Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1970/17

Perché la Russia non è socialista? Pt.5

Socialismo e piccola produzione

Dobbiamo prima di tutto spiegare che cosa significhi, in questo campo specifico, il fenomeno politico che abbiamo chiamato “controrivoluzione staliniana” e che presenta difficoltà e contraddizioni che siamo ben lungi dal dissimularci. Quando da un lato affermiamo che, senza il soccorso della rivoluzione internazionale, l’economia russa non poteva aspirare che ad uno sviluppo capitalistico e dall’altro diciamo che tale capitalismo è opera dello stalinismo, una spinosa obiezione ci attende: in che cosa la politica economica di Lenin differiva da quella di Stalin e con quale diritto si può parlare di controrivoluzione quando essa prosegue l’opera delle forze politiche che ha abbattute?

In realtà, a questa obiezione abbiamo già risposto: l’economia russa liberata dallo zarismo tendeva al capitalismo in virtù di una necessità ineluttabile e non è su questo terreno che i bolscevichi intendevano affrontare il capitale, ma sul piano internazionale e nei paesi dove i suoi rapporti di produzione potevano essere immediatamente distrutti da una rivoluzione vittoriosa.

Resta tuttavia da precisare che cosa rappresenti la controrivoluzione staliniana come orientamento impresso a tutto lo sviluppo storico della società russa moderna: si tratta non soltanto dell’abbandono di ogni prospettiva di un socialismo sia pure lontano, ma anche di una via di espansione capitalistica che è lungi dall’essere la più radicale e la più energica.

Sia ben inteso anzitutto che ogni contro-rivoluzione è politica, che si traduce in un cambiamento della classe al potere e non in un arresto dello sviluppo delle forze produttive, il che significherebbe un regresso nella civiltà di cui la storia moderna non offre alcun esempio. Così la Restaurazione del 1815 ha riportato l’aristocrazia al potere nei paesi d’Europa dai quali la rivoluzione del 1789 l’aveva cacciata, ma non ha arrestato lo sviluppo del capitalismo consecutivo a questa rivoluzione. In altre parole, ha trasformato i nobili in banchieri o proprietari fondiari, ma non ha ricondotto i borghesi allo stato di servi!

Allo stesso modo, lo stalinismo, pur liquidando la rivoluzione internazionale, non è ritornato sul risultato ottenuto con la caduta dello zarismo: cioè la generalizzazione della produzione mercantile, lo sviluppo dell’economia capitalistica. E’ anche vero che tale contro-rivoluzione non ha restituito il potere alle classi decadute – e questa è l’ultima, ma non la minore, delle obiezioni alla quali dovremo rispondere. Lo faremo per ora limitandoci a questa osservazione: la crisi del colonialismo di questi ultimi vent’anni ha confermato che in tutte le rivoluzioni scoppiate in paesi arretrati o semifeudali, e in assenza del proletariato mondiale dalla lotta, è il capitalismo che scaturisce da queste rivoluzioni (anche in mancanza di una classe “fisica” di borghesi) quando lo Stato, come agente economico, instaura o mantiene rapporti capitalistici di produzione. La nozione del ruolo determinante di “cerniera” che lo Stato gioca tra due modi successivi di produzione è indispensabile per comprendere tanto la funzione che Lenin gli assegnava nella rivoluzione d’Ottobre,  quanto per mettere in luce quella che ha effettivamente assolto sotto Stalin. Lo Stato, nella concezione marxista, è uno strumento di violenza al servizio della classe dominante e garantisce un ordine sociale corrispondente a un determinato modo di produzione. Questa definizione è rigorosamente valida per lo Stato proletario salvo, beninteso, il fatto che esso esprime la dominazione delle classi sfruttate sulle classi sfruttatrici e non l’inverso e che è, d’altronde, votato a estinguersi con la scomparsa dei rapporti di produzione che ha per obiettivo di abolire. In quest’ultimo campo, lo Stato proletario, come qualunque altro, non ha che due mezzi di intervento: autorizzare o interdire.

