[RG-34] Questioni di economia marxista Pt.2
Lo sciupìo in Marx
Una serie di contrattempi del tutto indipendenti dalla nostra volontà ci ha impedito di pubblicare nel numero precedente il testo integrale del paragrafo sullo sciupio in Marx, basato sul famoso cap. XV del primo tomo del Capitale di Marx, in cui sono studiate le “variazioni di grandezza del prezzo della forza-lavoro e del plusvalore” in quattro casi tipici. Perchè la comprensione di questo punto importantissimo sia facilitata, ripetiamo qui la parte dell’ultimo paragrafetto del rapporto pubblicato nel n. 8 del “Programma”, indi proseguiamo. Nella nostra trattazione, i primi tre esempi dati da Marx sono presentati in ordine inverso: quindi il terzo, il secondo e il primo ; e ne spieghiamo la ragione.
Marx esamina la variazione di tre grandezze: la durata (in ore) della giornata di lavoro, quella della intensità del lavoro, e quella della produttività del lavoro. Ora nell’ordine da noi adottato il primo e il secondo caso (ore di lavoro e intensità del lavoro) si possono studiare quantitativamente, come abbiamo fatto nell’Abaco dell’Economia Marxista, anche per una azienda, un’impresa isolata, se pure, con misure generalizzate, divengono, o sono diventati storicamente, o possano diventare nell’avvenire un problema sociale per “tutte le aziende private”, passando da quello che abbiamo detto momento marxista al secondo momento. Quando invece varia la produttività generale del lavoro (per cause tecnologiche, scientifiche e così via) siamo in pieno secondo momento, e il prezioso testo cui ricorriamo ci apre con slanci luminosi la strada al terzo momento, ossia alla teoria della economia comunista, alla soluzione storica della turpe “equazione dello sciupìo” – che è la Rivoluzione.
I tre casi di Marx, Capitolo XV del classico Primo Tomo, uscito nella classicità della stesura dalle sue mani in una forma insuperabile, badano a farci impostare, scrivere, mettere giù la equazione dello sciupìo, che sta in tutte lettere nelle pagine di lui che sono la piattaforma originale ed invariante della dottrina di classe del proletariato moderno.
Primo caso (terzo in Marx)
Se variano nel loro numero le ore di lavoro a pari produttività ed intensità, il caso più semplice è che il salario non cambi. Tutta questa trattazione come premette l’impeccabile autore è stabilita nella ipotesi che i prezzi siano coincidenti con i valori. Questo vuol dire che il salario non varia sia se considerato nominale (in moneta) sia come salario reale. Il nostro facile calcoletto dell’Abaco mostra che allora, al variare della giornata di lavoro, varierà una sola cosa: (il prodotto totale ed) il plusvalore. Se si lavora tutti più tempo si produrrà una massa maggiore di merci, e se sono fermi prezzi e salari quello che crescerà a dismisura sarà il plusvalore, che nelle mani dei capitalisti darà luogo a riproduzione allargata, a nuovi investimenti. Non solo cresce il plusvalore e profitto di imprese, ma ne cresce anche il saggio, come già storicamente è successo (Inghilterra del primo Ottocento). La ipotesi che si vada da 8 a 12 ore porta il plusvalore da un terzo adotto quindicesimi del prodotto netto (il salario resti dei due terzi), ma il suo saggio da un terzo a ben otto decimi.
Da questo primo caso (che è il terzo di Marx) segue una banale conclusione di primo momento, ovvero alla scala aziendale: se il datore di lavoro riesce ad ottenere dai suoi operai una maggiore quantità di ore di lavoro, e resta lo stesso il salario, lo sfruttamento sarà intensificato, una grande massa di profitto sarà a disposizione del capitalista, e se anche questo non aumenterà il suo consumo (l’ astinenza degli economisti classici), vi sarà una grande accumulazione di ulteriore capitale investibile, per quanto per ora riguarda l’unica azienda considerata.
Se avvenisse l’opposto, ossia se la giornata di lavoro in quella azienda fosse ridotta senza abbassare i salari, i lavoratori avranno un vantaggio e il datore di lavoro o dovrà diminuire il suo consumo personale o rinunziare ad ogni possibilità di ingrandire la fabbrica.
Ma attraverso la comparsa della resistenza operaia e del movimento socialista ben presto la questione diviene di secondo momento, ossia la rivendicazione che abbrevia la giornata di lavoro diviene una conquista sociale ed una norma di legge.
In tempi precedenti si era verificato il contrario, ossia l’aumento delle ore di lavoro. Ciò è avvenuto all’inizio del tempo capitalista. Il nostro testo lo ricorda, come abbiamo accennato, per il periodo inglese dal 1799 al 1815. Si ebbe la grandiosa accumulazione del giovane capitalismo inglese, vincitore di Napoleone. Nota 15 (nell’ed. Kautsky; nell’ediz. Dietz è nota 16), dai celebri Essays anonimi: “Una tra le principali cause dell’accrescimento del capitale durante la guerra proveniva dagli sforzi più intensi e fors’anche dalle maggiori privazioni della classe lavoratrice… Un maggior numero di donne e di ragazzi erano costretti dalla necessità a darsi a lavori penosi, e per la stessa ragione gli operai maschi erano obbligati a consacrare maggior parte del loro tempo all’aumento della produzione”. La seguente nota 14 è tratta da Malthus, il quale rileva un ancora maggiore “merito patriottico” del proletariato inglese quando cita il ribasso del salario reale che fu dovuto al grave rincaro del grano. Malthus tuttavia da buon feudalista non è tanto negriero quanto il borghese Ricardo, e nota che è contro la sopravvivenza dell’umanità crescere le ore di lavoro e diminuire il pane sia pure “promuovendo l’incremento del capitale”. Ricardo e i suoi, nota Marx, sorvolano rispetto alla grande impresa di aver prolungata nel tempo di distress nazionale la giornata di lavoro, e la trattano in dottrina come una costante “naturale”.
