Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1967/11

Non vi sarà pace né nel Medio Oriente, né altrove, finché regna sovrano dovunque il capitale

Ancora una volta, sangue è corso nel Medio Oriente. Ancora una volta, agli operai, ai contadini e ai poveri per decreto imperscrutabile di Jahvè e Allah, che le borghesie locali avide di terre altrui e abbacinate da sogni di potenza, e i grandi interessi imperialistici alle loro spalle, mandavano a scannarsi o a morir di fame e sete nel deserto, non è venuta dai partiti che vantano di rappresentare gli interessi storici e le aspirazioni di classe del proletariato la parola della fraternizzazione al disopra delle trincee e della lotta comune contro il nemico comune: il mostro nazionale e internazionale del capitalismo. Ancora una volta i proletari d’Europa, d’Asia, d’Africa e di America sono stati chiamati da «socialisti» e «comunisti» venduti alla democrazia e al riformismo non già a battersi perché i loro fratelli in casacca militare nella «Mezzaluna Fertile» si scrollassero insieme di dosso il giogo dell’imperialismo, ma a «fare il tifo» per questo o quello STATO, per questi o quei dominanti menzogneramente presentati come incarnazioni del «progresso» o nel bugiardo «socialismo egiziano» di Nasser (e degli… sceicchi e feudatari d’Arabia»!) o nel «socialismo… mercantile» dei kibbutz. Oggi che, dopo alcuni giorni di tragedia, le armi sembrano decise a tacere di nuovo, la «soluzione di pace» che le indegne consorterie «socialiste» e «comuniste» invocano è quella stessa di Johnson e Kossighin, di Wilson e Paolo VI, di Fanfani e De Gaulle: la trattativa al tavolo verde della diplomazia interstatale!

Eppure, non v’è forse regione in tutto il mondo in cui cinquant’anni di storia mostrino in una luce così rossa di sangue e di fuoco che non può esserci pace finché domini sovrano sulla terra l’infame regno della merce e del profitto. Quando l’Inghilterra era la regina dei mari e dei traffici mondiali, e la sua via delle Indie e dell’astro nascente del petrolio cominciò ad essere minacciata dal concorrente tedesco, Londra si procacciò alleati nel Medio Oriente promettendo agli arabi ciò che nello stesso tempo prometteva agli ebrei, e viceversa; facendo balenare ai signorotti della Mecca ciò che aveva già ceduto sottobanco a quelli di Riad o di Damasco o di Baghdad. Poi s’installò come potenza mandataria in Palestina e, mentre ripeteva lo stesso gioco del «divide et impera» per far lo sgambetto all’ex alleata Francia, aizzò arabi contro ebrei, ebrei contro arabi, per assicurarsi il dominio sui giacimenti petroliferi e sulle arterie mercantili della tormentata regione; vendette armi agli uni e agli altri: comprò sceicchi e monarchi: divise o unì terre; quando non le mancò la forza di comandare da sola, convitò a nozze il capitale americano, pronto a sostituirla nello sfruttamento delle ricchezze naturali e di una manodopera abituata da secoli a vivere d’aria e a crepare di fame. Venne la seconda guerra mondiale, e il lurido gioco d’interessi imperialistici infittì: venne la «grande pace» delle democrazie trionfanti, e Londra e Parigi in declino arretrarono di fronte alle più potenti Washington e Mosca nel contendersi le spoglie dei contadini, degli operai, degli straccioni a vita del Medio Oriente; nell’attirarli a sé con promesse bugiarde di assistenza e di fraterno appoggio. Arabi e israeliani si sono in questi giorni sparati addosso con armi fornite indifferentemente all’una o all’altra parte, mai… gratis, da coloro che si proclamavano amici dell’una piuttosto che dell’altra…

Che cosa può venire non alle classi dominanti che, sul cinico gioco dei grandi imperialismi, hanno sempre fatto i loro affari in nome di Allah o di Jahvè, ma ai proletari, semiproletari e sottoproletari del Medio Oriente, tra i più sfruttati e beffati e malmenati del mondo, da una «soluzione diplomatica» emanante dal supremo consesso dei ladroni internazionali di cui l’ONU, questo teatro dei pupi, è il docile strumento? Quale «indipendenza» e quale «pace» possono sperare dei paesi attraverso i quali corrono gli oleodotti che pompano il sangue nelle arterie della pirateria capitalistica mondiale, e i cui «reggenti», – borghesi arrivati, nuovi ricchi, o signorotti semifeudali, – hanno tutto l’interesse a vendersi a chi detiene le chiavi dei forzieri in tutto il globo, rubando al vicino – magari fratello di razza – quello che i loro finanziatori e padroni agitano di fronte ai loro occhi di insaziabili sciacalli?

Non erano in gioco in questi giorni, nel Medio Oriente, un «socialismo» che esiste soltanto nella menzognera bocca di Nasser e di Kossighin, o un altro «socialismo» finanziato in Israele dai grandi banchieri al di qua o al di là dell’Atlantico: erano in gioco interessi e posizioni di forza, economici e strategici, nazionali e internazionali, dell’imperialismo. Proletari arabi e israeliani hanno contro di sé lo stesso nemico: o lotteranno INSIEME per scardinarlo, e i proletari delle grandi metropoli imperialistiche che sulla loro pelle hanno eretto le proprie fortune saranno I PRIMI a dare loro l’esempio di una battaglia che non ha frontiere di razza, di Stato e di religione, o sarà guerra ancora, lì e dovunque, oggi e domani.

Agli antipodi del "socialismo in un solo paese" il programma della rivoluzione d’ottobre

«La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune», ha scritto Marx. «Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple. Sa che, per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese» (Indirizzo sulla Guerra Civile in Francia nel 1871).

A cinquant’anni dalla rivoluzione d’Ottobre, e di fronte al bilancio storico delle lunghe lotte di classe che essa scatenò in tutto il mondo, questa osservazione di Marx resta valida esattamente come all’indomani della Comune; e si può dire, come della Comune disse Marx, che «la grande misura sociale» della rivoluzione d’Ottobre «fu la sua stessa esistenza operante».

Questo giudizio sicuro e modesto delle prospettive di Ottobre, i bolscevichi lo hanno sempre opposto all’incorreggibile cicaleccio dei loro avversari. Con Lenin, essi hanno combattuto coloro che, col pretesto dell’impossibilità di introdurre immediatamente il comunismo in Russia, negavano al proletariato ogni iniziativa indipendente, capace di aprirgli la via del potere. Con Trotsky, hanno combattuto la teoria del «socialismo in un solo paese» che faceva sperare dei «miracoli» dall’opera sociale della rivoluzione russa. Questa doppia battaglia, prima contro i menscevichi, poi contro Stalin, rimarrà per sempre legata alla concezione unitaria che i marxisti hanno della rivoluzione comunista; e su questa linea storica, i nomi di Lenin e Trotsky, che la controrivoluzione ha voluto separare, rimarranno per sempre uniti.