Abbiamo visto che la Rivoluzione russa, a causa del suo carattere duplice, anti-feudale e anti-capitalistico, poteva certo “saltare” la tappa politica corrispondente alla sua prima faccia, ma non sottrarsi alla realizzazione del suo contenuto economico: distruggeva e rendeva impossibile ogni dominazione di classe fondata sull’accumulazione, ma non poteva sopravvivere senza tollerare, anzi incoraggiare, tale accumulazione. Il suo carattere proletario dipendeva, quindi, più da una potenzialità che da una realtà: il suo socialismo era più allo stato di intenzione che di possibilità materiale.

In queste condizioni e da quando diventa certa la sconfitta della rivoluzione comunista in Europa, su quale elemento è possibile orientarsi per stabilire il “limite” oltre il quale lo Stato cessa di mantenere ogni rapporto con la funzione rivoluzionaria del proletariato? Questo limite sul piano politico è facilmente determinabile: esso è stato superato da quando lo stalinismo ha rinunciato apertamente alla rivoluzione internazionale, condizione indispensabile del futuro socialismo russo. Ma sul piano economico e sociale, l’unico criterio solido è quello derivante dalla funzione dello Stato come è stata definita più sopra: lo Stato sovietico ha cessato di essere proletario da quando si è privato di ogni mezzo per interdire le forme economiche e sociali transitorie che era stato costretto ad autorizzare.

Se sul piano giuridico questa impotenza si manifesta ufficialmente solo con la Costituzione del 1936 – che, stabilendo l’uguaglianza democratica fra operai e contadini, consacra lo schiacciamento del proletariato sotto l’immenso contadiname russo – , sul piano economico e sociale è nella grande svolta operata nel campo delle strutture agrarie che tale impotenza soprattutto si manifesta. La propaganda staliniana, spalleggiata da tutta l’intellighenzia internazionale, pretende che la “collettivizzazione” e la “dekulakizzazione” degli anni ’30 abbiano realizzato la seconda delle due rivoluzioni russe, la rivoluzione comunista contenuta in quella dall’Ottobre 1917. Questa spacconata – sostenibile solo con uno snaturamento  totale di ogni criterio marxista – crolla davanti alla seguente constatazione: l’organizzazione della produzione agricola, che la Russia moderna trascina come una palla al piede, non solo non ha raggiunto il livello socialista, ma batte il passo a un gradino molto inferiore a quello delle agricolture dei paesi capitalistici sviluppati. Basterebbe a dimostrarlo l’endemica carenza di prodotti alimentari in Russia e la necessità che ancora oggi si impone di importare grano in un paese che fu uno dei primi produttori del mondo di questo cereale.

Contro l’opinione “estremista” molto diffusa secondo la quale la sconfitta del socialismo in Russia sarebbe dovuta all’impianto di un mostruoso capitalismo di Stato, occorre sottolineare di fronte a quale forma di produzione abbia in definitiva capitolato il potere proletario in questo paese. Basta rifarsi a Lenin per notare che cosa egli continuamente indicasse quale “nemico n.1 del socialismo” nei suoi discorsi e scritti e notare come questo nemico abbia tenuto duro nonostante tutte le riforme e trasformazioni sopravvenute in URSS. Nel testo già citato Sull’imposta in natura, Lenin elenca le cinque forme dell’economia russa:

1 – L’economia naturale ( cioè la produzione familiare quasi completamente consumata dai suoi produttori);

2 – la piccola produzione mercantile (“in cui è inclusa la maggioranza dei contadini che vendono il loro grano”);

3 – il capitalismo privato (la cui rinascita risale alla NEP);

4 – il capitalismo di Stato (cioè il monopolio del grano e l’inventario di tutti i produttori che il potere proletario si sforza di realizzare tra mille difficoltà);

5 – il socialismo. Su quest’ultimo punto, Lenin si esprime con grande fermezza: esso non è, egli dice, che una “possibilità giuridica” dello Stato proletario. Una possibilità che avrebbe potuto divenire realtà immediata solo se la rivoluzione russa, come Lenin precisò duramente a Bukharin, avesse ereditato i risultati storici di un “imperialismo integrale”, di un “sistema nel quale tutto fosse sottomesso al capitale finanziario” e nel quale “non restasse che sopprimere il vertice e mettere il resto nelle mani del proletariato”.

