire sullo sviluppo degli avvenimenti per far giungere la rivoluzione alla vittoria del proletariato.

 7) Nel periodo storico attuale, aperto dalla fine della guerra mondiale con le sue conseguenze sull’organizzazione sociale borghese, dalla rivoluzione russa come prima realizzazione della conquista del potere da parte del proletariato, e dalla costituzione della nuova Internazionale in opposizione al socialdemocratismo dei traditori, e in quei paesi in cui il regime democratico ha completato da tempo la sua formazione, non esiste invece alcuna possibilità di utilizzare per l’opera rivoluzionaria dei comunisti la tribuna parlamentare; e la chiarezza della propaganda non meno che l’efficacia della preparazione alla lotta finale per la dittatura del proletariato esigono che i comunisti conducano un agitazione per il boicottaggio delle elezioni da parte dei lavoratori.

 8) In queste condizioni storiche, il problema centrale del movimento essendo divenuto la conquista rivoluzionaria del potere, tutta l’attività politica del partito di classe deve essere consacrata a questo scopo diretto. È necessario spezzare la menzogna borghese secondo cui ogni scontro fra partiti politici avversi, ogni lotta per il potere, debba svolgersi nel quadro del meccanismo democratico, attraverso campagne elettorali e dibattiti parlamentari; e non vi si potrà riuscire senza rompere col metodo tradizionale di chiamare gli operai alle elezioni – alle quali i proletari sono ammessi fianco a fianco coi membri della classe borghese – e senza smetterla con la spettacolo di delegati del proletariato che agiscono sullo stesso terreno parlamentare di quelli dei suoi sfruttatori.

 9) La pratica ultraparlamentare dei partiti socialisti tradizionali ha già troppo diffuso la pericolosa concezione che ogni azione politica consista nelle lotte elettorali e nell’attività parlamentare. D’altra parte, il disgusto del proletariato per questa pratica di tradimento ha preparato un terreno favorevole agli errori sindacalisti e anarchici, che negano ogni valore all’azione politica e alla funzione del partito. Perciò i Partiti Comunisti non otterranno mai un largo successo nella propaganda del metodo rivoluzionario marxista, se non poggeranno il lavoro diretto per la dittatura del proletariato e per i Consigli operai sull’abbandono di ogni contatto con l’ingranaggio della democrazia borghese.

 10) La grandissima importanza che si attribuisce in pratica alla campagna elettorale e ai suoi risultati, il fatto che, per un periodo abbastanza lungo, il partito consacri ad essa tutte le sue forze e le sue risorse in uomini, in stampa, in mezzi economici, concorre da un lato, malgrado ogni discorso da comizio e ogni dichiarazione teorica, a rafforzare l’impressione che si tratti della vera azione centrale per i fini del comunismo, dall’altro conduce all’abbandono quasi completo del lavoro di organizzazione e di preparazione rivoluzionaria, dando all’organizzazione del partito un carattere tecnico affatto contrastante con le esigenze del lavoro rivoluzionario tanto legale quanto illegale.

 11) Per quei partiti che per decisione maggioritaria sono passati alla III Internazionale, il fatto di continuare a svolgere l’azione elettorale impedisce la necessaria selezione dagli elementi socialdemocratici, senza l’eliminazione dei quali l’Internazionale Comunista mancherebbe al suo compito storico e non sarebbe più l’armata disciplinata ed omogenea della rivoluzione mondiale.

 12) La natura stessa dei dibattiti che hanno per teatro il parlamento e gli altri organi democratici esclude ogni possibilità di passare dalla critica della politica dei partiti avversi ad una propaganda contro il principio stesso del parlamentarismo, ad una azione che oltrepassi i limiti del regolamento parlamentare; allo stesso modo che non è possibile ottenere il mandato che dà il diritto alla parola se ci si rifiuta di sottomettersi a tutte le formalità stabilite per la procedura elettorale.
     Il successo nelle schermaglie parlamentari sarà sempre e soltanto funzione dell’abilità nel maneggio dell’arma comune dei principi sui quali l’istituzione poggia e dei cavilli del regolamento; così come il successo della lotta elettorale si giudicherà sempre e soltanto dal numero dei voti o dei seggi ottenuti.
Ogni sforzo dei partiti comunisti per dare un carattere del tutto diverso alla pratica del parlamentarismo non potrà non condurre al fallimento le energie che si dovranno spendere in questo lavoro di Sisifo, e che la causa della rivoluzione comunista chiama senza indugio sul terreno dell’attacco diretto al regime dello sfruttamento capitalistico.

Appendici

VIII seduta, 2 agosto 1920

Intervento della sinistra del PSI sulla questione del parlamentarismo

Da Rassegna Comunista, Anno I, n.8, 15 agosto 1921

Compagni !

La frazione di sinistra del Partito Socialista Italiano è antiparlamentare per ragioni che non riguardano soltanto l’Italia, ma hanno un carattere generale.