* * *

Qual’era, dunque, il programma della rivoluzione di Ottobre? Miracoli? Utopie «belle e pronte»? O programma di lotte segnanti il preludio del processo storico mondiale che, per dirla con Marx, solo permetterà «di liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese»? Malgrado i testi e le lotte senza equivoci delle generazioni passate, i più grandi insegnamenti della storia sono i più duri da difendere non contro «il logorio del tempo», ma contro l’ideologia delle società divise in classi. E ciò è ancora più vero del programma della rivoluzione di Ottobre, che della Comune di Parigi.

In un articolo del 21 aprile-4 maggio 1917, intitolato «Una questione capitale (Come ragionano i socialisti passati alla borghesia)», Lenin spiega in polemica con Plekhanov il significato dei provvedimenti sociali ed economici che i bolscevichi potranno prendere, e prenderanno in realtà, dopo la conquista del potere. È noto che i menscevichi facevano del carattere di questi provvedimenti la chiave della situazione politica russa. Se le condizioni obiettive non permettevano di «introdurre il socialismo» in Russia, era follia (pensavano) orientarsi verso la conquista del potere ad opera del proletariato rivoluzionario. Così, nella sua «Lettera del 1° maggio 1917», Plekhanov se la prende con «quelli che chiamano le masse lavoratrici di Russia ad impadronirsi del potere politico, cosa che avrebbe senso solo se le condizioni oggettive necessarie alla rivoluzione sociale si trovassero riunite». Lenin risponde che non si tratta affatto di «costruire» o di «introdurre» il socialismo in Russia; e in una potente sintesi del programma della rivoluzione di Ottobre demolisce, di là da Plekhanov, la concezione che poi diverrà quella di Stalin.

«Quali sono le classi che formano la massa lavoratrice di Russia?», egli chiede. «Tutti sanno che questa massa è formata di operai e contadini. Quali sono in maggioranza? I contadini. Che cosa sono, questi contadini, per la loro situazione di classe? Dei piccoli o piccolissimi proprietari. Sorge la questione: se tutti i piccoli proprietari formano la maggioranza della popolazione, e se le condizioni oggettive del socialismo non sono riunite, come può la maggioranza della popolazione pronunciarsi per il socialismo? Chi può parlare e chi parla d’introdurre il socialismo contro la volontà della maggioranza?!».

Permettiamoci qui una breve chiosa. Oggi, lo stalinismo promette d’introdurre dolce dolce il socialismo nei diversi paesi con la magia elettorale di una maggioranza «popolare» comprendente non solo dei contadini piccoli proprietari, ma perfino dei bravi borghesi non-monopolisti. Non certo a questa maggioranza parlamentare allude Lenin, né la cerca. La «volontà della maggioranza» che in Russia si oppone al socialismo è per lui una forza sociale che nessuna campagna elettorale e nessuna misura «collettivista» potrebbe trasfigurare: è la forza sociale del Capitale che trasuda da tutti i pori della società russa. Lenin non lo dimentica: non si tratta, con questa massa di piccoli proprietari, di «costruire il socialismo»!

Significa ciò che il proletariato debba rinunziare alla lotta? E Lenin spiega quello che né Plekhanov, né Stalin, hanno mai capito. Egli ricolloca il problema del socialismo non sul terreno delle «condizioni oggettive» e delle «riforme sociali» immediatamente applicabili in un dato paese, ma su un terreno di classe, e di lotta di classe dal quale tutte le illusioni di un «socialismo nazionale» sono spazzate via:

«La maggioranza dei contadini russi può esigere e istituire la nazionalizzazione del suolo? Sì, senza dubbio. Sarebbe, questa, una rivoluzione socialista? No, sarebbe ancora una rivoluzione borghese perché la nazionalizzazione del suolo è un provvedimento compatibile col capitalismo. Ma sarebbe, nello stesso tempo, un colpo vibrato alla proprietà privata di un mezzo di produzione importantissimo. Un colpo che rafforzerebbe i proletari e i semiproletari, infinitamente più che non abbiano fatto le rivoluzioni del XVII, XVIII e XIX secolo».

Occorre sottolineare che la nazionalizzazione del suolo, che non è ancora socialismo, gli è tuttavia molto più vicina che la forma privata kolchosiana in cui Stalin credette di aver trovato la ricetta del «socialismo russo»? Occorre dire che i bolscevichi non si facevano la minima illusione sul rinforzo che un provvedimento di nazionalizzazione del suolo avrebbe apportato ai proletari di Russia? Ma continuiamo:

«La maggioranza dei contadini russi può dichiararsi per la fusione di tutte le banche in una sola? Può chiedere che in ogni villaggio ci sia la succursale di una banca di Stato unica?

«Sì, perché i vantaggi che ne risulterebbero per il popolo sono innegabili. Gli stessi fautori della guerra fino in fondo possono preconizzare questa misura che eleverebbe in grado molto sensibile la capacità di «difesa della Russia». Questa fusione di tutte le banche in una sola è economicamente realizzabile di colpo? Senza dubbio. Sarebbe una misura socialista? No, non sarebbe ancora socialismo».

Lenin si accanisce a dimostrare che i provvedimenti economici resi possibili in Russia, che i bolscevichi prenderanno e al di là dei quali Stalin non andrà mai, non hanno nulla a che vedere con il socialismo; che potrebbero esser opera perfino di un governo borghese di difesa nazionale. Ciò vale anche per la nazionalizzazione dei grandi trust e cartelli:

«La maggioranza dei contadini russi può dichiararsi per il passaggio del sindacato degli zuccherieri allo Stato sotto il controllo degli operai e dei contadini, e per una diminuzione del prezzo dello zucchero? Certo che lo può, perché vi troverebbe il suo vantaggio.

«È questa una cosa economicamente realizzabile? Sì, perfettamente realizzabile, perché il sindacato degli zuccherieri non solo è divenuto di fatto, dal punto di vista economico, un organismo unico di produzione alla scala dell’intero paese, ma era già sotto il controllo dello «Stato» (cioè dei funzionari al servizio dei capitalisti) all’epoca dello zarismo.

«Il passaggio del sindacato nelle mani di uno Stato democratico borghese contadino sarebbe una misura socialista? No, non sarebbe ancora socialismo. Il signor Plekhanov se ne convincerebbe facilmente se ricordasse le verità arcinote del marxismo.

Il signor Plekhanov; ma anche il signor Stalin e tutti i loro sottoprodotti nazionali, che chiamano «socialismo» un codice di ricette economiche al quale lo sviluppo del Capitale aveva già dato il più prosaico nome di riformismo, e che oggi si identifica pienamente con il programma della concentrazione e dei monopoli imperialistici.

Se i bolscevichi non si attendevano dalla presa del potere una «costruzione del socialismo» in Russia, che cosa potevano dunque sperare dall’esercizio del potere di Stato in «condizioni oggettive» tanto sfavorevoli? Quali prospettive schiudevano loro le «misure sociali», ma non socialiste, che la dittatura proletaria avrebbe potuto immediatamente decidere? Anche su questo punto, Lenin non lascia sussistere dubbi:

«Queste misure non mancherebbero di rafforzare l’importanza, il peso, l’influenza che esercitano più specialmente gli operai delle città, avanguardia dei proletari e semiproletari delle città e delle campagne, sull’insieme della popolazione».