Vogliamo noi indicare un periodo storico di giovane capitalismo che può essere paragonato al primo Ottocento inglese: ed è quello dei primi piani quinquennali russi (merito non contestato al grande Stalin!). L’alto sforzo di lavoro e il basso compenso degli operai permisero gli altissimi livelli del saggio dell’accumulazione, e condussero ad una ricompensa in forma di riconoscimento di meriti patriottici!
Il numero di ore di lavoro, come salì dal tempo feudale a quello delle prime manifatture e industrie meccaniche, salì certo tra lo Zar e Baffone. Ma soprattutto salì la intensità del lavoro (ombra di Stachanov!) che ci dà agio di passare al secondo caso.
Secondo caso di Marx (e nostro)
Malthus aveva capito che aumentare illimitatamente le ore di lavoro, specie a parità di salario e di alimenti, ha un limite: non solo quello delle 24 ore, ma almeno quello del sonno-riposo. Se un lavoratore dorme solo sei ore e lavora le altre diciotto, il suo prodotto di un’ora scenderà di molto rispetto al caso in cui lavora solo otto ore e rispetta la formula, un poco quacquera: otto di lavoro, otto di sonno, otto di svago (!?). Allora se la si tira troppo, il prodotto ed il plusvalore non saliranno in proporzione delle ore, come supposto nelle formulette, ma alquanto di meno.
Per tale motivo già gli inglesi, davanti alla diminuzione generale delle ore di lavoro, avevano notato che vi sarebbero stati dei fattori di compensazione (nota 13 nel testo). Se il lavoratore potrà respirare due ore di più, ognuna delle sue otto ore renderà molto di più che ognuna delle pesanti dieci (o peggio) di prima.
Quindi per lavoro più breve si ha lavoro più intenso. La società, la nazione, e per noi la borghesia, fanno un buon affare.
Comunque il caso della intensità variabile studiamolo, come nell’Abaco, in condizioni di primo momento, e cioè per una sola azienda. La giornata non varia, i prezzi generali non variano e nemmeno il salario. Ma si ottiene (poniamo a frustate, o con i non meno ignobili “premi agli esempi di rendimento”), che gli operai lavorino più fitto.
Se in ogni ora si ottiene il 20 per cento in più, a parità di ore il prodotto aumenterà del 20 per cento. Nell’Abaco sono le formule che mostrano come sale il plusvalore e anche il suo saggio. Qui ci limitiamo a dare il risultato della loro applicazione al normale esempio numerico. Due terzi del prodotto erano capitale variabile, un terzo plusvalore. Senza mutare il tempo di lavoro, si ottenga la intensità cresciuta del 20 per cento.
Il plusvalore che era un terzo è diventato 8/15, ossia 8/18 del prodotto. Il salario, restato fermo, è però ora in rapporto al prodotto netto diurno 10/18; ossia ben meno dei 2/3. Il saggio di plusvalore che era 1/2 sale a 8/10.
Se ora vogliamo passare dal primo al secondo momento dovremmo supporre che l’aumento della intensità del lavoro non avvenga in quella sola azienda, ma in tutto il campo sociale. Ma non lo facciamo perché si passa semplicemente dal terzo al primo caso che Marx tratta nel famoso XV Capitolo del Primo Tomo.
Infatti tale ipotesi è appunto che tutto il lavoro umano sociale, nella media, divenga più intenso, più produttivo. In questo testo di Marx o almeno in questo metodo di calcolo quantitativo, che noi al solito abbiamo preso immutato, la circostanza considerata è appunto che lo scatto di rendimento sia avvenuto in tutto il campo della società, anziché in una singola impresa. In Marx stesso giocano due concetti, ossia la potenza del lavoro può aumentare come intensità, quando il lavoratore fa di più nella stessa ora per maggiore impegno (al che il vero incentivo sarebbe un drastico abbreviamento delle ore di sforzo), o come produttività, quando un nuovo utensile o macchinario permette con meno operai e in meno tempo lavorativo di avere lo stesso prodotto. Che i due concetti distinti siano ben presenti a Marx si può leggere nel testo, al principio del paragrafo sul suo primo caso. Esempio: “se una ora di lavoro di intensità normale produce un valore di mezzo scellino, una giornata produrrà… a valore della moneta invariabile, sempre sei scellini per 12 ore. Quando la produttività del lavoro aumenti o diminuisca (sempre ad intensità normale) la stessa giornata darà una quantità più o meno grande di prodotti (leggi quantità fisica) e lo stesso valore di 6 scellini si distribuirà su un numero (o quantità) più o meno grande di merci”.
È dunque ben chiaro. Nel primo e secondo caso trattati, che sono il terzo e il secondo in Marx, non si considerano ancora variazioni universali nel campo sociale, o almeno non è di rigore farlo nel calcolo (poi vi è il IV paragrafo, che tratta, e vedremo come, le variazioni di tutte le grandezze). Nel primo caso di Marx, che noi trattiamo come terzo, varia la misura sociale del valore, ossia quello che si produce in una giornata di medio lavoro umano. Non dimentichiamo che noi misuriamo il valore dal tempo di lavoro medio, e questo ci va bene per le considerazioni di primo e secondo momento, ossia al fine di trovare la misura dello sciupìo di valore, e quindi anche di lavoro, dovuta al sistema capitalista, indicandola in termini di valore capitalista; quando con Marx saliamo al terzo momento, ossia alla economia socialista, del valore non ce ne frega più nulla, e così del plusvalore e del capitale, e abbiamo a che fare solo con grandezze naturali fisiche: numero di ore di uomini e di unità di prodotti (dal metro al chilowattora).