Questo non era evidentemente il caso della Russia ed è perciò che nello schema di Lenin la lotta non si svolge tra il capitalismo di Stato – ancora allo stato di tendenza e di sforzo di inventario – e il socialismo, pura “possibilità giuridica” fondata in politica sulla natura del partito al potere, ma non in economia dove domina la piccola produzione: “ma è”, sottolinea Lenin, “la piccola borghesia più il capitalismo privato (cioè le forme 2 e 3) che lottano insieme, di concerto, sia contro il capitalismo di Stato, sia contro il socialismo”.

Dell’esito di questa lotta, oggi si possono misurare  i risultati da come si presenta l’agricoltura russa attuale la quale, lungi dall’aver eliminato quella piccola produzione, l’ha immortalata sotto l’apparenza falsamente “collettivista” del colcos. Esamineremo nelle prossime pagine il contenuto economico e l’influenza sociale di un tipo di cooperativa che differisce ben poco da quelle esistenti nei paesi capitalisti occidentali. Vorremmo solo sottolineare qui che il partito del proletariato russo non è caduto di fronte all’avvento di “forme nuove” che il marxismo “non avrebbe previsto”, di fronte ad un colossale termitaio di burocrati che la classe operaia avrebbe covato in seno, ma è stato vinto dalle condizioni storiche e sociali russe che sapeva fin dall’inizio di non poter dominare che con l’aiuto della rivoluzione comunista europea.

La peggiore delle falsificazioni staliniane è di aver dichiarato che, in tali condizioni, il socialismo era stato “costruito”. Lenin denunciò in anticipo questa furfanteria, all’epoca della NEP: “Costruire la società comunista con le mani dei comunisti”, egli dice, “è un’idea puerile che non abbiamo mai espresso; i comunisti sono solo una goccia d’acqua nell’oceano popolare…”. Si tratta di farlo, aggiunge, “con le mani degli altri”, cioè permettendo alle classi non proletarie di modernizzare la loro tecnica di produzione, di apprendere l’uso delle macchine moderne: insomma, si tratta di realizzare le condizioni del socialismo e non il socialismo stesso; e tali condizioni non hanno altro nome che capitalismo!

Lo sviluppo del capitalismo è l’eliminazione della piccola produzione. I comunisti russi vi si provarono alla maniera comunista e non borghese, cioè salvando l’esistenza e la capacità di lavoro del produttore parcellare pur strappandolo alla sua derisoria “proprietà”, che è schiavitù ancora più grande della servitù della gleba. Fu nelle “comuni agrarie” che i bolscevichi si sforzarono di raggruppare i contadini sulla base di una gestione e di una distribuzione collettiva, senza proprietà individuale, senza lavoro salariato…Non vi riuscirono, come non vi riuscì più tardi l’altra via, quella di Bukharin fondata sulla speranza di un aumento del capitale di esercizio del contadino medio.

La “soluzione” che riuscì fu quella di Stalin: la collettivizzazione forzata, la più spaventosa, barbara e reazionaria che si possa concepire. Spaventosa perché nata da violenze quasi apocalittich.Barbara perché accompagnata da una distruzione incalcolabile di ricchezze, specialmente lo sterminio di bestiame di cui dopo 40 anni, la Russia attuale ancora soffre. Reazionaria perché stabilizza il piccolo produttore – a differenza del capitalismo occidentale che lo elimina – in un sistema inadeguato dal punto di vista del rendimento e retrogrado dal punto di vista ideologico. Il colcosiano, che unisce l’egoismo tradizionale rurale e l’avidità del lavoratore dei campi, è proprio il simbolo del trionfo del contadiname sul proletariato, trionfo che la millanteria del “socialismo in un paese solo” nasconde.

Forgiatore di militanti

«Come il geologo affonda la sua sonda nelle viscere della terra per trarne alla superficie campioni dei vari strati onde studiarne la natura e la formazione, così il partito si serva di me e della mia memoria come di una sonda che s’immerge nella storia di oltre mezzo secolo del movimento operaio, per approfondire lo studio dei suoi errori e delle sue sconfitte, delle sue avanzate e delle sue vittorie».

