Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1968/16

Si perpetua nel Congo “indipendente” lo sfruttamento coloniale

Gli avvenimenti della Nigeria hanno richiamato l’attenzione sull’Africa post-coloniale e sulle sue vicissitudini. Noi abbiamo scritto e ribadiamo che le vicende dei Continenti ex coloniali (ed ora più che mai dipendenti dal capitale finanziario internazionale) vanno viste e spiegate alla luce della teoria marxista dell’imperialismo. Ribadiamo anche la validità del marxismo nello svelare il carattere dell’imperialismo “moderno” e il ruolo storico dei Paesi sfruttati.

L’esportazione di capitale, la divisione del mondo in sfere di influenza, il dominio economico più brutale esercitato sui Paesi formalmente indipendenti (il Vietnam – i recenti fatti cecoslovacchi – San Domingo – ecc.) sono le caratteristiche più salienti dell’imperialismo; esse non si situano soltanto in Paesi “poveri”, anche se qui risultano più visibili, e sono presenti e vitali anche là dove la propaganda di Mosca e di Wall Street ciancia di diritti e indipendenza – princìpi che costituiscono solo la maschera dietro la quale l’imperialismo si nasconde in fasi di tranquillità e che è sempre pronto a togliersi quando occorra difendere sporchi ma realissimi interessi economici o strategici.

L’accesso delle ex colonie africane all’indipendenza pareva aver realizzato uno dei sogni più luminosi fra i tanti dei soliti difensori di “diritti” e di “princìpi”. Pochi anni dopo l’indipendenza si constata come in realtà la soggezione dei Paesi ex coloniali sia più dura e come la loro situazione sul mercato mondiale peggiori sempre più. Le tristi eredità del colonialismo – fra le tante, la guerra del Biafra e i problemi nazionali insoluti in numerosi Stati – straziano i nuovi Paesi, mentre per tutti l’indipendenza è solo un’illusione che accontenta esili gruppi collaborazionisti e sprofonda in una miseria senza pari i milioni di contadini poveri e le avanguardie di un proletariato locale miserrimo che vede dirigersi contro di sé la ingordigia di una nascente borghesia collegata all’imperialismo d’oltre mare.

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Una delle vicende più contrastate ed esplosive attraverso le quali un Paese africano sia giunto all’indipendenza è stata quella del Congo. Ed è sul Congo che vogliamo fornire alcune informazioni desunte dal bollettino settimanale della Kredietbankbelga del 17 agosto 1968. Tale bollettino comunica con gioia come le società coloniali belghe abbiano ormai superato il difficile periodo successivo alla indipendenza del Congo e possano guardare al futuro dei loro bilanci con maggior tranquillità. Sulla situazione economica verificatasi dopo l’accesso all’indipendenza vi si legge: «Torbidi politici persistenti hanno provocato una disorganizzazione quasi costante nella vita economica. Il livello della produzione industriale, che registrò una flessione molto pronunciata soprattutto nei primi anni successivi all’accesso all’indipendenza, è tuttora a un livello inferiore a quello del 1958. I prezzi sono praticamente quadruplicati negli ultimi 8 anni». Di qui la situazione deficitaria del giovane Stato, che ha generato un’inflazione galoppante dando luogo a due svalutazioni della moneta nel 1963 e nel 1967. Tutte queste convulsioni affamarono un Paese che dovette constatare come libertà ed eguaglianza fossero pure frasi e sul mercato mondiale non se ne trovassero nemmeno l’ombra. I grandi Paesi imperialisti si disputarono la ghiotta preda cercando in ogni modo di garantirsi interessi pirateschi a scapito dell’economia e della popolazione “indipendente”.

Ma della popolazione congolese e della sua economia in quanto tale poco interessa alla Kredietbank e allo imperialismo, cui stanno solo a cuore le influenze sull’economia belga e gli interessi dei Paesi sfruttatori. Ecco come tale fatto è visto dalla Kredietbank: «Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno esercitato una forte influenza sia sull’economia congolese che su un numero importante di società belghe, in considerazione degli stretti legami che esistevano fra il Belgio e il Congo». Sottolineiamo il brillante eufemismo sugli “stretti legami”, che sono, è chiaro, legami di sfruttamento coloniale.