Terzo caso (primo in Marx)
La giornata di lavoro ora non muta, ma il prodotto di un’ora e quindi di una giornata aumenta in tutto il campo sociale della produzione. Ciò ha per effetto che tutti i valori delle merci scendono nello stesso rapporto. Tra essi anche quello della merce lavoro, e quindi il salario. Gli operai avranno quindi lo stesso salario reale, con un diminuito salario nominale. I prodotti saranno come quantità fisica saliti nello stesso rapporto della potenza del lavoro, ma il loro valore in economia di mercato sarà rimasto lo stesso per la uguale ed inversa riduzione dei prezzi. Le formuline stanno nell’Abaco, e qui come fa il nostro Maestro diamo delle cifre; la verifica può essere per il lettore un “esercizio” divertente. Salga la produttività generale del 20 per cento. Il valore aggiunto nella produzione sarà sempre lo stesso, e in cifra sia 1 (uno).
L’ipotesi è che il capitale variabile era 2/3 e il plusvalore 1/3. Il primo ossia il salario è diminuito, abbiamo detto, ai 5/9. Il plusvalore sale ai 4/9. Il saggio del plusvalore, che era solo 1/2, sale audacemente ai 4/5.
Possiamo dare lo specchietto dei benefizi “patriottici” che attendono i lavoratori quando la gloriosa produttività del lavoro nazionale aumenta.
Quando si stava peggio:
L = 1 v = 2/3 p = 1/3 s = 1/2
Ora che si sta meglio:
L = 1 v = 5/9 p = 4/9 s = 4/5
Marx prende tre leggi che sono date per il primo da Ricardo. Vale la pena di dare la eloquente seconda che esprime il nostro specchietto, usando la parola salario al posto della espressione valore della forza di lavoro, che si vede usata nelle edizioni correnti e che era meglio fosse prezzo della forza di lavoro, come nel titolo già riportato del capitolo. Ciò conferma che seguiamo colle nostre formulette strettamente il testo.
2. Il salario e il plusvalore variano in senso inverso. Il plusvalore varia con la produttività del lavoro, ma il salario varia in senso opposto”.
Salariati! Ci avete studiato cent’anni; e ora, voce: Viva l’Italia! Viva la Russia!
Pagina di fiamma
Dai tempi di Marx ad oggi è mutata la durata del lavoro (in meglio), è mutata la produttività del lavoro (in meglio) ed è mutata la remunerazione del lavoro (in meglio). Ma quello che noi vogliamo dimostrare, sui grugni egualmente odiosi degli apologisti del capitale e di quelli della sua riforma, è che la dilapidazione della potenza produttiva umana, l’alienazione della umanità dell’uomo, sono mutate di gran lunga in peggio. E questo è scritto in Marx; è vero con le letterine algebriche ed è vero coi numeretti.
Parli ora il testo, nel paragrafo IV del Capitolo esposto.
Il testo dice dapprima che parrebbe che la giornata di lavoro possa ridursi al tempo di lavoro necessario. Fin qui esso copriva due terzi della giornata, ma già Marx prima di morire lo calcolava una metà (classiche cifre di 400 di costante, 100 di variabile e 100 di plusvalore). Con tali cifre la composizione organica del capitale era di 4 ad 1, ma in un secolo la produttività del lavoro è cresciuta enormemente – ma inutilmente dato che siamo in regime mercantile. Ecco il nostro punto di arrivo. Tuttavia Marx qui avverte lo stesso che dice nella Critica al programma di Gotha tanti anni dopo; è vero che con la eliminazione dello sciupìo di primo momento possiamo scendere al lavoro necessario, ossia da otto a quattro ore, ma “non bisogna dimenticare che una parte dell’attuale sopralavoro, quella che è destinata a costituire un fondo di riserva e di accumulazione (cioè una provvista di mezzi di produzione di esistenza che permetta di allargare la produzione e di far fronte agli eventuali sinistri e perdite) verrebbe allora contata come lavoro necessario, e che l’attuale grandezza del lavoro necessario è solamente limitata alle spese di mantenimento di una classe di schiavi salariati, destinata a produrre la ricchezza dei loro padroni”. Ciò vuol dire che il consumo proletario deve salire e di molto, ma vi sono ben altri margini nelle successive formule dello sciupìo per indurre a ben drastiche riduzioni delle quattro ore. Già nel 1910 la scuola marxista austriaca ne calcolava due e meno al giorno.
Ma lasciamo le vicende della fradicia economia borghese e saliamo a mirare l’apice del nostro terzo momento. È Marx che lo fa, come sempre senza preavviso, talché l’incauto immediatista e concretista passa ad occhi chiusi (qui seguiamo il più fedele testo Dietz):
“Quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, e quanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, tanto più potrà crescere l’intensità del lavoro. [Verità cristallina in una società che non sia snaturata e disumanata]. Da un punto di vista sociale la produttività del lavoro cresce anche con la sua economia. Quest’ultima comprende non soltanto il risparmio dei mezzi di produzione, ma l’esclusione di ogni lavoro senza utilità . Mentre il modo di produzione capitalistico impone risparmio in ogni azienda individuale, [volgarissimo primo momento !] il suo anarchico sistema della concorrenza determina lo sperpero più smisurato dei mezzi di produzione sociali e delle forze-lavoro sociali, oltre a un numero stragrande di funzioni attualmente indispensabili, ma in sé e per sé superflue“.
La fine di questo meraviglioso capitolo rivoluzionario vuole fare una misurata concessione ad un puro argomento di giustizia livellatrice. Ma nello stesso tempo lo sguardo è sulle funzioni più alte e nobili della umana specie.
“Date l’intensità e la forza produttiva del lavoro [questo vuol dire subito, 1860 e 1960 che sia, senza aspettare altri miracoli della degenerante scienza tecnologica, o altri suoi delitti] la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve e la parte di tempo conquistata per la LIBERA ATTIVITÀ MENTALE E SOCIALE DEGLI INDIVIDUI SARÀ QUINDI TANTO MAGGIORE, quanto più il lavoro sarà distribuito uniformemente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato. Il limite assoluto dell’abbreviamento della giornata lavorativa è sotto questo aspetto la universalizzazione del lavoro”.
“Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse”.