«Dopo questi provvedimenti, la marcia verso il socialismo diverrebbe, in Russia, perfettamente possibile; e, se i nostri operai fossero sostenuti dagli operai più evoluti e meglio preparati dell’Europa occidentale, dopo che questi avessero rotto con i Plekhanov di casa loro, il passaggio effettivo della Russia al socialismo sarebbe inevitabile, e il suo successo sicuro. Così deve ragionare ogni marxista, ogni socialista, che non si sia schierato dalla parte della «sua» borghesia nazionale».

Il programma di Ottobre è agli antipodi del cicaleccio riformista che si traveste da «socialismo» e rinvia alle calende greche l’azione diretta del proletariato per instaurare la sua egemonia. Mentre non si sono mai fatti illusioni sul carattere dei provvedimenti economici che potevano prendere in Russia, i bolscevichi li presero nella coscienza e con la volontà di rafforzare le posizioni di classe del proletariato sia nella rivoluzione russa, sia nella rivoluzione mondiale, che la guerra imperialista aveva messo all’ordine del giorno di tutte le lotte sociali. Lenin non dice che questi provvedimenti permetteranno di «costruire il socialismo» in Russia. Non dice nemmeno che, dopo di averli presi, la questione possa porsi: solo la marcia verso il socialismo diverrà possibile. Ma il «passaggio effettivo» al socialismo, il suo sicuro successo, Lenin lo ricollega alla vittoria e all’appoggio del proletariato comunista dell’Europa occidentale.

Questo il solo programma della rivoluzione d’Ottobre: programma modesto e grandioso dei proletari del mondo intero!

Dollaro a macchia d’olio

Le cifre che il Corriere della Sera del 5-5 ricava da pubblicazioni tedesche saranno più o meno attendibili, ma il fenomeno che esse denunciano – cioè gli stretti legami che si sono creati nell’ultimo ventennio fra capitale «nazionale» e internazionale in Germania – è innegabile. «L’inforestieramento delle industrie tedesche ha fatto passi da gigante. La General Motors e la Ford controllano quasi il quaranta per cento del mercato automobilistico tedesco; l’IBM il novanta per cento della vendita dei computers; la Standard Oil, la Shell, la Texaco, la Mobil Oil e altre industrie straniere l’ottantacinque per cento dell’industria degli idrocarburi; la Unilever (olandese), la Nestlé (svizzera), la Corn Products (americana) e altre il 43 per cento dell’industria alimentare. Partecipazioni straniere importanti sono ancora riscontrabili nell’industria meccanica, in quella armatoriale, nei tabacchi (trenta per cento), e nell’elettrotecnica (23 per cento)». 

Ed è ovvio che la parte del leone se la faccia il capitale americano.  « Fare affari in Germania è oggi, negli Stati Uniti, una specie di parola d’ordine. Gli americani si sono assicurati il 34,1 per cento di tutte le partecipazioni straniere (gli olandesi il 17,4, gli svizzeri il sedici, gli inglesi il dieci, i francesi il sette, i belgi il cinque, gli svedesi il 3,2, i canadesi l’1,8, gli italiani – Fiat, Olivetti, Veith Pirelli, Eni, Vespa – l’1,4, tutti gli altri il quattro) e la loro fetta si allarga di giorno in giorno. Dei capitali complessivi che nel 1964 essi hanno destinato ai paesi del mercato comune il 38,5 per cento è andato alla Repubblica federale, il 26,6 per cento alla Francia, il 15,6 per cento all’Italia, il 10,9 per cento all’Olanda e l’8,4 per cento al Belgio».

E ancora: «le imprese «tedesche» a totale o parziale partecipazione americana sono attualmente milleduecento all’incirca, fra le quali, in ordine d’importanza, citeremo (fra parentesi la percentuale della partecipazione): la Esso (100), la Opel (100), la Ford-Taunus (99), la DEA-petrolio (100), la IBM (100), la Mobil-Oil (100), la Maizena-Corn Products (100), la Schmalbach-Continentale Gummi (32), la Phoenix-Gummi Firestone (25), la Schwab-Singer (50), la Gerresheimer-Glas (75), la Kuba-General Electric (100), l’Harvester (100), la Bölkow-Boeing (50) e la Kodak (100). Di queste imprese, le prime tre — Esso, Opel e Ford-Taunus – hanno complessivamente un fatturato (1965) di circa undici miliardi di marchi, e cioè due miliardi in più della Volkswagen – che è la maggiore industria tedesca – e almeno cinque miliardi in più della Krupp, la quale, com’è noto, è indebitata con le banche per una somma imprecisata che comunque supera i due miliardi di marchi, e si è rivolta al governo federale per poter ancora esportare».

La marcia si fermerà qui? No, perché – fatto che il Corriere trova «paradossale» ma che per il marxismo è lapalissiano – «più le industrie-chiave europee si concentrano e si rafforzano e più gli americani prendono piede in Europa». In Germania, su 92.999 imprese piccole e medie, solo 2000 non prevedono di essere prima o poi assorbite dalle grandi; si rivolgono quindi al capitale americano o per resistere alla concorrenza delle «sorelle» maggiori o per vendersi in tempo; e così, per non cadere nella padella, cadono nella brace.

Andate poi a raccontare di «indipendenza nazionale», «patria», «piccola Europa», e simili baggianate!

Diplomazia della CGIL

Anche la segreteria della C.G.I.L. ha sentito il bisogno di lanciare il suo « appello per la pace » in occasione del conflitto in Medio Oriente. Lodevole iniziativa, se l’appello fosse stato indirizzato ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo, quindi anche agli arabi e agli israeliani. Invece, i sommi bonzi della Centrale hanno sentito soltanto « il dovere di rivolgere un appello a tutti i paesi che vogliono salvaguardare la pace affinché l’O.N.U. intervenga per far cessare il fuoco e ricercare la via del negoziato come unico mezzo possibile per risolvere tutti i problemi controversi ». Cioè, la C.G.I.L. si comporta, nei confronti di un conflitto violento ed esteso, alla stessa maniera con cui tende a risolvere le controversie sindacali e gli immancabili scontri tra operai e borghesi sul piano economico e rivendicativo: appellandosi alla suprema autorità dello Stato e fingendo così di dimenticare nel primo caso che l’O.N.U. rappresenta gli Stati capitalisti di tutto il mondo e quindi non gli interessi del proletariato mondiale così come finge di dimenticare, nel secondo, che lo Stato nazionale rappresenta, ovviamente, gli interessi del capitalismo italiano.

I proletari possono già completare il ciclo involutivo delle centrali sindacali; anche quando si tratterà di affrontare l’incendio di gran lunga più violento e più profondo della lotta diretta del proletariato contro le rispettive borghesie nazionali, la nostra diplomatica C.G.I.L. si appellerà allo Stato, e lo Stato farà intervenire le sue guardie bianche a difesa del privilegio borghese, sparando sulle masse dei lavoratori.