Il problema che si presentava alla economia belga era di riuscire a mantenere il controllo economico sull’ex colonia e superare gli anni burrascosi successivi all’indipendenza. A tale problema diede soluzione la legge del 17 giugno 1960. Eccola descritta dal bollettino: «La legge del 17-6-1960 accordò alle Società congolesi aventi la loro sede amministrativa in Belgio la possibilità di trasformarsi in società di diritto belghe; se utilizzavano questa opzione, dovevano però trasferire le loro attività congolesi a una filiale di gestione congolese (eventualmente da costituire). Ciò implicava, per un certo numero di società congolesi, di diventare giuridicamente grazie a questa opzione, società finanziarie belghe in cui, almeno durante il periodo iniziale, gli interessi maggiori rimanevano incentrati sul Congo. Molte di queste società non avevano, almeno all’inizio, altre fonti di entrata che quelle della filiale congolese; tali fonti di entrata erano sia dirette, sotto forma di dividendi, sia indirette, sotto forma di remunerazioni per l’aiuto tecnico che la maggior parte delle Società belghe continuavano ad accordare alle loro filiali». In sostanza, era un cambio di etichetta che lasciava inalterati i preesistenti rapporti economici leonini: le vecchie società coloniali divenivano società finanziarie belghe con filiale in Congo.

Per tali società si poneva ora il compito di superare la burrasca. Il governo congolese, con legge del 1961, aveva reso illegale l’esportazione di utili realizzati nel Paese; le società reagirono utilizzando fondi occulti creati a mezzo di giganteschi ammortamenti attuati negli esercizi anteriori all’indipendenza e realizzati con un incremento nello sfruttamento e depredamento delle risorse congolesi e con l’acquisto di interessi in altri settori economici onde diversificare il raggio degl’impegni. Così descrive la brillante manovra il bollettino citato: «È stato possibile finanziare nuovi investimenti grazie agli importanti ammortamenti che si erano potuti effettuare sulle partecipazioni congolesi soprattutto durante il periodo d’inizio».

È da notare, del resto, che le società interessate reagirono in modo diverso alla crisi. Le società elettriche, minerarie e industriali, quindi direttamente collegate alla metropoli, non subirono praticamente crisi e continuarono a rifornire di materie prime e semi-lavorati il mercato mondiale, mentre accusavano difficoltà serie le società che operavano sul mercato interno, a dimostrazione del deterioramento della situazione del Congo; di questa subivano le conseguenze gli indigeni mentre il mercato mondiale era sistematicamente alimentato, i profitti maturavano regolarmente e le società superavano la crisi senza gravi scossoni.

Il bollettino conclude con una nota di speranza, sottolineando la rinnovata possibilità di esportare gli utili realizzati in Congo grazie alla recente abrogazione della legge succitata e rassicurando i capitalisti belgi sull’avvenire. I loro utili infatti appaiono sicuri; i tagliatori di cedole possono dormire sogni d’oro: «L’abrogazione delle restrizioni sull’esportazione dei dividendi apre la via alle prospettive più favorevoli per un certo numero di società ex-coloniali, soprattutto quelle le cui principali attività si situano tuttora nel Congo: in questo caso le Società belghe trarranno diretto vantaggio dal miglioramento generale del clima economico. È certo importante, a questo riguardo, che la maggior parte delle società belghe abbiano ammortizzato una parte importante delle loro partecipazioni congolesi, conservandole malgrado tutto, cosicché potrebbe essere che gli ammortamenti siano stati esagerati e diano luogo alla costituzione di riserve occulte… Il miglioramento delle prospettive in materia di utili ha provocato in Borsa un interesse accresciuto per questi valori; tale interesse potrà aumentare d’intensità in un prossimo avvenire… Le quotazioni, dopo di allora (dopo la concessione dell’indipendenza e il successivo crollo dei valori), sono fortemente aumentate e alcuni degli stessi valori si possono oggi considerare come delle vedettes della Borsa».