Note sulle basi di organizzazione del Partito di classe
Riproduciamo qui una precisazione già apparsa sulla nostra stampa nel 1949:
Lo Statuto e i Regolamenti del Partito e delle sue Federazioni e Sezioni costituiscono l’insieme praticamente indispensabile delle norme costanti di funzionamento di collegamento e di corrispondenza che reggono la vita della organizzazione. Rispetto alle finalità storiche e sociali del partito esse hanno un semplice carattere strumentale e di mezzo. Nel fissarle ed eventualmente modificarle non ha nessun senso far ricorso alle normative analoghe di altri organismi come quello dello stato e dei parlamenti democratici, non esistendo, per la concezione propria del partito comunista, principi e criteri costituzionali fondamentali comuni e sovrastanti alle diverse classi sociali e ai loro compiti di lotta nelle successive fasi storiche.
Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche con reti organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti. Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.
Per conseguenza, l’adozione e l’impiego generale o parziale del criterio di consultazione e deliberazione a base numerica e maggioritaria, quando sancito negli statuti o nella prassi tecnica, ha un carattere di mezzo od espediente, non un carattere di principio.
Le basi della organizzazione del Partito non possono dunque risalire a canoni propri di altre classi e di altre dominazioni storiche, come la obbedienza gerarchica dei gregari ai capi di vario grado tratta dagli organismi militari o teocratici pre-borghesi, o la sovranità astratta degli elettori di base delegata ad assemblee rappresentative e comitati esecutivi, propri della finzione giuridica caratteristica del mondo capitalistico; essendo la critica e l’abbattimento di tali organizzazioni compito essenziale della rivoluzione proletaria e comunista.
Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.
Base fondamentale di tali rapporti è da una parte il continuo ininterrotto e coerente svolgimento della teoria del partito come valutazione dello svolgersi della società presente e come definizione dei compiti della classe che lotta per abbatterla, dall’altra il legame internazionale tra i proletari rivoluzionari di tutti i paesi con unità di scopo e di combattimento.
Le forze di periferia del partito e tutti i suoi aderenti sono tenuti nella pratica del movimento a non prendere di loro iniziativa locale e contingente decisioni di azione che non provengano dagli organi centrali e a non dare ai problemi tattici soluzioni diverse da quelle sostenute da tutto il partito. Corrispondentemente gli organi direttivi e centrali non possono né debbono nelle loro decisioni e comunicazioni valide per tutto il partito abbandonare i principi teorici né modificare i mezzi di azione tattica nemmeno col motivo che le situazioni abbiano presentato fatti inattesi o non preveduti nelle prospettive del partito. Nel difetto di questi due processi reciproci e complementari non valgono risorse statutarie, ma si determinano le crisi di cui la storia del movimento proletario offre non pochi esempi.
Per conseguenza il partito, mentre chiede la partecipazione di tutti i suoi aderenti al continuo processo di elaborazione che consiste nell’analisi degli avvenimenti e dei fatti sociali e nella precisazione dei compiti e metodi d’azione più appropriati, e realizza tale partecipazione nei modi più adatti sia con organi specifici che con le generali periodiche consultazioni congressuali, non consente assolutamente che nel suo seno gruppi di aderenti possano riunirsi in organizzazioni e frazioni distinte e svolgano la loro opera di studio e di contributo secondo reti di collegamento e di corrispondenza e di divulgazione interna ed esterna comunque diverse da quella unitaria del partito.
Il partito considera il formarsi di frazioni e la lotta tra le stesse nel seno di una organizzazione politica come un processo storico che i comunisti hanno trovato utile ed applicato quando si era verificata una irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze ed era venuto a mancare il partito avente i caratteri e le funzioni rivoluzionarie.
Quando tale partito si è formato ed agisce, esso non contiene nel suo seno frazioni ideologicamente divise e tanto meno organizzate, non ammette che adesioni individuali attraverso le formazioni di base, e non applica il metodo di formare proprie organizzazioni palesi ed occulte nel seno di altri partiti politici, considerando tutte queste situazioni come patologiche e contraddicenti al carattere di stretta unità della lotta comunista.
Il «Socialismo» del Codice del Lavoro nella Repubblica Democratica Tedesca Pt.2
Fregatura si, ma democratica
Ma la vera beffa di queste economie «pianificate» non è lo sfruttamento, cosa normale, anzi basilare, in ogni capitalismo. La beffa è la «democratizzazione» delle istituzioni, è la «partecipazione» dei lavoratori ad un sistema che li divora, è il loro «cointeressamento», la loro «consultazione», il loro democratico consenso a tutto questo schifo. La classificazione dell’operaio avviene, nella R.D.T., nel seguente modo; esistono dei cataloghi per molti rami economici, in cui ogni lavoratore trova la sua qualifica, le difficoltà del suo lavoro e la propria categoria salariale, stabilite secondo un esempio-modello, un esempio tipico. Nei diversi cataloghi sono contemplati esempi per diverse professioni: meccanici, tornitori, minatori, muratori, ecc. Entro queste suddivisioni, poi, si trovano esempi per i lavori di diversa difficoltà; quindi altri, diversi solari. Insomma proprio come a casa nostra, dal nostro padrone e col nostro Stato «reazionario».
La beffa è però la seguente:
«La redazione dei cataloghi è avvenuta con la partecipazione decisiva dei sindacati e dei lavoratori stessi. Si è giunti a una effettiva, giusta [ci voleva!] classificazione [l’abbiamo detto, se è giusta è perché è una fregatura, non c’è dubbio] e alla uniformità per i singoli rami e per l’insieme dell’economia nazionale». (Pag. 75).