Vergogna!! Il sindacato che si proclama di classe, per ingraziarsi la borghesia capitalistica non solo non osa più da decenni lanciare il proletariato organizzato in azioni generali e dirette per la difesa del posto di lavoro e del pezzo di pane, ma, dinanzi a conflagrazioni che impegnano proletari e sottoproletari, contadini poveri e salariati agricoli tra i più sfruttati della terra, non li chiama nemmeno ad un atto di solidarietà internazionale, solidarietà che, per i combattenti della causa proletaria, non significa lo sventolio forcaiolo di bandierine bianche con tanto di colomba sopra, ma lo scatenamento della lotta diretta, dello sciopero generale contro i padroni bianchi sui quali, insieme al capitalismo mondiale, ivi compreso quello arabo e israeliano, ricadono non solo le responsabilità di guerra, ma quelle ancora più feroci ed antiche dell’inaudito sfruttamento dei lavoratori di quei paesi e dei proletari di tutto il mondo.

Non si cacciano i comunisti dalle file dei lavoratori organizzati

I bonzi che periodicamente minacciano di espellere dal sindacato dei nostri compagni, o. che si dispongono apertamente a farlo, mostrano soltanto di essere gli eredi forcaioli dei D’Aragona, Buozzi, Dugoni, Colombino e compagnia cantante. Essi, gli « innovatori », battono la stessa strada che, nel 1921 e nel 1922, i riformisti al comando della CGL seguivano nel trattamento di chiunque denunciasse la loro politica assassina di frammentazione degli scioperi è di disarmo morale e materiale degli operai in lotta contro lo Stato democratico e le squadracce fasciste. Noi i « talmudici », i « non-innovatori », rispondiamo come rispose allora il Partito Comunista d’Italia guidato dalla Sinistra, non riconoscendo valida nessun espulsione e al contrario rivendicando la nostra appartenenza all’organizzazione sindacale dei lavoratori; rispondiamo non disertando la CGL, ma battendoci perché cacci dal suo seno gli artefici della collaborazione coi padroni, i becchini della lotta di classe. Tale rimane la nostra direttiva di principio, e noi non cesseremo di applicarla, nei limiti delle nostre forze, contro un nemico cento volte più potente e velenoso.

Nel luglio 1922, quando l’offensiva confederale per l’espulsione dei comunisti divenne palese, il Partito comunico quanto segue:

« Negli ultimi tempi si è verificato il fatto gravissimo che alcuni compagni del nostro Partito, attivi militanti del movimento sindacale e dirigenti dell’attività comunista delle nostre frazioni nel seno dei Sindacati stessi, sono stati con procedimento inauditamente arbitrario e settario espulsi dalle file dell’organizzazione.

Questo non è che un tentativo di applicare in Italia come è avvenuto anche con qualche altro precedente di misure arbitrarie contro organizzazioni sindacali su direttive comuniste, un metodo caldeggiato internazionalmente dai peggiori elementi tra i funzionari del movimento operaio, che, nel seno di questo, fanno bassi servizi della borghesia e della reazione.

Il Partito Comunista da tempo ha preso posizione su questo problema, ed ha annunziato con quali metodi a sua volta si riproporrà di rintuzzare questa insidiosa offensiva, che non intende a nessun costo di tollerare.

Dopo la espulsione avvenuta nelle note circostanze di un gruppo di compagni del Comitato comunista della Federazione dei Lavoratori del Mare, e dei comp. Azzario e Berruti dal Sindacato Ferrovieri, il Partito rinnova le sue misure contro l’applicazione di un simile piano, ricordando, quali sono i suoi principii in materia di rapporti con i Sindacati.

Il Partito Comunista, sostenitore incondizionato della unità dei Sindacati e del fronte unico tra gli operai che vi militano, qualunque sia la loro fede politica, ha sempre nelle disposizioni pubbliche e non pubbliche, stabilita e assicurata la disciplina dei comunisti agli organismi sindacali e ai loro organi direttivi, anche laddove questi sono nelle mani degli avversari nostri. Questi sono sfidati a citare un solo caso nel quale, non diciamo sia stata data disposizione contraria, ma sia tollerata dal Partito l’indisciplina sindacale dei suoi aderenti, e non si sia data alle masse la parola d’ordine della disciplina sindacale anche quando legittimamente queste insorgevano contro l’indirizzo errato dei loro capi.

Nel tempo stesso il Partito Comunista rivendica il diritto di quegli organizzati che accettano i suoi principii e i suoi metodi, le sue proposte di azione proletaria, a costituirsi in gruppi sindacali comunisti e a dare a questi gruppi un collegamento organizzativo che assicuri la loro azione di insieme, e riafferma il diritto e il dovere dei comunisti di comportarsi nei Sindacati secondo le indicazioni del loro Partito, che è il partito della classe lavoratrice e che rivendica a suo onore il tracciare e proporre le soluzioni di tutti i problemi, non solo politici, ma anche sindacali ed economici che interessano lavoratori, per agitare queste soluzioni nel mezzo delle masse organizzate, e su di esse chiedere e ottenere il loro giudizio.

Ristabiliti questi punti fondamentali, il Partito prende posizione in questi termini innanzi alla quistione delle recenti arbitrarie espulsioni. Non occorre che esso riaffermi la sua solidarietà con i compagni che sono stati oggetto di un colpo tanto sleale. Tutti i lavoratori sanno chi sono i pretesi espulsi: lavoratori e militanti sindacali, che nel fare il loro dovere di organizzati non sono secondi a nessuno, che hanno dato tutta la loro attività illuminata dalla loro convinzione politica alle quistioni del lavoro, che non hanno mai lasciato a desiderare in fatto di disciplina sindacale, né nei dibattiti interni, nà mai nel rimanere al loro posto nelle lotte contro il padronato.

Il Partito invita tutti i compagni a non considerare queste quistioni come incidenti personali e disciplinari, ma come una offensiva politica e settaria contro i comunisti.

Al disopra di cavilli e ricorsi regolamentari, le espulsioni sono per noi nulle, ed è assurdo soltanto discuterne In motivazione. Dai Sindacati non si caccia chi ha una fede rivoluzionaria ma chi fa opera di disfattismo e di viltà. I nostri compagni conservano il diritto che nessuno può loro togliere di militare nell’organizzazione che raccoglie i loro compagni di lavoro, per i quali hanno sempre saldamente lottato. Questo diritto morale e materiale, a tutti i suoi effetti, sarà fatto valere dai comunisti con tutti i mezzi, nessuno escluso. I compagni non hanno bisogno di maggiori indicazioni.

La questione verrà affrontata dinanzi alla massa e non nelle oscure procedure di comitati e conventicole. La nostra stampa se ne occuperà attivamente, e lavoratori che nelle loro organizzazioni solidarizzano con i comunisti che si vorrebbero boicottare, sono invitati a mandarci brevi dichiarazioni di solidarietà e di protesta contro i responsabili, trasmettendole anche ai giornali e agli organi centrali dei rispettivi sindacati.