Fra tanti suoi discorsi, queste parole ci commossero di più. Pronunziate da Amadeo nel ’67 [sic!, si tratta del 1966], in una delle nostre riunioni, ci suonarono come una esortazione a non indugiare, come un invito contro il tempo, come un appello pressante. Il combattente sentiva urgere la sua ora. Dal ’45, senza sosta, con periodicità cronometrica, con tenacia impassibile, senza mai «dirlo», aveva in realtà «funzionato» da sonda, aveva frugato inesorabile nei meandri di quell’arco di tempo che va – lui testimone ed attore – dai primi lustri del secolo ai nostri giorni. Di città in città, dinanzi a uditori di un centinaio di compagni – teste canute di vecchi e cocciuti militanti, teste brune o bionde di giovani reclute entusiaste – in sottoscala di fortuna, in ambienti angusti in cui l’ossigeno non era in eccesso, per oltre un ventennio aveva martellato i «chiodi» della dottrina, chiarito come e perché – sotto la disfatta della rivoluzione in Europa – fosse avvenuta la deviazione di rotta sul cammino della III Internazionale, additato la palude in cui era affondato il movimento proletario mondiale, lumeggiato i punti di approdo cui era giunta la esperienza storica della Sinistra, proclamato sempre – nonostante tutto – la certezza esaltante della vittoria finale del Comunismo.

Lo aveva fatto e continuava a farlo nella stampa, sulle colonne del nostro giornale, in quei «fili del tempo» così vibranti per la passione del polemista. Ma in realtà il suo lavoro di scandaglio gli riusciva meglio alla presenza di compagni. Era un lavoro stimolante: la sonda scavava scavava, portava alla superficie avanzi fossili, utili ormai solo per la dimostrazione d’essere fossili, ed eventi grandiosi, ed episodi non noti, echi di scioperi memorabili, brani di risoluzioni importanti, scorci di Congressi mondiali, punti fermi della teoria rivoluzionaria. Le teste canute ne testimoniavano l’esattezza, le teste brune o bionde ne assimilavano la lezione. Era una elaborazione collettiva, non il prodotto di un singolo cervello, possente che fosse. Non era lui, Amadeo, che parlava: era la coscienza del partito, era la esperienza storica della Sinistra che per sua bocca si esprimeva, indicava alle nuove leve in quale abisso gli errori di rotta – a suo tempo denunziati – avevano portato, come e perché quegli errori non dovevano essere ripetuti mai più, pena la degenerazione irreversibile del partito la rinunzia definitiva al suo programma.

Per oltre un ventennio la sonda aveva scavato senza alcun esplicito accenno alla sua funzione; perché quell’appello patetico nel ’67 [’66]? Il combattente, sorretto sempre da un giovanile ottimismo, aveva ora la percezione esatta delle sue forze fisiche e dei loro limiti. Voleva dare di più e presto; dare fino all’estremo. Qui è il tratto essenziale di lui, il carattere autentico del rivoluzionario marxista. Chi non ha colto ciò non capirà mai nulla dell’uomo Bordiga. Altro che distacco, altro che ritiro sdegnoso! Egli era visceralmente, organicamente legato al partito: senza legame con esso il suo pensiero politico non avrebbe trovato ossigeno per vivere, terreno su cui germogliare ed espandersi. Un uditorio di compagni stimolava vieppiù la sua mente già così fervida, dava passione alla sua fede e alla sua eloquenza. Le sue cose meglio riuscite nacquero così alla presenza coadiuvante dei compagni. La commemorazione di Lenin, tenuta nel ’24 alla Camera del Lavoro di Roma, uscì come un blocco incandescente davanti ad una folla di lavoratori, e solo dopo alcuni giorni – in una pausa di riposo a Napoli – fu da lui stesso stesa a macchina per la stampa.

La verifica, alla luce storica, della giustezza della linea della Sinistra in opposizione alla tattica dell’Internazionale (governo operaio, fronte unico, fronti popolari, ecc.) non sarebbe mai stata compiuta da lui a freddo, a tavolino, da teorico solitario (e meno che mai per difendere e valorizzare l’uomo Bordiga come singolo!). Fu fatta con foga e passione in decine di riunioni, perché fosse di stimolante fiducia ai vecchi compagni che con lui, inconciliabili, avevano resistito alla canea incalzante dell’opportunismo, perché fosse d’insegnamento ai giovani, che accorrevano sempre più numerosi e avidi di sapere, perché fosse pedana di lancio per il futuro partito di classe da organizzare  con una prospettiva storica più avanzata, su basi mondiali. Il partito era in lui così forte passione, che gli faceva annullare ogni intrinseco valore della propria personalità, superare ogni limite delle proprie possibilità fisiche, in una dedizione assoluta, che non esitiamo a definire, nell’avanzata vecchiezza, sovrumana.