Si tratta qui di una discussione di principio? Certamente no. In principio noi siamo tutti antiparlamentari, poiché ripudiamo il parlamentarismo come mezzo di emancipazione del proletariato e come forma politica dello Stato proletario. Gli anarchici sono antiparlamentari per principio, poiché si dichiarano contro ogni delegazione di potere da un individuo ad un altro; lo stesso i sindacalisti, avversari dell’azione politica del partito ed aventi una concezione del tutto differente del processo dell’emancipazione proletaria.

Quanto a noi, il nostro antiparlamentarismo si riallaccia alla critica marxista della democrazia borghese.

Non ripeterò qui gli argomenti del comunismo critico, smascheranti la menzogna borghese dell’eguaglianza politica, posta al di sopra dell’ineguaglianza economica e della lotta di classe.

Questa concezione mette capo all’idea di un processo storico, nel quale la lotta di classe termina con la liberazione del proletariato dopo una lotta violenta sostenuta per la dittatura proletaria.

Questa concezione teorica esposta nel “Manifesto dei Comunisti” ha trovato nella rivoluzione russa la prima realizzazione storica.

Un lungo periodo è trascorso tra questi due fatti, e lo sviluppo del mondo capitalista, in questo periodo, è stato molto complesso.

Il movimento marxista ha degenerato in movimento socialdemocratico ed ha creato un terreno d’azione comune ai piccoli interessi corporativi di certi gruppi operai ed alla democrazia borghese. Questa degenerazione si manifestò simultaneamente nei sindacati e nei partiti socialisti.

Si dimenticò quasi completamente il compito marxista del partito di classe, che avrebbe dovuto parlare in nome della classe operaia nel suo insieme e richiamare il suo compito storico rivoluzionario; si creò un’ideologia del tutto differente, che scartava la violenza ed abbandonava la dittatura del proletariato per sostituirvi la illusione di una trasformazione sociale pacifica e democratica.

La rivoluzione russa ha confermato in modo evidente la teoria marxista, dimostrando la necessità di impiegare il metodo della lotta violenta e di instituire la dittatura del proletariato.

Ma le condizioni storiche nelle quali la rivoluzione russa si è sviluppata non rassomigliano alle condizioni nelle quali la rivoluzione proletaria si svilupperà nei paesi democratici dell’Europa occidentale e dell’America. La situazione russa ricorda piuttosto quella della Germania nel 1848, poiché vi si sono svolte due rivoluzioni, una dopo l’altra, la rivoluzione democratica e la rivoluzione proletaria.

L’esperienza tattica della rivoluzione russa non può essere trasportata integralmente negli altri paesi, nei quali la democrazia borghese funziona da lungo tempo e dove la crisi rivoluzionaria non sarà che il passaggio diretto da questo regime politico alla dittatura del proletariato.

L’importanza marxista della rivoluzione russa è che la sua fase finale (scioglimento dell’Assemblea costituente e presa del potere ad opera dei Soviet) poteva comprendersi e difendersi solo sulla base del marxismo, e dava vita allo sviluppo di un nuovo movimento internazionale: quello dell’Internazionale Comunista, che la rompeva definitivamente con la socialdemocrazia, vergognosamente fallita durante la guerra.

Per l’Europa occidentale, il problema rivoluzionario impone dapprima la necessità di uscire dai limiti della democrazia borghese, di dimostrare che l’affermazione borghese: doversi ogni lotta politica svolgere nel meccanismo parlamentare, è menzognera, e che la lotta deve essere portata su di un nuovo terreno: quello dell’azione diretta, rivoluzionaria, per la conquista del potere.

Occorre una nuova organizzazione tecnica del partito, cioè una organizzazione storicamente nuova. Questa nuova organizzazione storica è realizzata dal partito comunista, che, come lo precisano le tesi del Comitato Esecutivo sulla questione dei compiti del partito, è suscitato dall’epoca delle lotte dirette in vista della dittatura del proletariato (Tesi 4).

Ora, la prima macchina borghese che bisogna distruggere, prima di passare all’edificazione economica del comunismo, prima ancora di costruire il nuovo meccanismo di Stato Proletario che deve sostituire l’apparato governativo, è il Parlamento.

La democrazia borghese agisce fra le masse come un mezzo di difesa indiretta, mentre l’apparato esecutivo dello Stato è pronto a far uso dei mezzi violenti e diretti, tosto che gli ultimi tentativi di attirare il proletariato sul terreno democratico sono falliti.

È dunque di una importanza capitale lo smascherare questo giuoco della borghesia, il mostrare alle masse tutta la doppiezza del parlamentarismo borghese.

La pratica dei partiti socialisti tradizionali aveva già prima della guerra mondiale determinato una reazione antiparlamentare tra le file del proletariato: la reazione sindacalista anarchica, che negò ogni valore alla azione politica per concentrare l’attività del proletariato sul terreno delle organizzazioni economiche, diffondendo la falsa idea che non ci possa essere azione politica fuori dell’attività elettorale e parlamentare. Contro questa illusione, non meno che contro l’illusione socialdemocratica, è necessario reagire; questa concezione è ben lontana dal vero metodo rivoluzionario e porta il proletariato su una falsa via nel corso della sua lotta per l’emancipazione.