I compagni comunisti nelle assemblee e nei comizi di categoria, e in genere in tutte le adunate proletarie, prenderanno l’iniziativa di analoghi voti, intensificando sempre più la nostra opera di organizzazione intensa delle frazioni sindacali comuniste, e la propaganda fra i loro compagni di lavoro delle dirette finalità del nostro Partito.

Il contraddittorio con coloro che hanno voluto colpire nell’ombra i nostri compagni sarà fatto adunque dinnanzi alla massa dei lavoratori. Nelie due organizzazioni in quistione la volontà della massa non è rispettata, e da tempo i comunisti fanno una campagna contro atti, deliberazioni, sistemi arbitrarii e dittatoriali dei dirigenti, valorizzati dalla peggiore demagogia, come criticano a fondo la loro opera che compromette gli stessi interessi economici degli organizzati. 

A questi postulati, che i comunisti vogliono discutere innanzi alle masse, viene ad aggiungersi quello della quistione sorta dalle misure settarie contro i comunisti. Occorre intensificare la campagna perché tali punti siano dibattuti in Congressi seriamente preparati con una consultazione non artefatta della volontà degli organizzati.

Su questo terreno il P.C., lottando per l’unità e la forza dei sindacati, condurrà la sua campagna. Non raccogliendo l’evidente provocazione secessionista, rinnovando l’appello a tutti i lavoratori, anche se giustamente nauseati delle gesta di certi funzionari dalle pose dittatoriali a non disertare a nessun costo l’organizzazione di categoria, e a fare il loro dovere di organizzati, i comunisti ripetono ai provocatori e ai sabotatori del movimento proletario, che, fuorché in questo senso che farebbe il loro gioco, sono pronti a raccogliere la loro sfida su qualunque terreno, e a dimostrare che la solidarietà fra i comunisti non è vana parola, ma è dovere assoluto senza esitare e fino a qualunque conseguenza. Non si cacciano i comunisti dalle file dei lavoratori italiani. Verrà giorno che ne saranno cacciati con infamia dall’indignazione delle masse quelli che non vogliono dare ad esse una direttiva cosciente e un inquadramento di lotta per non vedere impallidire le fortune delle loro posizioni di capeggiatori, e dalle più opposte sponde politiche convergono per questo spregevole movente nella caccia al comunista.

Il Comitato Esecutivo – Il Comitato Sindacale – I Comitato comunista ferroviario – Il Comitato comunista fra i lavoratori del mare ».

La vile storiografia dei collitorti

Che la «Storia del Partito comunista» di quello storiografo a gettone che è Paolo Spriano dovesse mandare in sollucchero la cosiddetta alta cultura italica, era più che prevedibile. Placati gli scrupoli della «coscienza storica» dal giorno in cui, per decreto insondabile delle Botteghe Oscure, ridivenne possibile (fino a quando, visto che per Amendola la storiografia è, come la storia, un farsi, un divenire eterno, e ciò che è vero oggi può non esserlo domani?) parlare — come dicono loro — di Bordiga o, come diciamo noi, della Sinistra quale protagonista dei primi e pugnaci anni di esistenza del Partito di Livorno, i critici che vanno per la maggiore per «serietà» e «competenza» non hanno più avuto ritegno a levare alle stelle la ricostruzione del processo attraverso il quale il Partito comunista d’Italia divenne, felicemente per loro e mostruosamente per noi, democratico, italiano, riformista e, per finire, codino. Se questo è l’ideale degli epiloghi Spriano è grande, Spriano va ammesso dritto dritto nel Pantheon della storiografia «nutrita di fatti», «robusta» e «filologicamente ineccepibile»! Se — come pretendono loro — la sciagura di un partito comunista è di essere e voler rimanere tale, basta «far parlare i fatti» in quella lingua — la lingua dei salotti — e ci scappa un Premio Viareggio. Era scritto — per loro, non per noi — che si dovesse finire prima sull’Aventino, poi nei fronti popolari, infine nella «resistenza» di guerra? Allora gli Arditi del Popolo erano l’ideale anticipato degli anni avvenire, essi i cui dirigenti rivendicavano le loro «origini patriottiche e le loro finalità legalitarie». Era scritto (ma noi lo neghiamo) che si dovesse battere in riformismo i riformisti e diventar mille volte più turatiani di Turati? Allora, Livorno era senza dubbio una scissione troppo a sinistra; era, anzi, una débâcle. L’Alleanza del Lavoro doveva, per rescritto cremlinesco, non certo nostro, trasformarsi in polpettone antifascista, con il fedifrago Nenni e compagnia cantante in testa e i sabotatori di tutti i grandi scioperi in coda? Allora, l’incessante battaglia del giovane Partito per strappare ai capi firmatari dei patti di pacificazione coi fascisti le masse operaie ingannate e deluse e stringerle in un unico fronte di classe contro l’offensiva padronale scatenata congiuntamente dallo Stato con le sue forze repressive «regolari», e dal fascismo con le sue squadracce nere, complici i disarmatori riformisti del proletariato, era una battaglia vana e deprecabile. Insomma, se il Paradiso Ritrovato è quello di un partito che si dice comunista ed è precipitato al livello del laburismo, non c’era che da scrivere il dramma del Paradiso Perduto per fatto e colpa del rivoluzionarismo «astratto e un poco provinciale» (come ha proclamato un critico-santone) della Sinistra. E, per far questo, non era necessario frugare negli archivi del PC o della polizia: bastava ripetere le accuse mille volte lanciate alla Sinistra dal vero progenitore dello sconcio partitone superdemocratico di oggi, Messer Angelo Tasca: bastava ripeterle guardandosi bene, come fa Spriano, di dare la parola alla parte avversa, di riprodurre non i fonogrammi di un questore o le geremiadi delle maddalene pentite, ma i manifesti, i comunicati, gli articoli, le tesi, i discorsi ai congressi di Mosca, in cui la prima direzione del Partito, avendo presente non il piccolo — sebbene importante, in quegli anni di ferro e di fuoco — teatro sociale italiano ma quello del movimento mondiale comunista, denunciò in anticipo che, seguendo la via delle manovre tattiche ambigue e dei colpi di scena imprevisti si sarebbe affogati nella melma — come appunto avvenne.

Galante Garrone sentenzia: «Non si può non sottoscrivere a quanto dice lo Spriano: “Si vedrà nella sottovalutazione, anzi, nella negazione del problema della democrazia, la fonte del più grande errore compiuto dalle forze rivoluzionarie in Italia”». E vuol dire: «la negazione del problema della democrazia come ideale massimo e punto di approdo obbligato dalla storia». Ma la grande lezione del 1921-22, per i rivoluzionari, è l’opposta: cioè che la sottovalutazione da parte dell’Internazionale della democrazia come argine supremo di difesa dell’ordine costituito e come palla di piombo ai piedi del proletariato non solo rovinò le prospettive di controffensiva proletaria in Italia, ma — contro le intenzioni migliori dei grandi protagonisti dell’Ottobre Rosso, e in perfetta collimanza con le tempestive grida di allarme della Sinistra Italiana — segnò il tragico destino dell’ultimo moto potenzialmente rivoluzionario del 1923 in Germania, del grande movimento operaio e contadino del 1927 in Cina, dell’opposizione russa negli stessi anni, e infine del Comintern ormai strangolato. Gli Zinoviev, perfino i Trotsky, non lo capirono; la Sinistra lo seppe, e lo denunciò «come il più grave errore che potessero commettere le forze rivoluzionarie nel mondo», non per magiche virtù divinatorie, ma per la viva esperienza, grondante sudore e sangue, di una lotta quotidiana in cui l’attacco armato dei tutori dell’ordine democratico e dei manganellatori fascisti trovava spianato il cammino dall’opera piratesca di disarmo morale e materiale delle masse operaie e di sabotaggio sistematico delle loro eroiche battaglie difensive ed offensive, svolta dalla destra e dal centro socialisti, e nella quale urgeva fare del Partito il polo di attrazione unico e insostituibile del proletariato in furibonda contesa nelle piazze e nelle strade.