Tutto è bene quel che finisce bene: la manovra del capitale belga si è conclusa e le società interessate hanno tratto vantaggio dalla disperata situazione del giovane Stato africano. Ma se per qualche società gli anni dal ’60 al ’65 hanno segnato una contrazione degli utili, per i congolesi essi hanno significato distruzione e rovina. Se per qualche società il futuro è ora più promettente che mai, per le masse sfruttate l’avvenire è sempre più gravido di insicurezza e di miseria. Che i sogni e i lussi dei capitalisti occidentali riposino sulla fame di milioni di “colorati” non importa: in diritto, gli uomini sono tutti eguali e un ben nutrito capitalista belga vale un bambino del Biafra che muore di stenti in un territorio immensamente ricco. A conferma dell’ottimismo belga, il ministro degli esteri congolese Justin Bomboko ha dichiarato a Bruxelles, che «finito il paternalismo belga nel Congo», fra i due Paesi «si è ristabilita la fiducia», tanto che è stata firmata una convenzione di assistenza tecnica e sono in preparazione un trattato di amicizia, un trattato di commercio, un trattato di garanzia degli investimenti belgi sul Congo e una convenzione intesa ad evitare le doppie imposizioni sugli utili realizzati nel Paese (“Le Monde”, 29 agosto).

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Ecco il destino di tutti i Paesi che in modo gesuitico si dicono indipendenti e sottosviluppati: essere dissanguati in mille forme dall’imperialismo. La loro situazione è sempre più terribile, le ragioni di scambio sul mercato mondiale si deteriorano sempre più (vale a dire, i prodotti industriali forniti dai Paesi imperialisti sono sempre più cari mentre le materie prime, unica loro fronte di entrata, valgono sempre meno) condannando la loro economia a una perpetua stagnazione e i loro popoli alla miseria cronica. Tale meccanismo è noto al marxismo e contro di esso il Partito nelle sue lotte gloriose si è più volte scagliato. Solo la vittoria del proletariato mondiale dei centri imperialisti, collegato ai suoi fratelli dei Paesi poveri, spezzando il ciclo sanguinoso dell’imperialismo e liberando il mondo dalla tirannia delle leggi dell’economia capitalistica, risolverà gli insolubili “problemi” delle nazioni meno progredite.

Ogni altra prospettiva è irreale. Né le omelie papali, né i discorsi di capi di Stato, né le “scoperte” di rivoluzionari dell’ultima ora, detteranno l’esito di questo immane scontro. L’ultima parola tocca alle armate della rivoluzione, guidate dalla lucida visione mondiale del Partito rivoluzionario di classe.

[RG-47] Teoria marxista della moneta Pt.9

Il fenomeno dell’improvvisa conversione della moneta di credito in banconote o meglio in moneta metallica in tempo di crisi è descritto da Marx nella Critica dell’Economia Politica (1859) come segue: “Là dove si sono sviluppati la catena dei pagamenti e un sistema artificiale della loro compensazione, in epoche di commozioni che interrompono con violenza il corso dei pagamenti e perturbano il meccanismo della loro compensazione, il denaro trapassa improvvisamente dalla sua figura aerea, arzigogolata dal cervello, di misura dei valori [o come mezzo di circolazione, nel caso della moneta di credito] a quella di solida moneta ossia di mezzo di pagamento. In condizioni di produzione borghese sviluppata, in cui il possessore di merce è da lungo tempo diventato capitalista, conosce il suo Adamo Smith e sorride con aria superiore della superstizione che vede come denaro unicamente l’oro e l’argento e ritiene che il denaro sia in generale, a differenza di altre merci, la merce assoluta, il denaro riappare dunque improvvisamente non come mediatore della circolazione, ma come unica forma adeguata del valore di scambio, come unica ricchezza, proprio come la concepisce il tesaurizzatore. In quanto tale esclusiva esistenza della ricchezza, il denaro non si manifesta, come accade per esempio nel sistema monetario, nella svalutazione e mancanza di valore di tutta la ricchezza materiale soltanto rappresentate, bensì in quelle reali. È questo quel particolare momento delle crisi del mercato mondiale che si chiama crisi monetaria. Il summum bonum, invocato in tali momenti con alte grida come unica ricchezza, è il denaro, il denaro contante, e accanto ad esso tutte le altre merci, appunto in quanto valori d’uso, sono inutili in quanto cose vane, giocattoli o, come dice il nostro dottor Martin Lutero, come meri agghindamenti e gran mangiate. Questo subitaneo trapasso dal sistema creditizio a sistema monetario aggiunge il terrore teorico al panico pratico, e gli agenti della circolazione rabbrividiscono dinanzi al mistero impenetrabile dei loro propri rapporti economici” (Ediz. Rinascita, 1957, pp. 128-129).

