Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1961/20

Tesi sulla questione nazionale e coloniale

Internazionale Comunista, Secondo Congresso
(19 luglio – 7 agosto 1920)

1. La posizione astratta e formale della questione dell’uguaglianza – uguaglianza delle nazionalità incluse – è propria della democrazia borghese sotto la forma dell’uguaglianza delle persone in generale: la democrazia borghese proclama l’uguaglianza formale o giuridica del proletario, dello sfruttatore e dello sfruttato, inducendo così nel più profondo errore le classi oppresse. L’idea di uguaglianza, che non era se non il riflesso dei rapporti creati dalla produzione per lo smercio, diviene, nelle mani della borghesia, un’arma nella lotta contro l’abolizione delle classi combattuta ormai in nome dell’uguaglianza assoluta delle persone umane. Quanto al significato vero della rivendicazione ugualitaria, esso non risiede che nella volontà di abolire le classi.

2. Conformemente al suo fine essenziale – la lotta contro la democrazia borghese, di cui si tratta di smascherare l’ipocrisia – il Partito Comunista, interprete cosciente del proletariato in lotta contro il giogo della borghesia, deve considerare come costituenti la chiave di volta della questione nazionale non dei principi astratti e formali, ma:
   a) una nozione chiara delle circostanze storiche ed economiche;
   b) la dissociazione precisa degli interessi delle classi oppresse, dei lavoratori, degli sfruttati, nei riguardi della concezione generale dei cosiddetti interessi nazionali, che significano in realtà quelli delle classi dominanti;
   c) la divisione altrettanto netta e precisa delle nazioni oppresse, dipendenti, protette e quelle oppressive e sfruttatrici, che godono di tutti i diritti, contrariamente all’ipocrisia borghese e democratica che dissimula con cura l’asservimento (proprio dell’epoca del capitale finanziario, dell’imperialismo), mediante la potenza finanziaria o colonizzatrice, dell’enorme maggioranza delle popolazioni del globo ad una minoranza di paesi capitalistici ricchi.

3. La guerra imperialistica 1914-18 ha messo in evidenza di fronte a tutte le nazioni e le classi oppresse del mondo l’imbroglio delle fraseologie democratiche e borghesi – il trattato di Versailles, imposto dalle famose democrazie occidentali, non facendo che sanzionare, nei riguardi delle nazioni deboli, violenze più vili e ciniche di quelle degli stessi junker e del kaiser a Brest-Litovsk. La Lega delle Nazioni e la politica dell’Intesa nel loro insieme confermano pienamente questo fatto e accelerano l’azione rivoluzionaria del proletariato dei paesi avanzati e delle masse lavoratrici dei paesi colonizzati o assoggettati, affrettando così la bancarotta delle illusioni nazionali della piccola borghesia sulla possibilità di una pacifica convivenza e di una vera uguaglianza fra le nazioni sotto il regime capitalista.

4. Da quanto precede risulta che la pietra angolare della politica dell’Internazionale Comunista nelle questioni coloniale e nazionale deve essere l’avvicinamento dei proletari e dei lavoratori di tutte le nazioni e di tutti i paesi per la lotta comune contro i possidenti e la borghesia. Sola garanzia, questa, della nostra vittoria sul capitalismo, senza la quale non possono essere abolite né le oppressioni nazionali né l’ineguaglianza.

5. La congiuntura politica mondiale attuale mette all’ordine del giorno la dittatura del proletariato; e tutti gli avvenimenti della politica internazionale si concentrano inevitabilmente attorno a questo centro di gravità: la lotta della borghesia internazionale contro la repubblica dei Soviet, che deve raggruppare attorno a sé, da una parte, i movimenti sovietisti dei lavoratori avanzati di tutti i paesi e, dall’altra, tutti i movimenti emancipatori nazionali delle colonie e delle nazioni oppresse, che un’esperienza amara ha convinto che non v’è per esse salvezza all’infuori di un’alleanza col proletariato rivoluzionario e col potere sovietico vittorioso sull’imperialismo mondiale.

6. Non ci si può dunque limitare a riconoscere o proclamare l’avvicinamento dei lavoratori di tutti i paesi. È ormai necessario perseguire la realizzazione dell’unione più stretta di tutti i movimenti emancipatori nazionali e coloniali con la Russia dei Soviet, dando a questa unione delle forme corrispondenti al grado di evoluzione del movimento proletario fra il proletariato di ogni paese, o del moto emancipatore democratico borghese fra gli operai ed i contadini dei paesi arretrati e di nazionalità arretrata.

