Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1965/2

[RG-39] Tesi sulla questione cinese Pt.2

15) Nella sconfitta del 1927, lo stalinismo non volle mai vedere che una “tappa” della rivoluzione borghese in Cina e un “provvisorio” rinculo del movimento operaio. Noi respingiamo questa interpretazione. Le lotte di classe in quel periodo furono così poco “parziali” che si trasformarono in una lotta per la conquista del potere fra borghesia e proletariato, e la sconfitta si accompagnò alla eliminazione fisica duratura di tutta l’avanguardia comunista. Ormai, come disse Trotski, la “rivoluzione democratica” in Cina avrà il carattere non più di una rivoluzione, ma di una controrivoluzione, borghese. Infine, il rovescio del 1927 segna per l’Internazionale di Mosca il rinnegamento completo della tradizione bolscevica in tutti i paesi d’Oriente. Alle “Tesi di Aprile” (1917), con le quali Lenin annunciava l’imminente vittoria della rivoluzione russa, si contrappongono parola a parola le Tesi dell’aprile 1927, in cui Stalin giustifica con la teoria delle “tappe” rivoluzionarie il colpo di stato di Ciang Kai-shek.
     Contro la storiografia nazionale e borghese, il marxismo deve dunque ristabilire la sua concezione proletaria e mondiale del corso storico dei movimenti rivoluzionari borghesi:
– 1789-1871, moti democratico-borghesi nell’Europa occidentale (come pure in America del nord e in Giappone);
– 1905-1950 circa, moti nazional-rivoluzionari nell’Europa orientale e in tutta l’area afro-asiatica; una sola vittoria proletaria: in Russia;
– 1917-1927, strategia mondiale della rivoluzione permanente, con sconfitte successive in Europa (1918-1923) e in Asia (1924-1927), quali premesse alla controrivoluzione stalinista in Russia e nel mondo.

D. “Socialismo contadino” e democrazia “di tipo nuovo”

16) Il marxismo non ha solo denunziato la teoria della “tappa democratica”: ha anche respinto, nella “tappa agraria”, l’impiego ad opera di Stalin della parola d’ordine della “dittatura democratica degli operai e dei contadini” per coprire l’alleanza governativa con il Kuomintang di sinistra. Nella sua forma compiuta, questa teoria è diventata quella della democrazia “nuova”, abbandono completo delle concezioni marxista sulla natura di classe di ogni Stato. «Nel mondo, i vari sistemi statali, in base al carattere di classe del potere politico, possono essere fondamentalmente classificati in tre categorie: a) repubblica sotto la dittatura borghese; b) repubblica sotto la dittatura del proletariato; c) repubblica sotto la dittatura congiunta della varie classi rivoluzionarie […] Fino a quando si tratta di rivoluzioni nelle colonie e semicolonie, la struttura dello Stato e del potere politico sarà necessariamente la stessa nelle linee generali, cioè uno Stato di nuova democrazia sotto la dittatura congiunta delle varie classi antimperialiste» (Mao Tse-tung, “Sulla nuova democrazia”, 1940).
     Non soltanto l’Internazionale di Lenin non ha mai chiamato i proletari delle colonie a fondare questi Stati “intermedi” fra la dittatura del proletariato e quella della borghesia, ma noi neghiamo altresì che ne esista o ne sia resistito uno solo dopo 40 anni di “fronti anti-imperialistici”. L’esperienza del dualismo del potere nella Rivoluzione Russa ha provato che la “dittatura democratica degli operai e dei contadini” non può non trasformarsi, a breve scadenza, o in dittatura del proletariato o in dittatura della borghesia. Trotski estese quest’insegnamento alla rivoluzione di Cina, e noi ne vediamo oggi la conferma nel punto di approdo borghese di tutti i moti anticoloniali.
     «Se i populisti russi e i menscevichi diedero apertamente alla loro effimera “dittatura” la forma di una dualità di poteri, al contrario la “democrazia rivoluzionaria” cinese non si era sviluppata abbastanza per arrivare a questo. E siccome la storia non lavora su ordinazione, non resta che rendersi conto che non c’è e non ci sarà altra “dittatura democratica” se non quella esercitata dal Kuomintang dal 1925» (Trotski, “L’Internazionale comunista dopo Lenin”, 1928).

17) Dopo aver a lungo ignorato il movimento agrario e l’armamento dei contadini, gli staliniani se ne invaghirono al punto di vedervi il «tratto originale della rivoluzione cinese e il fondamento della democrazia di tipo nuovo». «La questione nazionale è, fondamentalmente, una questione contadina», scriveva Stalin in “Il marxismo e la questione nazionale” (1913). Di qui Mao deriverà poi la sua concezione della rivoluzione cinese come essenzialmente “rivoluzione contadina”, che dalle campagne accerchia le città.
     Non è questa, per noi, l’originalità delle rivoluzioni borghesi nell’epoca imperialistica. In passato tutte hanno messo in moto il contadiname in forme diverse, compresa l’organizzazione armata; tutte hanno realizzato in gradi diversi profonde trasformazioni nell’agricoltura. Ma il marxismo ha sempre sottolineato l’incapacità della classe contadina di avere una politica propria. Esso ha dimostrato che le insurrezioni agrarie, parti integranti delle rivoluzioni borghesi, sono riuscite unicamente muovendosi sotto la direzione delle città e cedendo loro il potere. Il “Manifesto” del 1919 dell’Internazionale Comunista insisteva già sul carattere duplice del contadiname e sulle ragioni per cui non può agire come classe indipendente: il contadino non è che il rappresentante sociale di rapporti borghesi; lascia sempre ad altri il compito della sua rappresentanza politica. A tutti i campioni del “socialismo contadino” che, in Russia come in Cina, ci rimproveravano di “sottovalutare” il contadiname, noi abbiamo contrapposto questi insegnamenti del marxismo, rispondendo che l’originalità delle rivoluzioni d’Oriente non risiedeva nell’intervento armato delle masse rurali, ma nella prospettiva di una direzione proletaria verso scopi che non fossero inevitabilmente borghesi.

18) La sconfitta del proletariato cinese spiega come la rivoluzione abbia dovuto ripartire dal fondo delle campagne, ma non giustifica il fatto che i comunisti abbiano barattato le loro concezioni classiste con le teorie del “socialismo contadino”. Nel 1848-’49, l’insuccesso della rivoluzione tedesca aveva lasciato il proletariato in un’analoga disorganizzazione politica: l’aveva posto di fronte allo stesso pericolo d’essere sommerso dalla democrazia piccolo-borghese. È contro questo pericolo che Marx ed Engels scrissero il loro celebre “Indirizzo alla Lega dei Comunisti” (1850). Contro i radicali piccolo-borghesi che «tendono a coinvolgere i lavoratori in un’organizzazione di partito in cui dominino le frasi generiche socialdemocratiche dietro cui si nascondono gli interessi specifici dei piccolo borghesi», l’“Indirizzo” ricordava la necessità di un partito di classe indipendente. Contro ogni tipo di potere della democrazia piccolo-borghese, esso lanciava in questi termini la parola d’ordine della rivoluzione proletaria: «Accanto ai nuovi governi ufficiali gli operai debbono in pari tempo istituire i propri governi rivoluzionari, sia nella forma di giunte e consigli comunali, sia mediante circoli e comitati operai, cosicché i governi democratici borghesi non solo perdano subito l’appoggio degli operai, ma si vedano sin da principio sorvegliati e minacciati da organismi dietro cui si trova tutta la gran massa degli operai».
     È questa la classica risposta del marxismo alle formule reazionarie dei “partiti operai-contadini”, dei “governi operai-contadini” e della “democrazia nuova”. L’“Indirizzo” del 1850 è interamente diretto contro di esse. Se Marx ed Engels non vi parlano di “dittatura democratica”, è perché una tale parola d’ordine non poteva essere quella del proletariato di fronte all’agitazione dei democratici piccolo-borghesi. Stalin e Mao non possono nemmeno appoggiarsi su un’assenza in Germania della particolarità “originale” che si pretende invece di aver scoperta in Cina o addirittura in Russia: la rivoluzione agraria. Al contrario, nella Germania dell’epoca, Marx ed Engels scorsero più di una volta una “riedizione” della guerra dei contadini del XVI secolo sotto la direzione politica del proletariato.