Beninteso quanto precede non costituisce affatto una spiegazione delle crisi, che esula dal nostro tema, ma semplicemente una descrizione dei loro effetti a livello del sistema monetario e bancario. Evidentemente questo “subitaneo trapasso” dal sistema creditizio in sistema monetario blocca il credito, ma nella misura in cui genera un fenomeno di tesaurizzazione dell’equivalente generale costituisce il punto di avvio di una nuova fase di economia creditizia che potrà riprendere a svilupparsi una volta riassorbita la crisi generale.

Da questo punto di vista gli aspetti finanziari delle crisi appaiono come misure di salvaguardia della moneta e del credito futuri, un sacrificio barbaro al dio della ricchezza astratta di cui la ricchezza reale fa le spese. Lo stesso modo di produzione capitalistico riconosce il suo fallimento proclamando: periscano le merci e persino il capitale produttivo purché il feticcio moneta sia salvo! “È un principio fondamentale della produzione capitalistica che il denaro si contrappone alla merce quale forma autonoma del valore, ossia che il valore di scambio deve assumere nel denaro una forma autonoma, e ciò è possibile unicamente quando una merce determinata diventa la materia al cui valore si devono commisurare tutte le altre merci, cosicché proprio perciò diventa la merce universale, la merce par excellence in contrapposizione a tutte le altre merci. Ciò si deve manifestare – soprattutto presso le nazioni capitalistiche sviluppate, che sostituiscono il denaro in grandi quantità – in due modi: da un lato mediante operazioni di credito, dall’altro mediante moneta di credito. In periodi di depressione, quando il credito si restringe oppure cessa del tutto, il denaro improvvisamente si contrappone in assoluto a tutte le merci quale unico mezzo di pagamento e autentica forma di esistenza del valore. Di qui la svalorizzazione generale delle merci, la difficoltà, anzi l’impossibilità di trasformarle in denaro, ossia nella loro forma puramente fantastica. In secondo luogo la moneta di credito stessa è denaro unicamente nella misura in cui rappresenta, in assoluto, nell’importo del suo valore nominale, il denaro effettivo. Con il deflusso dell’oro la sua convertibilità in denaro, ossia la sua identità con l’oro reale, diventa problematica. Di qui misure coercitive, aumento del saggio dell’interesse, ecc. al fine di assicurare le condizioni di questa convertibilità. Ciò può essere più o meno portato a eccessi mediante un’errata legislazione fondata su errate teorie del denaro e imposta alla nazione nell’interesse di trafficanti di denaro… Ma la causa prima si trova nel fondamento stesso del sistema di produzione. Una svalorizzazione della moneta di credito (senza parlare dell’eventualità, del resto puramente immaginaria, che essa perda le sue caratteristiche di denaro) scuoterebbe tutti i rapporti esistenti. Il valore delle merci viene quindi sacrificato al fine di salvaguardare l’esistenza immaginaria e indipendente di questo valore nel denaro. Come valore in denaro esso in generale è sicuro soltanto fino a che è sicuro il denaro. Per qualche milione in denaro devono quindi essere sacrificati molti milioni di merci. Ciò è inevitabile nella produzione capitalistica e costituisce una delle sue “attrattive”. Nei modi di produzione precedenti ciò non si verifica perché, data la ristrettezza della base su cui si muovono, non si sviluppa né il credito, né la moneta di credito. Fino a che il carattere sociale del lavoro appare come l’esistenza monetaria della merce e quindi come una cosa al di fuori della produzione reale, le crisi monetarie sono inevitabili, indipendentemente dalle crisi reali o come aggravamento di esse” (Il Capitale, Libro III, Sez. V, cap. 32, Ed. Riuniti, pagg. 605-606).

Credito e socialismo

Marx tratta di questa questione in numerosi passi di ineguagliabile intensità dialettica; noi ne citeremo ampiamente qualcuno a mo’ di conclusione. Il nostro scopo è chiaro: si tratta di illustrare su questo particolare esempio la schiacciante superiorità del materialisrno storico non solo sui mediocri sistemi dei riformatori “neocapitalistici” e sul socialismo borghese dei “comunisti” ufficiali, la cui debole fantasia riformatrice non può partorire nulla più che una pallida copia idealizzata del capitalismo reale, ma anche e soprattutto sulle costruzioni tanto “generose” quanto sterili della pleiade di immediatisti operai, democratici e autogestori ai quali un radicalismo verbale non permette di elevarsi di un pollice al di sopra di una concezione miserabilmente corporativa, provinciale e perciò stesso sottoborghese di quella che sarà la più formidabile rivoluzione della storia umana.

Di fronte a tutte queste miopi concezioni, semplici riflessi ideologici della decadenza storica di una classe condannata dalla storia, ma costretta al movimento dalla natura del suo modo di produzione, o anche della immaturità della classe rivoluzionaria che non si è ancora liberata delle conseguenze di una sconfitta sul terreno della lotta di classe (e solo un capovolgimento nei rapporti materiali e quindi nella lotta di classe effettiva, di cui oggi si intravedono soltanto le premesse, le permetterà di sfuggir loro, e alla teoria rivoluzionaria di divenire un’arma), il materialismo dialettico si afferma come la sola dottrina di classe che, rompendo radicalmente con tutti i sogni utopistici o con le raziocinazioni puramente ideologiche, conquista l’intelligenza reale e perciò stesso feconda dell’insieme del movimento storico, cioè, in definitiva, la coscienza e la necessità di una rivoluzione del modo di produzione vigente di cui scopre, anziché inventarli, il senso, la portata e i mezzi.

Il modo di produzione capitalistico affonda le sue radici nell’economia mercantile che lo ha storicamente preceduto. Ma, se utilizza rapporti di produzione apparsi prima di esso e la cui esistenza ha reso possibile il suo sviluppo, ciò non avviene, come abbiamo visto a proposito della moneta, senza una modificazione profonda di questa eredità storica. Questi rapporti di produzione anteriori il capitalismo se li incorpora, li perfeziona, ne modifica la forma quanto basta perché divengano degli ausiliari sottomessi alle esigenze, purtuttavia contraddittorie, dei rapporti puramente capitalistici.

È così che si passa dalla moneta metallica, mezzo di circolazione delle merci in un’economia in seno alla quale i prodotti del lavoro umano prendono solo eccezionalmente la forma di merci, alle forme più complesse della moneta di credito in un’economia in cui non soltanto ogni prodotto prende la forma di merce, ma in cui inoltre, la circolazione delle merci non è più essa stessa che il supporto della circolazione del capitale, fine supremo di tutta l’attività economica.

Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico porta necessariamente con sé l’estensione del sistema creditizio. È per l’intermediario del sistema bancario, infatti, che il capitale può ottenere una massiccia riduzione dei costi provocati dalla sua circolazione, e soprattutto assumere in pieno il carattere di potenza sociale unica, al di là delle particolarità dei capitali individuali, senza tuttavia che per ciò si indebolisca – al contrario! – la concorrenza reciproca fra capitali. Il credito organizzato e centralizzato funziona come un prodigioso acceleratore delle diverse fasi della circolazione del capitale e quindi come il mezzo decisivo per accrescere senza tregua la potenza delle forze produttive, per realizzare nelle condizioni migliori l’accumulazione allargata del capitale.

D’altronde, l’esistenza del sistema creditizio equivale ad una specie di riconoscimento, da parte della società borghese, del carattere sociale delle forze produttive che essa mette in opera. Ma questo riconoscimento non può andare fino in fondo, è necessariamente contraddittorio, perché elimina il capitale privato al solo profitto del capitale socializzato, senza potere evidentemente riconoscere che è lo stesso carattere di capitale assunto dalle forze produttive che costituisce 1a contraddizione suprema in cui la società capitalistica si dibatte, incapace per essenza di adattarsi completamente alla natura sociale del suo modo di produzione. Visto in questa prospettiva il sistema creditizio generalizzato si presenta come l’anticamera del socialismo, o almeno come il segno tangibile, nel seno stesso della società capitalistica, della necessità storica di un modo di produzione nuovo che riconosca pienamente il carattere sociale delle forze produttive e armonizzi con esso il modo di appropriazione dei prodotti.

Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale e presuppone una concentrazione sociale dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro, acquista qui direttamente la forma di capitale sociale (capitale di individui direttamente associati) contrapposto al capitale privato, e le sue imprese si presentano come imprese sociali contrapposte alle imprese private. È la soppressione del capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso… [Il] capitalista realmente operante (si trasforma) in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e i proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari… Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali” (Il Capitale, Libro III, Sez. V, cap. 27, Ed. Riuniti, pp. 518-519).

Il profitto medio del capitalista singolo, o di ogni capitale individuale, non è determinato dal pluslavoro che questo capitale si appropria di prima mano, ma dalla quantità di pluslavoro complessivo che il capitale complessivo si appropria e da cui ogni capitale individuale, unicamente come parte proporzionale del capitale complessivo, trae i suoi dividendi. Questo carattere sociale del capitale è reso possibile e attuato integralmente dal pieno sviluppo del sistema creditizio e bancario. D’altro lato questo sistema va oltre e mette a disposizione dei capitalisti commerciali e industriali tutto il capitale disponibile e anche potenziale della società, nella misura in cui esso non è stato già attivamente investito, così che né chi dà in prestito, né chi impiega questo capitale ne è proprietario o produttore. Esso elimina con ciò il carattere privato del capitale e contiene in sé, ma solamente in sé, la soppressione del capitale stesso… Non v’è dubbio che il sistema creditizio servirà da leva potente, durante il periodo di transizione dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato; ma solo come un elemento in connessione con altre grandi trasformazioni organiche dello stesso modo di produzione” (Il Capitale, Libro III, Sez. V, cap. 36, Ed. Riuniti, pagg. 705-706).

Tanto basta, ci sembra, per ricacciare nella loro tana tutti gli ideologi meschini di un socialismo di paccottiglia da essi presentato sia come “l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione” grazie alla nazionalizzazione e che quindi si limitano a rivendicare in nome del proletariato e come panacea economica e sociale ciò che il capitalismo realizza da sé con o senza intervento giuridico dello Stato, sia come una specie di federazione di cooperative operaie autonome costituite sulla base delle attuali aziende capitalistiche, ma sbarazzate della figura più che secondaria del “padrone”; modello economico ancor più irreale del primo e in ogni caso inferiore allo stesso capitalismo, in seno al quale il grado di socializzazione è più elevato. Il socialismo scientifico, lungi dal sognare una bella utopia, esprime coscientemente il moto reale della società così come lo sviluppo delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico glielo impone, e quindi anche la soluzione che discende dalla dinamica di tali contraddizioni.

Questa soluzione può risiedere soltanto nel pieno riconoscimento del carattere sociale della produzione, e bisogna essere stranamente miopi per non vedere, in pieno secolo XX, che, pena un ritorno indietro sullo stesso capitalismo, non può trattarsi, se non di una presa in mano diretta, da parte della specie umana, delle forze produttive ch’essa ha sviluppate, presa in mano che implica la distruzione radicale del carattere di capitale loro imposto per un certo tempo dalla storia. Questa distruzione si concluderà nella progressiva scomparsa di ogni economia fondata sullo scambio dei prodotti1.

Essa richiederà del tempo e si svolgerà necessariamente alla scala del pianeta; ma, se il becchino della vecchia società, lo Stato della dittatura del proletariato, dovrà adattarsi ad una persistenza più o meno durevole degli scambi economici, la prima misura che esso prenderà in campo economico non appena le imperiose necessità della lotta di classe internazionale glielo permetteranno sarà, come Marx proclamò con forza nella Critica del Programma di Gotha, di sopprimere gli scambi che seguono la via contorta della moneta; di abolire puramente e semplicemente il feticcio-denaro.

Note

  1. «All’interno della società collettivista, fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà oggettiva da essi posseduta, poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavoratori individuali non esistono più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto» (Critica del Programma di Gotha, in Marx-Engels, «Il Partito e l’Internazionale», ed. Rinascita 1948, p.230). ↩︎