7. Il principio federativo ci sembra una forma transitoria verso l’unità completa dei lavoratori di tutti i paesi. Il principio federativo ha già dimostrato praticamente la sua conformità al fine perseguito tanto nel corso delle relazioni fra la Repubblica Socialista Federale dei Soviet russi e le altre repubbliche dei Soviet (ungherese, finlandese, lettone, per il passato; azerbaigiana e ucraina oggi), quanto nel seno della stessa repubblica russa, nei confronti di nazionalità che non avevano prima né Stato né esistenza autonoma (esempio le repubbliche autonome dei Bashkiri e dei Tartari, create nella Russia sovietica nel 1919 e 1920).

8. Il compito dell’Internazionale Comunista è di studiare e verificare l’esperienza (e lo sviluppo ulteriore) di queste nuove federazioni basate sulla forma sovietica e sul movimento sovietico. Considerando la federazione come una forma transitoria verso l’unità completa, è necessario tendere ad un’unione federale sempre più stretta, tenendo conto:
   a) dell’impossibilità di difendere senza la più stretta unione tra di loro le repubbliche sovietiche circondate da nemici imperialisti infinitamente superiori per potenza militare;
   b) della necessità di una stretta unione economica delle repubbliche sovietiche, senza la quale la riedificazione delle forze produttive distrutte dall’imperialismo, la sicurezza ed il benessere dei lavoratori non potrebbero essere assicurati;
   c) della tendenza alla realizzazione di un piano economico universale la cui applicazione regolare sarebbe controllata dal proletariato di tutti i paesi, tendenza che si è manifestata con evidenza sotto il regime capitalista e deve certamente continuare il suo sviluppo e attingere la perfezione nel regime socialista.

9. Nel campo dei rapporti sociali nell’interno degli Stati costituiti, la Internazionale Comunista non può limitarsi al riconoscimento formale, puramente ufficiale e senza conseguenze pratiche, dell’uguaglianza delle nazioni, di cui si accontentano i democratici borghesi che si chiamano socialisti. Non basta denunciare instancabilmente in tutta la propaganda e la agitazione dei P.C. – e dall’alto della tribuna parlamentare come al di fuori di essa – le violazioni costanti del principio dell’uguaglianza delle nazionalità e dei diritti delle minoranze nazionali, in tutti gli Stati capitalisti (ad onta delle loro “costituzioni democratiche”); bisogna anche denunciare senza tregua che solo il governo dei Soviet può realizzare l’uguaglianza delle nazionalità unendo i proletari prima, l’insieme dei lavoratori poi nella lotta contro la borghesia; bisogna anche dimostrare che il regime dei Soviet assicura un concorso diretto, per l’intermediario del Partito Comunista, a tutti i movimenti rivoluzionari dei paesi dipendenti o lesi nei loro diritti (per esempio l’Irlanda, i negri di America) e delle colonie. Senza questa condizione particolarmente importante della lotta contro l’oppressione dei paesi asserviti o colonizzati, il riconoscimento ufficiale del loro diritto all’autonomia non è che una insegna menzognera come lo dimostra la II Internazionale.

10. Pratica abituale dei partiti del centro della II Internazionale, ma anche di quelli che hanno abbandonato questa Internazionale per riconoscere l’internazionalismo a parole, è di sostituirgli in realtà, nella propaganda, nell’agitazione e nella pratica, il nazionalismo ed il pacifismo dei piccoli-borghesi. Lo si vede anche fra i partiti che si chiamano ora comunisti. La lotta contro questo male e contro i pregiudizi piccolo-borghesi più profondamente radicati (manifestantisi in forme diverse, come l’odio di razza, l’antagonismo nazionale e l’antisemitismo) assume un’importanza tanto maggiore quanto più il problema della trasformazione della dittatura proletaria nazionale (che esiste solo in un paese e non può perciò esercitare un’influenza sulla politica mondiale) in dittatura proletaria internazionale (quale realizzerebbero almeno diversi paesi avanzati, capaci di influire in modo decisivo sulla politica mondiale) diventa attuale. Il nazionalismo piccolo-borghese limita l’internazionalismo al riconoscimento del principio di uguaglianza delle nazioni e (senza insistere maggiormente sul suo carattere del tutto verbale) conserva intatto l’egoismo nazionale, mentre l’internazionalismo operaio esige:
   I) La subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese all’interesse di questa lotta nel mondo intero.
   II) Da parte delle nazioni che hanno vinto la borghesia, il consenso ai massimi sacrifici nazionali in vista del rovesciamento del capitale internazionale. Nei paesi in cui il capitalismo raggiunge già il suo sviluppo completo, in cui esistono i partiti operai che formano l’avanguardia del proletariato, la lotta contro le deformazioni opportuniste e pacifiste dell’internazionalismo, ad opera della piccola borghesia, è dunque un dovere immediato dei più importanti.