La massima chiarezza è indispensabile nella propaganda: bisogna dare alle masse delle parole d’ordine semplici ed efficaci.

Partendo dai principi marxisti, noi proponiamo dunque che l’agitazione per la dittatura proletaria, nei paesi in cui il regime democratico è da lungo tempo sviluppato, sia basata sul boicottaggio delle elezioni e degli organi democratici borghesi.

La grande importanza che in pratica si dà all’azione elettorale comporta un duplice pericolo: da una parte essa dà l’impressione che questa è l’azione essenziale, dall’altra assorbe tutte le risorse del partito e conduce al quasi completo abbandono dell’azione di preparazione negli altri campi del movimento. I socialdemocratici non sono i soli ad accordare una grande importanza alle elezioni: le stesse tesi proposte dal Comitato [Esecutivo] ci dicono che è utile servirsi nelle campagne elettorali di tutti i mezzi d’agitazione (Tesi 15). L’organizzazione del partito che esercita l’attività elettorale riveste un carattere tecnico del tutto particolare, che contrasta fortemente con il carattere d’organizzazione che risponde alla necessità dell’azione rivoluzionaria, legale ed illegale.

Il Partito diviene (o resta) un ingranaggio di comitati elettorali che si incarica soltanto della preparazione e della mobilitazione degli elettori.

Quando si tratta di un vecchio partito socialdemocratico che passa al movimento comunista, è un grande pericolo quello di perseguire l’azione parlamentare come la si praticava prima. Ci sono numerosi esempi di questa situazione.

* * *

Per ciò che concerne le tesi presentate e sostenute dai relatori, osserverò che esse sono precedute da una introduzione storica, con la prima parte della quale io concordo quasi interamente.

Vi è detto che la prima Internazionale si serviva del parlamentarismo allo scopo di agitazione, di propaganda e di critica. Più tardi, nella seconda Internazionale si verificò l’azione corruttrice del parlamentarismo, che condusse al riformismo ed alla collaborazione di classe.

L’introduzione trae la conclusione che la terza Internazionale deve ritornare alla tattica parlamentare della prima, allo scopo di distruggere il parlamentarismo stesso dall’interno.

Ma la terza Internazionale, al contrario, se accetta la stessa dottrina della prima, data la grande diversità delle condizioni storiche, deve servirsi di tutt’altra tattica e non partecipare alla democrazia borghese.

Così nelle tesi che seguono, c’è una prima parte che non è affatto in contraddizione con le idee che io sostengo.

È soltanto quando si parla della utilizzazione della campagna elettorale e della tribuna parlamentare per l’azione delle masse che incomincia la differenza. Noi non ripudiamo il parlamentarismo perché si tratti di un mezzo legale. Non si può proporne l’impiego allo stesso titolo della stampa, della libertà di riunione, ecc.

Qui si tratta di mezzi d’azione, là di una istituzione borghese che deve essere sostituita dalle istituzioni proletarie dei Consigli operai. Noi non pensiamo affatto di non far uso dopo la rivoluzione della stampa, della propaganda, ecc., ma contiamo bensì di spezzare l’apparato parlamentare e sostituirlo con la dittatura del proletariato.

E tanto meno è da noi portato il solito argomento dei “capi” del movimento. Non si può fare a meno di capi. Noi sappiamo benissimo, e l’abbiamo sempre detto agli anarchici fin da prima della guerra, che non è sufficiente rinunziare al parlamentarismo per fare a meno dei “capi”. Ci sarà sempre bisogno di propagandisti, di giornalisti, ecc.

Certamente occorre alla rivoluzione un partito centralizzato che diriga l’azione proletaria. Evidentemente occorrono dei leaders a questo partito, ma la funzione di questi capi ha un valore del tutto differente dalla tradizionale pratica socialdemocratica. Il partito dirige l’azione proletaria nel senso che assume su di sé tutto il lavoro più pericoloso e che esige i maggiori sacrifici. I capi del partito non sono solamente i capi della rivoluzione vittoriosa. Saranno essi che in caso di disfatta per primi cadranno sotto i colpi del nemico. La loro situazione è del tutto differente da quella dei capi parlamentari, che prendono i posti più vantaggiosi nella società borghese.

Ci si dice: dalla tribuna parlamentare si può fare della propaganda. A ciò risponderò con un argomento… del tutto infantile: ciò che si dice dalla tribuna parlamentare è ripetuto dalla stampa. Se si tratta della stampa borghese, tutto è falsificato; se si tratta della nostra stampa, allora è inutile passare dalla tribuna per dover poi stampare quello che si è detto.

Gli esempi dati dal relatore non toccano la nostra tesi.

Liebknecht ha agito al Reichstag in una epoca in cui noi riconoscevamo la possibilità dell’azione parlamentare, tanto più che si trattava non di sanzionare il parlamentarismo, ma di dedicarsi alla critica del potere borghese.

Se d’altronde si mettessero in un piatto della bilancia Liebknecht, Hoeglund e gli altri casi poco numerosi di azione rivoluzionaria in Parlamento e nell’altro tutta la lunga serie di tradimenti dei socialdemocratici, il bilancio sarebbe molto sfavorevole al “parlamentarismo rivoluzionario”.