Nessuno meglio di lui, fin dagli anni giovanili aveva compreso il ruolo, la funzione del partito sul cammino della rivoluzione. Aveva affilato le sue prime armi a contatto dell’ambiente politico napoletano, equivoco e corrotto, affetto da clientelismo e populismo, in cui scaltri demagoghi sfruttavano ad uso di carriera personale il fascino che il Socialismo, sul principio del secolo, esercitava sulle masse lavoratrici. Avvocati e professori entravano nel partito, guadagnavano la medaglietta di deputato, ne uscivano insofferenti della disciplina, spesso trascinandosi dietro gruppi di proletari ingannati dal loro rivoluzionarismo parolaio. Certo quell’ambiente contribuì a irrigidire nel giovane marxista l’innata intransigenza – che al critico superficiale apparirà poi schematica e ossessiva -, a rafforzarne la tenacia nell’esigere un partito omogeneo e aderente al programma, pronto a sacrificare il numero alla qualità dei seguaci, alieno dai calcoli elettoralistici, lontano dalle contorsioni manovriere e dai tatticismi opportunistici. Così si spiega quella sua opera instancabile, non appariscente perché non marcata con firma, spesa costantemente nella formazione di nuovi militanti. E’ ad essa che vuole limitarsi la nostra testimonianza commossa.

Lo storico non troverà traccia di questa fatica di lui, interrotta nel ’23-’24 da eventi che ebbero la loro matrice a Mosca, ripresa pazientemente nel ’45, quando sembrava temerario, nel clima euforico della «liberazione», richiamarsi alla linea della Sinistra Comunista. Sì, Amadeo fu un formidabile forgiatore di militanti. Li aveva formati, alla incisività della sua penna e alla irruenza della sua oratoria, nel ’19-’21, nell’organizzare la frazione astensionista prima e nel fondare il Partito Comunista d’Italia poi; continuò a formarli con rigore più fermo durante gli anni tremendi in cui praticamente fu a capo del partito: li ha formati di nuovo dopo, nel ventennio susseguente alla seconda guerra mondiale, più deleteria – sul movimento comunista – di quanto fosse stato la prima sui partiti della seconda  Internazionale.

Nella prima fase, giovane sprizzante forza dalla testa possente, dal gesto vigoroso, affascinava per la eloquenza tutta concetti e idee-guida, cui la fede dava un ardore e una sicurezza che subito conquistavano. Sentivamo che non era lui che chiariva e propagandava l’idea; era l’idea che lo spingeva e riscaldava l’azione. Sentivamo che non la lettera, ma l’essenza del marxismo era in lui, tutta intera  nella sua forza penetrativa  ed espansiva nel tempo: fede nel suo immancabile realizzarsi, certezza nell’avvento di una Società senza classi.

Nella seconda fase, maturo ma non meno vigoroso e polemico, appariva come il veterano che più a fondo conosce il nemico, i segreti della sua tattica, i tranelli delle sue imboscate. Non parlava più a grandi masse, ma a ristretti uditori già sulla scia del suo pensiero: vecchi compagni superstiti, giovani che avevano già fatto esperienza nel partitone e ne erano usciti delusi, giovanissimi, che per la prima volta si accostavano all’ideale rivoluzionario. Lo storico – ripetiamo – non troverà traccia di questa fatica di lui. In pieno dilagare del culto della personalità, Amadeo prodiga il meglio del suo pensiero in maniera anonima, trasfonde pazientemente in centinaia di nuovi compagni l’esperienza non sua personale, ma della corrente di cui è stato l’interprete più autorevole e convinto, più ammirato e detestato. L’opportunismo: ecco il vecchio nemico da respingere, lo strisciante nemico che ha inquinato e distrutto – sotto l’incalzare di eventi storici sfavorevoli – i fermenti originali dell’Internazionale.