11. Nei confronti degli Stati e paesi più arretrati, in cui predominano istituzioni feudali o patriarcali-rurali, bisogna tener presente:
   I) La necessità del concorso di tutti i partiti comunisti ai movimenti rivoluzionari di emancipazione in questi paesi, concorso che deve essere veramente attivo e la cui forma deve essere determinata dal P.C. del paese, se esiste. L’obbligo di sostenere attivamente questo movimento incombe naturalmente in primo luogo ai lavoratori della metropoli o del paese alla dipendenza finanziaria del quale il popolo in questione si trova;
   II) La necessità di combattere la influenza reazionaria e medioevale del clero, delle missioni cristiane e di altri elementi;
   III) È anche necessario combattere il panislamismo, il panasiatismo e altri movimenti similari che cercano di utilizzare la lotta emancipatrice contro l’imperialismo europeo ed americano per rendere più forte il potere degli imperialismi turchi e giapponesi, della nobiltà, dei grandi proprietari fondiari, del clero, ecc.
   IV) È di importanza tutta particolare sostenere il movimento contadino dei paesi arretrati contro i proprietari fondiari, le sopravvivenza e manifestazioni dello spirito feudale; si deve soprattutto cercare di dare al movimento contadino un carattere rivoluzionario, di organizzare dovunque possibile i contadini e tutti gli oppressi in Soviet e così creare un legame molto stretto fra proletariato comunista europeo e movimento rivoluzionario contadino dell’Oriente, delle colonie, e dei paesi arretrati in generale.
   V) È necessario combattere energicamente i tentativi fatti da movimenti emancipatori che non sono in realtà né comunisti né rivoluzionari, di inalberare i colori comunisti; l’Internazionale comunista non deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati che alla condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti – e comunisti di fatto – siano raggruppati ed istruiti ai loro compiti particolari, cioè alla loro missione di combattere il movimento borghese e democratico. L’I.C. deve entrare in rapporti temporanei e formare anche unioni con i movimenti rivoluzionari nelle colonie e i paesi arretrati senza tuttavia mai fondersi con essi, e conservando sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale.
   VI) È necessario svelare instancabilmente alle masse lavoratrici di tutti i paesi, soprattutto dei paesi e delle nazioni arretrate, l’inganno organizzato dalle potenze imperialiste, con l’aiuto delle classi privilegiate nei paesi oppressi, facendo finta di chiamare in vita Stati politicamente indipendenti che in realtà sono vassalli, dal punto di vista economico, finanziario e militare.
   Come esempio clamoroso degli inganni praticati verso la classe dei lavoratori nei paesi soggetti dagli sforzi combinati dell’imperialismo degli Alleati e della borghesia di questa o quella nazione, citiamo l’affare dei sionisti in Palestina, dove, col pretesto di creare uno Stato ebraico, in un paese dove gli ebrei sono in numero insignificante, il sionismo ha abbandonato la popolazione indigena dei paesi arabi allo sfruttamento inglese.
   Nelle congiunture internazionali attuali, non c’è salvezza per i popoli deboli e asserviti fuori della federazione delle repubbliche sovietiche.