La questione dei bolscevichi nella Duma, nel Parlamento di Kerensky, nell’Assemblea Costituente non si pone affatto nelle condizioni nelle quali noi proponiamo l’abbandono della tattica parlamentare, ed io non ritorno sulla differenza fra lo sviluppo della rivoluzione russa e lo sviluppo che presenteranno le rivoluzioni negli altri paesi borghesi.

Tanto meno io accetto l’idea della conquista elettorale degli istituti comunali borghesi. C’è in questo un importantissimo problema da non passare sotto silenzio.

Io penso di usufruire delle campagne elettorali per l’agitazione e la propaganda della rivoluzione comunista, ma questa agitazione sarà tanto più efficace se noi sosterremo davanti alle masse il boicottaggio delle elezioni borghesi.

D’altronde non si può definire esattamente quale potrà essere il lavoro di distruzione che i deputati comunisti potranno effettuare in Parlamento. Il relatore ci presenta a questo proposito un progetto di regolamento concernente l’azione comunista nel Parlamento borghese. Questo è, se mi è permesso, puro utopismo. Non si arriverà mai ad organizzare un’azione parlamentare che si opponga ai principi stessi del parlamentarismo, che esca “dai limiti stessi del regolamento parlamentare”.

* * *

E ora due parole sugli argomenti portati dal compagno Lenin nell’opuscolo sul “comunismo di sinistra”.

Io credo che non si possa giudicare la nostra tattica antiparlamentare alla stessa stregua di quella che preconizza l’uscita dai Sindacati.

Il Sindacato, anche quando è corrotto, è sempre un centro operaio. Uscire dal Sindacato socialdemocratico corrisponde alla concezione di certi sindacalisti che vorrebbero costituirsi degli organi di lotta rivoluzionaria di tipo non politico, ma sindacale.

Dal punto di vista marxista, questo è un errore che non ha nulla di comune con gli argomenti sui quali poggia il nostro antiparlamentarismo.

Le tesi del relatore dichiarano del resto che la questione parlamentare è secondaria per il movimento comunista; non lo è altrettanto quella dei Sindacati.

Io credo che dall’opposizione all’azione parlamentare non bisogna dedurne un giudizio decisivo su compagni o partiti comunisti. Il compagno Lenin, nel suo interessante lavoro, ci espone la tattica comunista difendendo un’azione molto agile, corrispondente molto bene all’analisi attenta del mondo borghese, ed egli propone di applicare a questa analisi nei paesi capitalisti, i dati dell’esperienza della rivoluzione russa.

Egli sostiene anche la necessità di tener conto nel più alto grado delle differenze tra i diversi paesi.

Non discuterò qui questo metodo.

Osserverò soltanto che un movimento marxista nei paesi democratici occidentali esige una tattica molto più diretta di quella che è stata necessaria alla rivoluzione russa.

Il compagno Lenin ci accusa di voler scartare il problema dell’azione comunista in parlamento, perché
la soluzione appare troppo difficile, e di preconizzare la tattica antiparlamentare perché implica uno sforzo minore.

Noi siamo perfettamente d’accordo su questo punto: che i compiti della rivoluzione proletaria sono molto complessi e molto ardui. Siamo perfettamente convinti che, dopo aver risolto, come ci si propone, il problema dell’azione parlamentare, gli altri problemi molto più importanti ci resteranno sulle braccia e la loro soluzione non sarà certamente così semplice.

Ma è proprio per questa ragione che noi pensiamo di portare la maggior parte degli sforzi del movimento comunista su un terreno d’azione molto più importante di quel che non sia quello del Parlamento.

E ciò non perché le difficoltà ci spaventano. Noi osserviamo soltanto che i parlamentari opportunisti, che adottano una tattica più comoda ad applicare, non sono affatto assorbiti meno completamente nella loro azione dall’attività parlamentare.

Ne concludiamo che, per risolvere il problema del parlamentarismo comunista secondo le tesi del relatore (ammettendo questa soluzione), occorrono sforzi decuplicati e resteranno minori risorse ed energie al movimento per l’azione veramente rivoluzionaria.

* * *

Nell’evoluzione del mondo borghese, le tappe che si devono necessariamente osservare anche dopo la rivoluzione, nella trasformazione economica dal capitalismo al comunismo, non si trasportano sul terreno politico.

Il passaggio del potere dagli sfruttatori agli sfruttati porta con sé il cambiamento istantaneo dell’apparecchio rappresentativo. Il parlamentarismo borghese deve essere sostituito dal sistema dei consigli operai.

Questa vecchia maschera che tende a celare la lotta di classe deve dunque essere strappata, perché si possa passare all’azione diretta rivoluzionaria.

È così che noi riassumiamo il nostro punto di vista sul parlamentarismo, punto di vista che si connette completamente al metodo rivoluzionario marxista.

Posso concludere con una considerazione che ci è comune con il compagno Bucharin. Questa quistione non può e non deve dar luogo ad una scissione nel movimento comunista.

Se l’Internazionale comunista decide di assumere su di sé la creazione di un parlamentarismo comunista, noi ci sottometteremo alla sua risoluzione. Non crediamo che ci si riesca, ma dichiariamo che non faremo nulla per far fallire quest’opera.

Ed io mi auguro che il prossimo Congresso dell’Internazionale comunista non abbia a discutere i risultati dell’azione parlamentare, ma piuttosto registrare le vittorie della Rivoluzione comunista in un gran numero di paesi.

Se ciò non sarà possibile, io auguro al compagno Bucharin di poterci presentare un bilancio del parlamentarismo comunista meno triste di quello con il quale ha dovuto oggi incominciare la sua relazione.



X seduta, 2 agosto 1920, sera

Replica della sinistra del PSI sulla questione del parlamentarismo

I discorsi che precedono sono tratti dal Protokoll des II WeltKongresses der Kommunistische Internationale, pp. 404-416, 451-455 e 455-456, confrontato col Resoconto stenografico ed in parte con quanto su Il Soviet del 3 ottobre 1920

Le obiezioni del compagno Lenin alle tesi da me presentate e ai miei argomenti, sollevano questioni di grande interesse, che non intendo qui nemmeno sfiorare e che si riallacciano al problema generale della tattica marxista.

Senza dubbio, gli avvenimenti parlamentari e le crisi ministeriali sono in stretto rapporto con lo sviluppo della rivoluzione e la crisi dell’ordinamento borghese. Ma, per giungere a stabilire con quali mezzi l’azione politica proletaria possa esercitare un’influenza sugli avvenimenti, bisogna rifarsi a considerazioni di metodo dell’ordine di quelle che, già prima della guerra, portarono la sinistra marxista del movimento socialista internazionale ad escludere la partecipazione ministeriale e l’appoggio parlamentare ai ministeri borghesi, benché questi siano senza dubbio dei mezzi per intervenire nello sviluppo degli avvenimenti.

È la necessità stessa dell’unificazione delle forze rivoluzionarie del proletariato e della loro organizzazione nel senso dell’obiettivo finale del comunismo, che impone una tattica basata su certe regole generali di azione, anche se apparentemente troppo semplici e troppo poco elastiche.

Io credo che la nostra missione storica attuale ci detti una nuova tattica, quella del rifiuto della partecipazione ai parlamenti – che è, senza dubbio, un mezzo di intervento diretto nelle situazioni politiche, ma, nello sviluppo della lotta di classe, è divenuto privo di efficacia rivoluzionaria.

L’argomento che bisogna risolvere il problema pratico di un’azione parlamentare comunista e disciplinata al partito perché, in periodo post-rivoluzionario, bisognerà sapere e potere organizzare istituzioni di ogni sorta con materiale umano tratto da ambienti borghesi e semiborghesi, potrebbe essere invocato allo stesso titolo per sostenere l’utilità di avere dei ministri socialisti in regime di dominazione borghese.

Ma non è il momento di approfondire questo tema e io mi limito a dichiarare che mantengo le mie idee sulla questione che ci occupa. Sono più che mai convinto che l’Internazionale comunista non riuscirà a concretare un’azione che sia nello stesso tempo parlamentare e veramente rivoluzionaria.

Infine, poiché si è riconosciuto che le tesi da me presentate poggiano su principii puramente marxisti e non hanno nulla in comune con gli argomenti anarchici e sindacalisti contro il parlamentarismo, spero che siano votate soltanto dai compagni antiparlamentari che le accettano in blocco e nel loro spirito, condividendo le considerazioni marxiste che ne formano la base.

Le Tesi: Il comunismo, la lotta per la dittatura del proletariato e l’utilizzo dei parlamenti borghesi

Teso Bucharin-Lenin approvate al II Congresso

I

1. Il parlamentarismo come sistema statale è divenuto la forma “democratica” di dominio della borghesia, la quale, a un certo grado del suo sviluppo, ha bisogno della finzione di una rappresentanza popolare che, mentre esteriormente appare come l’organizzazione di una “volontà del popolo” al di sopra delle classi, in realtà è uno strumento di oppressione e soggiogamento nelle mani del capitale imperante.

2. Il parlamentarismo è una determinata forma di ordinamento dello Stato. Perciò, esso non può in nessun caso essere una forma della società comunista, che non conosce né classi, né lotta di classe, né potere statale di sorta.

3. Il parlamentarismo non può neppure essere la forma dell’amministrazione proletaria dello Stato nel periodo di transizione dalla dittatura della borghesia alla dittatura del proletariato. Nel momento di lotta di classe inasprita, che trapassa in guerra civile, il proletariato deve inevitabilmente costruire la sua organizzazione statale come organizzazione di combattimento in cui non siano ammessi i rappresentanti delle vecchie classi dominanti. In questo stadio, ogni finzione di una “volontà generale del popolo” è direttamente nociva al proletariato. Il proletariato non ha bisogno di alcuna divisione parlamentare del potere; essa gli è nefasta. La forma della dittatura proletaria è la Repubblica dei Consigli.

4. I parlamenti borghesi, che costituiscono i più importanti ingranaggi della macchina statale della borghesia, non possono essere conquistati così come il proletariato non può conquistare lo Stato borghese in generale. Il compito del proletariato consiste nel far saltare la macchina statale della borghesia, nel distruggerla e, insieme con essa, distruggere gli istituti parlamentari, poco importa se repubblicani o monarchico-costituzionali.

5. Lo stesso vale per le istituzioni municipali della borghesia, che è teoricamente erroneo contrapporre agli organi dello Stato. In realtà, essi sono appunto quegli ingranaggi del meccanismo statale della borghesia, che il proletariato rivoluzionario deve distruggere e sostituire con Consigli locali di operai.

6. Il comunismo nega dunque il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo. Perciò si può parlare soltanto di utilizzo degli istituti statali borghesi ai fini della loro distruzione. In questo e soltanto in questo senso è lecito porre la questione.
 

II

7. Ogni lotta di classe è una lotta politica, perché è in definitiva una lotta per il potere. Ogni sciopero che si estenda a tutto un paese diventa un pericolo per lo Stato borghese, e quindi assume carattere politico. Voler abbattere la borghesia e distruggerne lo Stato significa dover condurre una lotta politica. Creare un apparato proletario di classe – qualunque esso sia – per l’amministrazione e per la repressione della resistenza della borghesia, significa conquistare il potere politico.

8. La questione della lotta politica non si identifica dunque con la questione dell’atteggiamento verso il parlamentarismo. Essa è la questione generale della lotta di classe proletaria che, da piccole lotte parziali, si trasforma in lotta per l’abbattimento dell’ordine capitalista in generale.

9. Il metodo più importante di lotta del proletariato contro la borghesia, cioè contro il suo potere statale, è prima di tutto il metodo delle azioni di massa. Queste sono organizzate e dirette dalle organizzazioni rivoluzionarie di massa del proletariato (sindacati, partiti, soviet) sotto la direzione generale di un partito comunista compatto, disciplinato e centralizzato. La guerra civile è una vera e propria guerra. In essa il proletariato deve possedere un buon corpo politico di ufficiali, un buon stato maggiore politico, che diriga tutte le operazioni su tutti i campi di battaglia.

10. La lotta delle masse è tutto un sistema di azioni in sviluppo continuo, che assumono forme sempre più aspre e portano logicamente alla insurrezione contro lo Stato capitalistico. In questa lotta che si trasforma in guerra civile, il partito dirigente del proletariato deve assicurarsi di norma tutte le posizioni legali possibili, farne dei punti di appoggio sussidiari della sua attività rivoluzionaria e subordinarle al piano della campagna principale, la campagna della lotta delle masse.

11. Uno di questi punti d’appoggio sussidiari è la tribuna del parlamento borghese. Contro la partecipazione alla lotta parlamentare non si può in nessun caso addurre l’argomento che il parlamento è un istituto statale borghese. Il Partito comunista entra in questo istituto non per svolgervi un lavoro organico, ma per aiutare le masse, dall’interno del parlamento, a distruggere con la propria azione la macchina statale della borghesia e il parlamento stesso. (Esempi: l’attività di Liebknecht in Germania, dei bolscevichi nella Duma zarista, nella “Conferenza democratica” e nel “Preparlamento” di Kerenski, nella “Costituente” e nelle dume cittadine, e, infine, l’azione dei comunisti bulgari).

12. Questo lavoro in seno al parlamento, che serve essenzialmente all’agitazione rivoluzionaria dalla tribuna parlamentare, allo smascheramento del nemico, e all’unificazione ideologica delle masse – le quali sono prigioniere, soprattutto nei paesi arretrati, di illusioni democratiche, e i cui occhi sono ancora rivolti alla tribuna parlamentare – deve essere completamente subordinato ai fini e ai compiti della lotta extraparlamentare delle masse.

La partecipazione alle campagne elettorali e la propaganda rivoluzionaria dall’alto della tribuna parlamentare, rivestono una particolare importanza per la conquista politica di quegli strati della classe operaia (come per esempio le masse lavoratrici delle campagne) che sono rimasti finora estranei alla vita politica.

13. I comunisti, se ottengono la maggioranza nelle istituzioni municipali, devono: a) condurre un’opposizione rivoluzionaria contro il potere centrale borghese; b) fare di tutto per aiutare la popolazione più povera (misure economiche, organizzazione o tentativi di organizzazione di milizie operaie armate ecc.); c) mostrare in ogni occasione i limiti che il potere statale centrale borghese oppone ad ogni riforma veramente radicale; d) svolgere su questa base una propaganda rivoluzionaria decisa, senza temere i conflitti col potere statale; e) in date circostanze, sostituire le amministrazioni comunali ecc. con soviet operai locali. L’intero lavoro dei comunisti nelle istituzioni municipali deve quindi far parte integrante della loro attività generale per l’abbattimento dello Stato capitalistico.