Non da scrupoli morali o da lussi teorici, ma da valutazioni eminentemente reali e pratiche, nasceva la nostra resistenza ai mercanteggiamenti in vista di una fusione con i socialisti: come anche soltanto immaginare che avremmo tratto forza dalla mescolanza con coloro che, ogni giorno ed ogni ora, siluravano le iniziative di lotta generale proletaria anche solo per il pane, e di fronte all’offensiva fascista correvano a genuflettersi davanti al tutore della legge borghese, lo Stato? come pensare di guadagnarci la fiducia proletaria, applicando verso i falsi cugini gli stessi metodi di bassa manovra parlamentare di cui quotidianamente essi davano immondo spettacolo agli operai? Non era uno sfizio di purezza accademica, ma un’esigenza suprema di difesa, che ci vietava di porre il nostro inquadramento militare agli ordini e sotto la disciplina di capitani esaltanti la patria, il ritorno al «libero gioco della vita politica» mentre si combatteva per le strade, la rinuncia alla violenza quando violenza imperava, e che, era noto, trescavano con Nitti e compagni: soli eravamo, non per nostra elezione ma per forza di eventi previsti dalla nostra stessa dottrina, e tutto doveva essere fatto, rabbiosamente, gelosamente, non per «rimediare» — speranza illusoria — a questo isolamento con pateracchi stolti e paralizzanti, ma per sfruttare con audacia i vantaggi che ci derivavano agli occhi delle masse proprio dal fatto di essere i soli a lottare con esse e per esse. Quella, solo quella, era la strada: dura, ma da battere fino in fondo, o perire!

Non lo si capì: si corse dietro al miraggio di una fusione col PSI, ci si lasciò menare per il naso dagli esperti voltagabbana di quel fantasma di Partito per non ritrovarsi in mano che un pugno di squallidi «terzini», si fece del Partito non già il solido presidio del proletariato rosso, ma il luogo di convegno di un democraticume accorso sotto le bandiere di coloro che, col pretesto che la situazione non era «più rivoluzionaria», si gettavano a capofitto nelle braccia del conformismo democratico prima, del conservatorismo poi, della controrivoluzione infine. Questa vicenda aspetta chi la rievochi, non per gusto accademico del «vero», ma per ammonimento ai militi oscuri della rivoluzione di domani: e non può rievocarla un democratico marcio fino al midollo. La «storia vera» di Spriano non è che l’apologia, pagata a peso d’oro, del ritorno del figliol prodigo comunista al focolare maledetto della democrazia; è un insulto ai proletari che combatterono e caddero, per non tradire, fra il giubilo bestiale dei fascisti e il cinico sogghigno dei socialdemocratici. «Vera» per la dotta ignoranza e l’interessata sapienza dei difensori dell’ordine costituito e dei distributori di oppio legalitario e gradualista ai proletari, essa è tre volte falsa per i comunisti degni di questo nome.

Ad una simile storia da Giuda, noi sputiamo sopra.

[RG-45] Rapporti alla riunione generale di Firenze del 30 aprile - 1 maggio 1967

Alla riunione di Firenze, la « traccia di rapporto » sul significato e il valore dei nostri studi sul corso delle economie capitalistiche fu seguita da un’appendice intesa a riprendere il tema della caduta tendenziale del saggio di profitto, sia dal punto di vista teorico, con ampie citazioni da Marx, sia da quello delle prospettive di crisi e catastrofe dell’imperialismo, e perciò di rivoluzione proletaria, come risultano appunto dalla massa enorme di materiale statistico da noi raccolto, ordinato e interpretato, nel corso di oltre un decennio.

Ai fini di un miglior equilibrio fra i diversi rapporti, di cui solo ora possiamo cominciare a pubblicare in diverse puntate quello predisposto per la riunione del Natale 1966 a Milano sulla « rivoluzione culturale » in Cina, preferiamo rinviare la suddetta appendice a un prossimo numero a sei pagine, dando invece subito inizio alla pubblicazione del rapporto su « Partito rivoluzionario e azione economica » allo stesso modo che rimandiamo la pubblicazione dello studio di economia marxista affrontato dalla sezione di Napoli a quando potremo averne la stesura completa e definitiva. L’ordine cronologico non ha per noi alcuna importanza, mentre è vitale che i compagni e simpatizzanti seguano l’arduo ma luminoso cammino del nostro lavoro collettivo abbracciando l’intero percorso.

"Rivoluzione culturale": rivoluzione borghese Pt.1

Decisamente non siamo alla fine delle «novità»! Ce lo dicono da tutte le capitali del «socialismo»: è la caratteristica del nostro tempo. Qui si riscopre il profitto e la libertà di iniziativa, di cui Marx non sospettava l’efficacia per la «costruzione del socialismo»; là, ci si arricchisce di tutto l’ecumenismo apostolico e romano di cui il «teorico» ufficiale del partito comunista francese Garaudy ha scritto che era indispensabile al marxismo per non divenire «provinciale» (vedi Il marxismo del XX secolo). Ma, nel suo catalogo delle «novità», Garaudy ha accuratamente omessa la «nuova tappa della rivoluzione socialista in Cina». E non a caso! Tanti uomini, tanti «marxismi». Quando non è una semplice questione di «coscienza», il «marxismo del XX secolo» è una questione di Stato, tenuta in disparte dalle trattative diplomatiche ed altri «scambi culturali», perché è il principale strumento che permette ad ogni governo, ad ogni capitalista, di ingannare e opprimere le masse in ciascun paese, in ciascuna «provincia», in ciascuna officina. Ecco perché, di fronte all’ecumenismo della Chiesa e al cosmopolitismo del capitale il «marxismo del XX secolo» è divenuto veramente provinciale, anche nella vasta Cina.