Volete fregare le masse? Consultatele! Questa è una «via» ormai secolare, che ogni buon democratico conosce e spera di calcare. De Gaulle vuole l’approvazione? Consulta le masse. Vuol dare una pedata alle chiacchiere parlamentari? Consulta il «popolo». E il popolo risponde «sì, sì» (e che approvi la pedata al parlamento non glielo si può addebitare come torto). I comunisti hanno da sempre riso delle manie consultative e posto il mito della democrazia fuori dalla loro concezione, lasciandolo all’ideologia borghese per quel tanto o poco che è utilizzabile come strumento di lotta contro le forme sociali precedenti. Finito quest’«ufficio» di quel mito non resta nulla; solo una parola ipocrita nel cui nome tutto è i permesso; un mezzo ideale per comandare a bacchetta dando l’illusione dell’«autogoverno». I comunisti hanno lasciato questo termine dove esso è nato e non lo fanno rientrare tra le loro rivendicazioni, nemmeno tra quelle minime e microscopiche; né lo usano come principio per la loro organizzazione di classe.
Che gli operai della Germania Orientale, irretiti esattamente come quelli della Germania Occidentale e del «mondo libero» in genere, abbiano dato il loro sì ai fanfaroni «socialisti», non significa per chi non è miope e non vede oltre il fatterello immediato che con la loro azione anche incosciente essi non giungeranno a dire un enorme NO a tutta una forma sociale che ormai da troppo tempo li sfrutta e deride.
Nella seconda parte di questo articoletto verremo a sapere quali forme di «salario» esistano presso i «socialisti tedeschi», e faremo senza dubbio la conoscenza di forme di salario del tutto nuove, novità degne di una società «socialista tedesca» meritevole d’un brevetto che la preservi da pericolose imitazioni da parte sia di paesi capitalistici e «reazionari», sia di paesi «socialisti» fratelli e «nazionali».
Il Salario a tempo, imperfezione «Socialista»
Abbiamo visto come, anche in un paese ufficialmente ad economia collettiva come la Germania Est, i sindacati, che,
«in conformità al carattere del nostro ordinamento di democrazia popolare, non si trovano in opposizione allo Stato socialista, ma lavorano per raggiungere lo stesso obiettivo: la vittoria del socialismo» (pag. 21)
frammentino la classe operaia disperdendola nei rivoli di interessi personali diversi, aumentando la concorrenza fra lavoratore e lavoratore, spingendo l’uno a «fregare» l’altro nella corsa per una miseria di guadagno in più (tutto ciò, abbiamo visto, si chiama, con molta eleganza, «cointeressamento»), insomma la smontino pezzo per pezzo nella sua coesione, frantumandola in particelle individualistiche, non spinte ad agire dall’interesse collettivo di classe, esattamente come da noi la triade sindacale CGIL, UIL, CISL basa le lotte operaie sulla cosiddetta articolazione e sulle differenziazioni salariali di qualifica.
Ma, se l’opportunismo dei nostri sindacati ci fa ribrezzo, come meravigliarcene quando i maestri della «tecnica» della frantumazione classista sono proprio i sindacati dei paesi «socialisti», in cui essi non si trovano più «all’opposizione dello Stato» e quindi hanno tutte le più «concrete» possibilità di attuare fino in fondo le loro aspirazioni? In effetti, essi le attuano e contribuiscono fattivamente a «costruire» quel meraviglioso «socialismo» in cui, come vedremo, il famigerato salario a cottimo svolge la funzione di muro maestro.
Ben lontani dallo spiegare alla forza-lavoro che la strada che porta al socialismo, più o meno lunga a seconda delle condizioni di partenza, porta anche alla scomparsa completa del salario, i Sindacati Liberi Tedeschi hanno scoperto il «difetto» del salario ordinario, il salario a tempo, e provvedono a correggerlo. Molto «socialisticamente» essi ci spiegano (pagg. 76-77):
«Si conoscono da noi due forme principali di salario; il salario orario ed il salario a cottimo, che hanno a loro volta varie forme di attuazione. Il salario orario è la retribuzione del tempo di lavoro reale dell’operaio e del grado di difficoltà del lavoro. Ci si è accordati su di una categoria ed il salario si paga secondo il numero delle ore di lavoro. Al salario orario manca quindi quel particolare incentivo necessario per il raggiungimento di risultati di lavoro più elevati».
Il salario orario sarebbe quindi poco adatto al «socialismo» non perché è, molto semplicemente, un salario, e perciò un classico rapporto capitalistico, ma perché gli manca «quel particolare incentivo». Che cosa hanno pensato, allora, i Sindacati Liberi? Si sono riuniti e si sono chiesti: perché non istituire dei premi di produzione, proprio come usano i nostri colleghi «reazionari»? E, si sa, in un organismo profondamente democratico è presto fatto, tutti sono subito d’accordo, all’unanimità, e il par. 47, a pag. 80 del «Codice del Lavoro», edizione italiana, ha l’onore di conferire a tutto ciò forma legale. I premi di rendimento
«consentono di premiare, nel salario orario, le rese superiori alla media».
L’uomo normale, «medio», si affanni dunque, per guadagnare un qualcosina in più (m. poco, non dubitate), nell’emulazione con il tipo «extra», con il superuomo base di questo socialismo alla Nietzsche.
Il cottimo, incarnazione della «giustizia»
Se però il salario orario è imperfetto; altre forme ovvieranno ai suoi inconvenienti e la vera e più perfetta realizzazione di questi «incentivi» la si otterrà con l’altra forma salariale, il salario a cottimo, che è
«la principale forma di salario corrisposta nell’industria socialista» (Pag. 77).
Già, perché «qui esiste un legame immediato tra il rendimento del lavoro ed il salario. Con questo tipo di salario il rendimento individuale del lavoratore può essere correttamente riconosciuto».
Insomma, il salario a cottimo è «giusto». È la perfetta giustizia, perché con questo sistema si riconosce il rendimento individuale, poco importa se, proprio attraverso questa giustizia, ammazzi il lavoratore costringendolo a centuplicare la sua capacità produttiva media; l’importante è che sia «giusto».
Dopo di aver notato che specialmente nel cottimo individuale esiste quel meraviglioso legame immediato fra rendimento e salario, il Codice riflette, solo per un attimo (Pag. 77):
«Certamente questa forma di salario [il cottimo individuale] favorisce l’individualismo e produce talvolta anche reazioni egoistiche. Vi sono ancora da noi operai che considerano questo salario come il salario a cottimo capitalistico»
Eh, ci saranno sempre uomini di corte vedute, che in un salario a cottimo non riescono a vedere altro che un salario a cottimo!