14. La campagna elettorale non deve mai essere una caccia al più gran numero possibile di seggi, ma una mobilitazione rivoluzionaria delle masse per le parole d’ordine della rivoluzione proletaria. La lotta elettorale deve essere condotta dall’intera massa degli iscritti al partito, non dal solo strato dirigente. Tutte le azioni di massa (scioperi, dimostrazioni, fermento tra i soldati e i marinai, ecc.), che si verifichino in quel particolare momento devono essere sfruttate lavorando in strettissimo contatto con esse. Tutte le organizzazioni proletarie di massa devono essere mobilitate per un lavoro attivo.

15. Quando tutte queste condizioni, come pure quelle contenute in istruzioni particolari, siano osservate, l’attività parlamentare è l’esatto opposto del sudicio politicantismo praticato dai partiti socialdemocratici di tutti i paesi, che vanno in parlamento per sostenere questa istituzione “democratica” o, nel migliore dei casi, per “conquistarla”. Il Partito comunista può essere soltanto per l’utilizzo rivoluzionario del parlamentarismo nello spirito di Karl Liebknecht, di Hoeglund e dei bolscevichi.
 

III

16. L’”antiparlamentarismo” di principio, nel senso di un rifiuto assoluto e categorico della partecipazione alle elezioni e dell’azione parlamentare rivoluzionaria, è dunque una dottrina ingenua, infantile, che non regge alla critica; una dottrina che trae a volte origine da un sano disgusto per i politicanti parlamentari, ma, nello stesso tempo, non vede le possibilità di un parlamentarismo rivoluzionario. Inoltre questa dottrina è spesso legata ad una concezione del tutto erronea della funzione del partito, che vede nel Partito comunista non l’avanguardia centralizzata dei lavoratori, ma un sistema decentrato di gruppi legati solo da vincoli deboli ed elastici.

17. D’altra parte, dal riconoscimento in linea di principio dell’attività parlamentare non segue in alcun modo che si debba partecipare in tutte le circostanze a date elezioni e sedute del parlamento. Ciò dipende da tutta una serie di condizioni specifiche. In certi casi può essere necessaria l’uscita dal parlamento. Così agirono i bolscevichi quando abbandonarono il Preparlamento, per farlo saltare, togliergli subito ogni forza, e contrapporgli brutalmente il Soviet di Pietrogrado, che era alla vigilia dell’insurrezione; così agirono quando sciolsero la Costituente e spostarono il centro di gravità degli avvenimenti politici verso il III Congresso dei Soviet. In altri casi, possono essere necessari il boicottaggio delle elezioni e l’immediata, violenta eliminazione dell’intero apparato statale e della cricca parlamentare borghese, o anche una partecipazione alle elezioni combinata col boicottaggio del parlamento.

18. Perciò, pur riconoscendo in regola generale la necessità di partecipare alle elezioni, ai parlamenti centrali e agli organi dell’autogoverno locale, e di lavorare in queste istituzioni, il Partito comunista deve decidere la questione in concreto, partendo dalle peculiarità specifiche del momento. Il boicottaggio delle elezioni o del parlamento, come pure l’uscita dal parlamento stesso, sono ammissibili in particolare quando esistono i presupposti immediati del passaggio alla lotta armata.

19. In tutto ciò, si deve sempre tener presente il carattere relativamente secondario di questa questione. Poiché il centro di gravità risiede nella lotta extraparlamentare per il potere politico, va da sé che la questione della dittatura proletaria e della lotta delle masse per questa dittatura non può essere messa sullo stesso piano con la questione particolare dello sfruttamento del parlamentarismo.

20. Perciò l’Internazionale Comunista afferma con la massima energia che ritiene un grave errore ogni scissione o tentativo di scissione in seno ai partiti comunisti su questa questione e per questo solo motivo. Il Congresso invita tutti coloro che stanno sul terreno della lotta delle masse per la dittatura proletaria sotto la guida di un partito centralizzato del proletariato rivoluzionario, di un partito che eserciti la sua influenza in tutte le organizzazioni di massa della classe lavoratrice, a realizzare la più completa unità dei gruppi comunisti, malgrado possibili divergenze di idee sul problema dell’utilizzo dei parlamenti borghesi.

 

Premessa alle Tesi sul parlamentarismo approvate al Congresso

Le tesi sul parlamentarismo, approvate dal II Congresso, erano preceduta da una premessa su «La nuova epoca e il nuovo parlamentarismo», che qui riproduciamo a perpetua vergogna degli attuali «marxisti-leninisti» di marca cremlinesca. Ogni commento è superfluo.

La posizione dei partiti socialisti di fronte al parlamentarismo consistette fin dall’inizio, cioé fin dal tempo della I Internazionale, nello sfruttare i parlamenti borghesi a scopi di agitazione. La partecipazione al parlamento era considerat dall’angolo visuale dello sviluppo della coscienza di classe del proletariato nella sua lotta contro le classi dominanti.

Questo atteggiamento si modificò non sotto l’influenza della teoria, ma sotto l’influenza della evoluzione politica. Grazie all’aumento delle forze produttive e all’allargamento del campo dello sfruttamento capitalistico, il capitalismo e con esso gli Stati parlamentari raggiunsero una stabilità maggiore. Le conseguenze di ciò furono: l’adattamento della tattica parlamentare dei partiti socialisti al lavoro legislativo «organico» dei parlamenti borghesi, la crescente importanza della lotta per le riforme nella cornice del capitalismo, il predominio del cosiddetto programma minimo della socialdemocrazia, la trasformazione del programma massimo in una piattaforma di discussioni intorno a una «meta finale» molto lontana.