Provinciale, ma anche folcloristico. Giacché, per un profano, le complicate evoluzioni in atto sulla scena politica cinese restano a dispetto della «rivoluzione culturale», tanto misteriose quanto il millenario simbolismo del dramma cinese classico. Chi, sotto queste forme allegoriche, sa leggere il dramma reale della rivoluzione cinese, e non soltanto cinese? Chi ricorda i voti di Lenin e gli sforzi dei proletari di Canton perché questa rivoluzione si compisse non già alla maniera asiatica, ma alla maniera delle rivoluzioni comuniste d’Europa? Invece di collegare le peripezie della rivoluzione culturale cinese alla storia mondiale delle rivoluzioni al programma e alle lotte di due classi sociali che da quasi due secoli si affrontano sul terreno perfettamente delimitato dai loro interessi antagonistici, il «marxismo del XX secolo» si aggrappa, per sopravvivere, a tutte le «innovazioni» e a tutte le «culture».

Che cosa ci si deve attendere dal contadino cinese che legge il libriccino rosso di Mao alla luce della sua lampada ad olio? Rispondiamo subito: una «cultura» che di comunista non avrà nulla, ma che sarà una cultura nazionale e borghese. Che cosa può aspettarsi il proletariato mondiale da questa nuova cultura nazionale, dopo il fallimento completo dei maestri del «socialismo» russo? La risposta non sarà meno brutale: il proletariato mondiale ha già troppo lungamente atteso che l’iniziativa della propria liberazione venga da altre classi; ha già dato, nel corso delle sue rivoluzioni come nella storia di rivoluzioni non sue, prove sufficienti di eroismo e abnegazione per proclamare che la sua «cultura», cioè la sua dottrina di partito e insieme il suo sviluppo come classe, non ha più nulla da sperare dalla «cultura» del Capitale, nazionale o internazionale, materiale o spirituale. Il capitalismo mondiale ha da molto tempo compiuto la sua rivoluzione. Il proletariato mondiale ha già fatto la sua «rivoluzione culturale», e, in Cina, prima della stessa borghesia cinese, prima dello stesso Mao Tse-tung.

È tutto ciò che noi rivendichiamo sull’argomento, consapevoli che questa rivoluzione non si farà prendendo il treno per Pechino e applaudendo un qualunque Mao sulla piazza della Pace Celeste. La rivoluzione proletaria si è fatta e si farà sempre con le armi in pugno, contro ogni democrazia, per «popolare» che essa sia, nel flusso e riflusso di una lotta internazionale contro il Capitale. È per ciò che i proletari che domani riprenderanno questa battaglia non danno al mondo l’immagine di comunisti «per bene» che abbiano compiuto in sé medesimi una qualsiasi «rivoluzione culturale». Essi restano e resteranno dei barbari finché non metteranno il loro cervello e i loro pugni all’esclusivo servizio del Comunismo.

Dai «cento fiori» alla rivoluzione culturale

A differenza del movimento delle comuni popolari, che fu una mobilitazione delle forze produttive per il «grande balzo in avanti», la rivoluzione culturale si presenta anzitutto come una campagna ideologica avente lo scopo di formare dei «buoni comunisti» e di allontanare dal potere i burocrati che rischierebbero di compromettere la «costruzione del socialismo». Come si vedrà, questo movimento non è meno legato alle contraddizioni dello sviluppo capitalistico in Cina, al fallimento delle comuni, e alle difficoltà di un nuovo «balzo in avanti». Non sarà però inutile esaminarne prima le premesse ideologiche, vale a dire la pretesa di «trasformare la fisionomia morale di tutta la società col pensiero, la cultura le abitudini, e i costumi nuovi, propri del proletariato» («Deliberazione del CC del PCC sulla grande rivoluzione culturale proletaria», 8 agosto 1966). Con le comuni popolari, i dirigenti cinesi dichiaravano di avere scoperta l’organizzazione materiale capace di condurre il paese in pieno comunismo. Con la rivoluzione culturale, essi pretendono di spianarne la via maestra, e di travolgere le resistenze politiche e le contraddizioni sociali che lo sforzo produttivo del «balzo in avanti» aveva non già risolte ma aggravate. Vediamo con quale ricetta.

I primi sintomi della rivoluzione culturale apparvero nel 1963 col rilancio del «movimento di educazione socialista» nell’esercito popolare e negli ambienti intellettuali. Dopo le catastrofi del «balzo in avanti», l’anno 1963 segna una leggera ripresa economica ma anche, secondo la stampa cinese, una ripresa del «lusso» nelle città e dell’individualismo contadino nelle campagne. Di fronte a questa situazione, il partito si limita a ricordare ai militari di «mantenere lo spirito rivoluzionario: vivere semplicemente e lottare ardentemente» (Giornale del Popolo, 8 maggio 1963). Una conferenza nazionale degli scrittori, riunitasi a Pechino nel maggio 1963, critica del pari gli artisti che, «separandosi dal comune destino delle masse, si consacrano alla descrizione della vita privata e predicano la felicità personale, facendosi così propagandisti dell’individualismo borghese». Scrittori e artisti dovranno dipingere la vita delle grandi masse, ed esaltare la «costruzione del socialismo». Nel giugno 1964 l’epurazione comincia con l’Opera di Pechino, i cui imperatori, generali e concubine sembrano poco atti a «promuovere l’ideologia proletaria». Il giornalista R. Guilain, allora in Cina, riassume così uno dei temi del suo teatro:

«Nel villaggio, il marito, la moglie e … il partito (è l’«eterno triangolo» nuovo stile) si disputano pericolosamente un oggetto voluminoso ed inatteso che occupa il centro della scena: un enorme vaso di concime, concime … naturale, beninteso. Andrà esso a fertilizzare la terra della comune, soluzione socialista, oppure, soluzione antisocialista, sarà cosparso sul fazzoletto di terra familiare? Naturalmente, sono il partito e la collettività che la spuntano». (Dans trente ans la Chine, p. 263-64).

Nel dicembre ’64, nel suo rapporto all’Assemblea Nazionale, Ciu En-lai parla per la prima volta di «rivoluzione culturale» e le fissa per obiettivo «una trasformazione radicale di ogni ideologia, borghese, feudale o altra, che non convenga alla base economica e al sistema politico del socialismo». In effetti, è possibile che il teatro classico di Pechino non risponda più ai bisogni culturali della Cina moderna. Non altrimenti, nel XVIII secolo un Diderot intendeva creare il dramma borghese per espellere dalla scena francese i re e le principesse della tragedia classica. Ma noi nutriamo forti dubbi che i conflitti domestici intorno a un vaso … di letame siano una migliore espressione del socialismo e della sua base economica. È un punto sul quale ritorneremo dopo di aver messo in chiaro le apparenti contraddizioni della politica culturale cinese.

In realtà, l’obbligo fatto agli artisti di pensare e interpretare il mondo in conformità alle direttive ufficiali del partito e dello Stato apparirà in flagrante contrasto con le non meno ufficiali direttive promulgate nel 1956 al tempo dei «Cento Fiori». E molti degli scrittori che allora occupavano una posizione dominante e si credevano interpreti fedeli del «pensiero di Mao», in seguito hanno dovuto fare umilianti autocritiche. Eppure, era con l’approvazione di Mao Tse-tung in persona che Lu Ting-i, capo della sezione di propaganda del PCC, dichiarava il 26 maggio 1956: «La politica che noi adottiamo a favore del dischiudersi di molteplici fiori e della rivalità fra più scuole ha lo scopo di preconizzare, nel campo dell’arte, della letteratura e della scienza, la libertà di pensare in modo indipendente, la libertà di discutere, la libertà di creare e criticare, la libertà di esprimere la propria opinione, di sostenerla o riservarla».