«Essi, per esempio, non contano sinceramente tutte le ricevute salariali, ma ne tengono alcune in riserva «nel cassetto». È vero che sono casi isolati, ma provano che questa forma permette delle manipolazioni da parte di coloro la cui coscienza è ancora scarsamente sviluppata. È vero che i loro piedi stanno nell’azienda socialista, ma il loro cervello ne è ancora fuori».
Al salario a cottimo del nostro capitalismo di tutti i giorni, bisogna riconoscere – per quanto esso sia un capitalismo «medio», proprio niente di speciale malgrado il miracolo – che funziona molto meglio e provvede egregiamente a che la manodopera «poco cosciente» non freghi l’altra. Anche per il capitalismo, infatti, un operaio che sgarra sul tempo lavorativo è un «uomo senta coscienza».
L’esposizione continua imperterrita nel testo (pag. 77-78):
«Il salario a cottimo collettivo è un ulteriore sviluppo del salario a cottimo individuale. È applicato laddove gli operai nell’organizzazione della produzione possono essere favoriti dall’interesse materiale collettivo. Questo salario ha il vantaggio di influenzare positivamente lo sviluppo ed il consolidamento del collettivo».
Marx e il cottimo
Tutto questo sforzo per mostrare il carattere «buono» del salario a cottimo, imperfetto nella sua forma individuale e perfetto in quella collettiva, è veramente penoso. Basta una breve frase di Marx per far saltare in aria un simile castello di chiacchiere legalizzate. Nel «Capitale» (tomo I. vol. 2°, pag. 275, ed. Rinascita), si legge:
«Da quanto è stato esposto sin qui risulta che il salario a cottimo è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico»,
il che è piuttosto in contrasto con l’affermazione, riportata più sopra, che quella forma è invece
«la principale corrisposta nell’industria socialista».
Ma quale industria socialista? La vostra, che non è socialista proprio perché poggia sui pilastri del capitale!
Praticamente Marx dice che nel salario a cottimo c’è l’essenza del capitalismo, perché in esso traspare chiara e netta la necessità di una determinata società di produrre per produrre, di accumulare lavoro umano, di tiranneggiare il lavoro vivo con il lavoro morto, di decantare come progresso la pura mole di prodotti ottenuti col sangue ed il sudore dei suoi schiavi, non la soddisfazione dei bisogni umani.
In effetti, il salario a cottimo si è sviluppato proprio con lo sviluppo del sistema produttivo moderno, il capitalismo, ed è destinato a deperire e scomparire quando il capitalismo finalmente deperirà sotto i colpi antidemocratici del potere proletario. Poco dopo la frase citata, Marx continua:
«…il salario a cottimo acquista tuttavia un campo di azione maggiore soltanto durante il periodo della manifattura vera e propria».
(Cioè quando il capitalismo esce dalla sua infanzia e si trasforma nel moderno sistema produttivo).
«Negli anni di impeto e slancio della grande industria, specialmente dal 1797 al 1815, esso serve di leva per il prolungamento del tempo di lavoro e per la riduzione del salario».
Questi gli allori che il salario a cottimo ha riscosso.
Altre brevi citazioni: A pag. 273, Marx nota come con questa forma di salario
«si verificano grandi differenze nelle entrate reali degli operai a seconda della diversa abilità, forza, energia, perseveranza, ecc. degli operai individuali. Questo naturalmente non cambia nulla al rapporto generale fra capitale e lavoro salariato».
Il lavoro salariato è al servizio del capitale, qualunque forma esso abbia. A pag. 274:
«Ma il maggior campo d’azione che il salario a cottimo offre all’individualità, tende da un lato a sviluppare l’individualità e con ciò il sentimento della libertà, l’autonomia e l’autocontrollo degli operai, dall’altro a sviluppare la loro concorrenza fra di loro e degli unì contro gli altri [sottolineato da Marx]. Esso ha perciò la tendenza ad abbassare il livello medio dei salari mediante l’aumento dei salari individuali al di sopra del livello stesso».
Ecco altri allori conquistati da questo pilastro del «socialismo» tedesco-orientale, il quale, non contento d’usare il salario ordinario, sogna tutta una società basita sul cottimo. Il salario a tempo infatti non consentirebbe quell’abbassamento del livello medio dei salari tanto necessario all’economia «socialista» per sostenere la concorrenza dei paesi capitalistici.
Ma noi sappiamo benissimo che in realtà si tratta di «concorrenza» non fra paesi socialisti e paesi capitalisti, bensì tra le forme economiche che sole possono farsi concorrenza, quelle del capitalismo. La concorrenza, come il salario, è uno dei pilastri del capitalismo, la sua base è l’individualismo, elemento indispensabile della società del profitto anche quando è accentrata al massimo e lo supera con un’organizzazione economica basata su unità immense di lavoro associato. Ma entro queste unità un solo principio domina ed è la garanzia del loro buon funzionamento: quello individualistico della concorrenza tra gli operai, il famoso «incentivo» e, al di fuori, quello della concorrenza fra unità e unità. Questa concorrenza, o emulazione che dir si voglia, si trasferisce sul piano nazionale, ed ecco che le unità economiche di un paese (espresse politicamente nello Stato) lottano emulativamente con quelle di un altro, in santa pace in un primo tempo, poi con le armi. La differenza è che i «socialisti» la chiamano «emulazione socialista».