12. L’oppressione secolare delle piccole nazioni e delle colonie da parte delle potenze imperialiste ha fatto nascere nelle masse lavoratrici dei paesi oppressi non solo un senso di rancore verso le nazioni che opprimono in generale, ma anche un senso di diffidenza verso il proletariato dei paesi oppressori. L’infame tradimento dei capi ufficiali della maggioranza socialista nel 1914-18, quando il socialismo sciovinista qualificava di “difesa nazionale” la difesa dei “diritti” della “sua borghesia” all’asservimento delle colonie e al controllo dei paesi finanziariamente dipendenti, non ha potuto che accrescere questa legittima diffidenza. Questi pregiudizi non potendo sparire che dopo la sparizione del capitalismo e dell’imperialismo nei paesi avanzati, e dopo la trasformazione radicale della vita economica dei paesi arretrati, la loro estinzione non può essere che molto lenta, onde il dovere per il proletariato cosciente di tutti i paesi di mostrarsi particolarmente circospetto verso le sopravvivenze del sentimento nazionale nei paesi oppressi da lunghissimo tempo, e di vedere anche di acconsentire a certe concessioni, in vista di affrettare la sparizione di questi pregiudizi e di questa diffidenza. La vittoria sul capitalismo è condizionata dalla buona volontà d’intesa del proletariato prima, e delle masse lavoratrici poi, di tutti i paesi del mondo e di tutte le nazioni.

Tesi supple­mentari

I. La fissazione esatta dei rapporti fra I.C. e movimento rivoluzionario nei paesi dominati dall’imperialismo capitalista, particolarmente in Cina, è una delle più importanti questioni del II congresso dell’I.C. La rivoluzione mondiale entra in una fase per la quale una conoscenza esatta di questi rapporti è necessaria. La Grande Guerra europea ed i suoi risultati hanno dimostrato molto chiaramente che le masse dei paesi assoggettati fuori di Europa sono legate in modo assoluto al movimento proletario europeo, e che è questa una conseguenza inevitabile del capitalismo mondiale centralizzato.

II. Le colonie costituiscono una delle principali sorgenti della forza del capitalismo europeo. Senza il possesso dei grandi mercati e dei grandi territori di sfruttamento nelle colonie, le potenze capitalistiche di Europa non potrebbero mantenersi a lungo. L’Inghilterra, fortezza dello imperialismo, soffre di sovrapproduzione da più di un secolo. È solo conquistando territori coloniali, mercati supplementari per la vendita dei prodotti di sovrapproduzione, e fonti di materie prime per la sua crescente industria, che l’Inghilterra è riuscita a mantenere, malgrado i suoi oneri, il proprio regime capitalista. È mediante la schiavizzazione di centinaia di milioni di abitanti dell’Asia e dell’Africa che l’imperialismo inglese è giunto a mantenere finora sotto la dominazione borghese il proletariato britannico.

III. Il plusvalore ottenuto mediante lo sfruttamento delle colonie è uno dei puntelli del capitalismo moderno. Finché questa sorgente di utili non sarà soppressa, sarà difficile alla classe operaia di vincere il capitalismo. Grazie alla possibilità di sfruttare intensamente la mano d’opera e le sorgenti naturali di materie prime delle colonie, le nazioni capitaliste d’Europa hanno cercato, non senza successo, di evitare con questi mezzi la bancarotta immanente. L’imperialismo europeo è riuscito nella madrepatria a fare concessioni sempre più vaste all’aristocrazia operaia. Mentre cerca di abbassare il livello minimo di esistenza del proletariato importando merci prodotte con la manodopera più a buon mercato dai paesi asserviti, esso non arretra di fronte ad alcun sacrificio e acconsente a sacrificare parte del plusvalore nella madrepatria grazie al possesso di quello nelle colonie.

IV. La soppressione mediante la rivoluzione proletaria della potenza coloniale dell’Europa rovescerà il capitalismo europeo. La rivoluzione proletaria e la rivoluzione delle colonie devono interagire al fine della vittoria della rivoluzione mondiale. L’I.C. deve dunque estendere ancora il raggio della sua attività allacciando rapporti con le forze rivoluzionarie che sono all’opera per la distruzione dell’imperialismo nei paesi economicamente e politicamente dominati.

V. L’I.C. accentra la volontà del proletariato rivoluzionario mondiale. Suo compito è organizzare la classe operaia del mondo intero per l’abbattimento dell’ordine capitalista e l’instaurazione del comunismo. L’I.C. è uno strumento di lotta che ha per compito raggruppare tutte le forze rivoluzionarie del mondo.
   La II Internazionale, diretta da un gruppo di politicanti e penetrata da concezioni borghesi, non ha attribuito alcun peso alla questione coloniale.
   Il mondo non esisteva per essa che nei limiti dell’Europa. Non ha visto la necessità di collegarsi al movimento rivoluzionario degli altri continenti. Invece di fornire un aiuto materiale e morale al movimento rivoluzionario delle colonie, i membri della II Internazionale sono divenuti essi stessi imperialisti.