19) Non più di quanto abbia fatto la rivoluzione borghese tedesca, la Rivoluzione Russa non rivela il segreto di un potere “popolare” stabile, rappresentante un blocco di classi. Molto prima del 1917, Lenin aveva spiegato la formula della “dittatura rivoluzionaria e democratica degli operai e dei contadini” come un potere del proletariato “che si appoggia sui contadini” o che “si trascina dietro i contadini”, formula non frontista e neppure “democratica”. Ecco come, nell’aprile 1917, in perfetta continuità con Marx ed Engels, egli la interpreta: «La “dittatura rivoluzionaria e democratica del proletariato e dei contadini” è già un fatto nella rivoluzione russa, poiché questa “formula” prevede soltanto un rapporto tra le classi, e non un’istituzione politica concreta che realizzi questo rapporto e questa collaborazione. Il “soviet dei deputati degli operai e dei soldati” è la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” già realizzata dalla vita […] Esistono, l’uno accanto all’altro, insieme, simultaneamente, e il dominio della borghesia (governo Lvov-Guckov) e la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, che cede volontariamente il potere alla borghesia e si trasforma volontariamente in una sua appendice […] Se [una forma particolare di “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” distaccata dal governo borghese può esistere in Russia,] non c’è che una via, e una sola, per giungervi: gli elementi proletari, comunisti, devono separarsi immediatamente, in modo risoluto e irrevocabile, dagli elementi piccolo-borghesi» (“Lettera sulla tattica”, 1917).
     Tra il febbraio e l’ottobre, i populisti e i menscevichi furono dei rabbiosi partigiani della “dittatura democratica”, e rimproveravano a Lenin di “sottovalutare” i contadini o di voler “saltare” al di là della tappa delle riforme sociali borghesi. I bolscevichi ricordavano invece che non si trattava di “introdurre il socialismo” in Russia, ma di impadronirsi del potere politico; dopo di che mostrarono come la dittatura proletaria realizzi le riforme economiche della democrazia piccolo-borghese.

20) Dopo la capitolazione di fronte alla borghesia liberale cinese, la “lotta contro il trotskismo” ebbe per scopo di assicurare il trionfo in seno al proletariato sconfitto delle posizioni già difese dal blocco dei populisti e dei menscevichi durante la Rivoluzione Russa. E fu Mao, già membro del Comitato Centrale del Kuomintang e nuovo agitatore del contadiname, a realizzare questo compito. Per noi, egli non ha né “salvato” né “ricostruito” il partito del proletariato conducendolo “nelle montagne” e spingendolo alla guerriglia contadina; l’ha semplicemente annegato nell’enorme magma piccolo-borghese contro la cui corrente Lenin nell’aprile 1917 e Marx nel marzo 1850 avevano saputo preservare i comunisti. Non ha nemmeno sbarazzato la questione del potere nella rivoluzione cinese dalle illusioni piccolo-borghesi che nel 1927 avevano permesso la repressione ad opera di Ciang Kai-shek.
     La teoria della “nuova democrazia” non è che lo sviluppo di queste illusioni in un periodo e in un paese in cui la debolezza della borghesia “nazionale” non lasciava altre prospettive di costituzione di un potere borghese che mediante l’azione delle masse “popolari” e contadine, così inette e lente ad organizzarsi. I democratici piccolo-borghesi amano attribuire alla “reazione” la loro difficoltà di unirsi “efficacemente”, la loro mancanza di carattere e le loro fluttuazioni congenite. Il marxismo vi riconosce al contrario il riflesso della loro situazione economica instabile. Fare appello alla iniziativa politica di queste masse per fondare uno Stato nazionale, combattere l’imperialismo e realizzare il programma socialista, non è solo rinnegare Marx e Lenin, ma compromettere ogni movimento rivoluzionario. Bastano per noi a provarlo le interminabili peripezie della rivoluzione cinese e, ancor oggi [1964], l’anarchia sanguinosa in cui si dibatte la maggior parte dell’Africa nera.
     Ecco perché, nel 1917, Lenin accantonò la “vecchia formula” della “dittatura rivoluzionaria e democratica” che populisti e menscevichi volevano “realizzare” mediante… l’Assemblea costituente. Allo stesso modo, i socialisti seppellirono negli archivi della Seconda Internazionale il nome di “partito socialdemocratico”. Perché, e ciò vale anche per la “democrazia di tipo nuovo”, la «democrazia esprime di fatto ora la dittatura della borghesia, ora il riformismo impotente della piccola-borghesia che si subordinata a questa dittatura» (Lenin, “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, 1918).

E. L’impotente riformismo piccolo-borghese

21) Nel loro “Indirizzo” del 1850, Marx ed Engels avvertivano i proletari tedeschi che la democrazia piccolo-borghese avrebbe giocato lo stesso ruolo di tradimento che aveva giocato la borghesia liberale nella trasformazione rivoluzionaria delle vecchie strutture sociali e politiche. Queste previsioni si verificarono in Russia con i socialisti rivoluzionari. L’esempio cinese ce ne dà la conferma assoluta alla scala di tutto il periodo storico e di un intero paese.
     «I piccoli borghesi democratici, ben lungi dal voler rovesciare tutta la società per i proletari rivoluzionari, tendono a una trasformazione delle condizioni sociali, per cui la società attuale diventi per loro quanto più è possibile tollerabile e comoda. Perciò essi reclamano […] l’eliminazione della pressione del grande capitale sul piccolo mediante istituti pubblici di credito e leggi contro l’usura, per modo che a loro e ai contadini sia possibile ricevere anticipi a buone condizioni dallo Stato invece che dai capitalisti; perciò vogliono l’applicazione nelle campagne dei rapporti borghesi di proprietà, mediante l’eliminazione completa del feudalesimo […] Per quanto riguarda gli operai, rimane anzitutto stabilito che essi debbono rimanere salariati come sinora; i piccoli borghesi democratici desiderano soltanto che gli operai abbiano un salario migliore e una esistenza sicura, e sperano di conseguire questo risultato con una parziale occupazione di operai da parte dello Stato e con misure di beneficenza […] Queste rivendicazioni non possono in nessun modo bastare al partito del proletariato.
     «Mentre i piccoli borghesi democratici vogliono portare al più presto possibile la rivoluzione alla conclusione, realizzando tutt’al più le rivendicazioni di cui sopra, è nostro interesse e nostro compito rendere permanente la rivoluzione sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello Stato, sino a che l’associazione dei proletari, non solo in un paese ma in tutti i paesi dominanti del mondo, si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra i proletari di questi paesi, e sino a che almeno le forze produttive decisive non siano concentrate nelle mani dei proletari. Non può trattarsi per noi di una trasformazione della proprietà privata, ma della sua distruzione; non del miglioramento dei contrasti di classe, ma della abolizione delle classi; non del miglioramento della società attuale, ma della fondazione di una nuova società» (Marx-Engels, “Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti”, 1850).