Riepilogando, il senso del salario a cottimo può essere uno solo: ottenere con questo strumento «emulativo» la massima produzione nello sfruttamento più intensivo possibile del lavoro umano. Questi democraticoni socialisteggianti non possono far altro che sognare la caratteristica del socialismo come quella dello sfruttamento fino al midollo della forza produttiva umana. Essi ragionano così: se il capitalismo con otto ore di lavoro giornaliere otteneva tanto, noi nello stesso tempo dovremo ottenere molto di più, perché siamo migliori, siamo «socialisti»; e a questo prezzo, con una ubriacatura patriottica da far impallidire i nazionalisti più accesi, mungono tutta l’energia della loro forza lavoro. E, così facendo, si pongono una volta di più sullo stesso piano del deprecato capitalismo e somministrano altre «vitamine» alla sua crescita smisurata, già così superiore al necessario.
Noi opponiamo che, se il capitalismo per produrre una massa enorme di merci ha bisogno di tante ore giornaliere, noi produrremo molto meno con molto meno ore, anzitutto perché faremo un taglio netto alla produzione eliminandone tutta la parte inutile, poi perché limiteremo la giornata lavorativa al lavoro necessario, non più produttore di merci.
Come sarà possibile tutto ciò? Chi stabilirà che cosa produrre e che cosa non produrre, se non è più il profitto che detta legge? È semplicemente una questione di potere e chi agisce come i Sindacati Liberi della R.D.T. o, meglio, come lo Stato della stessa democratica repubblica «capitalista», mostra di essere del tutto impotente. È il potere centrale che abolisce il profitto come molla della produzione sociale e quindi stabilisce che cosa è utile (nelle condizioni produttive date) produrre per la società. È il potere centrale che organizza il lavoro sociale uscendo dai limiti salariali, dai calcoli della convenienza commerciale e della redditività, e da quelli dell’incentivo e del cointeressamento. È a tali condizioni che la produzione potrà divenire produzione per la società e che i produttori troveranno i frutti della loro attività di fronte a sé, direttamente, senza la mediazione del salario e del mercato.
Il capitale viene colpito al cuore. Il salario viene colpito al cuore del suo principio, quello di dare al lavoratore un «reddito» (che gli consente di acquistare prodotti corrispondenti a poche delle molte ore di attività prestate, le ore di lavoro necessarie, mentre il plusvalore va all’accumulazione di altro capitale e ad ingrassare i «funzionari» o i servi del Capitale). Per il proletario, la fregatura è il salario stesso, che ha appunto la funzione di rendere il lavoro umano merce come tutte le altre esistenti sul mercato, e corrispondergli un valore inferiore a quanto esso con la sua esplicazione produce. Solo eliminando il salario, con tutti gli altri rapporti del capitale (che del resto gli sono indissolubilmente legati), i produttori svolgeranno unicamente il lavoro necessario, ovvero quella parte di lavoro che serve alla società, e non al capitale per la sua immonda riproduzione. Il salario è quindi, in tutte le sue forme, un ostacolo allo sviluppo in senso socialista e porta in sé la subordinazione del lavoro al capitale, riflette la subordinazione della classe lavoratrice alla classe borghese antagonistica.
Lasciarlo sussistere, e affibbiargli come unica misura «rivoluzionaria» la denominazione «socialista», è accettarlo con tutti i suoi misfatti, è tradire la rivoluzione mondiale, è inchinarsi allo sfruttamento del lavoro da parte del capitale. Nella coscienza di tutto ciò, nel nome di questo immondo disfattismo, il Codice del Lavoro della R.D.T. proclama:
«Esso [il salario] contribuisce allo sviluppo della coscienza socialista e del lavoro collettivo socialista» (§ 39, pag. 73).
Non attendiamoci altro da, sindacalisti prezzolati dallo Stato capitalista. Essi, per erigere il «socialismo», osannano a tutte le più pure forme del capitalismo. Ma aspettiamoci dai salariati, dagli sfruttati con l’inganno di un socialismo fasullo, la ripresa di una lotta senza tregua contro le insulsaggini «democratiche», «progressive», «emulative», etichettate col marchio di fabbrica:
«Socialismo con salario a cottimo. Made in East-Germany»?
Il «destino dell'uomo»
Sulla china che nel 1921, staccandoci dal P.S.I., prevedemmo per quel partito, e che portava allo «unitarismo» di allora giù fino al riformismo, al collaborazionismo e all’aperta reazione – tanto più aperta quando la situazione diverrà realmente rivoluzionaria, e la classe operaia saprà ben vedere a chi somministrare pedate nel sedere e chi seguire nel sicuro cammino della rivoluzione, tracciato da un secolo e oggi difeso contro ogni lue opportunistica dal solo partito comunista rivoluzionario -, su questa stessa china rotola ignominiosamente sempre più il «partitone» che di comunista ha solo l’etichetta, e una etichetta usurpata.
Sappiamo che per questa china una volta abbandonata la dottrina marxista (unica guida non solo per leggere nella presente disgraziata società divisa in classi i contrasti e le contraddizioni, ma anche per comprendere la dialettica delle classi nelle società passate e per gettare fasci di luminosa certezza nella società futura) ci si preclude per sempre la possibilità di seguire una via rivoluzionaria e si cade nelle braccia aperte dell’opportunismo più schifoso. Riflesso di questa posizione reale nel campo delle lotte di classe non può non essere l’abbandono di ogni linguaggio marxista, e l’adozione del trito e ritrito linguaggio delle classi dominanti, con tutti i suoi luoghi comuni, le sue mistificazioni, le sue ipocrisie, i suoi inganni.
Il nostro stomaco non ci consente una continua alimentazione a base di stampa avversaria; ma quando ciò saltuariamente accade ci imbattiamo in autentiche «perle di schifezza». Nel numero di Rinascita del 30 marzo u.s., abbiamo trovato una «conferenza» dal titolo magniloquente: «Il destino dell’uomo».
Il titolo è già di per sé tutto un programma: non classi in lotta l’una contro l’altra, con obiettivi in irriducibile contrasto, impegnate in una battaglia per la vita o per la morte; ma il destino dell’ «uomo», di questo «che» di comune e di superiore a tutti, che apparterrebbe agli sfruttati e agli sfruttatori, ed alla cui realizzazione (o ideale, che stai nel regno delle idee che noi dobbiamo sforzarci di tirare – o calare, direbbero i concretisti, giù tra noi!!!) sarebbero egualmente interessati oppressi e oppressori.