Su questa base si svilupparono i fenomeni del carrierismo parlamentare, della corruzione, del tradimento aperto e nascosto degli interessi più elementari della classe operaia.

La posizione della III Internazionale di fronte al parlamentarismo non è determinata da una nuova dottrina, ma dal mutamento avvenuto nel ruolo dello stesso parlamentarismo. Nell’epoca passata, il parlamento, come strumento del capitalismo in ascesa, svolse in un certo senso un lavoro storicamente progressivo. Ma, nelle condizioni odierne, nell’epoca dell’imperialismo sfrenato, il parlamento è divenuto uno strumento della menzogna, dell’inganno, della violenza e di una snervante logorrea. Di fronte alle devastazioni alle rapine, alle violenze, alle piraterie e alle distruzioni compiute dall’imperialismo, le riforme prive di ogni pianificazione e consistenza perdono, per le masse lavoratrici, ogni importanza pratica.

Insieme con la società borghese, anche il parlamentarismo perde la sua stabilità. Il passaggio dal’epoca organiza all’epoca critica crea le basi per una nuova attività del proletariato sul terreno del parlamentarismo. Per esempio, il Partito operaio russo (o bolscevico) ha già elaborato il nocciolo del parlamentarismo rivoluzionario nell’epoca trascorsa quando la Russia, dopo il 1905, aveva perduto il suo equilibrio politico e sociale e si era aperto il periodo delle tempeste e dei sommoventi interni.

Quando certi socialisti che inclinano verso il comunismo si richiamano al fatto che il momento per la rivoluzione nei loro Paesi non è ancora venuto, e si rifiutano di rompere i ponti con gli opportunisti parlamentari, essi, consciamente o semi-consciamente, partono da una valutazione dell’epoca attuale come di un’epoca di stabilità relativa dell’imperialismo e credono che, su questa base, nella lotta per le riforme, una coalizione coi Turati e i Longuet possa dare risultati pratici.

Il comunismo deve invece partire da una chiara valutazione teorica del carattere dell’epoca presente (punto estremo di sviluppo del capitalismo; suo auto-rinnegamento e auto-distruzione imperialistica; sviluppo incessante della guerra civile ecc.). Nei fiversi paesi, le forme dei rapporti interni e dei raggruppamenti politici possono essere diverse, ma il nocciolo rimane dovunque uno solo: si tratta per noi della preparazione politica e tecnica diretta della insurrezione del proletariato; della distruzione del potere statale borghese e della istituzione di un nuovo potere statale proletario.

Oggi, il parlamento non può essere in nessun caso, per i comunisti, il teatro della lotta per le riforme, per il miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice, come fu il caso in certi momenti del periodo passato. Il centro di gravità della vita politica si è spostato fuori dal parlamento, e in modo definitivo. D’altra parte, la borghesia, non solo a causa dei suoi rapporti con le masse lavoratrici, ma anche a causa dei complicati rapporti reciproci all’interno della classe borghese, è costretta a realizzare una parte delle sue misure, in un modo o nell’altro, attraverso il parlamento, dove le varie cricche si contendono il potere, manifestano i loro punti di forza, tradiscono i loro punti di debolezza, si compromettono ecc.

Il compito storico immediato della classe operaia consiste perciò nello strappare questi apparati dalle mani delle classi dominanti, nel distruggerli, nello annientarli, e nel sostituirli con nuovi organi di potere proletari. Nello stesso tempo, lo stato maggiore rivoluzionario della classe operaia ha uno straordinario interesse ad avere i suoi portavoce nelle istituzioni parlamentari della borghesia, per facilitare questo compito di annientamento e distruzione.

Ne segue in modo del tutto chiaro la differenza radicale tra la tattica dei comunisti, che entrano nel parlamento con obiettivi rivoluzionari, e quella dei parlamentari socialisti. Questi ultimi partono dalla premessa di una relativa stabilità, di una durata indefinita del regime attuale. Si pongono il compito di ottenere con tutti i mezzi delle riforme, e hanno interesse che ogni conquista delle masse sia valutata corrispondentemente come merito del parlamentarismo socialista (Turati, Longuet, ecc.).

Al posto del vecchio parlamentarismo capitolardo subentra il nuovo parlamentarismo inteso come uno degli strumenti della distruzione cdel parlamentarismo borghese. D’altra parte, le tradizioni disgustose della vecchia tattica parlamentare spingono taluni elementi rivoluzionari nel campo degli avversari di principio del parlamentarismo (gli IWW, i sindacalisti rivoluzionari, il Partito Operaio Comunista di Germania). Tenuto ocntro di questi fenomeni, il II Congresso della Internazionale Comunista presenta le seguenti tesi. (Seguono le tesi riportate qui sopra sul «Comunismo, la lotta per la dittatura del proletariato, e l’utilizzazione dei parlamenti borghesi»).