22) Nella questione agraria, il partito di Mao non ha fatto nulla per combattere le tendenze piccolo-borghesi ansiose di sottolineare la rottura con i vecchi rapporti sociali con una consacrazione giuridica dei sacri diritti della proprietà contadina. E tutte le riforme annunziate a gran voce dopo la creazione della Repubblica popolare cinese non hanno contemplato una maggiore concentrazione dell’agricoltura che sulla base dello sviluppo della produzione particellare, degli “interessi” del contadino particellare e dell’“aiuto” statale a esso. E quando si vollero superare questi limiti, che sono quelli dei rapporti di produzione borghesi, la catastrofe sociale che ne derivò non fu meno grave di quella seguita alla falsa collettivizzazione staliniana in Russia.
     Riassumendo, la famosa “rivoluzione agraria” si riduce a una difficile accumulazione del capitale nelle campagne cinesi secondo le due fasi classiche di sviluppo dell’agricoltura capitalista: prima l’instaurazione della proprietà contadina, poi un lento processo di espropriazione e concentrazione sotto la spinta delle forze produttive borghesi e di una giganteggiante economia di mercato. «Quando sarà attuata la riforma del sistema agrario, anche se si tratterà di una riforma elementare come la riduzione dei canoni d’affitto e degli interessi sui prestiti, aumenterà l’interesse dei contadini per la produzione. Dopo di che, si aiuteranno i contadini ad organizzarsi, gradualmente e sulla base del libero consenso, in cooperative agricole di produzione e in altre cooperative, e allora si avrà uno sviluppo delle forze produttive» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).
     È occorso un quarto di secolo (1927-1952) perché si compisse la prima fase: confisca e spartizione. Ma, prima che la Cina abbia un’agricoltura “moderna”, concentrata, cioè pienamente capitalista, possiamo sperare che il proletariato comunista mondiale abbia avuto ragione del “socialismo nazionale” contadino e piccolo-borghese.

23) Dallo sviluppo storico dell’agricoltura cinese noi traiamo una conferma di fatto: il suo carattere borghese. Ma dalla politica agraria del PCC traiamo una critica di principio: essa non ha che rispettato i processi molecolari di questo sviluppo senza tentare di anticiparne le conseguenze sociali, specie per ciò che riguarda il sovvertimento dei rapporti borghesi di proprietà. Citiamo ancora dall’“Indirizzo” di Marx ed Engels del 1850: «Il primo punto sul quale i democratici borghesi entreranno in conflitto con gli operai sarà l’abolizione del feudalesimo. Come nella prima rivoluzione francese, i piccoli borghesi vorranno dare le terre feudali ai contadini in libera proprietà, e cioè vorranno lasciare sussistere il proletariato agricolo, e creare una classe di contadini piccolo-borghesi che dovrà attraversare lo stesso ciclo di impoverimento e di indebitamento in cui ancor oggi è preso il contadino francese. Gli operai, nell’interesse del proletariato agricolo e del proprio, devono opporsi a questo piano. Essi debbono esigere che la proprietà feudale confiscata resti patrimonio dello Stato e venga trasformata in colonie di operai, coltivate dal proletariato agricolo associato, con tutti i vantaggi della grande agricoltura e in modo che il principio della proprietà comune riceva subito una forte base in mezzo ai vacillanti rapporti della proprietà borghese».
     Per i comunisti, non si trattava di stabilire se la Cina o la Russia piccolo-borghese fossero “mature” per questa trasformazione: l’abbattimento della dominazione borghese era raggiungibile solo su scala internazionale. Non si trattava nemmeno, in un dato paese, di inventare ricette “collettivistiche” per accelerare lo sviluppo economico. «Noi scriviamo un decreto, non un programma», diceva Lenin commentando il “Decreto sulla terra”, al quale certuni rimproveravano d’essere il programma dei socialisti rivoluzionari (Lenin, “Il Secondo Congresso dei soviet di tutta la Russia. Rapporto sulla questione della terra”, 1917). In un punto decisivo, infatti, questo decreto si distingueva tuttavia dal loro programma: non racchiudeva in forme giuridiche definitive (spartizione, nazionalizzazione) le aspirazioni dei contadini. Qui sta tutta la differenza di programma fra “socialismo” nazionale e comunismo internazionalista.

24) La politica piccolo-borghese del partito di Mao appare in luce ancora più netta nella “questione operaia”. Lungi dall’inscrivere sulle sue bandiere l’abolizione del salariato, il PCC proclama l’associazione del capitale e del lavoro, e non tralascia nessuna “misura di beneficenza” nella tradizione del “socialisti” alla Louis Blanc: «Il compito della classe operaia cinese non è solo quello di lottare per uno Stato di nuova democrazia, ma anche quello di lottare per l’industrializzazione del paese e la modernizzazione dell’agricoltura. Con il regime di nuova democrazia sarà adottata una politica di riassestamento degli interessi del lavoro e del capitale. Da un lato si difenderanno gli interessi degli operai: sarà stabilita una giornata di lavoro di otto-dieci ore a seconda delle circostanze, si provvederà in misura adeguata per l’assistenza ai disoccupati e le assicurazioni sociali, e si difenderanno i diritti sindacali. Dall’altro si garantiranno i legittimi profitti alle imprese statali, private e cooperative razionalmente dirette. In questo modo tanto il settore pubblico quanto il settore privato, tanto il lavoro quanto il capitale, contribuiranno insieme allo sviluppo della produzione industriale» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).
     Un tale programma, una tale pratica, non si distinguono più in nulla dal vecchio riformismo dei paesi capitalisti progrediti, dai discorsi elettorali di qualunque deputato “progressista” o ministro “reazionario” d’Occidente. Chiamandoli “socialismo” e rivendicandone l’esclusività contro Mosca, Mao si è portato al livello “ideologico” delle forze di conservazione borghese nel mondo, ha perduto la sua aureola di agitazione contadina. In Cina, la democrazia piccolo-borghese ha cessato d’essere rivoluzionaria dal 1927; fu riformista ancor prima di detenere il potere statale; oggi è reazionaria nel presentare le sue illusioni e soprattutto la sua prassi economico-sociale sotto l’etichetta di “costruzione socialista”. Qui è tutto il significato politico che noi attribuiamo al suo conflitto con Mosca.

25) Così si compie il destino storico del “populismo” cinese. Sin dalla prima rivoluzione borghese del 1911, Lenin sottolineava il doppio aspetto dell’ideologia di Sun Yat-sen. Utopista era l’idea di realizzare il “socialismo” mediante la nazionalizzazione delle terre, la “limitazione” del grande capitale e l’applicazione “onesta” di un piano di sviluppo industriale concertato da parte delle grandi potenze. Ma questo programma aveva un contenuto rivoluzionario borghese che i bolscevichi seppero riconoscere in Cina come in Russia. Adottandolo, realizzandolo, il partito di Mao gli ha conferito il solo “sviluppo originale” che gli fosse riservato: l’utopia del “socialismo” contadino è divenuta l’ideologia reazionaria della “costruzione socialista” in Cina, e il suo contenuto rivoluzionario si è diluito nell’oceano delle riforme piccolo-borghesi. Così è degenerata l’ideologia politica di una classe molto tempo dopo che la storia ne avesse firmato la condanna a morte.
     All’opposto, dal lontano 1894, Lenin poteva annunziare, con i primi passi del proletariato russo, il fallimento ideologico degli “Amici del Popolo”, molti decenni prima che il loro potere “popolare” vedesse la luce: «Effettivamente la campagna si scinde. O meglio si è già completamente scissa. E con lei si è scisso in Russia il vecchio socialismo contadino: da una parte, esso ha ceduto il passo al socialismo operaio; dall’altra, è degenerato in un volgare radicalismo piccolo-borghese. Questa trasformazione non può chiamarsi che una degenerazione. La dottrina di un regime proprio della vita contadina, delle vie originali del nostro sviluppo, ha dato origine a un eclettismo fumoso che non può più negare che l’economia mercantile è divenuta la base dello sviluppo economico, si è trasformata in economia capitalista; ma soltanto non vuol vedere il carattere borghese di tutti i rapporti di produzione, né la necessità della lotta di classe sotto questo regime. Da un programma politico che si proponeva di sollevare i contadini per la rivoluzione socialista contro i fondamenti della società attuale, è nato un programma che si propone di rabberciare, di “migliorare” la situazione del contadino preservando i fondamenti della società attuale» (Lenin, “Che cosa sono gli ‘Amici del Popolo’”, 1894).

F. Antagonismi dell’Oriente borghese

26) A differenza dell’India e di altri paesi coloniali, la Cina è entrata nella storia moderna come la “colonia di tutti”. Ben presto, l’esportazione di capitali prevalse su quella dei prodotti industriali dalla vecchia metropoli inglese. Per proteggere i loro investimenti, le grandi potenze si “accordarono” per la spartizione del paese in sfere d’influenza. A Pechino l’insieme del corpo diplomatico disponeva delle finanze dello Stato. Questa situazione rifletteva, come mostrò Lenin, il passaggio del capitalismo al suo stadio supremo: l’imperialismo. Il programma di Wilson per la “internazionalizzazione delle colonie”, la sua versione “ultra-imperialista” in Kautsky e il progetto di Sun Yat-sen di creare un consorzio delle grandi potenze per lo sviluppo di una Cina “indipendente”, non avevano altra base oggettiva. “Ammettiamo – scriveva Lenin ne “L’Imperialismo” – che tutte le potenze imperialiste formino un’alleanza per la “pacifica” spartizione di questi paesi asiatici. Sarà il capitale finanziario unito alla scala del mondo. Esistono degli esempi pratici di questa alleanza nella storia del XX secolo: i rapporti delle grandi potenze con la Cina. Sorge una questione: è “pensabile” che, vincendo il capitalismo (ed è la condizione supposta da Kautsky), tali alleanze non siano effimere ed escludano gli attriti, i conflitti e la lotta sotto tutte le forme possibili?».
     L’esempio della Cina ha mostrato che era impensabile. Il paese che, sui primi del secolo, offriva le maggiori promesse di sviluppo capitalista e le più sicure garanzie di profitto, è divenuto il campo chiuso delle guerre civili e delle rivalità imperialiste. Meglio ancora, di fronte allo scatenarsi di questi antagonismi, l’imperialismo mondiale ha dovuto rinunciare a tutti i suoi “piani” economici in Cina, trasportando la sfrenata concorrenza fra capitali sulle vecchie colonie e semicolonie: India, Africa, America del Sud. Là sorgono i “piani di sviluppo” e il pacifico sviluppo bolso dei Wilson e dei Kautsky russo-americani. Ma si preparano anche, su scala ancor più vasta, le prossime esplosioni rivoluzionarie.

27) Il partito di Mao ha fatto di tutto perché la sua vittoria non prendesse il carattere di una violenta rottura della catena imperialista in Asia. Aderendo ancor più completamente che Sun Yat-sen alla guerra mondiale, il PCC fece proprie le illusioni della borghesia liberale cinese su una “società delle nazioni” e una “cooperazione internazionale” di cui la Cina fosse beneficiaria. «Il Partito comunista cinese approva la Carta Atlantica e le risoluzioni delle conferenze internazionali di Mosca, del Cairo, di Teheran e di Crimea […] Il principio fondamentale del Partito Comunista Cinese in fatto di politica estera è il seguente: sulla base della lotta per sconfiggere definitivamente l’aggressore giapponese, della difesa della pace mondiale, del rispetto reciproco dell’indipendenza e dell’uguaglianza dei diritti, come anche della promozione del reciproco interesse e dell’amicizia fra gli Stati e i popoli, la Cina allaccerà relazioni diplomatiche con tutti i paesi e le rafforzerà per risolvere tutti i problemi di interesse comune, come quello del coordinamento delle operazioni militari, delle conferenze della pace, degli scambi commerciali e degli investimenti» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).
     Fin dal 1924 Sun Yat-sen aveva constatato il fallimento di questo programma! Mao non solo gli è rimasto fedele, ma lo predica a guisa di “socialismo”: «I paesi socialisti, grandi o piccoli, economicamente sviluppati o no, devono stabilire i loro rapporti sulla base dei princìpi dell’uguaglianza completa, del rispetto dell’integrità territoriale, della sovranità e della indipendenza, della non ingerenza negli affari interni, come pure dell’appoggio e dell’aiuto reciproco» (Mao Tse-tung, “Proposte riguardanti la linea generale del movimento comunista internazionale”, 17 giugno 1963).
     Contro l’utopia piccolo-borghese di un “socialismo delle patrie”, realizzante uno sviluppo “armonico” attraverso un commercio “uguale”, noi rivendichiamo la distruzione delle patrie borghesi e lo stabilimento di rapporti non mercantili, che appunto non saranno “uguali”, fra i paesi in cui domani si instaurerà la dittatura proletaria!

28) Lungi dal riflettere “divergenze ideologiche”, il conflitto cino-russo si colloca sullo stesso terreno degli interessi nazionali borghesi. È incontestabile che i compromessi dell’URSS con la borghesia autoctona o con l’imperialismo straniero ritardarono fino alla fine della Seconda Guerra mondiale la costituzione di Stati nazionali borghesi in tutto l’Oriente. Esattamente come la Rivoluzione Russa aveva ridestato i moti anticoloniali d’Asia, la controrivoluzione staliniana ne ha frenato gli sviluppi. Ma il partito di Mao che oggi si leva contro Mosca non ha mai denunciato questo tradimento: né nel 1937, quando il PCC seguì docilmente la svolta dei “fronti popolari” riannodando l’alleanza con Ciang Kai-shek, né nel 1945, quando Stalin firmò con lo stesso Ciang un trattato di pace e di amicizia che doveva durare… 30 anni.
     All’origine del conflitto cino-sovietico, non stanno dunque né la coscienza degli interessi del movimento anticoloniale, né ancor meno la critica del “socialismo” russo, ma le contraddizioni tra lo sviluppo del capitalismo cinese e gli interessi dell’imperialismo russo: «È ancor più assurdo trasporre nei rapporti fra paesi socialisti la prassi consistente nel realizzare profitti a spese altrui – prassi che caratterizza i rapporti fra paesi capitalisti – e giungere sino a ritenere che la “integrazione economica” e il “mercato comune” introdotti dai gruppi imperialisti per accaparrarsi degli sbocchi e spartirsi i profitti possano servire di esempio ai paesi socialisti nella loro mutua assistenza e nella loro collaborazione economica» (Mao Tse-tung, “Proposte riguardanti la linea generale del movimento comunista internazionale”, 17 giugno 1963).

29) Il “Programma” che Stalin fece adottare al Sesto Congresso dell’Internazionale escludeva per la Cina e gli altri paesi arretrati quello che la Russia si era da poco attribuito: il privilegio della “costruzione del socialismo” nelle sue frontiere nazionali. Nel momento in cui gli interessi del capitalismo russo si sono integrati in quelli del mercato mondiale, la Cina riprende per conto suo questo vecchio slogan staliniano. E noi ripeteremo per essa ciò che Trotski diceva del “socialismo russo”: «La divisione mondiale del lavoro, la dipendenza dell’industria sovietica rispetto alla tecnica straniera, la dipendenza delle forze produttive dei paesi avanzati rispetto alle materie prime asiatiche, ecc., rendono impossibile la costruzione di una società socialista autonoma e isolata in un qualsiasi paese del mondo» (“Che cos’è la rivoluzione permanente? Tesi”, 1930).
     La “costruzione del socialismo” in Cina non può significare che l’accumulazione del capitale e l’estensione di un’economia di mercato. Ma questa teoria non riesce a mascherare antagonismi molto più acuti. Il conflitto cino-sovietico, tutta la storia dei movimenti nazionali borghesi d’Asia e di Africa, tutte le conferenze sul commercio mondiale hanno sottolineato con inquietudine il ritardo crescente della maggioranza dei paesi arretrati, “indipendenti” o no, “socialisti” o no, rispetto al pugno di grandi potenze imperialistiche che detengono tutti i poteri politici, economici e militari nel mondo attuale.

30) Per scongiurare la sorte che l’attende, la borghesia dei paesi arretrati si sforza con tutti mezzi di far passare la sua emancipazione politica e nazionale come pegno dell’emancipazione sociale e umana delle masse sfruttate. Doppiamente vittime della loro borghesia e delle contraddizioni accumulate dall’imperialismo mondiale, i proletari delle ex colonie troveranno sempre più ragioni per rompere con l’ideologia democratica e riformista. Essi allora si ricorderanno che il marxismo e l’Internazionale di Lenin non si erano mai aspettati dalla democrazia politica e dall’indipendenza nazionale la liberazione dei popoli coloniali da ogni sfruttamento: «Il capitale finanziario nelle sue tendenze all’espansione compera e stringe a sé “liberamente” il più libero dei governi democratici e repubblicani, e i funzionari di qualsivoglia paese, anche “indipendente”. La dominazione del capitale finanziario, come del capitale in generale, non può essere soppressa da alcuna riforma nel campo della democrazia politica; e l’autodeterminazione si collega interamente ed esclusivamente a tale campo. Ma questo dominio del capitale finanziario non toglie affatto l’importanza della democrazia politica come forma più libera, vasta e chiara, della oppressione di classe e della lotta di classe” (Lenin, “Tesi sulla rivoluzione socialista e il diritto dei popoli a disporre di se stessi”, 1916).
     E’ contro questa forma più libera, vasta e chiara dell’oppressione di classe che il proletariato della Cina “popolare”, come dell’India russo-americana, dovrà riprendere la sua battaglia.

Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive della sua organizzazione Pt.2

[Questa seconda parte è comparso con un titolo differente su Programma Comunista n.2 del 1965: «Materiali per le tesi definitive sull’organizzazione interna». Ma trattandosi di una continuazione, ne conserviamo il primo titolo per facilitare il lettore. NdR ]

Marx aveva fiuto per gli arrivisti

Togliamo i brani che seguono da una pubblicazione recente su tutto il materiale relativo alla I Internazionale operaia. «Le tesi redatte da Marx, che però non era presente, sono discusse e adottate all’unanimità del congresso che si tiene a Ginevra dal 3 all’8 settembre 1866. Nella seduta dell’8 la persona di Marx è evocata da Cremer, Carter e Tolain, nella discussione dell’art. 11 del regolamento dell’Associazione Internazionale degli Operai: «Ogni membro della A.I.O. ha diritto di partecipare al voto e di essere eletto». Mentre Tolain e Perrechon si oppongono a che dei non lavoratori possano rappresentare gli operai, Cremer ricorda che “il Comitato Centrale comprende cittadini che non esercitano mestieri manuali e che non hanno dato alcun motivo di sospetto; all’opposto è probabile che senza la loro collaborazione l’A.I.O non avrebbe potuto impiantarsi in Inghilterra in una maniera così completa. Fra questi membri ne citerò uno solo, il cittadino Marx, che ha consacrato tutta la sua vita al trionfo della classe operaia». Dopo una discussione sull’argomento, l’emendamento di Tolain alle tesi di Marx è respinto da 25 voti contro 20. (Il testo non dice quanti di quelli che votavano erano operai e quanti no).

Marx scrive ad Engels il 26 settembre: «Ieri tutti gli inglesi mi hanno proposto come presidente del Consiglio generale, a guisa di dimostrazioni contro i signori francesi che vorrebbero impedire a tutti quelli che non sono lavoratori manuali di essere membri dell’A.I.O., o perlomeno di essere delegati al Congresso. Io ho dichiarato di non poter accettare in alcun caso e ho proposto a mia volta Odger, che fu quindi rieletto. [Si tratta qui della riunione del Consiglio generale seguita al congresso]. Dupont mi ha d’altra parte fornito la chiave dell’operazione di Tolain e Fribourg: essi volevano presentarsi nel 1869 come candidati come candidati operai alle elezioni del Corpo Legislativo adottando il «principio» che solo dei lavoratori potrebbero rappresentare dei lavoratori. Era dunque di un’estrema importanza per questi signori di vedere il congresso di Ginevra proclamare questo principio.

Il marxismo non segue nella lettura della storia la mania dell’“ultima moda”

Potrebbe svolgere questo spunto generale geniale di Marx chi avesse a disposizione le otto ore ed il fiato di un leone: esso dice tutto. Il nostro odio verso la forma capitalista non ci condurrà mai ad ammirare da stolti le sue modernissime manifestazioni rispetto alle antiche. Non ci deve nemmeno condurre a sognare il ritorno alle forme feudali come un romanticismo di cui altrove accusammo Stalin. Non abbiamo infatti da ammirare né il corporativismo né una società di produttori autonomi. A noi non serve né un mito né un ideale né un modello che vogliamo far copiare dal futuro. Ma, se ne avessimo bisogno, non lo cercheremmo andando avanti, ma tornando più di tutti indietro, nella generosa nobile gloriosa umanità delle primitive tribù. (Marx ad Engels, 25 marzo 1868):

Le cose vanno nella storia umana come nella paleontologia. Alcune cose che si hanno sotto il naso anche i più eminenti cervelli non le scorgono, dapprincipio, per effetto di un certo accecamento di giudizio. Più tardi, quando i tempi hanno evoluto, ci si stupisce tuttavia di trovare dappertutto delle tracce di quello che non si era visto. La prima reazione contro la Rivoluzione francese e la filosofia illuminista che ad essa era collegata fu di vedere tutto sotto l’angolo medioevalista, romantico; ed anche uomini come Grimm non ne andarono esenti. La seconda reazione – e questa corrisponde all’orientamento socialista, sebbene quegli scienziati non sospettino affatto di essere legati ad esso – consiste nel tuffarsi, al di sopra del Medio Evo, nell’epoca primitiva di ciascun popolo. E si resta tutti sorpresi di trovare nel più antico il più moderno, e di trovarci perfino degli egualitari ad un grado tale che spaventerebbe lo stesso Proudhon.