«La strada più agevole e invitante è spesso quella dell’opportunismo. Non imboccatela, compagni! Quella giusta è sempre la più aspra e la più lunga». Ci suona ancora nell’udito il timbro della sua voce, vediamo ancora il suo gesto. Negli ultimi anni ci era palese il suo sforzo per spostarsi da una città all’altra, ma lo affrontava con la serena semplicità di sempre. Ora i suoi interventi anche se duravano a lungo erano intramezzati da brevi pause, durante le quali un compagno leggeva documenti integrativi dell’argomento trattato. Era più proclive ai ricordi dei suoi incontri e colloqui coi protagonisti degli eventi che ci tenevano avvinti: Liebknecht, Rosa, Lenin, Trotski, Zinoviev. Dietro il suo capo grigio, dietro le sue spalle ancora salde, era un passato che esercitava sui compagni un fascino straordinario. Sì, erano la sua milizia esemplare, il suo tenore di vita spartano, l’identità assoluta fra predicazione e costume, la sua incorruttibilità; il suo disprezzo per il compromesso, la sua intransigenza adamantina contro ogni patteggiamento con il nemico. L’uomo che mai si era abbandonato al compiacimento per una sua affermazione individuale, che mai era intervenuto per respingere le basse calunnie con cui si era tentato colpirlo – il suo passo non cambiava ritmo nell’incalzare dei botoli alle calcagna – e che, vicino al traguardo ultimo, meno che mai poteva essere sospinto da un qualsivoglia interesse personale, continuava la sua battaglia di più che mezzo secolo, incurante della salute che si appesantiva sotto il carico degli anni, pago di legare alla causa altri combattenti e di rinsaldarne i quadri.

 I giovani compagni, educati al suo metodo di lavoro, temprati al calore della sua parola e alla luce del suo esempio, non dimenticheranno il suo insegnamento. Egli, in un paese in cui improvvisazione ed empirismo, esibizionismo ed atteggiamenti donchisciotteschi trovavano vasti consensi, ha scavato in profondità. Sdegnoso del successo effimero, lo sguardo fisso alla finalità suprema, Amadeo ha lavorato sui tempi lunghi. E’ perciò che, se pure la morte fisica ha fermato il dinamismo della sua macchina meravigliosa, vive in noi, suoi compagni di fede e di lotta; vivrà in ognuno di noi, nel nostro pensiero e nella nostra passione di militanti; vivrà con l’insegnamento e l’esempio, sempre e dovunque vi sarà un oppresso da sollevare, uno sfruttato da emancipare, uno schiavo cui infondere coscienza e tempra e dare armi di combattente.

Riprendendo la Questione Cinese Pt.8

La “nuova democrazia”

Nel 1949, a seguito di una campagna militare che vede gli eserciti del Kuomintang dissolversi, nonostante gli aiuti americani, il P.C.C. prende il potere e unifica la Cina. Ma quale potere viene installato? A quale classe appartiene il potere?

La formula usata dal P.C.C. è quella della “nuova democrazia”; il potere è fondato, secondo i “comunisti” cinesi, sul Blocco di quattro classi, i cui interessi sono e devono essere solidali. Non si tratta né della dittatura della borghesia né della dittatura del proletariato, ma di una democrazia “nuova” fondata “sul popolo”, ad eccezione dei proprietari fondiari e della borghesia compradora. Le quattro classi: proletariato, contadini, piccola borghesia e borghesia nazionale gestiscono insieme il potere politico. Le contraddizioni e gli scontri che fra loro scoppiano sono, nella definizione di Mao “contraddizioni in seno al popolo”, scontri secondari sulla base di interessi comuni rappresentati dalla necessità di edificare il grande Stato cinese. Ecco in quali termini Mao si esprime sul governo della “nuova democrazia”:

     «Alcuni esprimono i seguenti dubbi: quando avranno vinto, i comunisti non instaureranno la dittatura del proletariato, un sistema a partito unico come in Russia? Noi risponderemo a questo che, fra lo Stato della nuova democrazia fondato sull’alleanza di diverse classi democratiche e lo Stato socialista fondato sulla dittatura del proletariato, esiste una differenza di principio. Certamente il regime di nuova democrazia che noi difendiamo sorge sotto la direzione del proletariato, sotto la direzione del Partito Comunista. Tuttavia, durante tutto il periodo della nuova democrazia, non si potrà e di conseguenza non si dovrà avere in Cina un regime di dittatura esercitata da una sola classe». Niente dittatura di una sola classe? Tutta la concezione marxista dello Stato crolla. Fin dal Manifesto dei Comunisti del 1848 i marxisti hanno sostenuto che lo Stato è «l’organo di dominio di una classe determinata», e che lo Stato cesserà di esistere solo quando non esisteranno più classi. Nelle classiche rivoluzioni borghesi europee, si era avuto il dominio della borghesia anche se in forma democratica; nella rivoluzione russa il proletariato aveva stabilito la sua dittatura. La borghesia classica aveva sì dominato molte volte con l‘appoggio della piccola borghesia e dei contadini, ma sempre comunque nel proprio interesse di classe. Per la Russia, Lenin aveva previsto nel 1905 la possibilità di una dittatura “democratica” degli operai e dei contadini, ma questo chiaramente significava che la classe proletaria con l’appoggio dei contadini poveri avrebbe dominato sulla borghesia. Nella stessa Cina e nei paesi arretrati, le Tesi del 1920 prevedevano che il proletariato avrebbe preso il potere appoggiandosi sulle masse dei contadini senza terra, e in stretto collegamento con la dittatura proletaria nei paesi avanzati, contro la borghesia controrivoluzionaria e contro i proprietari fondiari. Ma uno Stato in cui il proletariato, i contadini poveri e la piccola borghesia dominino insieme alla borghesia, il marxismo e la storia delle lotte di classe non l’hanno mai conosciuto e mai lo conosceranno. In realtà, un simile Stato è una semplice mistificazione piccolo-borghese del tipo dello “Stato di tutto il popolo” di cui Engels rideva, e nasconde puramente e semplicemente il dominio della borghesia. Lo Stato della nuova democrazia è uno Stato borghese in cui le funzioni di sviluppo del modo di produzione capitalistico sono assunte non dalla borghesia in quanto classe sociale, ma dallo Stato che rappresenta gli interessi nazionali, cioè gli interessi dello sviluppo capitalistico. È lo Stato come capitalista generale che rappresenta in Cina gli interessi del capitalismo mondiale di fronte ad una classe borghese scarsamente sviluppata; è questo Stato capitalistico che si fa passare per rappresentante di tutte le classi del popolo. Non la dittatura di una classe sulle altre classi della società, non l’opposizione irriducibile fra proletariato e borghesia, ma l’alleanza fra le classi in nome del superiore interesse della nazione. Che cosa ha mai sognato di diverso, la borghesia dei paesi imperialisti? Che cosa sognano di diverso, i partiti opportunisti in occidente? Quale Longo o quale Agnelli ha mai pensato, per il miglior mantenimento possibile del sistema capitalistico, a qualcosa di diverso da quello che Mao scrisse nel saggio “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”?

     «È chiaro che continueranno ad esistere delle contraddizioni fra queste classi, e che quella che si manifesterà nella maniera più netta sarà la contraddizione che oppone il lavoro al capitale. Questo perché ognuna di tali classi avrà le sue proprie rivendicazioni. Velare queste contraddizioni, velare queste rivendicazioni specifiche, sarebbe ipocrisia ed errore. Ma, durante tutta la fase della nuova democrazia, queste contraddizioni, queste rivendicazioni particolari, non usciranno dal quadro delle rivendicazioni generali, e non si deve permettere che ne escano». La funzione specifica di uno Stato borghese non è mai stata definita con più chiarezza: non si deve permettere che le rivendicazioni particolari di una classe escano dal quadro delle rivendicazioni generali! Lo Stato borghese esiste proprio per impedire che le rivendicazioni specifiche della classe proletaria escano dal quadro generale dei rapporti di produzione borghesi. Che classe ha dunque vinto in Cina? Vogliamo rispondere con le parole stesse di Mao:

«…I Tre principi del popolo buttati a mare dai reazionari del Kuomintang sono stati ripresi dal popolo cinese, dal Partito comunista cinese e dagli altri democratici» – E altrove (“Sul governo di coalizione”):     «La struttura economica della nuova democrazia, che noi cerchiamo di instaurare, risponde anch’essa ai principi di Sun Yat-sen.