VI. L’imperialismo straniero che pesa sui popoli orientali ha impedito loro di svilupparsi socialmente ed economicamente al fianco delle classi di Europa e di America. Grazie alla politica imperialista che ha intralciato lo sviluppo industriale delle colonie, una classe proletaria in senso proprio è potuta sorgervi solo da poco, sebbene negli ultimi tempi l’industria artigiana indigena sia stata distrutta dalla concorrenza dei prodotti delle industrie centralizzate dei paesi imperialisti. Di conseguenza, la grande maggioranza del popolo è stata rigettata nella campagna e costretta a consacrarvisi al lavoro agricolo e alla produzione delle materie prime per l’esportazione. Ne è venuta di conseguenza una rapida concentrazione della proprietà fondiaria nelle mani sia dei grandi proprietari terrieri sia dello Stato. In tal modo, si è creata una massa poderosa di contadini senza terra. E la grande massa della popolazione si trova in uno stato di oppressione. Risultato di questa politica è che, là dove lo spirito rivoluzionario si manifesta, esso non trova espressione che nella classe media colta, numericamente debole.
   La dominazione straniera inceppa il libero sviluppo delle forze economiche. Perciò la sua distruzione è il primo passo della rivoluzione nelle colonie; per questo l’aiuto dato alla distruzione del dominio straniero nelle colonie non è, in realtà, un aiuto al movimento nazionalista della borghesia indigena, ma l’apertura del cammino per il proletariato oppresso.

VII. Esistono nei paesi oppressi due movimenti che si separano ogni giorno più: 1) il movimento borghese-democratico nazionalista che ha un programma di indipendenza politica e di ordine borghese;
   2) quello dei contadini incolti e poveri e degli operai per la loro emancipazione da ogni specie di sfruttamento.
   Il primo tenta di controllare il secondo, e v’è spesso riuscito in una certa misura. Ma l’I.C. e i partiti aderenti devono combattere questo controllo e cercare di sviluppare sentimenti di classe indipendenti nelle masse operaie delle colonie.
   Uno dei più grandi compiti a questo fine è la formazione di partiti comunisti che organizzino gli operai e i contadini e li conducano alla rivoluzione e all’instaurazione della repubblica sovietica

VIII. Le forze del movimento di emancipazione nelle colonie non si limitano al piccolo cerchio del nazionalismo borghese democratico. Nella maggior parte delle colonie esiste già un movimento socialrivoluzionario o partiti comunisti in relazione stretta con le masse operaie. I rapporti dell’I.C. con il movimento rivoluzionario delle colonie devono passare per questi partiti o gruppi, perché sono l’avanguardia della classe operaia. Se oggi sono deboli, rappresentano tuttavia la volontà delle masse, e le masse li seguiranno nella via rivoluzionaria. I PC dei diversi paesi imperialisti devono lavorare in contatto con questi partiti proletari nelle colonie e prestar loro un aiuto materiale e morale.

IX. La rivoluzione nelle colonie, al suo primo stadio, non può essere una rivoluzione comunista, ma, se sin dall’inizio la direzione è in mano di un’avanguardia comunista, le masse non saranno ingannate e nei diversi periodi del movimento la loro esperienza rivoluzionaria non farà che crescere.
   Sarebbe certo un errore voler applicare immediatamente nei paesi orientali alla questione agraria principi comunisti. Nel suo primo stadio, la rivoluzione nelle colonie deve avere un programma comportante riforme piccolo-borghesi come la divisione della terra. Ma non ne deriva necessariamente che la direzione della rivoluzione debba essere abbandonata alla democrazia borghese. Il partito proletario deve invece sviluppare una propaganda possente e sistematica in favore dei Soviet, e organizzare i soviet di contadini e operai. Questi dovranno lavorare in stretta collaborazione con le repubbliche sovietiche dei paesi capitalisticamente avanzati per raggiungere la vittoria finale sul capitalismo nel mondo intero.
   Così le masse dei paesi arretrati, condotte dal proletariato cosciente dei paesi capitalisticamente sviluppati, arriveranno al comunismo senza passare per le diverse tappe dell’evoluzione capitalista.