Ancora Marx contro le sètte e il federalismo, per l’unico partito di classe internazionale: Marx a Bolte, 23 novembre 1871

L’Internazionale è stata fondata per sostituire alle sètte socialiste o semisocialiste la vera organizzazione di lotta della classe operaia. Gli statuti originali e l’”Indirizzo inaugurale” lo mostrano a prima vista. D’altra parte l’Internazionale non avrebbe potuto affermarsi se il corso della storia non avesse già polverizzato il mondo delle sètte. L’evoluzione del settarismo socialista e quella del vero movimento operaio vanno costantemente in senso inverso. Finché le sètte si giustificano (storicamente) la classe operaia non è ancora matura per un movimento storico indipendente. Appena questa è giunta a tale maturità, tutte le sètte sono essenzialmente reazionarie. Tuttavia si è prodotto nella storia dell’Internazionale ciò che la storia mostra dappertutto. Ciò che è superato cerca sempre di ricostituirsi e mantenersi in seno alla forma finalmente acquisita. E la storia dell’Internazionale è stata una lotta continua del Consiglio Generale contro le sètte e i tentativi di dilettanti che cercavano di affermarsi in seno alla stessa Internazionale contro il movimento reale della classe operaia (…)

Il movimento politico ha naturalmente per scopo finale la conquista del potere politico per sé, e a tal fine è naturalmente necessaria un’organizzazione preventiva dalla classe operaia, ad un certo punto del suo sviluppo, derivante essa stessa dalle sue lotte economiche. Ma d’altra parte, ogni movimento nel quale la classe operaia si oppone alle classi dominanti in quanto classe e cerca di costringerla mediante una pressione dall’esterno è un movimento politico. Per esempio, il tentativo per conquistare, in questa o quella fase o in questo o quel laboratorio, mediante scioperi ecc., una riduzione del tempo di lavoro da parte di singoli capitalisti, è un movimento puramente economico; invece il movimento tendente a conquistare una legge delle otto ore, ecc. è un movimento politico. È così che dovunque i movimenti economici isolati degli operai danno origine a un movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi sotto una forma generale, una forma che possiede una forza generale, una forza socialmente vincolante. Se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, sono allo stesso grado a loro volta dei mezzi per sviluppare tale organizzazione.

Là dove la classe operaia non è ancora andata abbastanza avanti, e la sua organizzazione è insufficiente per intraprendere una campagna decisiva contro la forza collettiva, cioè la forza politica, delle classi dominanti, essa deve almeno essere educata mediante una costante agitazione contro le politica delle classi dominanti (e l’atteggiamento ostile alla politica). Altrimenti essa resta una palla di gioco nelle mani delle classi dominanti, come ha mostrato la rivoluzione di settembre in Francia e come mostra in una certa misura il gioco che riesce ancora in Inghilterra fino da oggi ai signori Gladstone e Co.».

La buffonata democratica delle espulsioni: Marx a Bolte, 12 febbraio 1873

Secondo me il Consiglio Generale di New York ha commesso un grande errore nel sospendere la Federazione del Giura. Costoro si sono già ritirati dall’Internazionale dichiarando non esistenti per essi il suo Congresso e i suoi Statuti (…)

Ogni individuo e ogni gruppo ha il diritto di ritirarsi dall’Internazionale, e quando ciò avviene il Consiglio Generale deve semplicemente constatare ufficialmente questa defezione, e non sospendere. E fin quando dei gruppi (sezioni o federazioni) si limitano a contestare i poteri del Consiglio Generale o anche a violare in tale o tale punto gli Statuti o articoli del regolamento, che la sospensione è prevista. Per contro gli Statuti non hanno alcun articolo relativo a gruppi che buttano a mare la organizzazione nel suo insieme, e ciò per la semplice ragione che si capisce da sé che gruppi come questi non appartengono più all’Internazionale (…)

Il grande risultato del Congresso dell’Aia è stato di spingere gli elementi guasti ad escludersi da sé, cioè a ritirarsi. Il procedimento del Consiglio Generale minaccia di annullare questo risultato. Nell’opposizione aperta all’Internazionale, costoro non nuocciono, anzi sono utili, ma elementi ostili nel suo seno, rovinano il movimento in tutti i paesi in cui han messo piede.

Marx sapeva che il partito rinasce da ogni sconfitta

Dopo la caduta della Comune di Parigi, ogni organizzazione della classe operaia in Francia era naturalmente rovinata, ma essa comincia ora a svilupparsi di nuovo (…) Così, invece di morire, l’Internazionale è uscita dalla sua prima fase di incubazione per entrare in una fase superiore in cui i suoi sforzi e le sue tendenze originarie sono già in parte divenuti realtà. Nel corso di questo sviluppo crescente essa dovrà ancora passare attraverso numerosi cambiamenti prima che possa essere scritto l’ultimo capitolo della sua storia (Marx, La storia dell’Associazione Internazionale dei lavoratori del sig. George Howell, 1878).

Vaticinio di Engels che Mosca ha tradito: Engels a Sorge, 12 settembre 1874

Con la tua partenza la vecchia Internazionale è completamente finita. Ed è buona cosa. Essa apparteneva al periodo del Secondo Impero in cui la pressione che si esercitava in tutta Europa prescriveva al movimento operaio, da poco risvegliatosi, di unirsi ed astenersi da ogni polemica interna (…) Il primo grande successo doveva interrompere questo ingenuo viaggio in comune di tutte le frazioni. Tale successo fu la Comune, che intellettualmente era senza dubbio la figlia dell’Internazionale, sebbene questa non avesse mosso un dito per produrla, e per la quale l’Internazionale è stata resa responsabile in questa misura, e a buon diritto. Quando, grazie alla Comune, l’Internazionale divenne una potenza morale in Europa, la discordia cominciò immediatamente. Ogni tendenza voleva sfruttare per sé il successo (…) L’Internazionale ha dominato dieci anni di storia europea verso un lato, quello dell’avvenire; può guardare con fierezza al lavoro compiuto. Ma nella sua forma antica essa ha fatto il suo tempo. Per produrre una nuova Internazionale simile all’antica, una alleanza di tutti i partiti proletari di tutti i Paesi, occorrerebbe uno schiacciamento generale del movimento operaio come quello prodottosi dal 1849 al 1864. E per questo il mondo proletario è diventato troppo grande.

Credo che la prossima Internazionale sarà direttamente comunista e inalbererà di colpo i nostri principî quando gli scritti di Marx avranno prodotto il loro effetto durante un certo numero di anni.

Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole

  1. La cosiddetta questione della organizzazione interna del partito è stata sempre oggetto delle posizioni dei marxisti tradizionali e dell’attuale sinistra comunista nata come opposizione agli errori della Internazionale di Mosca. Naturalmente questo non è un settore isolato in un compartimento stagno, ma è inseparabile da un quadro generale delle nostre posizioni.
  2. Quanto fa parte della dottrina, della teoria generale del partito, si rinviene nei testi classici ed è riassunto in modo approfondito in manifestazioni più recenti, in testi italiani come le Tesi di Roma e di Lione e in moltissimi altri con i quali la Sinistra manifestò il suo presagio della rovina della Terza Internazionale per fenomeni non meno gravi di quelli offerti dalla Seconda. Tutto questo materiale in parte viene utilizzato anche adesso nello studio sull’organizzazione (intesa in senso ristretto come organizzazione del partito e non nel senso lato di organizzazione del proletariato nelle sue varie forme storiche e sociali) e non si vuole qui riassumerlo, rinviando ai detti testi e al vasto lavoro in corso della Storia della Sinistra, di cui è in preparazione il secondo volume.
  3. Viene lasciato alla teoria pura, comune a noi tutti e ormai fuori discussione, tutto quanto riguarda l’ideologia del partito e la natura del partito, e i rapporti tra il partito e la sua propria classe proletaria, che si riassumono nella ovvia conclusione che solo col partito e con l’azione del partito il proletariato diventa classe per sé stesso e per la rivoluzione.
  4. Usiamo indicare come questioni di tattica (ripetuta la riserva che non esistono capitoli e sezioni autonome) quelle che sorgono e si svolgono storicamente nei rapporti tra il proletariato e le altre classi, il partito proletario e le altre organizzazioni proletarie, e tra esso e gli altri partiti borghesi e non proletari.
  5. La relazione che corre tra le soluzioni tattiche, tali da non essere condannate dai princìpi dottrinali e teorici, e il multiforme sviluppo delle situazioni oggettive e, in un certo senso, esterne al partito, è certamente assai mutevole, ma la Sinistra ha sostenuto che il partito deve dominarla e prevederla in anticipo, come svolto nelle Tesi di Roma sulla tattica, intese come progetto di tesi per la tattica internazionale.
         Vi sono, per essere sintetici fino all’estremo, periodi di situazioni oggettive favorevoli insieme a condizioni sfavorevoli del partito come soggetto; vi può essere il caso opposto; vi sono stati rari ma suggestivi esempi di un partito ben preparato e di una situazione sociale che vede le masse slanciate verso la rivoluzione e verso il partito che l’ha preveduta e descritta in anticipo, come Lenin rivendicò ai bolscevichi di Russia.
  6. Abbandonando pedanti distinguo, ci possiamo domandare in quale situazione oggettiva versi la società di oggi. Certamente la risposta è che è la peggiore possibile e che gran parte del proletariato più che essere schiacciato dalla borghesia è controllato da partiti che lavorano al servizio di questa e impediscono al proletariato stesso ogni movimento classista rivoluzionario, in modo che non si può antivedere quanto tempo possa trascorrere finché in questa situazione morta e amorfa non avvenga di nuovo quella che altre volte definimmo polarizzazione o ionizzazione delle molecole sociali, che preceda l’esplosione del grande antagonismo di classe.
  7. Quali, in questo periodo sfavorevole, le conseguenze sulla dinamica organica interna del partito? Abbiamo sempre detto, in tutti i testi più sopra citati, che il partito non può non risentire dei caratteri della situazione reale che lo circonda. Quindi i grandi partiti proletari che esistono sono necessariamente e dichiaratamente opportunisti.
         È fondamentale tesi della Sinistra che il nostro partito non deve per questo rinunziare a resistere ma deve sopravvivere e trasmettere la fiamma lungo lo storico “filo del tempo”. È chiaro che sarà un partito piccolo, non per nostro desiderio od elezione, ma per ineluttabile necessità.
         Pensando alla struttura di questo partito anche nelle epoche di decadenza della Terza Internazionale, e in polemiche innumerevoli, abbiamo respinto, con argomenti che non occorre ripetere, varie accuse. Non vogliamo un partito di setta segreta o di élite, che rifiuti ogni contatto con l’esterno per mania di purezza. Respingiamo ogni formula di partito operaio e laburista che voglia escludere tutti i non proletari, formula che appartiene a tutti gli opportunisti storici. Non vogliamo ridurre il partito ad una organizzazione di tipo culturale, intellettuale e scolastico, come da polemiche che risalgono ad oltre mezzo secolo; nemmeno crediamo, come certi anarchici o blanquisti, che si possa pensare ad un partito di azione armata cospirativa e che tessa congiure.
  8. Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin la compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria e azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono.
  9. Tutto ciò andrebbe svolto molto più lungamente, ma si può pervenire a una conclusione circa la struttura organizzativa del partito in un trapasso tanto difficile. Sarebbe errore fatale riguardarlo come divisibile in due gruppi: uno dedito allo studio e l’altro all’azione, perché questa distinzione è mortale non solo per il corpo del partito, ma anche in riguardo a un singolo militante. Il senso dell’unitarismo e del centralismo organico è che il partito sviluppa in sé gli organi atti a varie funzioni, che noi chiamiamo propaganda, proselitismo, organizzazione proletaria, lavoro sindacale, ecc. fino, domani, all’organizzazione armata, ma che nulla si deve concludere dal numero dei compagni che si pensa addetti a tali funzioni, perché in principio nessun compagno deve essere estraneo a nessuna di esse.
         È un incidente storico che in questa fase possano sembrare troppi i compagni dediti alla teoria e alla storia del movimento, e pochi quelli già pronti all’azione. Soprattutto insensata sarebbe la ricerca del numero dei dediti all’una e all’altra manifestazione di energia. Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi innumeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche.
  10. Sappiamo benissimo che il pericolo opportunista, da quando Marx lottò con Bakunin, Proudhon, Lassalle e in tutte le ulteriori fasi del morbo opportunista, è stato tutto legato alla influenza sul proletariato di falsi alleati piccolo-borghesi.
         Tutta la nostra infinita diffidenza verso l’apporto di questi strati sociali non deve né può impedirci di utilizzarne sulla base di potenti insegnamenti della storia gli elementi di eccezione, che il partito destinerà al suo lavoro di riordinamento della teoria, al di fuori del quale non vi è che la morte e che in avvenire col suo piano di diffusione dovrà identificarsi con l’immensa estensione delle masse rivoluzionarie.
  11. Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale.
  12. Partito storico e partito formale. Questa distinzione sta in Max ed Engels, ed essi ebbero il diritto di dedurne che, stando con la loro opera sulla linea del partito storico, disprezzavano di appartenere ad ogni partito formale. Da ciò nessun militante odierno può inferire il diritto a una scelta: di avere le carte in regola col “partito storico”, e infischiarsi del partito formale. Ciò non perché Marx ed Engels fossero superuomini di un tipo o razza diversa da tutti, ma proprio per la sana intelligenza di quella loro proposizione che ha senso dialettico e storico.
         Marx dice: partito nella sua accezione storica, nel senso storico, e partito formale effimero. Nel primo concetto è la continuità, e da esso abbiamo derivata la nostra tesi caratteristica della invarianza della dottrina da quando Marx la formulò, non come una invenzione di genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana. Ma i due concetti non sono in opposizione metafisica, e sarebbe sciocco esprimerli con la dottrinetta: volgo le spalle al partito formale e vado verso quello storico.
         Quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria della classe lavoratrice non può ottenersi che con il partito di classe e la dittatura di esso, e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe forse per la scienza borghese ma non per Marx e per noi; la conclusione da dedurne è che per la vittoria sarà necessario avere un partito che meriti al tempo stesso la qualifica di partito storico e di partito formale, ossia che si sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente – e che ha dominato un lungo e difficile passato – tra partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta.
         Questa sintetica messa a punto della questione dottrinale va riferita anche rapidamente ai trapassi storici che sono dietro di noi.
  13. Il primo passaggio, da un insieme di piccoli gruppi e leghe, in cui si manifesta la lotta operaia, al partito internazionale previsto dalla dottrina, si ha con la fondazione della Prima Internazionale nel 1864. Non è questo il momento di ricostruire il processo della crisi di questa, che sotto la direzione di Marx fu difesa fino all’estremo dalle infiltrazioni di programmi piccolo-borghesi come quelli dei libertari.
         Nel 1889 si ricostituisce la Seconda Internazionale, dopo la morte di Marx, ma sotto il controllo di Engels, le cui indicazioni non sono però applicate. Per un momento si tende ad avere di nuovo nel partito formale la continuazione del partito storico, ma ciò è spezzato negli anni successivi dal tipo federalista e non centralista, dalle influenze della prassi parlamentare e del culto della democrazia e dalla visione nazionalista delle singole sezioni, non concepite come eserciti di guerra contro il proprio Stato, come avrebbe voluto il Manifesto del 1848; sorge l’aperto revisionismo che svaluta il fine storico ed esalta il movimento contingente e formale.
         Il sorgere della Terza Internazionale, dopo il fallimento disastroso del 1914 nel puro democratismo e nazionalismo di quasi tutte le sezioni, fu da noi visto nei primi anni dopo il 1919 come il ricongiungimento pieno del partito storico nel partito formale. La nuova Internazionale sorse dichiaratamente centralista e antidemocratica, ma la prassi storica del passaggio in essa delle sezioni federate nella Internazionale fallita fu particolarmente difficile, e affrettata dalla preoccupazione che fosse immediato il trapasso tra la conquista del potere in Russia e quella negli altri paesi europei.
         Se la sezione sorta in Italia dalle rovine del vecchio partito di Seconda Internazionale fu particolarmente portata, non per virtù di persone certamente ma per derivazioni storiche, ad avvertire la esigenza della saldatura tra il movimento storico e la sua forma attuale, fu per aver sostenuto particolari lotte contro le forme degenerate e aver quindi rifiutato le infiltrazioni non solo delle forze dominate da posizioni di tipo nazionale, parlamentare e democratico, ma anche in quelle (italice, massimalismo) che si lasciarono influenzare dal rivoluzionarismo piccolo-borghese anarco-sindacalista. Questa corrente di sinistra lottò particolarmente perché fossero rigide le condizioni di ammissione (costruzione della nuova struttura formale), le applicò in pieno in Italia, e quando esse dettero risultati non perfetti in Francia, Germania, ecc., fu la prima ad avvertire un pericolo per tutta l’Internazionale.
         La situazione storica, per cui in un solo paese si era costituito lo Stato proletario mentre negli altri non si era giunti a conquistare il potere, rendeva difficile la chiara soluzione organica di mantenere il timone della organizzazione mondiale alla sezione russa.
         La Sinistra fu la prima ad avvertire che, qualora il comportamento dello Stato russo, nella economia interna come nei rapporti internazionali, cominciasse ad accusare deviazioni, si sarebbe stabilito un divario tra la politica del partito storico, ossia di tutti i comunisti rivoluzionari del mondo, e la politica di un partito formale che difendesse gli interessi dello Stato russo contingente.
  14. Questo abisso si è da allora scavato tanto profondamente che le sezioni “apparenti”, che sono alla dipendenza del partito-guida russo, fanno nel senso effimero una volgare politica di collaborazione colla borghesia, non migliore di quella tradizionale dei partiti corrotti della Seconda Internazionale.
         Ciò dà la possibilità, non diremo il diritto, ai gruppi che derivano dalla lotta della Sinistra italiana contro la degenerazione di Mosca, di intendere meglio di ogni altro per quale strada il partito vero, attivo, e quindi formale, possa rimanere in tutta aderenza ai caratteri del partito storico rivoluzionario, che in linea potenziale esiste per lo meno dal 1847, mentre in linea di prassi si è affermato a grandi squarci storici attraverso la serie tragica delle sconfitte della rivoluzione.
         La trasmissione da questa tradizione non deformata agli sforzi per rendere reale una nuova organizzazione di partito internazionale senza pause storiche, organizzativamente non si può basare su scelta di uomini molto qualificati o molto informati della dottrina storica, ma organicamente non può che utilizzare nel modo più fedele la linea tra l’azione del gruppo con cui essa si manifestava 40 anni addietro e la linea attuale. Il nuovo movimento non può attendere superuomini né avere Messia, ma si deve basare sul ravvivarsi di quanto può essere stato conservato attraverso lungo tempo, e la conservazione non può limitarsi all’insegnamento di tesi e alla ricerca di documenti, ma si serve anche di utensili vivi che formino una vecchia guardia e che confidino di dare una consegna incorrotta e possente a una giovane guardia. Questa si slancia verso nuove rivoluzioni che forse non debbono attendere più di un decennio da ora per l’azione sul primo piano della scena storica; nulla interessando al partito e alla rivoluzione i nomi degli uni come degli altri.
         La corretta trasmissione di quella tradizione al di sopra delle generazioni, ed anche per questo al di sopra di nomi di uomini vivi o morti, non può essere ridotta a quella di testi critici, e al solo metodo di impiegare la dottrina del partito comunista in maniera aderente e fedele ai classici, ma deve riferirsi alla battaglia di classe che la Sinistra marxista (non intendiamo limitare il richiamo alla sola regione italiana) impiantò e condusse nella lotta reale più accesa negli anni dopo il 1919 e che fu spezzata, più che dal rapporto di forze con la classe nemica, dal vincolo di dipendenza da un centro che degenerava da quello del partito mondiale storico a quello di un partito effimero distrutto dalla patologia opportunistica, fino a che storicamente non venne rotta di fatto.
         La Sinistra tentò storicamente, senza rompere col principio della disciplina mondiale centralizzata, di dare la battaglia rivoluzionaria anche difensiva tenendo il proletariato di avanguardia indenne dalla collusione coi ceti intermedi, i loro partiti e le loro ideologie votate alla disfatta. Mancata anche questa alea storica di salvare se non la rivoluzione almeno il nerbo del suo partito storico, oggi si è ricominciato in una situazione oggettiva torpida e sorda, in mezzo ad un proletariato infetto di democratismo piccolo-borghese fino alle midolla; ma il nascente organismo, utilizzando tutta la tradizione dottrinale e di prassi ribadita dalla verifica storica di tempestive previsioni, la applica anche alla sua quotidiana azione perseguendo la ripresa di un contatto sempre più ampio con le masse sfruttate, ed elimina dalla propria struttura uno degli errori di partenza della Internazionale di Mosca, liquidando la tesi del centralismo democratico e l’applicazione di ogni macchina di voto, come ha eliminato dalla ideologia anche dell’ultimo aderente ogni concessione ad indirizzi democratoidi, pacifisti, autonomisti e libertari.
         È in questo senso che tentiamo di fare altri passi, utilizzando le amare lezioni del lunghissimo passato, per scongiurare nuove crisi della linea del partito storico, cancellando le miserie e le meschinità che ci ha presentato l’avvicendarsi di tanti e disgraziati partiti formali, seguendo anche in questo antichi moniti dei grandi maestri, primi sulla asprezza della lotta contro le influenze dell’ambiente borghese di commercio, di adulazione personale e di volgare caccia al predominio e alla popolarità di gnomi, che troppe volte ricordano quelli che Marx ed Engels spostavano con sdegno sereno dallo imbrattare la propria strada.