L’unica idea, alla quale fanno contorno un fiume di parole inutili, è questa: «abbiamo qualcosa in comune, voi cattolici e noi comunisti [?!], ed è la nostra natura di uomini [bella scoperta!], la nostra comune civiltà, il nostro desiderio di pace. Al di sopra delle ideologie, uniamoci e lottiamo per questo unico bene [il sommo bene!], la pace, che pochi pazzi minacciano ed a cui siamo tutti interessati. Per raggiungere questo fine, non importa essere divisi su questioncelle di secondaria importanza, importa andare diritti, mano nella mano, verso la comune meta».
Quest’idea centrale è poi contornata da mille altre affermazioni una più rinnegatrice dell’altra, che mostrano ancora una volta l’abisso opportunistico in cui è caduto il «partitone» e noi le riportiamo al solo scopo di ribadire ancora una volta le nostre posizioni classiste, che sono quelle del marxismo, non per gusto di far della critica fine a se stessa .
Ecco, proprio all’inizio, la prima perla: «Noi abbiamo respinto i tentativi di un non possibile compromesso ideologico anche di fronte alla presenza nelle nostre file di un numero certamente grandissimo – una maggioranza certo, sul totale – di credenti». Eccoli, i leninisti, che nel loro partito non solo accettano cattolici credenti, ma confessano addirittura di averli in maggioranza! Eccoli costoro che si pretendono marxisti, come se il marxismo non avesse mille volte proclamata l’incompatibilità fra credenza religiosa e appartenenza al partito comunista, una volta ribadito che tra la visione religiosa del mondo e quella marxista v’è un abisso incolmabile e che il partito rivoluzionario del proletariato non deve mai cessar di chiarire nella sua propaganda come la religione affondi le sue radici non in un «sentimento» o in una particolare «esigenza della natura (o dello spirito!) umano» ma esclusivamente nell’oppressione sociale delle masse lavoratrici, nella loro apparente impotenza di fronte alle cieche forze del capitalismo (o di qualunque altro regime sociale basato sulla divisione in classi)! C’è bisogno di ripetere che il marxismo considera tutte le religioni moderne, le chiese, le associazioni religiose, come altrettanti strumenti di cui la reazione borghese si serve per mantenere e accrescere lo sfruttamento della classe operaia?
Contro tutte le ciance degli opportunisti, i quali si affannavano a gridare che la religione è un affare privato e non deve interessare il partito, Lenin cita un passo di Engels, in cui «si afferma che la socialdemocrazia considera la religione come un affare privato di fronte allo Stato, non già di fronte a se stessa, al marxismo, al partito operaio», e continua chiarendo che il marxismo deve necessariamente porre in primo piano la lotta politica, reagire contro la divisione degli operai in atei e cristiani, mettersi sul terreno della lotta di classe realmente in cammino, «dal punto di vista del progresso effettivo della lotta di classe che, nelle condizioni della società capitalistica moderna, porterà gli operai cristiani al socialismo e all’ateismo cento volte meglio di quanto non lo possa fare la nuda predicazione ateista». L’ingresso nel partito avviene, quindi, sulla base della dottrina marxista della lotta di classe contro la borghesia e tutti i suoi strumenti di difesa – chiesa e religione compresa: mai nell’esclusione di uno qualunque di essi.
Ma il pallino della religione deve essere piaciuto all’articolista, che continua sullo stesso tono: «La nostra è, se si vuole, una completa religione dell’uomo» (la tua di certo, che bestemmi in nome del comunismo), e ancora: «l’aspirazione a una società socialista, non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma tale aspirazione può trovare uno stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo».
Togliatti dunque segue Saragat?
Ma ecco l’altro «pallino»: oggi, un fatto assolutamente «nuovo» (accidenti!) è successo, per cui tutto deve passare in second’ordine, ed è che esiste la possibilità di una guerra distruttrice dell’umanità intera. Sentite: «Eccoci così di fronte alla terribile, spaventosa «novità»: l’uomo, oggi, non può più soltanto, come nel passato, distruggere altri uomini. L’uomo può uccidere, annientare l’umanità». Lo spauracchio controrivoluzionario che oggi le borghesie di tutti i paesi agitano di fronte al proletariato, non potrebbe trovare più forbito difensore del colto … hegeliano. L’uomo annienta se stesso! Magnifica tesi che avrebbe fatto la gioia di un idealista del secolo scorso, ma che non ha niente a che vedere con la teoria marxista, per cui non esiste «l’uomo» ma classi in lotta tra di loro, e il loro avvicendarsi, le loro posizioni nel campo mondiale, non dipendono affatto dalla loro «volontà», meno che mai dalla volontà di singoli.
Così il proletariato, la moderna classe rivoluzionaria, fin dal suo sorgere si è posta – e non poteva non porsi in irriducibile antitesi con tutte le altre e si è data -non poteva non darsi – una dottrina, quella marxista, che le è di guida fino all’abbattimento violento dell’attuale società, fino alla sparizione delle classi, fino alla società comunista. Allo stesso modo la guerra non dipende dalla volontà di uomini di governo o, peggio, di popoli, né può essere evitata – come pretendono gli opportunisti di tutte le tinte – con appelli alla riflessione, al dialogo e al dibattito; ma, come il suo nascere si spiega solo con la dialettica delle contraddizioni di classe, così la forza capace di evitarla è una nuova guerra, quella di classe, quella civile, che tanto fa paura ai borghesi e ai loro sgherri perché porrà termine una volta per sempre a tutti gli sfruttamenti, a tutti i parassitismi, a tutte le infamie della società presente, e che sola eliminerà la possibilità di nuovi spaventosi conflitti per aprire finalmente agli uomini associati, senza più alcuna differenza, lo sconfinato orizzonte di uno sviluppo infinito della specie.