Oggi, ci si viene a dire che la politica comunista in campo culturale è un tutto assolutamente intangibile, al di fuori del quale non vi sarebbero che revisionismo e controrivoluzione. Si proclama che ogni letteratura dev’essere una letteratura di partito, interamente votata al servizio delle masse … e, nello spazio di pochi anni, si preconizzano con grande appoggio di critica e autocritica due linee così contrastanti come quelle della «libertà di espressione» e dell’intervento statale più rigoroso; si definisce quest’ultima come socialista, e si condanna l’altra come borghese decadente e reazionaria! Senza voler abbordare qui uno studio marxista dei problemi della letteratura e dell’arte, noi mostreremo che queste due linee, in apparenza tanto contraddittorie, trovano la loro continuità e la loro giustificazione non nella politica comunista, ma nella storia di tutte le rivoluzioni culturali borghesi, di cui rappresentano, in certo modo, i due poli estremi.

Nelle sue conversazioni con Caterina di Russia, Diderot uscì, un giorno in questa frase: «Il fanatismo e l’intolleranza non sono neppure incompatibili con l’ateismo». Questo grande militante del pensiero rivoluzionario borghese seppe vedere che, nell’ateismo illuministico, non esiste incompatibilità alcuna tra i principi di tolleranza universalmente rivendicati dalla borghesia rivoluzionaria e la nera intolleranza ritenuta il peccato originale delle monarchie assolute. La storia lo provò: la libertà di pensiero non fu incompatibile con il culto statale dell’Essere Supremo, allo stesso modo che il libero scambio non si dimostrò incompatibile col monopolio economico. Essendo la società borghese la più sviluppata delle società divise in classi, la classe dominante vi tende naturalmente ad accrescere il proprio controllo su tutte le manifestazioni del pensiero e dell’arte. Dominio diretto o indiretto: attraverso i legami del mercato, creando una «borsa dei cervelli», generalizzando le «opere su ordinazione» o preconizzando l’intervento dispotico dello Stato, come faranno Napoleone Bismarck e … Stalin. 

Il passaggio dalla politica dei Cento Fiori a quella della rivoluzione culturale non è dunque, a priori, un inverosimile ghiribizzo di dirigenti colti da improvvisa follia. Questo passaggio non rappresenta neppure un grande slancio rivoluzionario; e noi non chiameremo alla sbarra la triste coorte dei pentiti per testimoniare che fino ad oggi essi avevano adorato il vitello d’oro, ma che d’ora innanzi serviranno onestamente la «dittatura proletaria». Le capriole di Mao e le autocritiche dei suoi poeti restano sempre sul solido terreno della nostra critica sociale del modo di produzione capitalistico e delle sue false soluzioni ai problemi della vita e della cultura umane. La stessa rivoluzione culturale ce ne fornirà altre prove.

“Elezioni sociali” in Belgio

Bruxelles, maggio

Sotto questa dolce insegna hanno avuto luogo in Belgio le elezioni in tutte le aziende con un minimo di 50 addetti per il rinnovo del mandato ai componenti i « conseils d’entreprise » (C.E.: consigli d’azienda) e i « comités de sécurité et d’hygiène » (C.S.H.: comitati di sicurezza e d’igiene). Le operazioni si sono svolte « all’americana », con gran frastuono e spreco di manifesti stradali, opuscoli multicolori, portachiave, ecc., e tutti i mezzi di pressione sono stati impiegati per convincere i proletari dell’importanza… storica del voto. Non a caso il governo cristiano-liberale ha fatto coincidere con la piccola orgia schedaiola l’aumento delle pensioni; non a caso gli imprenditori hanno allentato i cordoni della borsa per rimborsare le spese di viaggio a chi non era presente nel giorno fatale…

Perché tutta questa messa in scena? Perché i componenti dei suddetti organismi, creati nel 1948 quando, nell’immediato dopoguerra, erano ancora al potere i socialdemocratici, hanno per missione, « nel quadro delle leggi, dei contratti collettivi o delle decisioni dei comitati paritetici, di dare il loro parere e formulare suggerimenti o riserve su qualunque misura suscettibile di modificare l’organizzazione del lavoro, le condizioni di lavoro e il rendimento dell’impresa »: in altri termini, di vegliare da buoni cani da guardia sull’applicazione delle leggi da una parte e sulla produttività del lavoro dall’altra, vincolando i proletari da essi « rappresentati » al rispetto delle prime e alle superiori esigenze della seconda, il tutto nel sovrano interesse dell’economia nazionale. Siccome poi i delegati sono molto spesso anche dei funzionari sindacali, la classe dominante conta che, in tale veste, essi siano due volte corazzati contro le velleità proletarie di rompere il « quadro » della legalità borghese.

Poiché l’avvenire del placido e ben pasciuto regno di Baldovino non è dei più rosei, la classe dominante si aspetta dai neo-delegati un aiuto supplementare nel tenere sotto controllo la forza-lavoro. Socialisti, cristiano-sociali, e liberali, divisasi la torta anche a questo livello, sperano così di poter dormire sonni felici. Ma basteranno, queste dighe di cartapesta, quando la crisi batterà con violenza alle porte?

Abbasso le elezioni!

Durante il tam-tam per le elezioni regionali siciliane, le nostre Sezioni dell’isola hanno diffuso il seguente volantino:

Abbasso le elezioni!

Viva la Rivoluzione proletaria !

Da un secolo i rivoluzionari comunisti hanno smascherato la turpe menzogna secondo cui la classe operaia risolverebbe i suoi problemi di vita con l’arma della scheda e nel rispetto degli istituti e delle leggi della democrazia tricolore.

Questa menzogna mira a cullarvi nell’illusione che la borghesia sia disposta a cedervi pacificamente anche solo un’oncia del potere alla cui difesa provvedono ben altro che miseri pezzi di carta. Il dominio del capitale poggia sulla violenza dello Stato democratico non meno che totalitario e sulla rinuncia da parte della classe lavoratrice alla propria violenza organizzata: esso vi propina l’oppio elettorale per somministrarvi impunemente, giorno per giorno, il bastone fascista.

Lo Stato borghese – Marx e Lenin insegnano – non si conquista; si distrugge, Come il miglioramento delle vostre condizioni immediate di vita dipende non già dalle preghiere dei preti, dall’ onestà » dei padroni o dalla « filantropia » dello Stato, delle regioni o dei comuni, ma dall’inflessibile rigore della lotta di classe, così la via che porta al socialismo passa sempre e unicamente per la Rivoluzione Rossa e la Dittatura proletaria; è e rimane la strada dell’Ottobre 1917 bolscevico.

Mostrate di non averlo scordato, e riaffermate la decisione di spezzare le catene dorate in cui vi imprigiona il nemico, disertando la fogna del carosello elettorale!

20 maggio 1967.

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE