Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1970/14

Una milizia esemplare al servizio della rivoluzione

Tradiremmo il gigantesco patrimonio teorico e di milizia pratica che Amadeo Bordiga ci ha trasmesso con dedizione eroica, riportandolo giorno per giorno alla luce dalla vena di puro diamante del marxismo e da un solco continuo di ciclopiche battaglie proletarie, se a queste prime e povere righe in sua memoria scritte nel tormento per la sua scomparsa dessimo il carattere del panegirico verso la persona, per quanto di rara statura, o dell’omaggio fugace all’uomo, per quanto legato a noi da vincoli molto più tenaci di quelli che si forgiano nel breve arco di una vita. Il suo insegnamento è stato ben diverso e ben più alto – e ci è venuto dalla sua stessa vita di severa rinunzia a tutto ciò che uscisse da quella vena e si discostasse da quel solco; ci viene perfino dalla sua morte sommessa di  militante che chiude la sua lunga e diuturna battaglia avendo dato tutto e non avendo mai chiesto nulla.

Egli stesso nel 1924, commemorando Lenin ha dettato non la orazione funebre a se stesso, ma le parole che ad ogni militante, grande o piccola che sia stata la sua funzione nel movimento, devono essere rivolte quando l’inesorabile legge della vita e della morte l’abbia stroncato. Diamogli ancora una volta la parola, come gliel’abbiamo data tanti anni affidandoci a lui come a quella che egli amava impersonalmente chiamare «la sonda», e ben sapendo che dovevamo affidarci ad essa perché era la voce di un passato luminoso in uno squallido presente; diamogliela per sentirci ancora una volta tutti uniti – come nelle riunioni generali ch’egli inaugurò e condusse avanti fino a spendervi l’ultima goccia di energia -, tutti uniti dal vincolo ininterrotto fra lo ieri, l’oggi e il domani, alla cui salvaguardia egli ha sacrificato tutta la vita cercando di insegnarci che solo esso vale, perché è di una forza che non ha nome di persona, non appartiene individualmente a nessuno, non ha e non deve avere i segni infami della proprietà, vive e deve vivere al di là del cerchio angusto dell’io.

«Il colosso, e non da ieri, ha abbandonato l’opera sua. Che cosa significa questo per noi? Qual è il posto della funzione dei capi nell’insieme del nostro movimento e del modo con cui lo giudichiamo?» si domandava nella conferenza del 1924, pensando a Lenin da poco scomparso; e rispondeva: «Per noi un individuo non è una entità, una unità compiuta e divisa dalle altre, una macchina per se stante, o le cui funzioni siano alimentate da un filo diretto che la unisca alla potenza creatrice divina o a quella qualsiasi astrazione filosofica che ne tiene il posto … La manifestazione e la funzione del singolo sono determinate dalle condizioni generali dell’ambiente e della società e della storia di questa. Quello che si elabora nel cervello di un uomo ha avuto la sua preparazione nei rapporti con altri uomini, e nel fatto, anche di natura intellettiva, di altri uomini. Alcuni cervelli privilegiati ed esercitati, macchine meglio costruite e perfezionate, traducono ed esprimono e rielaborano meglio un patrimonio di conoscenze e di esperienze che non esisterebbe se non si appoggiasse sulla vita della collettività. Il capo, più che inventare, rivela la massa a se stessa, e fa si che essa si possa riconoscere sempre meglio nella sua situazione rispetto al mondo sociale e al divenire storico, e possa esprimere in formule esteriori esatte la sua tendenza ad agire in quel senso di cui sono poste le condizioni dai fattori sociali, e il cui meccanismo, in ultimo, si interpreta partendo dall’indagine degli elementi economici. La più grande portata del materialismo storico, come soluzione geniale del problema della determinazione e della volontà umana, sta nell’averne tolto la analisi dal circolo vizioso dell’individuo isolato dall’ambiente e averla riportata allo studio sperimentale della vita delle collettività…

Il cervello del capo è uno strumento materiale funzionante per legami con tutta la classe e il partito; le formulazioni che il capo detta come teorico e le norme che prescrive come dirigente pratico non sono creazioni sue, ma precisazione di una coscienza i cui materiali appartengono alla classe-partito e sono prodotti di una vastissima esperienza. Non sempre tutti i dati di questa appaiono presenti al capo sotto forma di erudizione meccanica, cosicché noi possiamo realisticamente spiegarci certi fenomeni di intuizione che vengono giudicati di divinazione e che, lungi dal provarci la trascendenza di alcuni individui sulla massa, ci dimostrano meglio il nostro assunto che il capo è lo strumento operatore e non il motore del pensiero e dell’azione comune…

L’organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e di vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari “cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi a seconda delle attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unifica sempre più intimamente nel tempo e nello spazio. Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nella organizzazione; man mano che questa divisione dei compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società) è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. L’evoluzione rivoluzionaria non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.

Essa è antindividualista in quanto materialista; non crede all’anima o a un contenuto metafisico e trascendente dell’individuo, ma inserisce le funzioni di questo in un quadro collettivo, creando una gerarchia che si svolge nel senso di eliminare sempre più la coercizione e sostituirvi la razionalità tecnica. Il partito è già un esempio di una collettività senza coercizione».

Questo aveva detto colui che per noi, in questi anni di travagliata ma entusiasmante ripresa del  «filo del tempo» era ed è stato sempre e soltanto «Amadeo»; non il «migliore» corteggiato e magari tradito, ma il magnifico «strumento», la splendida «macchina» attraverso la quale passava – e si trasmetteva ai figli di generazioni nate sotto il triste segno non più della rivoluzione vittoriosa o in marcia verso la vittoria, ma della controrivoluzione cinicamente trionfante – la corrente ad altissimo potenziale del marxismo; e diciamo marxismo come l’abbiamo sempre inteso noi della Sinistra, non come astratta teoria sulle cui gemme chinarsi in quotidiana venerazione pretesca, ma come arma lucida e tagliente di cui non si deve mai perdere l’impugnatura, cioè la direzione verso l’obiettivo, e per salvare la quale, affinché non si smarrisca nei vortici della sconfitta, bisogna saper sacrificare tutto, prima di ogni cosa l’ignobile se stesso, così come per usarla bene quando la battaglia divampa, è necessario distruggere le debolezze, le miserie, le vanità, gli stupidi orgogli, il meschino «libro dei conti» dell’individuo, per salvarne e utilizzarne le potenzialità sane o addirittura preziose nell’interesse della   «classe-partito».

Quella corrente ad alta tensione non era, come non è e non sarà mai (egli diceva a proposito di Lenin) «di soli dati intellettivi»: era e sarà fatta soprattutto di passione, diciamo pure di cuore, per contrapporre un organo del corpo – il più generoso e il più saldo – a quello di cui il borghese va tanto orgoglioso proprio perché è il più fragile, il più incline al calcolo, il più vulnerabile alle seduzioni del grande palcoscenico; era ed è fatto di partecipazione vissuta alle battaglie della classe oppressa, al sangue versato con eroica abnegazione da centinaia di migliaia di militanti anonimi, ai sacrifici offerti senza nessuna pretesa di ricompensa da proletari che agivano d’istinto prima ancora di sapere, da incolti che non sognavano mai di chiedere anticipatamente o di presentare poi il conto delle proprie splendide audacie di combattenti, tanto più alieni dal risparmiarsi quanto meno inibiti da fardelli culturalistici e da remore cerebraloidi.

E come la corrente, così la macchina-Amadeo attraverso la quale essa continuò a passare senza alternanze di fasi sull’arco di un sessantennio era almeno altrettanto passione quanto dottrina, almeno altrettanto cuore quanto cervello; era anzi teoria e cervello solo perché sostenuti ed alimentati da passione e cuore, una passione che non conosceva confini, un cuore che non saltava un battito.

* * *

Tre cicli storici si erano accumulati nei suoi poderosi ingranaggi: gli anni della preparazione rivoluzionaria, nella lotta tenace contro le ricorrenti malattie del riformismo, del parlamentarismo, del centrismo parolaio e traditore, dell’anarchismo o del sindacalismo negatori del Partito e della dittatura e contro la vergogna somma del socialpatriottismo, dal 1912 al 1919; gli anni della rivoluzione tumultuante nelle viscere della società capitalista ed esplosa nel suo anello più debole, quando si trattò non soltanto di costruire il partito, ma di farlo operare senza tentennamenti o nostalgia di ritorni indietro, nell’avversa come nella buona fortuna, dal 1919 al 1923; gli anni della controrivoluzione, quando il poderoso strumento del Partito Mondiale venne prima a poco a poco demolito, non avendone coscienza, per aver smarrito il duro ma rettilineo cammino che aveva portato all’Ottobre, e per essersi illusi di raggiungere più in fretta la meta gloriosa per la via più facile e breve delle manovre elastiche e dei compromessi a danno dei principi, poi venne coscientemente schiantato col rullo compressore del potere statale russo strappato dalle mani della classe proletaria e rivolto contro di essa.

E l’enorme ventura delle giovani generazioni proletarie che dalla melma di quarantacinque anni di controrivoluzione sono chiamate a risalire la china verso battaglie altrettanto gigantesche e più risolutive, e la risaliranno – una ventura di cui è tanto vero che nel Partito essi hanno già coscienza, quanto è vero che a noi di generazioni più sfortunate è stato difficile acquisirla – questa ventura è che dell’età dei grandi rivoluzionari uno almeno abbia resistito, fermo al suo posto, anche nel più disperato isolamento, con la stessa tenacia e lo stesso spregio della popolarità nei giorni in cui il volgo non soltanto dei gazzettieri lo ammirava alla testa di un Partito negli statuti del quale (riprendiamo la conferenza del 1924) non era scritto né «capo», né «comitato di capi», ma ogni individuo occupava naturalmente il suo posto come esigeva e dettava «la dinamica del movimento e non la banalità di consultazioni elettive», con la stessa tenacia e uno spregio ancor più sconfinato della popolarità e del «successo» nei giorni ben altrimenti difficili in cui il volgo dei gazzettieri lo immagina o lo presenta «ritiratosi dalla vita politica», ed egli invece martellava, nella solitudine che tanti rivoluzionari avevano conosciuto prima di lui, l’antica canea d’acciaio del marxismo rivoluzionario, perché si incarnasse finalmente in un Partito, anche forzatamente piccolo, anche temporaneamente senza eco, certo e per sempre ignaro di pennacchi e galloni, ma che crescesse e lottasse su una via ed una sola. Non per libera scelta, ma per determinazione storica, «Amadeo» fu e rimase lì a condensare nell’efficientissimo serbatoio della sua macchina di lavoro il bilancio e quindi l’insegnamento di questi tre periodi dialetticamente uniti. E appunto perciò egli ha potuto essere, come Lenin, il restauratore del marxismo su un piano perfino più alto, non per virtù personali, ma per collocazione storica, eliminando fin l’ultimo anello di congiunzione con qualunque residuo, anche involontario, esteriore e linguistico-formale, di democratismo.

Un compagno, un compagno qualunque in questa nostra piccola ma fervida collettività di militanti, che traggono forza non da se stessi, ma dal possesso collettivo di una tradizione emanante da un lungo passato di azione rivoluzionaria, ha detto giustamente che «Amadeo» sarà forse l’ultimo rivoluzionario al quale un nome e un cognome restino legittimamente legati, non perché così volesse lui, né perché egli vi  riconoscesse (tutt’altro!) l’ideale cui tendere, ma perché la corrente ad altissimo potenziale del marxismo aveva ancora bisogno di questi poderosi «tralicci umani» emergenti al di sopra di una pur solida e ben cementata «base».

Nella conferenza del 1924, egli stesso aveva anticipato – e in parole rimaste incise nella nostra memoria le ribadì nelle roventi pagine di demolizione del «battilocchio» – il giorno in cui i militanti avrebbero tratto dall’immenso dolore per l’arresto della «macchina possente e mirabile» di Lenin la «certezza che la funzione di essa si continua e si perpetua in quella degli organi di battaglia nella direzione dei quali egli ha primeggiato»; aveva previsto ed auspicato il giorno in cui il Partito più o meno numeroso secondo le circostanze e non per «scelte» labili e sempre fugaci, si sarebbe mosso come corpo unitario e anonimo nella connessione «sempre più scientifica» e nella integrazione «sempre più razionale» delle sue forze, per esili individualmente che fossero, e in cui alla superiore potenza di una o due o dieci macchine poderose sarebbe stato possibile supplire con rotelline più modeste e cinghie di trasmissione meno geniali ma sicuramente fuse nel comune lavoro organico, e spoglie di ogni attributo personale; aveva antiveduto il giorno in cui i proletari non avrebbero più aspettato che «venisse qualcuno» a portar loro la salvezza, ma sarebbero insorti tutti insieme, attratti da una gigantesca forza collettiva, da un campo magnetico senza connotati anagrafici, tanto più irresistibile quanto meno legato all’attesa dell’ Uomo o del comitato di aspiranti ad un posticino nel Pantheon di una gloria bottegaia; aveva preannunziato il giorno in cui la classe si sarebbe levata tutta d’un pezzo, insieme e intorno al suo Partito, avendo distrutto nel proprio cuore immensamente generoso il mito della «necessità dei pontefici, dei re, dei “primi cittadini”, dei dittatori e dei duci, povere marionette che si illudono di fare la storia».

* * *

All’altezza di questa visione – una visione che supera di milioni di miglia ogni idealismo ed ogni fideismo -, noi dobbiamo, noi tutti, cercare di levarci e di saperci tenere, E’ forse questo l’insegnamento più duraturo, anche se il meno ponderabile, che ci lascia la vita di un militante il cui sforzo fu d’essere già oggi  l’uomo del domani comunista, libero dalle incrostazioni secolari dell’individualismo borghese, paziente nell’ora difficile come impetuoso nell’ora lieta, candido verso i compagni e severo con se stesso, non mai stanco di dare sapendo che tale è la missione di chi più ha ricevuto e sempre riceve – e che sul filo di questa feroce coerenza, così avara di onori e di applausi, e così negatrice di compensi, è vissuto non con pena, ma con gioia.

I pochi che non per elezione, ma per fatalità, hanno seguito le spoglie del loro compagno – fino in un umile cimitero di campagna, hanno sentito – esattamente come quelli che per la stessa fatalità non hanno potuto farlo – il grande battito d’ala di un secolo e mezzo di movimento rivoluzionario. Sanno, e lotteranno per non dimenticarlo, che su quella traccia è luce e forza, fuori di essa è buio e infamia. Le vite spese al servizio del proletariato mondiale non si misurano ai «successi» o agli «insuccessi» né di un giorno né perfino di decine di anni: si misurano al metro, ignoto agli «storici» non meno che ai gazzettieri, di un’invarianza non solo nella fedeltà alla dottrina, ma nella conformità ad essa in ogni atto della vita. La forza che tiene l’individuo sulla linea, diritta anche se a volte accidentata, della classe per la quale è stato chiamato a lottare da oscure determinazioni, non può venirgli dal  viscido mondo in cui egli è oggi condannato a vivere, ma può venirgli soltanto dalla milizia in un organismo anonimamente costruito sulle dure esperienze del passato, tra i bagliori di fiamma della rivoluzione come nei foschi tramonti della controrivoluzione.

Ricordarlo, non in astratto ma nella vita quotidiana, è veramente far rivivere con Amadeo le schiere di militanti che, nella frase di Marx, hanno difeso, propugnato, salvato nel presente – qualunque presente, anche e soprattutto il più torvo e sconsolato – l’avvenire del movimento comunista.

Perché la Russia non è socialista? Pt.2

Economia russa e Rivoluzione d’Ottobre

Le prime misure che il proletariato giunto al potere in un paese sviluppato deve prendere tendono a eliminare il carattere capitalista dell’economia. Nella società borghese, la merce essenziale, quella che è l’origine e la base dell’accumulazione del capitale, è la merce forza lavoro, il prezzo della quale sul mercato della manodopera si esprime nel salario, o equivalente in denaro dei prodotti necessari al sostentamento dell’operaio. Anche quando la forza lavoro è pagata al suo “giusto valore”, cioè permette al salariato di provvedere ai bisogni suoi e della sua famiglia, l’impresa capitalistica ricava sempre un eccedente dalla vendita dei suoi prodotti: il plusvalore o profitto, fonte inesauribile del capitale, motore dell’accumulazione, fondamento economico della potenza sociale della classe capitalistica.

Ricordato tutto ciò, è chiaro che, per distruggere lo sfruttamento capitalistico, occorre distruggere il rapporto fondamentale che ne costituisce la base: occorre distruggere il carattere di merce della forza lavoro. Ciò è possibile ad una sola condizione: che sia abolita la forma di retribuzione chiamata salario. Il mezzo previsto dal marxismo per raggiungere in un primo tempo questo risultato è il sistema dei “buoni di lavoro”, di cui parleremo più a lungo in seguito.

Abbiamo già detto a questo proposito che tale sistema, malgrado i sarcasmi dei filistei “moderni”, non era affatto utopista. Tuttavia, all’esame della descrizione che ne dà Marx, appare subito che esso non è realizzabile se non in paesi che abbiano raggiunto un certo stadio di sviluppo economico e tecnico. Non era questo il caso della Russia proletaria nell’Ottobre 1917: da una parte, per l’arretratezza economica del paese; dall’altra, a causa delle distruzioni provocate dalla guerra civile contro i Bianchi e dalla guerra contro l’intervento straniero.

Non solo il potere rivoluzionario bolscevico non poteva affrontare subito il compito economico fondamentale della rivoluzione socialista – cioè abolire i rapporti di produzione capitalistici – , ma anche, solo per potervi riuscire un giorno, doveva prima svilupparli. Il proletariato russo aveva conquistato il potere sull’onda di una rivoluzione borghese che la borghesia russa era stata incapace di condurre a termine; per contropartita, reggeva sulle proprie spalle il grave fardello del compito che storicamente incombe alla borghesia: l’accumulazione originaria del capitale.

Invece di sopprimere la divisione del lavoro, fondamento del salariato, esso doveva utilizzare nel miglior modo quella che esisteva in Russia. Ben lungi dal far scomparire il mercato, inseparabile dalla retribuzione in denaro della forza lavoro, doveva farlo rivivere. Invece di procedere all’impossibile socializzazione di milioni di aziende agricole era costretto, per l’approvvigionamento delle città, a incoraggiare la piccola produzione contadina. In una parola, doveva correre il rischio di tenere in pugno un potere politico destinato a distruggere l’economia capitalistica, ma spinto per forza di cose ad accelerarne lo sviluppo!

Questa sfida eroica certi “estremisti” vorrebbero considerarla – retrospettivamente – come votata a priori all’insuccesso: un tentativo di potere proletario nella Russia semi-feudale non poteva – essi dicono – sfociare in altro che in un capitalismo nazionale! Questo significa ignorare due elementi-chiave: da una parte, la rivoluzione che, nel corso della Prima guerra mondiale, maturava comunque in Russia, occasione unica, per il suo proletariato, di approfittare dell’incapacità congenita della borghesia nazionale di compiere la propria rivoluzione, per rovesciare i rapporti di forza sociali su scala mondiale; dall’altra, l’ipotesi, divenuta plausibile dopo l’insurrezione d’Ottobre e la crisi sociale provocata dalle miserie della guerra in Germania, di una rivoluzione operaia in quest’ultimo paese: nel qual caso, l’ascesa al potere del proletariato tedesco, alleggerendo i compiti economici dei bolscevichi, avrebbe permesso loro di doppiare il capo dell’accumulazione del capitale, senza rischiare, in una forma o nell’altra, la restaurazione del suo potere politico e della sua forza sociale.

Per Lenin e per tutti i bolscevichi – Stalin compreso, prima che teorizzasse il “socialismo in un solo paese” – il traguardo della rivoluzione d’Ottobre non era affatto la trasformazione immediata dell’economia russa in senso socialista. Mille testi e discorsi testimoniano al contrario che la prospettiva di tutti i comunisti dell’epoca consisteva nel fare del potere dei Soviet una specie di bastione avanzato della lotta rivoluzionaria mondiale. Solo se la rivoluzione avesse guadagnato i paesi più sviluppati d’Europa, nei quali le prime misure fondamentali del socialismo erano immediatamente possibili, se ne sarebbe potuta prevedere la realizzazione progressiva in Russia. Lenin l’ha sottolineato a più riprese con la sua formula: “Senza rivoluzione vittoriosa in Germania, nessuna possibilità di socialismo in Russia!”. Per affrettare questa vittoria, per concentrare in essa tutte le forze del proletariato internazionale, per liberare il potere sovietico dalla palla al piede di una restaurazione della produzione industriale russa, egli era pronto a dare in affitto al capitale straniero le principali imprese! Posizione ben diversa dalla figura di un Lenin patriottico che ci viene propinata oggi! Preoccupazioni lontane le mille miglia da chi ha preteso, dopo di lui, di “fare” del socialismo nel SUO paese solo!

La storia non ha risposto alle aspettative di questa generazione di giganti politici: la Comune di Berlino schiacciata; le insurrezioni operaie nell’Europa Centrale sconfitte. Furono le disfatte successive della rivoluzione internazionale a imporre ai bolscevichi una serie di misure di politica economica che non avevano nulla a che vedere col socialismo, ma che lo stalinismo, in seguito, consacrò sotto questa etichetta menzognera. In realtà, si tratti della gestione operaia delle imprese abbandonate dal padrone o del ristabilimento di un certo grado di commercio interno, della pianificazione industriale o della sostituzione dell’imposta in natura alle requisizioni forzate di grano, tutti questi non erano che espedienti economici, palliativi contro la miseria e la sottoproduzione, provvedimenti di attesa in vista di una ripresa della lotta proletaria mondiale, alla quale tutti i rivoluzionari degni di questo nome non accettarono mai che si potesse o dovesse rinunziare.

Fu necessario che il riflusso di questa lotta internazionale si risolvesse in disfatta, che fossero massacrati o deportati tutti coloro che, in Russia o altrove, restavano fedeli alle posizioni di Lenin, perché si compiesse la più grande impostura della storia moderna: la consacrazione “socialista” del sistema più arretrato e più barbaro di sfruttamento della forza lavoro.

Nelle condizioni sopra descritte, i bolscevichi erano quindi costretti a utilizzare e sviluppare le categorie che il socialismo si propone di abbattere: lavoro salariato, denaro, accumulazione del capitale.

Il socialismo abolisce la gerarchia delle remunerazioni; i bolscevichi dovettero stimolare la produttività del lavoro col metodo degli alti salari. Il socialismo riduce la durata del lavoro; il potere sovietico lo accrebbe. Il socialismo sopprime il denaro e il mercato; i comunisti russi restituirono al commercio interno la sua libertà. Lo Stato proletario dovette accumulare capitale per ricostituire i mezzi di produzione distrutti, e fabbricarne di nuovi. Insomma, il proletariato russo politicamente era al potere; economicamente, si dissanguava per mantenere in vita un paese in secolare ritardo.

Di queste esigenze, di queste contraddizioni, i bolscevichi erano perfettamente coscienti. Sapevano molto bene che fra il proletariato russo e il socialismo non c’era che un legame: l’Internazionale comunista, interamente rivolta alla lotta del proletariato d’Europa e anche d’Asia.

Isolamento e sconfitta del proletariato russo

Solo una vittoria proletaria in paesi capitalistici sviluppati poteva aiutare la Russia dei Soviet ad alleviare le miserie e le sofferenze e a sventare i pericoli sociali che la ricostruzione della sua economia comportava. Lenin non ha mai detto o pensato si potesse “fare del socialismo” nella Russia arretrata. Egli contava sul trionfo della rivoluzione operaia, prima in Germania e in Europa Centrale; poi, in Italia, Francia e Inghilterra. E’ da questa rivoluzione, e solo da essa, che egli attendeva la possibilità per la Russia futura di fare i primi passi in direzione del socialismo.

Quando Stalin e i suoi complici salirono al potere e decretarono, come per il beneplacito di un sovrano, che il socialismo era possibile nella sola Russia, essi liquidarono di fatto la prospettiva di Lenin e dei bolscevichi, spezzarono l’unico legame che unisse il proletariato russo a una possibilità di socialismo futuro: il legame del partito russo con la rivoluzione comunista europea.

I rapporti di produzione della Russia di allora, nei limiti in cui avevano superato lo stadio arcaico della piccola produzione e dell’economia naturale, non avevano che fondamenta borghesi. Su queste fondamenta non si potevano sviluppare che strati sociali ostili al socialismo, avidi innanzitutto di consolidare politicamente i loro vantaggi economici. Tali erano specialmente i commercianti e i piccoli capitalisti privati, ai quali la N.E.P. aveva restituito una certa libertà d’azione. Tali erano le enormi masse contadine, divenute rabbiosamente conservatrici dopo che la rivoluzione operaia le aveva provviste di terra.

Se la rivoluzione fosse stata vittoriosa in Germania, il potere sovietico avrebbe potuto limitarsi alle concessioni già fatte al capitalismo privato e al contadiname russo, e controllarne i riflessi sociali. Rinunciare alla rivoluzione europea, come fece Stalin, era invece dar libero corso allo sviluppo dei rapporti capitalistici in Russia, era dare alle classi che ne erano le immediate beneficiarie la supremazia sul proletariato. Questo proletariato, minoranza estrema decimata nella guerra contro i Bianchi e aggiogata a un compito produttivo schiacciante, non aveva, contro gli speculatori del commercio privato e l’avidità dei contadini, altra arma che il bastone dello Stato sovietico. Ma questo Stato non poteva rimanere proletario che nella misura in cui faceva blocco col proletariato internazionale contro gli strati reazionari interni. Decidere che la Russia dovesse fare da sola il “suo” socialismo, era abbandonare il suo proletariato alla enorme pressione delle classi non proletarie, e liberare il capitalismo russo da ogni coercizione e da ogni controllo. Peggio ancora, era trasformare lo Stato sovietico in uno Stato come tutti gli altri, sforzandosi di fare al più presto della Russia una grande nazione borghese.

Questo fu il vero significato della “svolta” di Stalin e della sua formula del “socialismo in un solo paese”. Chiamando “socialismo” quello che era puro capitalismo, patteggiando con la massa reazionaria del contadiname russo, perseguitando e massacrando tutti i rivoluzionari rimasti fedeli alla prospettiva di Lenin e agli interessi del proletariato russo e internazionale, Stalin fu l’artefice di una vera controrivoluzione. Pur realizzandola con l’atroce terrore di un despota assoluto, egli non ne fu tuttavia il promotore, ma lo strumento.

Dopo una serie di sconfitte sul piano internazionale come sul piano interno, dopo la repressione delle insurrezioni armate e i catastrofici errori tattici dell’Internazionale come dopo le sommosse contadine e le carestie in Russia, apparve chiaro verso il 1924 che la rivoluzione comunista in Europa era rinviata a tempo indefinito. A questo punto cominciò per il proletariato russo un terribile corpo a corpo con tutte le altre classi della società.

Queste classi, momentaneamente prese da entusiasmo per la rivoluzione antizarista, non aspiravano più che a godersi la loro conquista al modo borghese, cioè sacrificando la prospettiva rivoluzionaria internazionale alla instaurazione di “buoni rapporti” coi paesi capitalistici. Stalin non fu che il portavoce e il realizzatore di queste aspirazioni.

Quando diciamo “proletariato russo”, non intendiamo affatto le masse operaie stesse, esangui dopo tanti sforzi e sacrifici, afflitte dalla disoccupazione e dalla carestia, divenute incapaci di spontaneità politica; intendiamo il partito bolscevico, in cui si condensava e si accentrava l’ultima volontà rivoluzionaria di una generazione politica alla quale la storia non rispondeva più. Non si ripeterà mai abbastanza che la situazione economica in Russia alla fine del periodo della guerra civile era terribile, e che tutta la popolazione aveva finito per desiderare, non importa a qual prezzo, il ritorno alla sicurezza, al pane e al lavoro. In ogni periodo di riflusso di una rivoluzione, quella che trionfa non è la coscienza rivoluzionaria, ma la più triviale demagogia; a politicanti senza scrupoli era fin troppo facile, in simili condizioni, far valere agli occhi delle masse affamate la necessità di un compromesso con l’occidente capitalista, e stigmatizzare come iniziativa da avventurieri la strenua volontà della minoranza bolscevica di continuare la “linea di Lenin”, cioè la subordinazione di tutta la politica russa alla strategia della rivoluzione comunista internazionale. Un’iniziativa Stalin – di fronte al quale gli intellettuali progressisti più raffinati d’occidente si inchinarono come prostitute di infimo grado – non l’aveva mai avuta, lasciando ad altri il compito sovrumano e, a lungo termine, impossibile di conciliare lo sviluppo indispensabile delle basi economiche capitalistiche con il mantenimento del potere proletario. Era questo che lo rendeva disponibile ai fini della liquidazione delle prospettive e delle ragioni d’essere del bolscevismo.

Questa liquidazione esigeva un bagno di sangue, ma quello che disorienta lo storico quando studia la controrivoluzione russa è il fatto che essa si sia sviluppata all’interno del partito bolscevico, come se si trattasse, non di un conflitto tra due prospettive storiche diametralmente opposte, ma di inesplicabili rivalità tra capi, o di una sanguinosa lite in famiglia! E’ questo il “mistero” che spiegheremo nelle pagine che seguono.